Vincere un antico trauma
grazie alla relazione di coppia

Alberto Penna1

1Docente Scuola Mara Selvini Palazzoli di Milano.

Particolarmente dedicato agli psicoterapeuti, l’articolo collocato in questa rubrica risponde all’esigenza di una sottolineatura: caratterizzando in modo diverso forme diverse di psicoterapia, non stiamo perdendo il senso dell’unità possibile in-torno al concetto di psicoterapia?

Particulary addressed to psychotherapists, the article in this section answers to the need of focusing on the following consideration: by characterizing psycho-
therapy in different ways aren’t we loosing the sense of unity involved in the concept of psychotherapy?

Este artículo está dedicado a los psicoterapeutas, en él se trata de responder a la cuestión: ¿definiendo de distintas maneras la psicoterapia, non se corre el riesgo de perder la unidad del concepto de psicoterapia?

Riassunto. Questo articolo illustra un caso in cui l’elaborazione di un trauma di abuso sessuale infantile avvenne grazie all’utilizzo della relazione di una giovane coppia come forza determinante. La coppia era in carico su invio del Tribunale per i minorenni per gli scontri violenti tra i due coniugi, a cui assistevano i due figli molto piccoli. Dopo un buon inizio, si presentò la riattivazione traumatica per la visita natalizia ai parenti, tra cui lo zio che aveva perpetrato l’abuso. Ciò ci consentì di mettere al centro dell’intervento il superamento del trauma, che si risolse felicemente grazie al lavoro di sostengo nella coppia. Le terapie sui traumi che si stanno sviluppando in questi anni si affinano sempre di più, ma si corre spesso il rischio di tralasciare la prima fonte della salute psichica: la relazione.

Parole chiave. Trauma, relazione, coppia, tutela minori.

Summary. Overcoming an ancient trauma thanks to the couple’s relationship.

This article describes a therapy in which the overcoming of a child hood sexual trauma happened thanks to the relation of a young couple, as a determining force. The couple was involved in a child protection context by the court of minors, due to the violent clashes between the two young adults, to which the children were exposed. The journey was good since the beginning; some months after it occurred a riactivation of the trauma, due to a Christmas holiday at the parents house, where they contacted the uncle that was her sexual perpetrator. From this moment onswards the focus begun to be her trauma, through the healing bond with the husband. The therapeutic approaches of these years are getting better and better, but there is a great risk to forget the main source for mental health: the relationship.

Key words. Trauma, relation, couple, child protection.

Resumen. Superación de un antiguo trauma gracias a la relación de pareja.

Este artículo ilustra un caso en el que la elaboración de un trauma de abuso sexual infantil tuvo lugar gracias al uso de la relación de una pareja joven como fuerza determinante. La pareja estaba a cargo del envío del Tribunal para menores, por los enfrentamientos violentos entre los dos cónyuges, a los que asistían sus dos hijos muy pequeños. Después de un buen comienzo, se presentó la reactivación traumática para la visita navideña a los familiares, incluido el tío que había perpetrado el abuso, lo que nos permitió poner en el centro de la intervención la superación del trauma, que se resolvió felizmente gracias al trabajo de sostén en la pareja. Las terapias de trauma que se están desarrollando en estos años se van perfeccionando cada vez más, pero a menudo se corre el riesgo de pasar por alto la primera fuente de la salud psíquica: la relación.

Palabras clave. Trauma, relación, pareja, protección infantil.

IL CONTESTO

Il lavoro clinico si è svolto in un servizio di tutela minori della Lombardia, organizzato su due livelli. Il primo coinvolgeva psicologi e assistenti sociali dei quattro Comuni associati, mentre il secondo, centralizzato, veniva chiamato in causa su richiesta degli operatori del primo livello. Il lavoro del secondo livello era organizzato sul modello del Centro per il bambino maltrattato (Cbm) di Milano. Le famiglie che avevano già avuto una prima valutazione sulla genitorialità, con esito vario, venivano trattate dopo il decreto per tentare un lavoro sul cambiamento, quello definito da Cirillo come “valutazione di recuperabilità” [1].

PASSAGGI PRELIMINARI

I colleghi del Comune ci contattarono per la famiglia Pirrotta/Galdino (i nomi della famigli sono fittizi), formata da una coppia molto giovane. La psicologa e l’assistente sociale erano fortemente motivati ad aiutare questi due giovanissimi genitori. Ugo all’epoca aveva 26 anni e Giuliana 23. La ragazza era da poco uscita da un percorso nella tutela, che l’aveva protetta per tanti anni dalla propria famiglia di origine, profondamente sofferente e disfunzionale. La giovane donna aveva avuto Kevin, il primogenito, a 18 anni, concepito mentre era ancora in comunità, mentre il secondogenito, Cristian, quattro anni dopo, a 22.

I colleghi del servizio ci chiedevano di prenderli in carico per aiutarli a rompere il circolo della cronicità. Le crisi della neonata famiglia si manifestavano con fughe, tira e molla della relazione, scoppi di violenza reciproca, ai quali aveva assistito qualche volta il primogenito.

Nel primo incontro, alla sola presenza degli operatori, si era deciso di redigere una relazione da inviare al Tribunale per i minorenni. Tale necessità dipendeva dalla poca chiarezza sugli obiettivi condivisi e dalla situazione attuale della famiglia. Siccome la richiesta fatta al secondo livello era di una valutazione di recuperabilità, serviva la formalizzazione chiara del passo precedente: quello che sanciva una difficoltà genitoriale, con i dettagli della stessa, contenuti in un decreto [2].

Come in medicina, prima di predisporre una cura difficile e impegnativa occorre avere le idee più chiare possibili sulla diagnosi. Il tribunale non aveva ancora ricevuto una relazione contenente le indicazioni suggerite dagli operatori, per cui mancava anche il decreto che poi fa seguito alle relazioni di questo tipo. Il rischio sarebbe stato quello di iniziare un lavoro sul cambiamento prima di sapere quale situazione avevamo davanti e senza che la famiglia ne conoscesse i connotati. Sarebbe stato necessario compiere questi due passaggi nel più breve tempo possibile. L’esperienza vissuta al Cbm mi aveva convinto che qualunque percorso di cambiamento richiede un chiaro mandato in contesti coatti; tanto quanto una forte motivazione nei contesti spontanei quali gli studi privati.

Come spesso succede, i colleghi avevano già molte informazioni sui giovani genitori; sarebbe quindi stato sufficiente organizzarle e scriverle, per spiegare al tribunale quali passaggi si ritenevano utili. La relazione venne completata e inviata a primavera.

LA SITUAZIONE FAMILIARE RACCOLTA

Una valida équipe aveva trattato la famiglia di Giuliana quando aveva circa 17 anni. In quel periodo la ragazza aveva tentato alcune volte il suicidio, aveva comportamenti fortemente impulsivi, anche se veniva descritta come una persona intelligente e desiderosa di stare meglio. Il lavoro con i suoi familiari era stato deludente, in quanto la mamma non si era ripresa da una depressione che durava da parecchi anni e che l’aveva resa molto poco presente nella vita della ragazza. Questa confidava nella protezione del padre, che però non rispondeva in modo adeguato. Nel passato infantile di Giuliana c’era un grave abuso sessuale continuato per diversi anni, messo in atto da un parente, e che era stato scoperto tempo dopo dai genitori. Purtroppo per lei, non erano stati in grado di comprendere il malessere causato dalle violenze e nemmeno di reagire nei confronti del parente dopo la scoperta. Nella valutazione fatta a suo tempo dai colleghi l’abuso era stato trattato con i suoi genitori, i quali però non ritenevano utile rivangare quelle antiche storie, che avevano coinvolto Giuliana da quando aveva otto anni fino ai sedici. La questione rischiava di finire nel pozzo della dissociazione [3].

Inviata la relazione al Tribunale per i minorenni, nei mesi di attesa del decreto ci tenevamo aggiornati sulle evoluzioni dei due giovani. Nello stesso periodo venne fatta una valutazione su Kevin dalla neuropsichiatria infantile, dalla quale il bambino emerse senza particolari sintomi o disturbi.

Tre mesi dopo, in piena estate, arrivò il decreto, che raccoglieva tutte le osservazioni della relazione e imponeva alla famiglia di fare un percorso per un cambiamento delle loro capacità genitoriali. Il decreto venne inviato ai servizi e i colleghi lo lessero alla famiglia, spiegando le loro intenzioni e i progetti che ci coinvolgevano. In quel momento la coppia faticò ad accettare i rimandi sulla loro violenza, ma concordò sui bisogni del figlio maggiore di essere aiutato.

Questa parziale concordanza sugli obiettivi è spesso presente anche nei contesti coatti, a patto che si crei una condizione costruttiva di scambio. In questo caso i colleghi erano stati efficaci e non giudicanti, motivo per cui Giuliana e Ugo accettarono, già in quella fase, un lavoro psicologico. Occupandosi di famiglie che non richiedono aiuto, si rischia di dare per scontata la totale assenza di motivazione. Più spesso di quanto non si creda, invece, i genitori hanno dei bisogni e sanno esprimerli, se gliene viene data la possibilità [1].

L’intero percorso durò un anno e mezzo circa, per un totale di 23 sedute, in formati diversi, compreso il primo incontro insieme ai colleghi del servizio inviante e la lettura finale della relazione in cui chiedemmo l’archiviazione.

AVVIO DEL PERCORSO: L’INCONTRO CON LA FAMIGLIA E I SERVIZI

A questo punto venne fissata una prima riunione con tutti gli operatori coinvolti a vario titolo, insieme alla famiglia. Questo incontro fu molto importante per fondare il lavoro successivo, diretto ad alcuni obiettivi:

1. condividere la storia della famiglia chiarendo le risorse e i limiti;

2. evidenziare le preoccupazioni del Tribunale per i minorenni e del servizio territoriale, sulle quali si richiede il lavoro ai colleghi del secondo livello;

3. sondare le motivazioni della famiglia;

4. rendere evidente il coinvolgimento di diversi professionisti, insieme a un clima costruttivo della rete.

Questo primo incontro riuscì molto bene e centrò tutti gli obiettivi. In un tono generale di collaborazione, vennero ripresi gli elementi fondamentali delle loro burrascose vicende. Ugo e Giuliana si inserivano nei discorsi degli operatori aggiungendo informazioni e confermando le versioni ascoltate. I due giovani apparivano privi di barriere difensive; sembravano in cerca di sostegno, e allo stesso tempo scettici di un vero aiuto da parte di qualcuno. Questo movimento interno era percepibile in tutti noi nell’équipe e sembrava che gli aspetti di ricerca di appoggio fossero comunque prevalenti rispetto alla sfiducia.

In un passaggio che risulterà importante per tutto il percorso, i coniugi corressero i colleghi del servizio territoriale: “Non è che proprio non sappiamo le cause delle nostre liti violente, ne siamo oggi relativamente consapevoli”. Questo lasciò a noi operatori un appunto mentale che venne poi ripreso verso la fine di questo primo colloquio: il discorso sulle dinamiche relazionali in atto in quegli anni. Fu quindi ben chiarita la relazione tra Tribunale per i minorenni, servizio sociale e nostro servizio. Rimandammo loro la positiva impressione che ci facevano, evidente dalla collaborazione durante il colloquio.

Giuliana e Ugo raccontarono del periodo di separazione, durante il quale si resero conto di alcune dinamiche che desideravano cambiare. Il racconto descriveva l’idea della solidità della famiglia di origine di lui e delle difficoltà di quella di lei, che si era ritrovata a diciotto anni con una casa, quella dei genitori, da gestire.

Alcune considerazioni sulla parte solitamente più difficile, quella in cui vengono descritte le preoccupazioni e le carenze nello specifico. L’ansia di tutti gli operatori porta spesso il discorso su affermazioni troppo generiche per essere di qualche utilità. “Non essere abbastanza bravi come genitori”, formula abusata, va bene anche a tante famiglie che non passano per i servizi sociali. Essere specifici e concreti è difficile, ma è anche la risorsa su cui ragionare insieme. Quando si citano esempi, si possono analizzare meglio intenti, vissuti e conseguenze. Nel nostro caso fu citato l’uso di sostanze stupefacenti da parte del marito, che non negò, anche se affermò non avesse avuto un seguito.

Riguardo alle cause della conflittualità violenta nessuno dei due negava i fatti riportati nel decreto, e avevano fatto qualche riflessione sulle ipotesi. Lei attribuiva i loro problemi al suo passato di bambina con mamma depressa, con lei in prima linea a correre per tutti. Questo produceva pesanti conseguenze anche per la giovane coppia: il padre la chiamava per farle pulire la casa, anche quando ebbe il primogenito; questo faceva irritare il marito. Inoltre i genitori di lei avevano chiesto dei soldi in prestito, che loro due faticosamente avevano messo da parte. Erano dieci milioni di lire che sarebbero serviti a loro e che Ugo aveva dato al suocero. Dinamiche familiari comuni a tante storie di questo tipo che mettono insieme la lealtà ai genitori, l’iniquità degli scambi generazionali e il bisogno di essere visti e riconosciuti nelle proprie fatiche [4-6]. Lo sbilanciamento verso la famiglia di lei si evidenziava nel bene e nel male. Ugo non solo non protestava apertamente, ma non chiedeva aiuto al proprio padre, che rimaneva all’oscuro di tutto.

Distinguiamo tra il merito e il metodo delle loro considerazioni. Nel merito la loro ipotesi può essere considerata troppo semplice e schematica, in quanto differenzia in modo dicotomico le due famiglie di origine. Ci sembrava in ogni caso una parte utile della dinamica generale, come un pezzo del puzzle che non spiega tutto, ma che ben si presta ad essere inserito in un disegno più ampio.

Se prestiamo attenzione all’assunto sottostante la loro ipotesi – il metodo – questo è molto coerente con il lavoro che avremmo portato avanti: entrambi cercavano delle cause, delle spiegazioni che dessero ragione di quanto accaduto. Questa attitudine parlava di un certo grado di assertività, di responsabilizzazione e di un modo di pensare psicologico: tutti prerequisiti per il lavoro sul cambiamento.

IL QUADRO FAMILIARE DELINEATO ALLA FINE DEL PRIMO INCONTRO

Alla fine di questo primo incontro si poteva delineare un quadro abbastanza chiaro di cosa era accaduto e come li aveva portati alla violenza reciproca.

Nelle due infanzie si potevano evidenziare accudimenti molto poco tutelanti e consistenti, tali da non permettere una sufficiente capacità di gestire le emozioni. Questo li collocava sul versante impulsivo.

I suoceri di Ugo, anziché aiutarli, sottraevano loro preziose risorse economiche, fisiche ed emotive. Era proprio questo che scatenava la rabbia e li portava a furiosi litigi, permeati di violenza reciproca. I primi tempi del precoce matrimonio vivevano inoltre a casa dei genitori di lei, ed erano costretti a dormire in letti separati per volere del padre della ragazza. Era molto probabile che Giuliana restasse tanto vicina alla propria famiglia di origine per sperare di essere finalmente vista, anche se in tanti anni questa aspettativa si era rivelata vana. La frustrazione risultava palpabile e per il marito questo voleva dire sentirsi strumentalizzato in una triangolazione che rendeva almeno in parte manipolatorie le relazioni. Tutti sentimenti che contribuivano allo scatenamento delle furiose liti [2]. Si può dire che, pur essendosi sposati con un rito sociale e religioso, la famiglia di lei si comportasse squalificando tale unione.

I genitori di lui non sapevano nulla, e questo elemento sarà tenuto presente nel resto del lavoro, come indizio di una difficoltà anche riguardo alla famiglia di origine di Ugo. Quale relazione buona può essere, quella tra genitori e figli tanto giovani, quando un figlio passa momenti drammatici e non sente di poterlo raccontare [7]? La sua spiegazione era stata la seguente: secondo Ugo sua mamma era troppo emotiva e avrebbe sofferto. Ugo era così solo: in una famiglia non sua e che non lo fa sentire sposato, non poteva sfogarsi, e non aveva nemmeno dei veri amici.

La comprensione di buona parte dei fatti appena sintetizzati era stata raggiunta anche dai giovani coniugi, proprio nella fase in cui erano stati separati per qualche tempo. Giuliana ricordava di essere stata molto delusa: senza Ugo, quando aveva bisogno dei genitori questi si mostravano assenti all’appello, non l’aiutavano, mentre lei in passato si era fatta in quattro per loro, correndo ogni volta che il padre o la madre ne avevano bisogno.

Per legittimare e confermare i loro vissuti ci soffermammo sulle aspettative che normalmente emergono nella fase della nascita dei figli: un avvicinamento dei genitori, diventati nonni, a supporto per lo meno morale dei neo genitori. Nel loro caso era accaduto tutto il contrario: in che momento avevano messo dietro alle spalle tutto quello stress? In che modo i legami di lealtà venivano alla luce [6,8]?

La situazione al momento della presa in carico era relativamente tranquilla. Lui faceva il falegname anche se non riusciva ad occuparsi a tempo pieno; lei lavorava facendo le pulizie.

SEDUTA CON I BAMBINI

Un momento cruciale di tanti percorsi nella tutela è quello in cui figli e genitori si confrontano, con l’aiuto dell’équipe che rende costruttivo questo momento. Come sempre è fondamentale non esser giudicanti; d’altra parte occorre non fare sconti alle sofferenze che tutti, in modi diversi, hanno subito. In questo i primi a dover vedere riconosciuti i propri dolori sono i bambini: la scommessa è sull’ingaggio dei genitori.

Nella seconda seduta, alla presenza dei figli, entrambi i genitori furono solleciti a mediare tra noi e i piccoli. Questo colloquio rivela le potenzialità del lavoro sul cambiamento quando si includono i figli nelle sedute, anche in contesti di tutela. Ciò che emerse fu il mondo emotivo sofferente dei figli, con parole chiare e dette direttamente da loro. Ciò vale di solito più di qualunque altra sollecitazione per motivare i genitori a cambiare. Vediamo alcuni scambi di quella seduta.

Quando la mamma aveva introdotto il servizio (e noi) da cui avrebbero ricevuto l’aiuto a fare meglio i genitori, il primogenito si agganciò immediatamente, affermando il desiderio di fare la famiglia “più bella di ora”. Questa apertura ci permise di non indugiare con giri di parole, potendo affrontare i momenti peggiori; dopo qualche minuto in cui si ricordavano le liti tra papà e mamma, animate da scoppi violenti, il primogenito aggiunse di avere avuto spesso “paura che lo picchiassero perché faceva il monello”. Giuliana e Ugo riferirono di avere glissato quasi sempre sul tema, pensando di non riaprire vecchie ferite.

Una metafora spesso usata dai genitori imbarazzati è quella di immaginare, con il silenzio, che i problemi diventino vecchi e sepolti. A me piace giocare con le immagini e a volte rispondo che questo funziona, a patto di non seppellire vivi i ricordi, altrimenti tornano a tormentarci [8,9].

La seduta fu costruttiva e coraggiosa, come tutte le volte che una famiglia riesce a creare un dialogo intorno a fatti dolorosi. Era uno dei pochi momenti in cui avevano riparlato della violenza. Ci pare suggestiva la risposta del piccolo, che al mio rientro dopo una piccola pausa mi porse il biberon, quasi a suggellare una forma di vicinanza, nonostante la gravità degli argomenti rievocati. L’intelligenza emotiva era all’opera e i genitori sembravano già sulla strada di correggere gli errori del passato [10,11].

PRIMI SVILUPPI NELLE SEDUTE CON I GENITORI

Nelle sedute successive con i soli genitori mettemmo a frutto quanto emerso insieme ai figli. Ugo era stato molto attento e confidò la propria amarezza per la difficoltà di suo figlio a voltargli le spalle: si chiedeva se avesse poca fiducia in lui. Avevamo inoltre notato che quando papà e mamma si erano avvicinati, Kevin si metteva in mezzo. Analizzando questi gesti piccoli, ma eloquenti da diversi punti di vista, eravamo tutti d’accordo che segnalavano uno stato di allarme per Kevin. Il bambino aveva capito che poteva scoppiare una bomba tra i genitori e cercava di mettersi in mezzo come un materasso. Aveva inoltre individuato nel padre la figura più imprevedibile, per cui cercava di tenerlo sempre nel suo campo visivo, avendo paura di non sapere come il padre gli si rivolgesse.

Tutti questi elementi confermarono anche ai loro occhi la necessità di mettere a posto alcune sofferenze e traumi non superati. Ugo e Giuliana erano attenti e desiderosi di capire, tanto da dire che Kevin, anche se non ricordava, evidentemente gli doveva essere rimasta in corpo la paura.

Questa sollecitudine è frutto di un bisogno antico come il mondo. Se sono i nostri figli a dirci, o a farci sentire con il corpo, quali paure sono rimaste latenti, siamo spinti a fare qualcosa per riparare. Si tratta di un istinto che passa dallo stato di forte stress di un bambino a quello dell’attivazione del sistema di cura del genitore [12] o che si voglia chiamarlo di attaccamento [7]. Di solito la massima disperazione di un bambino avviene quando il genitore è alterato, e l’adulto non può mettere in atto i dovuti comportamenti di consolazione, accecato dalla sua tempesta emotiva che lo rende inaccessibile a quella dei figli. Passata la tempesta i figli non ne riparlano e i genitori non chiedono come si erano sentiti [13]. Conviene allora mettere insieme “nella stanza” figli e genitori, in un momento in cui le alterazioni emotive sono visibili ma non eccessive; lasciare che i corpi e le parole dei bambini esprimano le loro sofferenze, perché i genitori si attivino [14].

Se i comportamenti di Kevin in seduta esprimevano le difese dei figli, quali erano state le loro? Come avevano affrontato le pesanti tensioni?

Queste domande sono cruciali poiché portano la nostra attenzione ai “bambini feriti” che i genitori sono stati e che continuano ad essere. Tanto più il nostro passato è stato difficile, tanto più il bambino che ci portiamo dietro è ferito, offeso, umiliato.

Lavorare con le famiglie maltrattanti vuol dire mantenere la capacità di vedere, al di là dei corpi di adulti che sembrano mostri, quei bambini talmente feriti da non controllare più le loro reazioni, dopo aver trasformato la paura e la tristezza in rabbia [15].

Nel rispondere alla domanda Ugo ammise di avere usato la sua medicina: quando saliva la tensione per la famiglia di lei, si innervosiva e faceva uso di sostanze, soprattutto le canne, che riuscivano a sedarlo. Ci riferiva di essere uno che accumula senza sfogarsi, tenendo dentro anche questioni che gli pesano. Non sempre questo sistema di autocura aveva funzionato, lasciandolo tante volte frustrato o imbambolato.

I giovani genitori venivano alle sedute con una grande motivazione e partecipazione. Avevamo precocemente deciso di vedere in quella prima fase loro da soli, avallando la capacità genitoriale, per poi riprendere le ripercussioni dei traumi più avanti, capito cosa era successo.

Il lavoro iniziato nei singoli colloqui non si fermava al congedo, anzi. Nell’intervallo tra le sedute Ugo ripensava alla sua chiusura, cercandone le motivazioni e portandoci le sue riflessioni. Ci spiegò come questa caratteristica potesse essere legata alla mamma, fortemente ansiosa, e al padre assente. Non aveva esperienza della possibilità di contare su qualcuno, di confidarsi e di essere consolato. Le volte che aveva detto qualcosa alla mamma era diventata soffocante, provocando il suo ritiro. In poco tempo l’eccessiva polarizzazione tra le due famiglie era calata: Ugo non pensava più alla propria come perfetta di contro a quella di Giuliana con mille problemi. Emersero anche alcuni episodi che ci aveva taciuto, come il ricordo di avere giocato tanto con un cugino spaccone e aggressivo, che qualche anno più tardi finì in carcere per omicidio. Anche nel suo passato infantile e giovanile si potevano evidenziare nettamente aspetti di scarsa cura e tutela da parte dei genitori.

L’ANTICO ABUSO DIVENTA RISORSA PER LA COPPIA

Dopo questa prima fase andarono nel paese d’origine di lei a trascorrere le feste natalizie. Scoprimmo con il nuovo anno che in quei giorni erano rientrati in contatto con l’abusante di Giuliana, uno zio che continuava a fare parte della cerchia familiare, come se nulla fosse mai successo. Gli abusi vennero accennati velocemente, insieme all’affermazione che non avevano più conseguenze attuali, nonostante si trattasse di un lungo periodo di violenze ripetute, protrattosi dagli otto ai sedici anni, un tempo immenso, tanto più per una bambina.

La questione ci interessava, perché intendevamo cogliere l’unità della coppia proprio sulle ferite che ciascuno aveva patito nel proprio passato. Se ne prendevano cura? Oppure le lasciavano sepolte vive? Le loro risposte ci fecero capire che conoscevano solo la seconda strategia. Non ne avevano parlato nemmeno mentre si trovavano giù, “perché le persone non vogliono sputtanare il legame”.

Commentammo a quel punto la posizione insostenibile della giovane donna: la nonna aveva taciuto, ma Giuliana non pensava di potersela prendere con lei, perché era stata proprio la nonna ad averla cresciuta. I suoi lo sapevano, ma non avevano fatto nulla, dando la forte comunicazione implicita che così doveva essere. Chiedemmo a Ugo se avesse pensato che lei stesse male nelle vacanze, vicino ai suoi persecutori. No, ci rispose, provava invece odio, ma a quel punto si bloccava.

Quella seduta fu cruciale, in quanto apriva una possibilità piuttosto rara in tutela: andare sulla questione del trauma come in un contesto di terapia, vista la buona relazione di cura, stimolando un diverso equilibrio di coppia. Ci chiedevamo se lui sapesse veramente cosa era successo, se empatizzasse con Giuliana per il suo dolore. Volevamo capire che livello di condivisione esisteva, per cui ci facemmo raccontare quando e come Giuliana raccontò a Ugo quella drammatica vicenda. Ci sembrava fondamentale approfondire come si comportavano riguardo al reciproco attaccamento e accudimento, la forza dei loro sistemi di cura per migliorarli [7,9].

La giovane donna confidò di averglielo raccontato mentre erano fidanzati; lui ci stette male, ma le rimase accanto. Accadeva 7 anni prima e non avevano mai più ripreso l’argomento. Al momento della seduta emersero però delle nuove informazioni. Per Giuliana la sofferenza non era davvero passata: ogni tanto richiamava le educatrici della comunità dove aveva trascorso diversi mesi da minorenne protetta. In seduta iniziò a piangere, chiedendosi: “come hanno potuto i miei genitori non accorgersi?” Il momento si fece intenso e complicato per Ugo, che si sentiva in imbarazzo, non capiva come potessero accadere simili fatti. Si zittiva senza sapere cosa dire.

A questo punto li incoraggiammo a non fermarsi, facendo notare le risorse relazionali di lei, che parlava tuttora con le educatrici per lenire la sofferenza. Sapeva appoggiarsi quando ne aveva bisogno, questo voleva dire che le relazioni per Giuliana non erano solo un luogo di sofferenza e violenza, ma potevano essere un balsamo curativo. Non osava però ancora farlo con il marito. Lui non sapeva come aiutarla e ci offrimmo di dargli una mano a trovare i modi.

Decidemmo di usare il testo “Liberarsi” [16], libro scritto per l’auto guarigione delle vittime di abuso sessuale. Sapevamo che se Giuliana lo avesse letto da sola non avrebbe avuto l’impatto sulla relazione da noi desiderato. Invece intendevamo fare in modo che la cura avvenisse all’interno della coppia. Come fare?

La decisione fu di consegnare un capitolo per volta a Ugo, chiedendogli solennemente la promessa di custodirlo lui, e di non lasciarlo in mano alla moglie. Insieme, le sere che si fossero sentiti di volerlo fare, avrebbero letto le pagine, anche una per volta, condividendo tutto quello che poteva emergere in quanto ad emozioni e pensieri. Dando il tempo di piangere se necessario, di sfogarsi, insieme.

Il primo capitolo è la parte più impegnativa, dove sono raccolte le testimonianze particolareggiate di tante violenze sessuali. Si tratta di un capitolo che urta chiunque e ha lo scopo di agire come uno scavo per mettere allo scoperto il dolore. Non volevamo che Giuliana lo leggesse da sola, e nemmeno che avessero in mano l’intero libro. Ci sarebbe stato per loro il rischio di trovarsi di fronte un compito troppo grande o al contrario, leggendone diverse parti senza fiato, quello di riattivare il trauma senza curarlo. Volevamo invece una sorta di passeggiata a due nel bosco di Cappuccetto Rosso, questa volta riattraversato senza il lupo e con una persona amata a fianco.

A fine seduta, così, venne consegnato il primo capitolo del libro; le pagine furono date a Ugo, con l’accordo che lo leggessero sempre e solo insieme, anche a piccole dosi, quando i bambini erano a letto. La moglie sembrava felice della possibilità, mentre il marito appariva agitato.

Quando li salutammo eravamo divisi tra dubbi e speranze. Sapevamo che affrontare in modo tanto approfondito traumi simili non è facile. D’altra parte eravamo tutti, in équipe, convinti della fondamentale forza dei legami, dell’amore, del possibile potere terapeutico delle coppie. Avevano già fatto grandi cambiamenti prima di incontrarci, come quelli relativi alla presa di distanza dalle famiglie di origine e la crescita della loro intesa di coppia. Sarebbe stata quest’ultima a prendere vigore? Sarebbe stato il potere della relazione, la sua connessione interpersonale a far superare gli strascichi di Giuliana?

I sistemi umani, come quelli delle scimmie antropomorfe, sono caratterizzati dalla presenza di un flusso costante di comunicazioni corporee ed emotive, che costituiscono una vera e propria trama relazionale. Diversamente dalle nostre cugine scimmie, però, corriamo il rischio di non mantenere quotidianamente questa trama nutrita e florida. Pur avendo un canale comunicativo in più (il linguaggio) finiamo per non usare né quello né il corpo per confermare le nostre relazioni. La notizia buona è che tornare ad occuparsi di questa trama relazionale è molto potente come mezzo di spinta al benessere [17]. Noi puntavamo su questo.

Qualche giorno dopo ci contattarono i colleghi del territorio. Riferirono che Giuliana era molto in crisi e non sapevano come mai. Riferimmo loro quanto era stato deciso nell’ultima seduta. Chiamammo quindi lei, che confidò, imbarazzata, di avere letto da sola il primo capitolo, quello in cui vengono riportare le esperienze di diverse donne abusate da bambine. Le si erano riattivate vere tempeste emotive e corporee del trauma, stravolgendola. Al telefono accogliemmo con benevolenza l’accaduto. Immaginammo che Giuliana avesse voluto accelerare il processo di guarigione, non figurandosi la portata di quanto aveva subito. In questo aveva agito con una convinzione ingannevole e diffusa: più veloce è, meglio è. Gli approcci ai traumi dicono invece il contrario, cioè che andando lentamente, senza riesperire il trauma, si appiana la strada. La maggior velocità possibile è dettata dalle reazioni corporee, non dall’urgenza di uscire dall’incubo [9,18]. Inoltre, accelerando aveva fatto da sola: era con questo ricaduta nella trappola di ritenere il rapporto con Ugo meno importante di quanto potesse aspettarsi.

Quando arrivarono alla seduta successiva, qualche giorno dopo, Giuliana raccontò di avere affrontato il primo capitolo in modo devastante, senza chiedere aiuto al marito. Passò tre giorni senza dirgli nulla. Ugo dal canto suo ammise di fare fatica, di essere stanco la sera. Si era però accorto che lei era più nervosa, rimanendo male quando aveva saputo che la moglie aveva letto quel capitolo senza di lui. I vecchi schemi sono duri a morire, ma, quando sono stati resi consapevoli, il loro potere diventa via via meno assoluto e si comincia a correggere il tiro.

Così fu. Prima di venire da noi avevano ricominciato da capo, rileggendo il capitolo insieme, con molte pause. Ugo ammise di essere stato sconcertato nel condividere tanto orrore. Ricordiamo ancora oggi l’intensità di quella seduta. Io ero visibilmente emozionato e la collega dietro lo specchio sentiva scendere le lacrime. Non erano emozioni solo negative, erano miste. Ci eravamo immaginati al suo posto, sola e non creduta, violata, senza via di uscita. E poi lei, ancora sola a leggere quelle pagine crude, con a fianco un giovane marito a cui per tre lunghi giorni non aveva detto nulla. Quali stravolgimenti è capace di mettere in atto la vita, per ribaltare la necessità umana ad essere consolati da un abbraccio? E poi c’erano le emozioni positive del sollievo, dell’abbraccio finalmente arrivato. Immaginavamo i due giovani genitori finalmente uniti, che la sera leggevano quelle dure pagine. Immaginavamo come doveva iniziare a sentirsi Giuliana, che poteva piangere tutta la sua disperazione con suo marito. E suo marito, fino a prima tanto imbarazzato, che avvicinava empaticamente la giovane moglie.

Scomodando le categorie della teoria dell’attaccamento, possiamo dire che avevano iniziato a modificare i loro modelli operativi interni: lei finalmente chiedeva aiuto ad una persona vicina – il marito – e lui finalmente si assumeva un ruolo di consolazione e vicinanza. Attaccamento e accudimento di un tipo più sicuro che in passato.

DUE PAROLE SULLA CONNESSIONE INTERPERSONALE

Tante volte ho assistito a momenti come quello, sentendomi trasportato da una sorta di fiume relazionale caldo e positivo. Erano sempre state situazioni molto simili a farmi percepire questo flusso: bambini che ricevevano le scuse di genitori distanti o violenti, nonni che confidavano ai loro figli adulti loro sentimenti positivi continuamente fraintesi, mariti e mogli che si ritrovavano uniti di fronte ad eventi drammatici della vita tenuti da parte. L’elenco sarebbe lungo, ma lo schema è sempre lo stesso: sono momenti in cui la connessione interpersonale, prima deteriorata, si riallinea e torna la sintonia. Noi esseri umani sentiamo immediatamente quando siamo vicini a quel flusso: è la matrice naturale della nostra esistenza, che tendiamo troppo spesso a dimenticare. La collega Laura Fino ed io abbiamo chiamato “Connessione interpersonale” [19] questo flusso di comunicazioni corporee ed emotive. Quando avviene la sintonizzazione di due persone davanti a noi, si sente intensamente il loro flusso e ciò crea per qualche minuto un sistema emotivo unico. I nostri corpi lo avvertono come un calore piacevole, emozioni intense e un generale senso di unità e armonia.

Dentro questo flusso, Giuliana riuscì a raccontare come tutto iniziò ad opera dello zio, quando lei aveva solo otto anni; dei tentati suicidi, il primo a dodici anni, quando in ospedale a trovarla andava proprio lo zio, che le teneva la mano. Ricordava la maestra che la coccolava, quando le sue difficoltà erano attribuite alla depressione della mamma. Non stava bene da nessuna parte: dalle scuole e da casa scappava ed era trascurata. Solo al secondo tentato suicidio i servizi sociali intervennero. Ritengo che in quella seduta assistemmo a una svolta decisiva. In quelle successive consegnammo qualche capitolo ancora del libro, che continuava a rappresentare una sorta di segnapasso del loro rapporto.

Nei mesi che seguirono la situazione progredì prendendo la piega della salute, e altri problemi vennero affrontati e risolti. Ad esempio sia Ugo sia Giuliana si resero conto di avere chiesto a Kevin troppo a scuola, nei rapporti con i compagni. Ci raccontarono di un bambino della classe, molto aggressivo anche con Kevin, verso il quale entrambi erano inteneriti. Questo bambino sofferente ricordava loro il passato difficile, rischiando di far perdere di vista i vissuti del loro primogenito, al quale chiedevano di portare pazienza, mettendolo in secondo piano. Questo episodio li aiutò ad empatizzare maggiormente con Kevin e a prendere le sue difese, invece di sopprimere i suoi sentimenti.

Alcuni problemi di lavoro misero in crisi il marito che venne licenziato, faticando ad ottenere i soldi della liquidazione. La crisi creò una positiva opportunità, che nel clima familiare ormai costruttivo Ugo colse. Venne assunto da un’impresa molto più solida, con sua grande soddisfazione; si impegnò maggiormente nel lavoro, ottenendo i giusti riconoscimenti.

Nel corso dell’anno successivo cambiarono anche casa, ingrandendosi. Decisero inoltre di far seguire privatamente il figlio maggiore da una psicopedagogista.

Verso la fine del percorso consegnammo gli ultimi capitoli di “Liberarsi”, pensando che a quel punto erano diventati autonomi nell’appoggiarsi, lasciandoci molto tranquilli. Gli ottimi effetti sulla salute di Giuliana erano stati paralleli a quelli della relazione, diventata il porto sicuro per entrambi. I bambini, rivisti dopo qualche mese dall’inizio, ci raccontarono di un diverso clima in famiglia, più sereno e con i genitori che andavano d’accordo tra loro. L’atmosfera era sicuramente migliore e Giuliana stava decisamente meglio. I confronti con le colleghe del territorio tenuti lungo tutto il periodo confermavano via via i progressi della famiglia da tutti i punti di vista. La scuola dava rimandi positivi, socialmente e lavorativamente la situazione era ormai stabile.

CONCLUSIONE E RELAZIONE FINALE PER IL TRIBUNALE PER I MINORENNI

Ci rendemmo conto che il percorso poteva dirsi concluso. Eravamo andati tutti ben oltre le richieste e gli auspici pensati all’inizio. Non solo erano finite le violenze, ma anche le discussioni erano ormai rare e civili. La loro relazione era migliorata nettamente, come nelle più valide terapie di coppia. Scrivemmo la relazione finale; come raramente succede a chi lavora in tutela, chiedemmo al tribunale l’archiviazione completa della pratica, che fu ottenuta. La leggemmo purtroppo solo a lei, perché la sera prima della seduta finale il marito era stato chiamato dal titolare per essere accompagnato per un lavoro importante fuori regione.

Giuliana era visibilmente commossa e ci ringraziò. In quella sede ci confidò un segreto. Dal momento dei primi abusi aveva iniziato a soffrire di forti vaginiti, che durarono per anni, fino all’inizio del percorso. Non aveva mai realizzato il collegamento tra gli abusi e i disturbi fisici. Lo capì quando iniziarono a diminuire fino a sparire, dal momento del lavoro sul trauma. Ci congratulammo per la guarigione che ci sembrava davvero piena.

Pensiamo che tante coppie con traumi di questo tipo non attraversino fasi di rielaborazione tanto profonde e relazionali, come abbiamo avuto modo di vedere con Giuliana e Ugo. Siamo grati a questi due giovani ragazzi per averci confermato una volta di più quante potenzialità di autocura abbiamo noi esseri umani, quanto potente e vitale è la relazione, luogo in cui tutto nasce e si costruisce, per il male, ma anche per il bene. E siamo grati anche per il messaggio positivo che rappresentano: dall’incubo non solo si può uscire, ma quando lo si fa aiutati da una relazione l’effetto finale è clamoroso.

RIFLESSIONI SUL PERCORSO

Questo percorso avveniva nel 2006, quando non avevo ancora approfondito la mia pratica terapeutica rispetto ai traumi. Avevo fatto solo un paio di formazioni Emdr, che come tantissimi altri approcci al PTSD non sfruttano l’immenso potenziale dei legami per la guarigione. In seguito ho approfondito il mio bagaglio professionale anche con la psicoterapia sensomotoria e la Somatic Experiencing. Eppure, nonostante si parli ovunque della necessità di un approccio amorevole, delicato e di vicinanza, questo si riferisce quasi sempre a quello del terapeuta rispetto a chi soffre. Non si usa il potere della relazione per curare tramite le reti naturali delle persone. In questo caso avevamo invece voluto scommettere sulla coppia, non su tecniche o terapie specifiche per Giuliana. Avevamo voluto scommettere su quanto di più antico esiste per l’umanità: la vicinanza, la cura delle persone che ci vogliono bene, nonostante tutto. Non abbiamo voluto essere noi la cura, ma il catalizzatore della cura. Non ci siamo posti come i guaritori, ma come le persone che li rimettevano in condizione di fare ciò che l’uomo ha sempre fatto da solo: restare vicino e consolarsi, attraversando il dolore in compagnia. E insieme a questa giovane coppia, abbiamo vinto la scommessa.

FOLLOW-UP DICEMBRE 2016

Chiamo Ugo e Giuliana. Trovo Ugo al lavoro e non ha molto tempo. Si ricorda della terapia e mi aggiorna molto brevemente. Stanno bene, non hanno avuto più problemi particolari e la famiglia si è allargata, ora hanno quattro figli. Anche Giuliana sta bene, lavora la mattina e posso chiamarla. È molto felice di sentirmi e di sapere che ci ricordiamo ancora di loro. Conferma che la vita è molto cambiata durante la terapia e anche dopo. Hanno traslocato nuovamente, ingrandendosi quando pensavano di avere un terzo figlio. Adesso stanno facendo un cambiamento analogo. Il suo lavoro è in una mensa e si trova bene, la sua voce è effettivamente molto positiva e quasi gioiosa. Dice di avere anche abbracciato la fede, tutti loro frequentano la parrocchia e il primogenito vi fa l’educatore. Hanno avuto qualche problema con il secondo, ma lo seguono dopo la diagnosi di disturbo dell’apprendimento e riesce a seguire i programmi. Mentre me ne accenna mi sembra davvero competente e attenta.

Ciò che ha più contribuito a migliorare la loro vita è il superamento del suo abuso sessuale infantile: ricorda ancora quando le avevo fatto notare che lo teneva chiuso in un cassetto, pronto a dare fastidio. Averlo buttato fuori ha fatto la differenza e tuttora non ha più problemi fisici legati a quella terribile esperienza. Anche loro come coppia sono stati aiutati e ogni tanto ci ripensano.

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