Adozioni special needs: alcune considerazioni sulle percezioni dei genitori

Massimo Barbieri1, Chiara Benini1



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. L’Italia si caratterizza per l’elevato numero di minori adottati definiti special needs. Il termine indica situazioni di particolare problematicità, per le quali sono riportati tassi di fallimento frequenti, tra 10% e 20%. Come psicologi di un Ente autorizzato per le adozioni internazionali, riscontriamo nel nostro operato incidenze assai inferiori di insuccessi (2%). Pertanto, abbiamo pensato di svolgere un’indagine sull’andamento adottivo, predisponendo un questionario che è stato compilato da genitori di cui abbiamo curato l’adozione – 28 famiglie, per un totale di 38 figli dai 6 ai 16 anni – interessati a verificare una serie di dimensioni sensibili. Dai dati emerge: un funzionamento familiare complessivo soddisfacente, una relazionalità interpersonale contraddistinta da preminente stabilità e inserimento riuscito, una generale percezione di adeguatezza e responsabilità dei figli verso la scuola; nonché, nell’adattamento quotidiano, una discreta capacità di autonomia nell’uso della lingua e della motricità, così come nella sfera della corporeità e nella gestione delle proprie cose. L’attenzione dell’approccio sistemico ai contesti dei rapporti sociali, alle fasi di ciclo vitale e al modo di porsi degli adulti coinvolti nell’adozione – nel nostro lavoro sin dalla preparazione delle coppie aspiranti – risulta decisivo nel processo di riparazione delle sofferenze e nella prevenzione di patologie e disturbi di personalità legati a traumi e abbandoni subiti nella prima infanzia, incidendo significativamente sulla riuscita affettiva.

Parole chiave. Adozione internazionale, ente autorizzato, bisogni speciali.


Summary. Special needs adoptions: parents’ percipiences remarks.
Italy is marked by high number of adopted children defined “special needs”. The term suggests particular complexity situations, showing frequent rates of failure, between 10% and 20%. As agency’s of international adoption psychologists, we find in our work very minor failure’s incidence (2%). Therefore we decided to monitor the adoptive proceeding, arranging a questionnaire which has been filled by parents we helped during their adoptive path – 28 families, having 38 children, between 6 and 16 years old – interested to verify a set of sensible items. Data shows overall satisfactory family behavior, interpersonal relationships characterized by stability and successful integration, general perception of parents in relation to the adequacy and responsibilities of children towards the school and, in the daily adaptation, a fairly good autonomy in the use of language and motor skills, as well as in the sphere of corporeality and the management of their things. The systemic approach’s attention to the background of social relationships, to the life span and the behaviour of adults involved in adoption – in our work since preparation of future adoptive couples – results crucial in repairing the suffering and preventing diseases and personality disorders related to trauma and abandonment suffered in early childhood, affecting the emotional outcome.

Key words. International adoption, adoption agency, special needs.


Resumen. Adopciones special needs: algunas consideraciones sobre las percepciones de los padres.
Italia se caracteriza por el elevado número de menores adoptados definidos special needs. El término indica situaciones de especial problemática, para los cuales se citan tasas de fracaso con frecuencia, entre 10% y 20%. Como psicólogos de un organismo autorizado para las adopciones internacionales, encontramos en nuestra labor incidencias muy inferiores de fracasos (2%). Por lo tanto hemos decidido desarrollar una investigación sobre el curso adoptivo, predisponiendo un cuestionario que ha sido rellenado por padres de los cuales hemos cuidado la adopción – 28 familias de 38 niños, de entre 6 y 16 años – y interesados en probar una serie de dimensiones sensible. Los datos muestran un funcionamiento familiar global satisfactorio, relaciones interpersonales que se caracterizan por preeminente estabilidad e integración exitosa, una general percepción de conformidad y responsabilidad de los hijos frente a la escuela y, en la adaptación diaria, una discreta capacidad de autonomía en el empleo de la lengua y de la motricidad, así como en el ámbito de la corporeidad y de la gestión de sus cosas. La atención de la orientación sistémica a los contextos de las relaciones sociales, a las etapas del ciclo de vida y a la actitud de los adultos involucrados en la adopción – en nuestro trabajo desde la preparación de las parejas aspirantes – es decisivo en el proceso de reparación del sufrimiento y prevención de patologías y trastornos de la personalidad relacionados con los traumas y el abandono sufrido en la primera infancia, impactando significativamente en el éxito afectivo.

Palabras clave. Adopción internacional, entidad colaboradora, special needs.
INTRODUZIONE
L’adozione è una realtà sociale ormai molto diffusa nel nostro Paese che è secondo solo agli Stati Uniti per numero assoluto di adozioni nel mondo (a fronte di una popolazione assai inferiore) ed ha un’elevata capacità di accoglienza di bambini con caratteristiche definite special needs – sempre più frequenti e forse destinati a divenire la totalità. Per la convenzione dell’Aja, criteri d’inserimento nella categoria sono le età di adozione e scolare, la fratria, i problemi sanitari; inoltre, i vari Paesi definiscono special needs anche i problemi di condotta, i vissuti di traumi specifici e cumulati, l’appartenere a razze minoritarie discriminate.
Tali tratti sono visti da sempre quali ulteriori fattori di rischio per il successo adottivo. Le ricerche italiane [1] e straniere [2] sui fallimenti adottivi riportano tassi tra il 10% e il 20% per le adozioni special needs, a seconda di cosa viene reputato fallimento adottivo. Da un punto di vista umano e relazionale definiamo il fallimento adottivo come la constatazione di irrimediabilità di un legame di attaccamento (secondario) non avvenuto. Il minore, già segnato dall’abbandono (primario) dei genitori naturali, riceve confermata la sua sfiducia nei rapporti umani dall’effrazione con i nuovi genitori “sociali” o di accoglienza, i quali pure ne escono feriti con sensi di colpa. Nel dibattito attuale per stabilire i fallimenti adottivi, la posizione prevalente assume come criteri prioritari il disadattamento del figlio adottato adulto in termini di relazioni sociali e affettive, la presenza di sintomi psicopatologici e comportamenti devianti.
Ne sono coscienti gli operatori dell’adozione, lo sono con gradi diversi di consapevolezza i postulanti genitori e pure i bambini, soprattutto se già hanno sperimentato precedenti tentativi di collocamento segnati da insuccesso.
L’Ente per cui lavoriamo opera sin dalla sua nascita (nel 1999) soprattutto con Paesi dell’America Latina, dove l’adozione quasi sempre rientra nella classificazione special needs per età o numero dei minori adottabili, offrendo quindi occasione di osservazione privilegiata di tali situazioni. Nella nostra esperienza specifica, il tasso di fallimenti risulta assai meno elevato (2%), plausibilmente in ragione dell’articolazione relazionale e dell’impostazione sistemica del lavoro, nei vari passaggi che vanno dalla preparazione delle coppie all’inserimento familiare dei bambini [3], e con la positiva influenza del lavoro di preparazione all’adozione dei bambini che avviene in molti dei Paesi con i quali operiamo. Sarebbe interessante verificare l’impatto protettivo di questo nostro tipo di lavoro in adozioni in cui i minori non siano stati aiutati a comprendere l’adozione che li aspetta - e confrontati con risultati di altri Enti. Al momento i numeri di queste adozioni non permettono ancora una riflessione in merito.
Nel presente lavoro esponiamo dati e considerazioni concernenti alcuni esiti del processo di integrazione del figlio con la coppia adottante e la metodologia seguita.
PROCEDURA
Per meglio verificare l’andamento del collocamento familiare e la formazione del nuovo nucleo, abbiamo inviato ai neo-genitori un questionario, preceduto dal seguente invito:
«Con questa e-mail chiediamo la vs. collaborazione per una ns. iniziativa finalizzata alla conoscenza del processo d’inserimento dei figli nella vs. famiglia. Se intendete collaborare rispondete a questo messaggio che siete disponibili, così vi invieremo un questionario da compilare, uno per ogni figlio, su aspetti essenziali della sua attuale condizione di salute fisica ed esistenza personale/relazionale. Vi siamo grati se acconsentite a fornirci queste informazioni, che ci aiuteranno a valutare/rielaborare il ns. lavoro per migliorarlo. Tale è il ns. scopo e il proposito dell’indagine. Cordialmente. L’Ente Fondazione Patrizia Nidoli».

Tale modalità di procedere è stata determinata dalla volontà di non essere invasivi e limitare al minimo possibili distorsioni indotte dall’impressione di pressioni da parte dell’Ente. Nell’impossibilità di una valutazione più oggettiva delle dimensioni esplorate, abbiamo scelto di far compilare i questionari ai genitori, poiché dalla loro percezione soggettiva spesso partono richieste di aiuto: sostegni sociali, educativi o scolastici, presa in carico psicoterapeutica, misure (provvisorie o non) di collocamento del minore in strutture extrafamiliari. Pertanto il quadro ottenuto è delineato dalla prospettiva dei genitori. Tuttavia, la narrazione che l’adulto fa della sua situazione familiare, del procedere dell’adozione, dei rapporti con coniuge e figli costituisce una visione della realtà parentale che andrà probabilmente consolidandosi, in base alle aspettative che ne derivano, ai sacrifici ritenuti necessari e alla percezione della loro utilità, al grado di soddisfazione o meno della scelta adottiva fatta. Abbiamo quindi ritenuto interessante osservare l’andamento delle dimensioni sensibili della riuscita adottiva e dello sviluppo del processo di crescita, sia riguardo al funzionamento individuale del figlio che a quello complessivo familiare, proponendo il questionario riportato in Allegato.
Abbiamo scelto di inviare l’invito alle famiglie di cui avessimo ancora i recapiti e la cui adozione rientrasse nelle categorie special needs e fosse non più recente di 6 mesi e non più vecchia di 7 anni. Il primo criterio temporale deriva dalla constatazione che prima di 6 mesi la famiglia non ha ancora “preso il ritmo”, tutto è nuovo e in mutamento per cui non ne emergerebbe una valutazione chiara. Il limite superiore deriva dal fatto che le adozioni ancora più datate risalgono ai primi anni della nuova legge italiana (n. 476/1998) e, di conseguenza, ad una fase ancora “artigianale” e sperimentale di lavoro dei servizi e dell’ente stesso.
STRUMENTI
Oltre ai colloqui, abbiamo ritenuto utile chiedere un self report da parte dei genitori su alcuni temi che, per esperienza o dalla letteratura, abbiamo ritenuto interessanti da impiegare. Abbiamo quindi domandato ai genitori partecipanti di compilare congiuntamente il questionario (Allegato).
il campione
Hanno partecipato alla ricerca 28 famiglie con 38 questionari: 26 adozioni (92,9%) rientravano nella categoria Special Needs per l’età del bambino o per l’adozione di una fratria. Non erano presenti seconde adozioni, ma in 3 famiglie erano presenti uno o più figli biologici. L’adozione è avvenuta in media da 2 anni e 3 mesi (da 7 mesi a 7 anni e 1 mese).
Delle 50 coppie di genitori che abbiamo contattato, hanno risposto 28 (56%). Da loro abbiamo raccolto un totale di 38 questionari compilati (Figura 1), riguardanti 19 figli unici (67,9%), 8 coppie di fratelli e una terna; complessivamente 24 maschi e 14 femmine, di età media di 10 anni e 2 mesi (min. 6 anni e 4 mesi, max 16 anni). In 3 di queste famiglie adottive sono inoltre presenti 5 figli biologici, dei quali 3 conviventi e 2 adulti non conviventi; non è presente alcun figlio di precedente adozione. Dall’arrivo in Italia sono trascorsi in media 2 anni e 3 mesi (min. 7 mesi, max 7 anni e 1 mese).



Riguardo alla salute fisica, è emerso che con l’arrivo in Italia venivano somministrate terapie mediche a 8 minori (21,1%), 30 non erano soggetti ad alcun trattamento (78,9%).
Dall’indagine svolta dalla Commissione Adozioni Internazionali, rispetto alle giustificazioni dell’allontanamento dal contesto familiare di minori adottati nel nostro Paese, le frequenze più alte si registrano in merito a motivazioni connesse a difficoltà di relazione, conflittualità con la famiglia, inadeguatezza e incapacità della coppia, mentre si rilevano frequenze più basse per abuso, aggressività del minore, abbandono e maltrattamenti [1]. Riteniamo pertanto importante lavorare per promuovere rapporti familiari positivi come motore di resilienza rispetto alle difficoltà che le famiglie adottive incontrano.
Analogamente, in una ricerca sull’analisi dei fallimenti adottivi, si evidenzia come i rapporti familiari siano pressoché invariabilmente caratterizzati da forte conflittualità, spesso incentrata sul tema del rispetto delle regole imposte dai genitori, che si manifesta in modo assai intenso e a volte anche violento tra il figlio e uno o ambedue i genitori [4]. Per questi motivi abbiamo deciso di dare spazio alle percezioni dei genitori, approfondendo anche quelle dei loro rapporti familiari e coniugali.
Vediamo quindi il funzionamento familiare descritto dai partecipanti alla nostra indagine.
RAPPORTI FAMILIARI E CAMBIAMENTI NELLA VITA DEI GENITORI
I rapporti familiari in generale sono ritenuti in 35 casi positivi (92,1%), in nessun caso negativi, in 3 casi “misti” (7,9%). Osservando singolarmente il rapporto con padre e madre, queste relazioni risultano perlopiù equilibrate rispettivamente nel 78,9% e 73,6% dei casi, conflittuali 13,2% per i padri e 15,8% per le madri, di dipendenza nel 7,9% per i padri e 10,5% per le madri. È interessante che emerga una sostanziale eguaglianza nel rapporto con ambedue i genitori, il che non è affatto scontato verificandosi nell’adozione sovente un legame privilegiato e a volte esclusivo con uno dei due, cosa accettabile all’inizio, ma se non si bilancia rischia di minare l’adozione e pure il rapporto di coppia (Figura 2).
Analizzando i rapporti interni alle fratrie, vanno premesse alcune considerazioni. La fratria trasforma la complessità che la coppia genitoriale deve gestire: nella famiglia biologica essa tende a essere vantaggiosa per la crescita dei figli e, se coi giusti requisiti, può configurarsi tale anche nella famiglia “sociale” adottiva con figli senza legame di sangue. Nel nostro campione, composto da 22 fratelli (infatti, oltre ai 19 adottivi si tiene conto di adozioni di singoli bambini in famiglie in cui siano già presenti figli biologici), osserviamo che in 14 casi c’è alleanza (63,6%), in 8 c’è rivalità (36,4%), in nessuno c’è distacco. Si nota qui una sostanziale presenza di rapporti di complicità, riferibile plausibilmente all’esperienza di abbandono e di vita in istituto, dove la mutualità del sostegno diventa fondamentale risorsa di resilienza.



Riguardo ai mutamenti nella vita di coppia, su un totale di 28 risposte, essi sono riportati in 13 casi come positivi (46,4%), in 9 “misti” (32,1%), in nessuno negativi e in 6 assenti (21,4%). I mutamenti nell’attività lavorativa, invece, sono giudicati ben in 15 casi assenti (53,6%), in 4 casi positivi (14,3%), in 8 “misti” (28,6%) e soltanto in un caso negativi (3,6%) (Figura 3).
Trattamenti psicologici di membri familiari sono riportati in 4 casi (14,3%). Consideriamo questa come una “informazione-spia”, sulla quale abbiamo preferito non chiedere ulteriori notizie in un contesto di questionario. Si tratta di un sensore che indica che la famiglia sta affrontando determinati temi e problemi attraverso la presa in carico e il sostegno da parte di figure professionali, lavorando secondo modalità consulenziali o terapeutiche.



FUNZIONAMENTO DEL BAMBINO
L’igiene e la cura personali sono giudicate buone in 26 casi (68,4%) e “parziali” in 12 casi (31,6%). Inoltre, 22 casi hanno una buona organizzazione e orientamento nelle proprie cose (57,8%), mentre 14 sono ritenuti averla parziale (42,3%). In nessuna di queste abilità viene rilevato un giudizio negativo. Questi aspetti sono importanti perché i bambini cresciuti nello spazio-tempo quasi immobile dell’istituto, dove spesso anche il concetto di proprietà è labile, non acquisiscono con facilità le capacità organizzative di base, sia mentali sia pratiche, con ripercussioni negative in vari settori di vita. Sarebbe interessante verificare questo parametro come anche i due successivi rispetto alla provenienza geografica e alla tipologia di istituzionalizzazione. Ad esempio, riguardo alla motricità, nel nostro campione 31 sono percepiti muoversi in modo coordinato (81,5%), 6 presentano una motricità “mista” (15,8%), soltanto 1 è ritenuto goffo (2,6%): si può congetturare uno svantaggio “territoriale” e contestuale per bambini provenienti da territori freddi, o da istituti in cui le attività motorie siano limitate.
In merito alle competenze comunicative e linguistiche, 8 manifestano un linguaggio evoluto (21,4%), 24 si esprimono in modo adeguato (63,1%) e solo 6 presentano un linguaggio carente (15,8%). I risultati relativi al linguaggio incidono inevitabilmente sulla valutazione scolastica, sebbene qui molteplici fattori si intersechino: il rapporto coi compagni, con l’insegnante e con l’istituzione scuola, il tema dei compiti a casa, il livello scolare, nonché le capacità di astrarre e generalizzare che in questi bambini sono in ritardo per carenza di stimolazioni variate e di sicurezza affettiva (Figura 4).



Estendendosi il mondo del bambino adottato col passare del tempo sempre più anche fuori casa, a scuola come nell’intorno sociale, il rapporto coi pari, che si gioca nella sfera della corporeità, delle dinamiche prestazionali e conseguenti vissuti sul proprio valore, diviene essenziale per la scoperta e conferma di proprie doti e pregi così come di limiti e incapacità. La teoria dell’identità sociale di Tajfel [5] evidenzia il legame tra identità e autostima: è attraverso l’appartenenza ad un gruppo, a più gruppi e alla valutazione sociale di tale appartenenza che si dà o nega valore a se stessi come individui, col rischio di un progressivo ritiro sociale o un’omologazione passiva a richieste esterne. Per questo è utile valutare le criticità legate alla poca fiducia in se stessi, alla intolleranza di frustrazione, ai problemi scolastici, all’imminente pubertà e adolescenza; con tutto ciò che queste tematiche, nel loro intrinseco intersecarsi, comportano. Le modalità relazionali e i risultati che producono in termini di integrazione sociale, vicinanza affettiva, ecc., sono pertanto descrittori significativi sia dell’andamento adottivo, sia della necessità o meno di intervenire a livello psicologico sulla situazione.
Così, nell’area del funzionamento interpersonale con i coetanei emerge che 31 hanno amicizie stabili (81,5%), 6 instabili (15,8%), 1 è percepito dai genitori isolato; 14 hanno rapporti sentimentali (36,8%), 18 non li hanno (47,3%), di 6 i genitori non sono in grado di saperlo (15,8%).
la scuola
Nessuno lavora, tutti sono studenti. Il rendimento scolastico è un altro indicatore importante di adattamento. Se eventuali problematiche iniziali sono risolvibili più o meno rapidamente attraverso percorsi di recupero didattico e linguistico – non sempre “indolore” per i genitori, innescando a volte spossanti braccio di ferro e conseguente frustrazione sia del bambino sia del genitore che lo segue nei compiti –, in una fase successiva difficoltà insorte nell’apprendimento o nella condotta a scuola possono fornire un importante campanello d’allarme per forme di disagio prettamente psicologico e interpersonale. Infatti, l’apprendimento, sia in età infantile sia, a maggior ragione, in fase adolescenziale, è indissolubilmente legato ad aspetti emotivi, relazionali e identitari che non influiscono soltanto sulla motivazione e sull’impegno, ma anche sul rendimento propriamente cognitivo dell’alunno [6]. Nel campione esaminato, l’adeguatezza-responsabilità è ritenuta buona in 21 casi (55,2%), parziale in 16 casi (42,1%), assente in 1 caso (2,6%); 11 necessitano di sostegno educativo o riabilitativo (28,9%), 27 non necessitano di alcun supporto (71,1%) (Figura 5).



tempo libero
Alcuni figli svolgono più di un’attività ludico-aggregativa (per cui nel calcolo si supera il totale di 38 minori). 31 praticano sport (81,5%), 10 fanno corsi di musica o teatro (26,3%), 3 seguono altre attività culturali (7,9%), 14 frequentano gruppi religiosi (36,8%) (Figura 6).
Sul piano intrapsichico, ma con evidenti ricadute relazionali, il tema della bassa autostima e della difficoltà a trovare equilibrio e stabilità nel rapporto con se stessi e con gli altri si evidenzia negli indicatori inerenti gli aspetti problematici del carattere (anche qui si potevano barrare più voci): 16 presentano impulsività (42,1%), 15 insicurezza (39,5%), 14 sfida (36,8%), 13 incostanza (34,2%), 11 perfezionismo (28,9%), 8 irritabilità (21,4%), 6 caoticità (15,8%), 6 indecisione (15,8%), 1 apatia (2,6%). Si tratta di un quadro, comunque, non molto dissimile da quello inerente preadolescenti e adolescenti non adottivi, come riportato anche in letteratura: nello studio di Van Ijzendoorn e Juffer [7], che hanno esaminato 265 studi realizzati in diversi Paesi sull’andamento delle adozioni, relativi a 30.000 soggetti adottati e 155.000 non adottati considerati come gruppo di controllo, non vi sono che piccole differenze tra minori adottati e non, in termini di problemi comportamentali e sintomi esternalizzanti e internalizzanti (Figura 7).
Altro aspetto interessante riguarda l’indicatore dei ricordi delle origini. Quelli della famiglia biologica raramente sono netti: infatti, sono percepiti solo in 3 casi come positivi (7,9%) e in 4 come negativi (10,5%), a fronte di 16 che riportano ricordi “misti” (42,1%), mentre in 15 non c’è memoria precedente all’abbandono (39,5%). Analogo, anche se numericamente meno interpretabile, il dato sui ricordi delle famiglie affidatarie, percepiti in 3 casi positivi (7,9%), in 2 negativi (5,3%), in 9 “misti” (23,7%), in 24 non risultano ricordi o non c’è stato affidamento (63,1%). Una differenza è, invece, marcata dal periodo in istituto (spesso più di uno): i ricordi di questo tempo risultano positivi in 18 casi (47,3%), in 2 negativi (5,3%), in 14 “misti” (36,8%), in 4 non c’è memoria o mancano esperienze di istituzionalizzazione (10,5%) (Figura 8).






CONSIDERAZIONI
L’Italia è seconda nel mondo per numero di adozioni e si distingue per la capacità di accogliere minori con “bisogni speciali”, divenuti assai frequenti nell’adozione internazionale. Il dibattito sui parametri da utilizzare per classificare i fallimenti adottivi è tuttora in corso. La posizione prevalente assume come criteri principali l’adattamento del figlio adulto in termini di relazioni sociali e affettive e la presenza di sintomi psicopatologici e comportamenti devianti.
L’adozione evidenzia la duttilità dello sviluppo infantile con l’occasione del bambino di innestarsi in una famiglia accogliente. A livello culturale sta avvenendo una transizione nel concepire l’adozione, passando dal paradigma “patogenico” in cui è intesa come fattore di rischio, a quello “resiliente” di fattore tutelare e fenomeno sociale per assicurare al minore che ne è privo risorse adeguate, che gli consentano di recuperare svantaggi nella crescita fisica, nell’attaccamento, nel successo scolastico. Il legame filiale-genitoriale viene riconosciuto come risorsa primaria, il rapporto costruito nel contesto familiare è il principale fattore protettivo.
Vi sono più affinità che difformità tra famiglie adottive e non, e le diversità risultano a vantaggio delle prime, per un investimento materiale e psicologico aggiuntivo richiesto nell’adozione. Infatti, Brodzinsky [8] riporta buoni livelli di soddisfazione nella genitorialità e filiazione adottive. Il genitore adottivo, dotato di risorse e motivazioni, investe di più nei figli a livello materiale, affettivo e culturale per gli ostacoli insiti nell’adozione, fornendo un contesto educativo stabile di accudimento e cura; egli è portato a mantenere una prospettiva positiva sul proprio figlio, ma è anche orientato a riferire più aspetti problematici rispetto al genitore biologico. Rosnati [9], confrontando la letteratura internazionale riguardante ricerche effettuate nel corso di varie decadi e su campioni numerosi, indica più difficoltà comportamentali nelle adozioni nazionali che in quelle interetniche, e ancor più per i minori che restano in istituto e comunità ( past peers); e riporta rispetto a compagni di classe e coetanei una riuscita scolastica degli adottati di poco inferiore e stabile crescendo di età, benché lo sviluppo cognitivo sia normale e non ci siano differenze di QI. L’ipotesi, da noi condivisa, è che aver vissuto nei primi periodi dello sviluppo in contesti materiali e relazionali insufficienti [10] sia di ostacolo al riuscire a sfruttare e avvalersi delle condizioni favorevoli di apprendimento e formazione offerte dall’attuale ambiente sociale adottivo. La nostra indagine indica che circa un terzo degli adottati necessita di qualcuno che dia aiuto diretto a scuola o nello svolgimento dei compiti a casa e, in alcuni casi, di supporto specifico, come ad esempio logopedia. Vi è comunque una generale percezione dei genitori di adeguatezza e responsabilità dei figli nei confronti della scuola e, nell’adattamento quotidiano, di una discreta capacità di autonomia nell’uso della lingua e della motricità, così come nella sfera della corporeità e nella gestione delle proprie cose.
Sempre Rosnati [9] riporta anche un legame di coppia più appagante, più sostegno reciproco, dialogo e minore tensione per l’allevamento del figlio, riscontrando una buona qualità del rapporto in termini di soddisfazione coniugale e accordo nell’accudimento filiale. Questo sia per virtù proprie dei neogenitori, sia perché il percorso formativo dell’adozione li attrezza per impegnarsi nel delicato processo di costituire un vincolo di attaccamento denso e saldo con un figlio di altra etnia, cultura e lingua. Le coppie adottive sentono anche di poter contare su più appoggio e vicinanza da parte di parenti e amici. I nostri dati, dai quali emerge la percezione di un funzionamento familiare in prevalenza positivo, concordano con tale ricerca.
Nel suo mondo relazionale, l’adottato sente il coinvolgimento in una duplice appartenenza, con un rapporto di conflitto/lealtà tra due poli: la famiglia adottiva e il nucleo d’origine naturale presente nel piano simbolico (similmente a quanto avviene nella famiglia ricostituita dopo una vedovanza), ma anche concreto per quanto assimilato nella propria stirpe di provenienza (analogamente al migrante, i cui problemi d’adattamento alla nuova cultura incidono nel suo sviluppo identitario). Nella genitorialità biologica, i dati di partenza sono la somiglianza, l’appartenenza, la continuità; mentre in quella adottiva sono la differenza, la separazione, la discontinuità, e il riconoscimento reciproco avviene partendo dall’accoglienza e dall’apprezzamento della diversità e della storia, assicurando al minore quell’ambiente di crescita idoneo che gli è mancato. Il legame adottivo è un equilibrio mai scontato tra somiglianza-appartenenza e differenza-frammentarietà: costruirlo impegna ad integrare ciò che è separato e diverso. Affinché l’inserimento del minore nella famiglia accogliente si radichi, occorre che genitori e figli sentano di appartenere a questa nuova formazione. Come indica Cirillo [11], appartenere è condizione per diventare un essere umano; e cita Neuburger in Le mythe familial [12], che parla dell’adozione come di un “innesto mitico”, inteso come trapiantare una parte viva in un’altra così che attecchisca. Collegandoci a questo concetto, un elemento che riscontriamo sono gli esigui ricordi positivi e negativi della famiglia di origine, contrapposti alla loro predominante mescolanza o assenza, riconducibile a meccanismi protettivi basati sulla rimozione di quella infelice esperienza. E riguardo al legame con i nuovi genitori adottivi, i tratti della reattività emotiva notati e riportati come aspetti problematici del carattere non si diversificano da quelli peculiari dell’età, della giovane personalità in fase di individuazione, sebbene con manifestazioni spesso più estreme. Nel nostro caso, l’arco di vita degli adottati va dalla seconda infanzia all’adolescenza, fasi coincidenti con gli anni della scuola dell’obbligo, e il campo di esistenza di tali condotte e reazioni esprime un dominio di fattori intersecati, tra cui: adattamenti all’inserimento familiare, conflitti generazionali adolescenziali, svantaggi scolastici per divari linguistici e culturali dovuti a diversità di ambienti geografici di provenienza – quest’ultimo ricorda tematizzazioni sviluppate in Bambini diversi a scuola [13], testo “storico” e pionieristico, ma di impronta attuale.
Nell’adozione interetnica, l’adottato tende a identificarsi sia con la cultura d’inserimento sia con il gruppo etnico di derivazione, sviluppando un’identità “mista” attraverso una sintesi e un mix di tali inerenze [14] e interpretando vari “stili di vita” [15]. Questa integrazione dipende molto da un’operazione di socializzazione culturale, cioè da come i genitori putativi sanno mantenere presente la cultura d’origine. Nel contesto di un rapporto genitoriale consistente e di un’appartenenza familiare solida, favorire conoscenza e contatto con il background di provenienza incide positivamente sullo stabilizzare una propria identità interrazziale, e questa sull’adattamento e benessere dell’adolescente, su un’idea di sé e un’organizzazione personale integrata e coerente – in questo modo preservando anche emblematicamente il suo patrimonio genealogico. Riscontriamo nei nostri adottati, nei contesti sociali delle amicizie e della partecipazione ad attività nel tempo libero con i pari, una relazionalità interpersonale caratterizzata da preminente stabilità e inserimento riuscito.
Infine, in linea con il fatto dell’adozione come realtà sociale e pubblica, come Ente autorizzato facciamo parte della “famiglia estesa dell’adozione”, il sistema allargato della comunità adottiva. Pertanto, ci poniamo in rete con associazioni familiari (nello specifico, famiglie per l’accoglienza), scuola, servizi pubblici e di privato sociale, nell’offerta di assistenza e interventi (formazione, consulenza, terapia, avvocatura) che favoriscano e sostengano il delicato processo di costituzione di questo tipo di famiglia, senza comune storia biologica e parentalità genetica. È un modo di lavorare psicoterapeutico-sistemico di cura dell’infanzia ferita di cui parla Luigi Cancrini [16], cercando di riparare sofferenze e prevenire patologie e disturbi di personalità legati a traumi e abbandoni subiti nella prima infanzia che, se trascurati nel processo adottivo, danneggerebbero la formazione delle giovani identità in via di costruzione.
In conclusione, considerati complessivamente, questi dati depongono per una valutazione positiva dello stato di salute relazionale delle famiglie adottive che hanno contribuito alla nostra ricerca.



BIBLIOGRAFIA
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