Da Lorna Smith Benjamin all’Amica geniale:
la terapia senza terapia di Elena Greco

Luigi Cancrini



Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un racconto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, un’informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.


One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.


Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpreta-ción del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “la página literaria”, es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.



Elena Greco, nel romanzo fiume di Elena Ferrante dedicato a “L’amica geniale”, edizioni E/O di Roma1, è, nel rione povero in cui è nata, l’unica che ha studiato al liceo e poi all’università. Scrive, appena laureata, un romanzo che ottiene un notevole successo, sposa un giovane professore universitario che viene da una famiglia colta della buona borghesia progressista del Nord e vive a lungo fra Pisa e Firenze prima di tornare da separata, con due bambine, nella sua città natale. In un quartiere bene all’inizio e nel rione da cui proviene poi, quando finisce la sua relazione con l’uomo per cui era fuggita dal suo matrimonio e da cui ha avuto una terza figlia. Straordinario nella sua capacità di rievocare il tempo confuso ma indimenticabile del ’68 prima, del ’77 e degli anni ’80 poi, il romanzo mi ha colpito all’inizio soprattutto perché con forza e nello stesso tempo con grande freschezza mi ha riportato al tempo in cui ha avuto origine anche la vicenda del nostro Centro Studi: una tipica creatura comunista e berlingueriana, centrata sul tentativo di curare con strumenti psicoterapeutici ma in un’ottica contestuale e sistemica i pazienti liberati da Basaglia e destinata, per questo motivo, a lottare contro tutto e tutti nel tempo in cui la psichiatria impazziva nello scontro destinato a rivelarsi poi abbastanza finto fra gli estremismi extraparlamentari (e poi spesso mestamente craxiani invece che socialisti) degli psichiatri “democratici” e la resistenza di un establishment che semplicemente si proponeva di sostituire con i farmaci le mura del vecchio manicomio. Anche se andando avanti nella lettura il messaggio più importante per me e per noi di Ecologia della mente mi è sembrato un altro perché di psichiatria il romanzo della Ferrante non si occupa mai esplicitamente ma solo suggerisce, proprio come noi sognavamo di fare allora, di rifondarne l’epistemologia con la sua capacità di narrare, con un occhio sempre attento alla loro soggettività, vicende di persone in vario modo malate o disturbate: collocando i loro comportamenti nel contesto concreto della loro esperienza di vita e proponendo spiegazioni semplici, in termini di storia personale e di contesto, familiare e sociale, per quelli che nella psichiatria pre- e post-basagliana vengono sempre più superficialmente (si pensi per rendersene conto alla follia del DSM V) proposti come dei sintomi. A proposito della tossicodipendenza, ad esempio, che nella sua narrazione si presenta per quello che realmente è stata nei ghetti e nelle periferie più povere, flagello che si abbatte sui più deboli trasformandoli in schiavi dei più forti che hanno trovato un altro modo per fare soldi con loro, o delle furie confuse di Melina, “la pazza del quartiere”, che altro non è ai suoi occhi che una donna ingannata e tradita da un “uomo di merda” e dal moralismo crudele del rione. Muovendosi nei fatti su percorsi che i terapeuti relazionali tentano di seguire ogni giorno con i loro pazienti, senza riuscirci, a volte, proprio perché manca loro la visione ampia del luogo sociale da cui le storie individuali vengono spesso troppo pesantemente condizionate. Quando il relazionale non riesce ad essere, cioè, sufficientemente sistemico: come tentiamo ancora di dire noi, da allora, agli psicoterapeuti di tante altre scuole.
Molte sarebbero, da questo punto di vista, le osservazioni utili per la formazione dei nostri allievi e per quella comunque “continua” dei nostri terapeuti e di noi didatti. Di una di esse vorrei qui particolarmente occuparmi, però, vicina più di tante altre alle riflessioni suscitate in tanti di noi dall’incontro con l’opera straordinaria di Lorna Smith Benjamin quando ci spiega come le figure della famiglia agiscono dall’interno della nostra mente. Imponendo schemi di comportamento appresi nell’infanzia e rinforzati spesso nell’adolescenza e negli anni successivi e offrendo a chi guarda chiavi di lettura semplici per capire i comportamenti in vario modo pazzi o fuori controllo che interrompono, nei momenti di tensione o di difficoltà, la continuità dei nostri modi di essere. Quello che accade in molti di quei momenti, infatti, è che qualcun’altro all’improvviso parli dentro di noi e bellissimo è sembrato a me, da questo punto di vista, il modo naturale in cui Elena parla, rievocandoli e rivivendoli, della madre che agisce, fuori dal suo controllo, attraverso di lei. Imponendole comportamenti e stati d’animo della donna difficile, da lei tanto odiata e amata, amata e odiata da cui sempre ha tentato di distanziarsi e di diversificarsi e che tanto ha influito tuttavia, sulle sue scelte, costruite a lungo su una strategia di contrasto con le sue indicazioni (e riletto poi, con maggiore consapevolezza come attentamente guidato proprio attraverso gli scontri) ma soprattutto sui suoi tratti di personalità, sui suoi modi di essere e di manifestarsi.
«Nell’ultimo mese di gravidanza tutto diventò molto faticoso – Nino si faceva vedere poco, aveva da lavorare, e questo mi esasperava. Le rare volte che compariva ero sgarbata, pensavo: sono brutta non mi desidera più. Ed era vero, io stessa ormai non riuscivo a guardarmi allo specchio se non con fastidio. Avevo guance gonfie e un naso enorme. Il seno, la pancia, parevano aver divorato il resto del corpo, mi vedevo senza collo, con gambe corte e caviglie grosse. Ero diventata come mia madre, ma non quella di adesso, che era una vecchietta esile, atterrita; assomigliavo piuttosto alla figura astiosa che avevo sempre temuto e che ormai esisteva solo nella mia memoria.
Quella madre persecutoria si scatenò. Cominciò ad agire attraverso di me sfogandosi per le fatiche, le angosce, la pena che la madre morente mi stava causando con le sue fragilità, Io di persona che sta per annegare. Diventai intrattabile, ogni contrattempo mi pareva una congiura, finivo spesso per mettermi a gridare. Ebbi l’impressione, nei momenti di maggiore scontento, che i guasti di Napoli si fossero insediati anche nel mio corpo, che stessi perdendo la capacità di risultare simpatica e accattivante».
«Quella madre persecutoria – scrive la Ferrante – si scatenò attraverso di me» e davvero sarebbe stato difficile rappresentare in modo più efficace il modo in cui, nelle situazioni di difficoltà, quello che si mette in moto, prevaricando le abitudini e perfino la volontà della persona, è uno dei tanti Io da cui ognuno di noi è costituito. Alterando profondamente la nostra stessa visione del mondo, sostituendola con quella della persona che agisce attraverso di noi. Come accade appunto ad Elena, persona sempre assai riflessiva e realistica, nel momento in cui i suoi vissuti diventano quelli persecutori della madre. Di allora e di adesso, di allora o di adesso.
Nulla di nuovo sin qui per chi dalla lettura della Benjamin ha tratto spunti per il suo lavoro. Quello che molto mi ha colpito, invece, è il modo naturale in cui, nei giorni della sua morte, a poche settimane di distanza dal tempo in cui così duramente aveva imperversato attraverso di lei, la madre interna di Elena, bruscamente si ripresenta, ancora attraverso di lei, ma nelle vesti di un personaggio che poco o nulla ha a che fare con quello “persecutorio” di quella fase.
«Feci fatica ad accettare la morte di mia madre. Anche se non versai una lacrima, provai un dolore che durò a lungo e che forse non se n’è mai veramente andato. L’avevo considerata una donna insensibile e volgare, l’avevo temuta e sfuggita. Subito dopo il suo funerale mi sentii come quando all’improvviso si mette a piovere forte, ti guardi intorno e non trovi un posto dove ripararti. Per settimane non feci che vederla e sentirla dappertutto, di notte e di giorno. Era un vapore che nella mia immaginazione seguitava a bruciare senza stoppino. Rimpiangevo il modo diverso di stare insieme che avevamo scoperto durante la malattia, lo prolungavo recuperando ricordi positivi di quando io ero piccola e lei giovane. Il mio senso di colpa voleva costringerla a durare. Riponevo nei miei cassetti una sua forcina, un fazzoletto, delle forbici, ma mi sembravano tutti oggetti insufficienti, anche il braccialetto era poco. Fu per questa ragione forse che, avendo la gravidanza riesumato la fitta all’anca e non essendo il parto riuscito a cancellarla, scelsi di non rivolgermi ai medici. Mi coltivai quel fastidio come un lascito custodito nel mio stesso corpo.
Anche le parole con cui mi si era rivolta ormai alla fine (tu sei tu, mi fido) mi accompagnarono per parecchio tempo. Era morta convinta che per come ero fatta, per le risorse che avevo accumulato, non mi sarei fatta travolgere da niente. Questa idea mi lavorò dentro e finì per aiutarmi. Decisi di confermarle che aveva visto giusto. Ricominciai disciplinatamente a occuparmi di me. Tornai a usare ogni segmento di tempo vuoto per leggere e scrivere».
C’è stato, negli ultimi giorni di vita della madre, un riavvicinamento forte fra le due donne. Elena ha dato alla sua terza figlia il nome della madre e le è stata accanto a lungo sul suo letto di morte.
L’immagine che la riempie di rimpianto nelle settimane e nei mesi successivi è quella della madre che aveva fiducia in lei e che a lungo l’ha sospinta anche nei momenti di collera e di apparente rifiuto ad andare avanti, a staccarsi dal mondo in cui lei era rimasta imprigionata. Simbolo della fatica con cui aveva portato avanti tutta la sua famiglia permettendo ad Elena la prospettiva di una vita diversa e migliore, la zoppia da cui da sempre era stata affetta diventa, nel cammino di Elena, ricordo vivo di sua madre. Da cui Elena non vuole curarsi per portarla con sé. Come apertamente le dirà, qualche tempo dopo, Lila, l’amica geniale cui il libro è dedicato.
«Mi fissò per un attimo con malizia, fece qualche passo per il bagno zoppicando, scoppiò a ridere in un modo un po’ artificiale. ‘Così ti pare che esagero?’.
Capii con un po’ di fastidio che stava imitando il mio passo.
‘Non mi prendere in giro, mi fa male l’anca’.
‘Non ti fa male niente, Lenù. Ti sei inventata che devi zoppicare per non far morire del tutto tua madre, e ora zoppichi veramente, e io ti studio, ti fa bene. I Solara ti hanno preso il braccialetto e tu non hai detto niente, non ti sei dispiaciuta non ti sei preoccupata. Là per là ho pensato che era perché non ti sai ribellare, ma ora ho capito che non è così. Stai invecchiando come si deve. Ti senti forte, hai smesso di essere figlia, sei diventata veramente madre’.
Mi sentii a disagio, ripetei: ‘Ho solo un po’ di dolore’.
‘A te persino i dolori ti fanno bene. Ti è bastato zoppicare un pochino e ora tua madre se ne sta quieta dentro di te. La sua gamba è contenta che zoppichi e perciò sei contenta anche tu. Non è così?’.
‘No’.
Lei fece una smorfia ironica per ribadire che non mi credeva».

Un passaggio che mi sembra interessante è soprattutto il “no” finale di Elena. Che il suo zoppicare di adesso sia una ripetizione gonfia di affetto e di nostalgia di quello della madre, Elena l’ha vagamente sentito al tempo del lutto ma sembra qui volersene dimenticare o essersene dimenticata. Zoppicare le dà dolore, infatti, come naturalmente accade a chi senza saperlo offre come “dono d’amore” (nel senso che a questa espressione dà la Benjamin) la ripetizione di un comportamento sintomatico, e per niente facile le risulta accettare il modo in cui ironicamente Lila le parla di una madre che se ne sta quieta dentro di lei proprio in virtù del dono che la figlia le fa. Curando con un gesto riparativo le ferite prodotte dalla rabbia e dal rifiuto che all’altra immagine della madre tanto a lungo lei aveva portato? Pagando il prezzo, dentro di sé, di un’emancipazione e di un distacco necessario quanto doloroso dalla madre che aveva continuato a faticare per casa mentre lei studiava e che era stata capace di lasciare anche la sua casa nel momento in cui Elena aveva avuto bisogno di lei?
Ho attentamente ricostruito, nel mio ultimo libro, dedicato all’ascolto terapeutico dei bambini feriti, il modo in cui il lavoro terapeutico permette di attivare, dietro quella di una madre “persecutoria”, l’immagine di una madre che è stata anche “sufficientemente buona”. Qualcosa di simile accade senza terapia anche nel caso di Elena? A me pare proprio di sì. Sulla base del riavvicinamento, probabilmente, che si è determinato fra lei e sua madre quando finalmente arriva per loro il momento di un’intimità che mai c’era stata prima di allora. In che modo e su che passaggi, tuttavia, avviene questo riavvicinamento?
Elena aspetta la sua terza figlia. L’ha avuta da Nino, l’uomo per cui, aspramente rimproverata da sua madre, ha lasciato suo marito. Preoccupata per i figli più piccoli coinvolti nello spaccio, la madre ha forzato il suo orgoglio, le ha chiesto per la prima volta aiuto per loro ed Elena si è data da fare con successo per trovar loro un lavoro onesto attraverso Lila. Nel clima nuovo di una madre che si rivolge a lei dimenticando i rimproveri e le maledizioni per le scelte che ha fatto muovendosi in modo così diverso da quello tradizionale (niente matrimonio in Chiesa e niente festa di nozze, niente battesimo per le figlie che hanno avuto nomi diversi dal suo e separazione poi e divorzio e convivenza a Napoli scandalosa con un uomo sposato), improvvisamente “forza” Elena a prometterle che la terza figlia si chiamerà come lei e non le crede la madre fino a quando non lo verifica di persona.
«Risi, portai la bambina a mia madre che trovai appoggiata al braccio di Nino, accanto alla finestra. Ora lo fissava dal basso in alto con simpatia, gli stava sorridendo, era come se si fosse dimenticata di sé e si immaginasse giovane.
‘Ecco Immacolata’ le dissi.
Lei guardò Nino. Lui esclamò pronto: ‘È un bellissimo nome’.
Mia madre mormorò: ‘Non è vero. Però la potete chiamare Imma, che è più moderno’.
Lasciò il braccio di Nino, mi fece cenno di darle la nipote.
Gliela passai, ma col timore che non avesse la forza di reggerla.
‘Madonna, quanto sei bella’ le sussurrò, e si rivolse a Lila: ‘Ti piace?’.
Lila era distratta, stava fissando i piedi di mia madre.
‘Sì’ disse senza distogliere lo sguardo, ‘ma mettetevi seduta’.
Guardai anch’io dove guardava lei. Mia madre stava gocciolando sangue da sotto la veste nera».

Quella che si rivela in quel momento è di fatto la malattia che la porterà alla morte. Ma il riavvicinamento appena iniziato andrà avanti perché, madre lei stessa di una bimba voluta molto più delle prime due, libera ormai quasi del tutto dalla passione che tanto ha inciso sulla storia della sua vita, sicura di sé abbastanza da non dover cercare più l’approvazione degli altri, Elena riesce a mettere a fuoco, proprio nel momento in cui sa di doverla perdere, la madre reale, la persona imperfetta e meravigliosa da cui è nata e da cui è stata cresciuta e perché improvvisamente riesce quest’ultima, nel momento in cui non ha più paura per una figlia ormai grande e forte, a liberarsi dal bisogno di dirle quello che si deve o non si deve fare. A ritrovare un contatto pieno, mentale e fisico, con lei.
«Non mi fidavo di Mirella, due bambine e una neonata mi parevano troppo per lei. Così mi decisi a portare con me anche Imma. La coprivo ben bene, chiamavo un taxi e mi facevo condurre a Capodimonte approfittando delle ore di scuola di Dede ed Elsa.
Mia madre si era ripresa. Certo, era fragile, se non vedeva comparire noi figli tutti i giorni temeva disgrazie e cominciava a piangere. Inoltre stava in permanenza a letto, mentre prima, anche se faticosamente, si muoveva, usciva. Però mi sembrò indiscutibile che i lussi della clinica le giovavano. Essere trattata come una gran signora diventò subito un gioco che la distraeva dal male e che, coadiuvato da qualche sostanza che le attenuava i dolori, la rendeva a tratti euforica. Le piaceva la stanza grande e luminosa, trovava il materasso assai comodo, era fiera di avere un bagno tutto suo e nientemeno in camera. Proprio un bagno – sottolineava –, non un cesso, e voleva alzarsi per mostrarmelo. Senza contare che c’era la nuova nipote. Quando andavo da lei con Imma la teneva accanto a sé, le parlava con frasi bambine, si entusiasmava sostenendo – cosa molto improbabile – che le aveva sorriso.
Ma in genere l’attenzione per la neonata non durava molto. Attaccava a parlare della sua infanzia, dell’adolescenza. Tornava a quando aveva cinque anni, poi slittava verso i dodici, poi verso i quattordici, e mi raccontava dall’interno di quelle età fatti suoi e delle sue compagne di allora. Una mattina mi disse in dialetto: da piccola lo sapevo che si moriva, l’ho sempre saputo, ma non ho pensato mai che sarebbe toccato a me, e neanche adesso riesco a crederci. In un’altra occasione si mise a ridere seguendo pensieri suoi, e mormorò: fai bene a non battezzare la bambina, sono stupidaggini, lo so che adesso che muoio divento tutta pezzetti e pezzettini. Ma soprattutto fu in quelle ore lente che mi sentii davvero la sua figlia preferita. Quando mi abbracciava prima che me ne andassi, sembrava che lo facesse per scivolarmi dentro e restarci come una volta io ero stata dentro di lei. I contatti col suo corpo, quando era sana m’infastidivano, adesso mi piacevano.

La terapia, mi dico, altro non è a volte che una spinta leggera perché tante sono nella vita le persone che hanno bisogno di un piccolo aiuto per fare quello che Elena e sua madre, in circostanze particolari, hanno fatto da sole. Mentre assai più difficile è intervenire dopo, quando le occasioni di un riavvicinamento reale sono state perse. Quando il lavoro va sviluppato sui ricordi e sui rimpianti.
Un pensiero semplice e forse troppo semplice è a questo punto quello della differenza che c’è a volte fra il lavoro che si fa con la famiglia ancora attuale, dove la piccola spinta di una seduta ben condotta (o di una scultura della propria famiglia nelle situazioni proprie del training) può mettere in moto formidabili percorsi di cura e quello che si fa con l’individuo ferito o deformato da esperienze su cui non si può più tornare: ricostruendo quello che davvero è accaduto ma affrontando il dolore, nello stesso tempo, legato al rimpianto per ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Il passaggio da una madre (o famiglia) interna “persecutoria” da cui si è fatto di tutto per staccarsi e fuggire ad una madre (o famiglia) “base sicura” cui si ripensa con nostalgia può avvenire naturalmente se le circostanze sono favorevoli ma può essere in altri casi l’esito di un intervento terapeutico mirato che favorisce il determinarsi di condizioni più favorevoli o di un lungo, faticoso lavoro di rielaborazione delle esperienze vissute. Su schemi sempre simili però a quelli che la Benjamin ha indicato imparandolo da persone che sono arrivate a soffrire, in circostanze sfavorevoli ed in assenza di interventi che le modificassero nei primi anni della loro vita, di un grave disturbo di personalità perché questo alla fine è il messaggio importante che viene dalla storia di Elena, una persona in apparenza molto più normale di loro: il segreto della salute mentale sta qui per tutti infatti, i più e i meno fortunati e squinternati, nella possibilità (che non è una capacità) di trovare un equilibrio con le figure che vivono dentro di loro. Con quella che la Benjamin nel suo ultimo libro chiama “the family in the head”, l’insieme delle figure che hanno popolato le nostre prime, fondamentali esperienze. Di cui sempre così poco sappiamo in realtà proprio perché troppo parte di noi sono state e sono ma di cui qualcosa cominciamo a intravedere, forse, proprio nel momento in cui riusciamo a riconoscerne la complessità.
Un’ultima osservazione va fatta, a questo punto, sul problema delle differenze. Accanto alle esperienze sfavorevoli vissute anche nel contatto con la madre, Elena ha ricevuto da lei e dalla sua famiglia un supporto affettivo importante basato sulla fiducia nei suoi mezzi ed ha vissuto, come ben descritto nel primo volume del romanzo, un’infanzia difficile ma non infelice. Le sue esperienze sfavorevoli infantili ed adolescenziali esistono ma sono quantitativamente molto inferiori a quelle vissute dai bambini di cui io ho raccolto le storie. La differenza fra la “normalità” della persona che presenta dei tratti di carattere capaci di rendere difficili alcuni o molti passaggi della sua vita e la “patologia” che la persona presenta e soffre un disturbo grave di personalità è di ordine quantitativo, dunque, non qualitativo. Come bene aveva insegnato Freud e come spesso dimentica la psichiatria dei manuali diagnostici e delle ricostruzioni ispirate alla biologia.