Il giovane terapeuta in stanza di terapia

Antonio Calamo Specchia1, Daniela Teresa Zagaria1

1Psicologo/a, psicoterapeuta, didatta del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazione di Roma, Istituto Change, Bari.

Riassunto. Il presente contributo ha l’obiettivo principale di descrivere le risonanze e gli echi che i giovani terapeuti potrebbero avvertire in stanza di terapia cogliendone le risorse e le difficoltà nella relazione con il paziente. I punti fondamentali si delineano in: 1) descrizione del ciclo vitale dell’allievo terapeuta con inquadramento del “campione”: le ricerche statistiche rilevano che la maggioranza degli allievi che intraprende il percorso di formazione in psicoterapia vive la fase del ciclo di vita del giovane adulto in fase di svincolo che scorre in parallelo alla fase del ciclo di formazione; 2) parallelismo ciclo vitale del paziente – ciclo vitale del terapeuta. Si evidenzia la prossimità fra paziente e terapeuta e la necessità per il terapeuta di lavorare sempre sulla sua persona; 3) caratteristiche del giovane terapeuta e possibili interferenze nella terapia: analisi di dieci situazioni – tipo delineando la corrispondenza tra l’emozione del giovane terapeuta, gli effetti pragmatici riscontrabili in stanza di terapia e le interferenze nel processo terapeutico; 4) postura e comunicazione non verbale: si sottolinea l’esigenza di assumere una postura congrua affinché avvenga la sintonizzazione relazionale con il paziente.

Parole chiave. Psicoterapia, formazione, ciclo vitale.

Summary. The young therapist in the therapy room.

The main purpose of this paper is to describe the resonances and echoes that young therapists might experience in the therapy room by grasping their resources and difficulties in the relationship with the patient. The main points are outlined in: 1) description of the life cycle of the student therapist with framing of the “sample”: statistical research finds that the majority of students who undertake training in psychotherapy experience the phase of the young adult life cycle in the release phase that runs parallel to the phase of the training cycle; 2) parallelism patient life cycle-therapist life cycle. The proximity between patient and therapist and the need for the therapist to always work on his or her person are emphasized; 3) characteristics of the young therapist and possible interferences in therapy: analysis of ten situations – type outlining the correspondence between the emotion of the young therapist, the pragmatic effects found in the therapy room and the interferences in the therapeutic process; 4) posture and nonverbal communication: the need to assume a congruous posture for relational attunement with the patient to occur is emphasized.

Key words. Psychotherapy, training, life cycle.

Resumen. El joven terapeuta en la sala de terapia.

El objetivo principal de esta contribución es describir las resonancias y los ecos que los jóvenes terapeutas pueden experimentar en la sala de terapia captando los recursos y las dificultades de la relación con el paciente. Los puntos principales se exponen en: 1) descripción del ciclo vital del aprendiz de terapeuta con encuadre de la “muestra”: la investigación estadística revela que la mayoría de los aprendices que realizan formación en psicoterapia experimentan la fase del ciclo vital del joven adulto en la fase de liberación que transcurre paralela a la fase del ciclo de formación; 2) paralelismo ciclo vital del paciente – ciclo vital del terapeuta. Se destaca la proximidad entre paciente y terapeuta y la necesidad de que el terapeuta trabaje siempre sobre la persona del paciente; 3) características del joven terapeuta y posibles interferencias en la terapia: análisis de diez situaciones – tipos que esbozan la correspondencia entre la emoción del joven terapeuta, los efectos pragmáticos encontrados en la sala de terapia y las interferencias en el proceso terapéutico; 4) postura y comunicación no verbal: se subraya la necesidad de asumir una postura congruente para que se produzca la sintonía relacional con el paciente.

Palabras clave. Psicoterapia, formación, ciclo vital.

Se cerchi la tua strada verso Itaca

spera in un viaggio lungo,

avventuroso e pieno di scoperte.

Pensa ad Itaca sempre,

il tuo destino ti ci porterà.

Non hai bisogno di affrettare il corso,

fà che il tuo viaggio duri anni, bellissimi,

e che tu arrivi all’isola ormai vecchio,

ricco di insegnamenti appresi in via.

Non sperare ti giungano ricchezze:

il regalo di Itaca è il bel viaggio,

senza di lei non lo avresti intrapreso.

Di più non ha da darti.

Konstantinos Kavafis, “Itaca”

INTRODUZIONE

Il contributo presente ha l’obiettivo principale di descrivere le risonanze e l’eco che i giovani terapeuti avvertono in stanza di terapia, delineandole in base alla loro tipologia e caratteristiche ed evidenziandone le implicazioni nella relazione terapeutica. In tale sforzo, gli autori rimandano tanto al loro osservatorio formativo e professionale – in particolare all’esperienza condivisa di formazione per didatta all’interno della Scuola Change di Bari – quanto ai vari e autorevoli contributi sul tema riscontrabili in letteratura.

L’IDENTIKIT DEL GIOVANE TERAPEUTA

Con il termine “giovane terapeuta” s’intende riferirsi non tanto alla “giovinezza” anagrafica, quanto a quell’insieme di caratteristiche che definiscono le fasi iniziali dell’esperienza dello psicoterapeuta sistemico-relazionale. Giovane terapeuta sarà pertanto chiunque, al termine o nel corso del proprio percorso di training formativo, si approccerà ai pazienti, portando con sé quel carico di convinzioni, ansie, attitudini che – nel lavoro presente – costituiranno l’oggetto privilegiato di analisi; si intenda, dunque, per giovane terapeuta un terapeuta in formazione, con un particolare riguardo al campione dei professionisti che rientrano nella fase del ciclo vitale del giovane adulto in fase di organizzazione.

Ormai da diversi anni, infatti, si evidenzia come la maggioranza degli allievi che intraprende il percorso di formazione in psicoterapia viva la suddetta fase del ciclo di vita. Come sottolinea Giuseppe Vinci in un suo recente contributo [1], «l’allievo che più frequentemente incontriamo nei nostri training è donna, appena laureata in psicologia, che avvia la sua formazione post-universitaria attraverso un passaggio diligente dai banchi dell’Università a quelli della Scuola di Specializzazione, ancora nella famiglia d’origine, più giovane dai venti ai trent’anni del corpo didattico».

Un’analisi statistica condotta da Romanello et al. [2], all’interno della Scuola Change e relativa agli ultimi vent’anni, conferma e mette in rilievo l’andamento sopradescritto – come si evince dalle Figure 1 e 2 – delineando l’identikit del giovane terapeuta.







A tale uniformità anagrafica e di fase di ciclo vitale corrisponde un’altrettanta costanza nel manifestarsi di incertezze. Infatti, gli anni della formazione appaiono scorrere in parallelo alle fasi del ciclo di vita: l’allievo vive un processo di crescita e poi di svincolo non solo a livello personale, in riferimento alla sua famiglia d’origine, ma anche nel percorso formativo.

Il primo anno vede l’allievo terapeuta protagonista di un lavoro su di sé, in cui è possibile ampliare la lente con cui guardare alla propria storia proprio attraverso l’uso della tecnica del genogramma, in cui stabilisce una certa quantità di attaccamento con il supervisore; successivamente, l’allievo si mette in gioco come terapeuta nel contesto protetto della supervisione diretta, in cui si sperimenta una dipendenza dal supervisore, insita nella relazione asimmetrica supervisore-allievo, necessaria e rassicurante. Il supervisore e l’allievo terapeuta costruiscono una danza individuando la direzione, il ritmo, un tempo in cui muoversi tra loro e assieme a chi ci chiede aiuto. Tale sincronia diviene veicolo e strumento attraverso cui guidare la danza terapeutica. Dunque, in un primo momento, l’apprendimento del giovane terapeuta avviene per imitazione, imparando un modello terapeutico osservandolo; il secondo passo, per una buona crescita dell’allievo, presuppone la differenziazione e la ricerca del proprio stile terapeutico.

È possibile definirlo come un evento, una sorpresa legata alla creatività generativa in cui emergono riflessioni personali dell’allievo, attraverso un processo che si delinea in modo “virtuoso”: la virtù del supervisore sta nell’offrire all’allievo la possibilità di sperimentarsi e muoversi in stanza di terapia con maggior autonomia mantenendo al contempo il riferimento a una guida rassicurante.

La fase finale, quella di supervisione indiretta, sancisce lo svincolo dal supervisore, dal gruppo e dal sistema formativo nel suo complesso e corrisponde di per sé a un’evoluzione formativa e identitaria del giovane terapeuta.

Come ben affermano Albertini, Rontini e Manfrida [3], «nella supervisione diretta il percorso formativo è in fieri, mentre nell’indiretta l’allievo è in una fase di progressivo distacco dell’allievo e del gruppo». Anche se la cornice di riferimento dentro e fuori la stanza di terapia cambia, ciò che è richiesto al giovane terapeuta in questa fase è uno scatto di crescita, in cui è chiamato a gestire l’ansia da prestazione, la paura di sbagliare, la mancanza di protezione, i primi passi in maggiore autonomia. Come ogni processo di crescita, si vivono perdite e nuove acquisizioni; diventare psicoterapeuti passa anche attraverso la buona elaborazione di queste trasformazioni.

Pertanto, il fatto di condividere la stessa fase del ciclo vitale rende uniformi le manifestazioni che osserviamo nei giovani terapeuti e consente l’identificazione univoca dei principali atteggiamenti che è possibile osservare.

LA DANZA IN STANZA DI TERAPIA E LA PERSONA DEL TERAPEUTA

La psicoterapia sistemica, affermano Cancrini e Vinci [4], «è una ricerca comune, che si sviluppa con la persona, dentro una cornice di consensualità e condivisione il cui scopo è il rispristino del Sé di diritto», fonda le sue radici in una concezione relazionale della mente, come matrice intersoggettiva della dinamica relazionale alla base dell’alleanza terapeutica.

Uno degli aspetti del decennale lavoro di riflessione di Daniel N. Stern riguarda appunto l’area della relazione terapeutica e di come essa possa diventare veicolo di cambiamento: di come possa caratterizzarsi, cioè, in una relazione che “cura”. Secondo lo studioso americano, perché la relazione terapeutica diventi fattore di cambiamento è necessario che essa si apra a componenti empatiche, emozionali, affettive; ciò che ha reale efficacia trasformativa, secondo questa impostazione, ha a che fare con la capacità di “stare con” l’altro, nel “momento presente” della relazione. Diventa centrale, conseguentemente, affinare il lavoro sulla persona del terapeuta: su quale sia la matrice relazionale che lo porta a stare, con determinate modalità, nel contesto della relazione di aiuto, su come questa si sia costruita e perché, sulla sua capacità di divenirne consapevole e osservare e curare le ferite che tale esperienza può aver prodotto. Infine, il terapeuta sarà chiamato ad affinare la sua capacità di rintracciare l’eco di tale matrice relazionale, quando e se dovesse risuonare, mentre è impegnato nella relazione terapeutica. Il lavoro di “manutenzione” su di sé è cruciale per il giovane terapeuta che si affaccia alla professione, dapprima nel percorso formativo all’interno della scuola di specializzazione e poi nella libera professione, poiché il peso che le risonanze personali hanno all’interno della stanza di terapia è in grado di orientarne l’andamento: dall’eccessiva identificazione e dunque vicinanza con il paziente e le sue istanze, alle resistenze o idiosincrasie innescate dalla relazione con lui, numerosissimi sono i gradienti che tale contaminazione può assumere.

NELLA MENTE DEL TERAPEUTA

Tali riflessioni ci hanno condotto verso l’articolazione di un’analisi che parte da una definizione della condizione iniziale con cui il giovane terapeuta si approccia alla terapia.

Ci riferiamo al momento precedente all’ingresso in stanza, in cui nella mente del terapeuta prende avvio l’attività di pensiero e la formulazione delle ipotesi. Come afferma Cancrini [5] «una psicoterapia inizia prima del primo colloquio. Il momento in cui una persona o un gruppo di persone entrano nella stanza del terapeuta è preceduto da un insieme di passaggi, formali e informali, il cui effetto complessivo è quello di sviluppare un’ipotesi, che è parte integrante e significativa del comportamento del terapeuta e, dunque, del contesto che egli definisce».

Insieme al pensiero e all’ipotesi, analizzati all’interno del gruppo di training, nella mente del giovane terapeuta inizia a formarsi precocemente anche una prima associazione fra quel pensiero/ipotesi di lavoro sul funzionamento del paziente e il suo funzionamento in stanza di terapia con il paziente stesso. Si attiva, in altri termini, una sorta di dialogo interno, in merito a quello che il terapeuta sa, a quello che teme, a come intende affrontare dentro di sé tale ipotesi. Questo insieme costituisce quello che qui abbiamo chiamato il “sentimento” con cui il terapeuta entra in stanza, per esempio: “Ho appuntamento con un paziente ansioso. Speriamo non lo sia troppo… parlerà molto? Non riesco a interagire con le persone che parlano tanto, come mia madre… Ho paura di non riuscire a concentrarmi, temo di lasciarmi trasportare e non riuscire a fermarlo. In genere, le persone logorroiche mi infastidiscono”.

Non sempre il terapeuta è consapevole del processo che si attiva dentro di sé, pertanto non sempre egli è in grado di esplicitarlo e proporlo come materia di lavoro per preparare una seduta.

Successivamente, descriveremo gli eventuali effetti pragmatici e comportamentali del terapeuta all’interno della stanza di terapia e le interferenze che tali sentimenti possono innescare nel processo terapeutico.

Infine, si tenterà di indicare una “via di uscita” dalle interferenze o impasse che si sono prodotte, identificando gli elementi disfunzionali della dinamica innescata e indicando una ristrutturazione che ha a che fare con quella che abbiamo definito come una “postura da adottare”, per ridare slancio e utilità alla relazione terapeutica.

Tale schema di corrispondenze (esemplificato nella Figura 3), consente di leggere le 10 situazioni-tipo che abbiamo osservato e di operare un collegamento diretto fra le difficoltà percepite all’interno della stanza di terapia e la persona del giovane terapeuta, evidenziando in modo tangibile e significativo la necessità del lavoro sulla sua persona.




LE 10 SITUAZIONI-TIPO

Nella nostra esperienza didattica è stato possibile osservare e descrivere 10 situazioni-tipo. Ciascuna di esse può declinarsi, di volta in volta, in modo specifico e a un livello diverso di profondità, in base alle caratteristiche del giovane terapeuta e della persona con cui egli si trova a lavorare; tuttavia, nell’osservazione clinica e del sistema di formazione, esse si ripresentano in modo sufficientemente costante, tanto da costituire un utile riferimento e una guida, attorno alla quale di volta in volta articolare la riflessione sugli specifici casi e sulle loro difficoltà.

Per tale ragione, le 10 situazioni-tipo di seguito illustrate, risultano essere un utile strumento per il lavoro di supervisione clinica.

Situazione-tipo 1: ansia da prestazione

Nella situazione denominata “Ansia da prestazione” il giovane terapeuta si approccia alla situazione clinica che deve affrontare con l’idea di dover aderire a un dato standard, evidentemente elevato, che egli ritiene doveroso fornire. Tale situazione è spesso osservabile durante le prime sedute della fase della supervisione diretta e sembrerebbe avere a che fare con l’esposizione personale davanti al supervisore e al gruppo di training. “Cosa penseranno di me il supervisore e il gruppo di training? Non posso assolutamente tradire le aspettative, devo mettercela tutta per essere professionale, performante, perfetto”. Il terapeuta che porta in stanza di terapia questo sentimento, molto probabilmente creerà quella che si chiama una “profezia che si autoavvera”, poiché maggiore è il suo desiderio di mostrare uno standard elevato e maggiore sarà l’orientamento su di sé del proprio sguardo. Egli sarà troppo attento al suo atteggiamento e all’impressione che vorrà fornire di sé come estremamente professionale e brillante. Si spenderà per fornire risposte tecniche e competenti, tenderà ad ascoltare prima le proprie risposte rispetto a quelle del paziente, si concentrerà sulle domande da fare, prima che sull’ascolto delle risposte. In generale, tenderà a distrarsi dalla persona che gli è davanti. Così facendo, non risulterà affatto professionale né performante, poiché la performance del terapeuta ha a che fare con la sua capacità di stare in relazione. L’interferenza che si produrrà nel processo terapeutico sarà caratterizzata dunque da una relazione che risulterà meccanica, priva di autenticità, ascolto attivo, empatia.

La postura da adottare individuata, per uscire da questa difficoltà, è il ripristino dell’attenzione sulla persona che chiede aiuto. L’oggetto su cui concentrarsi deve essere l’instaurarsi di una buona relazione, che sia il presupposto dell’alleanza terapeutica: non è corretto seguire la strada della performance a tutti i costi, perché vi sono infiniti modi attraverso cui due persone possono incontrarsi autenticamente, l’una per venire in soccorso dell’altra. Il giovane terapeuta deve seguire unicamente questa direzione, quella dell’incontro umano: autentico, emozionato, vivo e, per sua stessa natura, imperfetto (Tabella 1).




Situazione-tipo 2: paura di sbagliare

La situazione denominata “Paura di sbagliare” è anch’essa tipica delle prime fasi della formazione. Il giovane terapeuta è permeato dalla paura di sbagliare e, dunque, di non essere efficace nella terapia. Va sottolineato, in questo caso, come la paura di sbagliare sia strettamente connessa all’idea di un intervento “giusto”. Se, com’è ovvio, è facile identificare interventi più adeguati in una data situazione rispetto ad altri, nel contesto della formazione, tuttavia, «si cerca di mettere in guardia gli allievi dalla tentazione di giudicare il proprio operato secondo le categorie assolute giusto/sbagliato; prima ancora, è infatti importante che l’allievo terapeuta impari a riflettere sul senso delle sue scelte, su cosa le ha motivate e perché, dunque è fondamentale che affini la propria capacità di argomentare [6]».

Un ingresso in stanza di terapia sull’onda del timore di sbagliare, di affrontare il giudizio interno, del supervisore e del gruppo, genererà nel terapeuta una immediata tensione, visibile nel corpo e nella sua capacità di interazione. “Avrò fatto bene? È giusto aver fatto questa domanda? Quale sarà la domanda più giusta da fare, dopo questa?” Ancora una volta, sarà eccessivo lo sbilanciamento del giovane terapeuta verso se stesso, al punto da risultare totalmente assente dalla relazione, perché impegnato in una lotta interna circa la scelta giusta, che gli impedirà di ascoltare, comprendere, “stare con” l’altro. In termini di interferenze nel processo terapeutico, questa condizione creerà enorme difficoltà da parte del terapeuta nella creazione di un contesto amichevole, accogliente, in cui potersi affidare.

Anche nella situazione-tipo 2, come nella precedente, la postura da adottare per uscire da questa difficoltà è il ripristino dell’attenzione sulla persona che chiede aiuto, con una particolare focalizzazione sulla dimensione della curiosità benevola, dell’interesse e dell’ascolto, quale presupposto per conoscere l’altro e le sue difficoltà. Paradossalmente, è proprio l’abbandono del pensiero in termini giusto/sbagliato, il primo intervento “giusto” da compiere (Tabella 2).




Situazione-tipo 3: fedeltà alla propria ipotesi

In questa particolare situazione, ci ritroviamo alle prese con un giovane terapeuta particolarmente attento e ligio al dovere, operoso nel suo lavoro pre-seduta e nella costruzione delle ipotesi.

Tale operosità genera un’implicita convinzione che, se tale e tanto brillantemente approfondito è stato il lavoro di studio, questo non può che essere corretto. Il terapeuta sperimenta una sorta di affezione per la propria ipotesi, al punto che abbandonarla è vissuto come una perdita, un fallimento o ancora come un segno di debolezza nell’abilità teorico-clinica del terapeuta. L’effetto pragmatico di questo sentimento è che il principale compito che il terapeuta sentirà di dover svolgere con il paziente è quello di cercare una conferma alla propria ipotesi. Il colloquio diventerà in questo modo un’occasione per lui di andare alla ricerca della conferma di sé.

Il limite di tale condizione è rappresentato dalla fedeltà. Se, infatti, nei primi passaggi di un colloquio il terapeuta generalmente è in grado di raccogliere una conferma o disconferma della propria ipotesi, quello che può generare interferenza è l’approccio fedele alla propria idea, perché orienta l’intervento alla ricerca della conferma, affievolendo lo sguardo sugli elementi che, invece, potrebbero andare in direzione opposta. Il colloquio sarà così contaminato da questa esigenza, le domande risulteranno inadeguate perché tese a confermare un’idea che proviene dal di fuori della stanza, ma che non si va costruendo e rimodulando nel qui e ora della relazione. La più grave interferenza che tale situazione produce è relativa all’oggetto di lavoro: come essere concordi sulla definizione del problema se il terapeuta non è in grado di ascoltare ed è convinto di aver già definito il problema prima di entrare in stanza?

Il lavoro sulle ipotesi è fondamentale, ma queste vanno lasciate “sulla soglia della porta”, per usare un’espressione cara a Mara Selvini Palazzoli. Questo vuol dire che il terapeuta deve essere in grado di saggiare l’ipotesi che ha in testa, ma di scartarla subito dopo, se nell’interazione con il paziente si rende conto che questa non è più valida. Al tempo stesso, deve essere in grado di rimodularla, correggerla, affinarla insieme al paziente e nel mentre la relazione con lui va sviluppandosi (Tabella 3).




Situazione-tipo 4: tutto e subito

La situazione denominata “Tutto e subito” è dominata dalla necessità del terapeuta di fornire risposte immediate. Capita spesso che il giovane terapeuta, al momento del suo ingresso in stanza, si trovi per le prime volte a vestire i panni dell’esperto, davanti a una persona che richiede il suo aiuto. La poca confidenza con la posizione di potere, unitamente al percepire – da parte di chi gli richiede aiuto – il totale affidamento e l’urgenza di ottenere una soluzione alle sue sofferenze, può portare il giovane terapeuta a un surplus di impegno che potremmo definire “tecnico”. Per rispondere di quell’urgenza e per restituire il senso di gratificazione che gli arriva dal vedere con quanta fiducia e bontà d’animo le persone gli si rivolgono, il terapeuta potrà compiere un notevole sforzo alla ricerca di tutte le nozioni apprese nel corso dei suoi studi, dei testi letti, delle categorizzazioni più precise per fornire loro una risposta che appaghi quel senso di urgenza imminente.

Spesso, quando ci riferiamo al cosiddetto “modello medico”, immaginiamo sequenze così caratterizzate:

– “Dottore, è grave? Cosa devo fare per guarire? Mi aiuti Lei, la prego, sto molto male”.

– “Non si preoccupi, prenda questa medicina e vedrà che in pochi giorni starà meglio”.

Il tradizionale scambio fra medico e paziente gioca un ruolo molto importante per situazioni come quella del “Tutto e subito”. Esso è parte integrante delle rappresentazioni sociali e dunque risulta presente non solo nella cultura di riferimento di chi ci chiede aiuto, ma anche in quella del terapeuta, che può essere più o meno incline al fascino dell’attribuzione di fiducia incondizionata e potere che esso sottintende.

Sfortunatamente per il giovane terapeuta, seguire questo modello porta con sé notevoli complicanze. Accettare la delega implica infatti un’assunzione totale di responsabilità sul professionista, e relega sullo sfondo il paziente. Il terapeuta che cade in questo tranello si ritroverà presto a concentrarsi sul sintomo e sulla sua natura, perdendo di vista l’elemento relazionale. L’unica medicina che il terapeuta può fornire è un ambiente protetto e libero, dove poter riflettere profondamente sul perché di quel sintomo, sulla storia di quella persona che, per qualche ragione, in quel dato momento della sua vita, vive una condizione di disagio. “Cosa vuol dire? Come mai si presenta proprio adesso? Cosa è stato fatto prima, e ha funzionato? Se no, perché? Cosa ne pensano le persone che gli sono care?”.

Lavorare in modo sistemico significa rifiutare la delega sulla scorta del modello medico e co-costruire lo spazio per il lavoro sulle domande, che produrrà certamente –in modo condiviso e progressivo– una risposta “nel” paziente.

Il giovane terapeuta dovrà quindi avere particolare cura nel rispetto dei tempi del paziente, per lasciare che le risposte giungano al giusto punto di maturazione, per poter essere raccolte insieme (Tabella 4).




Situazione-tipo 5: onnipotenza e impeto salvifico

C’è una domanda con cui ogni terapeuta, prima o poi, finisce col confrontarsi: “Come mai, fra tanti, ho scelto proprio questo lavoro?”.

La risposta affonda le radici nella storia personale di ciascuno, con infiniti gradi di complessità; un elemento, però, accomuna tutte le risposte, di tutti i terapeuti: il desiderio/bisogno di aiutare. Alfredo Canevaro [7], in proposito, ha approfondito nei suoi lavori il tema dell’identità del terapeuta e della sua storia personale e formativa, giungendo alla felice formulazione del terapeuta come “terapeuta fallito della propria famiglia di origine”, evidenziando la necessità del lavoro sulla propria persona, per il terapeuta che ha da trattare innanzitutto questa sua ferita, in modi e livelli di profondità differenti. Nella situazione che abbiamo denominato “Onnipotenza e impeto salvifico”, l’effetto emergente nel sentimento del giovane terapeuta è quello di una particolare urgenza nell’aiutare, sistemare, rimettere a posto. Il terapeuta vuole a tutti i costi la salvezza per il paziente, ma siccome questo desiderio ha origine da un suo bisogno, nell’interazione con lui vede continuamente problemi da risolvere, elementi da riparare. Sarà più concentrato sugli aspetti che “non vanno”, faticando a sintonizzarsi con i successi e i progressi nel percorso terapeutico. Il paziente del terapeuta onnipotente e con impeto salvifico si sentirà sicuramente accolto e sostenuto nelle prime fasi; ma se questo approccio non cambierà al cambiare dei suoi sentimenti e delle sue riflessioni, finirà con il sentirsi sbagliato, inadeguato, e percepirà come inutile tutta la sua fatica. Se davanti ai momenti positivi della terapia il terapeuta continuerà a cercare storture, per poterle sistemare, il paziente vedrà minata la possibilità di rispecchiarsi in lui, di rilanciare i suoi progressi e la sua fiducia.

Capita spesso che le terapie si interrompano a un punto che possiamo considerare un buon punto, ma abbiamo l’idea che altro ci sarebbe da fare… La postura migliore è sempre rispettare la scelta del paziente, incoraggiare la sua fiducia, resistendo alla tentazione di stabilire noi, per i nostri pazienti, il livello di benessere sufficientemente buono per andare avanti.

In terapia, talvolta, siamo in grado di “riparare” e seguire ogni passaggio di questa nostra azione. Molte altre volte, siamo in grado di aiutare la persona a ripristinare la sua capacità di riparare da sé, che può lasciarci fiduciosa che questo sia possibile. Non è un intervento a metà, ma pienamente terapeutico, quanto e come il primo (Tabella 5).




Situazione-tipo 6: il protocollo

Nella situazione denominata “Il protocollo” appare centrale, per l’allievo, l’aderenza allo schema di riferimento stabilito nel pre-seduta, approfondito accuratamente sui testi e impresso nella memoria, come una poesia da declamare. Nei percorsi terapeutici capita, in talune circostanze, di ricorrere all’utilizzo di protocolli o strumenti al fine di sostenere e far emergere l’ipotesi terapeutica, delineandone la trama e portando a galla l’emotività più profonda della sofferenza umana. La letteratura offre svariati strumenti a cui attingere sia per le terapie individuali sia per le terapie di coppia il cui utilizzo può avvenire in una duplice ottica, l’una avente funzione terapeutica per coloro che ci chiedono aiuto e l’altra formativa per l’allievo. Tali strumenti o protocolli, se da un lato possono risultare rassicuranti per il giovane terapeuta, che ritrova in essi una linea ben definitiva da seguire, dall’altro possono essere non adeguati per il paziente. Aderendovi massicciamente, l’allievo entra in stanza restando fedele alla traccia, ponendo la sua attenzione alla ripetizione asettica e poco emotiva di consegne ben imparate a casa, con il rischio di non avere uno sguardo attento ed empatico nei confronti di chi è seduto di fronte, tralasciando di considerare il qui e ora, l’imprevisto dettato dalla relazione con l’altro o dall’emotività che la conversazione terapeutica potrebbe suscitare nell’altro. Il sentimento sottostante tale impasse potrebbe essere dettato dall’urgenza di raggiungere l’obiettivo, suddiviso nei suoi vari e ordinati passaggi, con il timore e al contempo il dovere di svolgere il compito.

L’effetto che tale stato d’animo potrebbe suscitare nel paziente è di confusione e smarrimento; egli non si sentirebbe accolto e compreso nel suo dolore, ma soltanto condotto in un campo non scelto e non condiviso, e tutto ciò potrebbe minare l’alleanza, che rappresenta la base sicura del lavoro terapeutico. Venire trattati “come da protocollo” è un’esperienza che appiattisce l’unicità della storia, del dolore, del percorso della persona che chiede aiuto, ed è quanto di più lontano dovrebbe accadere in una stanza dove si svolge una psicoterapia.

L’assetto migliore che un giovane terapeuta dovrebbe adottare è quello di curiosità autentica nei confronti del paziente, della sua storia e della sua sofferenza. Unire testa e cuore, con lo sguardo sempre rivolto a chi ci chiede aiuto, rappresenta il più prezioso dei vademecum (Tabella 6).




Situazione-tipo 7: la giusta distanza

Nella situazione denominata “La giusta distanza” è centrale l’elemento del coinvolgimento con il paziente, che può esprimersi negli estremi dell’eccessiva distanza o vicinanza da parte del terapeuta. Ci siamo riferiti più volte alla capacità dello “stare con” l’altro, intendendo con ciò tutta una serie di attitudini personali e professionali necessarie per far sì che la relazione si caratterizzi come priva di giudizio, accogliente, equilibrata, terapeutica. La distanza interpersonale, intesa in termini emotivi, prima che fisici, è sicuramente un elemento cruciale in queste attitudini.

È possibile che l’incontro con l’altra persona attivi nel giovane terapeuta, invece di curiosità benevola, interesse, apertura, freddezza, ritiro, blocco, superficialità, desiderio di interrompere quanto prima quell’incontro. Quella in cui il terapeuta è permeato da una eccessiva distanza emotiva è una situazione molto difficile, in cui l’elemento controtransferale rallenta o, nei casi più complessi, impedisce, la costituzione di una relazione empatica e calorosa. È fondamentale, in questo caso, che il giovane terapeuta rifletta sulle ragioni profonde che sottendono tale difficoltà: “Quali emozioni antiche riecheggiano dentro di lui? Quali nodi personali il paziente ha richiamato alla mente? Verso chi prova queste sensazioni sgradevoli, che il paziente sembra ricordare tanto?”.

Una seconda opzione prevede invece che il terapeuta sia particolarmente attratto dal suo paziente: l’interesse benevolo sembra andare oltre, l’ascolto empatico si fa profondissima condivisione, al punto da portare il terapeuta in una situazione di grande prossimità con il paziente. Estremamente vicino, egli ne sente profondamente ogni sussulto, ogni angoscia, al punto da non riuscire più a distinguere il dolore proprio da quello altrui. Anche in questo caso, è la storia relazionale del terapeuta che deve venire in suo soccorso per sciogliere una dinamica niente affatto casuale: “Quali emozioni antiche riecheggiano dentro di lui? Quali nodi personali il paziente ha richiamato alla mente? Verso chi prova questa alleanza, compassione, desiderio di rivalsa, di cui il paziente è portatore?”.

Il terapeuta che si muove pensando “Non ti sopporto! Non voglio più parlare con te!” o, all’estremo opposto, “Come ti capisco! Hai proprio ragione…” è un terapeuta troppo investito delle proprie risonanze. Qualcosa, nella storia del paziente, intercetta la propria e il conseguente effetto distanziante o attrattivo produce una difficoltà grande nella relazione terapeutica, perché sposta il centro nevralgico di quello che sta accadendo in stanza, dalla persona del paziente a quella del terapeuta. Il terapeuta, cullato dalle proprie risonanze, potrà così aderire aprioristicamente alla visione del paziente, così come potrà condannarlo o spingerlo, magari, allo stesso intervento che il terapeuta avrebbe potuto/voluto fare, ma che non ha potuto/voluto fare nella propria esperienza, che rivive nel tramite della relazione con il paziente, tentando di darvi un nuovo e differente finale.

Trovare la giusta distanza significa rifuggire dai due estremi descritti, sciogliendo i nodi irrisolti nella propria esperienza relazionale; solitamente, le impasse terapeutiche che avvengono nella situazione-tipo qui descritta accendono i riflettori sulla necessità, per il terapeuta stesso, di un approfondimento psicoterapico del proprio disagio. Osservare attentamente il contesto di vita della persona che richiede aiuto è un esercizio che non può essere svolto né troppo da vicino né troppo da lontano; risulta utile la lezione di Minuchin, il quale, in alcune sue riflessioni circa l’utilizzo del linguaggio non verbale [8], invitava ad alternare, a seconda delle fasi della conversazione terapeutica, momenti in cui «essere un po’ più dentro la relazione» (e dunque assumere una postura non verbale protesa in avanti), a momenti in cui «essere un po’ fuori» (e assumere una postura non verbale verso indietro, con lo sguardo diretto verso la punta delle scarpe!). Una strategia sicuramente originale, ma efficace, per regolare la giusta distanza (Tabella 7).




Situazione-tipo 8: il buio della mente

Il buio della mente può essere descritto come una condizione di incertezza, un momento che vivono tutti i terapeuti che si apprestano a varcare la soglia della stanza di terapia la prima volta. Esso è ben descritto da Cancrini che ne sottolinea l’importanza, nei suoi scritti, definendolo «un buio non definitivo ma limitato nel tempo e finalizzato al tentativo di fare maggiore chiarezza» [9] successivo all’ascolto delle primissime informazioni che un terapeuta riceve. Il buio è una condizione di vuoto, di assenza di risposte, interventi, idee; è una condizione in cui il terapeuta si sente inerme, piccolo, davanti alla grandezza della sofferenza che incontra, davanti a una manifestazione sintomatica eclatante, o semplicemente in una interazione emotivamente molto carica che gli fa pensare: “E adesso, come faccio?”.

È un sentimento del tutto umano, ma spesso sgradevole e mal sopportato dal giovane terapeuta, che – nell’osservazione condotta – tende a rifuggirlo andando alla ricerca delle più frequenti o plausibili risposte o indicazioni terapeutiche utili nella situazione clinica che si sta seguendo e che appare molto difficile da affrontare.

Il buio, pur spaventando, è però condizione necessaria alla mente del terapeuta, per elaborare un’ipotesi utile al lavoro terapeutico e che appare, quindi, il prerequisito della luce; per questo va accettato, cercando di mettere da parte la necessità di un controllo razionale dei propri ragionamenti e interventi. Pensare “E adesso, come faccio?” significa essere onesti e franchi davanti a una situazione difficile, verso se stessi e verso il paziente che ne è portatore; accettare tale domanda e lasciare che si dipani progressivamente nell’evolversi della relazione terapeutica è il prerequisito indispensabile perché il lavoro sia caratterizzato da autenticità. Esistono situazioni particolarmente difficili, che fanno sentire il terapeuta inerme e talvolta scosso davanti a tanta difficoltà. La difficoltà non va negata, ma riconosciuta e accettata, anche nelle reazioni che essa determina dentro di noi; il passo successivo sarà quello di una maggiore attivazione, per comprendere la natura di tale difficoltà e dedicare un impegno particolare al suo sviluppo clinico.

Questo passaggio appare però arduo e destabilizzante per il giovane terapeuta, che porta con sé l’esigenza e l’urgenza di voler sapere sempre e subito cosa fare, cosa rispondere al paziente al fine di ricevere quel riconoscimento di professionalità e di cura tanto ambito. Nella mente dei giovani terapeuti risuonano pensieri quali “Devo rispondere subito! Non devo restare fermo e in silenzio!”, anche quando, probabilmente, non hanno idea di cosa dire.

Il silenzio, il riconoscere la propria difficoltà sono, per il terapeuta, le modalità migliori per riconoscere all’altro la propria difficoltà e per sentire su di sé l’effetto che questa determina (Tabella 8).




Situazione-tipo 9: il terrore di essere giovane, o inesperto, o entrambi

La situazione denominata “Il terrore di essere giovane, inesperto, o entrambi” porta con sé un fantasma costante che ogni giovane terapeuta conserva segretamente nella sua valigia degli attrezzi. Il sentimento che lo accompagna è la paura di essere inesperto ma, soprattutto, di non essere sufficientemente adeguato: “Non sono capace, sono troppo giovane, non ho esperienza, non sono all’altezza della situazione!”. Questo leitmotiv induce il giovane professionista ad aggrapparsi a teorie e/o a riferimenti bibliografici per superare la sua difficoltà emotiva che comporta importanti interferenze in stanza di terapia, in cui l’attenzione del giovane terapeuta risulta troppo incentrata su di sé, sui diversi movimenti di correzione posturale, verbale o sintattica, piuttosto che sul paziente, sfociando, pertanto, in una perdita dell’autenticità all’interno della relazione terapeutica. In verità è proprio questo elemento che potrebbe, più che l’inesperienza o la giovane età del professionista, condurre a una compromissione del lavoro terapeutico.

L’elemento della giovane età, o dell’inesperienza, con il carico di incertezza che esso comporta, potrebbe, a ragione, indurre una riflessione profonda e accrescere il continuo lavoro di manutenzione sulla persona del terapeuta, se letto attraverso una lente differente da quella della paura; pur riconoscendo la paura, essa può infatti essere rivalutata come possibilità di crescita e di consapevolezza importante. Se è vero che il terapeuta giovane anagraficamente manca nell’elemento dell’esperienza, è altrettanto vero che spicca per freschezza, entusiasmo, desiderio di mettersi in gioco per fare del proprio meglio; elementi che, con ogni probabilità, saranno più affievoliti nel professionista di grande esperienza. È proprio sicuro, dunque, che la giovane età del terapeuta sia un minus nell’esperienza terapeutica?

Essere buon terapeuta, dunque, significa mettere al centro la relazione sentitamente autentica con l’altro, da persona a persona, da cuore a cuore. Come sottolinea anche Lowen, «la chiave della psicoterapia è la comprensione, solo con essa si è in grado di offrire un aiuto reale. Tutti i pazienti hanno un bisogno disperato di qualcuno che li capisca» [10]. Pertanto, è utile ribadire che ciò che conta, per chi ci chiede aiuto, è, innanzitutto, sentire la presenza accogliente e comprensiva, indipendentemente dall’età anagrafica del terapeuta che, nella danza della terapia, ha un peso del tutto marginale (Tabella 9).




Situazione-tipo 10: non posso farci niente

Nella situazione denominata “Non posso farci niente” i sentimenti dominanti sono quelli dell’impotenza e della frustrazione. “Non ci riuscirò mai! E una situazione troppo difficile! Non migliorerà mai!”. Essi producono un’impasse profonda in stanza di terapia in cui regna sovrano il silenzio e la tensione, che il giovane terapeuta conserva dentro di sé e che si evince da una postura non verbale rigida e da un eloquio frammentato, poco chiaro e fluido, dalla sua poca attivazione personale, perché non orientato a “credere” in quello che sta facendo. In questa specifica situazione, appare evidente che il primo a non avere fiducia nel percorso terapeutico è il terapeuta stesso e, dunque, come può il paziente fidarsi e affidarsi al terapeuta?

Si possono identificare due principali conseguenze nel processo terapeutico che potrebbero svilupparsi in considerazione di questi sentimenti: lo stallo terapeutico, oppure reazioni controtransferali marcatamente simmetriche, che comportano entrambe che i movimenti in stanza di terapia non siano più evolutivi. La prima consta di una profonda collusione tra terapeuta e paziente sulla reciproca convinzione di “non potercela fare”, che comporta un’importante interferenza in stanza di terapia, resa tangibile da momenti intensi di silenzio e tensione e da una scarsa attivazione emotiva del terapeuta che fluisce – da pancia a pancia – come in un cordone ombelicale, al paziente. Il secondo sentimento può far emergere reazioni controtransferali importanti nel terapeuta che, pur conservando dentro di sé una minima, o del tutto assente, convinzione di riuscire ad aiutare il paziente, cerca comunque di attivarsi, per di più cognitivamente che emozionalmente. Tali movimenti risultano, come abbiamo sottolineato diverse volte, poco autentici e non sufficientemente adeguati e comportano, nella fattispecie, sentimenti negativi nel terapeuta che rimbombano nella sua mente: “Come mai la terapia non fluisce nonostante tutti i miei sforzi? Cosa posso fare di più?”.

Il groviglio emozionale che il terapeuta vive dentro di sé si riversa nella relazione con il paziente, che si potrà sentire poco compreso e accolto nelle sue difficoltà e potrà manifestare legittimamente la sua sofferenza. Il paziente diviene lo specchio della più profonda e ancestrale convinzione del terapeuta di non potercela fare e, pertanto, la relazione diviene un campo di battaglia, in cui terapeuta e paziente non sono alleati, bensì rivali, e in cui ci sono solo vinti, senza nessun vincitore.

Per uscire dalle difficoltà di questa situazione-tipo, gli interventi più efficaci sono quelli che sostengono il terapeuta nel recuperare una piena fiducia nella possibilità di cambiamento che il suo ruolo è in grado di promuovere, anche mediante il ricorso a un momento di supervisione. Credere in quello che si fa è un elemento fondamentale in stanza di terapia, rispetto al quale il paziente è spesso un termometro molto affidabile. Se il terapeuta non crede in sé, il paziente sarà il primo ad accorgersene e a non proseguire la terapia, perché sarà diventata un luogo dove non può sentirsi sicuro e sostenuto (Tabella 10).




CONCLUSIONE

Il lavoro proposto ha avuto come obiettivo quello di illustrare nel dettaglio le principali situazioni di impasse in cui i giovani terapeuti osservati si sono trovati; tale osservazione ha permesso di operare una riflessione sulle cause che hanno prodotto la difficoltà, spesso ascrivibili a quelli che abbiamo denominato “sentimenti” tipici della condizione del giovane professionista, che hanno un loro naturale impatto all’interno della relazione terapeutica, orientandola e, spesso, inquinandola.

Proprio la relazione terapeutica rappresenta l’elemento centrale che caratterizza la maggior parte delle “posture da adottare”, ovvero gli spunti di riflessione proposti come strada da seguire per sciogliere l’impasse. Un approccio onesto, il più possibile libero da condizionamenti, attento, accogliente, comprensivo, autenticamente interessato e professionalmente rigoroso è quello che più di tutti consente l’avvio di una relazione terapeuticamente orientata e che consente la costruzione di una vera alleanza terapeutica. Il compito principale che gli allievi svolgono durante il training è proprio un serio allenamento in merito a questo approccio. Affinarlo e padroneggiarlo, in termini di consapevolezza di sé all’interno della stanza di terapia, è una capacità cruciale per uno psicoterapeuta, che è chiamato a un approfondimento costante sulla sua persona.

Una precisa testimonianza della centralità di questo lavoro, mai del tutto finito, è data da Vinci: «Lavorare su di sé è importante per la formazione e la stabilizzazione del terapeuta, che è continuamente esposto alle pressioni della situazione su cui interviene […]. La possibilità di lavorare su questo logorio spesso è basata proprio sulla possibilità di scoprire qualcosa di più sul proprio funzionamento e sulle relazioni interiorizzate che lo influenzano di più» [11].

Solo se riusciamo a fare i conti con la nostra storia, i nostri “danni” subiti, ad affrontarli indossando le vesti di paziente, a superarli e a “cambiare pelle” possiamo diventare direttori d’orchestra nell’arduo compito di “curare” la sofferenza altrui.

BIBLIOGRAFIA

1. Vinci G. Formare in psicoterapia nel XXI secolo: suggestioni del lavoro di Michael Serres. Ecologia della Mente 2011; 34: 125-30.

2. Romanello A, Calamo Specchia A, Romanello I, Vinci F, Zagaria DT. Cambiare pelle. Roma: Alpes Edizioni, 2018.

3. Albertini V, Rontini L, Manfrida G. L’indiretto interessato: considerazioni sulla supervisione indiretta e indagine sulle interviste ai didatti del Centro Studi. Ecologia della Mente 2013; 36: 152-69.

4. Cancrini L, Vinci G. Conversazioni sulla psicoterapia. Roma: Alpes, 2013.

5. Cancrini L. La psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Carocci Editore, 1993.

6. Calamo Specchia A. Quale supervisione? L’osservazione di un gruppo di training in fase di supervisione indiretta della Scuola Change. Psicopuglia 2019; 23: 178-83.

7. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei familiari significativi. Roma. Edizioni Borla, 2009.

8. Minuchin S, Nichols MP, Lee WY. Famiglia: un’avventura da condividere. Torino: Bollati Boringhieri, 2009.

9. Cancrini L, La Rosa C. Il vaso di Pandora”. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 2010.

10. Lowen A. L’arte di vivere. Como: Xena Edizioni, 2013.

11. Cancrini L, Vinci G. Conversazioni sulla psicoterapia. Roma: Alpes, 2013.