Una semplice siepe
Sara Di Giacomo
«Le cose che un racconto non dice
sono necessariamente più numerose di quelle che dice
e solo una speciale aureola intorno a ciò che è scritto
 può dare l’illusione che stai leggendo
qualcosa che non è scritto…»
Italo Calvino

Portiamo avanti con la storia raccontata da Sara Di Giacomo la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.



With the history by Sara Di Giacomo we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the studente of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.



En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Sara Di Giacomo. Un grupo de autodidactas evalúan la eficacia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.

Riassunto. I disturbi del comportamento alimentare rappresentano una delle più comuni manifestazioni sintomatiche che possono insorgere in una delicata fase del ciclo vitale della famiglia, quella dello svincolo dei figli. Attraverso il tentativo di arrestare il proprio processo di crescita, infatti, i giovani pazienti esprimono un blocco o una difficoltà di separazione che appartiene all’intero sistema familiare. Essi si fanno custodi dei miti e garanti della coesione familiare offrendo un’area di preoccupazione comune e focalizzando su di sé tensioni forse avvertite come troppo dolorose. Nel contempo, attraverso il rifiuto del cibo, comunicano con chiarezza la loro ambivalenza tentando illusoriamente di conciliare due spinte opposte, quella che li muove verso investimenti affettivi esterni alla famiglia e quella che li richiama indietro, andando incontro ad un bisogno di dipendenza.
“Una semplice siepe” è un’espressione che ho preso in prestito dalla giovane donna da me seguita nel percorso psicoterapeutico che racconterò nelle pagine che seguono. Tre parole pronunciate quasi distrattamente sul finire della terapia. Eppure esse sembravano racchiudere il significato profondo del tratto di strada percorso insieme fino a quel momento, descrivendo un processo di cambiamento che riguardava entrambe. Un lavoro finalizzato alla definizione di confini, alla delimitazione di spazi di autonomia chiari e differenziati di cui la siepe è metafora suggestiva ed efficace. Un cammino orientato verso la progressiva acquisizione di indipendenza e di responsabilità: per lei, giovane donna che si accingeva ad aprire la finestra sul mondo, e per me, giovane terapeuta alle prese con una delicata fase del ciclo vitale di formazione.

Parole chiave. Disturbi del comportamento alimentare, individuazione, differenziazione, svincolo, supervisione.
Summary. A simple hedge.
Eating Disorders represent one of the most common symptomatic onsets that could rise during a critical phase of the family life cycle, that is to say, the children release. Through their attempt to stop their own growth, young patients convey a sort of blockage or a strong difficulty of detachment which is deeply felt by the whole family system. They become guardians of the myths and they vouch for the family cohesion offering a common problem area and focusing painful strains on themselves. In the meanwhile, by refusing food they clearly express their ambivalence and they are under the illusion that they can conciliate two opposite shoves: the first one draws them to emotional investments on the outside of the family and the second one calls them back, so they expose themselves to a need of dependence.
“A simple hedge” is an expression that I have borrowed from the young woman I monitored during the psychotherapeutic course described in the following pages. Three words casually uttered at the end of the therapy. Nevertheless they seemed to hold the deep meaning of the long way we have gone together till that moment, describing a changing process which regarded both of us. A work directed to the definition of boundaries, to the edge of neat and differed spaces of autonomy and the hedge is its evocative and forceful metaphoric symbol. A path oriented towards a steady achieving of independence and responsibility: for her, a young lady who was getting ready to open a window on the world, and for me, a young therapist facing a critical phase of the formation life cycle.

Key words. Eating disorders, individuation, differentiation, release, supervision.


Resumen. Un simple seto.
Los trastornos de la conducta alimentaria representan una de las mas comunes manifestaciones sintomáticas que pueden surgir en una delicada fase del ciclo vital de la familia, la de la desvinculación de los hijos. De hecho, a través del intento de parar el propio proceso de crecimiento los jóvenes pacientes expresan un bloqueo o una dificultad para separarse que forma parte de todo el sistema familiar. Éstos se convierten en custodios de los mitos y en garantes de la cohesión familiar ofreciendo una área de preocupación común y focalizando sobre ellos mismos tensiones posiblemente consideradas demasiado dolorosas. Al mismo tiempo, a través del rechazo a la alimentación, comunican con claridad su ambivalencia intentando ilusoriamente conciliar dos impulsos opuestos, aquél que les mueve hacia inversiones afectivas externas a la familia y aquél que les hace volver, hacia una necesidad de dependencia.
“Un simple seto” es una expresión que he cogido prestada de una joven paciente seguida por mi en el proceso terapéutico que contaré en las siguientes páginas. Tres palabras pronunciadas casi distraidamente al final de la terapia. Que sin embargo parecían recoger el significado profundo del tramo de camino que recorrimos juntas hasta ese momento, describiendo un proceso de cambio concerniente a las dos. Un trabajo que tenía como finalidad la definición de confines, la delimitación de espacios de autonomía claros y diferenciados del cual el seto es metáfora sugestiva y eficaz. Un camino orientado hacia la progresiva adquisición de independencia y de responsabilidad: para ella, una joven paciente que se disponía a abrir la ventana al mundo, y para mi, una joven terapeuta que se enfrentaba a una delicada fase del ciclo vital de formación.
PROLOGO
Inizio a scrivere con mano incerta un racconto, consapevole che esso è solo uno dei modi possibili di narrare questa storia. È il risultato di un flusso di parole, pensieri, osservazioni e ricordi legati ad immagini filtrate attraverso due lenti che, in un certo momento, hanno focalizzato lo stesso punto. La mia lente e quella di Sonia. Le pagine che seguono raccontano di una terapia che ha avuto inizio nel marzo 2009, oggi verso la conclusione, da me seguita con la supervisione indiretta del prof. Luigi Cancrini, la cui posizione “meta”, in questo complesso processo circolare, ha rappresentato un fascio di luce su quelle zone d’ombra che più volte le due lenti si sono trovate di fronte.
Al prof. Cancrini va la mia infinita gratitudine per avermi accompagnato in questa ultima fase di training mettendo a disposizione mia e di tutto il gruppo il suo ingente e pregiato bagaglio d’esperienza. Un impatto non semplice, devo ammetterlo, quello delle mie insicurezze con la sua notorietà! Difficile all’inizio saper intravedere il suo credere nelle nostre potenzialità e l’intento costante di sostenerci e spronarci nel processo di costruzione della nostra identità di terapeuti. Eppure credo di averli scorti entrambi sin dal primo giorno se sono andata avanti sentendo crescere l’entusiasmo e il desiderio di assorbire appieno tutto ciò che quest’esperienza formativa poteva lasciarmi. La sensazione di tornare indietro è stata talvolta mia compagna di viaggio, facendo vacillare le acquisizioni che pensavo di aver fatto mie. Ciò nonostante, essa si è ogni volta intervallata alla volontà di proseguire con maggior tenacia e dedizione, seguendo oscillazioni che mi hanno accumunato alla mia paziente in un processo di cambiamento parallelo al suo.
Grazie ai miei stimatissimi compagni d’avventura di questi due anni, con i quali ho condiviso speranze e timori, ed in modo particolare ad Elena e Gabriel che ho avuto il privilegio e l’onore di avere a fianco sin dal mio primo ingresso nella scuola.
Un pensiero va anche a tutti coloro che, ormai sei anni fa, hanno mosso con me i primi passi lungo questo tortuoso ma esaltante percorso; a loro auguro di far tesoro di questa ricca valigia colmata dal Tempo, nonostante le difficoltà e le incertezze che oggi ci accomunano. Un “grazie” speciale a Dora, Massimiliano e Simona, perché da un rapporto di colleganza può nascere anche una sincera amicizia.
Ed infine, ma non ultima per importanza, voglio ringraziare Sonia che a me si è affidata in un momento così delicato della sua vita.
A nonna Maria,
perché le pale del Mulino
hanno parlato anche a me.
Ed è così
che tutto ha avuto inizio…
GLI INCONTRI DI CONSULENZA
Il primo incontro: i fermagli colorati
Incontro per la prima volta Sonia a marzo del 2009 a seguito di una telefonata di Elena, la sorella maggiore. Quest’ultima ha avuto il mio numero da un’amica seguita in terapia da un mio collega. Al telefono, con voce squillante e decisa, mi chiede aiuto per la sorella, Sonia, che da un po’ di tempo è fonte di grande preoccupazione per tutta la famiglia a causa della dieta ferrea che ha intrapreso a partire da novembre. Chiedo ad Elena se Sonia sia a conoscenza della sua telefonata; mi risponde che la sorella sa che mi ha contattato e si è detta d’accordo ad incontrarmi ma non se la sente di parlare con me per telefono “perché la cosa la imbarazzerebbe”. Secondo Cancrini [1]:

«[…] una psicoterapia inizia prima del primo colloquio. Il momento in cui una persona o un gruppo di persone entrano nella stanza del terapeuta è preceduto da un insieme di passaggi, formali e informali, il cui effetto complessivo è quello di sviluppare un’ipotesi che è parte integrante e significativa del comportamento comunicativo del terapeuta e, dunque, del contesto che egli definisce».

Decido di fissare un appuntamento con entrambe le sorelle.
Il giorno concordato, oltre alle due ragazze, arriva anche la madre, Rosa, ed apprendo che ad accompagnarle in macchina è stato il papà che però non è salito avendo «delle commissioni da sbrigare». Chiedo alla signora di entrare con le figlie e lei accetta, «in bilico tra l’imbarazzo e il sollievo», mi dico mentre faccio loro strada. Sonia si siede sulla sedia di sinistra, quella più lontana da me, Rosa è su quella di destra, mentre Elena occupa la posizione centrale.
Dopo essermi presentata, chiedo di raccontarmi qualcosa di loro e la prima a parlare è Elena. Ha da poco compiuto 25 anni ed è studentessa in ingegneria. Con il sostegno economico dei genitori ha preso in affitto una casa nella cittadina in cui studia, ma tutti i fine settimana torna nel paese in provincia di Latina dove la famiglia vive. Come hobby fa l’arbitro di calcio e nei week end lavora insieme a Sonia come cameriera in un ristorante. «Noi due stiamo sempre insieme, facciamo tutto insieme», mi dice fiera. Mentre parla mi guarda fissa negli occhi; la sua voce è la stessa che avevo sentito per telefono, toni alti e colore nitido, nessun tentennamento! Mi colpisce il trucco molto marcato, tanto da non permettermi di distinguere bene i suoi lineamenti. Mi soffermo soprattutto sul nero che le incornicia gli occhi, quasi come se avesse voluto camuffarli. È un tipo di make-up adatto ad una serata in discoteca, mi sorprendo ad osservare. Nemmeno gli abiti sono granché sobri. Minigonna bianca, tacco dodici e bomberino dorato! Rosa ha 52 anni, tiene la contabilità per una farmacia da circa vent’anni. Il resto del tempo, mi racconta, lo trascorre ad occuparsi della famiglia, della casa, degli orti e degli animali. Indossa abiti semplici e dai colori scuri, non è molto curata nell’aspetto e dimostra più dell’età che ha. La sua voce, al contrario di quella di Elena, trema più volte. Usa frasi brevi per rispondere alle mie domande, come se avesse il timore di dare la risposta sbagliata o di non usare le parole giuste. Nonostante ciò, mi trasmette una sensazione di austerità, di un “severo rigore” tipico delle educatrici che mi è capitato di vedere in alcuni film in bianco e nero. Mi rivolgo a Sonia e per la prima volta ci guardiamo davvero. Ho quasi timore a darle la parola perché mi arriva l’impressione di un’estrema fragilità; i suoi occhi spaesati m’inteneriscono. Ha un viso molto bello, occhi grandi, castani e la carnagione scura. Al contrario di Elena, ha un look molto semplice. Un jeans ed una felpa a righe colorate, un filo di trucco sugli occhi e dei fermagli colorati fra i capelli. «Di quelli che collezionavo quando ero alle elementari», penso tra me e me. Con la voce spezzata mi racconta un po’ di sé. Ha 23 anni ed è iscritta alla facoltà di Biotecnologie di Latina. Lavora con Elena come cameriera e questo lavoretto le permette di essere abbastanza autonoma dal punto di vista economico. Non ha molti hobby, le piace il giardinaggio e, quasi titubante, aggiunge : «Faccio molta attività fisica, due ore al giorno tra palestra e corsa». Il papà, Vittorio, ha 56 anni ed è un ex tecnico delle telecomunicazioni, da due mesi in pensione. Sonia ed Elena hanno un’altra sorella, Giorgia, che ha 17 anni e frequenta il penultimo anno del Liceo classico.
La prima a parlare del motivo della richiesta d’aiuto è ancora una volta Elena. Sonia, mi dice, ha iniziato una dieta da novembre e in casa sono tutti molto preoccupati. In realtà, aggiunge, la sorella minore è stata sempre molto attenta all’aspetto fisico, forse perché da piccole erano entrambe un po’ cicciottelle e Sonia ha sempre avuto il timore di ingrassare di nuovo. Proprio per questo motivo ha più volte intrapreso delle diete fai-da-te. La prima, racconta, risale al 2004, anno della maturità. Lavoravano entrambe in un chiosco al mare e Sonia, all’improvviso, iniziò a mangiare solo pomodori.
«È che cercavo di migliorare ma nelle cose sono un po’ drastica!» – interviene Sonia – «Però persi pochi chili, da 65 passai a 58».
«Non è vero!» – la interrompe bruscamente la mamma – «I chili furono molti di più!».
Elena ipotizza che allora la dieta di Sonia fu legata alla fine della storia d’amore con l’ex ragazzo, Luca, e l’inizio della relazione con Lorenzo. Ancora una volta a proseguire il racconto non è Sonia ma la madre la quale mi spiega che, per un periodo di tempo, la figlia frequentò entrambi i ragazzi e questo, a suo parere, le causò molta sofferenza. «Lei soffre quando gli altri stanno male a causa sua. Non vorrebbe mai dare dispiacere a nessuno…».

Ho imparato a riconoscere le “letture del pensiero” tipiche delle famiglie con figli che presentano un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) negli anni di tirocinio, eppure mi rendo conto che non ero per nulla preparata! Mi sento irritata, “compressa” e, in modo del tutto naturale, mi giro a guardare Sonia. Sta piangendo mentre ricambia il mio sguardo; sento che mi sta facendo una richiesta ma non riesco ancora a decifrare il suo sguardo. Così le domando con delicatezza: «È proprio così, Sonia? Non riesci a sopportare di poter causare sofferenza negli altri?».

Sonia annuisce e mi racconta di essersi trovata nella medesima situazione di confusione quattro anni dopo, quando conobbe Daniele, l’attuale ragazzo, e per un po’ di tempo lo frequentò di nascosto mentre stava ancora insieme a Lorenzo. Anche in quell’occasione stette malissimo perché sapeva di non comportarsi bene con Lorenzo, eppure non riusciva a lasciarlo. Poi, di nuovo tra le lacrime, mi dice: «So che l’impressione che do, appena mi si conosce, è di una persona severa ed antipatica ma io sono l’opposto!». Elena non regge le lacrime della sorella e, con una “mossa” che, per usare un’espressione di Minuchin [2], mi sembra chiaramente un’offerta di proiettività alla sorella, prende la parola inserendo nel racconto il rapporto quasi “morboso” che Sonia ha con l’amica del cuore, Alessia, che a suo parere costituisce per lei un’ulteriore fonte di insicurezza. Cita anche l’università, che è un altro nodo problematico per Sonia. In seguito fa un accenno ad una seconda dieta iniziata dalla sorella a Natale del 2007.
A fatica la interrompo e chiedo conferma a Sonia rispetto a quanto detto dalla sorella maggiore. Mi accorgo che il mio affanno è anche il suo mentre mi dà conferma delle gelosie che caratterizzano il suo rapporto con l’amica e della sua insoddisfazione rispetto all’andamento degli studi. Le chiedo quindi di parlarmi della dieta che ha intrapreso da qualche mese, motivo per cui è qui da me oggi.
Mi racconta che a novembre il pensiero di essere grassa si è fatto all’improvviso più pressante del solito, così ha deciso di perdere peso. Ha iniziato togliendo dalla dieta i carboidrati. Successivamente ha eliminato la cena ed ha cominciato ad intensificare l’attività fisica. Il suo pranzo consiste in una fettina di petto di pollo, a volte accompagnata da verdura o insalata. La sera invece beve una tazza di latte oppure mangia un po’ di frutta. Il pensiero di dimagrire, col passare del tempo, è diventato sempre più presente nella sua testa e, nonostante abbia perso dieci chili in soli quattro mesi, continua a sentirsi grassa e gonfia. Sonia ha un BMI nella norma sebbene vicino al limite inferiore del range di normalità. Ha un ciclo mestruale regolare.
Non sa dire cosa sia accaduto a novembre, non ricorda ci sia stato qualcosa in particolare; è lei stessa a questo punto a richiamare Elena, guardandola, la quale ipotizza un collegamento con un fatto che l’ha riguardata personalmente. Racconta che nell’agosto scorso è stata molto male a causa di una bartomellosi, un’infezione che colpisce i linfonodi detta anche “malattia da graffio di gatto”. I medici che l’hanno avuta in cura non sono riusciti subito a fare una diagnosi e tra le ipotesi c’era anche quella della leucemia. Per circa un mese ha avuto la febbre alta, usciva ed entrava dagli ospedali senza che nessuno sapesse dirle cosa avesse. Dopo la diagnosi le è stata prescritta una cura a base di cortisone che ha seguito per due mesi e le ha fatto prendere una decina di chili. Per questo motivo a fine ottobre ha consultato un dietologo. Sonia ha deciso di iniziare la dieta insieme a lei ma poi “la situazione le è sfuggita di mano”.
Mi viene in mente l’immagine di una staffetta nel momento del passaggio del testimone. «E così – commento guardando la madre – dalla preoccupazione per Elena siete passati ad essere preoccupati per Sonia…».

Rosa annuisce: «Non c’è stata più tranquillità dall’estate scorsa a casa nostra! Sonia sembra non capire che col suo comportamento sta facendo del male a lei e a noi. Non sappiamo come farla ragionare. A casa è uno scontro continuo ogni volta che bisogna andare a tavola!».
Sonia ricomincia a piangere e cerca di giustificarsi: «Non ho fame, non ho appetito! Che colpa ne ho?». Inizia così un piccolo battibecco sul cibo tra la mamma e Sonia nel quale prontamente si intromette Elena. Alla fine sono la mamma ed Elena a parlare di quanto Sonia si stia facendo del male e di quanto ciò le preoccupi, mentre quest’ultima ha ormai la testa bassa.

Mi stupisco sempre di fronte alla forza con la quale l’argomento “cibo” riesce ad attivare queste famiglie! È a questo punto che, senza nemmeno rendermene conto, in modo del tutto istintivo, ringrazio Rosa ed Elena per il prezioso contributo e chiedo loro di lasciarmi un po’ da sola con Sonia.

Rimaste sole, Sonia solleva finalmente la testa: «Grazie!» – mi dice, tirando su col naso. Ed è così che mi rendo conto di aver capito solo ora la richiesta, forse inconsapevole, che mi era parso di scorgere poco prima.
Una volta sola, Sonia inizia a parlare senza che io le faccia nessuna domanda. Mi spiega che ha perso la voglia di mangiare, che si vede brutta e grassa ed ha l’obiettivo di arrivare a 50 kg. È lei stessa a fare un collegamento: «Forse, con la dieta, cerco di colmare un’insicurezza che è interiore e non ha nulla a che vedere con l’estetica…». Mi spiega di tenere molto al giudizio altrui e di reputarlo più importante del suo; perciò chiede sempre consiglio agli altri sia per le cose importanti che per quelle futili, come comprare un paio di jeans o scegliere il taglio di capelli. Queste cose preferisce farle con l’appoggio di Elena o di Alessia. È una condizione che vive da quando era piccola, crede di essere sempre stata fragile ma di aver ostentato una sicurezza che non le appartiene. La verità è che ha sempre temuto il confronto con gli altri, soprattutto a scuola. Da quando frequenta l’Università a Latina le cose sono peggiorate, perché è un ambiente piccolo e chiuso in cui si respira un’atmosfera di forte competizione: «Ho sempre avuto il timore che gli altri potessero ritenermi stupida, così mi tengo spesso in disparte, non socializzo. Ho quasi paura di parlare perché temo di dire stupidaggini e penso mille volte a ciò che devo dire; così capita che “mi perda” durante le conversazioni perché sono troppo tesa. Non mi sento spontanea». Sono cose che si porta dentro da tanto tempo, tuttavia è da dopo l’estate che ci pensa maggiormente e ciò ha avuto ripercussioni sull’umore. Infatti si sente triste, pessimista ed insoddisfatta in tutti gli ambiti della sua vita. Gli studi non vanno come vorrebbe perché è troppo lenta ed è rimasta indietro con gli esami. Non ha amici all’infuori di Alessia, che è come una terza sorella. Ha rapporti superficiali con gli amici di Elena e con quelli di Daniele, il suo ragazzo. Quest’ultimo ha 26 anni e fa l’infermiere. Stanno insieme da una anno e mezzo e si vogliono bene ma a volte sente di essere un peso per lui. Le sue insicurezze, mi spiega, la rendono pesante ed insistente in una continua richiesta di conferme. Inoltre, la sua dieta inizia a condizionare anche il loro rapporto perché Daniele non sa come comportarsi di fronte al suo problema.

È la prima volta che Sonia parla del cibo come di un “problema”; le confesso che avevo avuto l’impressione che lo fosse per tutti tranne che per lei.

La ragazza mi dice che sa bene che questo suo pensiero fisso per i chili e le calorie non è sano ma crede anche che sia soltanto la “punta di un iceberg”, l’espressione di un malessere più generale e profondo.

Quest’ultima frase mi rassicura, penso che una parte del lavoro Sonia l’abbia già svolta da sola. Non credo che mi troverò nella condizione, faticosa ed a volte paralizzante, di dover continuamente spostare il focus dell’attenzione dal sintomo alimentare a ciò che lo sottende. Le dico che sono d’accordo con lei, poi le chiedo cosa ne pensi del collegamento che Elena faceva prima con la sua malattia.

Sonia: «Non lo so, non ci avevo mai pensato. Non posso proprio credere che sia stato un modo per attirare l’attenzione dei miei genitori!».

È una risposta che mi spiazza, così le domando chi sia più preoccupato per lei tra i suoi familiari.

Sonia non ha dubbi, la più preoccupata è la madre che la rimprovera e la controlla continuamente. Il padre forse è preoccupato ma s’intromette di meno, sicuramente si informa attraverso la madre. Tuttavia, aggiunge, proprio ieri le ha fatto un discorso che l’ha infastidita molto. Le ha detto che pensa che la sua sia una ribellione nei loro confronti e che non crede sia un problema tale da richiedere un aiuto esterno: «Mi ha sempre chiamata “volpina”, come se fossi la furbetta di casa ma non mi sono mai ritrovata in questa definizione!». Giorgia sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda del padre sostenendo che il suo sia solo un modo per richiamare su di sé le attenzioni dei genitori. Con Giorgia, mi dice, non c’è un bel rapporto, parlano molto poco e si scontrano spesso. Infine, Elena la pensa come la mamma, teme che questo suo problema con il cibo possa diventare più serio ed è per questo motivo che si è affrettata a chiedere un aiuto. E poi c’è Daniele che non sa come affrontare l’argomento, il cibo è diventato quasi un terzo incomodo che crea una distanza dovuta al “non detto”.

Mi accorgo che il tempo a nostra disposizione è terminato; prima di salutarla la ringrazio perché so che non è stato facile raccontarsi come ha fatto. Aggiungo che vorrei vederla di nuovo perché ho ancora delle cose da chiederle ma oggi non c’è più tempo.
Sonia, sembra più distesa adesso. Ha parlato molto e non succedeva da tanto tempo: «È faticoso, ma credo possa farmi bene». Si dice d’accordo a vedermi per un secondo incontro di consulenza.
Faccio entrare Rosa ed Elena per un breve saluto e comunico loro che vedrò di nuovo Sonia tra una settimana ma che questa volta verrà da sola.

Al termine dell’incontro provo emozioni diverse. È incredibile quante informazioni, verbali e non, riesca a dare il primo incontro di consulenza! A volte mi sembra di averle organizzate bene durante la seduta ma è solo mentre sistemo gli appunti che il quadro si fa un po’ più nitido. Sono contenta del feeling che si è creato con Sonia nella seconda parte dell’incontro e credo sia stata sincera nel dirmi che vuole rincontrarmi. La madre e la sorella sono due donne piacevoli, di una semplicità di paese che mi è molto familiare, nonostante il look eccentrico di Elena! Certamente la loro preoccupazione e l’attenzione nei confronti delle difficoltà di Sonia mi ha colpito favorevolmente, credo che non remeranno contro un eventuale percorso terapeutico. Ho sentito molto forte l’aspettativa che io possa aiutare Sonia. Tuttavia, la loro presenza in stanza è stata anche ingombrante, tanto da togliere voce a Sonia in più di un’occasione, come se non fosse in grado di raccontarsi o non sapesse trasmettere appieno la gravità della situazione, così come loro due la percepiscono. Questo, devo ammettere, mi ha irritato molto e mi ha fatto sperimentare un senso di oppressione quasi fisico. Ho pensato che deve essere dura per Sonia a casa! Allo stesso tempo mi son detta che può essere anche rassicurante non dubitare mai della premura e dello sguardo attento e costante dei familiari. Sfidandoli, li richiama in un atteggiamento di accudimento.
Rifletto anche sul cambiamento di Sonia nel momento in cui è rimasta sola con me. A differenza di prima, ha parlato molto ed in modo più fluido e chiaro. Lo colgo come un primo segnale per la futura strutturazione del setting terapeutico. Il suo modo di descriversi però mi lascia sensazioni contrastanti. Se da un lato vi è da parte mia un’istintiva tendenza a proteggerla e ad avere un atteggiamento estremamente delicato, dall’altro avverto che la sua sia una descrizione incompleta. Mi risuona nella testa l’aggettivo usato dal padre, “volpina”, come se Sonia avesse una forza ed una capacità di adattamento alle situazioni che oggi ha preferito non tirar fuori. Può darsi che si tratti di una caratteristica sopita in questo suo momento di difficoltà.
Secondo incontro e contratto terapeutico
Quando Sonia arriva, noto subito che ha un nuovo taglio di capelli, più sbarazzino e moderno. Non c’è traccia dei fermagli colorati! L’hanno accompagnata mamma e papà anche se lei ha a lungo insistito per venire da sola in treno. In effetti, a partire dall’incontro successivo, Sonia verrà a Roma sempre da sola. Mi dice che ha riflettuto molto sulle cose che ci siamo dette. In particolare, ha cercato di capire perché ad un certo punto della sua vita, verso i nove-dieci anni, ha iniziato a sentire questo forte senso d’inadeguatezza ma per ora purtroppo non ha trovato nessuna risposta.
Sempre ricordando il primo incontro mi dà conferma di essersi sentita meglio quando siamo rimaste da sole. È stata soprattutto la presenza della madre a farla sentire a disagio. Con lei ha un ottimo rapporto, le ha sempre detto tutto ma da quando c’è questo problema con il cibo tra loro c’è forte tensione e sembra non possano esserci altri argomenti. Con Elena invece non ha problemi. Non è solo una sorella, è anche la sua migliore amica. Sono cresciute condividendo tutto, giocattoli, scuola, amici, interessi. Elena però, a differenza sua, è espansiva e socievole. Così come lo è Alessia, che conosce sin dai tempi della scuola materna ed ormai è una di famiglia. A volte sente di essere un peso per Elena ed Alessia per via del suo umore sempre triste. La stessa sensazione le capita di viverla nel rapporto con Daniele, sa di essere pressante ed eccessiva con la sua richiesta di conferme, è molto gelosa e fa continuamente paragoni con l’ex fidanzata. Daniele inizia ad essere stanco ed a volte ha espresso il timore che i suoi problemi col cibo possano essere attribuibili a lui, dato che lo tormenta con domande sull’aspetto fisico.
Riguardo agli aspetti della sua vita che vorrebbe migliorassero, oltre al rapporto con Daniele, non è per nulla soddisfatta di come si pone nelle relazioni. A parte Alessia, non ha che rapporti superficiali. Forse, ipotizza, è il suo timore del giudizio altrui che la frena e le fa assumere quell’atteggiamento austero che genera distacco. Non è soddisfatta dell’andamento dei suoi studi, sente di non centrare gli obiettivi e vorrebbe affrontare l’università in modo più efficace e proficuo. È preoccupata per il suo problema col cibo, vorrebbe non avere più questo pensiero fisso di essere grassa. Continua a contare le calorie ed a fare attività fisica finalizzata a bruciare quelle assunte giornalmente. Inoltre, è molto preoccupata per la madre che soffre di emicrania da quando Elena è stata male e teme che la sua situazione possa farla peggiorare.
«Non sopporto questo mio senso di tristezza e di insoddisfazione. A volte penso che vorrei partire, andare via lontano e ricominciare tutto daccapo!» – afferma. Le chiedo chi soffrirebbe di più se andasse via e, senza esitare, mi risponde che di certo sarebbe il padre. Mi spiega che il papà ha sempre desiderato che la famiglia fosse unita e serena. In particolare, tiene molto che lei ed Elena siano vicine, forse perché ha di Elena l’idea di una bambina fragile e bisognosa di protezione; sente che gliela abbia affidata sin da quando erano piccole: «Stai dietro a tua sorella!» – le ripete spesso. Di lei, invece, pensa che sia una ragazza forte e risoluta.

Confesso il mio stupore. La descrizione che suo padre fa di lei è molto diversa dalla sua. Come mai questa discrepanza?

Sonia mi dice che probabilmente il padre “si è fermato alla sua corazza”. Senza dubbio lei ha recitato molto bene la parte della ragazza forte e decisa accettando il ruolo di “protettrice di Elena” e anche facendosi carico della casa dato che la madre lavora tutto il giorno; è lei che fa le faccende domestiche, si occupa degli animali e tiene la contabilità delle bollette. Con tono ironico mi dice che questo è l’unico ambito in cui si sente sicura e capace. I genitori hanno sempre riposto in lei la massima fiducia, come se fosse lei la figlia maggiore e le sorelle si sono adagiate su questa situazione. Mi spiega che i troppi doveri le impediscono di fare le proprie scelte in modo autonomo. «Ora però comincio ad essere stanca! Non sono una roccia!» - mi dice con gli occhi che le si riempiono di lacrime. «Vorrei iniziare a pensare un po’ a me, vorrei star bene e credo che questa terapia possa essere l’inizio».
Cosa si aspetta quindi da questo percorso?
Le parole di Sonia sono chiare e precise nel momento in cui pone la richiesta sulla quale stabiliamo il contratto terapeutico. Chiede un aiuto rispetto al senso di inadeguatezza e di insicurezza che le impedisce di essere soddisfatta in qualsiasi ambito della sua vita. Vorrebbe rafforzarsi per affrontare meglio le situazioni, dalle difficoltà nelle relazioni sociali e negli studi al suo rapporto con Daniele, che “non decolla”. Ovviamente, c’è anche il suo problema col cibo che è importante ma, ne è certa, è l’espressione di un malessere più profondo.
Stabiliamo quindi di lavorare su questi temi in un percorso terapeutico individuale a cadenza settimanale.
INQUADRAMENTO DEL PROBLEMA
«Come sarebbe bello dire “per caso”.
Tu credi davvero che ci sia qualcosa che succede “per caso”?»


Alessandro Baricco da Castelli di rabbia
La fase di ciclo vitale
«Il principio guida da tenere a mente nella conduzione di una terapia individuale è la fase di ciclo vitale in cui la richiesta d’aiuto viene fatta».
Così recitano le prime righe del mio quaderno di appunti del quarto anno di training. Scrissi con l’affanno di chi pensa che le parole siano tutte ugualmente importanti da non potersi permettere di perderne nemmeno una. Scrissi in un’atmosfera di generale eccitazione. Paradossalmente iniziavo l’ultima fase del training ma mi sembrava di essere tornata indietro di quattro anni!
Le difficoltà di Sonia emergono in una fase importante della sua vita e di quella della sua famiglia. Inizia, infatti, a mettere in atto lo svincolo dalla famiglia d’origine tentando di tracciare confini con quest’ultima per iniziare a gettare le basi di un proprio progetto individuale. È questo un momento le cui fondamenta risiedono nella fase di individuazione, durante la quale gli investimenti affettivi vengono progressivamente spostati fuori dalla famiglia d’origine. Come accade per tutti i sistemi familiari, anche a quello cui Sonia appartiene viene richiesta in questa fase una capacità di adattamento ai nuovi compiti sollecitati dalla crescita delle tre figlie. In particolare, ai genitori viene richiesta la maturazione di una capacità di accettazione della separazione, strettamente connessa al loro livello di individuazione nonché alla possibilità di reinvestire nella relazione di coppia [3]. Inoltre, i genitori di Sonia sono in una fase delicata del loro percorso personale, il padre è da poco andato in pensione e la madre smetterà di lavorare il prossimo ottobre.
La mia impressione è che tale processo di riorganizzazione e rinegoziazione di regole e ruoli si sia in parte inceppato e che Sonia sia rimasta bloccata in una sorta di “limbo”, in balìa di due forze opposte. Da una parte c’è quella che la spinge verso la realizzazione di un progetto di crescita, dall’altro vi è quella che la richiama indietro, verso una famiglia che con ogni probabilità è emotivamente ancora legata ad una fase precedente. Il sintomo di Sonia avrebbe quindi il significato di quella che Minuchin [2] definisce “la lotta per l’individuazione” all’interno di un sistema invischiato. Il DCA in questo caso sarebbe assimilabile alle “anoressie di area nevrotica o di tipo B” di cui parla Cancrini [3], che hanno la chiara funzione di coprire e mantenere un conflitto coniugale.
Inoltre, da quanto emerso nei primi incontri, è possibile pensare che una delle componenti di questa seconda “forza”, quella che richiama Sonia in casa, sia rintracciabile nella presenza, nell’inconscio familiare, di un “mito di unità” che si manifesta appunto attraverso interazioni di tipo invischiato [5].
Sintassi terapeutica
La sintassi terapeutica [1], secondo quanto appreso e ipotizzato finora, può essere così riassunta:
a) tutto era andato bene finché Sonia, crescendo, ha iniziato i primi movimenti di autonomizzazione;
b) apparentemente incomprensibile, il sintomo:
– segnala che lei non può crescere perché deve rimanere a casa ed offrire ai genitori un’“area di unione” che copra la conflittualità presente all’interno della coppia;
– è utile a Sonia perché le consente di sacrificarsi per la famiglia ed anche perché le permette di mantenere la propria lealtà al mito di unità che struttura il sistema cui appartiene;
– è utile alla famiglia in quanto consente di evitare il confronto con una realtà conflittuale inaccettabile per questo sistema.
La prima supervisione, aprile 2009
Con queste idee che vanno via via prendendo forma nella mia mente, chiedo la prima supervisione, probabilmente anch’io sospinta da due forze opposte. L’idea di condurre una terapia senza lo specchio unidirezionale mi esalta e mi spaventa al contempo; la notorietà del mio supervisore sortisce lo stesso effetto!
Il mio dubbio riguarda soprattutto la decisione, che temo essere stata un po’ frettolosa, di strutturare un setting individuale. Riflettiamo, quindi, sul modo di porsi di Sonia nelle due situazioni della prima seduta e successivamente nella seconda, ossia quando era con la madre e la sorella e quando è rimasta sola. Nel secondo caso, Sonia ha parlato molto di più e con maggior sicurezza. Come è accaduto più volte nei due anni successivi, ciò che sembrava complicato e nebuloso è stato reso nitido da una frase semplice: «Ti sta chiedendo di vederla da sola!». Nonostante viva ancora con la famiglia, i pensieri di Sonia non sono rivolti verso il passato. Al contrario, mi ha parlato a lungo di come “vorrebbe essere” e del cambiamento che le piacerebbe vedere in lei. Per tale ragione il lavoro dovrà essere prevalentemente “rivolto verso l’esterno”, centrato cioè sull’esplorazione ed il potenziamento di contesti e relazioni esterni alla famiglia. Ciò ovviamente non vuol dire “escludere” il sistema familiare, il “pensare sistemico” prescinde dalla tipologia del setting:

«Essendo il pensiero del terapeuta sistemico basato sulla complementarietà dei concetti di causalità lineare e circolare, sull’importanza della pluralità dei punti di vista, sul privilegiare il porsi domande rispetto al dare risposte, esso ha l’effetto nel tempo di trasmettere al cliente un modo di connettere le cose e le persone, gli eventi e i significati, che lo libera dalla rigida visione di sé e della realtà che lo circonda» [6].

Infine, si riflette sul fatto che in Sonia sembra siano presenti tratti di personalità dipendenti ed evitanti. Ciò è avvalorato anche dalla mia tendenza a pormi nei suoi confronti con un atteggiamento protettivo, rassicurante e il più possibile “delicato”. Il prof. Cancrini mi mette in guardia soprattutto rispetto ad eventuali atteggiamenti dipendenti che potrebbero essere messi in atto nei miei confronti e che dovranno essere sempre restituiti. Rispetto ai tratti evitanti, invece, è fondamentale che i momenti confrontativi non siano mai umilianti.
Il modello di riferimento è il SASB (Structural Analysis Of Social Behavior) di Lorna Smith-Benjamin [7], secondo il quale sia la persona con tratti dipendenti sia quella con tratti evitanti hanno iniziato il ciclo evolutivo molto bene, con cure affettuose ed adeguate. Tuttavia, nel caso del disturbo dipendente, uno o entrambi i genitori, non hanno successivamente permesso al bambino che cresceva di imparare a fare le cose autonomamente, offrendo sempre aiuto e protezione. Ciò lo ha indebolito al punto tale da portarlo ad aver bisogno, da adulto, di aiuto e di cure costanti; bisogno accompagnato da un vissuto di inadeguatezza e di incompetenza. Quest’ultimo è stato riferito più volte da Sonia, ad esempio quando mi ha raccontato di sentirsi più sicura quando ha qualcuno di cui si fida al suo fianco, nelle cose importanti, come un esame all’università, ed in quelle più semplici, come scegliere un capo d’abbigliamento. Anche la sua gestione delle relazioni sentimentali mi indirizza verso l’ipotesi dei tratti dipendenti; sembra, infatti, che Sonia non riesca a stare da sola, le sue storie finiscono quando una nuova è già cominciata.
La personalità evitante ha nel suo passato un controllo eccessivo da parte dei genitori finalizzato soprattutto alla costruzione di un’immagine sociale ineccepibile e inattaccabile. I genitori sono stati molto attenti alle opinioni esterne, cosicché gli errori dovevano essere sempre evitati attraverso limitazioni ed un forte autocontrollo. Il fallimento veniva spesso deriso ed era fonte di umiliazione. Per tali ragioni, da adulto, l’individuo ha una grande paura di essere umiliato e rifiutato e perciò tende ad evitare il più possibile i contatti sociali e le situazioni che potrebbero portare novità. Ha un’intensa paura di trovarsi in imbarazzo, si inibisce nelle situazioni interpersonali e sperimenta un forte senso di inferiorità. È evidente che molti di questi punti sono presenti nella descrizione che Sonia fa di se stessa.
Per verificare meglio tale ipotesi rispetto alla struttura di personalità, l’indicazione in supervisione è quella di lavorare sulla sua storia.
PRIMA DELLA STORIA: UN FALLIMENTO CHE PORTA CON SÉ INFORMAZIONI
IMPORTANTI
Un esame non superato
Prima di iniziare il lavoro vero e proprio sulla storia, Sonia porta in seduta il fallimento dovuto al non superamento di un esame all’università. È un incontro pesante, dai toni cupi e pessimisti ma anche foriero di elementi utili rispetto alle ipotesi che vado formulando, attraverso le quali inizio a connettere informazioni e significati, ed agli obiettivi che mi sono prefissata.
Tra le lacrime Sonia mi parla del suo senso di vergogna e di inettitudine e della paura di essere considerata stupida dai colleghi. È letteralmente scappata dalla facoltà quando ha visto i risultati affissi in bacheca! Ha subito pensato ai genitori, di certo non si aspettavano che non superasse l’esame, troppo grandi la stima e la fiducia che hanno per lei! Sicuramente mal riposte, aggiunge, dato che non riesce a centrare gli obiettivi che si prefigge. Porta dentro di sé un profondo senso di colpa poiché teme di averli delusi. La laurea è un obiettivo importante per loro quanto lo è per lei. Ha l’impressione di perdere tempo, passa le ore davanti ai libri aperti ma l’ansia e la paura di fallire le impediscono di concentrarsi nello studio. «Vorrei essere una “ragazza modello”, vorrei che gli altri mi considerassero intelligente ed invece credo pensino che sia una stupida!». Sa di essere severa con se stessa, il suo senso del dovere è così forte da paralizzarla: «Più penso che una cosa deve essere fatta e più diminuiscono le probabilità che la faccia o che la faccia bene!».

Ho l’impressione che il senso del dovere di cui mi parla susciti in lei reazioni opposte. Da una parte rappresenta una spinta propulsiva che la induce a perseguire obiettivi importanti (credo infatti che possa ritenersi soddisfatta per molti dei traguardi che ha già raggiunto). D’altra parte, tuttavia, è come se si ribellasse ad esso vivendolo come un’imposizione esterna, una zavorra di cui liberarsi.

In questo momento, Sonia afferma di sentire più forte la seconda sensazione. Il senso del dovere è un ostacolo che le impedisce di pensare a se stessa e di capire cosa voglia realmente. Si tratta senza dubbio un “dono” di sua madre, “la bersagliera della casa!”. Mi racconta di una mamma più rigida e severa rispetto al papà. Ha sempre tenuto (e temuto) al suo giudizio facendo attenzione a non deluderla mai, soprattutto negli studi.
«Cosa accade quando mamma è delusa?» – le domando mentre il pensiero che corre verso mia madre mi fa sentire una vicinanza sempre più forte nei suoi confronti… «Mette il muso, diventa fredda per giorni» - è la risposta. Certamente, aggiunge, il tempo le ha fatto conoscere anche la parte fragile di sua madre, quella timidezza e quell’insicurezza che le rendono così simili. È per questo, forse, che è diventata l’unica sua confidente in famiglia. Condividono anche lo stesso interesse per il lavoro in farmacia. Sonia mi spiega che la scelta di frequentare la facoltà di Biotecnologie è stata un ripiego dato che quella di Farmacia a Latina non c’è. Si commuove mentre mi parla della stima che nutre nei confronti di sua madre per la tenacia, la dignità e la forza con cui ha sempre affrontato gli ostacoli che la vita le ha posto dinanzi.

E lei? Si è mai permessa di mostrare la sua parte fragile ai genitori? Cosa ha fatto per contribuire alla formazione dell’idea che hanno di lei, di una ragazza forte e risoluta?

Sonia sente che vi sia una discrepanza tra ciò che i genitori pensano di lei, e cioè “che sia infallibile”, e il suo sentimento di insoddisfazione e di insicurezza. Ammette di avere una grossa responsabilità in questo poiché ha sempre cercato di essere all’altezza delle loro aspettative senza lamentarsi mai… «Ma come poter dire che si è fragili a chi ti vede tanto forte senza correre il rischio di deluderlo?».

Commento che forse, proprio perché così difficile, lo si può dire con un linguaggio che non utilizza le parole bensì il corpo. Ma, aggiungo, c’è anche un’altra “strana” idea che si fa largo nella mia testa. Oggi mi ha a lungo parlato di quanto questo senso del dovere le impedisca di prendere in mano la sua vita, come se non avesse su di essa alcun potere decisionale. Forse il suo rifiuto del cibo rappresenta in questo momento un tentativo per appropriarsi di uno spazio da gestire in autonomia, in cui nessuno può decidere al suo posto.

Sonia sembra stupita e resta in silenzio per un po’ di fronte alla mia ipotesi. Non ci aveva mai pensato finora ma deve ammettere che a volte il riuscire a non mangiare e a controllare la sua dieta le fa quasi provare un “senso di invincibilità”. È un ambito in cui l’ultima decisione spetta a lei! Tuttavia, il suo problema alimentare ha anche come effetto quello di suscitare il costante tentativo di controllo da parte dei suoi genitori che la opprime e la rende nervosa e scontrosa e ciò non la fa star bene.

Molti sono gli autori che hanno messo in risalto l’ambivalenza che sottende il disturbo alimentare. Come sottolineano Onnis et al. [4], esiste nei vissuti intrapsichici di queste pazienti un bisogno costante di controllo dei propri spazi interni, percepiti come troppo fragili ed insicuri. Il rifiuto del cibo, proseguono, «rappresenta l’illusorio tentativo di rispondere a entrambi i poli, contraddittori e inconciliabili, dell’ambivalenza, senza operare una scelta che non può essere compiuta»: il rifiuto del cibo permette di agire l’opposizione ma anche di non abbandonare i bisogni fusionali di dipendenza.
Rifletto ad alta voce sul fatto che questo problema di Sonia col cibo veicoli due significati opposti. Da un lato sembra essere baluardo della sua forza e della sua autonomia, mentre dall’altro richiama le attenzioni e le preoccupazioni dei genitori su un tema che è prettamente infantile, quello del nutrimento e delle cure primarie che si offrono ad un bambino. Pronuncio queste parole con il timore, che spesso mi accompagna, di essermi spinta troppo oltre e velocemente ma, come più volte accadrà nel corso delle sedute, il feedback che ricevo da Sonia è del tutto rassicurante. Sembra infatti che ella abbia sete di chiavi di lettura differenti che le consentano di trovare nuovi significati, anche se questo potrebbe rivelarsi doloroso. Anche per questo i miei dubbi rispetto ad una descrizione di sé incompleta si fanno sempre più forti ma per il momento sento di dover accogliere la sua parte fragile, che lei sente essere stata troppo a lungo non vista e non ascoltata. Contemporaneamente mi dico di dover prestare attenzione al rischio di un possibile atteggiamento accondiscendente da parte sua; il sentirsi lusingati talvolta può costituire una benda ben stretta e molto scura! Tuttavia, la sua maniera di porsi, cauta e riflessiva, per ora mi permette di procedere in modo abbastanza sicuro.

Considero questa una seduta importante sia per le informazioni utili rispetto agli stili educativi, in particolare quello della madre, che con ogni probabilità hanno influenzato lo strutturarsi della personalità di Sonia, sia perché è stata avanzata in modo esplicito una prima interpretazione sul significato di questo “strano” e apparentemente incomprensibile sintomo di Sonia. Contenuti questi, che hanno gettato le basi per il prosieguo del lavoro terapeutico.
IL RACCONTO DELLA STORIA

«Ci sono tre modi di vedere la Storia:
il mio modo, il tuo modo, e la verità.
E nessuno sta mentendo»


Maurizio Cattelan
Il racconto della propria storia come co-costruzione di significati
e veicolo di cambiamento
È ancora vivo in me il ricordo delle forti e confuse emozioni provate durante il racconto della mia storia familiare. Credo di essermi resa conto di quanto quel passaggio sia stato importante solo a distanza di anni, quando la mia narrazione, sfiorata delicatamente da altri, ha lentamente cambiato forma e, nello svelarmi nessi e significati invisibili fino a quel momento, mi ha portata davanti ad uno specchio che oggi rimanda di me un’immagine molto diversa e in trasformazione.
Brooks [8] scrive che le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle storie che raccontiamo e che ci vengono raccontate. Esse vengono rielaborate nella storia della nostra vita, che raccontiamo a noi stessi in un monologo ininterrotto e spesso inconsapevole. Attraverso il pensiero narrativo l’uomo organizza, elabora e narra la realtà e l’esperienza di sé. Per tale ragione esso costituisce un importante veicolo di cambiamento. Secondo Bruner [9] la narrazione non consiste in una semplice successione di fatti ma è il frutto di un processo trasformativo operato in sinergia da chi narra e da chi ascolta ed è in questa co-costruzione che la narrazione assume un significato. In ambito clinico, il lavoro sulla storia può offrire una guida ad una costruzione di quello che Viaro [10] definisce un “oggetto di conoscenza condivisa” tra paziente e terapeuta. Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive ma lo si ricostruisce insieme a chi ascolta. Scrive Demetrio [11]: «All’autore, pur sempre a qualcuno rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall’esperienza». Ciò non vuol dire che il racconto lo si inventa ma che l’“Io tessitore”, così lo definisce l’Autore, dà vita ad un intreccio tra realtà narrativa e realtà storica, ad un “come se”. È questo, dunque, un modo privilegiato di attribuire significati, di acquisire consapevolezza e coerenza, di dar forma alla propria identità.
La storia di Sonia
Per affrontare il lavoro sulla storia decido di avvalermi di uno strumento, il “diagramma del benessere”, che permette di attribuire un valore differenziato ai vari anni della propria vita. Faccio questa scelta principalmente per due motivi. Il primo mi riguarda personalmente; sento infatti il bisogno di avere una sorta di “mappa” che mi impedisca di perdermi durante “il viaggio” che sto per intraprendere con Sonia. Il secondo motivo è legato al proposito di esplorare un possibile collegamento tra eventi di vita e problema alimentare. Chiedo dunque a Sonia di costruire un sistema di assi cartesiani in cui sull’asse delle ascisse si troveranno gli anni dalla sua nascita fino ad oggi, su quello delle ordinate invece vi saranno i numeri da 0 a 10. Ad ogni anno dovrà attribuire un punteggio col seguente significato: i punteggi da 0 a 4 stanno ad indicare un grado di benessere basso o molto basso, il punteggio 5 indica un benessere medio; infine, i punteggi compresi tra 6 e 10 denotano un grado elevato di benessere. Rispetto al mio secondo intendo, faccio un’aggiunta al compito chiedendole di annotare anche il suo peso per ogni anno.
Sonia accetta di buon grado il compito, dice di trovarlo interessante ed abbastanza divertente e costruisce il diagramma riportato in Figura 1. 

Ad un primo colpo d’occhio, noto che Sonia non ha mai dato il punteggio massimo, fermandosi a 8. Utilizza invece il numero 1 per valutare l’anno in corso, cosa che mi sembra comprensibile dato che è l’anno in cui decide di intraprendere la psicoterapia. Al contempo, leggo in ciò un’ulteriore richiesta d’aiuto che mi viene rivolta. Sembra che del periodo dell’infanzia serbi un bel ricordo, mentre qualcosa deve essere accaduto nella preadolescenza, dato che nel 1995 vi è un picco verso il basso molto evidente. Gli anni dell’adolescenza sembrano portare un lieve miglioramento ma non sostanziale, tanto che il 2002 presenta un nuovo picco verso il basso. I punteggi tornano a salire tra il 2003 ed il 2004 ma la situazione peggiora nuovamente negli anni seguenti fino ad oggi. Per quanto riguarda il peso, si può notare che, dopo il periodo dell’infanzia in cui un peso normale si accompagna ad elevato benessere, vi è un momento in cui, a punteggi bassi di benessere (attribuiti nel periodo compreso tra il 1995 e il 2001) corrisponde un evidente sovrappeso, soprattutto nel triennio 1995-1998. Da quel momento Sonia inizia a perdere progressivamente chili, raggiungendo un peso che può dirsi nella norma, o leggermente al di sopra di essa, oscillando tra 63 kg a 69 kg. In tale periodo non sembra che vi sia un evidente collegamento tra peso e benessere, tranne nella prima fase, in cui ad un primo incremento del “punteggio di benessere” corrisponde l’inizio del dimagrimento. Spiccano due cali di peso nel 2004 e nel 2009; cali che però non trovano un corrispettivo nei “punteggi di benessere” che sono quasi opposti, rispettivamente 7 e 1.




Sonia ricorda un’infanzia molto felice; era una bambina vispa e sveglia ed amava giocare con gli altri bambini. Nelle recite scolastiche aveva quasi sempre il ruolo della protagonista. A casa era considerata “la peste” della famiglia, al contrario di Elena che piangeva sempre. Era Sonia a scegliere i giochi da fare e a dettarne le regole. Forse è per questo che il padre ha sempre protetto e coccolato di più la sorella. Nelle foto, mi racconta, Elena è sempre in braccio al padre mentre lei è da sola oppure con la madre. A dettare le regole in casa era quest’ultima, “la bersagliera”, sempre molto severa con loro. Sonia ricorda che urlava molto quando si arrabbiava; aveva, ed ha ancora, la capacità di farle sentire in colpa quando non approva ciò che fanno. La cosa a cui teneva di più era l’educazione nei confronti delle persone esterne alla famiglia. Il padre invece aveva uno stile più morbido; se dalla mamma arrivavano i rimproveri per gli errori commessi, il papà era colui che le gratificava per i successi ottenuti. Non sapeva imporsi molto ma non è mai andato contro le decisioni della moglie riguardo alla loro educazione. La cosa cui il padre teneva maggiormente (un’eredità ricevuta dal suo stesso padre) era che Elena e Sonia fossero unite in modo da esser più forti nel fronteggiare le difficoltà esterne alla famiglia. Per non farle litigare, comprava loro vestiti e giocattoli uguali. Le ha trasmesso un senso di protezione molto forte nei confronti della sorella maggiore che la portava a consolarla quando piangeva e a difenderla quando gli altri bambini la prendevano in giro. In casa si erano formate due coppie. Da un lato il papà ed Elena, la parte “fragile” della famiglia, e dall’altro la mamma e Sonia, che costituivano il polo “forte”. Tale equilibrio si ruppe nel 1991, anno della nascita di Giorgia. Sonia, infatti, dà un punteggio inferiore a quest’anno. Mi racconta di aver provato un forte senso di solitudine alla nascita della sorella poiché le attenzioni della madre, d’un tratto, le furono sottratte per dirigersi verso Giorgia. Mentre Elena poteva ancora contare sulla vicinanza del padre, lei era rimasta sola. È forse questo il motivo per il quale con Giorgia non è mai andata d’accordo, è come se da sempre si contendessero le attenzioni della madre. D’altra parte, osservo io, è vero anche che Giorgia non ha mai trovato molto spazio nella coppia, ormai collaudata e molto affiatata, formata dalle due sorelle maggiori.

L’impressione molto forte mentre ascolto il racconto dell’infanzia di Sonia, è quella di due genitori molto presenti e dediti alla cura delle figlie, seppur con differenze negli stili educativi. Fin qui sembra confermata l’ipotesi secondo la quale le prime fasi dello sviluppo siano andate molto bene, con cure adeguate da parte di entrambi. Si fa anche strada l’idea che col tempo il papà, portatore degli ideali di unità e di protezione reciproca, sia stato quello che ha avuto maggior difficoltà nel permettere alle figlie di rendersi autonome, mentre la mamma abbia loro trasmesso l’importanza dell’essere irreprensibili in ogni ambito. Inoltre, in me prende forma l’immagine di una famiglia che appartiene ad un tempo passato, di quelle che la Selvini Palazzoli [12] ha descritto come caratterizzate da una forte abnegazione avente lo scopo di creare unione e compattezza, spesso a scapito delle esigenze individuali. In queste famiglie le gioie e le sofferenze dei singoli membri, appartengono a tutti i membri.
Pare che sin da piccola Sonia abbia imparato a mostrare prevalentemente gli aspetti “forti” del suo carattere, un po’ per rassicurare il padre, già troppo preoccupato per Elena, un po’ per aderire all’ideale della madre, il cui giudizio e la cui approvazione sembrano essere per lei molto importanti. Evidente anche la doppia valenza dello stretto legame con Elena; se infatti esso le ha permesso di non sentirsi mai sola, dall’altro è stato probabilmente da ostacolo al suo processo di differenziazione. Parallelamente, ciò ha forse reso difficile il contatto con Giorgia con la quale, peraltro, è sempre stata in competizione per ricevere le attenzioni della madre.

Il periodo che va dal 1995 al 1999 è uno dei più negativi. Quando frequentava la quinta elementare il padre, che lavorava in fabbrica, perse il lavoro e per più di tre anni non riuscì a trovarne un altro. A casa si respirava un clima di tensione misto a malumore. Il padre era sempre triste e pensieroso, la madre era tesa ed arrabbiata; accusava il marito di non essere in grado di trovarsi un nuovo lavoro e di aver scaricato su di lei la responsabilità di tirare avanti la famiglia. Il conflitto tra loro si acuì fino al punto di portare la madre a minacciare più volte la separazione; capitò anche che andasse via di casa per qualche giorno. Anche se è sempre tornata, Sonia ricorda molto bene la paura che i suoi si lasciassero. In quegli anni ingrassarono tutti e all’età di undici anni lei arrivò a pesare 80 kg. Il cibo era diventato una “valvola di sfogo” per la sua tristezza e per la sua rabbia. Si sentiva arrabbiata soprattutto col papà, colpevole di aver rotto un equilibrio ed aver fatto allontanare la madre. A casa si mangiava ad ogni ora e con una voracità atta a placare un’inquietudine di fondo che li teneva tutti sul filo. Ancora oggi, mi dice, ha l’impressione che il padre e Giorgia, che è obesa, utilizzino il cibo allo stesso modo. In quel periodo lei ed Elena furono oggetto di discriminazioni e prese in giro da parte dei coetanei. Sonia piange quando ricorda gli appellativi umilianti con cui si rivolgevano loro: «Eravamo le “sfigate” della scuola, secchione e ciccione! Nessuno ci invitava alle feste di compleanno!». Si chiuse sempre di più nel rapporto con Elena ed Alessia e, per un breve periodo, manifestò anche comportamenti autolesionistici. Ricorda, infatti, che si tagliava le smagliature che aveva sulle gambe con il vetro delle fialette che la madre le portava dalla farmacia allo scopo di migliorare l’elasticità della sua pelle. Ricorda il senso di “schifo” che provava verso il proprio corpo e per questo lo mortificava. Da bambina sicura di sé ed allegra, Sonia diventò una ragazza insicura ed infelice. Ancora oggi, nel ripensare a quegli anni, lei ed Elena parlano del “periodo buio”.

L’adolescenza è il periodo in cui maggiormente il corpo diventa espressione di conflitti interni. Le sue trasformazioni, infatti, comportano «una vera e propria rivoluzione nella percezione e nella coscienza di sé» [4]. Non è dunque casuale che questo sia il periodo in cui per la prima volta Sonia manifesta un problema alimentare. Tanto più che il cibo sembra essere nella sua famiglia un importante veicolo di messaggi complessi ed un potente mezzo di espressione delle emozioni. Negli anni in cui il padre smise di “portare il pane” a casa, fu forte la rabbia avvertita in famiglia. È la stessa Sonia a collegare il mangiare a tale emozione, anch’essa oggetto di condivisione familiare. In letteratura l’atto del mangiare è spesso associato allo strappare, al mordere, al distruggere [4]. Esso è uno dei canali che il bambino utilizza, assieme al pianto, per esprimere la rabbia [13]. Sonia era arrabbiata per la situazione in cui versavano e si sentiva arrabbiata nei confronti del padre, probabilmente anche esprimendo un vissuto della madre di cui era alleata. Ma dalle sue parole emergono anche l’angoscia e la paura scaturite dal conflitto tra madre e padre di cui conserva ancora un vivo ricordo. È la prima volta che Sonia ne parla in modo esplicito ed è evidente quanto ne sia stata coinvolta. Istintivamente mi viene da domandarmi quali siano stati gli strascichi di quella crisi e quanta di quella paura sia rimasta in lei.
Parallelamente, in quel periodo il corpo ha esposto Sonia ad un rilevante fattore di rischio, richiamando l’attenzione negativa ed umiliante dei coetanei. Sonia ha rintracciato nel suo corpo obeso le cause del fallimento nei rapporti sociali spostando parte delle sue sofferenze interiori sulle insicurezze rispetto all’immagine corporea. Quest’ultima è diventata l’espressione di un conflitto interno probabilmente ancora non del tutto risolto, come lei stessa mi ha detto in prima seduta. In tal modo i chili di troppo hanno avuto in quegli anni anche l’effetto immediato del ritiro dai rapporti sociali sia di Sonia sia di Elena, con il conseguente rientro in una casa in cui forse la tensione troppo alta tra i coniugi richiedeva la presenza di “custodi”. È come se, idealmente, tutto quel grasso abbia costituto una sorta di barriera tra Sonia ed il mondo esterno.

Il periodo che va dalla fine del 1999 a tutto il 2003, in cui frequenta le scuole superiori, rappresenta un momento di ripresa. Il padre aveva trovato un nuovo lavoro come tecnico alla Telecom e ciò aveva ripristinato in casa un’atmosfera tutto sommato serena. L’ingresso nella nuova scuola ed i compagni più simpatici costituirono una spinta importante per risollevarsi. Sonia cominciò lentamente a prendersi cura del suo corpo iniziando anche a perdere peso, sebbene non si sentì mai soddisfatta del suo aspetto fisico. Questi furono anche gli anni in cui si intensificò l’amicizia con Alessia, che scelse la sua stessa scuola. Oggi Sonia non usa parole positive per descrivere questo rapporto, a suo dire così “simbiotico” da adombrarla quasi completamente fino a farle “perdere l’identità”. Non esisteva Sonia se non associata alla figura di Alessia la quale, per via del suo carattere estroverso, attirava su di sé tutte le attenzioni. Riconosce che ciò le ha anche portato dei benefici, permettendole non solo di avere sempre appoggio e vicinanza, ma anche di nascondersi nelle situazioni in cui aveva timore di esporsi. È questo anche il periodo della prima storia d’amore. Nel 2000, infatti, conobbe Luca e la loro relazione durò quattro anni. Sonia ne conserva un ricordo positivo, per la prima volta un ragazzo guardò lei e non Alessia e questo la fece sentire più sicura di sé. Il motivo per cui non dà nel diagramma punteggi molto alti è legato prevalentemente all’insoddisfazione rispetto al suo corpo ed al rapporto con i coetanei, che rimaneva a livello superficiale, tanto che oggi sente forte il rimpianto di non essersi fatta conoscere davvero: «Ero molto taciturna e sembravo triste. La presenza di Alessia, inoltre, era troppo ingombrante». Il punteggio basso attribuito al 2002 è spiegato da un litigio con quest’ultima per via di un ragazzo che le interessava e col quale, a sua insaputa, l’amica iniziò una relazione. Ricorda, invece, con molto piacere l’ultimo anno delle superiori, il 2003, soprattutto perché partecipò ad un laboratorio teatrale che le portò notevoli soddisfazioni, aiutandola per la prima volta “a venir fuori”. L’estate della maturità iniziò a lavorare in un chiosco al mare. Non era la sua prima esperienza lavorativa poiché in passato aveva lavorato dapprima nelle serre e poi in un mercato di ortofrutta insieme ad Elena. In quel periodo conobbe Lorenzo e per un po’ ebbe due storie parallele, con una lunga scia di sensi di colpa cui associa la sua prima vera “dieta”. Per qualche mese Sonia mangiò soltanto pomodori e perse circa otto chili. Il primo anno trascorso con Lorenzo fu felice, facevano molte cose insieme e spesso rimaneva a dormire a casa sua a Roma, città in cui entrambi studiavano. Inoltre, si trovava molto bene con gli amici del ragazzo. In questo quadro positivo, però, s’inserì il fallimento negli studi. Sonia, infatti, trovò troppo faticoso viaggiare da casa a Roma e riuscì a dare soltanto un esame, ciò la indusse a fare la rinuncia agli studi. Racconta di essersi sentita molto in colpa nei confronti dei genitori e di aver provato rabbia verso se stessa per aver fallito. L’anno successivo si iscrisse alla facoltà di Biotecnologie di Latina, che frequenta tuttora. Non fu un passaggio semplice: «Per la prima volta mi trovavo da sola, senza nessuno cui appoggiarmi», mi spiega. Alessia, come Lorenzo, aveva scelto di continuare gli studi a Roma. Nella nuova Università trovò un ambiente che definisce chiuso e competitivo nel quale non è mai riuscita ad inserirsi. Il senso di inadeguatezza e di insicurezza tornarono così a farsi sentire più forti. Contemporaneamente il rapporto con Lorenzo cominciava a vacillare, essendo diventato “piatto e monotono”. Così, nell’estate del 2007, accettò il corteggiamento di Daniele e per qualche mese lo frequentò di nascosto finché non scelse di lasciare Lorenzo. Fu un periodo molto triste, le dispiaceva di far soffrire Lorenzo. Inoltre, sua madre, alla quale raccontava tutto, la fece sentire terribilmente in colpa, come se fosse una “poco di buono”. Il 2007 è anche l’anno in cui Elena, che studiava in una cittadina vicina, decise di prendere in affitto una casa e di trasferirsi. Sonia soffrì molto per questa scelta, nonostante la comprendesse, non solo per il “senso di vuoto” che provocò in lei ma anche per i genitori che da allora furono più tristi. Era la prima volta che un membro della famiglia andava a vivere fuori casa. La preoccupazione per i genitori la portò ad essere molto più presente: «Dovevo stare di più in casa ora che Elena non c’era». In un certo senso, fu come se lei e la sorella si fossero date il cambio visto che precedentemente era stata Sonia a passare più tempo fuori. L’anno successivo portò con sé insoddisfazione, per gli studi e per il rapporto con Daniele che non si rafforzava, ma anche paura e preoccupazione per la salute di Elena, come ho già appreso in fase di consulenza. A casa c’era forte tensione, la malattia di Elena canalizzava tutte le attenzioni.
Precedentemente invece era stata Giorgia a far arrabbiare e preoccupare mamma e papà, con il suo atteggiamento scontroso e ribelle. «Ma con la malattia di Elena si è calmata», racconta Sonia. Dopo la guarigione della sorella è sopraggiunto il suo problema alimentare. «Sembra proprio che non si possa star tranquilli a casa nostra!», conclude Sonia con aria rassegnata.

Gli anni successivi al “periodo buio” costituiscono un momento di ripresa per Sonia che ricomincia a “funzionare” abbastanza bene in tutti gli ambiti. A scuola va meglio, inizia a fare i primi lavoretti per sentirsi più autonoma, migliorano i contatti con i coetanei ed ha le prime storie d’amore. Tuttavia, in nessuno di questi ambiti, tranne forse in quello lavorativo, sente di essere pienamente soddisfatta. Le rabbie, le paure e le insicurezze degli anni precedenti sono come un filo elastico che, seppur non le impedisca di protendersi in avanti, non le consente movimenti più ampi. Nonostante senta forte la voglia di andare avanti, è come se temesse che possano esserci pericoli in agguato sia per lei (potrebbe forse essere di nuovo ferita e umiliata?) sia per chi lascia dietro di sé, che probabilmente non può ancora stare da solo. I genitori non sembrano essere ancora pronti a trovare la giusta mediazione tra il bisogno di dipendenza e quello di autonomia sperimentati dalle figlie adolescenti, probabilmente a causa di conflitti irrisolti che generano la «necessità di compensare una coniugalità inespressa […] con una genitorialità che, per questo, diventa irrinunciabile e che ha bisogno della presenza di un figlio […]» [4]. Ciò si traduce da un lato in un vincolo di lealtà («mamma e papà non devono essere lasciati soli, altrimenti siamo delle figlie irriconoscenti»), dall’altro in una sorta di “staffetta” tra le tre figlie in cui il testimone sembra essere la preoccupazione che canalizza le attenzioni di mamma e papà.
Infine, i rapporti più significativi che Sonia intrattiene appaiono come intrisi di un bisogno di protezione. Non ama fare le cose da sola, si sente più sicura quando può contare sul consiglio di chi le vuole bene, che sembra tenere in considerazione più del suo. Ed allora ha una sola vera amica, Alessia, e il rapporto più autentico è quello con la sorella maggiore. Le relazioni sentimentali sono fonte di appagamento e di nutrimento emotivo ma sembrano permeate da un atteggiamento di dipendenza dato che non riesce a vedersi senza un compagno.
La seconda supervisione, giugno 2009
È questo il racconto, scritto a quattro mani, che porto in supervisione. Sebbene senta di aver organizzato abbastanza bene i dati raccolti e di aver in parte confermato e arricchito il quadro di partenza, sperimento una sgradevole sensazione di stallo. «Cosa ci faccio adesso con tutto questo materiale?» – è la domanda che pongo a me stessa in modo esplicito ed implicitamente al supervisore. Credo di essermi ampiamente difesa dall’esperienza del “buio” riportando un racconto fin troppo preciso e dettagliato! Non a caso, suppongo, l’accento del professore non è tanto sui fatti ma sul modo di raccontarli di Sonia (ma credo anche mio!). L’impressione è che tenda ad attribuire agli altri ciò che le accade ed abbia una visione poco introspettiva della sua storia. L’indicazione è quella di aiutarla in un’esplorazione dei vissuti più profondi legati al racconto, tessendone una trama interna che condurrà a lavorare anche sulla contraddizione cui mi riferisco quando avanzo l’ipotesi che Sonia sia in balìa di due forze opposte, una che la infantilizza ed una che va nella direzione dell’autonomia. Il suggerimento è quello di aiutarla a vedere tale contraddizione lavorando sui condizionamenti interni ossia sulle “voci che parlano dentro di lei” in questa fase della sua vita: chi sarebbe contento se andasse in una direzione o in un’altra?
Una visione “dall’interno”
La seduta successiva è dedicata alle riflessioni sul lavoro svolto. Ripensiamo insieme al suo modo di porsi rispetto agli eventi che hanno caratterizzato la sua storia. Sonia mi parla prima di tutto dello smarrimento che ha provato quando, inspiegabilmente, si è vista cambiare da bambina estroversa ed allegra a ragazza insicura e triste. Forse la nascita di Giorgia l’ha messa per la prima volta davanti alla sua fragilità, che si manifesta attraverso il bisogno di avere sempre qualcuno accanto che la sostenga. Pensiamo, ad esempio, al ruolo di “protettrice di Elena” attribuitole dal padre che, nonostante sia stato spesso scomodo, le ha portato il beneficio di averla sempre accanto in un rapporto di sostegno ma anche di dipendenza reciproca. Dipendenza che ha sperimentato anche con Alessia e, in parte, con i fidanzati dato che nelle relazioni sentimentali ha sempre avuto la tendenza a chiedere una dedizione quasi assoluta. Ipotizziamo che non sia casuale che le persone cui si è legata siano tutte molto socievoli ed estroverse. Questo le ha permesso di proteggersi esponendosi poco. Se però da un lato ciò la tranquillizzava nell’immediato, dall’altro la rendeva ancora più insicura. Sente, infatti, di essersi spesso adagiata su tali rapporti e di non aver mai davvero provato a superare le difficoltà; si sentiva sconfitta in partenza e così si ritirava per non andare incontro all’umiliazione del fallimento. I suoi standard troppo elevati («vorrei essere una ragazza modello») sono stati al contempo fonte del senso di inadeguatezza e alibi per non affrontare le situazioni difficili. Pensa di portare ancora dentro di sé le ferite, mai completamente guarite, delle offese subite nel periodo dell’adolescenza. Lei ed Elena decisero di vivere in solitudine questa sofferenza, mamma e papà avevano già troppi problemi. Il padre le avrebbe senza alcun dubbio difese mentre la madre avrebbe con ogni probabilità banalizzato ciò che accadeva. Era concentrata solo sul loro andamento scolastico, il resto era secondario. Non potevano spiegarle che anche loro avrebbero desiderato dei jeans alla moda come i compagni di scuola o l’ultimo CD del cantante più in voga, non avrebbe mai capito. «Il dovere prima del piacere!» - è il suo motto e Sonia crede che glielo abbia inculcato bene. Si sente in colpa tutte le volte che viene meno agli impegni, che antepone il divertimento a “ciò che va fatto” o pensa a se stessa prima che agli altri. Tale discorso vale soprattutto per la famiglia, per la quale è giusto sacrificarsi sempre. Quest’ultimo insegnamento è stato ampiamente condiviso da entrambi i genitori.
Oggi però inizia a sentire la fatica che tutto ciò comporta e a credere che, dopotutto, non ci sia nulla di sbagliato a pensare un po’ a se stessi. Le poche volte che è riuscita a farlo si è sentita bene ma il senso di colpa, sempre in agguato, non le ha permesso di assaporare appieno tali momenti. Mi porta l’esempio delle storie sentimentali. In quei casi ha assecondato il suo volere, lasciando Luca per Lorenzo e quest’ultimo per Daniele. Non si è mai pentita della sua scelta, tuttavia c’era una parte di lei che si sentiva in torto, come se avesse fatto una cosa terribile!

Chi è che parlava dentro di lei quando si è sentita in colpa?
Sonia non esita nel rispondermi, quella è la “voce” di sua madre!

Ci sono altre “voci” che le parlano influenzando le sue scelte ed i suoi comportamenti?
Sonia crede che molta importanza abbiano per lei anche il giudizio del padre e quello delle sorelle.
La invito a riflettere su queste “voci” per poi parlarmene nel prossimo incontro. Le chiedo di trascrivere il frutto di tali riflessioni scegliendo il modo che ritiene più adatto.
LE “VOCI” CHE PARLANO DENTRO SONIA
«Mi servo di mille voci ma poche sono mie,
appartengono a esseri che non conosco,
le ho forse ereditate già da secoli
e giacciono nascoste in fondo al sangue.
Hanno suoni silvani di venti e pascoli,
fischi di uccelli, acque nel denso fogliame,
rumori di frutti che cadono, tuoni erranti,
pioggia sui tetti e galoppi lontani di cavalli.
Viaggiano con me, ma poche sono mie,
o almeno di chi sono in questo istante,
forse di un uomo che sono stato e non ricordo
o di un altro che dovrò essere domani...
Mi servo dei loro toni proteiformi, dei loro echi,
che nel contempo dicono e contraddicono,
senza che io sappia mai come arrivano, e da dove,
né perché mi accompagna il loro coro solitario»


Eugenio Montejo da
Perché il canto perduri
Istinto e Ragione
Boscolo e Bertrando [6] sottolineano l’importanza, nella terapia individuale sistemica, del “presentificare” in seduta terze persone significative appartenenti sia al mondo esterno del paziente sia a quello interno. Quest’ultimo assume la forma di “voci”, “forze” o “idee” interne che agiscono influenzando il paziente. Gli Autori sostengono che, soprattutto nei casi di DCA e nelle forme di nevrosi ossessivo-compulsive, è importante che il terapeuta si allei con il paziente “contro” le voci ritenute responsabili delle sofferenze di quest’ultimo.



Sonia sceglie di svolgere il compito disegnando una tabella con due colonne che rappresentano rispettivamente l’Istinto e la Ragione (Tabella 1). Nella prima colonna dà spazio a quella che sente essere la sua voce, che parla di ciò che istintivamente farebbe, o proverebbe a fare, se non si sentisse limitata dalle voci della Ragione, che invece parlano di obblighi e doveri ai quali deve assolvere per non sentirsi in colpa. Tra queste voci, mi spiega, riconosce nitidamente quelle dei genitori. Il risultato è una sorta di botta e risposta tra Sonia e il suo “giudice interno”.

Questo dialogo interno mette ben in evidenza i condizionamenti che tengono Sonia in una specie di “territorio di mezzo” nel quale sperimenta un senso di immobilità. Ha bisogni e desideri che vorrebbe assecondare ma non può farlo completamente poiché il suo senso del dovere le ricorda continuamente che le priorità sono altre. Se però dà la precedenza a queste ultime, i bisogni si fanno sentire più forti rendendola insoddisfatta al punto tale da non riuscire ad impegnarsi come dovrebbe per ottenere risultati apprezzabili. Ad esempio, quando arriva il periodo estivo vorrebbe trascorrere il pomeriggio al mare ma si sente in colpa perché dovrebbe studiare. Allora decide di portare i libri in spiaggia ma, non riuscendo a concentrarsi, si innervosisce finché non torna a casa doppiamente sconfitta: non è riuscita né a rilassarsi né a studiare. Propongo a Sonia di lavorare insieme al fine di cercare di spezzare questo circolo vizioso nel quale sembra essersi incastrata. Credo che Istinto e Ragione stiano entrambi dicendo cose importanti e degne di essere ascoltate, è possibile trovare una mediazione tra i due per fare in modo che la Ragione possa costituire un confine e non un limite per l’Istinto?

La prima ipotesi che Sonia avanza riguarda lo studio. Probabilmente è inutile passare intere giornate seduta alla scrivania. Potrebbe preparare una specie di programma giornaliero che preveda delle pause sia la mattina che il pomeriggio. Tuttavia, non ha molte idee rispetto a come impiegare le pause, teme che finirebbe per fare le pulizie di casa! «Sono stata abituata ad essere sempre in movimento. Mamma si arrabbia quando ci vede senza far nulla […]. Quando eravamo piccole staccava la presa del televisore perché non voleva che guardassimo i cartoni animati!».

Improvvisamente mi risuona un passo del mio genogramma che un paio d’anni fa ho riscritto in chiave metaforica:
«[…] Se mia mamma avesse posseduto un potere magico, sarebbe stato certamente quello di spostare gli oggetti con la forza del pensiero! Investita da un’energia che proveniva dal passato, era instancabile e irrefrenabile, non conosceva l’ozio!».
Il recupero del proprio modello familiare è un lavoro inalienabile per non incorrere in un processo di con-fusione tra la famiglia interna del terapeuta e la famiglia del paziente [14]. Molti sono gli autori che considerano il coinvolgimento del terapeuta uno strumento essenziale per introdurre il cambiamento. Whitaker [15] ritiene che il coinvolgimento emotivo, le fantasie, le difficoltà del terapeuta costituiscano un elemento basilare per il comune processo di evoluzione. Elkaim [16] sottolinea che lo sforzo del terapeuta deve essere quello di rendere flessibili le proprie emozioni affinché esse siano davvero uno strumento trasformativo mettendo in guardia rispetto alla possibilità di entrare in risonanza con temi importanti per la propria auto definizione.
Nonostante avverta una certa irritazione nei confronti di questa “bersagliera”, inizio a considerare il suo lato fragile. Perché non ci si può fermare? Quale intollerabile vuoto renderebbe tangibile il fermarsi? Credo che Sonia abbia ampiamente dimostrato alla madre di essere in grado di tenere la casa pulita ed in ordine in sua assenza ma, poiché non è più una bambina, adesso è lei che può insegnare a sua madre che si può riuscire ad assolvere ai doveri non rinunciando a momenti di relax. Sostiene che la madre non sopporta di stare senza far niente; forse, più semplicemente, non è abituata a fermarsi per ricaricarsi ed essere ancora più produttiva, “non sa come si fa”. Perciò, sebbene io trovi encomiabile il suo intendo di alleggerirla, penso che sia giusto che nessuna delle due si sovraccarichi.

L’unica soluzione, ipotizza Sonia, è quella di chiedere aiuto alle sorelle. Non sarà facile dato che lei stessa le ha abituate a disinteressarsi della casa. Sa che all’inizio la faranno arrabbiare molto ma pensa di poterci provare.

Credo che abbia avanzato due ottime proposte, suggerisco di fermarci qui e di monitorare nel tempo i risultati.

Boszormenyi-Nagy e Spark [17] parlano di “lealtà invisibili” per indicare un invisibile tessuto di aspettative che lega tutti i membri di una famiglia. L’interiorizzazione delle aspettative, tramandate dalle generazioni precedenti, influenza la struttura psicologica dell’individuo permeando esperienze, pensieri e desideri. Tale interiorizzazione può diventare coercitiva quando il membro, più o meno consapevolmente, sacrifica le proprie esigenze per scopi derivanti dalle priorità di altri. Gli individui, per un debito di riconoscenza, si impegnano a rispettare e riproporre le aspettative ed i valori della famiglia alla quale appartengono. L’inadempimento porta con sé il senso di colpa, funzionale alla conservazione del sistema familiare. Accanto al senso di colpa vi è quello del dovere che deriva dalla devozione: la ricompensa per le premure, le cure e l’amore viene saldata dai figli vivendo all’altezza delle aspettative.
Credo che Sonia si trovi a sperimentare una situazione molto simile a quella appena descritta e che per lei il percorso di differenziazione, che ha come traguardo l’autonomia, possa essere vissuto a livello inconsapevole come antitetico alla lealtà verso la famiglia.
Primi movimenti
Il progressivo riconoscimento della propria “voce” e, conseguentemente, dei propri bisogni, portano Sonia, nei due mesi che precedono l’interruzione estiva, a fare dei piccoli ma importanti passi che vanno nella direzione dell’autonomia. Si reca all’ufficio Erasmus dell’università e reperisce informazioni circa gli esami da sostenere per poter partire. Ne parla con la madre la quale, stupendola, appoggia la sua idea ritenendo che possa essere per lei un’ottima occasione. Non lo dice al padre, anche se sa che lo farà la madre al posto suo, perché teme che non accetterebbe di buon grado un suo allontanamento da casa. Daniele è inizialmente un po’ dubbioso ma la sosterrà se per lei è una cosa importante. Sonia avverte una “sensazione di leggerezza” dopo aver ascoltato sia la madre sia Daniele e trova una forte motivazione allo studio. Riesce ad organizzarsi in modo da fare delle pause durante la giornata e contatta una collega dell’università con cui si incontra due pomeriggi a settimana per studiare in biblioteca. Si presenta per la prima volta da sola ad un esame e lo supera brillantemente, ricevendo i complimenti del professore; in seguito sostiene nuovamente l’esame in cui era stata bocciata mesi addietro, questa volta superandolo. È molto soddisfatta: «Ora penso di dover studiare per me stessa prima che per gli altri!». Ha imparato che è meglio studiare poco tempo ma concentrandosi che passare ore tediose davanti alla stessa pagina di un libro. L’impegno profuso nello studio le ha lasciato meno tempo per i lavori domestici. Le sorelle, come temeva, non le sono state d’aiuto ma è riuscita a non curarsene perché gli esami rappresentavano una priorità. Ha capito che la casa non va a rotoli senza di lei ma le dispiace vedere la madre che si stanca. Con Elena ci sono stati dei litigi da quando ha deciso di non coinvolgerla in tutte le cose che la riguardano. Hanno sempre fatto tutto insieme e questo in passato ha creato molta confusione: «Non si capiva cosa era mio e cosa suo!» – mi dice. Le ha chiesto di tenere maggiormente in ordine la stanza che condividono nel fine settimana e vuole che le chieda il permesso prima di prendere i suoi vestiti. Nota che il padre è molto attento al loro rapporto in questa fase e sa che soffre perché ha paura quando le vede litigare. Con lei però non ne parla; tuttavia pensa che lo abbia fatto notare alla madre che l’altro giorno le ha chiesto: «Ma da dove viene adesso tutto questo odio per Elena?».

Riflettiamo insieme sul fatto che, in questa famiglia così unita, si tema che i litigi possano portare a rotture insanabili. Ciò induce ciascuno di loro ad essere preoccupato per tutti gli altri, ma accade spesso che non si parli al diretto interessato e che le comunicazioni avvengano attraverso terzi. I litigi tra lei ed Elena, ad esempio, passano attraverso la preoccupazione del padre che si confida con la moglie la quale, alla fine, chiede a Sonia cosa stia succedendo. Perché le comunicazioni non possono essere dirette? Come mai c’è questa difficoltà tra Sonia e il padre a parlarsi? E infine, è proprio necessario che comuni litigi tra due sorelle debbano coinvolgere i genitori?

Mi soffermo in questa fase a riflettere su quanto io sia cambiata nel modo di pormi nei confronti di Sonia. Non c’è più traccia della sensazione di trovarmi in una stanza piena di oggetti fragili da non urtare e da sfiorare solo delicatamente. C’è una strada ancora lunga davanti ma è come se entrambe avessimo più chiara la meta e soprattutto avessimo trovato le scarpe giuste da indossare per percorrerla. La consapevolezza che lungo il percorso troveremo ancora delle buche ora spaventa meno.
DI FRONTE AL BIVIO…
«- Alice: “Volevo solo chiederle che strada devo prendere”.
- Stregatto: “Tutto dipende da dove vuoi andare!»

Lewis Carroll da Alice nel paese delle meraviglie
Aria di cambiamento!
Giunta di fronte al bivio dal quale si diramano due strade, Sonia sceglie timidamente di provare a percorrere la direzione che va verso una maggiore autonomia. Dalle vacanze estive torna con diverse novità. Prima tra tutte il nuovo look, che già nei mesi precedenti si era andato sempre più personalizzando. Ora indossa abiti stile vintage dai colori vivaci e ama gli accessori; ha un nuovo taglio ed un nuovo colore di capelli.
Ma la novità più rilevante riguarda il lavoro. Ad ottobre sua madre andrà in pensione ed il titolare della farmacia le ha chiesto di prendere il suo posto nella gestione della contabilità. Mi racconta che la prima domanda che si è posta prima di accettare è stata: «Se dici di sì, mamma c’entra qualcosa?». La risposta è stata negativa, ha accettato solo perché pensa che questo lavoro le piacerà. C’è molta paura perché è un lavoro nuovo che comporta molte responsabilità, inoltre sua madre lo ha svolto in modo lodevole per tanti anni. Per tale ragione, per i primi due mesi l’affiancherà. Altro aspetto importante è costituito dall’indipendenza economica che finalmente sarà totale. Inoltre, si sente legittimata a rallentare gli studi, che costituivano per lei una delle principali fonti di ansia. L’unica nota stonata è la necessaria rinuncia all’esperienza dell’Erasmus.
Così, nei due mesi successivi Sonia prende a lavorare a pieno ritmo e, grazie all’aiuto della madre, gradualmente acquisisce dimestichezza col lavoro ricevendo gli apprezzamenti dei colleghi e del titolare che le dà anche altre mansioni. Nel week end continua a lavorare in pizzeria, per un senso di responsabilità nei confronti del proprietario del ristorante ma anche per aiutare Elena che a dicembre discuterà la tesi di laurea. Tutto ciò l’ha affaticata molto ed inevitabilmente ha comportato uno stop negli studi. Rispetto a ciò si dice preoccupata di non riuscire ad organizzarsi ma non si sente in colpa. Nonostante la fatica, per la prima volta dopo tanto tempo si sente soddisfatta di se stessa. Si è iscritta anche in piscina per tenersi in forma.
L’idea di essere grassa non l’ha abbandonata ed è ancora insoddisfatta del suo peso. Tuttavia, le capita di sperimentare un senso di “rassegnazione” finora sconosciuto. Finché non ha iniziato a lavorare riusciva a bilanciare calorie assunte e attività fisica in modo da arrivare, a fine giornata, ad un “bilancio calorico pari a zero”. Ma ora non ha più tempo, qualche volta sente che il cibo non è più la sua priorità ed ha paura di “mollare la presa”, di perdere il controllo.

Le propongo una chiave di lettura alternativa al tema del controllo. È possibile che il fatto che oggi si senta maggiormente padrona di altri ambiti della sua vita, la porti ad aver meno bisogno di controllare l’alimentazione? D’altronde in passato avevamo ventilato l’idea che il cibo rappresentasse l’unico campo che sentiva di gestire in piena autonomia…

L’alimentazione in questo periodo è oggetto di preoccupazione per altri due motivi. Il primo riguarda il mangiare davanti alle persone. Sonia mi confessa di provare un fortissimo senso di vergogna in tali circostanze. Il suo timore è che gli altri possano pensare che sia un’ingorda. Altre volte ha la sensazione di essere una ladra mentre mangia. Tale situazione è iniziata da quando si è messa con Daniele, infatti è con lui che prova maggiormente imbarazzo nel mangiare. Quando sono insieme a tavola s’inibisce, s’intristisce, si agita. Il secondo motivo riguarda il padre. Sonia non sopporta di vederlo mangiare. Mangia troppo e con una voracità che le ricorda il “periodo buio”. È molto preoccupata per la sua salute, è diabetico, pesa 106 kg. Ha paura che possa succedergli qualcosa di brutto, come è accaduto a suo nonno, obeso a sua volta, che si è sentito male ed è morto durante un pranzo di famiglia quando lei non era ancora nata. Quando lo vede mangiare, la preoccupazione si mescola alla rabbia; inizia a punzecchiarlo e a lanciargli “frecciatine”. Non le piace il rapporto che ha con il padre ed è molto dispiaciuta perché, con i suoi modi docili, è finito per diventare una valvola di sfogo per lei, Giorgia e la madre.
La terza supervisione, ottobre 2009
Decido di portare il caso di Sonia in supervisione per fare un aggiornamento sull’andamento della terapia. Sono stata molto colpita dalle emozioni che Sonia racconta di provare alla vista del padre che mangia. Mi mostro affascinata dalla potenza del cibo come veicolo di comunicazione in questa famiglia, in particolare mi sembra che esso sia attualmente il canale privilegiato di comunicazione tra Sonia e suo padre. L’aspetto che tendo a tralasciare è invece quello su cui si concentra la supervisione del professor Cancrini! Si tratta del rapporto con Daniele. Infatti, l’imbarazzo che Sonia prova nel mangiare davanti a lui propone un tema inerente la relazione di coppia che sarà importante esplorare. È probabile che abbia a che fare con la loro vita sessuale o, in senso più ampio, con l’istintività e la spontaneità nella relazione. L’indicazione è quindi quella di “stare” sul tema della coppia, che Sonia stessa porta in terapia. In un momento in cui sta chiaramente dimostrando un’apertura verso l’esterno, è importante non lasciarsi trascinare indietro con temi che riguardano la famiglia d’origine.
Persi e ritrovati
Ciò che accade dopo la supervisione è l’esempio di un’informazione, per ragioni inconsapevoli sottovalutata, che viene ad assumere un ruolo importante nel lavoro terapeutico dopo essere stata riconosciuta ed opportunamente tradotta.
Nell’incontro successivo Sonia è molto preoccupata per la sua storia con Daniele che le sembra annoiato, freddo e distaccato. Pochi giorni dopo mi telefona in lacrime perché il ragazzo l’ha lasciata. Quando ci incontriamo Sonia piange inconsolabile mentre mi racconta il suo senso di abbandono e di incredulità. Non si rassegna al fatto che la storia sia finita e si colpevolizza perché sente che sia il problema alimentare sia il suo stato d’animo, spesso triste e cupo, abbiano finito per logorare il rapporto. Il ragazzo si è detto anche stufo delle continue tensioni che si è visto costretto ad assorbire le domeniche a pranzo, in cui generalmente era ospite della famiglia di Sonia. Tensioni, mi spiega quest’ultima, che ruotano sempre attorno alla sua alimentazione. Nella settimana successiva fa diversi tentativi, che definisce “umilianti e frustranti”, per cercare di far tornare Daniele sui suoi passi ma tutti si rivelano inutili poiché egli sembra essere convinto della sua decisione.
 
In seduta il clima è inizialmente pesante, Sonia continua a piangere mentre mi parla della sua impotenza e della paura di stare da sola: «Mi sento franare il terreno sotto i piedi…». Istintivamente mi ritrovo in questa fase ad offrirle uno spazio in cui accogliere il profondo senso d’abbandono e l’angoscia che ne consegue. Successivamente inizio a considerare quanto accaduto come un’occasione per esplorare maggiormente gli stili di dipendenza e cominciare a sperimentare delle alternative. Per usare un’espressione della Benjamin [6], l’obiettivo è quello di «cambiare il forte desiderio di essere dipendente e rafforzare quello di diventare competente». Ripenso alla descrizione che Sonia dà di se stessa, come di una ragazza triste e cupa. Mi sembra che negli ultimi mesi tale descrizione si sia ampiamente modificata. Gli stessi familiari, da ciò che mi racconta, nell’esprimere il loro risentimento nei confronti di Daniele, sottolineano che l’abbia “abbandonata” proprio quando stava meglio. Le due cose possono effettivamente essere collegate? Iniziamo così a valutare l’idea che il suo cambiamento dell’ultimo periodo possa aver destabilizzato un equilibrio. Sonia ha iniziato a far sentire di più la sua voce, a portare delle richieste facendo notare le cose che nel rapporto non le andavano bene ed è stata maggiormente assertiva. Forse questo suo cambiamento ha rotto un equilibrio? Se fosse vera questa ipotesi, Sonia si troverebbe davanti ad un bivio. Può scegliere di tornare ad assumere un atteggiamento sottomesso e, probabilmente, ottenere come beneficio quello di riavere Daniele, ma con lo svantaggio di perdere i risultati finora ottenuti. D’altro canto può decidere di proseguire nel suo cammino di affermazione di sé correndo il rischio che il ragazzo non torni indietro ma continuando ad investire nel suo processo di crescita.

Sonia si dice intenzionata a continuare a percorrere la seconda strada, non desidera tornare indietro, anche se il pensiero di essere sola la spaventa molto. Con molta fatica, decide di non cercare più Daniele per due motivi. In primo luogo, se fosse vero che la nuova Sonia non gli piace più, non è disposta a fargli concessioni. In secondo luogo, se, come crede, la ama ancora, è giusto che questa volta glielo dimostri essendo lui a cercarla. Lavoriamo perciò su quali siano le fonti di sostegno sulle quali investire in questo momento. Sonia le riconosce principalmente nel lavoro e nel rapporto con Elena ed Alessia e decide di puntare su di essi. Non si sente invece sostenuta dai genitori che, con il loro continuo screditare Daniele, la buttano ancora più giù. Probabilmente, riconoscerà in seguito, è lei stessa a rapportarsi con loro da persona sofferente e bisognosa inducendoli a trattarla come una bambina che ha bisogno di essere consolata.
In questo ondeggiare tra emozioni diverse e spesso contrastanti, Sonia sperimenta un comprensibile senso di confusione: «Ho mille dubbi, non trovo pace, mi sento una trottola!». E ancora: «Sento che è il momento di mettermi in gioco ma ho paura di sbagliare i passi…».

La sua confusione procede di pari passo con la mia impressione di vedere le cose più chiaramente e con cauto ottimismo. Infatti non reagisco, come sarebbe accaduto in passato, preoccupandomi ed offrendole protezione, bensì con una tranquillità che mi permette di riconoscere e rinforzare un miglioramento così da restituirle un’immagine di competenza. Credo che ciò abbia reso più sicuro e meno spaventoso per lei l’avventurarsi gradatamente verso l’esterno iniziando così a “sfidare” anche gli stili evitanti.

Nelle settimane successive accetta gli inviti ad uscire che la sorella maggiore ed Alessia le rivolgono. Va a qualche festa ed in una di queste flirta con un ragazzo. Riprende i contatti con una ragazza conosciuta ai tempi del laboratorio teatrale ed esce con lei in più di un’occasione. Organizza un viaggio ad Amsterdam insieme alle sorelle e ad alcune amiche di Elena. Si dedica molto al lavoro e rispolvera una vecchia passione, quella per gli studi di Farmacia, che aveva accantonato. Inizia così a pensare ad un cambio di corso di laurea. Nel raccontarmi le novità, oscilla tra la soddisfazione per gli evidenti progressi e la sensazione che nulla sia mai abbastanza per farla star bene senza Daniele.

Da parte mia, decido di rinforzare la prima, legata a quelle che lei stessa definisce le sue “due risorse principali”, l’orgoglio e la forza di volontà. Ciò che è accaduto con Daniele, seppur le abbia causato molta sofferenza, ha rappresentato per Sonia un’importante opportunità che ha facilitato il riconoscimento dei suoi stili relazionali e, conseguentemente, le ha fornito l’occasione per acquisire nuovi apprendimenti.

Dopo circa un mese dall’ultima volta che l’ha visto, Daniele la ricontatta per chiederle di tornare insieme dicendole che la ama e che gli manca. Sonia reagisce con un logico senso di rivincita e con una gioia mescolata ad una naturale titubanza che si traduce in un atteggiamento molto cauto. Decide di riprovarci ma porta con sé un bagaglio di nuove acquisizioni sul quale gli chiede di gettare le basi di un rapporto rinnovato. Si sente più forte, ha capito che può riuscire a star da sola, si è sperimentata con successo in nuove relazioni sentendosi molto più spontanea che in passato. Ha imparato a pensare maggiormente a se stessa e non è più disposta a fare rinunce che in passato l’hanno limitata o, peggio, annullata. «Ho sempre in mente che avevo toccato il fondo e sono risalita con le mie forze!», è la frase che mi ripeterà in più di un’occasione.
Con queste premesse Sonia e Daniele cominciano a frequentarsi di nuovo. Lei sceglie inizialmente di non coinvolgere la famiglia, per impedire di essere ostacolata da quella che a suo parere sperimenterebbe come un’ingerenza. Gradualmente riesce a riacquistare fiducia in Daniele che, dal canto suo, si mostra più presente e premuroso. Riescono a trovare un dialogo più sincero ed aperto nel quale trova spazio anche il problema alimentare di Sonia, che a lungo era stato un tabù. Ciò le permette di essere più spontanea e sentirsi meno inibita anche nel trovarsi a tavola con lui. Poco più d’un mese dopo chiederò di incontrare Daniele che mi confermerà il trend positivo del loro rapporto, più solido e più maturo. L’assenza di Sonia in quelle settimane gli ha fatto capire quanto lei fosse importante e la paura d’averla persa lo ha messo di fronte ad una fragilità che non pensava di avere. Vede Sonia più sicura e maggiormente propositiva e ciò ha effetti positivi anche su di lui che si sente più spontaneo nel rapporto e con una voglia di condivisione del tutto nuova.
Come un sasso nello stagno…
Al successo nel lavoro ed alla ritrovata serenità della relazione di coppia segue un periodo di tensioni in ambito familiare. Il cammino verso l’“esterno” della casa provoca agitazione al suo interno. Infatti, mentre le cose al lavoro e con Daniele vanno sempre meglio, Sonia inizia ad avvertire un senso di soffocamento in casa e lamenta la mancanza di spazi che siano solo suoi. Trascorre perciò molte ore fuori e non torna più nella pausa pranzo con conseguente allarme dei genitori, in particolare della madre, rispetto all’alimentazione. Con lei il rapporto è molto teso, litigano spesso perché Sonia si sente continuamente controllata. Il cibo continua ad essere la miccia più efficace nel far accendere gli animi ma le liti ora riguardano anche altre questioni. Sonia, infatti, fa qualche goffo tentativo per instaurare col padre un rapporto più autentico e profondo («Vorrei sapere come sta e vorrei spiegargli come sto io…»). Tali tentativi falliscono perché, essendo ormai abituata ad attaccarlo, non riesce ad usare una modalità diversa; nel contempo, come spesso avviene nelle famiglie caratterizzate da elevati livelli di invischiamento e di iperprotettività [2], essi avvengono sempre alla presenza della madre e delle sorelle che, vedendo come si rivolge al padre, intervengono in difesa di quest’ultimo dando vita ad interminabili discussioni.
In questa situazione, Sonia inizia a consultare, con poca convinzione, alcuni giornali che pubblicano annunci di case in affitto. Tuttavia, non va fino in fondo perché sente che, se andasse via, darebbe un dispiacere enorme ai genitori e ad Elena, la quale «si sentirebbe in obbligo di tornare». Mi spiega anche che suo padre ha costruito due case identiche dietro la loro, una sarà sua e l’altra di Elena. «Sono perfettamente uguali, come i giocattoli che ci comprava da piccole!», mi dice con amara ironia. Mai come in questo periodo Sonia pensa di non voler andare ad abitare in quella casa, la vive come una minaccia alla sua libertà. Le sembrerebbe di non andare mai via dalla casa dei genitori, il solo pensiero di avere la sorella a fianco ed i genitori davanti le toglie il respiro! Ha dovuto discutere a lungo col padre perché seguisse le sue indicazioni per i lavori all’interno: «Se fosse stato per lui, le due case sarebbero state identiche anche dentro!», mi dice, e ancora: «Non concepiscono l’idea del delimitare gli spazi, vogliono l’unione a tutti i costi!». L’ansia, intervallata al senso di colpa, che tale situazione le provoca, si fa sentire particolarmente forte in questo periodo.
Ma c’è un altro motivo che la frena dall’andare via ed è costituito dalle numerose liti tra i genitori da quando la madre è andata in pensione. È molto preoccupata per loro, ha paura che si lascino anche se in fondo sa che ciò non accadrà, lo hanno minacciato più volte ma non lo hanno mai fatto. È un timore irrazionale, mi spiega, che probabilmente risale al “periodo buio” dell’adolescenza, quando il conflitto tra i suoi fu molto acceso.
La quarta supervisione, dicembre 2009
Bowen [18] sostiene che gli individui che cercano di affermare la propria individualità all’interno di famiglie “indistinte” sperimentano una “potente onda emotiva” dei membri della famiglia sentendosi rifiutati ed accusati di egoismo. Il desiderio di allontanarsi velocemente che ne consegue, tuttavia, anziché rendere realmente autonomi, tiene psicologicamente bloccati in un groviglio di bisogni emotivi non soddisfatti.
È con la stessa dose d’ansia che Sonia porta in seduta, e probabilmente con la stessa velocità nel parlare, che porto di nuovo il caso in supervisione. Penso che Sonia sia sulla strada giusta rispetto agli obiettivi terapeutici, ha indubbiamente fatto notevoli passi in avanti nella direzione dell’individuazione e dell’autonomia. È qui che rintraccio la chiave di lettura per le tensioni familiari di cui mi parla. Penso siano la logica conseguenza della “lotta” contro quella che ormai inizia a sentire come un’intrusione che la ostacola. Allo stesso tempo, interpreto le risposte altrettanto tese da parte della famiglia come mosse atte a contrastare un cambiamento vissuto come pericoloso a favore del mantenimento dell’omeostasi del sistema. Sono chiaramente concentrata su un’unica direzione, la spinta verso l’esterno. Faccio mio il desiderio di Sonia di “scappare” in fretta ragionando più da figlia che da terapeuta!
L’ansia di Sonia però in questo momento va contenuta e non assecondata ridimensionando le sue paure che un giorno non molto lontano potrebbero non essere più così grandi. Ad esempio, in passato ha pensato che non avrebbe più mangiato in compagnia di Daniele e dei suoi genitori tanta era l’ansia che l’assaliva, oggi invece lo fa con naturalezza. Allo stesso modo, è pensabile che tra qualche tempo potrà parlare col padre in modo chiaro e con tranquillità della casa che le sta costruendo oppure, ancora, è possibile che non vivrà in modo così negativo l’idea di andarvi ad abitare.
È troppo presto per pensare di andar via: «Uscire di casa è un passo molto importante, lo si fa una volta nella vita ed è importante farlo bene, preparandolo al meglio», commenta il professore consigliandomi di leggere il testo di Canevaro [19] dal titolo Quando volano i cormorani.
SISTEMARE IL NIDO PRIMA DI SPICCARE IL VOLO
“Reculer pour mieux sauter”
Leggere aiuta a descrivere ciò che non aveva ancora una forma ben definita nella mente, a trovare le parole giuste per esprimere qualcosa a cui fino a quel momento non si era riusciti a dar voce. Questa è la principale conseguenza che per me ha avuto la lettura del testo di Canevaro, sia nel lavoro con Sonia sia in quello con altri giovani adulti che conducevo parallelamente.
Secondo Canevaro:

«L’essere umano adulto si dibatte perennemente in un asse che oscilla tra due grandi bisogni: il bisogno di appartenenza a un sistema familiare che ci ha dato la vita e il nome e con cui abbiamo accumulato migliaia e migliaia di interazioni, e il bisogno di differenziazione, spinta spontanea che ci porta ad esplorare il mondo e disegnare un progetto esistenziale autonomo».

A suo parere vi è un mito che permea spesso l’azione degli psicoterapeuti e che è una delle possibili cause di molti fallimenti terapeutici. Esso consiste nel credere che, per il solo fatto di essere anagraficamente un adulto, il giovane debba destreggiarsi da solo nella delicata fase dello svincolo, senza l’aiuto della famiglia d’origine. Anzi, essendo questa spesso considerata un ostacolo, il terapeuta intraprende con essa una sorta di “braccio di ferro” dal quale la maggior parte delle volte esce perdente. Ognuno di noi avrà bisogno di essere in relazione con la propria famiglia d’origine in ogni fase della sua vita, ed essa con noi, continua l’Autore. Diventa quindi fondamentale che eventuali nodi irrisolti vengano sciolti affinché si possa davvero perseguire un progetto di autonomia. Reculer pour mieux sauter” (“indietreggiare per saltare meglio”) è dunque la strategia maggiormente efficace per raggiungere tale obiettivo. Nel testo egli cita, come già aveva fatto lo psicosomatologo Rof Carballo [20], le ricerche dello zoologo Kortland [21] sui cormorani. Questi uccelli, prima di spiccare il volo ed abbandonare il nido, regrediscono a comportamenti tipici di una fase dello sviluppo precedente. Kortland parla di “reprogressione” per indicare il processo in cui una regressione costituisce la condizione necessaria per una soddisfacente progressione. Canevaro fa riferimento anche a Balint [22] il quale sostiene l’importanza di accompagnare la regressione di un paziente al fine di promuovere un nuovo inizio che è insieme ritornare a qualcosa di primitivo, che non è andato come avrebbe dovuto, e scoprire una modalità nuova e più adeguata per progredire. Per tali ragioni, nel percorso psicoterapeutico individuale egli coinvolge il partner e i familiari significativi con l’intento di promuovere un incontro emozionale che permetta ai pazienti di ripartire spontaneamente e con più forza nella progettazione di un percorso di crescita (“ritornare per fare le valigie e ripartire di nuovo”).
La metafora dei cormorani sarà la mia bussola in questa fase del lavoro con Sonia, a quasi un anno dall’inizio. Perciò le descrivo il comportamento di questi uccelli acquatici e le propongo di lavorare insieme allo scopo di iniziare a capire come poter “sistemare il nido” per prepararsi a spiccare il volo serenamente e al momento giusto. È un lavoro che ha come obiettivo quello di pensare e sperimentare nuove modalità di relazione all’interno della famiglia. Non ho in mente di convocare direttamente i genitori per ora, penso invece di “supervisionare” i tentativi di cambiamento che metterà in atto mentre immagina “un altrove”.
Il rapporto con la madre: tra preoccupazione, rabbia, protezione e bisogno
di ricevere accudimento
Sempre più, in seduta, Sonia porta la rabbia e l’insofferenza che caratterizzano il rapporto con la madre. Le liti tra loro riguardano quasi esclusivamente l’alimentazione di Sonia che si sente controllata, spiata e non sostenuta nei miglioramenti, seppur piccoli, che è riuscita a fare. È convinta che il problema stia nel fatto che, ora che passa molto tempo fuori casa, la madre senta di aver perso il controllo della situazione e sia entrata in ansia.

Questa ipotesi mi sembra plausibile, dato che la sua gestione del cibo è migliore in questo periodo. Inoltre, è certamente più serena e si muove in modo più autonomo e sicuro anche negli altri ambiti della sua vita. Tuttavia, credo che la preoccupazione di sua madre, sebbene per certi aspetti ingiustificata, sia in parte comprensibile. Cosa fa lei per tranquillizzarla?

In realtà, ammette Sonia, non fa molto per rassicurare la madre; anzi, la pressione che sente addosso la spinge a chiudersi ed a nascondersi ancora di più, come se volesse farle un dispetto sottraendosi al suo sguardo. Questo comportamento però acuisce la preoccupazione di sua madre che diventa ancora più pressante. Sonia riconosce di avere un ruolo nell’alimentare questo circolo vizioso e perciò si sente in colpa. Mi spiega anche che la madre nell’ultimo periodo ha delle crisi d’ansia, è giù di morale e passa molto tempo a dormire. Rispetto ai motivi, crede che si senta in colpa per averla incoraggiata a prendere il suo posto al lavoro poiché ciò ha rallentato i suoi studi; una seconda fonte di preoccupazione può risiedere nel fatto che vede lei molto stanca; c’è poi il suo problema con il cibo, che è migliorato ma non scomparso, al quale si associa una maggiore attività fisica nell’ultimo periodo. Sonia, infatti, oltre a frequentare una palestra, si è iscritta in piscina ma specifica che quest’ultima attività non ha a che vedere col peso, il nuoto la fa sentire meglio fisicamente ed inoltre è un modo per conoscere gente. Tutto ciò, ammette, non lo ha detto a sua madre e può essere comprensibile che quest’ultima sia allarmata.
Due sono gli aspetti, tra loro collegati, che mi colpiscono di queste affermazioni. Il primo riguarda il fatto che, se da un lato mi racconta dell’irritazione che le provoca il sentirsi controllata, dall’altro ciò sembra portarle come beneficio quello di sentirsi rinfrancata dallo sguardo sempre vigile ed attento della madre. È probabile che anche per questo motivo non faccia molto per rassicurarla?
Col tempo Sonia riconosce che a volte è capitato che sua madre non le abbia chiesto se avesse mangiato o meno e che lei si sia stizzita pensando che si fosse disinteressata: «Sono un po’ ambigua, sto un po’ dentro e un po’ fuori, sono un po’ piccola e un po’ grande», mi dice un giorno tra lo stupore e l’imbarazzo.

Il secondo aspetto che sottolineo riguarda il possibile beneficio che tale situazione può portare a sua madre. A giudicare dall’elenco che ha fatto delle probabili fonti di preoccupazione per la madre, sembra che la principale, se non l’unica, sia lei. Mi domando se non stia facendo in modo di “attivare” sua madre in un periodo delicato della sua vita, quasi a volerla far sentire meno triste e meno “vuota”. E, ancora, se le stia offrendo fonti di preoccupazione che coprano altri possibili problemi che forse secondo Sonia sono più difficili da affrontare.

Sonia mi dice che è molto preoccupata per la madre ora che è andata in pensione. Ha paura che si senta inutile e che si annoi, d’altra parte ha passato quasi metà della sua vita nella farmacia. Vorrebbe trovare un modo per aiutarla ma non è facile. Probabilmente le preoccupazioni che le dà in parte le riempiono la vita ma allo stesso tempo non la fanno stare bene.
Così iniziamo a ragionare su quale tipo di aiuto possa offrire a sua madre che non passi necessariamente attraverso le ansie e le preoccupazioni e, contemporaneamente, su quale possa essere un modo per continuare ad avere il suo appoggio e la sua attenzione in modo più maturo e proficuo. Sonia pensa di poter cominciare con il chiederle aiuto sul lavoro. Finora non lo ha fatto per non sovraccaricarla ma, a ben pensarci, questo potrebbe rendere più soft la sua uscita dalla farmacia e, nel contempo, permettere a lei di dedicarsi maggiormente allo studio che, a quanto pare, è fonte di ansia e sensi di colpa per entrambe. In secondo luogo, si impegnerà a rassicurarla rispetto alla gestione del cibo, parlandole dei suoi progressi. Solo con queste premesse, concordiamo, potrà poi chiederle serenamente di lasciare a lei il controllo di questo aspetto. Pensa che l’intimità e la complicità che hanno da sempre caratterizzato il loro rapporto non siano perse, esse vanno solo “rispolverate”; ciò potrà consentire un nuovo incontro in cui potranno darsi ascolto e sostegno reciproco.
Nelle sedute successive Sonia mi racconta di un rapporto con la madre che va via via distendendosi. Le parla del suo timore di non essere all’altezza di sostituirla al lavoro in modo adeguato ed anche della preoccupazione riguardo ai suoi studi. Le spiega di non averle chiesto aiuto sia per non appesantirla sia perché riteneva corretto assumersi le responsabilità che la sua scelta di lavorare comportava. La madre, che aveva compreso l’ansia causatale dallo studio, le offre volentieri il suo aiuto nel lavoro. L’accordo, che rasserena notevolmente Sonia, è che la sostituirà mezza giornata in prossimità degli esami. Sonia fa anche dei tentativi per rassicurarla rispetto alla sua alimentazione, dicendole che il suo rapporto con il cibo va migliorando nonostante i pensieri sul peso persistano. Le chiede maggiore fiducia e la possibilità di gestirsi autonomamente. Nei fatti, però, spesso assume ancora comportamenti, come quello di mangiare da sola quando è a casa, che continuano ad attivare la madre preoccupandola. Nonostante ciò, quest’ultima inizia a fare degli sforzi per tenersi fuori anche a seguito della richiesta d’aiuto che ad un certo punto Sonia rivolge al padre il quale, sebbene altrettanto preoccupato, riesce meglio della moglie a non intervenire.
Il sintomo come mezzo per deviare il conflitto
Contemporaneamente iniziamo a dare spazio anche al principale motivo di apprensione per Sonia e cioè quell’“incontro tra sconosciuti” [23] che genera conflitti. Ora che la madre è tornata a casa, infatti, i suoi litigano molto di più e le paure adolescenziali, legate ad una possibile rottura tra i due, tornano a farsi sentire più forti. Sonia pensa che la madre, già in crisi per il pensionamento, avrebbe bisogno di maggiori premure da parte del marito ma quest’ultimo non è in grado di rispondere adeguatamente a tale esigenza, un po’ perché poco abituato e un po’ per l’atteggiamento spesso scontroso di Rosa che intimorisce, mette distanze e finisce per far fallire qualsiasi suo tentativo di avvicinamento. Nonostante ciò, Sonia sente di essersi schierata il più delle volte dalla parte della madre, infatti spesso lo punzecchia e lo tratta male come se parlasse al posto suo. È arrabbiata perché, a suo dire, il padre non riesce ancora a capire quali siano le cose che fanno maggiormente irritare la moglie e commette sempre gli stessi errori: «Spesso mi tocca intervenire per riparare ai suoi errori prima che mamma se ne accorga! Ad esempio, pulisco ciò che sporca e poi dico a mamma che a mettere in ordine è stato lui».

All’interno di questa dinamica, il ruolo del sintomo alimentare è notevole ed evidente. Seppur semplificato, il “copione” sembra essere quasi sempre lo stesso: Sonia alla sera torna dal lavoro, avverte un’aria tesa nel silenzio che riempie la casa, apre il frigo, sente su di sé lo sguardo vigile della madre che in seguito le chiede cosa abbia mangiato a pranzo, così iniziano a litigare finché lei si rifugia in camera da letto e la madre si rabbuia. Il padre prende le difese della moglie e va a parlare (usando toni più o meno pacati) con Sonia chiedendole di sforzarsi di mangiare “per far stare tranquilla mamma”.

Sonia reagisce dapprima con meraviglia a questa mia analisi poi, gradualmente, inizia a riconoscere in modo sempre più nitido tale dinamica ogniqualvolta essa si ripete. Un giorno in seduta mi dirà: «È come se li unissi io offrendo loro una preoccupazione comune. Comunicano attraverso di me». Questa nuova consapevolezza prepara il terreno per iniziare ad esplorare le possibili motivazioni di Sonia, accanto a quelle dei genitori che sembra riconoscere più facilmente. Infatti, inizialmente sviluppa la teoria che sua madre e suo padre non abbiano abbastanza coraggio per affrontare direttamente le loro difficoltà coniugali e, di conseguenza, sia più comodo per loro allearsi “contro di lei”. Quali sono, invece, i motivi che spingono lei a prestarsi a questo “gioco”?
A poco a poco Sonia prende coscienza del suo intento di evitare che i genitori litighino e del fatto che sia lei stessa spesso, col suo comportamento, a farli allarmare, anche in modo ingiustificato, rispetto alla sua alimentazione. Così facendo però, diremo successivamente, ostacola e a volte impedisce il dialogo tra loro e cioè la possibilità di un chiarimento rispetto a vecchi dissapori e a nodi mai sciolti. Il suo tentativo, sebbene generoso, produce solo in parte l’effetto desiderato poiché, in fondo, le questioni non risolte rimangono tali ed inoltre può rendere difficile per i genitori l’esplorazione delle proprie risorse di coppia, indispensabili per la creazione di un nuovo equilibrio soprattutto in questa fase importante della loro vita.
Tale acquisizione di consapevolezza è la premessa di un cambiamento importante. Sonia, infatti, inizia progressivamente a fare tentativi per tirarsi fuori dalle dinamiche coniugali riguardanti i genitori ed a testare nuove strategie, che siano più mature ed efficaci, per aiutarli. A metà febbraio, in occasione del compleanno della madre, vi è una brutta litigata tra quest’ultima ed il marito che preferisce accompagnare Elena ad una partita di calcio anziché festeggiare. Rosa va via di casa ed è Sonia ad andare a cercarla. Trovatala, le offre il pranzo dandole la possibilità di dar sfogo alla sua delusione per quanto accaduto. Mi racconta di essersi sentita “più grande” in tale circostanza. Infatti, anziché limitarsi ad essere, scomodamente, il contenitore delle lamentele della madre, le consiglia di cercare un dialogo con Vittorio invece di scappare o, come di solito accade, chiudersi nel silenzio; aggiunge che tali modalità non solo non sono in grado di risolvere i problemi ma rischiano anche di generare fraintendimenti. È questa una strategia che utilizzerà più volte nel corso dei mesi, ottenendo dei risultati soddisfacenti. Mi racconterà, infatti, che in più di un’occasione i genitori sono riusciti a parlare in modo disteso senza che fosse necessaria la sua presenza. In un’altra circostanza, mi parlerà di una lite nata, come di consueto, durante il pranzo della domenica alla presenza delle figlie. In tale occasione Sonia ed Elena si sono coalizzate invitando i genitori a discutere dei loro problemi durante la settimana, quando loro tre non erano in casa.
Grazie alla prospettiva più esterna dalla quale guarda i tentativi messi in atto dai genitori, il quadro diventa ai suoi occhi sempre più nitido e meno minaccioso e in diverse occasioni mi racconterà gli episodi col sorriso ed una buona dose di ironia. Nel corso di una seduta Sonia affermerà: «Ho capito che non mi devo intromettere nelle questioni che riguardano gli altri e che devo cercare di stare al mio posto, soprattutto quando si tratta di mamma e papà... E sono diventata proprio brava!».
L’ARMADIO E LA SIEPE
«In realtà temiamo il domani
solo perché non sappiamo costruire il presente,
e quando non sappiamo costruire il presente
ci illudiamo che saremo in grado di farlo domani,
e rimaniamo fregati perché domani
 finisce sempre per diventare oggi…
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente
con veri progetti di vita»

Muriel Barbery da L’eleganza del riccio
“Tre passi avanti e mezzo indietro!”
Siamo ad un anno dall’inizio della terapia quando Sonia mi racconta, trionfante, di aver finalmente fatto ordine nell’armadio che divide con Elena. Si è ricavata uno spazio soltanto per sé in cui ha sistemato tutti i suoi vestiti, dato che fino a questo momento ogni cosa sembrava essere di entrambe ed il disordine di Elena finiva per diventare anche il suo. L’armadio, ragioniamo, è la metafora di se stessa: «È come se l’armadio fossi io. Ho messo un confine… Ho preso possesso di uno spazio solo mio. Non voglio che Elena metta disordine nel mio ordine ed io non metterò più ordine nel suo disordine!».
Questo episodio riassume, nella sua apparente semplicità, un momento molto importante del percorso di Sonia. Il fare ordine, il mettere confini, la gestione degli spazi personali, saranno il fil rouge che legherà i suoi passi successivi.
Nella stessa seduta mi dice che ha preso la decisione di fare il passaggio al corso di laurea in Farmacia e di essersi già recata all’università per chiedere informazioni. Pare che la strada più semplice sia quella di trasferirsi in un’università fuori regione che fa anche didattica online. Dovrà però sostenere due esami entro settembre per poter ottenere il passaggio. Se da un lato ciò la rende agitata, dall’altro crede che sia la motivazione che le occorreva in questo momento.
Mi parla anche di una sua maggiore serenità rispetto al rapporto tra i genitori, dal quale sente di aver trovato un certo distacco. Stanno facendo dei timidi tentativi per ritrovare degli spazi di coppia che lei osserva dall’esterno sforzandosi di non intervenire quando uno dei due, o entrambi, la chiamano in causa se le cose non funzionano; li rinforza, invece, se le cose vanno bene.
In questo quadro positivo, però, c’è una nota dolente. Qualche giorno fa si è pesata ed ha preso due chili. Ciò, mi dice, l’ha buttata nello sconforto. Oltre a colpevolizzarsi e a buttarsi giù, ha eliminato di nuovo i dolci.

Ho l’impressione che a volte Sonia si auto-boicotti, come se avesse un po’ paura di star bene sia perché si tratta di una condizione nuova, sia perché non ne conosce bene gli effetti sull’equilibrio generale: «E quindi oggi mi parli di tre passi in avanti ed uno indietro…», le dico.

Sonia non rifiuta questa ipotesi ma puntualizza che alle reazioni che ha avuto nel pesarsi ne va aggiunta un’altra, fino a poco fa inimmaginabile. Allo sconforto ed al senso di colpa ha reagito prendendosi cura del suo corpo. Infatti, ha preso appuntamento dall’estetista e dal parrucchiere ed ha cominciato a dedicarsi di più al make up.
- Sonia: «In passato mi sarei buttata ancora più giù, come se non ci fosse soluzione a quei due chili in più. Questa volta, invece, mi sono imposta di reagire e fare in modo di piacermi lo stesso!».
- Io: «Quindi non si tratta esattamente di un passo indietro…».
- Sonia: «Facciamo “mezzo passo”. Tre passi avanti e mezzo indietro!».
“Un passaggio naturale”
Un paio di settimane dopo, Sonia chiede alla sorella maggiore il numero di una nutrizionista di cui le aveva parlato da tempo ma che non aveva mai voluto contattare: «Non so come spiegarlo, ma ho sentito che ero pronta», afferma. «È stato un passaggio naturale». Una parte di lei, mi dice, lo ha fatto perché riconosce che sua madre e sua sorella hanno ragione nel ritenere che la sua alimentazione sia sregolata; l’altra parte però ha pensato alla possibilità di poter perdere chili. Sonia contatta la nutrizionista, con la ferma intenzione di affidarsi a lei, spiegandole anche con estrema sincerità la sua situazione. Gradualmente inizia a reintegrare vari alimenti, come i carboidrati, che non mangiava da mesi, e la carne. Riesce anche a non saltare più i pasti e ad associare determinati cibi all’attività fisica, sempre sulla base delle indicazioni della nutrizionista. Tutto ciò produce benefici sul suo stato di salute; più volte mi dirà di sentirsi maggiormente in forze e che lo stato di astenia, in cui spesso le capitava di trovarsi in passato, è ormai molto raro. Se da un lato è davvero fiera e soddisfatta, dall’altro si sente in colpa per aver trascurato la sua salute così tanto a lungo. Le analisi del sangue, infatti, avranno per qualche mese alcuni valori sballati, fino a stabilizzarsi definitivamente attorno al mese di maggio. Il pensiero dei chili permane; tuttavia, mentre prima si pesava anche più di dieci volte al giorno, ora si sforza di aspettare gli incontri quindicinali con la nutrizionista per controllare il peso perché non vuole rientrare in un ben noto circolo vizioso. Inizia a mangiare in pubblico con crescente naturalezza; a pranzo si reca spesso in una tavola calda che si trova nei pressi del luogo di lavoro oppure nella mensa universitaria. «È come se mi sentissi autorizzata dal fatto che me lo ha detto la dottoressa», dirà dapprima. «Mi sento in dovere di mangiare perché devo stare bene», affermerà successivamente. Il senso di vergogna che in passato aveva provato nel mangiare con gli altri, quindi, pian piano si attenua e ciò riguarderà anche Daniele: «Ora aspetto con ansia il sabato sera perché mi porti a cena fuori. Mangiare è un modo per stare insieme». Il rapporto con lui, a seguito di questo importante cambiamento, migliorerà ulteriormente.
Parallelamente, anche i familiari sembrano rasserenarsi; nonostante senta ancora che la madre sia molto vigile, non c’è traccia dei vecchi litigi sull’alimentazione. Tutte le sere Rosa aiuta Sonia a preparare il pranzo per il giorno dopo, seguendo le sue direttive: «Ora parliamo del cibo e non attraverso il cibo…».
Desiderio di riattivare un dialogo
Il momento positivo si riflette anche sul lavoro, dove Sonia riceve sempre maggiori apprezzamenti, e negli studi; riesce, infatti, in sole due settimane, a preparare e superare uno dei due esami che le occorrono per il cambio di corso di laurea. Una novità importante riguarda il rapporto con la sorella minore, Giorgia, che migliora notevolmente. Sonia rintraccia il motivo di questa nuova sintonia nel diverso modo di porsi nei suoi confronti, «non più da mammina ma da sorella».
È all’interno di questo quadro generale che inizia a parlarmi maggiormente del rapporto con il padre e della comune difficoltà a trovare un ponte comunicativo che non passi attraverso provocazioni e ripicche. In accordo con lei, e dopo essermi confrontata col prof. Cancrini, decido di convocarlo per un incontro con l’intento provare ad “aprire una finestra comunicativa”.

Secondo Canevaro [19] la convocazione dei familiari ha, tra gli altri, gli obiettivi di: chiarire malintesi, permettere riconciliazioni, correggere distorsioni e/o confermare fantasie dei pazienti, favorire un incontro emozionale che dia “nutrimento affettivo e conferma di sé”. È questa la mappa che porto con me per prepararmi all’incontro.

Vittorio, con grande stupore da parte di Sonia, accetta l’invito anche se per due volte rimanda l’appuntamento, adducendo motivi diversi, dai problemi di salute a quelli di lavoro. Ciò fa infuriare Sonia che legge il comportamento del padre come disinteresse nei suoi confronti, tanto che inizialmente si trincera dietro una barriera fatta di orgoglio e delusione. Successivamente accetterà una diversa chiave di lettura, che prende in considerazione il probabile, nonché comprensibile, timore del padre di potersi sentire sotto accusa in un contesto che non gli è per nulla familiare. Al terzo appuntamento, siamo a maggio del 2010, Vittorio viene in seduta con la figlia.
Ha un viso tondo, le gote rosse e gonfie, due occhi neri, vispi. È un uomo corpulento e la sua stretta di mano, una mano ruvida, è energica e ferma. Riconosco nel suo corpo e negli atteggiamenti quella dignità delle persone semplici, dedite al lavoro ed avvezze alla fatica, che mi rimanda ad un passato che porto dentro. È un uomo che parla molto; di fatti, situazioni, problemi e probabili soluzioni. Un uomo pratico, insomma, poco a suo agio sul terreno sdrucciolevole delle emozioni. Forse è proprio questo il motivo che lo porta, durante la prima fase dell’incontro, ad usare tante parole e a dare poco spazio sia a me che alla figlia. La sua voce dai toni alti e l’inesauribile flusso di parole, così distanti da me, mi creano non poche difficoltà all’inizio. Faccio fatica a dar forma ad un pensiero ed a trovare il modo più efficace per portarlo sulle tematiche che più ci premono senza inimicarmelo nel mantener salda l’alleanza con Sonia. Quest’ultima è vistosamente imbarazzata, per la maggior parte del tempo ha lo sguardo rivolto verso il basso e, quando solleva gli occhi, è per guardarmi sfiduciata, quasi a volermi dire: «Hai visto che è come dico io? Con lui non si può parlare!».
Vittorio parla di Sonia come di una ragazza forte, intelligente e determinata. Racconta di essersi sempre preoccupato di più per le altre due figlie, nelle quali intravede una maggiore fragilità: «Sonia è sempre stata sveglia e attiva, mi sembrava felice. Anche in quest’ultimo periodo vedo che si sta riprendendo. Lei sa sempre come gestirsi!». Su queste parole Sonia scoppia in un pianto irrefrenabile ma non riesce a spiegare le sue lacrime al padre né quest’ultimo sembra in grado di comprenderle. Sono io a farmi portavoce di Sonia, spiegando a Vittorio quanto questa sua visione della figlia, esatta ma parziale, l’abbia fatta soffrire molto. L’uomo vive questo mio intervento come un’accusa. Più volte durante la prima parte dell’incontro, parlerà di “cause” dei problemi di Sonia, ipotizzando che tra queste possano esserci dei suoi errori ma specificando di aver agito sempre in buona fede nell’interesse delle figlie.
È questo un altro punto su cui si sviluppa la seduta, la sua tendenza a parlare delle ragazze apparentemente senza distinguerle. È la stessa Sonia a sottolinearlo, rivolgendo ancora una volta lo sguardo verso di me.

La colgo come una richiesta d’aiuto e, rileggendo ciò come un atto di estrema delicatezza da parte di Vittorio, dettato forse dal timore di poter non essere equo nei confronti delle figlie, sottolineo anche che questo atteggiamento ha portato Sonia a pensare di non essere vista e ascoltata nella sua unicità.

Ancora sulla difensiva, Vittorio tiene a precisare che non chiede altro che poter ascoltare la figlia. Anche lui è molto dispiaciuto del fatto che parlino poco ma, quando prova ad avvicinarla, lei è sempre scontrosa.

Faccio dunque notar loro che entrambi chiedono la stessa cosa ma che, per qualche strano motivo, tra loro si è creato un equivoco. Sonia chiede al padre di essere ascoltata e lui vuole ascoltarla ma teme che, se si avvicina troppo, lei si senta intrusa e quindi lo allontani in modo brusco; così fa un passo indietro e la guarda da lontano ma ciò fa credere a Sonia che non ci sia interesse nei suoi confronti.

È a questo punto che inizio a notare dei segnali di distensione da parte di Vittorio che ricorda il momento, intenso e per lui molto significativo, dell’abbraccio che ha dato alla figlia qualche mese fa, il giorno che Daniele l’ha lasciata. Sonia, a sua volta, ricorda di essersi sentita al sicuro tra le braccia del padre. Quest’ultimo cita anche l’ultimo esame che la ragazza ha superato all’università e, mentre esprime il suo immenso orgoglio, si commuove. E Sonia con lui. Le chiedo allora di avvicinarsi al padre e di abbracciarlo. Lentamente lei lo raggiunge sul divano ma è lui a cingerla con un braccio non appena gli si siede a fianco mentre continua a piangere nel parlare dell’amore profondo che nutre per lei. Le chiede scusa se le ha dato l’impressione di non essere stato attento anche a lei ma le assicura di aver avuto sempre gli occhi ben aperti perché non c’è nulla di più importante per lui. E lei, con la testa ancora poggiata sulla sua spalla, riesce a dirgli che è stato “il migliore dei papà” e a ringraziarlo per tutto ciò che fa per la sua famiglia.
Ed è così che le innumerevoli parole che avevano ingombrato lo spazio, togliendo a tratti l’aria, quasi si dissolvono in quell’abbraccio bagnato da lacrime che si mescolano. Sono le lacrime piene d’amore di Vittorio, quelle non più mute di Sonia e le mie, che assaporo in solitudine, dedicandole a mio padre.
Prima dell’estate: “una semplice siepe”
A seguito dell’incontro con il padre, Sonia mi racconterà di una maggiore distensione tra loro che spiega come la conseguenza di un chiarimento rispetto alle rispettive posizioni: «È un bravo papà, pensa sempre al nostro bene […]. Si è fidato di me perché pensava che me la cavassi ma io ho vissuto la fiducia che riponeva in me come un abbandono». Nelle ultime settimane è stata meno ostile e polemica nei suoi confronti e, più in generale, si è sentita meno arrabbiata e ben disposta nei confronti di tutta la famiglia.
Rispetto al cibo, continua a seguire la dieta e non salta mai gli incontri con la nutrizionista. In qualche occasione sua madre è tornata sui vecchi schemi rimproverandola perché, a suo parere, non mangia abbastanza. Sonia si è arrabbiata molto per questo ma, anziché scappare via in camera da letto, ha mantenuto la calma rimanendo a tavola e continuando a mangiare in sua presenza: «Ho capito che devo rassicurarla coinvolgendola in un modo diverso e cioè nel mangiare, non più nel “non mangiare”. Crede di avere un nuovo alleato, il padre. Infatti ipotizza che, non avendo egli dubbi rispetto al suo miglioramento, in più d’una circostanza, e in sua assenza, sia riuscito a tranquillizzare la moglie. Qualche volta le capita ancora di provare vergogna quando mangia in pubblico ma reagisce sfidando l’imbarazzo: «Mi dico: “chi se ne importa!” e cerco appositamente il posto in cui c’è più gente… La soddisfazione nel riuscire a mangiare è molto più forte dell’imbarazzo!». Ha anche ridotto notevolmente l’attività fisica per dedicarsi maggiormente allo studio e non si sente preoccupata per questo. Ora pesa 56 kg e, nonostante a volte pensi che sarebbe bello pesare meno, sa bene che questo è il peso più adatto alla sua corporatura.
Il rapporto con Elena si è molto modificato; la “sana distanza” che tra loro si è creata è da lei ritenuta un importante passo nella direzione della sua crescita. La sorella, invece, sembra risentirne. Si è fatta il suo stesso tatuaggio e guarda spesso i filmini di quando erano piccole. Al contrario di Sonia, pare aver fatto un passo indietro mettendo in atto comportamenti regressivi: «Indossa magliette della Walt Disney e si riempie i capelli di mollette colorate!», mi racconta quasi divertita mentre la mia mente corre veloce a quelle che poco più d’un anno fa avevo visto tra i suoi capelli.
Altra rilevante novità è il suo atteggiamento nei confronti della casa che il padre le sta costruendo. Non v’è più traccia del rifiuto e dell’ansia di cui prima parlava; al contrario, inizia a sentirla come “un suo spazio” e non vede l’ora che sia terminata per andarci a vivere con Daniele il quale, a sua volta, comincia a concepirla come la casa in cui formeranno una loro famiglia.
Nell’ultima seduta che precede la pausa estiva Sonia afferma: «È come se, mettendo ordine dentro di me, io avessi meno paura che gli altri possano invadere gli spazi che mi sono faticosamente ricavata…».
Ed aggiunge: «Certo, a volte devo ancora litigare con mamma e papà che non concepiscono l’idea di delimitare gli spazi. Mamma voleva addirittura che io ed Elena avessimo lo stesso ingresso mentre papà aveva progettato un orto comune […]. Io invece mi sono imposta affinché gli ingressi fossero due ed ho convinto papà ad aiutarmi a piantare una siepe per delimitare il confine. Così, se Elena vorrà venire a trovarci, dovrà fare il giro e suonare il campanello! […] Sapesse che fatica per piantare una semplice siepe!».
Per motivi di lavoro di Sonia l’interruzione estiva è durata circa due mesi e mezzo.
Oggi
Io e Sonia ci siamo riviste a metà settembre, dopo un’estate per lei molto faticosa per via del lavoro. Nonostante la stanchezza, è soddisfatta di come vanno le cose in farmacia poiché si sente molto più sicura e competente. È anche riuscita a ricavarsi del tempo da dedicare allo studio per l’ultimo esame da superare prima di inoltrare la richiesta di iscrizione all’altra università. Lo ha superato brillantemente ed è stata fiera di sé non solo per il successo ottenuto, ma anche per il suo diverso modo di affrontare il giudizio degli altri. Ha ripensato al passato, quando l’esame era un momento di forte ansia in cui le si “offuscava la mente” e non riusciva ad articolare bene il discorso. Oggi le cose sono molto diverse, non solo si sente più rilassata e riesce a ragionare nel rispondere alle domande che le vengono poste, ma si rapporta “agli adulti come un’adulta e non più come una ragazzina”. I successi ottenuti le hanno dato una maggior sicurezza ed una rinnovata motivazione. Sta anche pensando di prendere in affitto una stanza a Latina vicino al posto di lavoro, in modo da riuscire ad organizzarsi meglio con lo studio, e la madre la sta aiutando sfruttando alcune conoscenze.
Mi racconta che i genitori si sono iscritti ad un’Associazione di pensionati e che partecipano a varie iniziative. Hanno trascorso l’intera estate viaggiando e lei ne è favorevolmente stupita: «Non facevano un viaggio da soli dalla nascita di Elena!». Sonia si sente più tranquilla e molto meno coinvolta nella loro relazione; sebbene ammetta di essere sempre vigile, riconosce che le preoccupazioni del passato erano eccessive.
Il rapporto con il padre conosce ancora alti e bassi. Capita che si punzecchino e che non si capiscano ma non litigano più così aspramente come in passato. Sonia pensa che egli sia un po’ dispiaciuto per il suo poco coinvolgimento nei lavori della casa nuova, ma per ora sente di avere obiettivi più importanti quali lo studio ed il lavoro. Parallelamente il rapporto con la sorella minore, Giorgia, è migliorato tanto ed hanno scoperto di avere molte affinità. Sonia ipotizza che ciò sia stato anche effetto del rapporto “più sano e meno simbiotico” che ha con Elena.
Con Daniele le cose vanno sempre meglio, sente che il legame oggi è più forte e più maturo. Incontro anche lui che mi conferma la maggiore affinità e la ritrovata voglia di stare insieme. Mi raccontano di trovarsi molto simili e di condividere vari interessi ma anche di tollerare bene le differenze. Ciascuno di loro è riuscito a ricavarsi i propri spazi al di fuori della coppia e ciò alimenta il desiderio di cercarsi e di stare insieme. Iniziano anche a pensare alla convivenza e fantasticano sulle loro giornate sotto lo stesso tetto. Daniele sta aspettando con impazienza che la casa di Sonia sia pronta per potervi andare a vivere ma lei ha un atteggiamento più cauto: «Per ora ci si pensa soltanto. Una cosa per volta!».
Continua a seguire la dieta prescritta dalla nutrizionista. È ancora attenta al corpo e fa attività fisica; nonostante ciò, riesce a fare degli “strappi alla regola” senza sentirsi in colpa e anche a mangiare fuori casa. A suo dire ha ancora due chili in più che la preoccupano ma non la fanno disperare come in passato e a volte le è capitato di pensare di essere più bella così. Quella del cibo è quindi ancora un’area che conosce delle oscillazioni, ma siamo concordi nel ritenere che siano stati fatti importantissimi passi in avanti.
Ripensando al periodo in cui ha chiesto aiuto, Sonia afferma: «Non mi piace pensarci, faccio finta che non sia mai avvenuto! In quei mesi vedevo tutto nero, mi sembrava di non avere vie d’uscita perché, in realtà, non sapevo dove mi trovassi e dove volessi andare. […] È questo, secondo me, il mio grande cambiamento: oggi so ascoltarmi, conosco meglio me stessa e mi do fiducia nel perseguire obiettivi che ormai sono chiari».
Alla mia proposta di vederci ogni due settimane Sonia risponde di averci pensato a sua volta e di essere d’accordo perché, afferma: «Sento di portare dentro di me ciò che ci siamo dette in tutto questo tempo. È come se riuscissi a guardare ed interpretare ciò che mi succede sia dall’interno che dall’esterno e questo mi rende più sicura e tranquilla».
Iniziamo, quindi, ad indirizzarci verso una conclusione terapeutica di cui trovo giusto che Sonia sia, ancora una volta, regista e protagonista. È importante che cominci a pensare a se stessa senza lo spazio terapeutico in questo nuovo passaggio evolutivo; perché «uscire da un luogo di terapia non è un lutto, è una festa, vuol dire che la persona ha raggiunto determinate mete» [24].
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
«Muore la parola
appena è pronunciata:
così qualcuno dice.
Io invece dico
che comincia a vivere
proprio in quel momento»


Emily Dickinson
Quando ho conosciuto Sonia e la sua famiglia ho rivisto in quest’ultima molte delle famiglie che avevo avuto l’occasione di osservare dietro lo specchio unidirezionale durante gli anni di tirocinio attraverso le quali, nel tempo, avevano preso sostanza le nozioni apprese dai libri di testo. Avevo quindi l’occasione di fare un passo in più e cioè quello di mettere personalmente in pratica le acquisizioni che fino a quel momento erano state teoriche o indirette. Non credo perciò sia stata casuale la decisione di portare questo caso tra i primi in supervisione.
Non è stata casuale anche per un altro motivo. Accanto all’entusiasmo legato all’occasione di mettermi alla prova in prima persona in un cammino che fino a quel momento avevo visto percorrere da altri, la sensazione di familiarità che sperimentavo mi consentiva in parte di proteggermi dalle ansie e dalle paure che avrei dovuto contenere da sola per un periodo più lungo rispetto alla fase precedente del training. Non c’erano più, infatti, né il didatta né il mio gruppo ad attendermi dietro lo specchio offrendomi sicurezza. Il pensare di riuscire meglio, in questa situazione più che in altre, a rendere armonica la mia narrazione poteva forse permettermi di venire incontro da un lato alla necessità di entrare in modo più morbido in questo nuovo contesto, dall’altro al bisogno di ricevere un incoraggiamento.
Questa è con ogni probabilità anche la ragione per cui ho scelto, senza pensarci troppo, di raccontare questa storia e non un’altra. Ho iniziato a scrivere in un caldo pomeriggio d’estate, senza averlo programmato. Ho scritto in modo fluente, veloce, quasi con stupore. Ho scritto in un momento per me particolarmente difficile, in cui le incertezze ed il senso di frustrazione legati a varie situazioni, non ultima la fine del training, si stavano facendo sentire più forti.
Ho scelto una storia col lieto fine perché avevo bisogno di un incoraggiamento. Sentivo la necessità di dare una risposta a quella voce che spesso mi dice: «È troppo difficile!» attraverso un’altra voce che afferma: «È difficile ma non è impossibile!». L’importante, credo, è saper rivolgere lo sguardo verso mete realisticamente raggiungibili e da guardare sempre con lenti regolabili.
Questo è stato forse un modo di “sistemare il nido prima di spiccare il volo” in un delicato passaggio del mio “ciclo vitale di formazione”. Un modo per rendere più sicuro il terreno dal quale prendere la rincorsa, quindi, e sperimentare delle nuove ali che devono ancora irrobustirsi.
Sistemare il nido ha significato anche, soprattutto negli ultimi due anni, tracciare i confini della mia identità di terapeuta, come la gabbianella nel racconto di Sepúlveda, che deve comprendere di essere un uccello, e non un gatto, prima di imparare a volare.
Insieme a Sonia ho piantato una siepe, dunque. Ho iniziato a pensarci più di sei anni fa quando ho scelto il terreno su cui mettere a dimora le piante. Mi sono affidata a giardinieri esperti per prepararlo ed ho osservato chi, come me, si cimentava nel delicato compito di imparare ad utilizzare gli arnesi da giardino. Ho scelto piante giovani e, col prezioso aiuto di chi mi è stato accanto, me ne sono presa cura pazientemente, anche quando l’entusiasmo dell’inizio si è scontrato con difficoltà che non avevo messo in conto ed ho intravisto foglie secche. L’ho vista crescere ed ora la guardo affaticata ma soddisfatta, e consapevole che occuparsene non è affatto cosa semplice. È una siepe né troppo alta né troppo bassa, non è così fitta da non potervi guardare attraverso ma certamente delimita uno spazio. Posso anche “fare il giro” senza più il timore di perdermi perché oggi so da quale parte voglio stare.
BIBLIOGRAFIA
 1. Cancrini L. La psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Nuova Italia Scientifica, 1987.
 2. Minuchin S, Rosman B, Baker L. Famiglie psicosomatiche. Roma: Astrolabio, 1980.
 3. Cancrini L, La Rosa C. Il vaso di Pandora. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1991.
 4. Onnis L. Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società. Milano: Franco Angeli, 2004.
 5. Onnis L, De Gennaro A, Cespa G, et al. Le sculture del “presente” e del “futuro”. Un modello di lavoro terapeutico nelle situazioni psicosomatiche. Ecologia della mente 1990; 10: 21-46.
 6. Boscolo L, Bertrando P. Terapia sistemica individuale. Milano: Raffaello Cortina, 1996.
 7. Benjamin LS. Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: LAS, 1999.
 8. Brooks P. Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo. Einaudi: 1995, Torino.
 9. Bruner J. La mente a più dimensioni. Roma: Laterza, 1988.
10. Viaro M. Formazione sistemica e visione professionale. Terapia Familiare 2006; 82: 15-45. 
11. Demetrio D. Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Cortina, 1996.
12. Selvini Palazzoli M, Cirillo S, Selvini M, Sorrentino AM. Ragazze anoressiche e bulimiche. Milano: Cortina, 1998.
13. Apfeldorfer G. Je mange, donc je suis. Parigi: Payot, 1993.
14. Framo JL. La famiglia d’origine come risorsa terapeutica. Terapia familiare 1978; 4: 99-122.
15. Whitaker CA. Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. Roma: Astrolabio, 1990.
16. Elkaim M. Dall’autoreferenzialità alle aggregazioni. In: Andolfi M, Angelo C, de Nichilo (a cura di). Sentimenti e sistemi. Milano: Cortina, 1996.
17. Boszormenyi-Nagy I, Spark GM. Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Roma: Astrolabio, 1988.
18. Bowen J. Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio, 1979.
19. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei familiari significativi. Roma: Borla, 2009.
20. Rof Carballo J. Urdimbre afectiva y enfermedad. Madrid: Editorial Labor, 1961.
21. Kortland A. Aspects and prospects of the concept of instinct (Vicissitudes of the hierarchy theory). Leiden: E.J. Brill, 1955.
22. Balint M. La regressione. Milano: Raffaello Cortina, 1983.
23. Malagoli Togliatti M, Ardone RG. Separazioni coniugali e figli adolescenti. In: Scabini E, Donati P (a cura di). Famiglie in difficoltà tra crisi e risorse. Studi interdisciplinari sulla famiglia. Milano: Vita e Pensiero, 1992.
24. Cancrini L. La luna nel pozzo. Milano: Cortina, 1999.