Tutti in campo con… Alex

Erika Giannitti1

1IPRA - Istituto di Psicologia Relazionale Abruzzese, Pescara; Anno Accademico 2016-2017; Tesi di Specializzazione di fine Training; Supervisore: Dott.ssa Diomira Di Berardino.

INTRODUZIONE

La nascita delle comunità per minori in Italia è da collocarsi alla fine degli anni Settanta. Queste strutture, intese come alternative agli istituiti tradizionali, hanno avuto una trasformazione lunga e complessa, passata attraverso numerosi interventi legislativi diversificati.

Così come una volta esisteva una sola soluzione, l’istituzionalizzazione, ai tanti problemi dei minori, nel tempo si sono sviluppate la coscienza e la competenza tecnica per realizzare progetti mirati al contesto e alla situazione specifica del minore stesso. È sempre più presente inoltre, l’esigenza di un lavoro congiunto sui genitori (ove possibile) mirato a valutarne le possibilità di recupero. In questo scenario la comunità per minori, la cui funzione sembra essere sempre più incentrata sulla protezione e la tutela del minore, è chiamata a integrarsi in progetti a più ampio respiro e a svolgere funzioni adeguate alle necessità. Nascono dunque differenti tipologie di comunità, classificate secondo le linee guida “Qualità dei servizi residenziali socio-educativi per minori” emanate dal Ministero per la Solidarietà sociale d’intesa. Le linee guida riprendono al loro interno, modificandola leggermente, una classificazione dei servizi per minori elaborata dalla Conferenza Stato-Regioni nel gennaio del 1999.

In quella prima classificazione, la “comunità per minori” veniva definita “Presidio residenziale socio-assistenziale per minori”, e ne venivano individuate 4 tipologie: comunità di pronta accoglienza; comunità di tipo familiare; comunità educativa; istituto. Nelle linee guida si parla invece di “Servizi residenziali socio-educativi per minori”, e la classificazione prevede quindi le altre tre categorie già individuate, con l’aggiunta del “gruppo appartamento giovani”:

• comunità educativa: in questo servizio l’azione educativa viene svolta da un’équipe di operatori professionali, che la esercitano come attività di lavoro;

• comunità di pronta accoglienza: è una comunità educativa per minori, che si caratterizza per la capacità di accogliere il minore in condizioni di disagio estremo e senza un preventivo piano di intervento; la permanenza è breve, per il tempo strettamente necessario a individuare una collocazione più idonea;

• comunità di tipo familiare: in questo servizio le attività educative sono svolte da due o più adulti che vivono insieme ai minori, anche con i propri figli, assumendo funzioni genitoriali. Gli adulti generalmente sono un uomo e una donna; possono svolgere attività lavorativa esterna ed essere coadiuvati nelle attività quotidiane da personale retribuito;

• gruppo appartamento giovani: questo servizio accoglie giovani che non possono restare in famiglia, sono vicini o hanno superato i 18 anni e devono ancora completare il percorso educativo per raggiungere l’autonomia e un definitivo inserimento nella società. Le attività quotidiane sono in gran parte gestite dai giovani stessi e l’azione educativa non richiede la presenza continua di operatori interni alla struttura [1].

I bambini e i ragazzi accolti in comunità per minori provengono generalmente da: storie di separazioni traumatiche dalle figure genitoriali; condizioni di maltrattamento fisico e psicologico; deprivazione affettiva e instabilità relazionale; percorsi interrotti, come ad esempio un affidamento familiare fallito; una misura alternativa alla detenzione. Nelle situazioni più compromesse è il Sé ad apparire come la dimensione più danneggiata da un’inadeguata relazione adulto/bambino in ambiente familiare multiproblematico ad alto rischio psicosociale. La comunità è, per il minore, un ambiente terapeutico, lo spazio di vita attuale, la “casa”. L’unione tra l’ambiente favorevole in cui si trova il minore e il sistema di relazioni che si crea al suo interno, e non solo, ha lo scopo di aiutare il ragazzo a rispecchiarsi, a capire e accettare il suo passato e a trarre spunti per la ricostruzione della propria identità personale. Le relazioni che si instaurano fra coloro che vivono all’interno della comunità sono: relazioni di adulti con minori, di minori con minori e di adulti che lavorano insieme. Ci sono poi le relazioni con l’esterno: con la famiglia d’origine, con i servizi, con i membri della rete che si prende cura del minore e con il Tribunale per i minorenni.

Questa dimensione relazionale comprende sia chi accoglie, sia chi è accolto [2].

In questa cornice, la terapia sistemico-relazionale gioca un ruolo fondamentale. Il sistema viene definito come “un insieme di elementi in relazione fra loro” e tutti i sistemi sono “aperti”, ovvero scambiano energia e informazione con l’ambiente e quindi anche con altri sistemi. La “relazione” fra, ovvero la struttura che connette secondo Bateson [3], diventa il campo privilegiato delle osservazioni… Guardare alla famiglia non può non evidenziare il fatto che la famiglia è inserita in una rete di relazioni con altri sistemi; ci sono le famiglie d’origine, i luoghi e i tempi dell’appartenenza sociale, le relazioni con il mondo del lavoro, con quello della scuola e con quello sanitario-assistenziale [4].

Nella mia esperienza professionale all’interno delle comunità riabilitative, in particolare in una Struttura Residenziale Terapeutico-Riabilitativa estensiva (SRTRe) per adulti a doppia diagnosi (dai 19 anni ai 60 anni circa), ho apprezzato come nel tempo si sia dato sempre maggiore spazio al lavoro con il contesto che fa da “cornice” al paziente ospite della struttura. Circa dieci anni fa, agli inizi della mia esperienza in questo settore, il lavoro terapeutico con i pazienti verteva maggiormente sulla riabilitazione individuale e solo in alcuni casi, solitamente dove vi era una possibilità economica adeguata, alcune famiglie seguivano un percorso parallelo con un terapeuta all’esterno della comunità di cui, a volte, la struttura non era a conoscenza. Inoltre, le relazioni con il servizio territoriale di competenza, al quale l’ospite faceva riferimento, erano scarse, in alcuni casi avvenivano di rado e telefonicamente. Per quanto riguarda il fine ultimo della comunità e cioè il reinserimento sociale e lavorativo delle persone che chiedono aiuto, anche qui il lavoro diventava frammentato e con risultati non soddisfacenti: ad esempio, alcuni ospiti venivano reinseriti all’interno dello stesso contesto familiare e sociale dal quale si erano (o erano stati) allontanati senza che sullo stesso si fosse in qualche modo intervenuti, ottenendo come risultato finale, nella gran parte dei casi, una riacutizzazione della patologia con conseguente ricaduta da parte di tutto il sistema. Negli anni, tutto questo è cambiato. La prospettiva sistemica si è fatta spazio in un ambiente come quello della psichiatria che in passato prediligeva l’utilizzo di altri approcci riabilitativi e che nel tempo si è dovuta ricredere. Si è passati dal vedere i familiari dei pazienti, una volta al mese, solo presso lo psichiatra del servizio di appartenenza, ai gruppi multifamiliari, che coinvolgevano le famiglie e gli operatori del servizio che avevano in cura il paziente. Anche in questo scenario, la rete tra famiglia, servizi, paziente designato e comunità presentava qualche “falla”. Facendo riferimento alla mia personale esperienza, il valore aggiunto è stato quello di aprire le porte della comunità ai familiari non solo per le visite di routine, ma programmare con loro degli incontri a cadenza mensile per lavorare su quell’aspetto così importante e al tempo poco “utilizzato”: la relazione. Ovviamente non è un lavoro estendibile a tutte le famiglie dei ragazzi ricoverati, ma fattibile nei casi in cui una famiglia è presente e pronta a produrre un cambiamento, poiché possiede risorse per farlo.

È all’interno di questa dimensione relazionale che vi racconterò di Alex, un ragazzo di 14 anni conosciuto al mio secondo anno di training nel lontano 2013 e seguito in supervisione diretta con la dott.ssa Diomira Di Berardino per circa due anni, di suo padre Marco e della sua famiglia, e della Comunità che è stata la sua nuova casa per tutta la durata della terapia. Nonostante i molti anni trascorsi dalla terapia a oggi, la scelta di raccontare la storia di Alex in questa tesi non è mai stata messa in discussione, non solo perché “il primo amore non si scorda mai”, ma poiché, attraverso questa terapia, ho iniziato a integrare due mie parti in formazione che inizialmente faticavano a convivere. Quando mi iscrissi all’IPRA, lavoravo già da qualche anno in Comunità. Ricordo che, durante le prime simulate in stanza di terapia, emergeva forte una conduzione del colloquio, da parte mia, in stile eccessivamente psicoeducativo. Il confronto costante con il gruppo, la formazione in stanza di training, le terapie sapientemente scelte dalle didatte, durante gli anni di formazione, sono stati ingredienti fondamentali per la mia crescita personale e professionale.

Racconterò questa storia, ricca di tanti protagonisti, attraverso la metafora del calcio, uno sport di squadra. Nel mio lavoro privato utilizzo spesso la metafora, mi aiuta a rendere il messaggio veicolato ricco, potente, a creare maggiore empatia e sintonia all’interno della stanza di terapia. Minuchin diceva che le metafore consentono di sfidare i membri di una famiglia, evitando però il pericolo che essi si mettano sulla difensiva. Le metafore, utilizzate da Minuchin, nascono dall’ascolto attento della famiglia e di ogni suo componente, ma soprattutto, dal Sé del terapeuta. L’autore ci invita generosamente a servirci delle sue metafore, sostenendole come doni accessibili a tutti [5].

Nella storia che sto per raccontare, sono scese in campo diverse figure che, solo indossando la stessa maglia e giocando nella stessa squadra, sono riuscite a mettere a disposizione tutte le risorse possibili, necessarie a fare goal!!!

SI “GIOCA”!!!

L’allenamento sul campo

Come ormai succedeva dall’inizio del secondo anno di training, quel mercoledì ero già pronta a interpretare un padre, un figlio o una madre “problematici” in una delle simulate organizzate dalle nostre didatte, e a volte anche da noi allieve, nelle quali a turno ognuna di noi si sperimentava nel ruolo di terapeuta. Quel giorno, però, avrei cambiato abito: sarei stata io la terapeuta. Mi sentivo come una bimba al suo primo giorno di scuola, le gambe mi tremavano, l’ansia saliva e l’unica cosa che volevo era non fare “brutta figura” davanti alle didatte e alle mie colleghe. Il primo passo da fare era leggere attentamente la scheda telefonica, primo strumento di raccolta di informazioni che comprende i seguenti dati: notizie sull’invio – chi fa la richiesta – dati anagrafici di tutti coloro che vivono in famiglia – altri eventuali conviventi (grado di parentela) – problemi – osservazioni. Si trattava di una famiglia composta da padre, madre e una figlia adolescente autolesionista. Quel giorno, entrai in stanza di terapia con la griglia di lettura (Tabella 1) ben salda nella mia mente: uno strumento elaborato durante un gruppo di Supervisione condotto da Lieta Harrison e Maria Grazia Cancrini con allievi che avevano ultimato un training di terapia familiare presso il loro Centro; utile come una bussola per orientarsi nel mondo dei sistemi e delle comunicazioni interpersonali [6]. Come di consueto, dopo ogni simulata, i protagonisti della storia rispondevano alla domanda: “Come ti sei sentita?” Tutti i componenti della famiglia si erano sentiti accolti: al padre erano rimasti, però, la sensazione di non aver detto tutto e il forte desiderio di tornare alla prossima seduta; la madre, invece, nonostante la sensazione di calda accoglienza, si era sentita un po’ invisibile quando aveva cercato di esternare la sua ansia per il momento difficile che stava vivendo sua figlia. La figlia, dal canto suo, aveva avvertito poco la mia presenza professionale e le era rimasto un forte dubbio: se io avessi realmente compreso i suoi problemi o meno. La paziente designata [7] aveva vissuto questa prima seduta più come una chiacchierata informale, che come un incontro con una professionista. Personalmente, durante la seduta avevo avvertito la forte ansia della madre, ma volutamente non le avevo “dato voce”, non volevo entrare subito nella fase della griglia denominata “Quando”, per non “bruciare le mie tappe mentali” e per raccogliere maggiori informazioni sulla famiglia. Invece, la famiglia mi aveva portato molto rapidamente alla fase del “Quando” e non c’era motivo di stupirsene, vista la situazione di emergenza in cui si trovava. Arrivato il momento di analizzare il mio metacontesto [8] il gruppo mi fece questa domanda: “Quale idea ti sei creata prima di entrare in stanza di terapia?” Considerando l’importanza di un evento paranormativo [9], come la cassa integrazione del padre, da aggiungere alla forte ansia della madre, avevo immaginato che il comportamento della ragazza fosse una risposta al clima vissuto in famiglia. Inoltre, non avevo intenzione di far emergere in prima seduta il comportamento autolesionista della giovane, visto da me come atto dimostrativo, per attirare l’attenzione a sé. Riflettendo insieme al gruppo e alle didatte, fonte inesauribile di stimolo e insegnamento, compresi che agendo tale comportamento, ero entrata in collusione con quel sistema familiare un po’ disimpegnato. Minuchin in “Famiglie e terapia della famiglia” scrive: «In una famiglia, la chiarezza dei confini è un parametro utile per la valutazione del funzionamento. Alcune famiglie concentrano l’interesse su se stesse per sviluppare il proprio microcosmo, con conseguente aumento di comunicazione e di coinvolgimento tra i loro componenti. Il risultato è che la distanza diminuisce e i confini si confondono. La differenziazione del sistema familiare si indebolisce. In situazioni di tensione, un tale sistema può diventare sovraccarico e privo delle risorse necessarie per adattarsi e cambiare. Altre famiglie sviluppano confini eccessivamente rigidi. La comunicazione tra i sottosistemi diventa difficile e le funzioni di difesa della famiglia sono danneggiate. Nel funzionamento dei confini questi due estremi sono chiamati: invischiamento e disimpegno […]. In altre parole, un sistema che si colloca verso l’estremità del disimpegno permette un’ampia gamma di variazioni individuali tra i suoi componenti, ma le tensioni che opprimono un membro della famiglia non riescono a valicare i suoi confini eccessivamente rigidi. Soltanto un livello di tensione individuale, molto elevato, può trapelare con forza sufficiente ad attivare i sistemi di sostegno della famiglia […]. Il terapista spesso funge da costruttore di confini, chiarificando i confini invischiati e sciogliendo quelli eccessivamente rigidi. La sua valutazione dei sottosistemi familiari e dell’appropriato funzionamento dei confini fornisce un rapido quadro diagnostico della famiglia e serve a orientare i suoi interventi terapeutici» [10].

Colpita dall’osservazione della paziente designata, che aveva evidenziato il mio modo amichevole di condurre il colloquio, compresi quanto fosse difficile per me ricoprire un ruolo diverso rispetto a quello che, al tempo, rivestivo all’interno della comunità in cui lavoravo e lavoro attualmente. Rimasi stupita, quando mi resi conto, di non aver voluto affrontare un problema per me non certo estraneo, ovvero quello dell’autolesionismo. Così, quasi a voler smentire ogni logica, invece di allarmarmi di fronte a una giovane ragazza che mostra i segni del proprio disagio, scelsi di non “ascoltare”.

In quegli anni, l’abitudine ad affrontare problematiche simili in un ambiente protetto, come poteva essere quello della comunità, mi rese cieca e superficiale dinanzi a una difficoltà che in un contesto come quello della psicoterapia deve essere gestita in modo completamente diverso. In questa simulata, provai a mettere in pratica, per la prima volta, la griglia di lettura (Tabella 1). Sicuramente l’esperienza, negli anni, mi ha insegnato a non cadere nella trappola di una sua rigida applicazione, come successo a me nella simulata, rendendomi “sorda” di fronte al grido di aiuto della famiglia. L’essermi sperimentata per la prima volta nei panni di una terapeuta mi fece comprendere che, al di là del significato dei sintomi dei nostri pazienti, le loro ferite meritano sempre di essere medicate, non lasciate sanguinare. Che è fondamentale analizzare il metacontesto del terapeuta: un grosso baule, contenente aspetti unici e diversi per ogni professionista. Esso funge da cassa di risonanza e, solo imparando a usarlo in maniera strategica, potremo sintonizzarci meglio con le necessità di coloro che chiederanno il nostro aiuto. Un giorno, durante un seminario, il dottor Bernucci disse: “L’esserci in stanza per quanto difficile adesso vi possa sembrare, vi verrà naturale e, tranquille, pensare più alla vostra bella performance che alla famiglia non è un pensiero schizofrenico”.

La convocazione in prima squadra

Quel mercoledì, la dott.ssa Di Berardino ci salutò e disse, senza tanti indugi, che due di noi la settimana successiva avrebbero fatto il loro ingresso in stanza di terapia, dal momento che erano arrivate all’IPRA due richieste ed erano state affidate al nostro anno di training. Con la stessa immediatezza svelò i nomi delle due allieve: io ero una di quelle. Palpitazioni, la voce che trema dall’emozione, quel giusto mix di ansia ed eccitazione per un momento che quando meno te lo aspetti, arriva!

La terapia mi fu così presentata dalla didatta: “Il paziente designato è un ragazzo di 14 anni, inviato all’IPRA dal reparto di Neuropsichiatria Infantile. Un ragazzo “ribelle” che ha frequentato per qualche mese una struttura semiresidenziale, dalla quale è stato dimesso a causa dei suoi comportamenti tutt’altro che tranquilli. Ora vive con il padre Marco e la sua compagna Cristina, con sua sorella di 19 anni Sofia, e Maria, la madre di Cristina. Sua madre biologica è tossicodipendente e vive al Nord. Anche la scuola che frequenta attualmente vorrebbe trasferirlo in un altro Istituto, sempre a causa del suo atteggiamento “ribelle”. La situazione di questa famiglia è abbastanza “disperata”. Dai colloqui effettuati nel reparto di Neuropsichiatria, il ragazzo appare tranquillo e calmo, quasi impensabile credere che possa combinare talmente tanti guai da essere “rifiutato” da tutti. Per lui ho pensato a una terapia “soft”, colloqui tranquilli, effettuati con un linguaggio semplice, una terapia fatta con tanto “cuore”. Ecco alcuni stralci della relazione prodotta dalla dott.ssa Di Berardino relativa all’interpretazione del protocollo MMPI-A:

«Alex si è mostrato discretamente collaborativo ma poco motivato nella compilazione del test. Ha presentato evidenti segni di stanchezza che hanno richiesto ripetute interruzioni della somministrazione. Durante lo svolgimento della prova, Alex chiede spesso quanto tempo è trascorso e/o il tempo necessario per terminare la prova, sfoglia più volte le pagine del questionario per capire la quantità di lavoro ancora necessaria, chiede spesso di potersi fermare per finire un altro giorno. Si osserva scarsa tolleranza alla frustrazione. Inoltre, Alex ha chiesto più volte spiegazioni su alcuni item e conferme circa la correttezza o meno delle sue risposte… Si rileva la probabile presenza di sintomi legati all’ansia, nervosismo e difficoltà di sonno. Incapacità a concentrarsi in un compito ed elevate difficoltà nel prendere decisioni. Sembrerebbero essere presenti anche problemi di irritabilità e controllo della rabbia, problemi della condotta associata a piacere nell’intimorire gli altri e attrazione verso comportamenti di tipo criminale. Tali aspetti sono causa di evidenti problemi scolastici e familiari. Si evidenzia, inoltre, la tendenza a presentare opinioni negative su se stessi e un basso livello di autostima, caratterizzato da mancanza di fiducia in se stessi e sentimenti di inutilità. Sembrerebbero, infine, presenti atteggiamenti negativi nei confronti di medici e professionisti nel campo della salute mentale; convinzioni negative circa la possibilità di essere compresi ed aiutati dagli altri, indice di un basso livello di disponibilità al trattamento…».

Fase finale del complesso, faticoso e affascinante lavoro sul genogramma [11] della mia famiglia, fatto durante il I anno di training è stata la restituzione:

“Sei bravissima ad essere seduttiva ma vorremmo che ti innamorassi un po’. La parte difficile non è sedurre ma innamorarsi. Tu tutto ciò lo vedi ma ancora da troppo lontano. Una cosa che vogliamo regalarti è una vacanza a due da fare con chi vuoi, senza spiegarti il perché, te la regaliamo e basta. In terapia i pazienti creano legami di attaccamento con il terapeuta e viceversa il terapeuta deve crearli con loro. Magari nel tuo studio di pazienti ne avrai tanti, ma potrebbe mancarti l’innamoramento verso di loro. Niente specchi, niente occhiali da sole ma una semplice vacanza a due!”.

Pensai a queste parole ascoltando la descrizione del caso di Alex. Una terapia da fare con il cuore a una terapeuta in formazione che deve imparare ad amare… perfetto!!!

Dopo aver compilato la scheda telefonica, il supervisore mi disse che aveva scelto me per questa terapia non solo per quanto emerso dal mio genogramma ma, anche, per la mia esperienza comunitaria. Solo in un secondo momento compresi che uno degli obiettivi di questo percorso terapeutico sarebbe stato quello di accompagnare Alex nel difficile cammino comunitario, dall’ingresso alla permanenza in un contesto diverso e lontano da casa sua.

L’esordio rinviato...

Il giorno precedente alla tanto attesa prima seduta ricordo di aver esorcizzato ansia e paure insieme alle colleghe che avrebbero “debuttato” con me durante il mercoledì di training. A rotazione ognuna di noi si esercitava a simulare un primo colloquio, personalmente cercando di correggere gli errori commessi nelle simulate svolte in precedenza a scuola. Arrivata in aula, l’ansia ovviamente è cresciuta e con lei la paura di non essere ancora in grado di accogliere una famiglia “reale” non più fatta di allieve-attrici. Per il nostro primo incontro avevamo convocato padre e figlio, già noti alla mia didatta poiché conosciuti al servizio durante i colloqui in Neuropsichiatria per la valutazione di Alex. La sorella attualmente si trovava al Nord dai parenti della mamma, con i quali anche Alex aveva mantenuto rapporti discreti; Cristina, compagna del padre, e sua madre le lasciammo volutamente in panchina per concentrarci sulla conoscenza di Alex e della sua storia e sull’osservazione della relazione tra il ragazzo e suo padre.

Quel mercoledì, però, una telefonata all’IPRA smorzò la mia tensione: la terapia veniva rinviata alla settimana successiva perché il ragazzo era impegnato a svolgere degli accertamenti medici che si sarebbero protratti per tutto il pomeriggio. Approfittai del debutto delle mie colleghe per arrivare più preparata al mercoledì successivo; compresi meglio l’importanza di un’ulteriore figura all’interno del processo terapeutico, fino a quel momento a me sconosciuta, la “quaderneuta”, collega che si occuperà di relazionare le sedute di terapia, di annotare tutto ciò che accade nella terapia prima, durante e dopo. Si tratta di una figura fondamentale tanto da essere considerata “una seconda memoria”. Infine, pensai a ciò che Luigi Cancrini mi aveva insegnato attraverso la lettura del libro “La Psicoterapia: grammatica e sintassi” [12] e cioè che una psicoterapia inizia sempre prima del primo colloquio (invio), e che ciò che accade prima della seduta è la premessa di ciò che accadrà all’inizio di questa; che i sintomi sono messaggi che comunicano l’angoscia e il dolore di una situazione inaccettabile e che il tipo, la durata, l’intensità e la gravità sono legati ai processi di individuazione e di svincolo propri di ciascuna fase del ciclo vitale dell’individuo e della sua famiglia; che ogni sintomo racchiude sempre un aspetto legato alla dinamica personale e uno legato alla dinamica relazionale nel contesto in cui si presenta; che le informazioni che il terapeuta riceverà in prima seduta saranno molte di più di quelle effettivamente necessarie e che quindi sarà importante fare una selezione dei dati in entrata e un successivo ordinamento (i dati sono in psicoterapia un materiale fluido da rimettere continuamente in discussione); che la resistenza in terapia ha un significato utile e difensivo ed è inutile e pericoloso cercare di forzarla senza tener conto delle ragioni che la spiegano; che, quest’ultima può essere superata quando viene meno il quadro in cui ha senso e che, infine, il “buio della mente” non dovrà spaventarmi (fase di confusione e di buio che potrebbe portare il terapeuta a “chiudere in fretta la partita” traendo conclusioni affrettate simili a quelle di colui che parla o, al contrario, far sì che metta in opera meccanismi a sua disposizione per confrontarsi con un problema da risolvere).

Che la partita abbia inizio

Padre e figlio arrivano all’IPRA in anticipo cogliendomi impreparata e ancora in pausa. Facciamo accomodare entrambi in stanza di terapia e il papà di Alex appare sorpreso: “… Pensavo dovessi solo accompagnarlo non partecipare alla seduta…”. Marco, il padre, arriva direttamente da lavoro, il suo abbigliamento è quello tipico di un manovale; Alex adeguato e congruo al contesto resta per tutta la prima parte della seduta molto silenzioso, lascia che sia suo padre a cercare di raccontare la loro storia.

Dopo aver presentato il setting (in particolare l’apparecchiatura audio-video e lo specchio unidirezionale), cerco di conoscere la famiglia, chiedo informazioni circa l’invio, la storia del problema, gli obiettivi. Fin da subito nella stanza regna tanta confusione, a tratti ciò che dice il padre è di difficile comprensione poiché usa un dialetto del Sud molto “stretto”. Circola agitazione e confusione, risulta davvero difficile raccogliere informazioni, il clima emotivo della seduta è caratterizzato da nervosismo e trapelano molte resistenze: sicuramente la famiglia presenta vissuti difficili da elaborare.

Marco (padre) 38 anni: muratore. Lavora tutto il giorno, esce di casa alle 6:00 del mattino e rientra alle 18:00; originario di Napoli, ha cominciato a lavorare a Como dove ha conosciuto la madre dei suoi figli, Alex e Sofia, che lì sono nati. Emerge che, in passato, è stato agli arresti per tre anni a causa di un furto: “… Non ho mai commesso reati gravi, adesso ho capito come ci si comporta…”. Dal 2005 si è trasferito a Pescara con i suoi figli, dopo aver conosciuto la sua nuova compagna, Cristina, 36 anni, barista. Attualmente convivono a casa di Cristina e della sua mamma. Marco riferisce che Cristina è al corrente della loro storia familiare e si è fatta carico dei suoi figli come “una vera mamma”. In passato hanno cercato di avere figli propri ma non ci sono riusciti. Emerge che la madre biologica dei ragazzi, Giulia, faceva uso di sostanze e che, per tale motivo, non riuscisse a portare a termine nessun tipo di lavoro. Durante il racconto del padre, Alex si distrae spesso con il telefonino, cosa che a volte fa anche lo stesso Marco.

È il turno di Alex, 14 anni: parla della sua passione per il ballo, della voglia di frequentare una scuola specializzata per diventare un professionista, ma non quella dove vanno i suoi amici poiché lui non è bravo e si vergogna. Interviene il padre che racconta del periodo nella comunità semiresidenziale. A scuola stava avendo dei comportamenti violenti che papà minimizza definendoli “piccoli scatti”. Questi “scatti”, sfociati in una rissa, hanno avuto per Alex conseguenze forti: una denuncia da parte della scuola con conseguente intervento da parte dei servizi sociali e della struttura. Attualmente Alex a scuola fa l’orario ridotto e non frequenta più la comunità poiché è stato espulso a causa del suo comportamento maleducato. Anche in questa circostanza, il padre sottolinea come fossero stati gli operatori della struttura a “prendere di mira suo figlio” e che: “… Anche a casa, a volte, è un po’ nervoso ma non ha mai commesso alcun reato…”. Su questo aspetto, padre e figlio si spalleggiano a vicenda rafforzando l’idea che fosse la struttura, nello specifico nella figura del direttore, a non avere una particolare simpatia nei confronti di Alex. Stesso atteggiamento viene riservato nei confronti della scuola, soprattutto da parte di Marco che con tono deciso afferma che: “… La preside non vedeva l’ora di punire mio figlio, perché lo percepisce come un pericolo per gli altri ragazzi, ma prima di quella rissa non aveva fatto mai nulla di male…”. Marco, nel raccontare la storia della denuncia a carico di suo figlio e dell’intervento dei servizi sociali, tende a ribadire il suo ruolo di padre, afferma che se ad oggi si è attivato tutto ciò (servizi sociali, medici, professionisti) è solo perché lui l’ha permesso. In più occasioni durante la seduta ci ha tenuto a ribadire che a casa sua non è mai mancato nulla e che, in qualità di padre, ha sempre detto ai suoi figli di “non usare le mani” poiché non serve a nulla. Alex, pur condividendo, in parte, i contenuti emersi fino a quel momento in seduta, trova esagerate le conseguenze: “… L’unica cosa che spesso faccio è distrarre i miei compagni perché faccio casino. Non mi sembra una cosa così grave…”.

Torniamo al periodo a Como. Alex, innervosito, racconta di episodi in cui la sua mamma si arrabbiava e gli metteva un ago vicino alla lingua per spaventarlo. Detto ciò, Alex e il padre tengono a precisare immediatamente che non ci sono mai stati gesti di violenza più forti nei confronti di lui e di sua sorella. Attualmente Alex non vuole vedere sua madre; con un po’ di imbarazzo racconta che, quando si sono trasferiti in Abruzzo, si mise a piangere.

In questo clima confusivo, emerge una “particolarità” legata ad Alex: in realtà all’anagrafe si chiama Fabio, come lo zio, fratello del padre, morto a causa di un incidente in moto pochi mesi prima della sua nascita. Il nome Alex è stato voluto dalla famiglia della mamma, contraria e, a detta del padre, gelosa del nome Fabio.

L’ingresso in stanza del supervisore ristabilisce un po’ di ordine poiché io, sopraffatta dalla confusione che fin da subito si era creata in stanza, ho lasciato a padre e figlio la conduzione della seduta, colludendo [8] con quel caos. Si torna sulle questioni legate al comportamento di Alex sottolineando che, se non si interviene in maniera tempestiva: “… Il ragazzo rischia grosso…”. Da questo momento in poi, il clima in stanza cambia. Marco, nervoso, non comprende cos’è che ci sia di “sbagliato” in suo figlio. Alex assume una posizione di chiusura, braccia conserte e dice poco o nulla, risponde alle domande a tratti e con tono di voce basso e “lamentoso”. Manifesta la volontà di andare via. La dott.ssa Di Berardino, a questo punto, decide di lasciare la stanza e portare con sé il padre chiedendo a me di lavorare, in quegli ultimi minuti di seduta, con Alex per cercare di “convincerlo” a tornare la prossima volta. Mossa strategica, questa, che mi ha permesso di riappropriarmi del mio ruolo di terapeuta, di mostrare ad Alex quella giusta accoglienza ed empatia che fino a quel momento non ero riuscita a esprimere, alleggerendo il clima con fasi più ludiche, come “giocare” con l’apparecchiatura audio-video presente in stanza, soprattutto con il microfono. Prima di salutarci, ci diamo appuntamento da lì a quindici giorni.

Nella stanza conta essere semplici ed efficaci, “testa e pancia” devono essere unite. Lo stesso Cancrini afferma che: «Il terapeuta deve essere se stesso ed essere equilibrato. Se la famiglia ha questa percezione allora ci dirà cosa è utile fare» [13].

Nel post seduta, con il gruppo e il supervisore lavorammo su quanto emerso da quel primo incontro. Ripensai a tutto ciò che, durante la terapia, avrei potuto approfondire, alle domande che avrei dovuto fare a padre e figlio per chiarire i molti aspetti che erano emersi ma in modo caotico, a ciò che avrei indagato nei prossimi incontri. Nello specifico, riguardo al rapporto tra Marco e Cristina: da quanto tempo cercano di avere figli? Non arrivano per problematiche organiche o altro? Relativamente alle notizie sulla madre di Alex: da quanto tempo fa uso di stupefacenti? Facendo un calcolo sembra che i figli siano arrivati molto presto, forse lei era minorenne e, se così fosse, con chi e come hanno vissuto? Qualcuno li ha aiutati? Alex e Sofia da quanto tempo non vedono la loro mamma? Qual è stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”? L’atteggiamento di Marco è stato spesso ambivalente durante la seduta: se da un lato disconfermava [8] me e il supervisore, dall’altro invitava il figlio a fidarsi di noi in quanto dottoresse che “possono capirlo”; rivolgendosi a noi minimizzava i comportamenti “ribelli” di Alex e, in un secondo momento, parlando con lo stesso Alex etichettava quegli stessi comportamenti come “qualcosa da non fare”. Infine, tra la coppia padre-figlio regna tanta confusione, non sono riusciti mai a dare informazioni chiare e precise, è possibile che sia Cristina a mettere un po’ di ordine (?!). Trattandosi di una famiglia “semplice” è già un grande lavoro far capire loro in che contesto si trovino e che noi siamo dalla “loro parte”, giochiamo nella stessa squadra. Alex appare rifiutato da tutti i contesti nei quali si trova: scuola, amici, casa, comunità… Così come la sua mamma l’ha abbandonato, Alex sembra confermare questa immagine di sé “rifiutata”, adottando comportamenti che spingono l’altro ad allontanarlo. Per quanto riguarda il comportamento “ribelle”, emerge solo in alcuni contesti. Ad esempio, al servizio durante i colloqui con la neuropsichiatra e in stanza di terapia, no. Sembra che ad Alex manchi qualcosa. Si tratta di una storia familiare dolorosa e abbandonica.

IL PRIMO TEMPO

Partita sospesa e due mesi in panchina…

Ricordo di aver atteso il mercoledì successivo al mio “battesimo” in fermento, trepidazione e ansia. La seconda seduta mi “spaventava” più della prima: “La volta scorsa li ho fatti presentare, ci siamo conosciuti e oggi? Se cala il silenzio in stanza, che faccio?”. Mi è bastato arrivare in aula, guardare il volto della mia didatta per capire che qualcosa stava succedendo e che, purtroppo, riguardava la famiglia da me seguita. Il supervisore, con molto dispiacere, mi riferisce che la situazione è “precipitata”; il ragazzo, che aveva già una denuncia all’attivo, ha continuato a fare “casini” e ora per lui si prospetta un lungo periodo in una Comunità Residenziale per minori, vista la precedente esperienza fallimentare in una semiresidenziale. La didatta, comunque, non esclude la possibilità di un ritorno all’IPRA da parte di questa famiglia, magari quando i comportamenti ribelli del ragazzo si saranno attenuati.

“Tristezza”, ecco cos’ho provato in quel momento. Io in una Comunità ci lavoro, mi imbatto, quotidianamente, in ragazzi che per scelta, e non, si ritrovano a vivere una vita “a metà”, fatta di rinunce, sacrifici… Ragazzi che cadono e si rialzano di continuo perché soli o con, alle loro spalle, famiglie assenti o stanche di credere nel cambiamento di questi figli ormai alla “deriva”. Pensare a un ragazzo di 14 anni che, invece di trascorrere le sue giornate in famiglia e con gli amici, si ritroverà a condividere un periodo della sua vita con altri ragazzi, altrettanto “arrabbiati”, mi riempie il cuore di tristezza; emozione che, credo, di aver letto anche nello sguardo di Alex, il giorno della prima seduta. Così scrive Cancrini: «Sono diversi anni, ormai, che ho preso l’abitudine di sconsigliare ai miei allievi l’uso del termine aggressività, sostituendolo con quello di rabbia. Quando si parla di aggressività, a mio avviso, si suscita l’immagine di una quantità eccessiva di energia negativa che chiede di essere liberata: in modo potenzialmente aspecifico. Quando si parla di rabbia, invece, ciò che si evoca immediatamente è l’idea di un’emozione provocata da una situazione e/o da qualcun altro contro cui la rabbia comprensibilmente tende a dirigersi» [14].

La mia terapia, alla fine, resterà sospesa per circa due mesi… fino al giorno in cui la stessa didatta che, con dispiacere mi aveva annunciato che non avrei più fatto colloqui con la famiglia, mi dirà, con gioia ma anche tanta preoccupazione, che il giudice del tribunale dei minori ha imposto al ragazzo un percorso di terapia familiare da svolgersi all’esterno della comunità: all’IPRA. L’impresa sarà ardua, perché da un po’ di mesi la situazione in quella famiglia è andata peggiorando e Alex ha mostrato non poca insofferenza in comunità. Devo ammettere che i mesi in “panchina” mi hanno permesso di riempire, maggiormente, quel bagaglio personale che, nel corso della formazione, è diventato sempre più “ricco”. Osservando le sedute delle mie colleghe, con le loro famiglie, sono riuscita a comprendere più chiaramente il valore della restituzione: fase successiva a quella dell’ascolto, nella quale ogni terapeuta si impegna, spendendo tutte le proprie energie, per far passare un importante messaggio, elaborato con l’aiuto del supervisore e del gruppo, alla famiglia. È di fondamentale importanza che la restituzione venga accettata e condivisa pienamente dal nucleo familiare. Durante questa fase, cambia il ritmo della seduta, diventa solenne e dovremmo acquisire quel potere terapeutico che tanto inseguiamo. Inoltre, ho apprezzato maggiormente il valore delle differenze, sia nello stile di insegnamento da parte delle didatte, sia in quello terapeutico delle colleghe: diversi modi di condurre un colloquio, di ridefinire e di mettersi in gioco. La differenza arricchisce e non dimezza. Tenendo, quindi, sempre in mente la teoria, punto di riferimento per noi giovani terapeute, mercoledì dopo mercoledì cresceva in me la consapevolezza e l’importanza di un concetto fondamentale: “Bisogna imparare a essere terapeuti, più che fare i terapeuti”.

I primi 45 minuti...

Dieci sedute, 5 mesi tra colloqui individuali con Alex, di coppia con padre e figlio, con tutta la famiglia, e una riunione d’équipe (psicologa, assistente sociale, direttore della comunità) per fare il punto della situazione su Alex e la sua famiglia, attraverso un confronto tra i vari professionisti intervenuti, fino a quel momento, sul caso. Padre e figlio si presenteranno agli incontri visibilmente più curati nell’aspetto esteriore, rispetto alla prima volta che li ho conosciuti; per riprendere le parole del mio supervisore: “Il ragazzo utilizza un linguaggio e ha un aspetto da Oxford rispetto a due mesi fa”.

Dalla seconda alla quinta seduta

Ricordo che, in seconda seduta, un po’ di tempo venne impiegato per ristrutturare il setting: in stanza di terapia si erano accomodati, oltre al paziente designato, anche gli educatori e altri ospiti della comunità, che erano venuti per far compagnia ad Alex durante il viaggio (la comunità si trovava in un territorio diverso rispetto alla sede dell’IPRA). Prima di congedare l’educatore, chiedemmo informazioni circa il percorso comunitario di Alex: la risposta fu positiva. Alex stava imparando a rispettare le regole, tollerando meglio la frustrazione. Anche a scuola stava avendo buoni risultati: con i nuovi professori e i compagni stava iniziando a instaurare buone relazioni (si era trasferito in una scuola media vicino alla comunità). Alla fine, in stanza restarono padre e figlio. Emerse subito consapevolezza rispetto ai progressi fatti nell’ultimo periodo. Papà, per buona parte dell’incontro, cercò di giustificare la sua assenza, negli ultimi mesi, adducendo problemi economici che l’avevano portato a interrompere il percorso.

La seconda parte della seduta proseguì senza papà. Da sola in stanza con Alex, notai un ragazzo più riflessivo e sereno rispetto all’altra volta: mi raccontò della vita comunitaria, delle regole, a volte troppo rigide, del desiderio di voler tornare più spesso in permesso a casa, ma di non sentirsi ancora pronto al rientro definitivo. In quella, come anche nelle successive sedute, rinforzai spesso la necessità e l’importanza delle regole, sia in comunità che nella società. Lasciammo per qualche seduta in panchina papà che tendeva a giustificare ancora troppo il momentaneo allontanamento di suo figlio da casa e a elogiare le sue qualità di padre: gli rubava troppo la scena! Obiettivo degli incontri successivi fu quello di agganciare Alex, che aveva già detto in passato di non voler affrontare argomenti delicati come quello della sua mamma.

In terza seduta, Alex si presentò cupo e pensieroso. Aveva scoperto da poco che sarebbe rimasto in comunità un anno e mezzo. Nello stesso tempo, gli avevano accordato permessi settimanali a casa, ma senza pernotto. Sollecitato a esternare le motivazioni che l’avevano portato in comunità, mi disse: “Sono due i motivi, la litigata con il bidello e quella con un compagno di scuola”. In quella seduta, gli spiegai che stavamo collaborando con la comunità, per permettergli di tornare a casa più spesso. Sapevamo quanto fosse legato alla sua famiglia. Nonostante ciò, doveva comprendere che non a tutti era concesso andare a casa ogni settimana, così come faceva lui. Il supervisore e il gruppo mi aiutarono tanto quel giorno, con le loro preziose riflessioni: “Ricordati che stai parlando con un ragazzo, oggi a tratti sei stata troppo seriosa. È bene lavorare sul qui ed ora, ma bisogna essere più variabili nei contenuti. È necessario approfondire il discorso liti a scuola: il tutto rimanda al tema presente in Alex della competizione. Rispetto al tempo trascorso in comunità, sembra già un veterano. Infine, un punto ad Alex che pur minimizzando ciò che ha fatto, inizia a riconoscerlo”.

In quarta seduta, convocammo quella che, al tempo, era la sua famiglia: papà Marco, la sua compagna Cristina e Sofia, la sorella di Alex. Dopo un iniziale imbarazzo, Cristina si presentò: 36 anni, faceva la barista da quando ne aveva 15.
Nel bar dove al tempo lavorava, conobbe Marco: “È stato un colpo di fulmine”, disse. Fin dall’inizio della loro storia d’amore, Cristina raccontò di essere stata messa al corrente della difficile e delicata storia familiare del suo compagno. Inizialmente, andarono a vivere a casa della mamma di Cristina, per poi trasferirsi in una casa più grande che potesse accogliere anche Alex e Sofia. Amava andare in palestra e fare attività fisica, ma a causa del troppo lavoro decise di smettere. Dopo varie interruzioni da parte di Marco, riuscì a presentarsi anche la sua primogenita Sofia: 19 anni, si era da poco trasferita a Milano a casa delle zie materne per due motivi: trovare un lavoro come barista e stare più vicino a un ragazzo di 28 anni, carabiniere, conosciuto in vacanza. Raccontò di aver sempre avuto un buon rapporto con le zie, considerate quasi “sorelle” per la loro giovane età. Aveva frequentato la scuola alberghiera, abbandonata dopo la doppia bocciatura sempre al secondo anno. La scuola le piaceva, adorava l’italiano e l’insegnante della materia; nonostante ciò, alla ripresa della scuola dopo le vacanze natalizie, decideva di non rientrare. Quel giorno, si trovava a Pescara per festeggiare il compleanno di suo padre. A questo punto della seduta gli “animi si scaldarono”. Emerse che la comunità non aveva concesso ad Alex il permesso di trascorrere un giorno di festa con il resto della famiglia, decisione che portò non poca tensione: Cristina chiamò il direttore della struttura per inveirgli contro, per poi, successivamente, chiedergli scusa. Da parte della famiglia, la comunità veniva vissuta come ostile nei loro confronti: “Ci rimandano sempre che il problema per Alex siamo noi. Io vengo da una buona famiglia, con dei sani principi e, anche se il mio compagno ha sbagliato in passato, adesso ha capito dai suoi errori. Per me Alex è come un figlio, è cresciuto con me. Lo conosco bene, capisco quando dice bugie. Sono sempre stata presente nella sua vita, non capisco perché ora la comunità ci tiene lontani”, diceva Cristina. “Non capisco perché mi dicono che ho viziato troppo mio figlio. Io lo rifarei perché a casa mia non è mai mancato nulla, a partire dal cibo sulla tavola”, aggiungeva papà. Dal canto suo, Sofia sottolineava l’ingiustizia scolastica: “A scuola l’avevano preso di mira!”. In quella seduta, cercai di allearmi con questo pensiero “Imparare dagli errori” per farmi aiutare dalla famiglia a non far correre gli stessi rischi anche ad Alex. Durante la restituzione, sottolineammo l’unione vista in stanza, l’aver ascoltato un’unica voce che ribadiva un solo pensiero: “Alex è la cosa più importante della vostra vita”.

Nel post seduta emerse quanto segue: “La famiglia vive la comunità come una squalifica, un atto aggressivo; parlano della comunità come se fosse un carcere minorile e di Alex come una vittima sacrificale che sta scontando gli arresti. Si sentono sempre sotto giudizio. Lo spazio che si sono presi in seduta, senza controllo, è stato troppo; la cosa positiva è che, questo, ci ha dato modo di vedere cosa accade dentro casa: Cristina rivendica tante competenze materne e papà è un protagonista che non vuole essere offuscato, che tende a entrare sempre in simmetria, portando con sé tutta la famiglia, e che proprio attraverso questa simmetria reagisce al caos che si crea in stanza”.

Watzlawick in “Pragmatica della comunicazione umana” scrive: «[…] esistono relazioni basate o sulla uguaglianza o sulla differenza. Nel primo caso, i modelli tendono a rispecchiare il comportamento dell’altro e, quindi, la loro interazione è simmetrica […]. Nel secondo caso, il comportamento dell’uno completa quello dell’altro e costituisce un tipo diverso di Gestalt comportamentale (che definiamo complementare). L’interazione simmetrica, dunque, è caratterizzata dall’uguaglianza e dalla minimizzazione della differenza, mentre il processo opposto caratterizza l’interazione complementare» [8].

Nella seduta successiva, incontrammo il direttore della comunità che ci aggiornò sulla situazione di Alex: era stata richiesta e fatta una seconda valutazione neuropsicologica. Emerse la presenza di un ritardo mentale lieve e venne riscontrato un aspetto depressivo, antecedente al disturbo oppositivo-provocatorio. Secondo il direttore, sarebbe stato opportuno indagare se il ritardo fosse presente su base organica. Dal suo punto di vista, poteva essere legato a una ipostimolazione sensoriale e a una bassa autostima, con compensazione di tipo narcisistico che rendeva Alex poco permeabile alle critiche, anche quelle costruttive, facendo innestare in lui una reazione oppositiva. Rispetto ai permessi, Alex aveva ottenuto di poter rientrare a casa un fine settimana al mese, anche se il direttore considerava i rientri un rallentamento rispetto al percorso educativo, ma comunque fondamentali per placare l’ansia della famiglia che altrimenti sarebbe stata ingestibile. Aggiunse che in comunità stavano cercando di lavorare sull’autonomia di Alex. Per quanto riguarda la scuola, anche loro avevano notato progressi notevoli, ormai non faceva più l’orario ridotto.

Nel pre-seduta, ci focalizzammo sul metacontesto di Alex. Viveva la comunità come un carcere, non come un percorso educativo e noi come delle spie, pronte a riferire tutto ciò che emergeva in seduta.

Da questa considerazione, prendemmo spunto per ridefinire entrambi i contesti; l’idea di comunità come carcere sembrava essere ricollegabile al vissuto di “pregiudicato” del padre, che andava aiutato a raccontare la sua esperienza, forse non ancora elaborata in maniera adeguata. L’obiettivo del lavoro è stato puntare sulle opportunità, lavorare “e/e” non “o/o”. Ci concentrammo sulla fine dell’anno scolastico; la sorella Sofia aveva avuto difficoltà in quel contesto e, entrambi i fratelli, davano la sensazione di mal tollerare questi luoghi, una specie di fobia per i contesti dove ci sono le regole. Nella seduta successiva, lavorammo solo con Alex: era stato promosso con buoni voti; stava imparando a rispettare le regole e non solo, quando andava in permesso a casa le portava con sé (ad esempio rifare il letto). Indagammo su quali fossero le regole già presenti a casa, ma la risposta di Alex fu vaga e confusa. Ci disse che, quando usciva, rientrava dopo aver ricevuto la telefonata di papà e che, se faceva tardi, il giorno dopo usciva ma per un tempo inferiore. Sul finire della seduta, raccontò qualcosa della sua relazione con le zie di Milano: la sorella aveva un rapporto più intimo con loro; l’ultima volta Alex le vide a un capodanno (circa tre anni prima). Faticò nel ricordare il nome di tutti i cugini; in quei racconti spesso nominò la sua mamma. Fu un momento importante quello, ci diede la possibilità, negli incontri successivi, di poter affrontare l’argomento “mamma”. In situazioni così delicate, come l’abbandono, è importante capire il vissuto che una persona porta con sé perché, spesso, a queste situazioni si sopravvive e si devono inventare storie per salvare la persona cara, per se stessi e per gli altri.

Dalla sesta seduta alla decima

Nella sesta seduta convocammo padre e figlio, per cercare di capire come stessero andando le cose a casa. Entrarono in stanza separatamente. Papà disse, più volte, di aver trovato meglio suo figlio e di essere contento del lavoro che stava facendo la comunità, tanto che stava maturando in lui l’idea di accettare che Alex restasse lì fino alla fine della scuola. Ci anticipò che Alex si era fidanzato con una ragazza della scuola e questo gli aveva fatto capire che suo figlio “stava crescendo”. In questa seduta, papà ci disse che, secondo lui, i problemi del figlio erano da ricondurre all’abuso di sostanze che la sua ex moglie aveva fatto. Sostenne di aver fatto fare dei controlli a suo figlio, dopo mesi dalla nascita, ma che non emerse nulla. Quando incontrò Giulia, la futura mamma dei suoi figli, lei non faceva uso di sostanze; iniziò dopo la nascita dei figli perché “entrò in un brutto giro”. Marco non era d’accordo e da quel momento iniziarono i litigi che li portarono alla separazione. “Giulia restava a casa tutto il giorno, a non far nulla. Ero io che mi occupavo della casa e dei bambini. Dell’infanzia di Alex, ricordo tutto… ho conservato anche il braccialetto della nascita”. Anche lui, come i suoi figli, aveva mantenuto buoni rapporti con le sorelle di Giulia. Raccontò di aver visto la ex moglie poco tempo prima, durante un viaggio a Milano, ma di averla trovata peggiorata; stava frequentando un ragazzo, con problemi di dipendenza da sostanze più grandi dei suoi. Prima di salutarci, parlammo un po’ della sua esperienza in carcere: “So di aver sbagliato ma il reato che ho commesso, furto, l’ho fatto per dare da mangiare alla mia famiglia. Sono stati tre anni molto duri”. Prima di uscire dalla stanza, aggiunse che stava aspettando una risposta di lavoro che l’avrebbe portato a trasferirsi per qualche tempo in Puglia. Ritenemmo quest’ultima considerazione importante: in passato per aiutare la sua famiglia andava a rubare, oggi era disposto a trasferirsi!

Entrò Alex che subito disse di aver “rotto” con la sua fidanzata. Della sua vita a Como, condivise con noi alcuni ricordi:

“Ogni volta che papà mi lasciava a scuola piangevo, non volevo che andasse via. Giocavo spesso con mia sorella e un suo amico, a volte anche con le Barbie. Mi piaceva tanto trascorrere il pomeriggio insieme a lei. Frequentavamo spesso casa delle zie per stare insieme ai cuginetti. Sono stato a Como fino alla prima elementare: non ho bei ricordi, gli insegnanti usavano spesso le mani sia con me che con mia sorella. In quel periodo, ho tirato pure uno schiaffo ad un ragazzo che faceva lo scemo con mia sorella, perché io sono gelosissimo di lei. Non ho molti ricordi di mia mamma, quelli belli sono solo legati a papà. Di lei ricordo che era severa e che, per mettermi paura, minacciava di pungermi la lingua con un ago, ma non l’ha mai fatto e non ci ha mai picchiato. Ah ricordo che, qualche volta, con lei andavamo a casa di una sua amica e, mentre lei si prendeva il caffè, io giocavo con suo figlio. Non conosco il perché mamma e papà hanno litigato. Mamma mi diceva sempre bugie... mi diceva che sarebbe tornata presto. Mia sorella, invece, sapeva la verità ma non mi diceva nulla per non farmi preoccupare. Il giorno in cui ci siamo trasferiti lo ricordo bene: papà mi ha chiesto di andare via con lui, a me un po’ dispiaceva perché volevo stare anche con la mamma ma avrei, comunque, seguito mio papà ovunque. Ricordo che, il giorno del trasferimento, stavo giocando a casa di un mio amico e mia mamma mi disse che dovevo partire. Quando ci siamo salutati mi ha detto: torna a trovarmi!”.

A Pescara si trovò subito bene, a casa di Cristina si stava bene soprattutto perché lui e sua sorella dormivano nella stessa cameretta. La seduta si concluse così: “È come se avessi vissuto cento anni, con tutto quello che mi è successo!”. Quella fu davvero una bella seduta per entrambi, padre e figlio.

Nella seduta successiva, Alex continuò ad aprirsi. Ci raccontò che aveva sentito sua sorella. Quest’ultima aveva rivisto la loro mamma e l’aveva trovata in “forma”. Si era fidanzata con un uomo di etnia Rom, ed erano felici. Economicamente stava aiutando Sofia con l’affitto di casa. In quella telefonata, Alex approfittò per chiedere a Sofia cosa fosse realmente successo tra i suoi genitori. Lui aveva sempre pensato che i litigi fossero legati alla gelosia. Sapere la verità, spinse Alex a pensare di parlarne con suo padre, per avere il suo punto di vista. Tornammo con i ricordi a Como:

“Ricordo le domeniche trascorse in famiglia, mia mamma che non si svegliava e papà che preparava la colazione per tutti. Quando era tutto pronto, ero io che andavo a chiamare mia mamma che sembrava davvero una morta… Quando finalmente anche lei era pronta, si usciva tutti insieme per andare a comprare le figurine, ma solo se ti eri comportato bene. Mi piacerebbe risentire la mia mamma ma le hanno tolto la patria potestà e quindi non posso. Papà una volta mi ha fatto vedere un documento dove c’era scritto il perché, ma all’epoca a me non interessava. Adesso mi piacerebbe rivederlo. Secondo me, gliel’hanno tolta perché mamma era un po’ severa, quando mi faceva fare i compiti mi veniva l’ansia”.

Prima di salutarci, ad Alex venne in mente un altro episodio della sua vita a Pescara. Un giorno la mamma li andò a trovare. Lui e Sofia speravano in un riavvicinamento dei genitori e pare che anche il padre fosse disposto a tornare insieme alla ex moglie: per un giorno vissero tutti insieme, come una vera famiglia. Solo più tardi, capirono che, in realtà, la mamma era scesa per andare a trovare il fratello di Marco, poiché avevano iniziato una frequentazione. Fu lo stesso zio che raccontò la verità ad Alex.

Il rapporto di Alex con sua mamma assumeva, seduta dopo seduta, i contorni di un lutto non elaborato. Dovevo sostenerlo in questo lavoro. Chi si confronta con delle situazioni di lutto dovrebbe sempre pensare alla possibilità che le difficoltà collegate al lutto o a un trauma abbiano un’evoluzione sfavorevole. Lavorare in modo che il bambino possa dare parole al suo dolore, esprimendolo e favorendo per questa via la normale elaborazione del lutto, è un intervento semplice ma importante di prevenzione di una patologia futura [13].

Nella seduta otto, emerse tutta la preoccupazione di Alex nei confronti della sorella che aveva iniziato a lavorare come ragazza immagine a Milano, una città, a suo dire, pericolosa. Raccontò che, nell’ultima telefonata fatta con Sofia, sentì in sottofondo la voce di sua mamma e avvertì forte il desiderio di parlarle. Purtroppo, in comunità l’avevano scoperto e messo in punizione, sospendendo momentaneamente le telefonate con Sofia. Non si dissero molto, ma Alex riferì di averla “sentita bene” anche perché, sua sorella le aveva chiesto di fare le analisi del sangue ed erano risultate negative all’utilizzo di qualsiasi sostanza (?!). Il suo dubbio nasceva proprio da questo: “Se mamma sta meglio perché non posso sentirla?”. Quel giorno, prima di andare via, mi disse che stava pensando al suo futuro… Era indeciso tra iscriversi a un istituto professionale oppure andare a lavorare subito dopo la terza media. Inoltre, tra le righe ci chiese di non abbandonare suo padre ma di continuare a sostenerlo: “Quando chiudete qui? Come si fa a prendere appuntamento se non vengo io durante la pausa estiva?”. Dopo questa seduta, rimandammo ad Alex di prendersi più cura di se stesso e proteggere [10] meno i suoi familiari, che erano degli adulti. In questo modo, le sue risorse personali non si sarebbero esaurite troppo in fretta. Per il futuro, ovviamente, gli consigliammo di proseguire gli studi.

Durante l’estate la situazione precipitò! In una riunione alla quale furono presenti l’assistente sociale, il direttore della comunità, la psicologa del servizio, io e il mio supervisore, emersero novità importanti e preoccupanti per il percorso di Alex: Marco aspettava un figlio dalla sua nuova compagna, stavano insieme da marzo. Una ragazza di 27 anni, già nota ai servizi poiché in passato era rimasta incinta altre tre volte, dando i suoi figli tutti in affidamento. In quel periodo di Marco non si avevano notizie. L’assistente sociale lo descrisse come una persona deviante e trasgressiva, che per vivere commetteva reati contro il patrimonio. Per quanto riguardava Sofia, si trovava a Milano non per lavoro o per stare vicina al suo “finto” fidanzato carabiniere, ma per sfuggire da due zingari di Pescara, suoi ex fidanzati. La mamma naturale di Alex non era più rintracciabile e in passato durante la relazione con il fratello di Marco aveva avuto una figlia che, però, non aveva mai riconosciuto. All’opposto, in comunità le cose andavano sempre meglio. Alex aveva iniziato anche a leggere libri non scolastici ed era in grado di farne anche un riassunto verbale. La psicologa del servizio ribadì che Alex amava la sua famiglia, nonostante le numerose difficoltà che regnavano in essa. Bisognava aiutarlo a sviluppare un senso critico e rendergli più chiara la differenza tra bene e male.

Nelle sedute successive all’estate, Alex apparve cresciuto sia nell’aspetto fisico che nel timbro di voce, meno infantile. Si mostrò subito dispiaciuto per la fine del rapporto tra Cristina e suo padre. Ma la mancanza più grande la provava nei confronti della sorella che ancora non poteva sentire telefonicamente. Mi raccontò un episodio avvenuto il quindici agosto: suo padre andò a trovarlo e, pur sapendo che non poteva allontanarsi dal comune in cui in quel momento Alex era domiciliato, decise di portare il figlio a Pescara. Alex sapeva che stavano facendo qualcosa di sbagliato, ma non riuscì a dirlo. Tra le lacrime aggiunse che sentiva forte la mancanza di sua sorella. Raccontò, inoltre, che la scuola stava procedendo bene e che suo padre stava lavorando per una ditta.

Nella seduta dieci, convocammo anche il padre per osservare le loro interazioni, il tipo di comunicazione che circolava in quel momento tra di loro. L’impressione che papà utilizzasse la relazione con il figlio in maniera terapeutica era forte, sembrava che Alex fosse utile come sfogo alle sue problematiche. L’obiettivo principale di questa terapia era stato raggiunto: far accettare la comunità ad Alex. A questo punto del lavoro, pensammo a definire dei sotto obiettivi. Le carenze genitoriali da parte di Marco non potevano essere colmate da una psicoterapia ma sicuramente, attraverso di essa, potevamo aiutare papà ad acquisire competenze. Sembrava, invece, che la sorella di Alex stesse ripetendo uno script familiare. Gli script rappresentano le aspettative della famiglia riguardo al modo in cui i ruoli familiari devono essere rispettati all’interno di contesti differenti (nella famiglia la trama è soggetta a copione mentre gli attori possono cambiare). L’espressione “script familiare” è riservata alle relazioni che coinvolgono più di una generazione. L’episodio riconosciuto dalla famiglia come capace di rappresentare lo script si definisce “scenario”. La volta successiva che si presenta tale situazione, ci si aspetterà lo stesso scenario. Ciascun genitore porta con sé scenari della propria infanzia che possono venire ripresi nella generazione attuale, i cosiddetti “script ripetitivi” [15].

In seduta, padre e figlio arrivarono entrambi nervosi. Ci raccontarono che per il compleanno di Alex purtroppo non erano riusciti a fare nulla poiché la comunità non aveva concesso permessi, neanche di qualche ora. Rimasero a chiacchierare in una stanza ma mai da soli, sempre alla presenza di un educatore. Tutto ciò portò papà a chiudere prima il colloquio, agendo d’impulso. Papà in questa seduta provocherà molto: “Venite a vedere in comunità come trattano mio figlio”. Continuammo a chiedergli (una volta solo in stanza) di smetterla di provocare il figlio con i suoi comportamenti e di collaborare con il lavoro di tutti, al fine di far stare meglio Alex; di cercare di tenere a bada la sua ansia e di non avere paura.

In quell’occasione, ci confidò di avere ancora Cristina nel cuore ma che, ormai, non andavano più d’accordo e che stava cercando di rifarsi una famiglia, aspettava un figlio dalla nuova compagna, un figlio desiderato tanto. In chiusura di seduta, disse che non riusciva più a riposare bene e che stava prendendo dei tranquillanti, prescritti dal suo medico. Nel post seduta, emerse che tra padre e figlio sembrava essere tornata una complicità da “bulli”. Screditando spesso il lavoro della comunità, papà screditava anche il lavoro che stava facendo Alex. Fu quella una seduta importante poiché papà riuscì ad ammettere le sue preoccupazioni.

IL SECONDO TEMPO

Altri 45 minuti…

Altri dieci incontri ricchi di contenuti e grandi cambiamenti. In questa fase della terapia, Alex iniziò a mostrare i frutti del lavoro svolto: crescere, individuarsi e pensare al futuro, con uno sguardo critico e riflessivo nei confronti del passato. Una nuova famiglia, l’ennesima, dalla quale ripartire senza, però, lasciarsi “assorbire”.

Murray Bowen parla di massa indifferenziata dell’Io della famiglia:

«Si tratta di una identità emotiva conglomerata, che esiste a ogni livello di intensità sia nelle famiglie in cui è più evidente, sia in quelle in cui è quasi impercettibile […]. Il livello di coinvolgimento di ciascun membro della famiglia dipende dal grado di coinvolgimento di base nella massa dell’Io familiare. Il numero di persone coinvolte dipende dall’intensità del processo e dallo stato funzionale dei rapporti dell’individuo con la massa centrale in quel momento […]. Clinicamente i migliori esempi del sistema di relazione, all’interno della massa indifferenziata dell’Io familiare, sono rappresentati dalle versioni più acute di essa, quali il rapporto simbiotico, ovvero il fenomeno della “follia a due” […]. I rapporti sono ciclici. C’è una fase di intimità calma e piacevole, che può trasformarsi in un eccesso di vicinanza che provoca ansia e disagio con l’incorporamento del Sé dell’uno nel Sé dell’altro. C’è poi la fase del rifiuto distante e ostile, in cui i due possono letteralmente apparirsi repellenti» [16].

La nuova formazione (dalla seduta undici alla diciasette)

Nelle prime sedute, dopo la pausa estiva, Alex raccontò che, durante l’ultimo permesso a casa, era andato a trovare Cristina (ex compagna del padre), persona alla quale sentiva di essere ancora molto legato. Nello stesso permesso aveva, anche, conosciuto per la prima volta le tre figlie di Viola, nuova compagna del padre, rispettivamente di 2, 4 e 6 anni; conosceva già Viola poiché era un’amica di sua sorella Sofia. Emerse un forte senso di colpa in questa seduta: temeva di dare un dispiacere a suo padre mantenendo ancora vivo il rapporto con Cristina.

Rispetto a prima dell’estate, Alex appariva più cupo e giù di tono. Al tempo, si sentiva “appesantito” dalla scuola e dai compiti, si stava impegnando tanto, infatti i voti ottenuti erano buoni; inoltre, era preoccupato per i soldi che suo padre spendeva ogni volta per permettergli di andare in permesso. Le visite a casa andavano bene: suo papà stava lavorando e lui nonostante le piccole facessero tanta confusione amava giocare con loro. Alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”, rispose che, negli ultimi tempi, stava pensando al lavoro che faceva prima di entrare in comunità: il ciclista in un negozio di biciclette. Sul finale di seduta, confessò di aver avuto rapporti sessuali, per la prima volta. Nella seduta successiva, Alex manifesterà un nuovo sintomo [10]: il mal di testa. Racconterà che, in passato, soffriva spesso di mal di testa, soprattutto quando era preoccupato. In quell’occasione emersero nuovi dettagli familiari: lui e il padre non riuscivano più a trascorrere del tempo da soli, poiché le bimbe volevano sempre stare con loro; sua sorella stava prendendo la patente; lui non usciva più con i suoi vecchi amici perché papà non si fidava. Racconterà di sua mamma, di quanto fosse bella prima di “ammalarsi” (aveva visto delle foto). Attraverso il sintomo, sembrava che Alex stesse manifestando insofferenza nei confronti della relazione con il padre, non più morbosa come in passato.

Nella quindicesima seduta, papà e Alex ci svelarono il sesso della nuova nascitura: femminuccia. Raccontarono delle vacanze natalizie; per capodanno li raggiunse anche Sofia che restò a dormire da Cristina, così come anche Alex (solo per poter trascorrere più tempo con sua sorella). Per il resto, Viola aveva fatto richiesta ai servizi sociali di poter riavere le sue figlie con sé (al tempo in affidamento), al termine della nuova gravidanza. Per il mal di testa, Alex fece una visita oculistica dalla quale emerse la necessità di comprare un paio di occhiali. In questa seduta, papà continuò a mostrarsi un po’ polemico nei confronti della comunità ma, a differenza delle altre volte, Alex intervenne per chiedergli di collaborare con i servizi: “Solo se parli con calma con loro, riuscirò a tornare a casa”. Sul finale di seduta, cercammo di restituire più potere a papà, chiedendogli di dare maggiori regole ai suoi figli e, a tal proposito, non esitò a mostrare tutto il suo dispiacere nei confronti della figlia, che a Natale aveva scelto di non stare con lui ma di andare da Cristina, nonostante avesse fatto tanto per lei. Nel post seduta, emersero diversi spunti di riflessione: la famiglia iniziava a mistificare meno e a essere più autentica. Il potere di papà sembrava essere stato preso da Cristina che, non sentendosi più amata, aveva fatto leva sui suoi figli. Una vera e propria lotta di potere tra Cristina e Marco. Sia Sofia che Alex avvertivano questa competizione, ma essendo papà più immaturo da un punto di vista genitoriale, i suoi messaggi ai figli non passavano adeguatamente. Papà si sentiva in colpa del fatto che sua figlia era tornata a stare da Cristina e mascherava tale senso di colpa difendendosi manifestando rabbia nei confronti di questa figlia. Dovevamo fare attenzione poiché queste difese stavano influenzando negativamente il rapporto padre-figlia.

Nella seduta sedici e in quella diciassette, convocammo il nuovo nucleo familiare. Obiettivo di quegli incontri fu cercare di capire se la nuova famiglia fosse in grado di creare uno spazio per Alex, una volta uscito dalla comunità. In stanza di terapia si accomodarono papà, Viola, Alex e le tre sorelline. Emerse subito il bel rapporto che c’era tra Alex e le piccole. Viola dirà di avere le bambine con sé da qualche giorno, in attesa dell’udienza per riaverle a casa definitivamente. Il papà delle piccole al tempo si trovava in carcere; sottolineerà che la vivacità delle figlie era da attribuirsi al lungo periodo trascorso a casa della nonna paterna: “Sono di etnia Rom e non hanno regole”; inoltre, dirà di voler bene ad Alex come a un figlio. Quando Marco prese la parola, mi descrisse la loro casa che era così composta: sala, cucina, bagno, camera matrimoniale e due camerette. Gli spazi abitativi non erano adeguati ad accogliere Alex e quando lo feci notare alla famiglia papà iniziò a innervosirsi dicendo che i servizi non li aiutavano abbastanza. Dopo questa seduta fecero richiesta al comune per avere una casa popolare, più grande di quella dove stavano al tempo. Sul discorso lavoro e istruzione, Viola appoggiò il nostro pensiero, dicendo che era più giusto per Alex finire la scuola dell’obbligo e poi imparare un mestiere. Papà, dal canto suo, sembrava attaccarsi all’accudimento del figlio per combattere la sua solitudine, ma non potendo esercitare tale accudimento, riversava questo attaccamento nei confronti delle donne che frequentava. Nella seduta diciassette, tentammo di allargare il focus sulle famiglie d’origine di Viola e Marco: la famiglia di Viola viveva in Puglia, mentre la mamma di Marco stava in quel periodo a Napoli ma si sarebbe trasferita a Pescara subito dopo la nascita della bambina, per dar loro un aiuto. In quella seduta le bambine fecero tanta confusione, né Marco, né Viola riuscirono a calmarle. Era evidente che in quella famiglia non ci fossero regole. “Spesso le famiglie che si rivolgono ai servizi si adagiano su questi aiuti, e con loro si rischia di non fare un buon lavoro. Il ritardo cognitivo di Alex è da ricondursi sicuramente all’ambiente che ha assorbito in tutti questi anni”; questo ciò che emerse nel post seduta. Nota positiva: papà e Viola si presentarono in seduta pur sapendo che Alex non sarebbe stato presente.

Verso i minuti finali… (dalla seduta diciotto alla venti)

In queste sedute, iniziammo a riflettere sulla possibilità di lavorare con Alex su un’eventuale permanenza in comunità oltre la terza media. Negli ultimi incontri appariva più compensato, meno nervoso e, soprattutto, in struttura rispettava le regole e non litigava con nessuno. Nella seduta diciotto, raccontò del matrimonio della sorella: si sarebbe sposata di lì a poco. La cerimonia si sarebbe svolta a Milano e ad Alex avrebbe fatto piacere partecipare. Alex già sapeva che per suo padre sarebbe stato difficile esserci poiché, raccontò, durante il periodo del carcere, sua madre si era fatta prestare dei soldi da alcuni “amici” e che, alla scarcerazione del padre, questi soldi non erano mai stati restituiti. Ecco perché papà era andato via da Milano, dopo la separazione. Ad Alex queste informazioni gliele aveva date sua sorella qualche anno prima.

Nelle sedute successive, tornerà a parlare di futuro e della possibilità di frequentare l’istituto alberghiero. Alex iniziava a mostrarsi più consapevole e con maggiore senso critico rispetto agli eventi. Queste le sue parole: “Mi sento meno criminale di prima, ho capito la lezione. Se mi comporto bene, uscirò prima dalla comunità. E, comunque, non è giusto comportarsi male. Se tornassi indietro non rifarei gli stessi errori”. Il percorso parallelo IPRA - Comunità, stava dando i suoi “frutti”: ambienti nei quali sperimentare relazioni sane e dove sentirsi contenuto attraverso le regole. Tutto ciò, gli stava restituendo un’immagine di sé diversa, più riflessiva. Valore aggiunto e fondamentale era che Alex stava iniziando a esserne consapevole. Attraverso i contenuti che ormai portava in stanza di terapia (segreti), Alex percepiva l’IPRA come uno spazio familiare di cui potersi fidare. Nella seduta diciannove convocammo padre e figlio. Il matrimonio era stato rimandato ma loro, comunque, non sarebbero andati. Papà dirà che la situazione di sua figlia: “Non è delle migliori!”. Fino a tre mesi prima, era fidanzata con un carabiniere, che lasciò per fidanzarsi con un ragazzo tunisino; a detta dei suoi cognati, non un bravo ragazzo, all’epoca disoccupato e senza una casa. L’ultima parte della seduta, lasciammo in stanza solo Alex che ci raccontò di aver parlato con gli educatori della comunità. Da questa chiacchierata era emerso che suo padre temeva di essere abbandonato anche da suo figlio, così come aveva fatto Sofia. In quella seduta, ci fu un altro movimento molto interessante da parte di Alex: papà continuava a essere bugiardo, ma il figlio iniziava a contraddirlo. Alex stava male nel sentire ciò che suo padre aveva da dire su Sofia. Il sottosistema dei fratelli è il primo laboratorio sociale in cui i figli possono cimentarsi nelle loro relazioni tra i coetanei. In questo contesto, i figli si appoggiano, si isolano, si accusano reciprocamente e imparano l’uno dall’altro [10].

Nelle sedute successive vedemmo soltanto Alex: il conflitto di lealtà [17] con questo padre era troppo grande, Alex preferiva non venire più in seduta piuttosto che litigare con papà.

Nella seduta venti, Alex dirà che il matrimonio della sorella è stato rinviato. Nei permessi a casa, era andato a trovare Cristina con la quale aveva ripreso buoni contatti. Nel periodo pasquale, tornerà a casa di Cristina ma non resterà a dormire per non creare un dispiacere a suo padre ed evitare discussioni. In questa seduta, mi confiderà che, quando torna a casa, trascorre molto tempo con Cristina. Finalmente percepivo la sua autenticità. Alex iniziava a individuarsi [16] rispetto alla figura paterna.

IL FISCHIO FINALE

«L’amore è una gabbia d’oro e la gente non si rende conto che ha le sbarre,
perché sono d’oro, ma è pur sempre una gabbia» [5].

I minuti di recupero… (dalla seduta ventuno alla ventidue)

In queste sedute ci focalizzammo sul conflitto di lealtà che Alex stava vivendo in quel momento nei confronti di suo padre. Dovevo lavorarci ridefinendoglielo: Alex sapeva che non tutto ciò che diceva suo padre corrispondeva al giusto; lavorammo sul concetto che avere un’idea diversa non equivale a “tradire” l’altro. Nella seduta ventuno mi disse che era nata la sua sorellina, che era bellissima e somigliava a suo padre. Aveva trascorso una settimana a casa, per via delle vacanze pasquali. Era andato tutto bene, aveva visto Cristina. Suo padre non stava lavorando. Si occupava, a tempo pieno, della famiglia. Nel frattempo, sua sorella Sofia si era sposata. In quel clima “celebrativo”, Alex apparve nervoso e pensieroso. Mi racconterà di aver pensato, in quel periodo, spesso alla sua di mamma. Ridefinimmo il tutto. Per quanto riguardava la sua mamma, tale pensiero appariva abbastanza naturale, visto che in casa sua c’era appena stata una nascita; in riferimento al nervosismo, sottolineammo le distanze che stava prendendo dal pensiero di suo padre e il fatto che, tale movimento, stava provocando in lui una dose di frustrazione, poiché tutto ciò avveniva per la prima volta. Prima di chiudere quella seduta, parlammo un po’ del futuro: di lì a pochi mesi, Alex avrebbe compiuto sedici anni. Suo padre si stava attivando per fargli fare un po’ di apprendistato da un suo amico almeno fino ai diciotto anni. Per poi, raggiunta la maggiore età, iscriverlo a una scuola professionalizzante. In questa seduta, iniziai a scorgere, negli occhi di Alex, insofferenza nei confronti del percorso comunitario.

Nella seduta ventidue, Alex si presentò entusiasta poiché aveva da poco terminato l’esame di licenza media con votazione discreta. Raccontò di essere stato a casa in permesso, di aver rivisto la sua piccola sorellina e la nonna, trasferitasi da Napoli per dare un aiuto a suo figlio. Marco stava lavorando presso una ditta; Sofia era stata assunta in un ristorante di Milano e il matrimonio procedeva bene. Nel rapporto tra padre e figlia, sembrava essere tornato il sereno. L’entusiasmo iniziale svanì ben presto, per lasciare il posto a insofferenza e rabbia. Alex mi confidò di aver pensato alla fuga dalla comunità, se entro settembre non l’avessero fatto uscire. Voleva rendersi utile per questa famiglia, numerosa e bisognosa dell’aiuto di tutti i suoi membri. Alex sapeva che il giudice aveva chiesto di rivederlo per valutare il suo percorso. Questo pensiero lo destabilizzava poiché temeva il prolungamento della sua permanenza in comunità oltre la fine della scuola. Alex, in quel periodo, sottolineava spesso la stanchezza legata al percorso comunitario e il forte desiderio di tornare a una vita “normale”. Prima di salutarci, mi disse che si era visto con Cristina, che era rimasto a dormire a casa sua, e che questa volta l’aveva detto a suo padre e a Viola. Aveva iniziato a frequentare Cristina liberamente senza doversi più nascondere da papà. Per la prima volta, in questa seduta, chiese di poter terminare prima l’incontro.

Il triplice fischio… (dalla seduta ventitré alla venticinque)

Nella seduta ventitré, ci fu una riunione di aggiornamento con tutti gli attori coinvolti nel percorso di Alex (il direttore della comunità, l’assistente sociale del comune, io e il mio supervisore). Da quel confronto emerse che l’atteggiamento di Alex in comunità stava peggiorando: era sempre nervoso e preoccupato. Inoltre, nell’ultimo periodo, stava emergendo, in lui, il forte desiderio di avere una ragazza, tanto che il direttore temeva una possibile gravidanza indesiderata. Secondo quest’ultimo, il nervosismo di Alex scaturiva dalla difficile situazione familiare. Suo padre non stava lavorando e viveva grazie agli aiuti della Caritas, che pretendeva con modi arroganti e maleducati. Riguardo alla mamma, Alex ne parlava tanto in quel periodo. La nascita della sorellina aveva risvegliato in lui il legittimo bisogno di sentire accanto a sé sua madre. Forse in Alex stava nascendo l’idea di rifugiarsi nell’altra metà della sua famiglia, quella materna, anche perché suo padre se ne stava facendo un’altra, dalla quale lui molto probabilmente sentiva di essere escluso. Di questa donna, però, non si avevano più notizie, sembrava svanita nel nulla. Infine, Sofia si era sposata e conduceva una vita “regolare” (?!). L’unica figura stabile per Alex sembrava essere Cristina. Alla luce di questi aggiornamenti, il direttore e l’assistente sociale, ci dissero che non ritenevano opportuno far terminare a giugno il percorso di Alex in comunità e che, quindi, avrebbero proposto o il prolungamento di un anno in comunità oppure il trasferimento in una struttura semiresidenziale con l’obbligo di pernottare presso l’abitazione di Cristina. Alex aveva bisogno di tranquillità e stabilità che suo padre non poteva ancora garantirgli. Per il futuro professionale di Alex, avevano pensato di fargli frequentare il primo anno dell’istituto alberghiero, così da poter partecipare agli stage che la scuola avrebbe messo a disposizione dei suoi studenti. Al tempo, non vi erano alternative, poiché prima dei diciotto anni non poteva iscriversi alle scuole professionalizzanti che il territorio pescarese offriva. Da quella riunione di équipe si stabilì che Alex avrebbe continuato il suo percorso all’IPRA almeno fino a novembre, tempo necessario per permettergli di accettare il non rientro a casa. Lavoro che si sarebbe dovuto fare anche con il sig. Marco, sottolineando che avrebbe avuto a disposizione un altro anno per creare condizioni più confortevoli al rientro definitivo di suo figlio in casa. Nel frattempo, decidemmo di intensificare i permessi a casa di Alex dalla comunità. La famiglia di Alex sembrava essere un fantasma, c’era ma non c’era. Alex si sentiva solo: la solitudine portava preoccupazione; la preoccupazione portava rabbia!

Nelle ultime sedute, Alex diventerà sempre più insistente, ribadendo un unico concetto: “Non voglio più venire. Sono stanco”. Nella seduta ventiquattro convocammo anche il padre, che non si presentò. Alex raccontò che, anche al padre, aveva detto di voler scappare dalla comunità e di averlo trovato completamente in disaccordo. Per la prima volta, papà si alleò con la comunità. Ma Alex aveva già pianificato tutto “come fanno quelli che scappano dal carcere durante la notte”. Aveva un amico dal quale nascondersi. Non sarebbe mai andato a Pescara da suo padre, l’avrebbero “beccato” subito. In quell’occasione gli dissi: “Anche se non torni a casa da tuo padre, ti troverebbero comunque in brevissimo tempo. Noi avremmo voluto che alla fine del percorso fossi tornato a casa, purtroppo, non è ancora possibile. Ci sono difficoltà economiche e di spazi che vanno gestite”. Nel post seduta emerse che Alex stava crescendo; che suo padre non era contento della fuga, forse perché suo figlio aveva scelto di scappare anche da lui. La fuga sembrava essere per Alex una nuova prospettiva. Riflettemmo sull’importanza di allearci con il sig. Marco: avremmo sostenuto l’idea di più permessi a casa per Alex, se papà non avesse contrastato la permanenza di un ulteriore anno in comunità.

Nella penultima seduta, vennero padre e figlio. Papà apparve da subito molto nervoso: incredulo nel sapere che il figlio si sarebbe fatto un altro anno lontano da casa. Non fu semplice fargli accettare che non eravamo i “traditori” in tutta questa storia, ma che la situazione familiare attualmente era troppo caotica. In quella seduta, papà andò via prima che l’incontro terminasse.

Nell’ultima seduta, incontrammo solo Alex. Quando entrai in stanza di terapia, non sapevo ancora che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto Alex. Certo, erano ormai settimane che manifestava stanchezza e insofferenza nel venire da noi e sostenere i colloqui… Quel giorno parlammo dei suoi progressi in comunità, della necessità di lavorare per creare un ambiente stabile, non solo ora, ma anche in futuro, dell’inutilità di una fuga che avrebbe allungato ulteriormente il percorso in struttura, di Cristina e di come gli stava accanto (senza nascondersi da Viola e da papà), della sua stanchezza; di come dopo un anno e sette mesi di terapia sentiva il bisogno di dire “fine”! Si era iscritto all’istituto alberghiero ed era più sereno rispetto a qualche settimana prima. Capimmo il perché solo a metà seduta, quando disse che forse l’avrebbero trasferito a Pescara in una comunità semiresidenziale e che, la sera, sarebbe andato a dormire da Cristina. La sua porta sarà sempre aperta, purché Alex rispetti le regole. In quella seduta, gli elencai tutte le figure che avrebbe continuato ad avere a disposizione e alle quali si sarebbe potuto affidare ogni volta che ne avesse sentito il bisogno.

Quel giorno era ansioso, mi chiese di poter andare via prima della fine della seduta. A quel punto entrò il supervisore e gli disse: “Vuoi che ci salutiamo? Ok va bene. Ciao!!!”.

I COMMENTI NELLO SPOGLIATOIO

Durante i primi incontri, le tematiche portate in terapia da Alex riguardavano la comunità e i suoi “metodi”, a detta di quest’ultimo poco “ortodossi”; le provocazioni, ricevute a scuola dai compagni e le liti con gli altri ragazzi della struttura; l’idea di comunità come un carcere; il divieto assoluto di parlare di argomenti delicati, in particolar modo di sua madre…

Nel corso delle sedute, abbiamo lavorato su ciò che ci raccontava della comunità e degli operatori, cercando di capire se stava mistificando la realtà; sull’aggancio terapeutico, facendogli comprendere che all’IPRA poteva usufruire di uno spazio tutto suo e che avremmo avuto modo di lavorare, insieme e con calma, sul processo di individuazione rispetto alla famiglia d’origine [16]. Gli abbiamo rimandato che era un’adolescente e che doveva tornare a essere un ragazzo della sua età. Abbiamo sostenuto Alex nella rielaborazione dei ricordi legati alla madre. Nel corso delle sedute si è aperto tanto, bisognava dare significato a questi suoi ricordi.

Venticinque sedute di terapia familiare con un ragazzo del quale all’inizio si diceva che non sarebbe stato in grado di sostenere una psicoterapia e che, invece, per quasi due anni ha lavorato duramente, mettendo in discussione la sua intera vita, cambiando radicalmente tutto ciò che, prima di questi due anni, rappresentava quella vita.

Una “partita” lunga e piena di gol segnati ma anche subiti, “giocata” tenendo sempre a mente che, il disturbo antisociale di personalità è spesso ereditario ma sicuramente non genetico, che il contenimento dovrebbe essere considerato importante ai fini del cambiamento solo se è in grado di permettere lo sviluppo di relazioni interpersonali vissute come protettive e nutritive, che bisogna sempre allargare l’orizzonte sulla famiglia e che messe in parole all’interno di una relazione vissuta come rassicurante, le emozioni vissute dal bambino arrivano in qualche modo a relativizzarsi, infatti, proprio nel momento in cui il bambino sa di poterle esprimere (o vomitare) senza esserne travolto e senza distruggere l’altro [18].

Quando il mio supervisore mi presentò il caso di Alex, mi consigliò la lettura del libro “La cura delle infanzie infelici” di Luigi Cancrini [14], che ho cercato di portare con me in tutte le sedute di terapia. In breve, in questo suo lavoro, il professore parte dalle manifestazioni psicopatologiche del giovane adulto, per avventurarsi nel mondo dell’infanzia ferita, grazie ai pensieri e agli stati d’animo del bambino che gli sta davanti in carne e ossa, o quello che viene evocato nel momento in cui si accosta alla sofferenza dell’adulto. Decisamente un racconto appassionante e anche molto commovente: non una sintesi o frammenti di terapie, ma un resoconto accurato dei molti e difficili passaggi affrontati, dallo stesso autore, nel corso del lavoro terapeutico o di supervisione. Storie di bambini non ascoltati e non curati, capaci di condizionare drammaticamente, dall’interno, i giovani e meno giovani nei quali continuano a vivere, finché il lavoro terapeutico non riesce a raggiungerli… «Perché quelli che curiamo, anche quando curiamo pazienti adulti, sono alla fine i bambini feriti che ancora piangono dentro di loro» [14].

Avere la possibilità di commentare e discutere della mia terapia in uno spazio di ascolto aperto e sereno, credo sia stato uno degli aspetti più formativi di questa mia prima esperienza da terapeuta. È affascinante ricordare che, a distanza di due anni dall’inizio del mio percorso di training, tutto ciò che accadeva in stanza di terapia, attraverso la storia di Alex, stava rappresentando un tassello che, alla fine della mia formazione, sarebbe andato a comporre un grande puzzle. In particolare, in queste 25 sedute il gruppo e il supervisore mi hanno dato la possibilità di migliorare e crescere professionalmente e umanamente. Tutte le riflessioni emerse nei vari post seduta sono state possibili solo grazie al confronto cui accennavo sopra. Personalmente ho cercato di non essere troppo “psicoeducativa” nei colloqui con Alex, di alimentare il mio sé terapeutico integrandolo alla mia esperienza comunitaria.

Attraverso il lavoro di squadra, Alex ha potuto sperimentare quella “base sicura” che è fondamentale per poter esplorare il mondo circostante, con la consapevolezza di aver un posto sicuro in cui tornare quando se ne ha voglia.

È questo, secondo me, il goal partita!!!

BIBLIOGRAFIA

1. Barbanotti G, Iacobino P. Comunità per Minori. Roma: Carocci Editore, 1998.

2. Fusi S. Minori, famiglia, comunità. Dall’analisi del contesto agli strumenti operativi. Milano: FrancoAngeli, 2010.

3. Bateson G. Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi Edizioni, 1972.

4. Cancrini MG, Mazzoni S. I contesti della droga. Storie di esplorazione, autoterapia e sfida: un approccio psicologico al fenomeno delle dipendenze attraverso la complessità. 3a edizione. Milano: FrancoAngeli, 2012.

5. Minuchin S, Nicholas MP, Lee W-Y. Famiglia: un’avventura da condividere. Valutazione familiare e terapia sistemica. Torino: Bollati Boringhieri, 2009.

6. Cancrini MG, Harrison L. La trappola della follia. Roma: Scione Editore, 2013.

7. Cancrini 1977

8. Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD. Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1971.

9. Haley J. Terapie non comuni. Tecniche ipnotiche e terapia della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1976.

10. Minuchin S. Famiglie e terapia della famiglia. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1977.

11. Montagano S, Pazzagli A. Il Genogramma. Teatro di alchimie familiari. Milano: FrancoAngeli, 2002.

12. Cancrini L. La Psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Carocci Editore, 1987.

13. Cancrini 2001.

14. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano: Raffaello Corina Editore, 2012.

15. Byng-Hall J. Le trame della famiglia. Attaccamento sicuro e cambiamento sistemico. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1998.

16. Bowen M. Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1980.

17. Boszormenyi-Nagy I, Spark GM. Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1988.

18. Cancrini L. L’oceano borderline. Racconti di viaggi. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2006.