E andrà tutto bene: occhi che ascoltano,
mani che parlano

Mimma Infantino1

«Stai tranquilla, non ti preoccupare,
tranne che per la morte si trova sempre un rimedio.
Vedrai andrà tutto bene»
(mia madre, da sempre)

«Arriva un momento in cui il silenzio è tradimento»
(Martin Luther King)

Riassunto. Attraverso la narrazione del seguente caso clinico, che riguarda la presa in carico di una bambina sorda vittima di abuso, si tenta di focalizzare l’intreccio relazionale fra paziente e terapeuta e fra terapeuta e la rete “servizi sociali” e “tribunale dei minori”. Si sottolinea la necessità di una integrazione costante fra modelli interni ed esperienze del terapeuta nella direzione di una messa in gioco continua di aspetti formativi ed emozionali. Si sottolinea l’importanza della supervisione come strumento necessario che può proteggere il terapeuta dal rischio di essere inghiottito dai vissuti angoscianti scaturiti dall’incontro con un bambino vittima di abuso.

Parole chiave. Abuso sui minori, integrazione di psicoterapie, autosvelamento, sintassi terapeutica, trauma, lavoro di rete fra i servizi, supervisione.


Summary. And everything will be fine: eyes that listen, hands that speak.
Through the narration of the following clinical case, about a deaf child victim of abuse, we try to focus the relationship between the patient and her therapist and between her therapist and the network “social services” and “court of minors”. We underline the need for a constant integration between internal models and the therapist’s experiences going to the direction of a continuous putting into play formative and emotional aspects. We underline the importance of a supervision as a necessary tool that can protect the therapist from the risk of being swallowed by distressing experiences arising from the meeting with a child victim of abuse.

Key words. Minor abuse, integration of psychotherapies, self-disclosure, therapeutic syntax, network work between services, supervision.


Resumen. Y todo estará bien: ojos que escuchen, manos que hablen.
A través de la narración del siguiente caso clínico, que trata de hacerse cargo de una víctima de abuso sorda, tratamos de enfocar la relación entre el paciente y el terapeuta y entre el terapeuta y la red de “servicios sociales” y el “tribunal de menores”. Se enfatiza la necesidad de una integración constante entre los modelos internos y las experiencias del terapeuta en la dirección de una puesta en juego continua de los aspectos formativos y emocionales. La importancia de la supervisión se enfatiza como una herramienta necesaria que puede proteger al terapeuta del riesgo de ser tragado por las experiencias angustiosas que surgen del encuentro con un niño víctima de abuso.

Palabras clave. Abuso infantil, integración de las psicoterapias, self-disclosure, sintaxis terapéutica, trauma, trabajo en red entre servicios, supervisión.

Quando la mia cara amica e collega Ester Di Rienzo mi telefonò per chiedermi la disponibilità a prendere in carico una bambina di 10 anni, sottratta ai genitori con una ordinanza del tribunale dei minori e affidata ai servizi sociali, per maltrattamenti e abuso, la mia risposta fu perentoria: “no grazie”. Già in altre occasioni, Ester, che lavora al centro del bambino maltrattato di Roma, aveva tentato di coinvolgermi a collaborare con il servizio perché, a suo dire, “possedevo le competenze ed energie necessarie per incontrare questa tipologia di pazienti”. In altrettante occasioni avevo ribadito alla mia amica che, nella mia vita professionale, non avrei mai e poi mai lavorato con i pedofili, o in generale con le persone abusanti, né tantomeno con i bambini abusati, perché ero fermamente convinta che non avrei mai voluto incontrare nella mia vita l’orrore che si annida nell’oscuro male dell’abuso. Quella volta però Ester si sentì costretta ad insistere perché la bambina affidata ai servizi sociali era una bambina sorda: “Mimma non so cosa fare, non conosco terapeuti che parlano la Lingua dei Segni e questa bambina è sorda dalla nascita, figlia di genitori sordi e non parla né scrive in italiano, lei ha bisogno proprio di te!”

Sento necessario aprire una piccola parentesi introduttiva, attraverso un mio autosvelamento. Lo faccio con un certo pudore ed è una scelta che mi consente di introdurre non solo il caso di Irina, ma anche di gettare uno sguardo sul tema generale dell’integrazione fra le diverse psicoterapie, su come e cosa integriamo nella relazione terapeutica con i nostri pazienti.

Molti anni fa, durante il mio corso di studi universitari a Roma, avevo alloggiato, come fuori sede, presso un convitto per sordi, nella periferia romana, ed avevo avuto l’occasione di imparare la LIS (Lingua dei Segni Italiana) che, in soli 4 anni di permanenza, era diventata la mia seconda lingua. Il mondo dei sordi mi affascinò a tal punto che decisi di conseguire, parallelamente, il titolo di Interprete della LIS e di approfondire gli studi nel campo della riabilitazione del linguaggio. Oggi, nel mio “condominio interno” convivono, almeno, una terapista del linguaggio, che di fronte ad un deficit tende a stimolare le abilità residue, una interprete LIS, che si fa carico di stabilire una comunicazione fra uno o più attori che non condividono lo stesso codice linguistico, ed una psicoanalista e psicoterapeuta familiare, che con la sua soggettività ed empatia tende ad attivare un processo di cura e cambiamento nei pazienti, attraverso la relazione terapeutica. In ultimo e non meno importante aggiungerei il dato delle mie origini: provengo da una terra notoriamente definita “omertosa”, la Sicilia, dove il “non vedo, non sento e non parlo” è un tacito codice diffuso e implicitamente condiviso. Ironia della sorte, nel tempo mi sono ritrovata, un po’ per scelta e un po’ per caso, nella condizione di comunicare continuamente in modalità 3D, con occhi, mani corpo e parole, ad interpretare segni e verbi, codici e sguardi e ad attivare risorse.
È questo il mio mondo interno, quando incontro Irina, per la prima volta nel mio studio. A onor del vero prima di Irina conosco la sua storia, allorquando ne accetto la presa in carico e incontro gli assistenti sociali, in quel momento molto preoccupati perché non erano riusciti a trovare una famiglia affidataria che comunicasse con la LIS. Conveniamo insieme che il convitto per sordi, lo stesso in cui avevo vissuto io molti anni addietro, poteva rappresentare la casa famiglia più appropriata per far vivere ad Irina una esperienza di reale integrazione e accoglienza. Iniziava così per me una avventura tutta nuova. La mia stanza di terapia da libera professionista accoglieva, ancor prima del paziente, la narrazione della sua storia, attraverso i fascicoli depositati in tribunale, i servizi sociali del comune e della ASL, la terapia coatta e il Centro del Bambino Maltrattato, a cui ho fatto riferimento nei mesi successivi. Ho subordinato, infatti, l’accettazione dell’incarico ad una condizione imprescindibile: avrei avuto garantita la supervisione da parte del collega Nanni Di Cesare, responsabile del caso nel Centro del Bambino Maltrattato di Roma, diretto da Luigi Cancrini, per tutta la durata del trattamento, e avremmo avuti garantiti incontri di rete fra i diversi servizi con una cadenza bimestrale.
Apprendo dai fascicoli del tribunale che il padre, Gigi, sordo dalla nascita, è italiano e ha un problema di dipendenza da alcol. La mamma, Eva, sorda anche lei, di origine rumena, sposa Gigi, dopo averlo conosciuto in uno dei suoi viaggi in Romania. Eva, aveva già un figlio di 8 anni, udente, frutto di una convivenza precedente con un uomo sordo rumeno, anch’egli con un problema di dipendenza da alcol. Eva, quando resta incinta di Irina, decide di raggiungere Gigi a Roma e “lascia” o meglio “abbandona” il figlio di 8 anni in Romania, affidandolo al padre alcolista e ai nonni paterni. Quando Irina nasce, Eva si trasferisce a Roma a casa di Gigi, insieme a sua madre, anch’essa sorda. Irina viene scolarizzata per la prima volta all’età di tre anni, perdendo così del tempo preziosissimo per la riabilitazione e per lo sviluppo delle competenze linguistiche e scolastiche di base. È stata inserita presso un istituto speciale per sordi, con regime semiresidenziale (dal lunedì al venerdì con il pernotto in istituto e ritorno a casa durante il fine settimana), per frequentare la scuola e i trattamenti riabilitativi. Dopo pochi anni, Eva, ripetendo un suo copione interno, decide di abbandonare la piccola Irina, per seguire il suo nuovo fidanzato, da cui aspetta una bambina. Partorisce e rimane in Romania per almeno un anno. Irina rimane affidata al padre alcolista, e alla nonna materna. I due hanno un rapporto burrascoso. Irina assiste quotidianamente a scene di litigio molto violente, in cui il padre picchia la nonna. Cosa può succedere ad una bimba di 8 anni che cresce in un contesto privo qualsiasi forma di accudimento e protezione, con un padre spesso ubriaco e aggressivo?
Riassumere le emozioni e l’angoscia suscitate in me durante la lettura della perizia del tribunale, oggi, è fonte di grande dolore. Ricordo che, a quel tempo, impiegai diversi giorni per entrare nei dettagli della CTU.
All’età di 8 anni, Irina confida alla logopedista il suo segreto, scrive su un foglio: GOOGLE, SEX, e a fianco alle parole disegna un fallo mentre sta eiaculando. Sollecitata dalla logopedista, la bambina racconta che spesso, rimane da sola a casa, perché la mamma è partita, il papà dorme sempre perché ha bevuto, così può connettersi con il computer e guardare alcuni filmati, dove uomini e donne nude fanno sesso. La bambina racconta anche che una volta è uscita insieme alla nonna e ad un adulto di 65 anni circa, sordo, amico della nonna e del padre. Si sono recati in una casa dove la nonna e l’amico hanno fatto sesso, mentre lei aspettava in macchina. In altre occasioni lo stesso uomo avrebbe chiesto alla bambina di poterla baciare, toccarle i suoi genitali e farsi masturbare, sia a casa che dentro l’automobile. Irina racconterà ai carabinieri che non avrebbe accettato di baciare l’uomo perché aveva i baffi e le faceva schifo, di avere provato tanto dolore, durante la “scopata”. Sempre con la nonna si è recata successivamente in un circolo frequentato da sordi in cui un altro uomo avrebbe simulato un amplesso, tenendo Irina sulle sue ginocchia con le gambe a cavalcioni. I racconti di Irina alla logopedista prima e alla psicologa poi, riveleranno particolari raccapriccianti, supportati da disegni molto espliciti a sfondo sessuale. Le deposizioni della nonna di Irina rilasciate ai carabinieri confermeranno quanto raccontato dalla logopedista, con l’aggravante che la nonna, pur essendo a conoscenza dei fatti, si era limitata a rimproverare la bambina perché guardava i film pornografici, e aveva litigato con il padre di Irina perché, pur conoscendo la situazione, continuava ad ubriacarsi e a non fare nulla. La nonna non informa la figlia che sta in Romania, anzi, cerca di nasconderle la verità per paura che possa arrabbiarsi con lei e comunque non sporge denuncia. Dalla Romania la mamma di Irina viene invece informata da alcuni amici confidenti e, quando fa ritorno a Roma, si arrabbia molto con sua madre, con il suo ex marito, con i due uomini sordi abusanti, litiga con tutti, ma anche lei non sporge denuncia. Il padre, interrogato dai carabinieri, sostiene di non essersi mai accorto di nulla e solo quando qualcuno gli dice che i suoi amici si sono comportati male, lui litiga con loro e si arrabbia con Irina perché lei non gli aveva raccontato nulla. Ma anche il padre non sporge denuncia.
Dopo la segnalazione della logopedista ai servizi sociali, l’intervento delle forze dell’ordine svela una condizione di totale abbandono e incuria della bimba, che spesso diserta anche la scuola perché il papà dimentica di accompagnarla. Ad Irina viene così impedito di far ritorno a casa e, con l’affido ai servizi sociali, non vedrà più i suoi genitori. La perizia ginecologica, risulterà negativa.

Quando fisso il primo appuntamento con Irina nel mio studio, devo tenere conto dei seguenti dati:
• la bambina è stata resa non idonea a testimoniare, perché ha subito numerose sollecitazioni di tipo suggestivo che possono avere inficiato la genuinità dei racconti;
• il giudice ha sospeso la patria potestà a entrambi i genitori;
• il giudice affida la bimba ai servizi sociali e nomina un tutore;
• la bambina deve effettuare una terapia individuale;
• la bambina deve fare un lavoro terapeutico senza poter incontrare i suoi genitori.

I giorni precedenti l’incontro con Irina sono stati densi di grande preoccupazione, che ho cercato di sedare rivolgendo la mia attenzione ai trattati specialistici sull’abuso ai minori. Oggi posso affermare, con assoluta certezza, che nulla di quello che avevo letto ed approfondito aveva a che fare con il futuro rapporto che si sarebbe instaurato successivamente fra me e Irina.
Irina arriva nel mio studio all’età di 10 anni, due anni dopo l’esperienza di abuso, la sottrazione alla famiglia, le indagini peritali e il trasferimento nella nuova struttura. È una bambina fisicamente molto più piccola della sua età, che comunica in maniera appena sufficiente nella lingua dei segni e con una gestualità molto ricca. Non conosce il significato di moltissime parole di uso comune, non riesce ad esprimere le emozioni attraverso parole o segni. I suoi occhi tuttavia sono vivacissimi e sembrano racchiudere dentro mille orecchie e milioni di sentimenti. Spigliata, e anche intelligente, sembra contenta di essere nella mia stanza di terapia, anche se credo che non sapesse neanche perché fosse stata condotta nel mio studio, né chi fossi, ne cosa volessi da lei.
La maggior parte del nostro tempo iniziale è stato connotato da giochi semplici e attività grafiche. Nella figura 1 è riprodotto uno dei suoi primi disegni, in cui lo squarcio che le attraversa il corpo è il segno evidente di un trauma che non aveva ancora trovato le parole per essere raccontato.




Irina era felice di poter comunicare con la psicologa senza l’interprete, parlarle direttamente utilizzando la sua lingua ed essere compresa anche nelle sfumature. Ho spiegato ad Irina che ci saremmo incontrate per moltissimo tempo perché avremmo dovuto far uscire dalla sua pancia tutti i sassi dolorosi che la facevano soffrire. Era necessario tradurre quei sassi in parole e segni. Era necessario che mi potesse raccontare le cose terribili che quegli uomini avevano fatto a lei. Irina, inizialmente molto accondiscendente, assecondava le mie richieste ma tutte le volte che dal gioco si passava ai temi della violenza, Irina si chiudeva in giganteschi silenzi, direi silenzi assoluti, spazi di tempo senza parole né segni e molto spesso privi di un reale contatto. Irina, che non era raggiungibile con i suoni perché sorda, spesso nascondeva i suoi occhi, il suo unico strumento di ascolto, nel bavero delle camicette, isolandosi completamente da me, da sé stessa e dal mondo. La sua paura più grande era che lo svelamento del suo terribile segreto le avrebbe impedito definitivamente di rivedere i suoi genitori, così come le era stato detto due anni prima dalla religiosa del precedente istituto: “non dire nulla ai carabinieri perché altrimenti non vedrai più la tua mamma”. Per questo Irina giocava con me ma si chiudeva a riccio quando provavo ad entrare nella sua stanza buia. Diceva che il suo unico problema adesso non erano più gli uomini cattivi, amici della nonna, ma il non poter abbracciare la sua mamma. Mi confidava che sognava i mostri perché era lontana dalla sua mamma e dalla sua sorellina piccola. Il semplice ritorno a casa sua, nel suo letto e con i suoi giochi, avrebbero fatto scomparire per sempre i mostri e allo stesso tempo le avrebbe permesso di proteggere sua sorella dagli uomini cattivi. Perché un giudice tanto cattivo le impediva ciò? In fondo la madre DOVEVA PARTIRE per la Romania, DOVEVA SEGUIRE il suo nuovo fidanzato perché era incinta. Agli occhi di Irina la mamma appariva senza nessuna colpa. Qualche colpa forse l’aveva il padre perché si ubriacava sempre, certamente era colpevole la nonna, perché le faceva frequentare gli uomini cattivi, ma la sua mamma non aveva nessuna responsabilità, la sua mamma la amava tantissimo.
Sapevo che Irina aveva in parte ragione. Come darle torto? Un genitore può essere in grado di amare un figlio e allo stesso incapace di proteggerlo. Irina però non poteva sapere che l’amore da solo non è sufficiente. Il tema della protezione divenne centrale nelle nostre sedute, e suggerii ad Irina che forse neanche i suoi genitori sapevano bene quale fosse il significato della parola “protezione”. Per tale ragione era stato necessario l’intervento del giudice, per impedire agli uomini cattivi di farle ancora del male.
A questo punto si rendeva necessario rivedere il mandato con cui avevo preso in carico la bambina. Cominciai a sollevare alcune problematiche che mettevano in discussione l’impianto iniziale del lavoro terapeutico. A mio avviso la terapia individuale doveva trasformarsi in terapia familiare. Dovevo trovare il coraggio di andare contro le indicazioni di un giudice del tribunale e tentare una strada nuova, frutto dell’incontro con Irina.
Verso la fine degli anni ’80, dalla mia prima formazione in psicoterapia sistemico-relazionale, avevo appreso e profondamente condiviso che esiste una sola psicoterapia, dove la “sintassi terapeutica”, cioè il modo in cui costruisci (e non interpreti) i dati della storia del paziente, hanno una certa influenza sulla buona riuscita del lavoro terapeutico. Avevo appreso e condiviso anche che la buona riuscita dipende molto dalla “grammatica” del terapeuta, cioè dalle sue caratteristiche personali e dalla sua capacità di mettersi in gioco nella relazione con il paziente. Tesi, oggi, ampiamente confermata da tutte le ricerche di follow-up sull’efficacia della psicoterapia, a cura della Società Italiana e Internazionale per la Ricerca in Psicoterapia (SRP), dalle quali emerge che l’efficacia della terapia è determinata dalla personalità dell’analista e dal tipo di incontro con la personalità del paziente. Più precisamente, la qualità e l’efficacia degli interventi, in qualsiasi forma tecnica siano espressi, sono da valutarsi in relazione alla capacità del terapeuta di cogliere il focus tematico e di approfondirne la discussione.

Per le suddette ragioni, nonostante le indicazioni del giudice e i timori degli assistenti sociali, sentivo necessario lavorare con Irina e suor Beatrice, la religiosa a cui era stata affidata la bambina all’interno della nuova casa famiglia, e parallelamente tentare un cambiamento con i genitori preparandoli ad un eventuale incontro con la figlia.
Con Irina, nel frattempo, eravamo giunte alla conclusione che sarebbe stato utile rimanere in casa famiglia, dove era sicuramente protetta e anche amata da suor Beatrice e da tutte le ragazze che vivevano con lei, proprio come in una grande famiglia Nel frattempo io avrei proposto ai suoi genitori un percorso psicologico, nel quale avrei potuto aiutarli a capire le conseguenze di alcune scelte che avevano poi fatto soffrire la loro bambina. Nell’incontro di rete, la mia proposta fu inizialmente respinta in modo drastico dagli assistenti sociali e dal tutore nominato dal giudice, trovando invece il consenso del supervisore, che appoggiò la mia proposta con alcuni paletti protettivi:
• i genitori avrebbero potuto incontrare la figlia dopo un percorso terapeutico finalizzato a renderli consapevoli su quanto era accaduto alla figlia;
• solo successivamente avrebbero incontrato Irina, per il bene di Irina, e all’interno di un percorso terapeutico familiare;
• i genitori avrebbero sostenuto le spese della terapia familiare.

Placate le angosce degli assistenti sociali, sfoderai dal mio condominio interno l’interprete LIS e la misi a disposizione, in modalità assolutamente gratuita, all’interno degli incontri fra i genitori e l’assistente sociale. Incontrai così per la prima volta i genitori di Irina che vennero al colloquio insieme al nuovo compagno di Eva e padre della sorellina di Irina, tutti conviventi nel piccolo appartamento di Gigi. Feci da interprete, per diversi incontri, mediando fra l’assistente sociale e i genitori di Irina. Un’attività che risultò molto complessa, sia per aspetti emotivi (ero la terapeuta della loro figlia e anche molto arrabbiata con loro) sia per aspetti squisitamente linguistici, in quanto la madre ed il suo compagno parlavano prevalentemente la lingua dei segni rumena mentre il padre si esprimeva con una LIS povera e primitiva. Solo la madre accettò di iniziare un percorso terapeutico, e sarebbe stata aiutata dal nuovo compagno per gli aspetti economici, dal momento che lei non aveva un lavoro. Il padre, nonostante il dichiarato consenso, non si è mai presentato agli appuntamenti, rimanendo di fatto fuori dal progetto.
Inizialmente lavorai con i sotto-sistemi separati: incontri con la mamma, incontri con la mamma e il suo nuovo compagno, incontri con Irina, incontri con Irina e suor Beatrice. Con la consapevolezza che stavamo andando nella direzione di un incontro con mamma, Irina uscì dalla paura di rivelare il suo segreto e si rese molto più disponibile ad entrare nell’inferno insieme a me, a raccontare i dettagli dell’abuso e a recuperare le emozioni legate ad esso. Nell’istituto in cui viveva, con la sua nuova famiglia e con gli stimoli adeguati, intanto Irina aveva avuto modo di aumentare le competenze sul piano verbale e della LIS. Avevamo imparato insieme a nominare le emozioni sia con parole scritte che con i segni. Irina aveva anche compreso alcune delle responsabilità della madre nella sua mancata protezione e lentamente affiorò in lei la necessità che la mamma riconoscesse i suoi errori e le chiedesse scusa.
Nella terapia individuale Eva apparve fin da subito molto disponibile ai colloqui, consapevole anche che erano necessari per poter incontrare un giorno la figlia. Mi raccontò una storia personale connotata da contenuti molto dolorosi e tuttavia narrati con un profondo distacco emotivo, tipico di chi ha dovuto proteggersi dalla sofferenza ripetuta. Sorridendo mi dice che un giorno la sua mamma HA DOVUTO lasciarla in casa da sola, quando lei aveva solo tre mesi, per andare a lavorare. Non aveva nessuno che potesse aiutarla e rischiava di essere licenziata se si fosse assentata dal lavoro. I suoi pianti fortissimi allarmarono la vicina che dopo circa otto ore chiamò la polizia, che entrò in casa trovandola in condizione di grande disperazione. Scoprirò che sua madre era molto depressa e aveva dei disturbi alimentari. Eva ha subito diverse separazioni dalla sua famiglia durante l’infanzia, già a cinque anni, infatti, è stata inserita in un istituto per sordi lontanissimo dalla città dei suoi genitori, che incontrava solamente durante l’estate. A 18 anni resta incinta del suo primo figlio e nella convivenza con il padre del bambino subisce numerose violenze fisiche e maltrattamenti. In questo periodo i suoi genitori si separano e il padre si dedica all’alcol e dopo due anni muore. Eva inizialmente non è in grado di riconoscere e accettare le sue responsabilità legate all’abbandono e all’abuso subito dalla figlia, addossando tutte le colpe a Gigi e a sua madre. Sono stati necessari molti mesi di lavoro insieme per riconoscere una propria responsabilità, per rendere possibile l’incontro con Irina e l’avvio del percorso di terapia familiare.

Ad oggi sono trascorsi quasi 7 anni.
• La terapia individuale con Irina ha reso possibile la rielaborazione di un trauma orrendo, agito in una età tanto prematura. Irina ha potuto liberare la sua pancia da sassi pesantissimi e dolorosi. Ha superato la vergogna ma è ancora troppo fragile e molto accondiscendente.
• Ad Eva la terapia individuale ha dato la possibilità di attivare in lei alcune risorse utili ad accogliere il proprio dolore, riconoscere le proprie responsabilità, e soprattutto la capacità di tentare un qualche livello di protezione, necessario anche alla sorellina di Irina. La mamma è riuscita a non contrastare la permanenza della figlia nell’istituto dei sordi e ciò ha permesso di ampliare il bagaglio esperienziale di Irina, attraverso nuove relazioni significative e positive.
• La terapia familiare ha reso possibile l’abbraccio amorevole fra mamma e figlia, sedare l’angoscia di separazione che impediva il processo di elaborazione del trauma. Il tribunale nel frattempo non ha più rivisto le sue posizioni e ci ha tutti abbandonati lasciando segno della sua assenza. Il coraggio degli operatori, fra tante difficoltà, ha permesso di affidarsi al processo terapeutico. La terapia purtroppo si è dovuta interrompere due anni fa circa, per mancanza di fondi da parte della struttura sanitaria. Di comune accordo con il supervisore e gli altri servizi di rete ho inserito Irina, la sorellina e la loro madre, all’interno del progetto del coro integrato delle Mani Bianche, di cui sono la responsabile clinica, all’interno del quale Irina è diventata una delle protagoniste più attive. In questa foto ci sono Irina, la sua sorellina e la loro madre durante un concerto dove cantano insieme (Figura 2).




Oggi Irina continua a vivere nell’istituto dei sordi, sotto la cura e la protezione di suor Beatrice, può frequentare serenamente la scuola superiore, riceve le visite della madre e della sorella, può pensare ad un suo futuro possibile.
Ringrazio profondamente Ester per avermi dato la possibilità di ricredermi sulle mie posizioni inizialmente irremovibili e ringrazio Irina per avermi dato la forza e le energie necessarie di attraversare il buco nero e di uscirne insieme vittoriose. E andrà tutto bene…
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