La scultura della relazione terapeutica in terapia individuale

Fiammetta Di Paola1



Particolarmente dedicato agli psicoterapeuti, l’articolo collocato in questa rubrica risponde all’esigenza di una sottolineatura: caratterizzando in modo diverso forme diverse di psicoterapia, non stiamo perdendo il senso dell’unità possi­bile intorno al concetto di psicoterapia?


Particulary addressed to psychotherapists, the article in this section answers to the need of focusing on the following consideration: by characterizing psychotherapy in different ways aren’t we loosing the sense of unity involved in the concept of psychotherapy?


Este artículo está dedicado a los psicoterapeutas, en él se trata de responder a la cuestión: definiendo de distintas maneras la psicoterapia, non se corre el riesgo de perder la unidad del concepto de psicoterapia?



Riassunto. Questo lavoro descrive la tecnica della “scultura”, utilizzata nella clinica relazionale con coppie e famiglie, ma qui proposta in terapia individuale. Considerata anche l’importanza del concetto di intersoggettività per la terapia sistemica, si riprendono le Sculture del Presente e del Futuro di Luigi Onnis e la “scultura narrante” ultrabreve del modello delle Realtà Condivise di Gianmarco Manfrida. La scultura della relazione terapeutica in terapia individuale può rappresentare uno strumento utile per sbloccare una fase di stallo nel percorso terapeutico che non permette di accedere a livelli più profondi della narrazione e delle emozioni del cliente, dovuta non solo ad una sua difficoltà, ma anche ad una difficoltà nella relazione stessa con il terapeuta. La scultura può offrire al paziente nuove rappresentazioni di sé e di sé nella relazione e, al terapeuta, un’opportunità per lavorare sul processo terapeutico e sulla relazione stessa, rimanendo nel qui ed ora della seduta. La scultura in terapia individuale è stata utilizzata con pazienti con disturbi psicosomatici e non in situazioni cliniche ad alta emotività o in situazioni psicotiche. Per il suo utilizzo, oltre a tenere in considerazione la fase del processo terapeutico, è necessario che il paziente sia entrato in relazione con il terapeuta, che abbia un Io sufficientemente strutturato e una capacità autoriflessiva di base.

Parole chiave. Scultura, scultura narrante ultrabreve, modello delle realtà condivise, scultura della relazione terapeutica, terapia individuale, relazione terapeutica, intersoggettività.
Summary. The sculpture of therapeutic relationship in individual systemic therapy.
This paper describes the applications of the sculpture technique, which is frequently used in couples and family therapy, to the individual therapy setting. It is inspired by Luigi Onnis’ Present and Future Sculptures and Manfrida’s Shared Reality Model and relies on the important concept of intersubjectivity in systemic individual psychotherapy. Sculpture of therapeutic relationship in individual therapy can become a resource in overcoming difficult moments which do not allow access to deeper emotional levels of the patient’s narrative and are often due to difficulties in the relationship with the therapist. Sculptures can provide patients with new representations of their own self and of their relationship with the therapist and others; they can also give the therapist an opportunity to work on the therapeutic process and relationship. Sculpting technique in individual therapy seems fit for patients with psychosomatic, neurotic and moderate personality disorders, while it should not be applied in cases involving high emotionality or psychotic disorders. An absolute requirement is a basically strong therapeutic alliance, which requires patient and therapist to be sufficiently ego structured and capable of reflective control.

Key words. Sculpture, shared reality model, sculpture of therapeutic relationship, individual systemic therapy, therapeutic relationship, intersubjectivity.


Resumen. La escultura de la relación terapéutica en terapia individual.
La escultura de la la relación terapéutica en terapia individual sistémica. La técnica de la escultura, bien conocida en la práctica clínica relacional sistémica con parejas y familias, se puede utlizar también en la terapia individual para representar la relación entre el paciente y el terapeuta. Inspirándose en las Esculturas del Presente y del Futuro de Luigi Onnis y de la Escultura Narrativa Ultrabreve del modelo de la Realidad Compartida de Manfrida, se intenta representar con la escultura la intersubjetividad en la relación terapéutica. El objetivo es el de levantar bloqueos en el proceso terapéutico que no permiten acceder a los niveles mas profundos de la narración y de las emociones del paciente, y se manifiestan en dificultades en la relación con el terapeuta. La escultura de la relación con este puede permitir al paciente desarrollar nuevas representaciones de sí mismo y de sus relaciones con otros, y al terapeuta la oportunidad de trabajar sobre su relación con el paciente. Esta técnica, que se ha utilizado en terapia individual con trastornos psicosomaticos y de orden neurótico y con trastornos de personalidad de medio nivel, no parece recomendable en situaciones psicóticas o de extrema labilidad emocional. Su aplicación requiere que se haya establecido previamente una relación terapéutica básicamente válida y que el paciente y el terapeuta tengan un Yo bastante estructurado y una buena capacidad de reflexión.

Palabras clave. Escultura, modelo de las realidades compartidas, escultura de la relación terapéutica, terapia individual sistémica, relación terapéutica, intersubjetividad.
INTRODUZIONE
In questo articolo viene descritta una tecnica non verbale, la Scultura del Presente e del Futuro, utilizzata frequentemente in terapia familiare ma qui proposta con un elemento di originalità che consiste nell’applicarla in terapia individuale.
Considerata l’importanza del qui ed ora della seduta, della dimensione implicita come condizione fondamentale della mente e di ogni relazione, e del linguaggio analogico che permette di accedere agli aspetti latenti e profondi della vita affettiva della persona, si propone la scultura individuale come strumento per sbloccare una fase di stallo nel processo terapeutico, laddove vi è una resistenza al cambiamento.
Vista la frequenza nella pratica clinica di terapie individuali, nasce l’esigenza di approfondire e sperimentare modelli e strumenti relazionali per questo tipo di setting: la scultura della relazione terapeutica può costituire uno strumento utile per il paziente nel favorire nuove rappresentazioni di sé e di sé nella relazione e, per il terapeuta, per lavorare sul processo e sulla relazione terapeutica.
L’IMPORTANZA DEL QUI ED ORA DELLA SEDUTA, LA DIMENSIONE IMPLICITA E L’INTERSOGGETTIVITÀ
Bianciardi scrive che il soggetto epistemico della cibernetica di secondo ordine non è un’idea astratta, ma un concreto organismo biologico osservatore unico ed irripetibile delle relazioni e dei contesti dei quali resta partecipe e di cui è parte.
Partendo da questa premessa, si può dire - con le parole dell’Autore - che in psicoterapia individuale la relazione più significativa presente nel qui ed ora è la relazione terapeutica. Ciò su cui si può intervenire è ciò che è presente nel qui ed ora, cioè la relazione terapeutica [1]. Ciò che sperimentiamo è la relazione attuale, mentre sul passato e sul futuro facciamo ipotesi e costruiamo storie. Le forme secondo le quali il paziente propone una modalità relazionale di cui cerca conferma sono implicite e non dette: si pongono sul piano delle premesse logico-emotive che, in quanto preposte al modo di raccontarsi, precedono il racconto che fa di sé e della relazione con il terapeuta. Le narrazioni nascono, emergono, si danno, entro la relazione, per cui ha un senso intervenire sulla relazione terapeutica stessa [1] e sul qui ed ora della seduta, anche attraverso la scultura in una terapia individuale.
Rileggendo Stern, si può considerare la scultura sistemica un “momento presente”, quell’attimo di comunicazione implicita capace di produrre cambiamenti nella relazione terapeutica.
Secondo Stern [2,3] il cambiamento è fondato sull’esperienza vissuta. Ci deve essere un’esperienza reale, un evento soggettivamente vissuto, con sentimenti espressi e azioni compiute in tempo reale, con persone reali, in un momento esperito come presente. La possibilità di cambiamento risiede nell’hic et nunc, il solo momento di autentica realtà soggettiva.
Per momento presente si intende quel breve intervallo di tempo in cui i processi psicologici raggruppano unità percettive in grado di assumere senso e significato nel contesto della relazione. È un fenomeno cosciente che può manifestarsi anche senza essere verbalizzato, non il resoconto verbale, storico di un’esperienza, ma l’esperienza così come viene originariamente vissuta, e rappresenta l’elemento fondante di ogni esperienza relazionale. Tutto ciò che può succedere nel momento presente si situa in quel conoscere implicito che è inconscio non rimosso, non simbolico, non verbale, procedurale. Lo scambio intersoggettivo è un processo incessante, una condizione fondamentale della mente e di ogni relazione. Anche una microesperienza, come quella della rappresentazione della scultura in seduta, può raccontarci molto sul modo di esperire la realtà del soggetto, le sue relazioni: un «mondo in un granello di sabbia» [2].
Il momento intersoggettivo di incontro tra terapeuta e paziente che ha luogo con la scultura crea un’esperienza reale vissuta in prima persona all’interno di un momento presente condiviso, che consente il cambiamento terapeutico.
La relazione è la matrice contestuale per ogni attribuzione di significato e per ogni processo mentale. Noi siamo in grado di leggere le intenzioni degli altri e di sentire nel nostro corpo le loro stesse sensazioni ed emozioni, non in qualche forma mistica, ma osservandone il volto, i movimenti e la postura, ascoltandone il tono della voce e rilevando il contesto presente del loro comportamento [2].
Il conoscere implicito va a costituire quell’inconscio non rimosso in cui si situa la memoria implicita, in cui si depositano emozioni, esperienze, ricordi che non hanno potuto accedere all’elaborazione della coscienza. Secondo Luigi Onnis, questa prospettiva permette nuove ipotesi interpretative su aspetti latenti e profondi della vita affettiva familiare, i «miti familiari» [4].
Onnis, facendo un parallelo con la tecnica della scultura familiare, cita Stern: «Il livello profondo degli accadimenti psicodinamici è il livello delle piccole interazioni tra le persone, ciò che esse fanno con i loro corpi, col tono delle parole, con la faccia; e qualsiasi interpretazione e narrazione della vita delle persone non può prescindere da questi aspetti» [3,4].
Sappiamo qualcosa della mente umana solo quando interagiamo, perché essa non esiste senza interazione [3]. Prima delle parole ci sono le azioni e i movimenti. Non possiamo comprendere niente delle parole se non ci muoviamo nello spazio e nel tempo, ma quando ci muoviamo nel mondo attraverso il tempo e lo spazio questo crea metafore primarie che emergono dall’esperienza corporea [3]. Proprio come avviene con la scultura, in cui agli attimi di comunicazione implicita seguono le parole e la creazione di metafore per dare un significato simbolico al sintomo del paziente.
Anche le neuroscienze ci aiutano a comprendere le basi dell’intersoggettività. In “Aurora” di Nietzsche, citato da Gallese [5], il filosofo tedesco scrive: «Per comprendere l’altro, cioè per imitare i suoi sentimenti in noi stessi, noi ci mettiamo in una prospettiva di imitazione interna che in qualche modo fa sorgere, fa sgorgare dei sentimenti in noi analoghi, in virtù di un’antica associazione tra movimento e sensazione». I neuroni specchio esemplificano la relazione tra movimento e sensazione che osserviamo nella scultura. Il terapeuta, pur essendo parte della rappresentazione eseguita dal paziente, rimane comunque in una posizione meta che gli permette di essere partecipe e, al tempo stesso, osservatore; si fa quindi, coinvolgere, ma non travolgere, per non cadere - come scrive Bertrando - dentro la relazione, perdendo la distanza necessaria per pensare in termini di differenza in senso batesoniano [6]. Questa posizione meta del terapeuta permette di fare nostra la considerazione di Gallese secondo la quale gli stessi circuiti neurali attivati nel soggetto (paziente) che esegue azioni, esprime emozioni e prova sensazioni (con la scultura) vengono automaticamente attivati anche nel soggetto (terapeuta) che osserva queste azioni, emozioni e sensazioni. Questi circuiti configurano un sistema di “neuroni specchio” (mirror neurons). Un’attivazione condivisa che avviene non soltanto per le azioni ma anche per le esperienze emotive. Stati mentali, sensazioni, emozioni vengono condivise in uno spazio “noi centrico” che mette in relazione sé ed altro da sé, osservatore ed osservato in una dimensione più globale.
Questo processo costituisce la base biologica per la comprensione della mente altrui. «Le intenzioni dell’altro sono comprese perché sono condivise a livello neurale» [7]. «Attraverso uno stato funzionale condiviso da due corpi diversi che tuttavia ubbidiscono alle stesse regole funzionali, l’altro oggettuale diventa in una certa misura un altro se stesso» [5].
Possiamo dire che nel terapeuta vengono attivati gli stessi pattern neurali attivi nel paziente, per cui si può fare l’ipotesi che i pensieri spontanei e gli stati mentali del terapeuta (vedi il controtransfert) siano un’importante fonte di informazione su quello che accade nel paziente.
Il terapeuta sistemico considera il qui ed ora dell’incontro terapeutico, la relazione con il paziente, come la relazione primaria di cui tenere conto, il vero luogo degli eventi terapeutici, senza mai dimenticare, tuttavia, gli altri significativi e la relazione del paziente con questi [8].
In terapia sistemica individuale si evocano allora i terzi all’interno della relazione con il terapeuta. Boscolo e Bertrando parlano di «presentificazione del terzo», per esempio attraverso le domande circolari. Il terzo significativo appartiene al mondo esterno o a quello interno del paziente. La presenza del terzo è qualcosa di più che una tecnica, è un elemento costitutivo che caratterizza il modello sistemico. Secondo Bertrando il terzo non è solo una persona o diverse persone, ma è il contesto della relazione terapeutica e della vita dei clienti, o meglio l’intreccio di contesti diversi in cui ciascuno vive [8].
In questo lavoro si considera terzo la relazione stessa tra paziente e terapeuta. I terzi significativi (i familiari) non sono assenti, anzi, ma rimangono apparentemente sullo sfondo per poi, nelle sedute successive, ritornare in primo piano. Si entra nella relazione terapeutica, partendo da quanto avviene tra paziente e terapeuta nel qui ed ora della seduta per poi spostarsi fuori dalla stanza di terapia nelle relazioni attuali vissute dal paziente, consentendogli nuovi modi di vedere le sue relazioni e una maggior attenzione ai contesti e agli altri.
IL LINGUAGGIO ANALOGICO: LE SCULTURE
In questo lavoro si riprende la tecnica della scultura sviluppata da Onnis che, introducendo la dimensione diacronica del tempo in un sistema che sembra averla perduta, cerca di evidenziarne il blocco evolutivo e di far emergere i miti e i fantasmi familiari, la specificità degli individui, la relazione terapeutica [9]: il significato simbolico condiviso del sintomo viene colto e ridefinito come metafora familiare, reintroducendo la dimensione del tempo [10]. Impiegando una tecnica orientata ad alludere piuttosto che a definire o/e interpretare e che, perciò, lascia ampi margini di elaborazione creativa.
Onnis prevede tre fasi del processo terapeutico: una fase iniziale, in cui stabilisce il legame terapeutico e raccoglie informazioni sul sintomo e sulla storia della famiglia; una fase centrale, in cui propone le sculture del tempo familiare e costruisce, insieme alla famiglia, una ridefinizione del sintomo come specifica metafora; una fase conclusiva, in cui il lavoro è centrato sui sottosistemi [10]. A ciascun membro viene chiesto di rappresentare la propria famiglia in tre fasi temporali: nel presente, nel futuro, nel passato. Il terapeuta ha un ruolo poco attivo durante le sculture, in quanto Onnis ritiene l’esecuzione stessa un intervento, durante il quale si avvia spontaneamente una sorta di dialogo implicito che può aprire la strada ad una nuova narrazione [11]. Prevede, poi, un’unica restituzione al termine di tutte le rappresentazioni che contiene una ridefinizione sistemica del sintomo come metafora della problematica familiare.
Vengono presi come riferimento teorico di questo lavoro anche i principi su cui si basa l’approccio narrativo, secondo il modello delle Realtà Condivise di Manfrida. Costruiamo la nostra vita, i nostri sistemi di significato, le nostre relazioni col mondo e in definitiva la nostra identità quotidianamente attraverso le storie che raccontiamo. La realtà così come la percepiamo è il prodotto della condivisione di narrazioni sociali con gli altri e delle reciproche conferme che con loro ci scambiamo [12]. Alla base di questo approccio vi è il modello sociologico di Berger e Luckmann [13], secondo il quale la realtà quotidiana è un fenomeno intersoggettivo che nasce nel qui ed ora ed acquisisce, attraverso l’interazione diretta e ripetuta con gli altri, il ruolo di realtà dominante. Tale realtà si rafforza proprio nella conversazione con persone significative, dando conferma alla nostra percezione del mondo ed oscurandone altri aspetti. Questi ultimi costituiscono sfere di realtà nascoste, «sottomondi sociologici paralleli», non accessibili direttamente alla coscienza ma comunque presenti sullo sfondo della realtà quotidiana: si rivelano attraverso «la comparsa nei racconti di elementi incongrui, di discrepanze più o meno sottili dalle versioni proposte, noncuranti e banali» [12,13].
Manfrida, a differenza di Onnis, propone la rappresentazione di due sculture, quella del Presente e quella del Futuro; il passato viene esplorato mediante la conversazione terapeutica durante le sedute precedenti le sculture. Queste, inoltre, vengono proposte nella fase conclusiva del percorso terapeutico, come una mossa discrepante, nel qui ed ora della seduta, rispetto alla predominanza della comunicazione verbale usata fino a quel momento. L’uso del canale analogico permette una maggiore attivazione emotiva che sblocca la persona, inducendola a recuperare aspetti della storia già emersi durante la terapia.
Al termine degli incontri, infine, si ritorna al canale verbale attraverso l’attribuzione alle sculture di veri e propri titoli, costruiti per essere significativi e d’impatto, per rafforzare i vissuti emersi e la storia alternativa proposta. I termini scelti dovranno essere rappresentativi della scultura ma anche coerenti con quanto emerso nel corso della terapia, ricorrendo anche a parole chiave significative per i pazienti.
Inoltre, mentre Onnis ipotizza uno scenario futuro a lungo termine, Manfrida propone tempi più brevi (2-4 anni), più facilmente “pensabili” dalla persona e di maggior impatto emotivo.
Seguendo questo modello, sono state utilizzate le sculture in forma narrativa, come elemento per sostenere la storia su cui si lavora. È la realtà per eccellenza, quella dominante della vita quotidiana, che si cerca di mettere in discussione con l’uso della scultura, per consentire a quella non manifesta, quella mitica, la trasformazione, la ristrutturazione e quindi la riorganizzazione della persona [14].
LA SCULTURA DELLA RELAZIONE TERAPEUTICA
Nell’uso che viene descritto in questo lavoro, la differenza rispetto al modello di Manfrida, oltre a quella fondamentale di essere proposta in terapia individuale, è il momento della terapia in cui la scultura del Presente viene eseguita: viene richiesta dopo aver ricostruito la storia e creato una relazione con il paziente, ma non alla fine della terapia, bensì quando si crea un “blocco evolutivo” nel percorso terapeutico che non permette di accedere a livelli più profondi della narrazione e delle emozioni e ogni ipotesi e interpretazione viene rifiutata dal paziente. Ci sarà un momento, scrive Bertrando, in cui nel dialogo tra terapeuta e paziente vengono scambiate le stesse informazioni, cioè non si creano più «differenze che fanno una differenza». La terapia entrerà in un’impasse. L’intervento di un terzo può introdurre differenze o nuovi punti di vista che potranno sbloccare questa impasse [6]. Qui il terzo è la relazione stessa tra paziente e terapeuta, vissuta e analizzata attraverso la scultura.
La scultura individuale è stata sperimentata con pazienti con sintomi psicosomatici, che presentano spesso difese razionali e sono resistenti sul piano emotivo. Questa tecnica prevede la rappresentazione, da parte del paziente, della scultura del Presente volta ad esplorare come egli vede la relazione con il terapeuta al momento attuale, e della scultura del Futuro che indaga come il paziente immagina la relazione tra uno/due anni.
Le formule di presentazione impiegate sono due, molto simili:
Scultura del Presente
“Oggi ho pensato di fare una cosa diversa dal solito e per questo un po’ più impegnativa. Le chiederò di esprimersi senza parole.
Dovrà rappresentare in forma di scultura, utilizzando se stesso/a me e l’ambiente circostante, come vede la situazione della nostra relazione adesso.
Mi modellerà come se fossi una statua di cera in funzione della scultura che vuole creare.
Dopodiché collocherà se stesso/a.
Si può parlare solo per dare le indicazioni su come sistemarsi, ma non si può commentare.
Una volta terminata la rappresentazione le darò lo stop e rimarremo fermi per 3 minuti. Ha qualche minuto di tempo per pensarci”.
Scultura del Futuro
“Oggi ho pensato di fare una cosa diversa dal solito e per questo un po’ più impegnativa. Le chiederò di esprimersi senza parole.
Dovrà rappresentare in forma di scultura, utilizzando se stesso/a me e l’ambiente circostante, come vede la nostra relazione, tra uno/due anni.
Mi modellerà come se fossi una statua di cera in funzione della scultura che vuole creare.
Dopodiché collocherà se stesso/a.
Come la volta scorsa si può parlare solo per dare le indicazioni su come sistemarsi, ma non si può commentare.
Una volta terminata la rappresentazione le darò lo stop e rimarremo fermi per 3 minuti. Ha qualche minuto di tempo per pensarci”.

Per entrambe le sculture, trascorsi i tre minuti in cui vengono mantenute le posizioni, il terapeuta invita lo scultore ad imprimere un movimento alla rappresentazione, per poi ripetere l’intera sequenza scultura-movimento-scultura.
Al termine della rappresentazione, rimanendo in stanza con il paziente, il terapeuta, dopo pochi minuti di silenzio necessari per l’elaborazione, dà un titolo alla scultura e chiude la seduta, rimandando ogni commento e riflessione alla seduta successiva.
CASO CLINICO 1
Sabina ha 21 anni, è figlia unica, nuota a livello agonistico, studia giurisprudenza e dall’età di 12 anni soffre di un’acne che le devasta il volto, resistente ad ogni trattamento medico. Negli ultimi mesi è aumentata di peso, si è bloccata negli esami ed ha difficoltà relazionali. Arriva da me per un malessere che non sa definire.
L’acne è un disturbo psicosomatico. Si tratta di disturbi la cui origine organica è evidente, che vengono mantenuti e resi più gravi dalle reazioni della persona e dell’ambiente vicino, attraverso la loro inclusione all’interno di circuiti interpersonali e intrapersonali ridondanti. Il sintomo è funzionale all’economia psicologica personale e del sistema. Diventa fondamentale in terapia dargli un significato non più strettamente biologico ma relazionale [15].
In genere le “famiglie psicosomatiche” sono sistemi chiusi, invischiati, con legami di dipendenza reciproca tra i membri che si trovano sottoposti a forti pressioni emotive, legate alle relazioni e alla comunicazione che si svolge in uno spazio i cui confini sono difficilmente definibili; le interpunzioni causali sono rigide, i conflitti, poco tollerati, vengono evitati e le emozioni sono escluse perché determinano una differenziazione tra i membri. La famiglia tende a resistere a ogni forma di cambiamento, bloccando l’autonomia dei singoli, ma anche negando i momenti critici del ciclo vitale come l’adolescenza. Il paziente designato assume il ruolo di stabilizzatore attirando su di sé le preoccupazioni di cambiamento. Sono famiglie profondamente impegnate nel mantenimento dello status quo [16]. Il conflitto emotivo viene simbolizzato attraverso il corpo.
I miti e i “fantasmi di rottura” si organizzano ed emergono attraverso una storia che spesso rimanda alla famiglia di origine dei genitori e investe, dunque, una dimensione trigenerazionale [17]. Infatti, nella storia familiare di Sabina il tema dell’abbandono e della perdita è presente. Il mito si sviluppa sul terreno di problemi di perdita, separazione, abbandono, individuazione, nutrimento e frustrazione che non sono stati mai risolti [11]. Il mito condiviso di unità ad ogni costo nasce, così, come difesa, con la funzione di proteggere dalle paure di perdita e dalle angosce di separazione. Data la sua funzione vitale per il gruppo, il mito rischia di fermare il tempo, di bloccare la storia della famiglia, quando le credenze e i comportamenti non si adattano più alla storia reale, al ciclo vitale.
Il disagio stesso, manifestandosi attraverso il corpo, si esprime in forma analogica. Da qui il tentativo di utilizzare un linguaggio terapeutico omogeneo a quello della paziente, nel tentativo di superare le difficoltà di verbalizzazione delle emozioni. Il linguaggio del sintomo, anche se è il paziente che somaticamente lo esprime, non è solo il linguaggio del suo corpo ma dell’intero corpo familiare. Le emozioni che vengono espresse sono la paura di ogni trasformazione che minacci la dolorosa ma rassicurante stabilità; il timore che l’individuazione dei membri possa disgregare l’unità familiare; il fantasma del conflitto di coppia, che si affaccia nel momento in cui lo svincolo metterà i genitori faccia a faccia senza più mediazioni. Per Sabina è difficile andare verso l’autonomia. L’acne diventa una protezione per lei perché, dal punto di vista sociale ed affettivo, la tiene lontana da storie serie di cui ha paura.
La fase iniziale della terapia sarà dedicata alla costruzione di un’alleanza terapeutica, rispettando i tempi, limitandosi a raccogliere informazioni sul problema, sulla storia individuale e familiare, proponendo iniziali correlazioni che consentono di introdurre componenti emozionali e punti di vista alternativi [14]. In terapia, Sabina nega le connessioni e le ipotesi che le propongo. Sentivo uno stallo dovuto alla paura di Sabina di “tradire” la sua famiglia entrando in relazione con me, ai vissuti di perdita, al suo terrore di differenziarsi dai genitori e di cambiare.
Scultura del Presente
Dopo un’iniziale difficoltà ad alzarsi, Sabina accoglie la consegna e plasma la sua scultura: mi dice di sedermi dietro la scrivania (io sono seduta davanti), lo sguardo, “fermo”, rivolto a lei, le braccia lungo i fianchi con le mani appoggiate sulle gambe e le gambe accavallate.
Sabina allontana la sua sedia e si mette dietro questa accucciata, con la testa china tra le ginocchia e le braccia sopra a protezione.
Movimento: Sabina mi fa spostare su una sedia davanti alla scrivania, lo sguardo sempre rivolto davanti a lei, le braccia lungo i fianchi con le mani appoggiate sulle gambe e le gambe parallele con entrambi i piedi appoggiati per terra. Lei rimane accucciata, alza la testa, distende le braccia, lo sguardo rivolto a me.

Titolo dato alla scultura: Guardami “ferma” e tienimi con il tuo sguardo, ma rimani un po’ distante, la vicinanza mi fa paura; ma se ti avvicini un poco, rimanendo con i piedi saldi, anch’io posso guardarti e abbassare la guardia.

La scultura rappresenta le contrastanti emozioni della paziente: da un lato la posizione fetale, come una richiesta di essere tenuta e accudita, dall’altra il bisogno di tenersi nascosta e distante per il timore di entrare in relazione. Nella rappresentazione del presente ci sono sentimenti di paura e ansia di perdita del legame familiare. Ci vuole tempo perché Sabina si fidi di me e dell’altro, e perché trovi l’equilibrio tra il desiderio di essere protetta e la paura di differenziarsi e stare in una relazione alla pari.
Come afferma Onnis [18] le sculture evolutive «aprono al terapeuta un terreno estremamente ricco di immagini metaforiche che, in questo caso, è il paziente stesso a proporre e che il terapeuta può, a sua volta, restituire per avviare nuove letture possibili della situazione».
Dopo aver dato il titolo alla scultura, non è stato fatto alcun commento e ho terminato l’incontro.
Nella seduta successiva ho chiesto come era andata la settimana e, in seguito, ho raccolto riflessioni e vissuti emotivi rispetto alla scultura, restituendo anche io i miei. Da qui è stato possibile lavorare sulla relazione terapeutica (oltre al transfert della paziente che mi viveva come suo padre, quello dietro la scrivania autoritario e infallibile) e quindi verbalizzare le emozioni, le paure e ciò che per lei non poteva essere detto, anche rispetto al mito di unità familiare.
Il processo terapeutico si è basato sulla relazione, sul confermarla come persona interessante e degna di essere ascoltata, sulla sua femminilità, sui tratti di dipendenza e sulla differenziazione, offrendole un luogo affettivo e un rispecchiamento.
Alla fine del processo terapeutico, propongo a Sabina la rappresentazione della scultura del Futuro, per lasciarle un “dono” da portarsi dietro, oltre che per lavorare sulla sua difficoltà a separarsi e a chiudere la terapia, valorizzando tutto il lavoro che era riuscita a fare e la sua capacità di camminare con le proprie gambe.
Scultura del Futuro
Sabina è seduta davanti a me e mi guarda tranquilla, le gambe accavallate e le mani sopra le gambe.
Mi mette seduta di fronte, nella sua stessa posizione, lo sguardo sereno rivolto verso di lei.
Movimento: Sabina rimane seduta ma rivolge lo sguardo avanti, le gambe non più accavallate, e una di queste posizionata a simulare un movimento di moto in avanti.
Mi lascia nella stessa posizione di prima, lo sguardo sereno che guarda avanti.

Titolo dato alla scultura: Sedute una di fronte all’altra, due donne, ci guardiamo alla pari ma posso anche guardare avanti e muovermi, con la testa alta, senza il tuo sguardo fisso su di me, consapevole di dove mi trovo.

Nella rappresentazione del futuro si delinea un movimento di autonomia, individuazione e svincolo. Seduta davanti a me, alla pari, ora le è possibile guardarmi negli occhi senza difendersi. Le gambe accavallate, come una donna con tutta la femminilità ritrovata. Nel movimento che dà alla scultura mi tiene di fronte, ma non ha più bisogno di guardarmi né del mio sguardo fisso su di lei. Adesso può camminare da sola senza bisogno del mio contenimento.
CASO CLINICO 2
Arianna ha 26 anni, è figlia unica, ha studiato all’Accademia come modellista ma lavora come operaia in un’azienda che ricicla abiti usati. Il padre soffre di un disturbo paranoico e ossessivo molto grave; in passato è stato ricoverato per lungo tempo, sembra per un episodio depressivo con scompenso psicotico. La madre lavora come operaia presso l’azienda della famiglia di origine e, dalla narrazione della paziente, ipotizzo un disturbo di personalità dipendente. In casa vive anche la nonna paterna, che tutti gestisce e tiene in scacco.
Arianna arriva da me con una grande sofferenza: ha attacchi di panico tutti i giorni più volte al giorno, non esce più di casa se non per andare al lavoro, ha vertigini e dermatiti. Dorme nel lettone con la madre. Il padre, invece, dorme in una sorta di tavernetta nel seminterrato della loro casa. Non ha alcun dialogo né alcun contatto emotivo con la figlia e, spesso, ha la fantasia che sia una drogata e una poco di buono. Con la madre, invece, Arianna ha un rapporto simbiotico e ogni tentativo di autonomia della figlia viene vissuto come un abbandono e quindi ostacolato con pesanti squalifiche: “Tu non sei in grado di fare da sola, tu non sei capace di niente”. Sia la madre che la nonna le dicono anche che lei è “malata come il padre, poverina, d’altronde è un male ereditario e genetico”. Unica possibilità per Arianna è rimanere tutta la vita in casa come dama di compagnia e protettrice della madre, l’unica, d’altronde, che può sostenerla.
Arianna in terapia collabora ma c’è qualcosa che la tiene come “in sospeso” nella relazione. Così, dopo aver esplorato la sua storia e creato con lei una relazione terapeutica, decido di proporre la scultura per accedere ai suoi vissuti nella relazione terapeutica.
Scultura del Presente
Arianna ha subito un’immagine della nostra relazione ma fatica a rappresentarla con una scultura. Si guarda intorno nella stanza, prende una sorta di stecca (siamo in un ambulatorio medico e la stanza è utilizzata anche da fisioterapisti e altri specialisti), si mette seduta, lo sguardo fisso che guarda avanti, impugna un’estremità della stecca e mi chiede di tenere l’altra estremità, mettendomi davanti a lei, in piedi, e di guardare avanti.
Movimento: tenendo sempre ognuna una estremità della stecca, lei si alza ed io mi siedo. Ognuna guarda avanti, senza incrociare lo sguardo dell’altra.

Titolo dato alla scultura: Oscillo tra alti e bassi, forse per non incontrare il tuo sguardo, ma, in cerca di un equilibrio, rimango agganciata e, con la fiducia che fa da perno, sarà possibile guardarmi e guardarsi.

Nella seduta successiva Arianna mi dice che l’immagine che aveva avuto della nostra relazione era quella di una sorta di braccio, con alle estremità due specchi centrali contornati da specchietti più piccoli che, come un bilanciere, oscilla ora da una parte ora dall’altra. Nelle sedute precedenti la richiesta della scultura, Arianna non riusciva a parlare di sé, a definirsi in qualche modo, dicendomi “se mi guardo allo specchio non vedo niente”: l’immagine che ha successivamente avuto della nostra relazione sembra proprio legata a questo. Ha bisogno di stare davanti a un altro che le faccia da specchio e le rimandi l’immagine di sé e delle sue parti scisse e frammentate (gli specchietti più piccoli), ma ne ha anche paura e cerca, così, di evitarne lo sguardo. La fiducia, tuttavia, farà da perno centrale e, con il tempo, porterà in maniera stabile le due estremità sullo stesso piano, con la possibilità di rispecchiarsi: è naturale pensare ad un’analogia tra il rispecchiamento madre/bambino e quello terapeuta/paziente. Presumibilmente anche in terapia si verifica la stessa sequenza interattiva. “Il terapeuta non rispecchia letteralmente gli stati mentali del paziente ma dà risposte empatiche congruenti che permettono a questi di trovare se stesso e nel contempo lo facilitano a riflettere e a trasformare l’esperienza” [5]. La risposta sintonizzata al paziente rinforza la sua sensazione di essere in connessione con l’altro, dandogli la possibilità di chiarire e articolare meglio i propri sentimenti, rafforzando il senso di sé. Il paziente può osservare i propri stati mentali, il loro contenimento e fare l’esperienza di modulazione proprio nella risposta del terapeuta, imparando a scoprire se stesso nella mente dell’altro [5].
Nelle sedute successive, raccolti i vissuti e le riflessioni di Arianna, è stato possibile restituirle questo bisogno di rispecchiamento e di ricomporre tutti i pezzetti in un’immagine integrata di sé. Il lavoro terapeutico è così proseguito sulla costruzione dell’identità della paziente, tenendo come base e sfondo quella stecca con al centro il perno della fiducia.

Questa la scultura del Futuro di Arianna alla fine del processo terapeutico:
Scultura del Futuro
Arianna è in piedi, braccia lungo i fianchi, guarda avanti. Mi posiziona di fianco a sé, in piedi, la mia mano sinistra dietro la sua spalla destra, guardo nella stessa direzione.
Movimento: Arianna porta il braccio e la gamba destra in avanti; a me chiede di rimanere nella stessa posizione di prima, ma togliendo la mia mano da dietro la sua spalla, lasciando le braccia lungo i fianchi.

Il titolo dato alla scultura: Fianco a fianco, non importa più guardarsi, mi fido di me, basta solo un piccolo incoraggiamento e posso andare avanti.

Arianna con molta fatica è riuscita a integrare le sue parti frammentate. Nella scultura del Futuro rappresenta la capacità, ora, di “esserci”, indipendentemente dallo sguardo dell’altro, e di fidarsi di sé, anche se forse ha bisogno, ancora, di un poco di approvazione e incoraggiamento per andare avanti da sola.
CONCLUSIONI
La scultura della relazione terapeutica in terapia individuale può essere uno strumento utile per sbloccare una fase di stallo, un’impasse nel percorso terapeutico che non permette di accedere a livelli più profondi della narrazione e delle emozioni del cliente. Creando un forte coinvolgimento emotivo la scultura aiuta a mettere in discussione la realtà banale dominante presentata in terapia, favorendo la costruzione di una storia alternativa [14]. Può rivelarsi preziosa dove vi è una resistenza al cambiamento dovuta non solo ad una difficoltà del paziente ad accedere ad aspetti di sé sommersi, rimanendo ancorato e fedele al “vecchio” e ai miti familiari, ma anche ad una difficoltà nella relazione stessa con il terapeuta. Può offrire al paziente nuove rappresentazioni di sé e di sé nella relazione e, al terapeuta, un’opportunità per lavorare sul processo terapeutico e sulla relazione stessa, rimanendo nel qui ed ora della seduta.
È indispensabile, tuttavia, tener presente che la scultura in terapia individuale è stata utilizzata con pazienti con disturbi psicosomatici per dare un significato relazionale ai sintomi corporei presentati, in sintonia con il loro stesso linguaggio analogico. Non è stata pensata per situazioni ad alta emotività come quelle, per esempio, che possono proporre pazienti con regressione borderline o con tratti isterici significativi, che metterebbero a dura prova il terapeuta nel farsi plasmare come una statua di cera ed esporrebbero al rischio di un impatto emotivo troppo forte la relazione stessa. Non sarebbe neanche utile (pensiamo, per esempio, alle fasi di attaccamento simbiotico o di separatezza ostile del border) dal momento che, in questi casi, l’intensità non ha bisogno di incoraggiamento e le emozioni, anche troppo “messe in scena”, non necessitano di essere rappresentate ma, piuttosto, elaborate ad un livello cognitivo-razionale e contenute nella stessa conversazione terapeutica, prediligendo il canale verbale. Ugualmente, la scultura della relazione terapeutica non si presta per situazioni psicotiche, dove il confine interpersonale non è abbastanza definito, l’Io è diffuso e non è possibile lavorare sull’implicito ma, al contrario, è importante comunicare con modalità esplicite. Con pazienti suscettibili di disorganizzazione psicotica e privi di un senso basilare di sicurezza nel mondo, una tecnica come la scultura della relazione che lascia spazio alle interpretazioni creerebbe terrore. Può, invece, trovare applicazione utile nel disturbo di attacco di panico, nel disturbo ossessivo-compulsivo, in alcuni casi di disturbo del comportamento alimentare e con pazienti con depressione, laddove, però, in questi ultimi, non vi sia un eccessivo ripiegamento su di sé o una forte ricerca dell’approvazione del terapeuta per la paura di non essere amato e il terrore del rifiuto.
Tuttavia, non vi può essere, in questo lavoro, la pretesa di dare un’indicazione assoluta, dal momento che in ogni caso è la relazione stessa che determina i significati della tecnica essendo essi specifici di ogni singolo paziente e della fase del processo terapeutico. In linea generale, è necessario che il paziente sia entrato in relazione con il terapeuta, che abbia un Io sufficientemente strutturato in grado di riconoscere un Tu e una capacità autoriflessiva di base.
Ci vuole, comunque, un po’ di audacia nel proporre la scultura individuale e il voler stare dentro la terapia mettendoci tutti noi stessi, facendone esperienza autentica, viva, creativa. Come scrive Matteo Selvini rileggendo Mara Selvini Palazzoli, l’intensità in terapia, l’intensità dell’alleanza terapeutica si basa sul fatto che «davvero il terapeuta è disposto a mettersi in gioco come persona, seppur senza mai rinunciare ad essere un tecnico ed un esperto». Certamente, è necessario padroneggiare il difficile equilibrio tra stare dentro la relazione con il paziente e stare fuori, in una posizione meta; ma anche l’equilibrio del terapeuta stesso di essere dentro, in contatto con se stesso, le proprie emozioni, ed insieme essere fuori come oggetto [19].
BIBLIOGRAFIA
 1. Bianciardi M. Centralità della relazione terapeutica in terapia sistemica individuale. Connessioni 2008; 20: 157-72.
 2. Stern DN. Il momento presente. Milano: Raffaello Cortina, 2005.
 3. Stern DN. L’implicito e l’esplicito in psicoterapia. In: Spagnolo Lobb M (a cura di). Atti del convegno FIAP. Milano: Franco Angeli, 2006.
 4. Onnis L. La dimensione sistemica dell’intersoggettività nella psicoterapia sistemico-relazionale. Ecologia della mente 2014; 1: 4-15.
 5. Gallese V, Migone P, Eagle MN. La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e Scienze Umane 2006; 3: 543-80.
 6. Boscolo L, Bertrando P. Terapia sistemica individuale. Milano: Raffaello Cortina, 1996.
 7. Gallese V. La molteplice natura delle relazioni interpersonali: la ricerca di un comune meccanismo neurofisiologico. Networks 2003; 1: 24-47.
 8. Bertrando P. Il discorso del terzo. Tecniche di terapia sistemica individuale e di analisi del transfert. Connessioni 2004; 15: 67-85.
 9. Onnis L. Il tempo sospeso: anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società. Milano: Franco Angeli, 2004.
10. Onnis L, Di Gennaro A, Cespa G, et al. Le sculture del presente e del futuro: un modello di lavoro terapeutico nelle situazioni psicosomatiche. Ecologia della mente 1990; 10: 21-46.
11. Onnis L. Il linguaggio delle emozioni: Virginia Satir e la sua concezione della terapia. Terapia familiare 2002; 68: 52-60.
12. Manfrida G. La narrazione psicoterapeutica. Milano: Franco Angeli, 1998.
13. Berger P, Luckmann T (1966). The social construction of reality. New York: Doubleday. Trad. it. La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino, 1969.
14. Manfrida G, et al. Due titoli, una storia: La “scultura narrante” ultrabreve per la costruzione di alternative in terapia di coppia. Ecologia della mente 2014; 1: 17-37.
15. Cancrini L, La Rosa C. Il Vaso di Pandora. Roma: Carocci Editore, 2001.
16. Minuchin S. Famiglie psicosomatiche. Roma: Astrolabio Edizioni, 1980.
17. Onnis L et al. Il mito familiare: concetti teorici e implicazioni terapeutiche. Ecologia della mente 1994; 2: 95-112.
18. Onnis L et al. La narrazione analogica. L’uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica. Psicobiettivo 1990; 16: 17-35.
19. Selvini M. Un terapeuta sistemico cacciatore e allevatore. Psicobiettivo 2010; 30: 59-69.