L’incontro con la famiglia di origine del terapeuta.
L’esperienza della Scuola Change

Antonio Calamo-Specchia1, Chiara Cuoccio2, Santa Maggio3



Riassunto. Nell’ambito della formazione in psicoterapia, la Scuola Change da qualche tempo ha introdotto, al fianco del tradizionale e consolidato lavoro sul genogramma e sull’analisi dei rimandi controtransferali nei casi seguiti in supervisione diretta ed indiretta, l’incontro con le famiglie di origine degli allievi terapeuti. Tale esperienza, emotivamente molto intensa, permette al terapeuta che si accinge a concludere il suo percorso di formazione di operare una chiarificazione, una rilettura ed una pacificazione tra la famiglia che “porta nella testa” e la famiglia attuale, rappresentando un importante snodo critico tanto per il Sé personale quanto per il Sé professionale. Il lavoro con la famiglia di origine rappresenta un invito per il terapeuta a proseguire il lavoro sulla sua persona, attivando importanti rimandi fra la sua posizione e quella del paziente, ed al tempo stesso costituisce un momento di collaudo e di svincolo, prima di proseguire la professione fuori dal contesto della formazione. Questo articolo approfondisce la strutturazione dell’esperienza della Scuola Change di Bari, descrivendo le varie fasi di cui si compone la giornata di lavoro che la Scuola propone agli allievi ed alle loro famiglie e le principali dinamiche osservate nel corso delle esperienze condotte.

Parole chiave. Psicoterapeuta, famiglia.


Summary. The meeting with the therapist’s family of origin. The Scuola Change experience.
Alongside the traditional and consolidated work on the genogram and the analysis of countertransference references in cases under direct and indirect supervision, Scuola Change has recently introduced meetings with the families of origin of the psychotherapists in training, as part of their training in psychotherapy. This intensely emotional experience allows the therapists, who are about to conclude their training, to clarify, to reinterpret and to reconcile the family they “have in mind” with the real family: an experience representing a critical juncture, important for the personal as well as for the professional self. Working with the family of origin is an invitation for the therapists to continue working on their self, activating important cross-references between their professional position and that of a patient, and, at the same time, it constitutes a moment that is both testing and releasing, before practicing the profession outside the training context. This article analyses the structure of the experience at the Bari location of Scuola Change, it describes the various stages that make up the workday offered by the school to students and their families, as well as the major trends observed in the course of the experiments conducted.

Key words. Psychotherapist, family.


Resumen. El encuentro con la familia de origen del terapeuta. La experiencia de la Scuola Change.
En el ámbito de la formación en psicoterapia, la Scuola Change, desde hace algún tiempo ha introducido, junto al tradicional y consolidado trabajo sobre el genograma y el análisis de las remisiones contratransferenciales en los casos seguidos mediante supervisión directa e indirecta, el encuentro con las familias de origen de los alumnos terapeutas. Dicha experiencia, intensamente emotiva, permite al terapeuta, que se dispone a finalizar su formación, realizar una aclaración, una relectura y una pacificación entre la familia “que tiene en su mente” y la familia actual, representando un importante punto de encuentro para él como Persona y como Profesional. El trabajo con la familia de origen representa una invitación para el terapeuta a que siga su trabajo sobre sí mismo, activando importantes remisiones entre su posición y la del paciente y, al mismo tiempo, constituye un momento de prueba y liberación, antes de continuar la profesión fuera del contexto de la formación. Este artículo profundiza sobre la estructuración de la experiencia de la Scuola Change de Bari, describiendo las distintas fases en las que se compone la jornada de trabajo, que la Scuola propone a los alumnos y a sus familias, y las principales dinámicas observadas durante las experiencias realizadas.

Palabras clave. Psicoterapeuta, familia.
INTRODUZIONE
Da qualche anno la Scuola Change ha introdotto, a conclusione del percorso formativo degli allievi psicoterapeuti, il lavoro con le famiglie d’origine proposto da Canevaro e Ackermans [1]. Tale lavoro sembra rappresentare per la formazione relazionale – da sempre immersa nel lavoro di connessione costante con le rappresentazioni familiari del paziente e dell’allievo terapeuta – un’autentica maggiorazione di un percorso già ben profondo e trasformativo. La re-immersione dell’allievo nella propria famiglia di origine, infatti, chiude un cerchio aperto cinque anni prima con il racconto del genogramma, e costantemente ripreso grazie al lavoro sui rimandi a quella che Lorna Smith Benjamin [2] chiama la “famiglia in testa”, che ciascun terapeuta intercetta nell’incontro, personale e professionale, con il paziente.
L’esperienza che qui si presenta nasce dalla domanda di Canevaro e Ackermans [1]: «Può un terapeuta familiare, che lavorerà sulle relazioni e sulle dinamiche delle famiglie, non avere una conoscenza sufficientemente chiara di quello che è stato (o che è) il proprio posto all’interno della famiglia d’origine, nucleo primario di appartenenza, della natura dei legami che a essa lo vincolano, dei valori che ne ha derivato?», e ne mostra il carattere personale e formativo.
Il lavoro sulla persona dell’allievo-terapeuta è uno dei nodi essenziali nella formazione, poiché nel processo terapeutico che si dispiega nella stanza di terapia intervengono vissuti personali, emozioni, motivazioni, intenzionalità in termini di controtransfert: la relazione terapeutica, configurandosi come autentico e vivo incontro relazionale, implica inevitabilmente una partecipazione emotiva ed empatica del terapeuta alla vita raccontata dal paziente.
La famiglia d’origine è, ovviamente, il luogo e il contesto relazionale in cui sono state poste le basi del funzionamento psichico del terapeuta, ma il lavoro di consapevolizzazione ed elaborazione delle relazioni passate e presenti resta in gran parte incompiuto, e non solo per i giovani allievi terapeuti.
Dopo il genogramma, dunque, e dopo il lavoro sulle risonanze e sulle reazioni controtransferali svolto attraverso la supervisione diretta e indiretta sui casi clinici, l’esperienza dell’incontro con la famiglia di origine permette movimenti di chiarificazione, rielaborazione e pacificazione tra la famiglia che l’allievo “porta nella testa” e la famiglia reale, costituendo un importante snodo critico, tanto per il Sé personale quanto per il Sé professionale dello psicoterapeuta. Scrive a questo proposito Canevaro [3]: «Con il tempo, il peso della famiglia di origine negli incidenti evolutivi cede il passo, almeno nella gran parte dei casi, al predominio della famiglia attuale. Tuttavia, l’impronta della famiglia di origine rimane inscritta nella personalità del terapeuta e fa risentire la sua influenza nella sua vita privata e professionale».
L’incontro con la propria famiglia di origine è, nella formazione svolta in Change, l’esperienza che costituisce il momento conclusivo dell’intero arco formativo. Per questo può rappresentare un’esperienza di svincolo, nella sua duplice declinazione di svincolo dal percorso formativo e per molti degli allievi – quelli nella fase di ciclo vitale del “giovane adulto in fase di organizzazione” – svincolo dalla famiglia di origine. L’incontro ha il carattere serio del lavoro attento su di sé, ma al tempo stesso genera e si nutre di quel calore tipico della “riunione di famiglia”, in cui gli allievi, come figli, prima ancora che come giovani terapeuti, vivono la tipica condizione di “re-progressione” descritta da Canevaro [3]. “Tornare, per meglio partire”, equivale a dire, in questo contesto, possibilità di guardare ai propri familiari con uno sguardo nuovo, elaborato dalle consapevolezze maturate durante il percorso di training, affinato durante il lavoro personale che gli allievi sono invitati a compiere (quando le risonanze della propria famiglia di origine emergono, con il loro portato di dolore, nel lavoro che egli sta compiendo), rinnovato dalle sensazioni di affetto e tenerezza attuali, in cui la famiglia reale si mostra all’allievo terapeuta in tutta la sua autentica fragilità.
Per essere un buon terapeuta, afferma Minuchin nel suo dialogo con Pelli [4], è indispensabile una buona capacità autoriflessiva, che deve essere coltivata nel corso della formazione. L’invito che il sistema formativo fornisce all’allievo è, dunque, quello di non distogliere lo sguardo, ma di approfondire con coraggio, e sempre meglio, il lavoro su di sé, anche quando esso appare faticoso.
Come l’antica tradizione giapponese del Kintsugi insegna, è possibile riparare un oggetto rotto riempendo la crepa con dell’oro, poiché quando qualcosa ha subìto una ferita e pertanto possiede una storia, diventa più bella perché più ricca.
L’incontro con la famiglia di origine, tanto per il terapeuta quanto per la sua famiglia di origine, veicola sul registro analogico il messaggio che la riparazione è possibile: è possibile rompere l’immagine della relazione cristallizzata nel tempo passato quando è possibile un confronto fatto di ascolto reciproco e di rispetto che aiuti a svelare le contraddizioni del “non detto” ed inviti a ri-narrare la propria storia in un modo nuovo, più attuale ed autentico, colmando d’oro le crepe che quella relazione inevitabilmente porta con sé.
LA FASE DI PREPARAZIONE
L’avvicinamento all’incontro con le famiglie di origine prende avvio con l’invito agli allievi a elaborare un aggiornamento del proprio genogramma, sulla base della traccia «Cinque anni dopo: come era, come è, la mia famiglia; come ero, come sono, io con loro».
La condivisione di questo lavoro all’interno del gruppo di training – in una sessione a ciò dedicata – rappresenta sovente un’anticipazione del clima emotivo che l’incontro con la propria famiglia di origine genererà: riguardare se stessi e il proprio percorso di crescita personale e professionale è un’esperienza molto emozionante, che costringe gli allievi giunti al termine del loro percorso a osservare se stessi, nel presente, in relazione alle figure fondative della propria esistenza relazionale in maniera lucida, consapevole e affettuosa.
Il gruppo di training, come affermano Bruni, Vinci e Vittori [5] è «scenario e strumento formativo, poiché permette a ogni allievo di acquisire la conoscenza di sé e l’allievo, rispecchiandosi negli altri, rielabora la propria immagine in uno spazio di auto-osservazione». È all’interno del gruppo dunque che è possibile prepararsi all’incontro vero e proprio, discutendo dei timori di ciascuno legati all’invito alle famiglie a «portare, insieme agli altri familiari dei compagni di corso, la propria testimonianza di come il proprio figlio o fratello sia evoluto nel tempo, in quanto persona che ha scelto la difficile e coinvolgente arte della psicoterapia». L’incontro viene presentato alle famiglie come un’occasione per «approfondire la riflessione su: il posto che l’allievo ha avuto nella famiglia, i suoi punti di forza e di debolezza, cosa potrebbe fare per migliorare come persona e quindi come terapeuta». Tale invito, così formulato, rappresenta al tempo stesso un sostegno all’allievo terapeuta nel processo di attivazione e coinvolgimento dei propri familiari e una fonte di preoccupazione, di ansia per lui, perché nulla di quello che accadrà è chiarito nel dettaglio e perché non è immaginabile la reazione che questo susciterà nei suoi familiari.
Si attiva nell’allievo terapeuta la parte di sé forse emotivamente meno evoluta, che oscilla tra l’istinto di protezione nei confronti della famiglia di origine – chiamata a parlare in modo intimo e aperto di se stessa – e il senso di pudore per le proprie emozioni profonde, che saranno esposte davanti a persone sconosciute, i familiari dei colleghi del gruppo di training. Trattare all’interno del gruppo il fantasma della violazione dell’intimità della famiglia aiuta gli allievi a prefigurare il momento che li attende come certamente intenso e coinvolgente, ma proprio per questo altamente formativo. Per un professionista delle relazioni di aiuto, che deve poter riconoscere le emozioni proprie e dell’altro per poterlo guidare nel difficile percorso di uscita dalla sofferenza, la sfida si presenta alta, ma proprio per questo impossibile da rifiutare. È un compito che spaventa, ma al quale quasi mai l’allievo terapeuta si sottrae. D’altro canto, nella quasi totalità dei casi, le ansie e le preoccupazioni sulle reazioni dei familiari alla chiamata all’incontro si rivelano del tutto infondate: disponibilità e curiosità di norma prevalgono agevolmente sui timori dell’esposizione e del confronto, e rappresentano un dono in più per l’allievo. Quando ciò non accade – cioè nei pochi casi in cui l’invito incontra resistenze forti o rifiuti di questo o quel familiare – si costituisce un momento di presa d’atto di una difficoltà che deve essere trattata (elaborata e accettata, o chiarita e contestata...) per andare avanti nel proprio percorso di vita.
L’INCONTRO CON LE FAMIGLIE: UN’ESPERIENZA CIRCOLARE
Scrive Canevaro [3] a proposito delle difficoltà del giovane adulto in fase di svincolo: «Per l’espletamento del bisogno di differenziazione [...] occorre il nutrimento affettivo e la conferma del Sé che proviene dai familiari significativi, fondamentalmente i genitori, ed anche la fiducia e la sicurezza con cui questi genitori permettono e spingono i figli a realizzare il proprio progetto esistenziale. Le carenze emozionali e psicologiche dei genitori o i conflitti incombenti nell’area coniugale o genitoriale fanno sì che spesso la differenziazione del figlio minacci l’equilibrio disfunzionale raggiunto, provocando attive manovre per impedire quel movimento esogamico con una gamma infinita di tonalità come la colpevolizzazione, il vittimismo ed anche il sabotaggio economico o il ricatto. [...] Il momento del distacco da casa, o della vera e propria differenziazione, è un momento agrodolce dove si mescolano sentimenti di allegria con sentimenti di perdita».
La tecnica dello “zaino” in psicoterapia rappresenta un momento di scambio relazionale in cui il figlio può ottenere la conferma ed il permesso di muoversi nel mondo ed il genitore il riconoscimento di essere stato un genitore sufficientemente buono. Nel programma della Scuola Change, in coerenza con quanto indicato da Canevaro e Ackermans [1], essa si colloca nel contesto di un’intera giornata, all’interno della quale si organizzano diversi momenti di confronto, fra i quali l’esperienza dello “zaino” rappresenta quello più intenso.
La giornata è organizzata in un luogo diverso dalla sede istituzionale, per consentire una maggiore comodità e per meglio conferirle quel carattere di straordinarietà che le è proprio. In questi anni si è svolta in un ex-convento della provincia di Bari, dotato di spazi confortevoli sia per il lavoro di gruppo che per la condivisione del pranzo, momento assai importante, quest’ultimo, come si dirà più avanti.
Una prima fase di accoglienza vede gli allievi terapeuti e le loro famiglie arrivare, uno dopo l’altro, presso la sede prestabilita. I didatti a turno accolgono le famiglie e favoriscono l’instaurarsi di un clima cordiale e rilassato. Le rispettive famiglie, fra di loro, iniziano a fraternizzare, sostenute dai figli-terapeuti, che immediatamente e abilmente connettono i racconti ed i ricordi dei genogrammi dei loro colleghi di training con le persone in carne ed ossa che ora – spesso per la prima volta – conoscono. È questo un passaggio molto delicato ma del tutto spontaneo: è l’ironia a rompere l’imbarazzo nel conoscere persone di cui si è – inevitabilmente – molto saputo e che hanno in comune il loro essere stati in qualche modo implicati nella scelta del lavoro che ciascun allievo e i suoi compagni di corso hanno poi scelto.
La mattinata di lavoro prende avvio in un contesto circolare, descritto dal didatta, che assume il ruolo di conduttore. Le sedie sono disposte in due cerchi concentrici: il più piccolo, al centro, ospita i protagonisti che si succedono a turno, portando il loro contributo, ascoltati dal resto dei partecipanti, seduti nel secondo cerchio, più grande, che si estende tutto intorno, abbracciando da una certa distanza il più piccolo.
A dar voce al primo cerchio sono gli allievi, invitati a presentare a turno le ragioni che li hanno condotti a scegliere, fra tante, la Facoltà di Psicologia e, fra tanti, il mestiere di psicoterapeuta familiare: che ruolo questa scelta ha assunto, dal loro punto di vista, nella dinamica familiare e cosa essa ha rappresentato. Subito dopo, gli allievi tornano a sedere nel cerchio esterno per lasciare spazio ai papà, che possono commentare e fornire un loro contributo su quanto ascoltato. Terminato il giro di parola dei papà, è il turno delle mamme. Infine, chiudono la prima parte del lavoro i fratelli e le sorelle.
Già durante le attività della mattina è possibile osservare il passaggio dall’imbarazzo iniziale al clima emotivamente carico che caratterizza il lavoro, come se la condizione di comunanza circa il ruolo e le esperienze di ciascuno favorisse l’emergere spontaneo di attenzione, rispetto reciproco, ascolto, empatia. Momenti di emozione e di vera e propria commozione sono già presenti in questa fase: si scoprono (o riscoprono) tenerezze e fragilità e accade sempre qualcosa d’inatteso, che colpisce e fa scorrere una lacrima di gratitudine o – più raramente – di mancanza. I fratelli, in questa fase, osservano l’intera esperienza e, nella loro posizione di spettatori privilegiati, porteranno il loro contributo, «vedendo le cose in modo diverso, sentendosi comunque uguali», per dirla con Kahn e Lewis [6], e risultando spesso felicemente sorprendenti.
A conclusione della mattinata, tutti i partecipanti si fermano per il momento del pranzo organizzato in totale autonomia dagli allievi e dalle loro famiglie, lasciando che ciascuno prepari qualcosa da offrire ai partecipanti. Questa formula si rileva un potente attivatore di interazioni improntate alla reciprocità ed allo scambio. Assaggiare il piatto preparato dall’altro, scoprire chi ha preparato cosa, chiederne la ricetta per poterlo replicare sono elementi semplici e mutuati dalla vita di tutti i giorni, che consentono però alle famiglie, in modo rapido e molto efficace, di immergersi definitivamente nel clima della giornata, fatto di interesse, condivisione e apertura sincera verso l’altro, facilitato da prelibatezze e specialità di ogni tipo, oltre che dal buon vino.
Nel pomeriggio ha luogo la sessione dedicata all’esercizio dello “zaino” vero e proprio, con ciascun allievo e i propri genitori, chiamati a vivere questa esperienza separatamente, uno dopo l’altro. La formula utilizzata per avviare l’esercizio dello “zaino” è quella suggerita da Canevaro nel suo lavoro [3]: «In questo momento sarebbe molto utile fare un’esperienza insieme. Mettetevi voi (i genitori) di fronte a vostro figlio/a e uno per volta inizierà questa esperienza, mentre l’altro si siede accanto e aspetta il suo turno guardando quanto succede, in silenzio. Comincia uno dei due genitori sedendosi di fronte al proprio figlio, con le ginocchia che si toccano e senza accavallare le gambe, prendendosi le mani e guardandosi negli occhi. In questo momento il figlio sta per iniziare un lungo viaggio nella vita e porta con sé uno zaino. Si chiede al genitore di trovare due o tre cose importanti di sé che sia riuscito a coltivare, di cui sia orgoglioso, per darle a suo figlio; lui le metterà nello zaino e quando ne avrà bisogno, nel lungo cammino della vita le prenderà e le farà sue. Vediamo, per esempio, un aspetto del carattere che le sia servito nella sua vita e di cui lei sia fiero».
I didatti, uno dopo l’altro, si alternano nel condurre l’esperienza, aiutando i protagonisti a definire con chiarezza i doni reciproci che si consegnano simbolicamente, prima della partenza dell’allievo terapeuta per “il lungo cammino della vita”.
Dopo lo scambio dei doni, l’esperienza si chiude in un abbraccio fra il genitore ed il figlio. L’abbraccio rappresenta il punto più alto dell’intera esperienza, poiché racchiude in sé al contempo l’elemento del ritorno e della partenza. È, infatti, al tempo stesso, perdono e congedo reciproco, approvazione da parte dei genitori per la crescita e lo svincolo del figlio e riorganizzazione del nucleo familiare, adesso che il figlio inizia il suo viaggio. Rappresenta un cerchio che si chiude e l’apertura di un cerchio nuovo, che vede ciascuno in una posizione differente da quella precedente.
Afferma ancora Canevaro [3]: «L’importanza di questo lavoro esperienziale è che si fa dentro alla relazione e che la metafora del “lungo cammino della vita” non suppone necessariamente una separazione fisica, ma solo psicologica, quanto basta per permettere un dialogo che può durare per sempre».
L’esercizio dello zaino si conclude con la formula del conduttore, che ricorda: “Questi momenti che avete vissuto con intensa commozione, lasciateli fluire dentro di voi, senza chiedervi spiegazioni e godendo di queste sensazioni”.
CONCLUSIONI
Emerge con forza, agli occhi di chi scrive, quanto l’elemento della comunanza operi come un propulsore per la riparazione della relazione. L’incontro con la famiglia di origine, infatti, organizzato nel contesto del gruppo di training ed in presenza degli allievi, delle loro famiglie di origine e dei didatti, si caratterizza fortemente come esperienza che accomuna.
Il trascorrere un’intera giornata fra padri, madri, figli e fratelli che condividono tutti la stessa condizione – quella di un membro della famiglia allievo psicoterapeuta – fa emergere in modo chiaro i confini delle storie di cui ciascuno è portatore, perché le pone l’una al fianco di quella dell’altro. Affermano Cancrini e Vinci [7]: «La parola ‘condivisione’ applicata alle emozioni ed ai sentimenti porta in sé un bel gioco aritmetico: la con-divisione del dolore lo divide, lo riduce, perché distribuisce un peso su più punti d’appoggio; al contrario, la condivisione del piacere lo accresce, lo moltiplica. Questo è ciò che naturalmente facciamo e vediamo fare: cercare una spalla su cui appoggiarci o piangere nel lutto, cercare l’altro per godere insieme di un cibo, di un panorama o di un abbraccio».
Le proprie difficoltà, le perplessità, i dubbi e le incertezze trovano così un conforto naturale nell’esperienza di condivisione che la giornata rappresenta; tale condivisione non è di per sé sufficiente per sciogliere i nodi gravemente problematici, ma rappresenta uno strumento potente ed efficace per individuarli, guardarli con rispetto (dal latino re-spicere: “guardare addietro, indugiare”) ed iniziare ad identificare la strada da seguire per poterli trattare.
In questo quadro così fortemente orientato al confronto ed alla messa in discussione di sé, la difficoltà che l’allievo sperimenta nel mostrarsi e nell’affrontare i nodi irrisolti del proprio rapporto con la famiglia di origine, lo mette nell’interessante posizione di prossimità con i pazienti, anch’essi timorosi nell’affrontare le questioni importanti che li riguardano. Questa prossimità ha anch’essa un carattere fortemente formativo per il futuro terapeuta, nei termini dell’allenamento della capacità di comprensione profonda e di empatia verso le difficoltà delle persone che soffrono e chiedono aiuto; essa, inoltre, anticipa e segnala una particolare sensibilità che il futuro psicoterapeuta dovrà sempre tenere viva, quella che lo porta cioè a “non indugiare nel mettersi egli stesso nella posizione di paziente, ogni qualvolta avverta dentro di sé elementi di fragilità personale” [7].
Il lavoro con le famiglie rappresenta, infine, dal punto di vista formativo, un momento di verifica e una sorta di collaudo finale del terapeuta, ormai giunto alle fasi conclusive del percorso di specializzazione e che parte, dunque, da una posizione più matura rispetto alla narrazione iniziale fornita nel genogramma. Questo momento di confronto evidenzia quanto sottile sia il confine tra la persona ed il professionista e quanto le due dimensioni siano fra loro connesse ed interdipendenti.
La psicoterapia, nella definizione che forniscono Cancrini e Vinci [7], è anzitutto un incontro fra persone, è «riuscire ad entrare in un contatto forte con chi sta male, aiutandolo ad attivare le sue risorse e a non aver più bisogno del terapeuta».
L’allievo terapeuta, confrontandosi dal vivo con la propria storia e affrontandone i nodi cruciali, compie un importante atto di coraggio e di lavoro sulla propria persona. Come un cormorano può spiccare il volo, lasciando il nido da cui è partito, forte dell’esperienza del rinnovato calore che esso può offrirgli, che fino ad oggi l’ha nutrito e che potrà continuare a farlo, laddove ve ne fosse la necessità, nei difficili passaggi che il suo viaggio comporterà.
I greci definivano nostos il ritorno in patria che, simbolicamente, caratterizza il fine ultimo del viaggio di Ulisse che, nel suo percorso circolare, torna ad Itaca portando con sé l’enorme bagaglio di avventure ed esperienze di vita affrontate. Il movimento del tornare assume il significato profondo del rispecchiamento e del riconoscimento della nuova identità del viaggiatore che – proprio grazie ad esso – può proseguire con serenità il suo viaggio. È il tornare, dunque, che contiene in sé la spinta propulsiva dell’andare.
L’incontro con le famiglie di origine dei terapeuti rappresenta a tutti gli effetti il «ripartire attraverso un ritorno» descritto da Canevaro [3] e fornisce all’allievo l’occasione per compiere un passo importante per la sua consapevolezza personale e professionale, elemento fondativo della persona del terapeuta, chiamata al difficile compito del mestiere d’aiuto.
BIBLIOGRAFIA
 1. Canevaro A, Ackermans A. La nascita di un terapeuta sistemico. Il lavoro diretto con le famiglie d’origine dei terapeuti in formazione. Roma: Edizioni Borla, 2013.
 2. Benjamin LS. La terapia ricostruttiva-interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono. Roma: Editrice LAS, 2004.
 3. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei familiari significativi. Roma: Edizioni Borla, 2009.
 4. Pelli M. Non so, se mi insegni ti posso aiutare. Ecologia della mente 1996; 11: 1-10.
 5. Bruni F, Vinci G, Vittori ML. Lo sguardo riflesso. Psicoterapia e formazione. Roma: Armando Editore, 2010.
 6. Kahn MD, Lewis KG. Fratelli in terapia. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1992.
 7. Cancrini L, Vinci G. Conversazioni sulla psicoterapia. Roma: Alpes Italia, 2013.