Nell’epoca delle passioni tristi: alla ricerca
di un posto nel mondo
Raffaella Scamuffa1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Raffaella Scamuffa la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Raffaella Scamuffa we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Raffaella Scamuffa. Un grupo de autodidactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.



Riassunto. L’articolo è una tesi che ripercorre le fasi di una terapia familiare finalizzata alla definizione di confini, alla delimitazione nei sottosistemi di spazi di autonomia chiari e differenziati, per facilitare l’individuazione di una giovane donna in cerca di istruzioni per muoversi nel mondo, e favorire nella sua famiglia la ricerca del “coraggio” necessario a lasciarla andare. Un lavoro in cui il setting terapeutico si modifica più volte per danzare insieme alla famiglia, a ritmo dei piccoli passaggi evolutivi verso il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico. Si inizia con la famiglia intera, si transita, poi, negli incontri con i sottosistemi separatamente, per giungere, infine, agli incontri individuali con la ragazza. Un cammino orientato verso la progressiva acquisizione di indipendenza e autonomia non solo per quest’ultima: lei, giovane donna, era alla ricerca della sua strada nel mondo e io, giovane terapeuta, andavo nei Servizi Sanitari a fare esperienze per individuarmi sempre più professionalmente e separarmi definitivamente dalla scuola di specializzazione di appartenenza. In tutto questo movimento, la supervisione indiretta ha svolto una funzione “ponte” essenziale, sostenendone i passaggi cruciali.

Parole chiave. Consulenza, supervisione indiretta, ciclo vitale, strategia sistemica strutturale, svincolo, rinforzo alle funzioni dell’Io, lo zaino, sapere, saper fare, saper essere.


Summary. In the age of sad passions: looking for a place in the world.
The article is a thesis which scans the stages of a family therapy aimed at defining of boundaries, the delimitation of clear and differentiated spaces of autonomy’s subsets, in order to facilitate the individuation of a young woman looking for instructions to move in the world and to help her family to research the “courage” needed to let her go. This is a work in which the therapeutic setting is changed several times to move with the family to the rhythm of little evolutionary steps towards the achievement of therapeutic objective. It starts with the whole family, then you pass on to the separate meetings with the subsystems, to arrive finally to the individual meetings with the girl. A directed path towards the progressive acquisition of independence and autonomy not only for her: her a young woman looking for her way in the world, while I a young therapist who went into Health Services to undertake major experiences so as to identify myself professionally and doing so separating myself permanently from the graduate school I came from. In this whole movement the indirect supervision, has played an essential “bridge’s function”, supporting the crucial steps.

Key words. Consult, indirect supervision, life cycle, systemic structural strategy, detour, strengthening the functions of the Ego, the backpack, to know, to know-how, know how to be.


Resumen. En la epoca de las pasiones tristes: a la busqueda de un sitio en el mundo.
El artículo es una tesis que recorre las fases de una terapia familiar finalizada a la definición de frontera, a la delimitación en los subsistemas de espacios de autonomia claros y diferenciados, para facilitar la individuación de una joven mujer en busca de istrucción para moverse en el mundo, y favorecer en su familia la busqueda del “coraje” necesario para dejarla andar. Un trabajo en el que el “setting” terapeutico se modifica mas veces para danzar junto a la familia, a ritmo de los pequenos pasajes evolutivos hacia la junción del objetivo terapéutico. Se inicia con la familia entera, se transita despues, en los encuentros con los subsistemas separadamente, para llegar, por fin, a los encuentros individuales con la chica. Un camino orientado hacia la progresiva adquisición de independencia y autonomía no solo para esta última: ella, joven mujer, que buscava un sitio en el mundo, y yo, joven terapeuta, iva a los servicios sanitarios para hacer experiencia para individuarme siempre mas profesionalmente y separarme definitivamente de la escuela de especialización de apartenencia. En todo este movimento, la supervisión indirecta ha tenido una función “puente” esencial, sosteniendo los pasajes cruciales.

Parablas clave. Consulencia, supervisión indirecta, ciclo vital, estrategia sistemática estructural, derapejo, renfuerzo a las funciones del Yo, la mochila del saber, saber hacer, saber ser.
PREMESSA

«Noi non dobbiamo cessare di esplorare, e il fine di tutta la nostra esplorazione
sarà quello di arrivare là dove cominciammo e di conoscere quel posto
per la prima volta»
(T. S. Eliot)

Questa terapia è il frutto delle diverse volte in cui, nella fase di supervisione indiretta del training di terapia familiare, ne ho narrato i momenti salienti. Racconti di spezzoni, racconti a ritroso, racconti di blocchi, di nodi, di emozioni, racconti a saltelli… Si costruisce grazie e attraverso quei momenti in cui mi fermavo a raccontarla dal mio punto di vista, per arricchirla di altri preziosi punti di vista. Un processo terapeutico realizzato e completato grazie a questi scambi che ho portato con me ad ogni incontro con la famiglia. Nella supervisione indiretta, infatti, si approda ad una modalità fondata sulla capacità di raccogliere e raccontare, suggestioni e valutazioni sulla famiglia incontrata, sui vissuti e i movimenti terapeutici sperimentati, sui contesti in cui l’incontro si è realizzato e sulla cornice più ampia del meta contesto [1, p. 140] Tutto questo dà luogo ad un affascinante circolarità delle emozioni, dei pensieri e dei vissuti in cui io, terapeuta in formazione, sono inserita attivamente, come i pazienti, con le loro storie alle spalle, il gruppo di training e il didatta, dove il vero protagonista diviene l’incontro tra tutte queste intersoggettività.
Mi ritrovo qui, ora, a doverla raccontare ancora una volta a distanza di poco più di due anni dal primo colloquio (gennaio 2012), con il quale ho iniziato a prendere parte di una storia familiare, che ha origini molto più lontane, e alla quale ho partecipato attivamente fino a sei mesi fa, quando ho concluso la terapia (settembre 2013). Questa volta, però, dovrò tentare di scriverne un racconto continuativo di un processo terapeutico ad oggi, pensato, costruito e concluso. E rimettere insieme tutti i vari spezzoni dei racconti precedenti, non è per nulla semplice, anzi. Ho la sensazione che si prova quando per la prima volta devi raccontare a qualcuno un pezzo importante della tua vita e di quella della famiglia F., o meglio, l’incontro tra le nostre storie, come dice bene Caillè. «Il campo terapeutico anima e fa vibrare due mondi inizialmente estranei… non bisogna mai credere che lo spazio di chi chiede possa confondersi con quello di chi dà aiuto… Il campo terapeutico è lo spazio intermediario, non appartiene a nessuno eccetto che all’incontro, e il cui ricordo sarà la traccia della terapia» [2]. Beh, narrare a qualcuno la complessità di quanto avviene dentro questo spazio intermedio è una cosa che ho fatto già così tante volte che ora, mettere nero su bianco ancora una volta quelle parole, ricominciando dall’inizio è un’ardua impresa. Come rende bene la citazione iniziale di Eliot, ho esplorato così tante volte la storia di questo processo terapeutico che oggi mi ritrovo a cominciare dall’inizio e mi sembra di raccontarlo per la prima volta. Proverò nelle pagine seguenti ad avventurarmi nuovamente in questa storia, con la consapevolezza che non è l’unico modo possibile per farlo.
Ho scelto di descrivere questo percorso terapeutico perché rappresenta la prima terapia familiare che ho avuto come Terapeuta con la T maiuscola. Con loro mi sono cimentata ad essere, per la prima volta nella mia vita, la sola ed unica terapeuta di una famiglia. Fino a quel momento lo ero stata solo per singoli individui e per la famiglia della fase della diretta del training. Un’altra cosa, un’altra storia. Durante il periodo di indiretta, in cui sono stata seguita dalla docente-supervisore, ho avuto la fortuna di sperimentarmi in altri casi e di condividere anch’essi nella scuola di formazione. Ma questo è il primo e tra tutti mi ha accompagnata quasi totalmente per i due anni interi dell’ultima fase del training. Nasce con il nuovo gruppo in cui mi sono rimescolata nella nuova esperienza di training e finisce con il colloquio di restituzione finale della docente rispetto al lavoro effettuato negli ultimi due anni.
In parallelo, a pensarci bene, in quel momento avevo molto in comune con il percorso terapeutico di Laura. Lei era alla ricerca della sua strada nel mondo e, sostenuta dalla terapia, cercava esperienze in quasi-autonomia per individuarsi sempre di più dalla sua famiglia. Io andavo nel mondo e nei Servizi Sanitari a fare esperienze da terapeuta quasi-autonoma, per individuarmi sempre più professionalmente, alla ricerca del mio modo d’essere terapeuta, per poi separarmi definitivamente dalla scuola. Un percorso con molte cose in comune, anche se per due ambiti apparentemente lontani. Il titolo scelto richiama alla mente il romanzo di Schmitt, con cui la storia di Laura ha molto in comune. In un’epoca come quella attuale, in cui un senso pervasivo di impotenza e incertezza porta a rinchiudersi in se stessi, Laura è alla ricerca delle istruzioni per vivere, e la sua famiglia del coraggio necessario a lasciarla comunque andare. 
L’invio interno: la richiesta d’aiuto di Laura

«Ogni essere umano è il risultato di un padre e di una madre. Si può non conoscerli, non amarli, dubitare di loro. Eppure sono lì, con il loro volto, i loro atteggiamenti, i loro modi e la loro mania, le illusioni, le speranze, la forma delle mani e delle dita dei piedi, il colore degli occhi e dei capelli, il modo di parlare, i pensieri, probabilmente l’ora della morte; ci hanno trasmesso ogni cosa»
(Jean-Marie-Gustave Le Clézio, L’Africano)

La famiglia arriva al consultorio familiare della ASL territoriale, con la richiesta della figlia a gennaio 2012. Laura effettua una prima consulenza individuale conoscitiva con la dott.ssa G., responsabile del Servizio. Mentre tenta di trasformare in parole le sue prime ragioni nella stanza di terapia, la mamma e la sorella maggiore sono sedute nella sala d’attesa. In questa occasione riferisce di aver chiesto aiuto in seguito al “fugace” incontro sessuale con un ragazzo “deludente”, per il quale i genitori l’hanno poi accompagnata ad un presidio medico per ricorrere ad una contraccezione d’urgenza. Il suo desiderio di “essere più leggera, felice ed ottimista” è accompagnato da chiusura, insicurezza, timidezza, assenza di uscite ed incontri con il gruppo dei pari. Entrambi gli aspetti hanno portano la responsabile del servizio a pensare alla famiglia e al probabile bisogno di Laura di stare in casa: per controllare chi? «[…] L’influenza continua esercitata dalla famiglia nel ciclo vitale dell’individuo» [3, p. 54] conduce la mente del terapeuta sistemico verso l’immagine della casa familiare, ci porta immancabilmente alla grande possibilità di allargare il contesto per comprendere meglio e, al tempo stesso, osservare le relazioni ed intervenire eventualmente su di esse. La convocazione dei familiari, quando possibile, permette una maggiore comprensione di chi abbiamo dinanzi e di intervenire, eventualmente, anche sulle relazioni principali per favorire e facilitare l’attivazione di processi di cambiamento. Così, alla fine del primo incontro di richiesta d’aiuto, vengono convocati dalla dott.ssa G. i familiari di Laura, e mi viene inviata la famiglia F. In quel momento svolgevo nel consultorio il tirocinio formativo.
Il contesto del Consultorio Familiare

«La mappa non è il territorio»
(Bateson)

Il consultorio familiare è una tipologia di struttura sanitaria istituita nel 1975 allo scopo di intervenire in sostegno alla famiglia, o al singolo individuo, che ne faccia richiesta, a titolo totalmente gratuito. Non essendo necessaria nessuna prescrizione medica, l’accesso alla prestazione è molto facile, senza considerare i tempi d’attesa. Ogni consultorio familiare, per quanto riguarda le prestazioni attuate, si rifà quindi ad un modello comune di intervento sanitario in senso ampio, sulla persona in particolare. Il benessere da un punto di vista psicologico, anche all’interno del consultorio, così come nel vasto panorama territoriale e professionale, si garantisce con la possibilità di attuazione dei diversi modelli psicologici di intervento, in base a quello che è il modello di riferimento di chi lo attua.
In quel momento svolgevo il tirocinio formativo obbligatorio per la scuola di specializzazione. In genere, «il tirocinio è esperienza in presa diretta, in cui si sperimenta una vasta gamma di variazioni emotive, nel rapporto diretto con gli utenti, al di fuori dei filtri della clinica proposta nella scuola» [1, p.136]. Quando Laura ha bussato alla porta io ero lì, invece, seguita dalla tutor, anche didatta dei primi tre anni di training. Questo ha fatto sì che l’ottica sistemica fosse già diffusa in quel terzo piano, e che le mie prime esperienze di terapeuta quasi-autonoma si attuassero in un ambiente di intervento fatto di un modello e di tecniche molto vicine alla mia formazione. La complessità che s’incontra inserendosi in ambienti professionali con molteplicità di figure diverse, anche dal punto di vista teorico, per me era attenuata dal lavoro psicoterapeutico sistemico già presente nella struttura. Ho avuto infatti la possibilità, con questa esperienza, di sperimentare e riflettere sulla psicoterapia familiare nel contesto del Servizio Sanitario Nazionale e di scoprirne la sua applicabilità costante e continua, nonostante i formalismi burocratici e la mole di lavoro che spesso caratterizzano queste strutture. Gli invii, quindi, erano già in linea con la diagnosi di tipo sistemico, a differenza di molti altri contesti territoriali, dove, invece, la diagnosi descrittiva e psicopatologica è la protagonista. All’interno di quel terzo piano non ero così estranea: parlavamo la stessa lingua, ci accomunava un punto di vista. Così, più volte, quando ero lì, ho avuto alla mente le parole di Bateson «la mappa non è il territorio» e pensavo a come un contesto terapeutico, oltre che da un luogo fisico e dalle modalità di accesso, è determinato anche dalle idee e dall’epistemologia del terapeuta che, in qualche modo, ne attua l’intervento con gli strumenti che gli sono propri. La mia tutor, inoltre, condividendo con me il contesto scuola di formazione, comprendeva a pieno anche le emozioni, positive e negative, che caratterizzano il passaggio dall’esperienza dello specchio unidirezionale alle quattro mura, con una porta ben chiusa, di un contesto pubblico. Venivo dall’esperienza all’interno della scuola di specializzazione, dove ci si ritrova ad essere “direttamente” il terapeuta “attore”, sostenuto emotivamente, e professionalmente, dalla contemporanea presenza del gruppo di allievi e del didatta-supervisore. In quel momento mi ritrovavo, invece, ad essere l’unico terapeuta, senza nessun occhio scrutatore e nessuna telecamera pronta a conservare per sempre piccoli e grandi attimi di un processo di cambiamento. Nessun quadernista, nessun gruppo contenitore presente nel qui ed ora, nessun didatta pronto ad entrare ed uscire dalla stanza o a comunicare attraverso la luce rossa del citofono.
Nonostante l’ambiente mi fosse conosciuto, mi sentivo piuttosto sola… e fisicamente lo ero davvero, sia nella stanza, che fuori. In quel momento la tutor iniziava ad indietreggiare ed io mi preparavo ad essere l’unica terapeuta di quel sistema e a relazionarmi per la prima volta da sola con una famiglia.
La supervisione indiretta: il ponte che veicola il cambiamento

«La sensazione che il supervisore prova è la stessa che il terapeuta avverte, la quale è a sua volta la medesima che il paziente ha durante le sedute ed è la stessa che sperimenta o sperimentava all’interno della sua famiglia»
(Cotugno)

In realtà ero sola nel qui ed ora solo fisicamente, dinanzi alla famiglia e all’interno del contesto. Nel là e allora, invece, c’era un metacontesto, molto significativo, ad attendere le mie perplessità rispetto alla famiglia e a favorirne un processo trasformativo. Un là e allora che portavo, immancabilmente, con me ogni volta anche in stanza. C’erano, infatti, molte persone pronte ad ascoltare il mio racconto e a sostenermi per l’attività clinica che svolgevo nel consultorio. Era l’inizio del quarto anno di training, la fase di supervisione indiretta, quella «decisiva per la formazione clinica, poiché permette l’acquisizione delle competenze necessarie per svolgere questa professione» [1, p. 117], collocandosi tra “il dentro e il fuori del training”. È un delicato momento di passaggio, un po’ come la fase del post-adolescenza nella vita. Andavo nel mondo esterno per “individuarmi”, avanzavo in altri contesti a sperimentarmi in una quasi-autonomia e a scontrarmi con le dure realtà, ma a scuola, dove «pulsa il cuore caldo dell’appartenenza»[1, p. 129], in quell’ambiente, ormai, molto conosciuto, c’era chi ne sapeva più di me e i miei pari, ad attendere le evoluzioni della mia esperienza e pronti a confrontarsi con me. C’era la didatta-supervisore ad accogliere le mie difficoltà e a sciogliere i nodi quando sentivo che si formavano e diventavano troppo grandi. La dott.ssa Vittori, infatti, ha assunto quella posizione “meta” indispensabile nelle psicoterapie rispetto alla costruzione del contesto terapeutico [1, p. 118], alla mia relazione con la famiglia, alle emozioni che questa mi ha suscitato, all’approccio e alle tecniche di intervento che ne hanno caratterizzato il processo terapeutico. C’era il nuovo gruppo di colleghi-allievi pronto a collaborare, ad ascoltarmi, a contenere le mie emozioni e a dedicare un pensiero sui miei racconti e farne tesoro per la loro formazione.

Tutto questo, come vedremo più avanti, ha rappresentato un prezioso strumento per la riuscita di questa terapia. Un grande contenitore per le risonanze che la relazione terapeutica con questa famiglia ha riportato in me alla luce. Quando mi sono sentita in difficoltà, in confusione, in trappola, attraverso i momenti di supervisione all’interno della scuola ho trovato nel supervisore e nel gruppo di training un “ponte” essenziale per oltrepassare l’ostacolo, dopo averlo compreso e averne trovato un senso. Tra il dentro del contesto formativo e il fuori delle prime esperienze professionali, la supervisione indiretta ha rappresentato lo spazio neutrale, l’anello di congiunzione essenziale per il prosieguo del processo terapeutico, la promozione del cambiamento e dell’efficacia dell’intervento. Quando il supervisore stimola la relazione collaborativa fra terapeuta e gruppo, per osmosi, contribuirà all’evoluzione della relazione fra terapeuta famiglia [1, p. 118]. I momenti di supervisione saranno inseriti nell’elaborato, di volta in volta, nei punti nodali in cui hanno avuto luogo.
PRIMA FASE DELLA TERAPIA: GLI INCONTRI DI CONSULENZA

«Comprendere il comportamento di un gruppo familiare
è più facile se si accetta di far riferimento al gruppo visto nella sua totalità,
 invece che in termini di somma di comportamenti individuali»
(Cancrini)

Consulenza e terapia possono essere considerate elementi di un continuum dove la differenza sta nel «grado di esplicitazione generale da parte del consulente. Non è tanto la differenza di contenuti, quanto, sul come il consulente spiega all’utente l’organizzazione della relazione» [4]. La distinzione, quindi, non è in ciò che accade e nell’obiettivo, ma in come questi vengono spiegati a chi si ha di fronte e nella differenza di organizzazione nella mente del terapeuta. Nell’ambito sistemico rappresenta la fase iniziale di un rapporto terapeutico, quella di consultazione dove si valuta la domanda. Fondamentalmente, è un modo del terapeuta di organizzarsi i dati che si vanno raccogliendo per attuare una strategia operativa di cambiamento e per decidere chi convocare e con quale obiettivo. La diagnosi sistemica è frutto di vari livelli di informazione che ne determinano una maggiore complessità e cambia lungo il percorso terapeutico a mano a mano che si verificano dei cambiamenti e che evolve il processo terapeutico. Proprio per questo, diagnosi e terapia finiscono con l’essere inseparabili, e si distinguono solo al momento della riflessione e supervisione operata dal terapeuta [5].
Nella relazione terapeutica con questa famiglia sono stati necessari due incontri di “consulenza terapeutica”, oltre al primo, nel quale la figlia più piccola ha portato “da sola” la richiesta di aiuto. Questi due incontri sono gli unici in cui ho incontrato contemporaneamente la famiglia intera. Allargare il contesto è stato indispensabile per osservarli insieme nelle loro interazioni nel qui ed ora, per contestualizzare e comprendere il senso della richiesta di aiuto di Laura, per ridefinirla in un’ottica clinica sistemica e per delineare le linee-guida del processo terapeutico successivo.
Il primo incontro con la famiglia: rigida realtà

«L’immaginazione è l’inizio di ogni atto creativo.
Immagini ciò che desideri, desideri avere ciò che immagini,
credi ciò che vuoi avere»
(George Bernard Shaw)

Mentre li aspettavo nella stanza dello psicologo del consultorio, posizionata accanto a quella delle vaccinazioni, dove i pianti dolorosi dei bambini facevano da sottofondo, pensavo a Laura e a come sarebbe stata la sua famiglia. Fantasticavo. Non li avevo mai visti, avevo solo provato ad immaginare la ragazza, dalle poche informazioni di invio che la tutor mi aveva dato del loro breve primo incontro. In fondo, la psicoterapia è anche un atto creativo e l’immaginazione, dosata nel modo giusto, ne è parte fin dai primi istanti. Così, rileggendo più volte la scheda dati del richiedente inserita in cartella, provavo a prefigurarmi Laura nella mia mente.

Laura, 21 anni, studentessa universitaria in scienze umanistiche.
Motivo della consultazione: a settembre 2011 prende pillola del giorno dopo per rapporto con un ragazzo deludente.
Problema?
P: vorrei cambiare, essere più leggera, felice, ottimista.
T: è un desiderio questo, il problema?
P: insicurezza, timidezza. Non esco (sottolineato più volte sulla scheda).
T: perché devi stare a casa? Che controlli?
P: mamma è sempre a casa, nel 2009 ha avuto un tumore al colon.
È venuta all’incontro accompagnata dalla mamma e dalla sorella che aspettano fuori.
Preoccupazioni, pensieri, aspettative, ipotesi hanno già avuto inizio, la relazione era già alla nascita ed è già psicoterapia. «[…] una psicoterapia inizia prima del primo colloquio. Il momento in cui una persona o un gruppo di persone entrano nella stanza del terapeuta è preceduto da un insieme di passaggi, formali e informali, il cui effetto complessivo è quello di sviluppare un’ipotesi che è parte integrante e significativa del comportamento comunicativo del terapeuta e, dunque, del contesto che egli definisce» [6, p. 19].
Al secondo appuntamento nel consultorio, il primo con me, Laura è riuscita a portare facilmente tutta la sua famiglia, anche papà, che sembrava, invece, piuttosto assente come figura, per motivi lavorativi e non solo. Sono arrivati in quattro, entrando nella stanza con passo lento e timoroso. Non somigliano molto fisicamente. A sedersi per primo è papà nella sedia più esterna, accanto a lui segue Laura, poi Giulia ed infine mamma. I due genitori si sono, quindi, seduti sui lati opposti e sono divisi da entrambe le figlie, centrali in questo rapporto. Scrutano la stanza, si guardano intorno; il loro sguardo sottendeva un grande punto interrogativo rispetto al motivo della loro presenza lì quel giorno, anche un po’ di timore. Nella fase sociale [7, p. 30] ognuno di loro appariva completamente staccato dall’altro. Sembravano quattro pezzi di un puzzle che necessariamente devono accostarsi l’uno all’altro, ma l’immagine che creavano non trasmetteva sintonia e non faceva immaginare un perfetto incastro, né valorizzava la singola forma di ognuno di loro. Sembrava circolare in questa famiglia una sensazione di solitudine in tutti i membri. Con questa percezione un po’ triste, il racconto della loro storia ha inizio.
Ogni racconto che si rispetti ha dei personaggi fantastici che ne rendano chiare le caratteristiche, magari anche un po’ estremizzandole, ma attraverso l’immaginazione si può provare a vederli da un’altra angolatura ed entrare più facilmente nel mondo che portano con sé. Quelli che ho davanti a me, in quel momento, sono i quattro personaggi principali della storia che sto cercando di narrarvi. Ma questa volta mi capita una cosa nuova: riuscire a trovare dei “derivati narrativi”[8] 1 da portare con me nella stanza, e che possano, poi, riuscire a farvi entrare nel loro mondo, mi è risultato inattuabile. Ogni personaggio che provavo a pensare per ognuno di loro, mancava di qualcosa, non era totalmente adatto, mi sembrava necessariamente “appiccicato”. Ogni pensiero su di loro era sempre e totalmente ancorato alla realtà. Forse, le poche emozioni che circolavano nella stanza, non lasciavano spazio alla fantasia, alla creatività e alle immagini. Questo, però, vi dice già molto di loro! Questa storia, allora, ve la racconterò attraverso il modo che ho trovato più reale in questo momento della mia vita personale e professionale. So bene che i modi per presentarveli sarebbero tantissimi e che questa è solo una delle tante lenti dalle quali è possibile guardarli per poterli descrivere al meglio. Forse, per qualcun altro sarebbe stato possibile farlo attraverso dei personaggi. Per me, che in genere mi diletto anche in questo, l’unico modo che questa volta ho trovato per farveli conoscere è l’aderenza alla razionale realtà.
Mamma
Mamma ha 58 anni. È pienotta, capelli a caschetto brizzolati, porta gli occhiali e tende ad indirizzare lo sguardo spesso dall’alto verso il basso, sembra guardarti sempre con un senso di superiorità. Ha un ruolo importante anche nel lavoro: è impiegata in un ruolo dirigenziale. In quel momento si trova a vivere gli strascichi ancora aperti di un grande momento di difficoltà della sua vita. Nel 2009 ha scoperto un tumore al colon, per il quale si è operata con urgenza, e ha poi fatto dei cicli di chemioterapia. Da allora non ha più lavorato, è stata prima in malattia e poi in aspettativa. “Anche se ora sto meglio non voglio più tornare al lavoro”, “La malattia mi ha insegnato a dare il giusto valore alle cose”, ma non sembra aver trovato in casa lo spazio e la possibilità di poter dare la giusta importanza a questo evento paranormativo. Successivamente ad ottobre, si troverà, nel corso della terapia, a dover affrontare il difficile rientro al lavoro. In quel momento non sapeva ancora se era o no fuori pericolo. Si difende e interrompe sul più bello, quando la chiarezza e la scoperta delle regole del gioco sono troppo da sostenere. È spesso in disaccordo e tenta di controllare, oltre alle figlie, anche la terapia. Oltre a negare ciò che è evidente, a dire no ad ogni mio intervento, anche nel primo incontro (e soprattutto nella prima fase della terapia), mi chiede di non parlare più delle differenze tra le figlie (“non voglio che si accentui questo messaggio!”); mi fa spesso domande personali, sulla mia formazione e sulle mie esperienze professionali. Mi faceva sentire molto in soggezione. La sua modalità è stata il primo motivo di difficoltà e ha mosso nel terapeuta la richiesta di supervisione. In seduta dal primo incontro svolge unicamente il ruolo di mamma, una mamma al momento molto presente, possente, viscerale. Evidenzia anche a parole la sua difficoltà di separarsi dalle figlie e di lasciarle andare. “Se potessi le mangerei per tenerle sempre dentro di me!”, parlando delle sue figlie e aggiunge: “I figli dal momento che escono dalla pancia non sono più tuoi, purtroppo” . Solo verso la fine ricorderà di essere anche una donna e una moglie. Quando l’ho incontrata esisteva solo la relazione con le figlie, tutto ciò che avveniva nella sua quotidianità era per loro e con loro. È molto preoccupata per Laura, per il modo in cui si gestisce la vita e si butta a capofitto nelle esperienze. Ma è anche l’unica che la identifica inizialmente come il “problema”.
Papà

«Prendo alloggio nella stessa stanza della stessa locanda …
Non che i movimenti mi siano facili»
(Calvino, 1972)

Papà è l’unico uomo di casa, ma con poco potere. Ha la stessa età di mamma. Il capostazione nel lavoro con le ferrovie dello Stato, ma con una voce piuttosto assente e secondaria in casa. È piuttosto semplice, sfuggente, spesso in viaggio per l’Italia e periferico rispetto alla propria famiglia. È magro, più basso di mamma, con pochi capelli e gli occhiali. A detta di tutti è di poche parole in casa, piuttosto istintivo e burbero, non aperto a grandi confronti e comunicazioni. Poco disposto a pensare che esistano altri punti di vista oltre al proprio. Le donne di casa ritengono tutte all’unanimità che lui partecipi poco alla loro vita e spesso non sappia tutto quello che accade. In realtà, poi, si scoprirà nei nostri incontri che mamma non gli racconta tutto ciò che accade, e spesso stabilisce dei “segreti” con le figlie da non dire a papà. Lui stesso si definisce “piuttosto superficiale” e tendente a negare e normalizzare. Anche durante la malattia di mamma sembra aver continuato a fare tutto come se non stesse accadendo nulla: “Bisogna mantenere una normalità!”.
Si identifica con la figlia più piccola, inserendosi nella diade dei “semplici da sei più!”. Nella stanza di terapia, invece, fin dal primo incontro, nonostante la sua iniziale titubanza ad entrare, ha sempre avuto tante parole, infinite parole, ed è sempre stato necessario fermarlo. Avrebbe potuto continuare a parlare per ore ed ore su ogni argomento della casa e della famiglia, mostrandosi tutt’altro che ignaro e periferico. Pur essendo portatore delle regole ridondanti il sistema, essendone inserito, si è rivelato spesso un “coterapeuta”, portando a suo modo informazioni importanti, tutt’altro che sfuggenti, visualizzando attentamente e con precisione le alleanze, le regole, i ruoli, le relazioni, le difficoltà di ognuno, con maggiore facilità quelle di Laura 2. È divenuto, una chiave di svolta fondamentale per la fase di consulenza e non solo, facilitando, favorendo e forse velocizzando, il raggiungimento degli obiettivi terapeutici.
La figlia saggia e perfetta
Giulia, la figlia maggiore e responsabile, ha 25 anni e sembra essere il terzo genitore nella loro casa, e una seconda mamma per Laura. Colpisce subito la differenza d’aspetto tra le due sorelle che non somigliano molto neanche nei tratti principali. La più grande è più alta, ha i capelli lisci, lunghi e neri, carnagione scura, magra e ben curata. È molto ascoltata dai genitori che dichiarano apertamente: “Ci appoggiamo e contiamo su di lei”. Il suo parere sembra essere di grande importanza in seduta e all’interno di questa famiglia. Studia Biologia Molecolare e tutti la identificano come il medico di casa. Per questo lei “conosce il corpo, è esperta, fa le punture e dà sempre una mano quando si tratta di muoversi per le malattie”. Mamma ha potuto contare molto su di lei nel periodo più difficile della sua vita: quello trascorso in un reparto di oncologia. Lei le è stata vicino ogni giorno e ogni notte, si è presa cura di lei concretamente. È stata la persona che ha sentito più vicina, “in tutti i sensi, mi faceva da infermiera, amica, figlia… Ha fatto anche troppo!”, mentre “Laura non voleva venire in ospedale, non ce la faceva, è venuta solo il pomeriggio del giorno prima che uscissi”. Solo dopo si scoprirà che chi è davvero molto indietro con gli esami all’università è proprio Giulia, che sta ancora preparando esami della triennale. Esce spesso con gli amici, frequenta vari gruppi di riunione, fa canto e lo insegna. Ha, poi, un ragazzo che i genitori stimano molto, e “ha fatto diverse esperienze, sempre con responsabilità, al contrario di Laura”. Giulia sembra possedere e conoscere bene le istruzioni all’uso di come stare nel mondo e, secondo papà, “è da 10 e lode e perfettina come mamma”. La figlia maggiore sembra essere, infatti, l’impersonificazione della regola ridondante di tutto il sistema: la famiglia perfetta, senza problemi. Dietro questa perfezione, ribadita troppo spesso, si nascondono, invece, contraddizioni, paradossi, errori umani ed imperfezioni.
Guardandola ho pensato che, forse, rappresentare per eccellenza le regole e le caratteristiche familiari è tutt’altro che essere autonomi. Significa recitare un copione già scritto, farlo bene, ma, sicuramente, non vuol dire scrivere passo dopo passo il proprio copione di vita, il proprio modo di stare al mondo. Ma questo, quando ci siamo conosciuti, nessuno di loro lo sapeva, compresa Giulia stessa.
La fragile “palombara”: Laura

«Questo genere di persone è ben adattato, talvolta persino troppo,
ma manca di profondità e autenticità. La loro identità ne risente:
si tratta di persone che si lasciano sballottare da ogni soffio di vento,
che si sottomettono al parere degli altri,
che cercano di compiacere al punto di dimenticarsi di essere se stessi».
(Cramer)

Laura ha 21 anni, studia Scienze Umanistiche ad indirizzo artistico, è iscritta al terzo anno, ma è un po’ indietro rispetto agli esami. È bassa, capelli mossi biondo scuro, leggermente in sovrappeso, poco curata, non truccata, un po’ spettinata. Vestita in modo molto classico, con pochi colori, sembra indossare l’abbigliamento di una persona molto più matura della sua età.
Mi colpisce subito la sua inespressività: è chiusa, di poche parole e il suo volto è rigido, non cambia mai espressione, per tutta la durata del nostro primo incontro. Il suo sguardo è assente, “dà l’impressione che lì dietro non ci sia nessuno… guardando in quegli occhi si ha l’impressione di un vero vuoto interiore” [9]. Quando dice qualcosa cerca sempre l’approvazione della madre, ogni tanto della sorella. Ogni sua parola, al massimo due, è seguita da un “ mmm” di attesa timorosa, come se questo suono servisse a colmare dei vuoti. Spesso anche le sue risposte a delle mie domande si limitano a dei semplici versi di approvazione. Al contrario di come spesso accade per i ragazzi della sua età, non si ribella, non contrasta nessuno, non ha estremo bisogno di dire la sua, ne di difendersi, esce molto poco e trascorre molto del suo tempo in chat. Non sembra sentirsi per nulla stretta in quella posizione priva di emozioni vitali, anzi, sembra essercisi pigramente accomodata. Gli altri, anche all’interno della stanza, pensano e parlano al suo posto. Mamma sottolinea spesso le sue incapacità e la sua insicurezza, identificando il problema con la figlia. Anche la sorella è concentrata nel dare rilievo a ciò di cui Laura non è capace: “Sei tu che hai bisogno di una mamma perché non parli!”. Lei stessa si definisce poco autonoma e chiarisce di essere anche senza patente, perché a 18 anni si sentiva “bloccata” e “pensava di non essere in grado”. Spiega che la maggiore età non l’ha mai vista come un passaggio importante, ma come “un’età uguale alle altre… Non volevo crescere! Il mio trauma è stato, poi, il post-maturità perché non sapevo proprio cosa fare, ero confusa nella scelta universitaria e non sapevo come farla”.
I familiari mi raccontano subito di come la ragazza abbia passato, gli anni di “ribellione” adolescenziale, all’interno di una rigida protezione. Infatti, all’età di 15 anni, per una grave scoliosi ha indossato il gesso per tre mesi, poi ha vissuto all’interno di un busto fino a 19 anni, soffrendone molto e diventando spesso obiettivo di critiche e prese in giro da parte dei compagni di classe. Osservando la sua modalità in seduta, le relazioni tra lei e i suoi familiari, si rintraccia facilmente, già dal primo incontro, un vissuto emotivo ancora vivo rispetto al passato: sembra essere ancora nascosta dentro quell’impalcatura che, da rigida protezione fisica, è divenuta iper-protezione dell’ambiente familiare. Sembra indossare uno scafandro, un po’ come accade quando i palombari, per compiere grandi imprese, sono costretti ad indossare un equipaggiamento protettivo personale, necessario per compiere un volo a quote elevate e nello spazio, per la permanenza in assenza di atmosfera simile a quella terrestre, o per tuffarsi ed immergersi, per diverso tempo, nei fondali marini.
Ascoltando questo racconto penso alla difficoltà di crescere con la percezione sul proprio corpo di un oggetto esterno, busto di gesso o di plastica che sia, per completare una funzione del proprio organismo, necessaria per muoversi nel mondo a testa alta. Laura ha passato gli anni in cui avrebbe dovuto rafforzare la sua personalità e vivere appieno le emozioni, all’interno di “indumenti” impermeabili, che l’hanno resa insicura, e a distanza di tre anni, desidera uscirne, ma sembra averne fatto il proprio modo di stare al mondo e la famiglia, a sua volta, l’unico modo di percepirla. La prima volta che l’ho vista ho sentito tenerezza, e fermandomi poi su questa sensazione, ho potuto cogliere di quale tenerezza si trattava: quella che si prova nei confronti di una “bambina” cresciuta, che desidera andare nel mondo, piuttosto da sola e con maggiore autonomia, ma non sa come fare, non sa da dove cominciare, non si sente capace, e non può farlo capire ai propri genitori, che altrimenti sarebbero costretti a confermare la loro sfiducia e continuerebbero a tenerla stretta e ovattata nella loro dimora. Laura sembra non avere istruzioni all’uso di come stare nel mondo, ma dice di esserne alla ricerca.
Il loro punto di vista

«Non ci è dato di scegliere la cornice del nostro destino.
Però siamo noi a immettere il contenuto».
 (Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjöld [1905-1961], politico svedese,
Premio Nobel per la pace nel 1961)

Come già anticipato, Laura arriva alla richiesta d’aiuto dopo qualche mese dall’episodio in cui tenta di relazionarsi all’altro sesso, ma ne rimane delusa. A settembre 2011, infatti, esce per la prima volta con un ragazzo che non aveva mai visto, ma che sentiva da qualche tempo in chat. Nell’uscita “agisce” il suo primo rapporto sessuale e, dopo questo incontro, il ragazzo sparisce. La ragazza riferisce dell’accaduto e coinvolge tutta la famiglia. Tutti si interessano dell’intimità di Laura, i genitori si allarmano molto e si attivano per accompagnarla al consultorio di zona per prendere la pillola del giorno dopo. Da quel giorno sembra essersi chiusa ancora di più, si sente insicura e limita le uscite, inizia a vedere sempre più raramente anche la comitiva di quartiere con la quale racconta di essere cresciuta e, sia lei che i suoi familiari, iniziano a parlare di “blocco” negli esami universitari.
La motivazione che la porta fino a noi sembra essere intrinseca, aspetto questo fondamentale perché è il presupposto indispensabile per la psicoterapia. Ma, come spesso accade nelle famiglie in cui i membri sono molto uniti, trapela anche la spinta da parte di altri. Le motivazioni sono, anche, del resto del sistema e questo fa intravedere l’ombra della designazione. Mamma, infatti, insieme alla sorella, l’ha anche accompagnata fin dal primo momento e negli incontri iniziali i genitori appaiono molto preoccupati per la figlia.
Nel primo incontro familiare, l’episodio raccontato da Laura viene solo leggermente accennato dai membri del sistema. Ciò che prende, invece, il sopravvento, all’interno della stanza di terapia, è la malattia. Si accenna alle numerose e diverse patologie, l’unico modo, che questa famiglia sembra conoscere per raccontarsi, è delineare le diverse malattie che l’hanno colpita negli anni, in prima persona o nei rami di parentela più vicini. Sono così tanti che mi vedo costretta a ricorrere alla linea del tempo, per provare a dare un ordine e comprendere in quale momento, per questa famiglia, si collocano l’agito di Laura e la richiesta che sussegue. Mi ritrovo, così, a scrivere e delineare la linea del tempo, ma… delle malattie! Dai loro racconti il primo importante episodio si colloca nel 1996 e si riferisce agli svenimenti improvvisi di Giulia. Il secondo evento importante è nel 2005, anno che segna l’inizio del problema di scoliosi di Laura e la sua cura, durata quattro anni. A questi primi due, seguono numerosi altri momenti di malattia, alcuni anche molto gravi, che toccano il papà, ancora Giulia e, infine, le zie a loro più vicine. Momento cardine in questa particolare linea del tempo è la neoplasia di mamma nel 2009, ma raccontato da tutti loro al pari di tutti gli altri eventi, come se fossero abituati ai malanni, con il risultato di non fermarsi a pensare alla sua rilevanza, neanche in quella sede.
Alla mia richiesta di delineare il problema della loro famiglia, il papà prolisso fa tanti giri di parole, fino a non rispondere; il suo unico obiettivo sembra essere quello di proteggere più di tutti la sua famiglia. Mamma nega l’esistenza di un problema e accenna rapidamente alla designazione della figlia più piccola: “Non c’è e se ci deve essere è Laura”. Giulia riporta il problema della famiglia alla malattia e Laura si auto-designa: “La mia insicurezza, la mia incapacità, il mio non essere autonoma”.
La designazione di Laura, accennata nelle consulenze, conduce tutto il sistema in terapia con l’obiettivo, più o meno palesato, di non farle usare più la chat e aiutarla a non fare “grandi” errori come quello precedente. Ma la malattia, negli incontri di consulenza, prende il sopravvento. Mamma e papà sembrano, così, costretti a continuare a negare ogni forma del loro modo di essere famiglia, che già in questo incontro si è reso più visibile agli occhi di ognuno di loro e ai miei. Le due figlie insieme, dividendosi la voce, portano il problema più autentico con il quale questa famiglia arriva in quel momento e, con esso, una prima piccola ridefinizione: il problema è la malattia (Giulia) che rende poco autonomi (Laura). Bisogna lavorare sull’autonomia. Si apre, così, un primo spiraglio su cui far leva per aiutare Laura lavorando con, sul e attraverso l’intero sistema.

Fin dalla consulenza, si presenta a me una famiglia molto rigida che cerca in tutti i modi di far spiccare alcune delle caratteristiche ritenute da loro fondamentali. La regola ridondante, che il sistema prova a tutti costi a rimarcare, è l’“essere una famiglia perfetta, senza problemi”. È il loro modo di presentarsi, insieme alla semplicità, che accompagna i loro tentativi di esibire perfezionismo. Frutto di un’apparente unione perfetta e duratura è la primogenita, la figlia saggia e perfetta, che conosce bene le istruzioni di vita per sé e per gli altri, sulla quale i genitori “si appoggiano” e “contano” molto. La grande amica del perfezionismo è la negazione, utilizzata da tutti i componenti, ma in particolare dai genitori. Mantengono il rapporto con la realtà, portandomi le malattie, le difficoltà e le preoccupazioni, ma ogni mio tentativo di soffermarmi sull’emozione e sul significato di alcuni episodi importanti e di eventi indesiderati che hanno colpito la loro famiglia non viene accolto, ma negato o sviato. Portano in stanza una comunicazione disfunzionale: “I familiari sono maestri nell’arte dell’evitamento delle emozioni che possano perturbare la ‘razionalità’ dell’incontro” 3. Si nega la sofferenza di Laura all’interno del busto, la malattia di mamma, l’esistenza di un problema. Mamma e papà smentiscono persino i disaccordi palesati in stanza rispetto a vari argomenti della quotidianità, e provano sempre ad interrompermi, quando tento di mettere in luce le differenze naturali tra le due figlie, perché sono abituati a rispondervi con l’uguaglianza educativa. Non negano l’esistenza dell’evento, ma l’affetto che lo accompagna e l’influenza, in termini di cambiamento e di conseguenze, che un evento importante e non atteso può rappresentare 4.
La famiglia, nelle sue caratteristiche principali, sembra arrivare già al consultorio con un bagaglio colmo di numerosi tentativi quotidiani di mantenere un equilibrio interno e lo status quo, sembra manifestare, fin dai primi istanti, una forte tendenza all’omeostasi, tentando di ridurre qualsiasi deviazione prodotta, sia nella quotidianità, dall’arrivo di eventi inattesi e critici, sia nella stanza del consultorio, dai miei iniziali tentativi di introdurre nuove informazioni.

Con una modalità selettiva5, raccontano la loro realtà e non portano mai, in nessun momento, l’urgenza e la componente emotiva, neanche Laura stessa. Prevale in tutti loro la componente razionale, attraverso la cronaca di fatti ed avvenimenti, aggiungono particolari su particolari, soprattutto papà, senza poi riuscire ad integrare tra di loro tutti questi elementi, e a trarre una conclusione. Quei pezzi di puzzle, composti o ri-composti, non mostrano mai, uniti, un’immagine totalmente integrata, lasciano sempre qualche buco, linea o spazio.
Dalle ragioni profonde alla lente sistemica

«È solo nella terapia che questi sentimenti primari, vengono vissuti per la prima volta in modo cosciente…
Ecco dischiudersi in un’inaspettata ricchezza di vitalità, non si tratta di un rimpatrio, perché non c’era mai stata una patria, ma della scoperta di una patria»
(Miller)

La diagnosi sistemica si concentra, soprattutto, nel qui ed ora e si caratterizza, rispetto a quella psichiatrica, per essere un’ipotesi di lavoro che implica una processualità lungo l’intero svolgersi del percorso terapeutico. Negli incontri con la famiglia intera (ma anche in quelli successivi con i genitori, le sorelle e Laura da sola), ascoltare i loro racconti, osservare le interazioni tra i sottosistemi e all’interno di ognuno di essi, mi ha dato la possibilità di comprendere in che momento li ho conosciuti (“perché proprio ora?”) e il percorso evolutivo di Laura, portatrice del “disagio” familiare. Poi, con la flessibilità necessaria ad un terapeuta e le supervisioni indirette, è stato possibile rimettere in discussione l’evoluzione del processo terapeutico e rinegoziare di volta in volta gli obiettivi, in una terapia abbastanza lunga, in cui di diagnosi sistemiche ne sono state necessarie più di una.
Ogni famiglia, nel corso degli anni, va incontro a cambiamenti continui, ma non sempre, e non tutte le famiglie, li affrontano senza difficoltà. Il momento evolutivo in cui bussano alla porta del consultorio è molto difficile per tutte le famiglie, soprattutto oggi, con i cambiamenti della società, che hanno portato ad allungare i tempi (tanto che si parla di “post-adolescenza” e di “famiglia lunga del giovane adulto” [10]) e a rendere ancora più lento e complicato un passaggio, prima più veloce e spontaneo. Non tutte le famiglie trovano da sole le risorse per far fronte ad un periodo critico di grande cambiamento, come il momento di transizione allo stadio della famiglia con post-adolescenti. Tutte le famiglie hanno un loro ciclo vitale 6 [10] e vanno incontro ad un processo di evoluzione nel corso degli anni, ma in alcune, rigide, poco comunicative e con grandi difficoltà di separazione come questa, il processo si interrompe e il sistema si blocca, esprimendo un disagio e dando origine al sintomo. La mancanza di armonia tra le generazioni, e la presenza di certi blocchi evolutivi, impediscono il vissuto del fluire del tempo e la trasmissione di sistemi di valori attraverso le persone stesse [12]. Il momento evolutivo che mette in crisi questa famiglia è la tarda adolescenza di Laura e la giovinezza di Giulia, che ormai passa più tempo fuori che dentro casa. Questi due genitori non riescono a favorire l’evoluzione naturale di un processo vitale di ogni famiglia e, piuttosto che riorganizzarsi per facilitare la crescita e l’autonomia dei propri figli, accettando di rimanere soli e di dedicare del tempo a se stessi e al coniuge, accolgono con fatica questo periodo di transizione. Invece di reinvestire il proprio tempo nella relazione coniugale, continuano ad occuparsi a tempo pieno delle proprie figlie, soprattutto mamma, che da due anni, a causa della malattia, si ritrova a passare l’intera giornata in casa senza andare al lavoro. Anzi, la malattia sembra averle proprio insegnato “a dare il giusto valore alle cose, a rallentare i tempi e a stare di più con le mie figlie”. Tra le funzioni principali di una famiglia, nei confronti dei propri figli, certo, ci sono quella dell’appartenenza, dell’autonomia, dell’identità, del soddisfacimento dei bisogni, della protezione e di sperimentazione verso il mondo. Fin dai primi anni di vita del bambino si occupano di lui, ma, con la crescita, il bambino entra in contatto con altri gruppi sociali con i quali sperimenterà i modi di essere, appresi prima in famiglia [13]. Poi, quel bambino matura e i genitori, oltre a dare la vita e l’amore necessario per la crescita del figlio, devono dargli la conferma di se stessi, solo che quanto appartiene al figlio ce l’hanno loro e non sempre lo vogliono dare, per paura di perderlo [13].
Laura, per età, è più vicina ad un giovane adulto alle prese con la necessità di attuare, in un futuro imminente, una possibilità di svincolo dai propri genitori. Ma, per molti versi, sembra essere ancora un adolescente con la necessità di rifornirsi di tutta una serie di esperienze, che non ha potuto fare prima, per poi spiccare il suo volo. Chiede le istruzioni per poter intravedere la possibilità di riuscire, un giorno, ad intraprendere autonomamente la sua strada. Ricerca se stessa e un modo per relazionarsi con i suoi coetanei, per andare nel mondo pensando un po’ a lei. Si pone molti quesiti sul proprio corpo e sul proprio modo di funzionare. Vorrebbe essere più sicura e migliorare la propria autostima, sviluppare una sua idea sulle cose che la circondano e non aver paura di comunicarla al mondo circostante, e di imporla, laddove dovesse essere necessario.
La ragazza, raccontano i genitori, sembra aver già mostrato difficoltà evidenti nel suo percorso di crescita, chiudendosi più volte. Ogni volta che in stanza provo ad incontrare il suo sguardo, sembra quasi impossibile riuscire a contattarlo. È inespressivo, privo di emozioni, come spesso accade nelle personalità con caratteristiche schizoidi, come sottolinea Lowen [9]. La tendenza ad un distacco dalle relazioni sociali, e le ristrette espressioni emotive nei contesti interpersonali e relazionali, come anche nel setting terapeutico, rendono la personalità di Laura contrassegnata da importanti tratti tipici del disturbo schizoide [14]. È tipico anche il momento di esordio, il passaggio verso l’età adulta, ma trovano espressione anche in più momenti della sua crescita. Il mio tentativo di fermarmi a pensare anche ad una descrizione più psicopatologica non è da considerare in termini di etichetta insuperabile, che genera passività e nella quale rifugiarsi, come spesso accade negli attuali sistemi di classificazione. Ma rappresenta, per il terapeuta, una possibilità “di sentire con lui e di vedere come lui sente” 7e, poter affiancare ad una lente sistemica una ragione più profonda, per comprendere con empatia ciò che “bussa” dall’interno di chi si incontra e poter far nascere una relazione terapeutica più autentica.
Nell’apparente gravità, la richiesta di aiuto diviene un grandissimo spiraglio di luce per Laura e, un intervento terapeutico per sostenere i due genitori nell’affrontare i cambiamenti, inciderà molto sullo svincolo della loro figlia. A gennaio 2012 lo svincolo della ragazza sembra essere piuttosto impossibile8 [15]: né Laura, né i suoi genitori lo pensano, non emerge neanche l’idea. In quel momento più che una quasi giovane adulta in attesa di compiere il salto finale, sembra ancora essere in una stagione della vita mutevole ed imprevedibile. Come “chi non è più, ma non è ancora”, è concentrata sugli snodi più significativi dell’esperienza umana: il dramma della scelta, la necessità di cambiare, la paura di farlo [16]. Il suo corpo, però, si è già trasformato progressivamente ed è già diventato quasi adulto, ma la sua personalità è ancora dispersa qua e là, frammentaria, fragile. Il suo modo di vivere gli affetti, di gestire le emozioni, di fare delle scelte, il suo bagaglio di esperienze ancora quasi vuoto, non sono andati di pari passo con il cambiamento corporeo. Prima di conoscerla, anche rispetto alla sessualità, aveva ancora dei conti in sospeso con l’adolescenza: a 22 anni ha avuto l’esigenza di agire la sua prima volta.
Laura, poi, oltre alle difficoltà oggettive ed esterne che l’hanno riguardata in prima persona, sembra non avere al suo fianco chi crede in lei e favorisce la sua crescita emotiva. Il processo di separazione-individuazione è molto lungo e complesso e dipende molto dal tipo di interiorizzazione dei rapporti con le figure genitoriali, ma anche dal loro modo di affrontarlo. Avviene contemporaneamente sia per l’adolescente sia per i genitori. Per Bowlby «la possibilità di esperire dei genitori incoraggianti, supportivi e cooperativi, fornisce al ragazzo un senso del proprio valore personale, una fiducia nelle disponibilità degli altri e un modello adeguato su cui costruire le relazioni future. Inoltre, la possibilità di esplorare l’ambiente esterno con fiducia, ed interagire efficacemente con esso, facilita lo sviluppo di un senso di competenza» [17]. Il sé di Laura non è ancora integrato, ma è ancora debole e necessita di essere rafforzato. Come la sua famiglia, ha bisogno ancora di integrare totalmente i pezzi di un puzzle personale ed emotivo, al momento solo accostati tra di loro. Accostamento di pezzi che non le permette di avere un vissuto permanente e unitario della propria persona e di poter portare con sé nel tempo un senso di forza e d’integrazione.
La grande concentrazione prevalentemente in ambiente domestico delle sue giornate ha portato me, e prima ancora la dott.ssa G., a chiederci come mai abbia sentito tutto questo bisogno di rimanere in casa (“Perché devi stare a casa? Chi controlli?”). Questa semplice domanda ha dato luce all’importante evento paranormativo9: la malattia oncologica di mamma, arrivata solo qualche anno prima dell’inizio del percorso terapeutico. La malattia, probabilmente, ha reso poco autonoma anche mamma e ha mosso paure, ansie e resistenze anche in Laura. Una neoplasia rappresenta un grande rischio di rottura di un qualsiasi equilibrio familiare e la possibile causa di molti passi indietro rispetto ad un processo evolutivo. L’impatto della malattia neoplastica ha, infatti, implicazioni enormi: nella gran parte dei casi è l’intera famiglia ad essere investita dall’evento traumatico, con grandi ripercussioni emotive su tutti i suoi membri e sulle relazioni tra di essi.
Le figlie organizzano le loro vite, anche in base alla sola paura di perdere mamma, e i genitori, che a loro volta sono molto preoccupati per il bene delle proprie figlie, tendono a essere troppo apprensivi, soprattutto con Laura, che trasmette loro le proprie insicurezze. Così, hanno finito per iper-proteggerla, affiancandosi allo scudo che lo “scafandro” ha per lungo tempo rappresentato per lei, amplificandone gli effetti. Non dandole, così, la possibilità di conoscere fino a che punto fosse in grado di essere autonoma, e non dandosi la possibilità di essere genitori sereni. Papà, la vede sempre troppo piccola e “fa fatica a darle fiducia quando esce”. Mamma è preoccupata ogni volta che Laura ha un esame, pensa sempre che non si impegni abbastanza: “Non vorrei che ci siamo solo illusi e la riuscita dei precedenti esami è stata solo una breve parentesi!”. Questo ha dato origine ad un circolo vizioso, che ho esplicitato ai due genitori in un incontro con loro a maggio 2012: tanto più mamma e papà non credono in Laura e la considerano incapace facendola sentire piccola, tanto più lei si confermerà sempre bisognosa d’aiuto, confermando la loro idea. 
È difficile per questi genitori fare i conti con una figlia maggiore, ormai più fuori casa che dentro, ed una più piccola, che ha iniziato a fare i conti con il suo percorso di autonomia. Con un padre periferico, ed un’assenza di confronto tra di loro, persino sulle modalità educative o su episodi che riguardano solo ed unicamente le figlie, mamma sembra essersi ritrovata: “Sempre a fare le cose con le figlie perché su di lui non posso contare!”. Lasciarle andare, probabilmente, significa per questi genitori ritrovarsi a fare i conti con alcuni aspetti della coppia coniugale, lasciati da molto tempo in sospeso. Questo rende l’autonomia di Laura ancora più difficile. Haley, ci ricorda come, nell’adolescente-giovane adulto, il sintomo in sé ha una doppia valenza: da una parte afferma l’autonomia e dall’altra lo porta a rimanere in casa con i genitori, quindi da un lato aumenta la dipendenza e dall’altro favorisce l’evitamento della sindrome del nido vuoto [7]. La giovane adulta Laura, se da un lato desidera l’indipendenza, dall’altro ha paura di affrontare il mondo esterno da sola. Per poter farcela ad uscire dal “nido”, ha bisogno di vedere con i propri occhi che mamma e papà si fidano di lei e la lascino andare. Il sintomo è l’unico modo che la paziente ha per manifestare il proprio bisogno di autonomia ed indipendenza, e contemporaneamente, la sua inevitabile dipendenza dai genitori. E Laura, agendo in modo non consapevole, è stata molto brava a crearsene uno, spaventando e attivando i suoi genitori, superando ogni possibilità di mettere confini rispetto alla propria sessualità e destando preoccupazioni in merito agli esami universitari. Mamma, poi, tende molto ad identificarsi con le figlie e proiettare su di esse, in particolare sulla più debole, i propri bisogni. La madre impone il suo desiderio di vicinanza, sostituendolo a quello delle figlie, e forse faceva lo stesso quando loro erano bambine 10. L’adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso, ma non sempre, allo sviluppo della personalità “come se” e il vero sé non può formarsi né svilupparsi, perché non può essere vissuto. Forse anche per Laura, allora, è stato così. E anche ora che è più grande, dipende totalmente dalla conferma dei suoi genitori, della sorella ed in parte, dei suoi coetanei11.

Il modo di utilizzare lo spazio in seduta, e la modalità con la quale comunicano tra di loro, racconta molto del loro modo di essere, anche rispetto al problema che portano. I due genitori si sono seduti distanti il più possibile, ai due antipodi, e al centro si sono sedute le due figlie. Nella quotidianità, infatti, il sottosistema genitoriale (anch’esso caratterizzato da distanza tra mamma e papà) sembra aver preso la gran parte della scena, a discapito di quello coniugale. Moglie e marito, quando li ho conosciuti, non facevano più nulla insieme, non uscivano quasi mai, se non per fare le cose necessarie per attuare i loro compiti di genitori. Sembrano essere molto lontani, così come lo sono seduti davanti ai miei occhi. Comunicano poco tra di loro, in stanza di terapia, nella fase di consulenza, non hanno mai interagito. Non si confrontano da tempo neanche sugli aspetti educativi delle due figlie, dando molto per scontato, rispetto alle loro esigenze. Così, Laura e Giulia, seppur con tre anni di differenza, si ritrovano a frequentare anche le stesse scuole e Laura è cresciuta, anche nella scuola, all’ombra di Giulia, della sua bravura e della sua perfezione, continuamente confrontata con lei, anche dalle insegnanti, nei voti, nelle capacità e nelle modalità. Differenze e discrepanze, invece, risultate fondamentali anche nella terapia, sulle quali ho fatto leva per la restituzione alla fine delle consulenze, dalla quale ha avuto origine tutto il lavoro successivo.
Papà è più assente, ma non tanto fisicamente, quanto e soprattutto emotivamente. Si presenta periferico, poco attivo nello svolgere bene il proprio ruolo, sia nel sottosistema coniugale sia in quello genitoriale [18]. Lo immagino messo all’angolo ormai da tempo dalle tre donne, piuttosto silenzioso in casa, forse per questo cerca di recuperare le parole nell’ora della terapia.
Mamma, figura centrale, pensa a tutto lei e ha sostituito gli interessi e le uscite condivise prima con il marito, con quelle fatte insieme alle figlie. Fa shopping con loro, si dedica all’arte e alla visita dei musei insieme a Laura, fa passeggiate con le figlie, si confrontano e prende scelte insieme a loro. Non coinvolge quasi per nulla papà. In situazioni come queste, spesso, i genitori sperimentano un disagio nella relazione coniugale.
Giulia le è stata molto accanto nel periodo più difficile della sua vita, più di papà. Così, nel tempo, la figlia maggiore ha trovato un piccolo vuoto nel sottosistema genitoriale e vi si è potuta inserire, a discapito del sottosistema filiale e del rapporto con la sorella. Come spesso accade quando il papà ha un ruolo secondario e periferico nella vita della famiglia, anche in questa situazione la madre ha delegato alla sorella maggiore le funzioni tipiche del papà e può “rincuorare”, in questo modo, l’assenza del marito. Ha trovato accanto a sé una “figlia parentificata” alla quale appoggiarsi e sulla quale contare, anche per controllare Laura. In questo modo si è rinforzata l’idea di saggezza, responsabilità e capacità che i genitori già avevano di lei, e si è sminuita ancora di più quella di Laura, divenuta ancora più fragile, sempre più “idonea” al ruolo di paziente designato. Così, mentre negli anni, Giulia ha sperimentato, senza riuscire ancora a pensarlo, le difficoltà di colmare un ruolo più grande delle sue capacità, Laura ha potuto sentirsi trascurata, fino a manifestare il suo problema emotivo e il suo agito, per attirare l’attenzione dei genitori. Ognuno di loro ha accanto seduta la figlia con la quale si identifica, mostrando già nelle posizioni che prendono in seduta le coalizioni [19, p. 55], le alleanze e le identificazioni che, poi, papà espliciterà nei successivi incontri anche a parole (“In casa ci sono due fazioni: mamma e Giulia che sono le perfettine da dieci e lode e io e Laura che siamo i semplici, da sei più!”). Ognuno di loro indirizza lo sguardo solo verso di me e parla quasi sempre solo a me. Non si guardano mai tra di loro e difficilmente interagiscono.
La struttura familiare si presenta come fortemente “invischiata” [19, p. 57], i confini sono deboli, le distanze tra i sottosistemi annullate, e vi è una scarsa differenziazione tra mamma e figlie, legate tra loro da un rapporto viscerale. Il comportamento di Laura è diventato immediatamente di tutti, superando ogni possibilità di confine e di privacy, provocando tensioni ed intromissioni dell’intero sistema. La loro mappa strutturale13, a questo punto, anche e soprattutto grazie al qui ed ora degli incontri terapeutici, si disegna facilmente:



In base a tutte queste caratteristiche, il dubbio iniziale, tracciata la diagnosi sistemica strutturale, è, invece, sulla gravità dei sintomi di Laura rispetto alle sue competenze sociali ed affettive.

I SUPERVISIONE: per questo dubbio, ho chiesto aiuto alla docente e al gruppo con la prima supervisione. Avevo già finito la fase di consulenza, avevo già svolto cinque colloqui con questa famiglia. Ma lo spazio della supervisione è caratterizzata, oltre che dalla distanza dal luogo fisico della terapia, anche dal collocarsi più lontano nel tempo, dal momento in cui sorge la difficoltà, tempo necessario, anche, alla elaborazione della richiesta di confronto. Intravedere la possibilità di gravi sintomi di Laura, la sua chiusura sociale e il blocco universitario, mi ha spaventata. Il gruppo è riuscito a contenere la mia paura di non farcela, e il supervisore mi ha “condotta” nella ricerca di un modo per definire più chiaramente il panorama psicopatologico nel quale questa relazione terapeutica si stava muovendo. La forma del controtransfert dipende, oltre che dalla organizzazione difensiva del terapeuta, dal titolo e dal livello di patologia con cui egli si trova confrontato [20]. Mi è stato suggerito di approfondire meglio tutti gli assi che permettono di indagare la salute mentale, secondo l’idea freudiana di personalità. Inoltre, da un punto di vista sistemico, in base alla gravità dei sintomi, insieme abbiamo tracciato le due possibili strade in campo: famiglia a transazione psicotica o di tipo psicosomatico? Infine, la supervisione ha portato alla luce una prima collusione con Laura, senza accorgermene guardavo la situazione con gli occhi della ragazza.
Dopo aver approfondito, nel colloquio successivo, le caratteristiche della sfera sociale di Laura, l’ipotesi di una famiglia a transazione psicotica, lascia spazio maggiore ad una di tipo psicosomatico14. Oltre ad essere molto legati tra di loro, infatti, i membri si proteggono molto, interessandosi troppo del benessere dell’altro a discapito del proprio. Come già anticipato, il principio dell’omeostasi sembra avere un ruolo cardine per tutti loro, fanno di tutto per ostacolare il cambiamento e mantenere inalterato nel tempo il loro modo di essere famiglia, anche durante il processo terapeutico. Infine, tengono irrisolti molti problemi (tra cui ad esempio quello coniugale, evitando di affrontare conflitti e negando l’esistenza di disaccordi) e chiudono gli occhi dinanzi alle difficoltà e alle differenze individuali.
Con questi primi incontri di consulenza, ho accolto la famiglia e sono stata accettata da tutti loro con un ruolo attivo e partecipativo alle “transizioni familiari”, per tutto il periodo in cui mi sono “associata” ad essa [21, p. 41]. Consulenza e terapia divengono inseparabili più che mai in questa situazione. Li saluto con la prima ridefinizione: “Il problema è la malattia, che rende poco autonomi. Bisogna lavorare sull’autonomia. Mi colpiscono le differenze tra le sorelle: Giulia sembra possedere e conoscere bene le istruzioni all’uso di come stare nel mondo, Laura sembra non averne ma esserne alla ricerca, e per trovarle mi ha chiesto aiuto. Bisogna lavorare su come stare nella vita e sul dare le istruzioni. Genitori, vi vorrei vedere soli e separatamente da sole le figlie”. Questa lascia spazio ad un primo importante intervento strutturale di demarcazione dei confini, attraverso incontri divisi e separati tra i sottosistemi, che caratterizzerà la tipologia dei successivi appuntamenti. Questa distinzioni degli spazi terapeutici, e del lavoro con i membri del sistema, diverrà la base essenziale, una sorta di “fondamenta”, per l’intervento sui confini e sull’autonomia di ciascuno nella famiglia.
SECONDA FASE DELLA TERAPIA
Il lavoro strutturale sulla famiglia

«La terapia familiare è una terapia d’azione
e solo cambiando le posizioni dei componenti del sistema
 cambiano le loro esperienze soggettive»
(Minuchin)

Per adempiere alle proprie funzioni, le famiglie si differenziano in sottosistemi: quello coniugale, quello genitoriale e, infine, quello dei fratelli e delle sorelle. La struttura della famiglia F. si presenta, invece, un po’ disordinata e non distinta chiaramente nei suoi sottosistemi. Ho creduto opportuno utilizzare la strategia sistemica strutturale, per orientare il lavoro terapeutico sulla definizione più chiara di confini e gerarchie. Questo potrà permettere di restituire ad ogni membro della famiglia il suo ruolo e la sua posizione, ricostruendo l’alleanza fraterna e sopra di essa quella genitoriale. L’obiettivo è stato quello di creare confini ove non esistano, proteggendo ogni membro della famiglia nel proprio spazio e, in questo modo, aumentando piano piano la possibilità di autonomia per Laura, ma anche per tutto il resto della famiglia, che si è trovata legata, comunque, da un principio di lealtà invisibile [22] verso l’altro e da idee rigide, e proprie, sulle funzioni di ciascuno. Questo favorirà, quindi, la comunicazione interna nel sistema e darà ad ognuno la possibilità di esprimere il proprio parere, in linea con la libertà di essere se stesso, senza “ledere” nessuno. La terapia strutturale mira a cambiare l’organizzazione interna della famiglia nel presente 15. È un metodo fondato su una serie di presupposti relativi all’organizzazione e alle dinamiche familiari, al modo in cui queste si collegano ai problemi individuali e ai processi che generano il cambiamento nelle famiglie e nei singoli individui [23, p. 451]. In questa cornice d’intervento, il terapeuta svolge un ruolo attivo e diviene uno strumento importante di cambiamento. Ogni lavoro strutturale va costruito in base alla famiglia che ci si trova dinanzi. In quel momento, per aiutare Laura, era necessario far tornare la figlia maggiore al proprio posto accanto a lei e restituire la funzione genitoriale anche a papà, riavvicinandolo, così, a mamma.



Affinché la famiglia funzioni bene, è necessario trasformare i confini confusi in chiari, per favorire una relazione equilibrata, funzionale e rispettosa tra i membri. Il terapeuta funge spesso da costruttore di confini, vanificando confini invischiati e sciogliendo quelli rigidi [19, p. 59]. In questo senso, ogni occasione di scambio nel qui ed ora è divenuta preziosa. Anche la possibilità di usare strumenti non verbali e lo spazio a disposizione, divengono occasione per rendere ognuno di loro consapevole di comportamenti disfunzionali che attuano, probabilmente senza rendersene conto.
Con famiglie come questa, dove i figli sono già grandi e le regole già strutturate, è stato molto importante dividere fisicamente, e convocare separatamente, i sottosistemi. Una convocazione terapeutica che, al tempo stesso, è divenuta uno spazio fondamentale dove sperimentare la separazione. Ritrovarsi nel qui ed ora a dover accettare regole di setting che sfidino l’invischiamento, ha rappresentato una grande occasione di evitare intrusioni e mantenere intimità e gerarchie. Incontrare separatamente, ed in modo alternato, i genitori e le figlie ha permesso di ridare ordine alle funzioni di ognuno di loro, e di demarcare in modo chiaro i confini tra i sottosistemi.
La terapia è stata caratterizzata da numerosi interventi in questo senso, attuati sia nella relazione terapeutica con i genitori sia con le figlie. Più volte si è ribadito che ognuno parla per sé e telefona al terapeuta per sé, si è richiesta la necessità di rispettare il pensiero dell’altro e di mantenere il “segreto” di quanto avveniva all’interno di quell’ora. Uno spazio un po’ inconsueto rispetto al loro modo di essere famiglia. Alle figlie, abituate a diffondere la loro intimità ovunque nella casa, è stato necessario ripeterlo più volte. La tendenza della sorella maggiore era sempre quella di raccontare a mamma tutto ciò che Laura diceva. Al termine di varie sedute sono stati assegnati compiti [16] che favoriscano attività condivise e vicinanza tra le sorelle e la condivisione di mamma con papà della vita familiare e coniugale. Ho adoperato e manipolato, spesso, anche lo spazio della stanza, attraverso lo spostamento di sedie e posizioni. Ho esplicitato gli obiettivi terapeutici sia ai genitori sia a Laura e Giulia, provando a scoprire i circoli viziosi e a spiegare l’importanza di fare ordine nella loro famiglia: “Ci sono tutta una serie di mattoncini che vanno rimessi al proprio posto per permettere a tutti voi di stare meglio... Ci sono vari spazi che vanno occupati e distinti: quello dei genitori, quello dei figli, quello della coppia, quello delle sorelle ed, infine, quello individuale di ognuno di voi”.
Mettendo in discussione la visione del mondo di ognuno di loro, essendo questa una famiglia, fino a quel momento, fatta di verità categoriche, universali ed indiscutibili (soprattutto per papà), ho provato, così, a introdurre un pensiero nuovo e diverso, attraverso nuove spiegazioni possibili. In questa famiglia, non si sa bene da quanto tempo, ma, in quel momento, il sottosistema coniugale17 sembrava totalmente inesistente e, forse, né Laura né Giulia hanno potuto osservare una relazione positiva per la loro crescita. Ciò che è indispensabile nel lavoro sistemico sulla struttura, però, è il presente: le difese di ognuno di loro nei confronti dell’altro coniuge e la distanza emotiva tra di loro, si coglieva moltissimo nel clima che circolava in quel momento nella seduta. Questo non permetteva di incontrare in modo diretto la coppia. In fondo non erano lì come moglie e marito, non l’avevano mai neanche chiesto esplicitamente di essere aiutati nella loro relazione. Si trovavano lì perché chiamati da un terapeuta e “trasportati” nel mondo psicoterapeutico sanitario dalla figlia più piccola. Solo incontrandoli come genitori è stato possibile avere la loro partecipazione attiva, costante e motivata al processo terapeutico, e ho potuto lavorare con, attraverso e su di essi per aiutare Laura, e non solo, ad imboccare la sua strada. Solo dopo una solida alleanza terapeutica con Laura, avendo alla mente il modello di Mara Selvini Palazzoli 18, attraverso una richiesta di “aiuto segreto” ai genitori per il lavoro terapeutico, loro hanno rappresentato gli occhi per vedere ciò che accadeva in casa. Ma, a loro insaputa, intraprendere gli incontri, con l’obiettivo comune di aiutare Laura ad essere più autonoma, ha significato, anche, favorire un riavvicinamento nella relazione di coppia. Attraverso l’assegnazione ripetuta della prescrizione di fare qualcosa insieme solo loro, si è favorito un lavoro sulla complementarità [23, p. 472] e potuto liberare le figlie, da funzioni che non competono loro e Laura dall’iper-protezione.
In questa fase, gli incontri con i due sottosistemi, sono andati avanti parallelamente. Inizialmente, alternandoli, ho incontrato 6 volte i genitori e 6 volte le figlie. Il sottosistema genitoriale19, in questi incontri ha avuto modo di avere uno spazio autentico per potersi finalmente confrontare sui modelli educativi attuati fino a quel momento e prendere consapevolezza delle differenze tra le figlie, rispondendovi, da quel momento, con decisioni prese insieme e nel rispetto dei loro differenti bisogni. Nel sottosistema sorelle, fondamentale per la crescita dei figli, l’obiettivo è stato quello di favorire un riavvicinamento tra Giulia e Laura, facendo loro ritrovare la sintonia e l’affinità di quando erano più piccole. Potendo riscoprire la funzione evolutiva di questo legame, le due ragazze hanno potuto rimettere in atto cooperazione e competizione, tipiche tra fratelli e sorelle, necessarie per arrivare poi ad un senso di appartenenza ad un gruppo e per individuarsi all’interno del sistema. Laura aveva davvero tanto bisogno di passare attraverso questo modo di essere figlie, per imboccare la sua strada verso l’autonomia e la differenziazione. È stata una grande occasione, inoltre, per poter far riemergere le risorse di Laura, ormai nascoste dietro l’apparente perfezionismo della sorella adultizzata, e per farla sentire più sicura di sé e più pronta a crescere.
In vari momenti del processo terapeutico il sistema ha attuato alcuni tentativi di “ribellarsi” ai cambiamenti che percepiva. Dopo 12 colloqui mamma mi ha contattata telefonicamente, prima che io incontrassi le figlie, per tentare di controllare anche la relazione terapeutica tra di noi, provando a suggerirmi l’argomento da trattare nell’incontro. Sia mamma che papà, poi, hanno fatto un po’ fatica ad accettare i piccoli passi che Laura provava ad attuare, stimolata e rinforzata positivamente anche dall’alleanza terapeutica con me. Anche Giulia quando arrivava in seduta con la sorella, nei primi incontri provava sempre a designarla o scoraggiava i suoi tentativi molto positivi per trovare le istruzioni per stare al mondo adatte alle sue esigenze. Con il tempo, invece, hanno iniziato ad accettare in modo positivo il senso del percorso intrapreso, e le risposte positive di tutti i membri del sistema sono iniziate a diventare sempre più numerose. Ricordo quando mamma e papà hanno organizzato, dopo tanti anni un viaggio da soli e lasciato le figlie a casa. In quell’occasione mamma iniziava a guardarsi finalmente intorno: “Mi mancano i rapporti con gli altri, vorrei averne di più, e questo è indice di apertura e desiderio a separarmi dalle figlie… Anche se non è facile!”. Papà diventava sempre più una sorta di co-terapeuta: “Sì, però siamo un po’ troppo legati, ammassati, la cosa di una, è la cosa di tutti! Dovremo separarci un po’”. Il rapporto tra sorelle è andato evolvendosi. Laura ha potuto dire: “Io e Giulia non litighiamo più!” e Giulia le ha potuto rispondere: “Siamo vicine, sullo stesso livello, scherziamo su quello che, invece, prima ci faceva litigare”. Quando la sorella maggiore è stata congedata dal ruolo attivo nel percorso terapeutico e Laura ha fatto il passaggio agli incontri individuali, mamma e papà hanno iniziato finalmente ad accettare la loro crescita e a scovare le risorse che dietro di essa si celavano. Proprio mamma rivolgendosi a papà ha affermato: “Ora che le figlie crescono noi possiamo utilizzare le energie che usavamo per loro, per fare qualcosa per noi… Anche Laura ce lo dice sempre!”.

II SUPERVISIONE: la seconda supervisione nasce di fronte ad un bivio terapeutico. Avevo messo le “fondamenta” familiari per favorire un processo di cambiamento in Laura, ma le mie idee sul come procedere, e “innalzare i pilastri”, avevano bisogno di essere definite più chiaramente. Come se anche le mie insicurezze nelle mosse terapeutiche andavano sostenute e rinforzate. Questo secondo confronto ha rappresentato un nuovo “ponte” di passaggio nel processo terapeutico. Mi è stato confermato di poter concludere i colloqui con le figlie, congedare la sorella maggiore e dare avvio alla terza fase dell’intervento: il passaggio alla terapia individuale di Laura.
Dopo aver messo in luce il circolo vizioso20 che si era intromesso nel loro rapporto e aver dato la possibilità di riemergere alla loro sintonia e fratellanza (anche attraverso l’assegnazione di compiti che favoriscano attività condivise e vicinanza), la sorella maggiore è stata congedata totalmente dalla terapia.
Ho continuato, però, ad incontrare ancora i genitori: ogni tre settimane per 5 colloqui ed, infine, 3 incontri mensili di “controllo” fino alla fine del processo terapeutico. I colloqui dedicati ai genitori, hanno permesso un lavoro più approfondito su questo sottosistema, grazie anche al “patto” terapeutico, i due genitori continuavano a partecipare attivamente, per il bene della figlia. Ormai, ci si stavano accomodando bene su quelle sedie e iniziavano a sentirsi a loro agio nel confronto, riportandolo ogni tanto anche a loro stessi e iniziando a farne tesoro. Questo ha significato, anche, cominciare ad utilizzare lo spazio terapeutico, dedicato a loro, per parlare e confrontarsi sulle preoccupazioni e le scelte educative prese, fino ad allora, per le figlie. Parlare per un tempo via via sempre maggiore di loro due e del loro rapporto, non sembrava più così fuori luogo. In uno di questi momenti papà ha guardato mamma e le ha detto: “Laura ci vorrebbe appiccicati! Vorrebbe che ci baciassimo! Chiede spesso perché non lo facciamo e ci provoca chiedendoci se siamo amici… Una volta gli ho detto che noi siamo due single che condividono la famiglia e gli impegni… Non l’avessi mai fatto! Apriti cielo!!!”. Sono arrivati, così, ad ottobre (10 mesi dopo il primo incontro) a dedicare un intero incontro a loro due, alla loro comunicazione “scontata”, e mamma, in questa sede, ha potuto finalmente chiedere aiuto e collaborazione a papà. Ho concluso il lavoro con loro a gennaio successivo, dopo un anno dal primo incontro, quando mamma ha pianto di gioia e si è sentita più tranquilla: “Ora posso anche pensare di non essere indispensabile e che se mi capita qualcosa Laura può farcela da sola…”. Papà, più sereno e disteso, mi informa di non sentire più il carico di responsabilità e di respirare. Con il compito di uscire almeno due volte al mese insieme e di fare quello che prima mamma era abituata a fare con Laura, mi salutano svelandomi già delle nuove idee, ma, questa volta, solo per loro due.
TERZA FASE DELLA TERAPIA
Individuali per individuare: dal sapere al fare
Dopo cinque mesi dal primo colloquio, dopo aver congedato la sorella maggiore, in parallelo agli incontri che continuavano con i genitori, ho iniziato la nuova fase dell’intervento terapeutico: gli incontri individuali, settimanali, con Laura. Dopo una prima parte di strategia terapeutica strutturale, che ha coinvolto tutti gli attori in campo, i conflitti intrafamiliari, responsabili del disagio individuale o collettivo, andavano piano piano risolvendosi. I giovani adulti sembrano poter beneficiare di un intervento sulla persona per affrontare le difficoltà nella vita esterna alla famiglia e i dilemmi relativi alla progettazione del loro futuro [25, p. 45]. Dare uno spazio singolo a Laura, significava, in quel momento, non avere più scuse: ora non poteva più dirigere altrove le responsabilità del suo malessere. Il suo spazio iniziava ad esistere, ed anche il rapporto con se stessa doveva iniziare ad essere rivisto e affrontato. L’inizio della relazione terapeutica a due ha significato, anche, rintracciare nuove richieste e nuovi obiettivi, così come spesso accade nelle varie fasi di terapie familiari corpose, e su più livelli, come questa:
L: “Ho capito il problema che ho, cerco relazioni sbagliate… Voglio una relazione… Non capisco perché sono diversa dalle altre che ce l’hanno… Mi vergogno della chat…”
T: “Io non sono purtroppo un’agenzia matrimoniale, come posso, invece, aiutarti?”
L: “Mi sento più autonoma ora, non è più questo il problema, a casa mi lasciano più libera… Mi muovo da sola… È sto anche iniziando a pensare di prendere la patente quest’estate… Mi danno più fiducia… È cambiato che inizio a farmi capire, finalmente. Ma c’è qualcosa di cui ho ancora bisogno”
T: “Verso quale meta andiamo questa volta?”
L: “Vorrei essere più sicura di me, piacermi, uscire di più, avere più amici”
L’obiettivo di questa nuova fase del processo psicoterapeutico è stato quello di fortificare la ragazza attraverso interventi di supporto e rinforzo mirati alle funzioni dell’io. Secondo Kernberg, alla base dei sintomi e delle lamentele soggettive che il paziente presenta, vi è una mancanza di integrazione delle strutture psichiche sottostanti. L’io svolge un ruolo predominante in questo senso e il terapeuta ha la funzione di rafforzarlo, concentrando la sua attenzione su: la capacità di percezione, la capacità di giudizio, la possibilità intellettuale libera da conflitti, il principio di realtà, l’identità e il grado di integrazione ed organizzazione delle strutture motivazionali [26]. Inoltre, l’aspetto innovativo dell’autore è proprio quello di considerarle all’interno di uno specifico contesto relazionale, dove si assumerebbe dagli altri significativi 21.
Il lavoro sulle figure di riferimento significative andava avanti, ora era il momento in cui dovevo concentrare il mio lavoro sulla relazione terapeutica a due con Laura. Solo aiutandola a comprendersi, ad esprimersi, ad accettarsi e a rinforzarsi, Laura avrebbe potuto attuare il suo processo di individuazione e, poi, quando si sarebbe sentita pronta in futuro, svincolarsi dal suo sistema d’appartenenza. Attraverso l’attenzione sull’alleanza e sulla relazione terapeutica, con la focalizzazione sul transfert e il controtransfert che ne deriva, questo processo di “solidificazione” di Laura poteva prendere forma. Attraverso il rapporto con me, l’identificazione con una nuova figura femminile estranea, che per lei potevo rappresentare, la ragazza poteva diventare più consapevole delle sue debolezze, comprendersi ed iniziare a fare delle scelte più sue. La tecnica interattiva del confronto ha permesso di mettere in luce i paradossi, e di farle cogliere le discrepanze e le contraddizioni contenute nei racconti che portava ai nostri incontri22. Attraverso le differenze nei suoi modi di raccontare la realtà e la relazione terapeutica con me, ha potuto conoscersi di più e, soprattutto, scoprire le sue risorse. Pianificando dei compiti da attuare e delle uscite da fare, riassumendo ogni volta ciò che era accaduto nell’incontro precedente, ridefinendo positivamente le sue debolezze, accogliendo i suoi difficili e lunghi silenzi, l’ho aiutata ad esplorare il suo mondo ideale e, piano piano, a costruirne uno più reale. A novembre, dopo la prima pausa estiva, ormai, Laura aveva ripreso a fare gli esami da diverso tempo e trovato le istruzioni per l’uso che tanto cercava, ma queste, in quel momento, rimanevano sempre e solo teoriche e il suo atteggiamento era prioritariamente passivo rispetto alla vita e alla terapia. Sapeva. Ormai aveva iniziato a conoscere e a portare con sé le istruzioni per stare al mondo, ma non sapeva davvero utilizzarle. Il sapere rimaneva solo una pura conoscenza teorica. Gli esami all’università alternavano piccoli successi, ad insuccessi. Portava, spesso, in stanza (e non era l’unica!) i dispiaceri e le paure di fronte alle valutazioni universitarie. E metteva, in questo modo, in crisi la terapeuta…

III SUPERVISIONE: ho sentito, così, di essere finita in una “trappola terapeutica” e tendevo a bloccare la terapia, insieme alla famiglia, attraverso dei processi di valutazione che, uscendo dalla sede universitaria degli esami, stavano invadendo anche la terapia. L’emozione di controtransfert che sentivo, dalla relazione con la ragazza, era di profonda noia. I suoi silenzi, la sua passività, i suoi tempi troppo lenti, mi scoraggiavano e il pensiero, che mi invadeva, era quello di aver sopravvalutato la ragazza, vedendola improvvisamente “incapace”, così come sapevano fare molto bene anche genitori. Questa volta ero troppo con gli occhi dei genitori, ero caduta nella loro “trappola” e avevo bisogno di provare a guardare dall’esterno ciò che stava accadendo. Solo il gruppo e la docente potevano aiutarmi. Così pensavo che l’esito dell’esame definisse la misura della terapia. Una trappola tipica delle terapie in fase universitaria e adolescenziale. Soprattutto, quando, come terapeuti in formazione, ci “spetta” ancora un certo narcisismo ed egocentrismo, per cui si è portati a pensare che ciò che accadrà dipenderà, in gran parte, dalle capacità nostra. E, come mi ha ben detto la docente, che a volte ci fa peccare di un aspetto un po’ pedagogico che svuota di senso ciò che sta accadendo nel setting terapeutico. Ho raggiunto, così, anche io la mia consapevolezza: il rischio in cui questa terapia si stava mettendo e che la funzione del terapeuta è quella di dare la direzione, ma poi è la famiglia che spinge il proprio “carretto” da una parte o dall’altra. È necessario tener presente che il blocco di una terapia corrisponde, abitualmente, ad uno scivolamento emozionale, prima che concettuale, del terapeuta [20]. Si sono prospettate davanti a me due strade possibili in cui l’esito dell’esame aveva tutto un altro valore: era una risposta interna dei loro meccanismi, alle loro situazioni, non la riuscita della terapia.
Da quel momento, ho stabilito con Laura di incontrarci ogni due settimane, non più settimanalmente. Con l’accordo, però, che il tempo trascorso tra un appuntamento e l’altro avrebbe dovuto essere dedicato al fare e alle esperienze concrete. I suoi silenzi avrebbero dovuto trasformarsi in racconti di esperienze concrete, aiutata anche da me, attraverso delle prescrizioni e delle richieste concrete da attuare nella pausa tra i nostri incontri. Con il tempo ha potuto scoprire che, quando si fa, si hanno molte più parole e molte più cose da raccontare, da tentare, da vivere e, anche, da sbagliare. Il sapere, in questo modo, è diventato sempre più “saper fare” e le istruzioni hanno trovato occasioni di essere utilizzate concretamente. Laura diventava, con i suoi tempi, sempre più attiva, fino ad arrivare a percepire e sperimentare un nuovo punto di vista: “I miei genitori non mi hanno mai aiutata, ma questo dipendeva e dipende molto anche da me”. Forse era giunto il momento di un nuovo incontro familiare.

IV SUPERVISIONE: la quarta supervisione si è concentrata sul transfert e sul forte controtransfert, che con il passare del tempo avevo imparato a riconoscere sempre di più. Sentivo rabbia quando manifestava totalmente il silenzio, rabbia perché dentro di me si traduceva in un sabotaggio della terapia. Kernberg definisce totalistico il controtransfert che comprende l’insieme delle risposte emozionali del terapeuta di fronte al paziente, nella situazione terapeutica. Sono reazioni che riguardano sia il transfert sia la realtà della sua organizzazione personale. Esse potrebbero incidere negativamente sul decorso della terapia, ma, se prevenuto e reso consapevole attraverso la supervisione, potranno essere adeguatamente utilizzate e dare informazioni molto utili sulle difese e sulle caratteristiche di un certo paziente [20]. Così, anche questa nuova supervisione è stata preziosa, era il posto giusto per contenere le mie emozioni di controtransfert. Infine, un’altra conferma arriva: è il momento di attuare l’incontro di snodo e passaggio alla fase successiva della terapia, attraverso lo strumento dello zaino, per poi avere il tempo di poterci lavorare.
La famiglia riunita per salutarsi emotivamente: lo zaino
«Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi»
(Antoine De Saint Exupéry, “Il piccolo principe”)

A marzo 2013, dopo un anno e tre mesi dal nostro incontro conoscitivo, la relazione di fiducia, ormai, si era costruita tra noi. Questo permetteva di invitarla a venire al consultorio, ancora una volta, insieme ai genitori per favorire lo “svincolo” emozionale futuro dalla sua famiglia di origine, per poi ritornare a parlarne ancora negli incontri individuali. Secondo Canevaro, l’essere umano adulto si dibatte perennemente in un asse che oscilla tra due grandi bisogni: il bisogno d’appartenenza al sistema familiare che ci ha dato la vita e il nome e con cui abbiamo accumulato migliaia e migliaia di interazioni, e il bisogno di differenziazione, spinta spontanea che ci porta ad esplorare il mondo e disegnare un progetto esistente e autonomo [12]. Come fanno i cormorani, uccelli marini che prima di abbandonare il nido regrediscono a comportamenti appresi nelle prime ore di vita: dondolano, pigolano, per poi spiccare il volo. Mi ritrovo, così, a riunire il setting terapeutico, per un’ultima volta. Incontro, una volta, Laura con i suoi genitori, per poter vivere insieme un’esperienza che rimarrà per sempre nelle loro menti e nel loro cuore, e per permettere loro di esprimere i sentimenti riguardanti la fase di differenziazione di Laura. Un ultimo importante strumento che mi permetterà di marcare definitivamente i confini relazionali, in modo più chiaro, attraverso questo momento ulteriore di unione. Laura, così, potrà avere la possibilità di ripartire meglio, quando lei lo vorrà. “Ritornare per rifare le valigie e ripartire di nuovo”, in questa seduta congiunta permetterà il nutrimento affettivo e la conferma del sé di Laura, in modo che possa poi spontaneamente ripartire più forte nella prosecuzione della psicoterapia individuale e nella ricerca di un progetto esistenziale autonomo. In questo modo sarà aiutata a vedere gli aspetti positivi della sua famiglia, a riconoscerne la funzione fondamentale e a diventare protagonista attiva della sua vita 23. E al tempo stesso, i genitori potranno mostrarle un’idea più positiva e fiduciosa delle sue capacità, fondamentale per Laura nella costruzione del suo sé reale e per rafforzare la sua autostima. Attraverso un incontro emozionale familiare, una ragazza come Laura, potrà trarne nutrimento affettivo e conferma di sé e, io terapeuta, potrò indietreggiare per una volta, lasciando spazio alle “questioni di famiglia”, sicuramente più efficaci della sola relazione terapeutica a due.
La formula usata per introdurre l’esperienza [12]: In questo momento sarebbe molto utile fare un’esperienza insieme. Mettetevi di fronte a vostro figlio e uno per volta inizierà quest’esperienza mentre l’altro si siede accanto ed aspetta il suo turno, guardando quello che succede in silenzio. Cominciamo da lei. È davanti a sua figlia con le ginocchia che si toccano e senza accavallare le gambe. Prendetevi le mani e guardatevi negli occhi. In questo momento Laura sta per iniziare un lungo viaggio nella vita e porta con sé uno zaino. Cerchi lei di trovare due o tre cose importanti che intende coltivare, di cui è orgogliosa, per darle a sua figlia: lei li metterà nel suo zaino e quando ne avrà bisogno, nel lungo cammino della vita le riprenderà e le farà sue. Vediamo, per esempio, un aspetto del suo carattere di cui si è servito nella sua vita, di cui lei sia fiera e perché . Poi ho chiesto a Laura di lasciare a ciascuno di loro qualcosa di sé prima di partire per il lungo viaggio.



Con un abbraccio senza parole, e appoggiando la testa ognuno sulla spalla dell’altro, si sono conclusi entrambi gli scambi. Un abbraccio non molto pieno e che mi ha vista costretta a chiedere loro di essere ripetuto. La madre e il padre danno a Laura cose che inconsciamente sentono che a Laura mancano per realizzare i suoi progetti esistenziali. E Laura, inconsapevole, lascia di sé ad entrambi cose che in realtà reputa che manchino sia alla madre che al padre. Questa esperienza non ha rappresentato un arrivo, ma un nuovo inizio su cui sarà ancora necessario soffermarsi, negli incontri individuali successivi.
QUARTA FASE DELLA TERAPIA
La conclusione: il saper essere
«La sorpresa del bello favorisce il cambiamento aldilà del controllo,
del potere o della semplice tecnica»
(Bateson)

Nell’incontro successivo allo zaino, Laura arriva molto preoccupata: ci tiene a ricordarmi che adesso non ha intenzione di andare via da casa. La tranquillizzo riportandola al significato simbolico e metaforico di quanto sperimentato in stanza di terapia. Ripartendo proprio da quell’esperienza, e dalle emozioni che ha vissuto, può finalmente raccontarmi, sorridendo, che ha conosciuto un ragazzo ed iniziato una relazione con lui; i suoi genitori, però, non lo sanno, e per il momento preferisce viversela in intimità. Il percorso individuale riprende, con incontri bimestrali, ma questa volta i temi da affrontare in seduta sono la separazione emotiva dai genitori e la relazione affettiva con questo nuovo ragazzo. La conclusione è sempre più vicina. Entrano in stanza le emozioni e con esse una nuova e conclusiva richiesta di aiuto: “Mi piacerebbe tanto riuscire ad arrabbiarmi, non ci sono mai riuscita”. Con questa richiesta, e dopo alcuni compiti assegnati sulle emozioni, a proposito di transfert e controtransfert, la rabbia diventa la protagonista di uno dei nostri ultimi incontri prima dell’ultima pausa estiva. In questa occasione Laura ritorna ad essere passiva rispetto alla difficoltà di rendere più concreta la relazione con il nuovo ragazzo che ha conosciuto, e, dinanzi a sue affermazioni un po’ disprezzanti, rimane impassibile. Io cerco, invece, di punzecchiarla e attivare in lei un po’ di sana rabbia che possa portarla a rispettare di più se stessa.

V SUPERVISIONE: siamo giunti a maggio 2013. Il bisogno di chiedere, ancora una volta, aiuto nasce dalla manifestazione un po’ carica di “rabbia” che nell’ultima seduta, attraverso l’identificazione proiettiva, Laura ha “messo” dentro di me. Il gruppo e la docente mi sostengono: io gli ho prestato le mie emozioni, quelle che avrebbe dovuto sentire lei con quel ragazzo. Quando il terapeuta non riesce a contenere le proiezioni del paziente, poiché esse richiamano sue problematiche non risolte, la terapia si blocca ed è facile che egli porti al supervisore le sue reazioni emozionali, che riflettono quelle del paziente [28]. Il supervisore, rendendosene conto, e ricordando la propria sensibilità, capacità ed esperienza, può mostrare al terapeuta l’origine delle reazioni emozionali che prova con il paziente [1, p. 120].
Grazie alla supervisione anche questo momento di stallo si sblocca. Nell’incontro successivo, su suggerimento del supervisore, riformulo positivamente quanto accaduto: “I tuoi genitori hanno messo nel tuo zaino tante cose importanti, io ho messo la rabbia che mancava… Devi solo trovare la forza e la fiducia totale per poterlo indossare ed esserne fiera. Quel momento è sempre più vicino e il nostro saluto è sempre più vicino”. La seconda pausa estiva, durata due mesi, diviene così il banco di prova per Laura di quanto sperimentato anche concretamente, quando, ancora, il grande contenitore, che la relazione terapeutica ha rappresentato, era in atto. In quel momento festeggiava per la prima volta con gli amici il suo compleanno. Aveva superato brillantemente anche un esame orale molto difficile, e la relazione con il ragazzo conosciuto all’università diventava sempre più importante e concreta. Usciva almeno una volta a settimana con gli amici e manifestava il suo pensiero anche quando i suoi genitori non erano in accordo con lei. L’estate ha rappresentato la possibilità di muoversi in autonomia e di continuare a tracciare da sola il suo percorso, prima di salutarci definitivamente.
A settembre Laura arriva all’appuntamento diversa: più bella e più accurata, fidanzata, con la scrittura della tesi per la laurea triennale già avviata e una casa in ristrutturazione. Ci tiene a precisare che non si sente ancora pronta, pensa che si trasferirà quando avrà più o meno 30 anni, ma l’importante è che ora può finalmente pensare a quel momento e muoversi affinché un giorno sia attuabile. Le capita ancora di avere momenti di grande tristezza, ma dice di saperli riconoscere e che sono più rari. Il prossimo incontro sarà quello finale. Laura si sente cresciuta, cambiata in meglio. Ha saputo attingere, esperienza e strumenti, dalle difficoltà del passato. Inizia a pensare da sola e non sembra aver bisogno di nessun altro che le dica cosa fare, neanche di capirlo attraverso me. All’ultimo incontro arriva con una scaletta chiara di obiettivi concreti e realizzabili da raggiungere nei prossimi cinque anni, così come le avevo chiesto di fare 24, alcuni di più breve termine, altri un po’ più lontani. Tra questi sette punti definiti c’è anche un lavoro come restauratrice e il progetto di vivere da sola, o con il suo ragazzo, nella sua casa. Il “sé ideale” ha lasciato spazio al “sé reale”, oggi Laura è, e sa essere. Si conosce di più, è più consapevole delle sue modalità e delle sue difficoltà.
La saluto pensando al punto di partenza, in cui chiedeva le istruzioni per stare nel mondo, piccola ed emotivamente ancora nascosta dentro lo scafandro. La guardo in quel momento con in mano il suo foglio con idee precise su se stessa e pronta ad andare da sola in quello stesso mondo. Sia lei, che i suoi genitori sanno che la fine dell’adolescenza, ormai, non coincide più con l’uscita di casa del figlio, che questo momento è probabilmente posticipato alla fase successiva, ma non si può prevedere con certezza quando inizierà e finirà [18, p. 107]. La cosa più importante è che, da allora, per tutti loro è pensabile ciò che prima sembrava impossibile.
Quando va nello spazio o nel profondo degli abissi marini, e vi rimane per qualche tempo, nel cercare di sopravvivere, un palombaro fa nuove scoperte, raccoglie oggetti preziosi e ricchezze. Solo con il tempo si possono valorizzare le scoperte, e il palombaro, solo quando si spoglia completamente di quelle vesti, può avvertire la grande risorsa che rappresenta.
«Il “caso risolto felicemente” di una terapia non costituisce una “guarigione” nel senso di presentare un prodotto finito, ma con questa espressione si intende affermare che il paziente possiede ora quei mezzi e quegli strumenti che gli consentiranno di affrontare problemi di volta in volta che si presenteranno. Egli è ormai in grado di muoversi libero dagli strascichi di atti iniziati, ma non portati a termine» (Fritz Peris).
follow-up
Avevo detto a Laura di farmi avere sue notizie, ma forse le ho chiesto troppo, rispetto alla timidezza che ha sempre fatto parte di lei e ha continuato a caratterizzarla. A fine marzo 2014, a distanza di sei mesi dall’ultimo incontro, la contatto telefonicamente per avere delle prime notizie sui trascorsi dei primi mesi successivi alla fine delle terapia. Mi colpisce subito la sua voce, essendomi sempre concentrata sulle sensazioni di tristezza e passività che il suo tono flaccido mi trasmetteva e che ha sempre messo a dura prova il mio mondo interno, e attivato, in alcuni momenti, anche risposte controtransferali rischiose per la terapia. Questa volta la sua voce era diversa! Il volume era più alto, il tono più forte e sicuro… aveva anche parole chiare e non le intervallava con nessun “ mmm” di pausa. Per quanto mi sembrava diversa, ho pensato, anche, di non ricordarla bene. Voce a parte, le notizie che mi ha dato, sostengono l’impressione di averla sentita cresciuta. Si è laureata due settimane fa e ora è alla prese con l’invio di curriculum e ricerca del lavoro: ha iniziato dai musei. Dice che nella famiglia le cose vanno meglio, il clima è più positivo e si sente più libera, anche se qualche volta le capita ancora di avere dei momenti in cui non le va di parlare molto in casa. Continua il suo “fidanzamento” e tra qualche settimana, lei e il ragazzo, devono partire da soli per un viaggio di qualche giorno. Come ha scritto nella lista di cose da realizzare, si sta già dando da fare.
BIBLIOGRAFIA
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