Dettagli Luglio-Dicembre 2010, Vol. 33, N. 2 doi 10.1712/598.6987 Scarica il PDF(64,7 kb) Citazione Catucci S. La nostra mente medievale. . doi 10.1712/598.6987 Scarica la citazione: BibTex EndNote Ris Altro dagli autori Articoli di Sandro Catucci La nostra mente medievale titolo - split_articolo,controlla_titolo - art_titolo La nostra mente medievale autori - vau_aut_id Sandro Catucci testo - art_testo «Allo stato attuale della ricerca scientifica, il lavoro dello storico e quello dello psicologo sono nettamente separati. […] Entrambi sembrano credere che esista una società al di là delle ideee dei pensieri oppure delle idee al di là della società» Norbert Elias, Potere e civiltà [1] riassunto - art_riassunto Riassunto. L’autore, che si occupa principalmente di disturbi del comportamento alimentare, riflettendo su certi comportamenti delle anoressiche e delle bulimiche (peraltro frequenti fra le ascete del XIV-XV secolo), in questo lavoro rievoca i cambiamenti occorsi nell’Alto Medioevo presentando la “mente medievale” intesa come modalità di pensare e comportarsi non necessariamente confinata ad un periodo storico, ma espressione, ricorrente nelle comunità o negli individui, di momenti critici o di passaggio in cui meccanismi di difesa primitivi come la scissione o l’identificazione proiettiva possono prevalere. Il Medioevo, con le sue contraddizioni estreme, la sua violenza, i fanatismi e il facile passaggio all’atto, rappresenta così il ritorno di quello che ogni volta pensiamo rimosso. Il Sessantotto, i tempi attuali, quelli omerici o il Medioevo giapponese vengono riconsiderati alla luce di queste riflessioni in cui i secoli bui del grande gruppo o le fasi critiche della vita individuale possono preludere a funzionamenti più maturi se ben affrontati o a periodi collettivi destabilizzati e a patologia se si cristallizzano. parolechiave - lingua - vke_key_id Parole chiave. Crisi dei grandi gruppi, funzionamento borderline, Alto Medioevo, Sessantotto, globalizzazione e neomedialità, crisi di identità, ruolo dei leader, res publica, integrazione dell’Io. abstract - art_abstract Summary. Our medieval mind. The author, who especially deals with eating disorders, focusing on some anorexic and bulimic’s behaviors (moreover frequent among ascetics during XIV-XV century), evokes in this work the change happened in dark ages, and presents the “mente medievale” (medieval mind) as a way of thinking and behaving, not necessarily concerning an historical period, rather a recurring expression in communities or individuals. In fact, in critical moments or in moments of passage, there could prevail primitive mechanisms of defence, such as splitting or projective identification. Middle Ages, with their extreme contradictions, their violence, their zealotries, their easy acting out, represent in this way the revival of what we expected to be forgotten. The 1968 protest movement, the present age, Homeric age or japanese Middle Ages could be reconsidered from a new point of view. Therefore, the dark centuries of the large group or the critical steps of individual life can tell in advance more mature functonings if well faced, or destabilized collective periods and pathology, if they cristallize. keyword - lingua - vke_key_id Key words. Crisis of large groups, borderline functioning, dark ages, 1968 protest movement, globalization and new media, identity crisis, role of the leaders, res publica, Ego-integration. resumen - ignora Resumen. Nuestra mente medieval. El autor evoca en este trabajo, dedicado al tratamiento de los trastornos de la alimentación, al reflexionar sobre algunos comportamientos de la anorexia y la bulimia (ya frecuentes entre los ascetas de los siglos XIV y XV), los cambios que se produjeron en el Alto Medioevo, y presenta la “mente medievale”, no ya como modo de pensar y comportarse en diferentes períodos históricos, sino como expresión de períodos críticos o de transición, de aparición recurrente en las sociedades y en los individuos, y en los que pueden prevalecer mecanismos de defensa primitivos como la escisión o la identificación proyectiva. El Medioevo, con sus contradicciones extremas, su violencia ambiental, los fanatismos, la mano larga generalizada, representa el retorno de lo que pensamos haber superado. Se examina nuestro tiempo, así como el ’68, los tiempos homéricos, o el Medioevo japonés, a la luz de estas reflexiones, mostrando como los siglos oscuros de la Historia, o las etapas críticas en la vida personal, pueden conducir a comportamientos maduros si se afrontan correctamente, o a periodos colectivos desestabilizados, y a patologías, si cristaliza una conducta equivocada. testo - art_testo Crisi di identità e funzionamento borderline Come psichiatra, svolgo il mio lavoro soprattutto all’interno della Clinica Psichiatrica del Policlinico di Bari, nel Day Hospital dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Le riflessioni che proporrò qui di seguito nascono proprio dal rapporto quotidiano con le anoressiche e le bulimiche. Le prime sono caratterizzate da un controllo rigido sul proprio regime alimentare e sul proprio peso, le seconde perdono spesso tale controllo andando incontro ad eccessi alimentari, le abbuffate, seguite quindi da condotte di compenso, come il vomito, l’uso di lassativi o l’intensa attività fisica. Perché accade ciò? Fra le cause occupa un posto importante la dispersione dell’identità. Di che cosa si tratta? L’identità riguarda quello che ciascuno di noi sa di sé, che gli deriva dalla sua esperienza e dalla definizione che gli altri danno di lui. Da essa deriva la capacità di integrare opposti sentimenti e rappresentazioni di noi (per es., la capacità di accogliere elementi positivi e negativi del nostro carattere) così come sentimenti e rappresentazioni che riguardano gli altri (posso riconoscere, per es., in persone significative per me elementi negativi che, pur tuttavia, non pregiudicano l’opinione che ho di loro in quanto integrati con qualità che pure riconosco in loro). L’identità è come una bussola che mi permette di navigare nel mare della vita. Quando questa bussola viene a mancare la persona diviene portatrice, nel proprio mondo interno, di una molteplicità di rappresentazioni contraddittorie di sé e degli altri, esprimendosi attraverso l’incapacità di descrizione di sé, tale per cui la descrizione delle proprie caratteristiche psicologiche, di ciò che ritiene importante per sé, delle proprie mete affettive, professionali e sociali risulta superficiale, scialba, come vista dal di fuori, oltre che connotata di contraddizioni. Alla stessa maniera risulta la rappresentazione degli altri. Ciò accade in modo “cristallizzato” nel disturbo borderline di personalità, oppure “temporaneo” nel funzionamento borderline della personalità, esprimendosi con modalità tipiche di un certo periodo della nostra vita, i secondi 18 mesi, quando non era maturata la capacità di integrare segnali ed emozioni contrastanti provenienti dal nostro interno e dal mondo esterno. «L’esperienza vissuta da tutti i bambini in questo periodo cruciale segna l’apprendimento, per tutti, di un livello borderline di funzionamento della mente che resta nel repertorio di base di tutti e a cui tutti possono regredire in qualsiasi momento della vita» [2, p. 237]. Come funziona la mente a questi livelli? Ricorrendo a meccanismi di difesa piuttosto primitivi, caratterizzati dalla scissione: • impossibilità di far fronte a situazioni conflittuali tollerando stati mentali di ambivalenza, termine quest’ultimo che riguarda la percezione contemporanea di positività e negatività rispetto a sé e all’oggetto, in funzione invece di scivolamenti verso rappresentazioni di tipo tutto o nulla, positive o negative; • difficoltà nel prendere decisioni in maniera ponderata; • impulsività, a cui viene connesso un sentimento di piacere; • intensificazione delle emozioni, che nella loro estremizzazione possono trasformare la gioia in euforia, ovvero la tristezza in disperazione. I meccanismi di scissione sono rinforzati dall’identificazione proiettiva caratterizzata da una tendenza inconscia a indurre nell’altro significativo ciò che viene proiettato e a tentare di controllare l’altra persona. Sono presenti, inoltre, l’idealizzazione primitiva (che è l’estremizzazione delle qualità positive attribuite a sé o all’oggetto), la svalutazione, l’onnipotenza, il diniego primitivo e il processo primario. Infine, il Super-io, con valenze punitive più che normative, ha caratteristiche arcaiche di tipo punitivo e sadico rivolte contro una rappresentazione vittimizzata di sé (comportamenti autolesivi, quali gesti automutilanti che si possono spiegare come atteggiamenti autopunitivi suscitati da cause talora futili). Cancrini nota che «la tendenza a regredire verso posizioni più primitive esiste sempre in situazioni di particolare tensione: nei passaggi evolutivi critici (preadolescenza e adolescenza, nascita di un figlio e percezione, più tardi, dello scorrere del tempo che ci porta inesorabilmente verso altre fasi della nostra vita), nel momento del lutto e della perdita (cui tipicamente si reagisce funzionando, per un certo tempo, in modo borderline) e degli entusiasmi basati sulla identificazione proiettiva con un’idea o con una persona, nell’innamoramento e nella scelta delle illusioni cui dedicare la propria vita». Inoltre egli rileva che «esperienze traumatiche importanti vissute nel corso dell’infanzia e/o dell’adolescenza segnano profondamente l’organizzazione psichica del minore che regredisce, reagendo o adattandosi ad essa, a livelli borderline di funzionamento della mente; quello che resta abitualmente da tali esperienze è un abbassamento della soglia di attivazione del funzionamento borderline dell’adolescente e dell’adulto» [2, p. 15]. Ed aggiunge, infine (concettualizzando ciò da cui partono queste riflessioni), che «un contesto sociale e politico caratterizzato da livelli particolarmente alti di tensione e incertezza sul futuro può innescare un funzionamento di livello borderline in gruppi interi di persone. Le convinzioni estreme cui dà luogo, da una parte e dall’altra, corrispondono nei fatti allo sviluppo del fanatismo, religioso e/politico, di cui la promessa (in cui qualcuno comunque “crede”) del Paradiso per chi muore combattendo è la manifestazione più evidente. Dal punto di vista psicopatologico, si basano sulla potenza dei meccanismi difensivi legati alla scissione, di cui i comportamenti legati al fanatismo forniscono esempi particolarmente interessanti e pericolosi. […] Il funzionamento borderline della mente può essere visto, in queste condizioni, come un riflesso difensivo estremamente importante nella misura in cui consente al singolo (e al gruppo) di darsi una spiegazione di quello che sta accadendo evitando lo smarrimento depressivo di chi è travolto da avvenimenti “incomprensibili”. Il che non vuol dire, certo, che non vi possano essere singoli o piccoli gruppi di persone che riescono a mantenere un funzionamento psichico normale, di livello più elevato, vivendo ed esprimendo un dubbio (doloroso) e una (dolorosa) mancanza di certezze su ciò che realmente sta accadendo. Se la crisi vissuta dal grande gruppo è particolarmente drammatica, se le pressioni esterne sono particolarmente forti, […] quello che accade normalmente è che la stragrande maggioranza degli individui resti travolta da ondate violente di funzionamento borderline, cercando e trovando rinforzi per le sue convinzioni negli atteggiamenti e nelle posizioni altrui» [2, pp. 23,24]. Dal ’68 all’era della globalizzazione e della neomedialità Facciamo qualche esempio: I moti studenteschi del ’68 e l’autunno “caldo” operaio del ’69 portano una ventata di cambiamento che destabilizza i poteri costituiti. Dodici dicembre 1969: scoppiano le bombe nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, sedici morti. Si susseguono, per almeno una decina di anni, una serie di eventi luttuosi (strage di Brescia, di Bologna, dell’Italicus, ecc.) ed una spirale di violenza che vede radicalizzarsi “gli opposti estremismi” di destra e di sinistra, che sfoceranno nei gruppi armati clandestini e che avranno il momento più alto di drammaticità nel rapimento e uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Lo smarrimento e la paura investe larghi strati di popolazione, mentre ampie fasce giovanili sono percorse da ondate di violenza che esprimono il passaggio all’atto dello sgomento e della rabbia. Scriverà dieci anni dopo Leonardo Sciascia: «Ed è da allora che l’Italia è un paese senza verità. Ne è venuta fuori, anzi, una regola: nessuna verità si saprà mai riguardo ai fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere, perché lo Stato non può processare se stesso» [3]. Passano ancora dieci anni: 1989. Crolla il muro di Berlino e con esso una serie di certezze che hanno organizzato la vita di interi gruppi e individui, non solo di quelli di sinistra che vedono decadere il paradiso del sol dell’avvenire per cui molti avevano sacrificato la loro vita e organizzato una morale ed una serie di comportamenti, ma anche di quelli di destra che sull’anticomunismo avevano ugualmente organizzato la loro vita. Entrati in crisi gli opposti estremismi, crolla anche il sistema di potere che su di essi aveva tratto motivo di esistenza. Non più sorretto da motivazioni ideologiche quel sistema crolla; scoppia Tangentopoli. La mafia assassina Falcone e Borsellino. Venuto meno il cemento ideologico o la coercizione statale crollano i vari sistemi comunisti con emergenza delle rivalità etniche ed economiche, e, comunque, all’interno delle varie nazioni si affermano movimenti con rivendicazioni regionali ed autonomistiche che subordinano l’interesse comune ad un particolarismo che sfocia nel razzismo e nella xenofobia. La globalizzazione e i flussi migratori (con compresenza di varie identità), la perdita del potere contrattuale delle classi operaie e le innovazioni tecnologiche nel campo della comunicazione paragonabili, forse, all’invenzione della stampa di Gutenberg (informatica, cellulare, internet), apportano un ulteriore tassello alla crisi di identità che già era in atto attraverso una serie di cambiamenti che coinvolgevano la religiosità, la famiglia, i rapporti fra i due sessi, il mutato rapporto nei riguardi dell’altro in genere, ecc. Pur non dimenticando le espressioni planetarie di questa crisi e i suoi sbocchi in opposti fondamentalismi (il crollo delle torri gemelle a New York e la guerra in Iraq), ci soffermiamo ancora sull’Italia dove si afferma un partito, fondato da un uomo esperto della neomedialità e che ha il monopolio della comunicazione. Berlusconi, intorno a cui si coagulano gli interessi della grande e media industria, della Chiesa e della piccola borghesia, incarna nella sua personalità, che la vulgata (dalle barzellette ai media) definisce narcisistica, un sentire comune ad una gran parte degli italiani smarriti, che diffida della classe politica, e lo risolve con un particolaristico rapporto con la res publica, concependo lo Stato come una proprietà personale in virtù del consenso elettorale ottenuto, che fa ministri i suoi avvocati e dipendenti (e nel caso della nomina a ministro di Aldo Brancher, suo fedelissimo e faccendiere prima della “discesa in campo”, per sottrarlo al giudizio penale di appropriazione indebita), che candida sue favorite, che ignora il conflitto di interessi e persegue il proprio privato con leggi ad personam. Spesso i leader, personificando, nei momenti di crisi, le passioni che agitano le masse, possono avere la capacità di comporre le scissioni o di approfondirle ed evocare tutti quei meccanismi primitivi che passano attraverso l’idealizzazione, la svalutazione, ecc. Berlusconi sembra evocarli tutti e, grazie alla sua formidabile capacità mediatica (in cui entrano a 360 gradi “Porta a porta”, il Parlamento, “Chi” e il suo direttore Signorini, il Consiglio dei Ministri o il predellino – lui in tv “fa televisione”, gli altri politici “parlano in televisione”), se li inventa o li rialimenta, in parte strumentalmente in parte “spontaneamente”, essendo certi funzionamenti borderline connaturati alla sua personalità. Quanto scrive Kernberg delle personalità narcisistiche sembra tratteggiarne alcune caratteristiche salienti: «… (i narcisisti) presentano un grado inconsueto di rapportarsi al proprio Sé nelle loro interazioni con gli altri, un gran bisogno di essere amati e ammirati, una curiosa contraddizione apparente fra un concetto molto elevato di sé e una straordinaria esigenza di riconoscimenti da parte degli altri. La loro vita emotiva è superficiale. Provano scarsa empatia per i sentimenti degli altri, dalla vita ricavano ben poco al di là degli omaggi che ricevono o delle proprie fantasie di grandezza, s’inquietano e si annoiano quando la vernice si scolora senza che si producano nuove fonti per alimentare l’autostima. Invidiano gli altri, tendono a idealizzare alcune persone da cui si aspettano un nutrimento narcisistico e a disprezzare e svalutare quelle da cui non si aspettano niente (spesso gli idoli di un tempo). In generale, il loro rapporto con le persone è chiaramente impostato sullo sfruttamento ed è talvolta parassitario, come se si sentissero in diritto di controllare e possedere gli altri e di sfruttarli senza sentimenti di colpa […], tutto ciò al riparo di una maschera che non di rado è affascinante e attraente, ma dietro la quale si avvertono freddezza e durezza. Molto spesso questi pazienti vengono ritenuti “dipendenti” perché hanno tanto bisogno di riconoscimenti e adorazione dal prossimo, mentre a un livello più profondo sono completamente incapaci di dipendere veramente da chicchessia, perché disprezzano profondamente gli altri e ne diffidano» [4]. Fra i suoi fedelissimi si annoverano ex comunisti (Bondi o Ferrara) o ex-socialisti fedelissimi di Craxi che hanno visto crollare il loro partito ed il loro idolo infranto dalle “toghe rosse” e che condividono l’accanimento contro la magistratura del leader. Siamo al 2009, alle vicende personali e sessuali del politico in questione, agli attacchi di una certa stampa e ambienti politici, al “No B-day” e all’aggressione da parte di uno squilibrato. Da entrambe le parti si verificano radicalizzazioni e funzionamenti che definirei borderline: entrambe le fazioni, a seconda che gli avvenimenti li coinvolgano o meno, cercano di rifiutare, ad arte o sinceramente, quello che in realtà accade. a) Pro-Berlusconi: non è vero, si tratta di una campagna mediatica in vista del processo Mondadori organizzata dal giornale del gruppo avverso, il tutto con la complicità dei magistrati comunisti e dell’odio e dell’invidia che gli altri nutrono per lui, sfociato nell’“attentato”. b) Anti-Berlusconi: è un mafioso, colluso con gli stragisti, è un pericolo nazionale. È vero? È falso? In mancanza di informazioni, in entrambi i casi scatta il meccanismo della scissione, che divide l’uomo in tutto buono o tutto cattivo. «Ciò che è difficile pensare, tuttavia, è che si tratti di due schiere contrapposte di persone in malafede, o “malate” o portatrici di “strutture” borderline. [...] Quello che sembra assai più verosimile e che trova conferma negli studi compiuti da Freud in poi, sulla psicologia delle masse e/o dei grandi gruppi, è l’idea che in queste situazioni si stabilisca una regressione a livelli primitivi di funzionamento di un numero rapidamente crescente di persone che si “contagiano” l’una con l’altra. Il rinforzo della regressione è legato ai messaggi che vengono dallo schieramento opposto all’interno di sequenze comunicative caratterizzate dalla escalation progressiva dei toni, delle minacce, delle accuse e delle aggressioni reciproche. Il risultato è un aumento progressivo delle persone coinvolte» [2, p. 25]. Medioevo e nascita dell’angoscia interiore Ed arriviamo finalmente al nostro Medioevo. In Occidente il modo greco-romano viene spazzato via. I barbari si impadroniscono del potere politico. «Umiliata per averlo perduto, la vecchia aristocrazia dei notabili, tanto i senatori di città quanto i burocrati dell’apparato romano, non trova più senso in niente, incrocia le braccia e smarrisce definitivamente ciò che faceva del mondo romano una società civile: la res publica. Mentre l’Impero si era fatto un vanto di facilitare, con le sue leggi, con le sue truppe e con le magistrature edili la vita pubblica come ideale di vita, ecco che all’avvento dei nuovi regni germanici il culto della vita urbana si estingue a favore della vita privata. [...] Dappertutto, dalla corte fino all’ultimo funzionario, passando per i gruppi professionali e religiosi, in città come in campagna, vengono alla ribalta individui privati e spazi privati. [...] La res publica, la cosa pubblica, è nozione che per essere compresa ha bisogno di una certa capacità di astrazione, ed è quindi al di fuori della portata dei barbari. Né può esserci uno stato barbaro, perché la barbarie, concetto soggettivo che non comprende necessariamente tutti i Germani, ma che può estendersi anche ai Celti britannici e ai Gallo-Romani, è il comportamento di soldati che si imbizzarriscono al minimo oltraggio e conoscono solo reazioni violente. Di una crudeltà primitiva, spesso ubriachi, perché si ingozzano di cibo e di vino fino a vomitare, essi son dediti soprattutto alle razzie, e fanno intorno a sé terra bruciata» [5, pp. 313-315]. Il tasso di mortalità infantile è estremamente elevato (45%) e la vita media si conclude intorno ai 30 anni, salendo ai 45 per gli uomini e scendendo ai 30-40 per le donne a causa dei parti difficili e delle sepsi puerperali. Le precarie condizioni di vita e i rischi perennemente in agguato, dovuti sia alla natura che agli altri uomini, rendono questa società incline alla violenza, che viene insegnata fin dall’infanzia e praticata nelle varie manifestazioni a partire dalla caccia; e i nomi imposti vertono ad assimilare il futuro adulto alla bestia: Bern-hard (orso forte), Wolf-gang (che marcia come un lupo). L’abitudine di indossare le pellicce, invisa ai Romani che vi ravvisavano selvatichezza, è finalizzata ad acquisire le qualità dell’animale e la sua capacità di uccidere. Collegate alla caccia sono le razzie, l’incendio e il furto, che vengono puniti più dell’assassinio, e le faide. Si è spesso colpiti dagli eccessi che si esprimono, tra l’altro, anche in gozzoviglie poiché si pensa che mangiare molto assicuri la capacità generatrice. Massimo Montanari cita Liutprando da Cremona secondo cui, nell’888, il duca Guido di Spoleto fu rifiutato come re dei Franchi perché si venne a sapere che mangiava troppo poco, data «una concezione fisica e muscolare del potere, che vedeva nel capo anzitutto un valoroso guerriero, il più forte e vigoroso di tutti, il più capace, dunque, di inghiottire enormi quantità di cibo, segno (e al tempo stesso strumento) di una superiorità prettamente animalesca sui propri simili» [6]. Come nota Huizinga, i tempi successivi alla riforma non hanno più visto i peccati capitali della gola, dell’orgoglio, dell’ira, dell’avidità o della superbia «in quella pletora sanguigna e insolenza sfacciata con cui si aggiravano tra l’umanità» medievale [7]. Ancora, Michel Rouche racconta come «re e guerrieri costituiscono una specie di comunità di commilitoni, la quale è tenuta unita non, come accadeva a Roma, dall’idea di una salute pubblica o di un bene comune, ma piuttosto dal coalizzarsi di interessi privati in una associazione provvisoria che la vittoria rinnova automaticamente. Essendo il re padrone del bottino e della terra conquistata, alla sua morte i beni venivano divisi, al pari di una proprietà privata, in parti uguali fra gli eredi. Tutti i detentori del potere durante l’Alto Medioevo hanno come caratteristica comune questa concezione carnalmente concreta dello Stato come proprietà personale di un sovrano assoluto» [5, pp. 314, 315]. Non essendoci la concezione dello Stato, cioè la capacità di integrare le parti in un tutto, per cui il sovrano governa anche le parti in cui è suddiviso il suo regno, anzi gli può capitare di possedere un territorio anche inferiore a quello di un suo vassallo, accade che egli, per mantenere la sua egemonia, debba continuamente far ricorso a nuove guerre, volgendosi verso quei territori confinanti in cui c’è un vuoto di potere. Ma dopo il IX secolo in Europa si viene a creare una situazione nuova caratterizzata dalla mancanza di ulteriori spazi liberi o conquistabili. A mano a mano che si placano le ondate migratorie, la popolazione aumenta e cambia l’equilibrio fra i popoli e all’interno di ciascuno di essi. Cambiano anche i rapporti economici e da un’autarchia agricola costituita dal baratto, cioè da un rapporto diretto fra colui che strappa i prodotti alla terra e colui che li consuma, si passa ad una situazione in cui lentamente un numero sempre maggiore di persone si inserisce, in qualità di addetto alla trasformazione e alla distribuzione, nel passaggio del prodotto dal primo produttore all’ultimo consumatore. Questo richiede la mediazione della moneta ed il bisogno di strutture politiche meno frazionate che garantiscano la salvaguardia delle merci e il loro arrivo nei mercati. «Quanto più fitto diviene l’intreccio delle interdipendenze che avviluppano il singolo con la progressiva divisione delle funzioni, quanto più ampi sono gli spazi umani su cui questo intreccio si estende e che, grazie a tale intreccio, si fondono in una unità sia funzionale sia istituzionale, tanto più l’individuo che si abbandona all’aggressività e alle pulsioni spontanee vede compromessa la propria esistenza sociale; tanto più si avvantaggia sul piano sociale colui che sa dominare le pulsioni e tanto più ciascuno viene spinto fin da piccolo a meditare sull’effetto che le sue azioni o quelle di altri possono avere su molti elementi della catena. Repressione delle aggressività spontanee, controllo degli affetti, ampliamento dell’orizzonte mentale, in modo da abbracciare la catena antecedente causale e la susseguente catena di effetti, sono tutti aspetti diversi di una medesima trasformazione del comportamento, e precisamente di quella che necessariamente si compie in concomitanza con la monopolizzazione del potere di esercitare la violenza fisica e con l’ampliamento delle catene di azioni e delle interdipendenze nello spazio sociale. Ed è una modificazione del comportamento che procede nel senso della “civilizzazione”» [1, p. 307]. Elias aggiunge che «anche nella società guerriera medioevale o in altre società che non dispongono di solidi e differenziati monopoli della costrizione fisica, non è certo mai mancato del tutto una sorta di dominio di sé. Il meccanismo psichico degli autocontrolli, il Super-Io, la coscienza o comunque vogliamo chiamarlo era inculcato, imposto e mantenuto in vigore in una società di guerrieri in stretta connessione con l’esercizio della violenza fisica; la sua configurazione, quindi, corrispondeva pienamente a questo tipo di vita, con i suoi accentuati contrasti e i suoi subitanei salti d’umore. Rispetto al meccanismo di autocostrizione in società più fortemente pacificate, esso era confuso, instabile e lasciava ampi spazi a violente esplosioni affettive; le angosce che garantiscono un comportamento socialmente “corretto” in quella società non erano ancora state neppur lontanamente trasferite dalla coscienza del singolo al “profondo” della sua psiche» [1, p. 307] (il corsivo è mio). Dato che il pericolo principale proveniva non già da un fallimento dell’autoregolazione, da un cedimento dell’autocontrollo, ma da una diretta minaccia fisica dall’esterno, anche l’angoscia che gli era solita assumeva soprattutto la figura di una paura ispirata da potenze esterne. E poiché quel meccanismo era meno stabile, era anche meno universale, più unilaterale o parziale. In una società di questo genere, ad esempio, può essere inculcata una fortissima capacità di sopportare la sofferenza fisica, che ha però come complemento quella che – rispetto a una società più pacificata – appare come un’estrema libertà di esercitare la propria crudeltà su altri. Parallelamente, anche in determinati settori della società medioevale troviamo forme abbastanza estreme di ascesi, di autocostrizione e di automortificazione, alle quali in altri settori della società si contrappongono esplosioni altrettanto estreme di piacere; e abbastanza di frequente possiamo rilevare nella vita di uno stesso individuo repentini passaggi da un atteggiamento all’altro. «L’autocostrizione che in questa società l’individuo impone a se stesso, la lotta contro la propria carne, non è meno intensa e unilaterale, non meno radicale e passionale del suo opposto: la lotta contro i suoi simili, lo sfrenato godimento dei piaceri» [1, p. 313]. La costruzione dell’uomo nuovo L’excursus compiuto fin qui ha lo scopo di suggerire che “la mente medievale”, intesa come modalità di concepire se stessi e gli altri al di fuori di una integrazione in cui siano finalizzate le proprie azioni, possa configurare uno stato mentale non necessariamente confinato in un determinato periodo storico ma che faccia costantemente parte di noi. Infatti, laddove noi “moderni” vediamo una carta geografica con Stati, confini, fiumi, strade, città e capitali, essa, la mente, vede solo capanne, cibo, schiavi, boschi e bottino, e tale si ripresenta ogniqualvolta crollano i principi unificanti della convivenza umana ad un certo stadio o della coesistenza di diverse parti di noi, o di noi con gli altri, in una certa fase del nostro ciclo vitale. Questo, tuttavia, non significa che si debba equiparare il funzionamento borderline a quello della mente del Medioevo, un periodo durato troppo a lungo per essere assimilato alle fasi critiche degli individui e delle società cui fa riferimento Cancrini. Uno dei rischi che si può correre, anzi, è ritenere il cambiamento del modo di pensare in termini evolutivi, nel senso che si riproduca nella storia il processo evolutivo che l’uomo percorre nella sua ontogenesi, ponendo l’uomo moderno in cima alla scala gerarchica dell’organizzazione dei meccanismi di difesa e del pensiero. Si può, invece, pensare che in mille anni ci siano stati molti “Medioevi” (così come nella vita dell’uomo possono esserci, anche a maturità raggiunta, vari momenti di funzionamento borderline) e che l’organizzazione della società e della psiche nell’umanesimo fosse già diversa rispetto a quella dell’Alto Medioevo. È suggestivo pensare che altri Medioevi, cioè fasi critiche di passaggio, ci siano stati nell’antichità, che abbiano preluso ad importanti cambiamenti nella costituzione delle società e che altri ce ne saranno o che forse già ci sono. La formulazione delle Tavole della Legge nell’antica società ebraica o del Codice di Hammurabi in quella mesopotamica sono esempi di tentativi di organizzazione di regole di comportamento in gruppi umani che da Ur, Ebla, ecc. avevano reso sempre più complessa l’interdipendenza sociale. Le stesse tragedie greche, con Euripide, Eschilo e Sofocle, esprimono il bisogno di regolamentare i rapporti all’interno di una famiglia (il ciclo degli Atridi, il dramma di Edipo) e di una società non più arcaiche, assumendo la stessa funzione che svolgeranno i drammi di Shakespeare in una società che esce dal Medioevo. Ugualmente i poemi omerici rappresentano una serie di norme morali e di regole di comportamento raccontate in esametri dagli aedi di una società ad oralità primaria che comincia ad espandersi anche oltremare (un sorta di «enciclopedia di abitudini sociali, di leggi consuetudinarie e di convenzioni che costituivano la tradizione culturale greca all’epoca in cui i poemi vennero composti» [8] ). È ugualmente interessante considerare come siano stati simili al nostro altri Medioevi, quale quello giapponese caratterizzato da violenze, passaggi all’atto, utilizzazione di meccanismi difensivi come la scissione. E, del resto, una società, quale quella dell’Alto Medioevo, che per il 60% è di età inferiore ai 25 anni, se da un lato appare violenta, facile al passaggio all’atto, caratterizzata da “un violento pathos”, dall’altro non può che essere dinamica, giovane e caratterizzata da forza fisica, capacità procreative, salute fisica e mentale. È suggestivo pensare che quel tipo di funzionamento della mente compaia nel bambino subito dopo la fase di sperimentazione (Mahler), successivamente nell’adolescenza e nella prima giovinezza, in periodi vitali e sociali di crisi e che preludono a cambiamenti, come la rivoluzione francese o il ’68, e che diventa patologia se si cristallizza o può cambiare la vita ed il mondo se si organizza in modo più maturo. Così come è possibile che la sofferenza espressa attraverso l’anoressia o la bulimia, alla stessa maniera di altre forme di disagio più tipicamente giovanili, possa, attraverso l’accesso a funzionamenti più maturi, diventare un’esperienza di crescita. Scriverà, infatti, Michel Rouche: «L’Alto Medioevo lo consideriamo piuttosto come il nostro inconscio collettivo; il grande periodo storico in cui abbiamo sotterrato le nostre passioni istintive; l’ora in cui il rifiuto di ogni struttura pubblica mise allo scoperto le pulsioni di ciascuno e permise la costruzione di un uomo nuovo» [5, p. 418]. biblio_titolo - ignora BIBLIOGRAFIA bibliografia - art_bibliografia 1. Elias N. (1980) Potere e civiltà. Bologna: Il Mulino, 1983. 2. Cancrini L. L’oceano borderline. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2006. 3. Sciascia L. Nero su nero. In: Ambroise C (ed). Opere 1971-1983. Milano: Bompiani, 2003, p. 730. 4. Kernberg O. (1975) Sindromi marginali e narcisismo patologico. Torino: Bollati Boringhieri, 1985, p. 41. 5. Rouche M. (1985) L’alto medioevo occidentale. In Aries PH, Duby G (eds). La vita privata dall’impero romano all’anno mille. Roma-Bari: Laterza Editore, 1988. 6. Montanari M. Il cibo come cultura. Roma-Bari: Laterza Editore, 2004, p. 90. 7. Huizinga J. (1921) L’autunno del medioevo. Roma: Newton Compton, 1992, p. 45. 8. Havelock EA. (1986) La musa impara a scrivere. Roma-Bari: Laterza, 2005, p. 75. 9. Freud S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io. In: Freud S. Opere, Vol. 9. Torino: Boringhieri, 1979. 10. Lingiardi V, Madeddu F. (1994) I meccanismi di difesa. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2002. 11. Mahler M, Pine F, Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino. Torino: Boringhieri, 1978. 12. Scalfari E. Il boomerang finale dell’Aldo longobardo. la Repubblica 27 giugno 2010; pp. 1-27.