Donna Chisciotta e Sancho Panza: storia d’amore, di morte e di altre follie
Fiammetta Di Paola1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Fiammetta Di Paola la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the history by Fiammetta Di Paola we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Fiammetta Di Paola. Un grupo de autodidactas evalúan la efica­cia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.

PROLOGO
Squilla il telefono... la mia didatta... capisco subito cosa stia per comunicarmi: “Fiammetta, martedì entri in terapia. È una coppia, il resto te lo dirà Manfrida, entri con lui”. Mi trovo nel corridoio di un liceo, i ragazzi che corrono, parlano a voce alta, la campana che suona la fine della lezione, per cui sento la metà di quello che la dr.ssa Tortorelli mi dice! Unica certezza: tra pochi giorni tocca a me e… con Manfrida come supervisore dietro lo specchio. Paura e ansia, una responsabilità alla quale non è possibile sottrarsi. Vorrei richiamare la didatta per capire meglio, per avere maggiori informazioni; inizio a domandarmi perché hanno deciso di fare entrare proprio me, ora e con questa specifica coppia. Un sottile pensiero: qual è la mia caratteristica ritenuta complementare o simmetrica a questa coppia e sulla quale io, evidentemente, dovrei lavorare?
Nei giorni seguenti, il supervisore riferisce al gruppo di training di aver ricevuto una richiesta di terapia da parte di una coppia, Giuseppe e Lucia. L’invio è stato fatto dalla dr.ssa Eisenberg che segue la madre di Lucia con una terapia di sostegno. Dopo un primo momento gratificante, dovuto anche al prestigio dell’inviante, sento il peso di questa situazione particolarmente responsabilizzante. Come ne uscirò?! La coppia è già stata vista dal prof. Manfrida, due volte prima dell’estate, in una situazione quasi di emergenza, fatta di forti litigi che degenerano in violenza fisica. Da questi due incontri è emerso che Lucia ha avuto una designazione fin da piccola per un disturbo di enuresi e problemi di comportamento e che, in famiglia, è stata sempre vista come quella strana e fragile da proteggere. La madre di Lucia è molto presente con la figlia, ma con aspetti di squalifica. È stata lei a “consigliare” alla figlia una terapia e questo mi fa ipotizzare un certo invischiamento della madre con la paziente e l’idea che l’intervento terapeutico sia stato voluto per Lucia “la matta” piuttosto che per una terapia di coppia. Il padre, pastore di origine sarda, è chiuso e introverso, molto rozzo e sempre sporco, ritirato tutto il giorno in montagna ad allevare animali di razza calvana; quando torna a casa fa vergognare la madre, che è una persona semplice ma con aspirazioni di maggiore “civiltà”. Giuseppe, che si presenta come un gigante buono, pensava di aver sposato una “madonnina”, e ora, invece, sono entrambi delusi e, non trovando corrispondenza alle loro aspettative, reagiscono a questo tradimento con profonda rabbia.
A questo punto, il mio obiettivo in prima seduta sarà di riconfermare l’intenzione di entrambi di iniziare una terapia di coppia, capire perché sono qui, perché proprio ora, cosa li fa star male e, infine, formulare un contratto di terapia.
Giuseppe e Lucia hanno incontrato Manfrida e hanno già instaurato una relazione con lui. Ora, arriveranno e troveranno me, terapeuta giovane e inesperta, con la quale dovranno iniziare nuovamente ad aprirsi. Ci vorrà una buona dose di fiducia: da parte loro nei miei confronti, ma anche da parte mia nel fidarmi di me stessa e nell’affidarmi al supervisore nonostante le mie paure. La mattina della prima seduta, mentre mi vesto in completo con giacca, mi sembra di essere come un torero, durante la vestizione, mentre si prepara prima di entrare nell’arena. Cerco di rassicurarmi pensando biecamente che il caso è disperato, per cui se la terapia andrà male non sarà tutta colpa della mia incapacità e inesperienza; se, invece, andrà a buon fine, le soddisfazioni saranno ancora più grandi!
PRIMA SEDUTA
il tradimento del patto d’amore

Nunc te cognovi...
amantem iniura talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.
[Ora ho imparato a conoscerti... un tale tradimento - del patto d’amore - spinge l’amante ad amare con maggiore intensità, ma con minore tenerezza]
(Catullo, carme 72)


Mi rivedo attendere in piedi, le braccia incrociate strette a proteggermi, alternando un nervoso camminare su e giù per la stanza di terapia a un immobilismo che irrigidisce tutti i miei arti.
La coppia arriva in anticipo di dieci minuti. Ci siamo: finalmente vedrò chi sono, la mia curiosità sarà soddisfatta, le fantasie prenderanno forma e, forse, la paura, stando in seduta, si attenuerà.
Lucia è una bella ragazza, capelli lisci neri, viso sfilato, alta, magra. Ha un’aria da Madonnina del Mantegna; lo sguardo, però, tradisce le sue capacità seduttive e fa percepire l’esistenza di un fuoco sotto la cenere, pronto a divampare improvviso. Giuseppe ha il viso largo, è goffo, appesantito, sembra un po’ come Sancho Panza il fedele scudiero, innalzato dall’idealismo del suo cavaliere (Lucia/Donna Chisciotta) in un’atmosfera di cristiana moralità, che quasi dissolve il suo pragmatismo.
Lucia, con voce metallica, prende per prima la parola. Ha 36 anni, non lavora, ha una figlia di 10 anni, nata da una precedente relazione. Giuseppe ha 40 anni, è ragioniere in uno studio associato, ha alle spalle un matrimonio durato quasi dieci anni. Sono sposati da un anno ma stanno insieme da più di sei. Vivono isolati in una casa nel bosco, con i genitori di lui che abitano al piano di sotto. Lucia, da due anni, è in cura da una psichiatra “cassaniana” con una terapia farmacologica (olanzapina) per quelli che lei chiama “disturbi spirituali”, iniziati all’età di 23 anni, ma dei quali parla poco volentieri. La paziente racconta che le difficoltà tra di loro sono iniziate fin da quando sono andati a convivere. Lucia non accetta i modi autoritari che Giuseppe usa con la bambina e parla di problemi di incompatibilità. Giuseppe ha sempre visto in maniera completamente diversa la situazione; conferma di essere “rigido nelle parole e nei comportamenti, ma esiste, comunque, un bel legame anche se con tante incomprensioni e che, anzi, la situazione, negli ultimi due anni, sembra essere migliorata rispetto ai primi tempi”. Lucia sbuffa, scuote la testa. Si lamenta di vivere isolata, in una situazione di “terrore”, di trovarsi in mezzo alle discussioni di Giuseppe con i genitori e di sentirsi giudicata da lui ogni volta che lei cambia espressione, additata come quella matta, pazza. Giuseppe non ha un amico e dice di essere lei l’unico confronto. Lucia racconta che quando ha conosciuto Giuseppe, le era sembrato “molto integro, maturo, aperto, una persona di cui potersi fidare, rassicurante”. Dopo la convivenza, invece, si è ritrovata ad affrontare una situazione diversa dalle sue aspettative, con una persona che non la capisce e la giudica. Due anni fa, quindi, sono andati dalla psichiatra per riuscire a trovare un punto d’incontro. Dice Lucia: “Questa dottoressa, però, quando ha saputo che ho avuto delle crisi mistiche, mi ha dato delle pasticche, senza farmi parlare. A lui ha dato delle gocce. Ci vede ogni tanto solo per cinque minuti, per cui abbiamo risolto poco”.
Giuseppe vorrebbe capire cosa non va per poterla aiutare. Quando ha conosciuto Lucia, vedeva in lei “una donna in gamba, una brava madre, poi quando siamo andati a vivere insieme, ha iniziato a provare terrore di tutto, al punto che quando uscivo da casa, lei aveva la paura che io scappassi, che potessi abbandonarla e le sue paure hanno iniziato a impaurirmi. I primi tempi sono stati, comunque, meravigliosi. Le differenze tra di noi sono emerse dopo”.
Chiedo loro chi è voluto venire in terapia; è Lucia che l’ha proposta, lui dice di essere stato d’accordo ma lei subito aggiunge: “Sì, perché ti ho trascinato!”. Penso che Lucia ci lusinghi dicendo di essere venuta qui, portando anche Giuseppe, con la speranza di fare una psicoterapia che altrimenti, con la psichiatra, le sembrava di non fare. C’è, però, una parte dolorosa nella terapia: quando restano dei punti in sospeso sia nelle relazioni sia in questioni individuali antiche, se non si va a toccare quei punti, si rischia di far finta di fare una psicoterapia, ma in realtà si dà solo ai pazienti una pacca sulle spalle, niente di più. Così mi ha insegnato Manfrida. Cerco di lavorare su quello che più disturba la coppia, e, così, chiedo loro quale sia la cosa più brutta, più disgraziata che ciascuno ha fatto all’altra. Lucia racconta le occasioni in cui Giuseppe la fa arrabbiare: quando lei deve contattare il padre di sua figlia, quando lui le urla espressioni come: “Guarda in che stato sei!”, “Tutti sanno chi sei!”, “Vattene via!”, “Ti devi vergognare!”. Quando si sente “attaccata così non capisco più niente, parto, esplodo”. I litigi sfociano in reciproche aggressioni anche fisiche. Seguono poi, quasi come unico modo per interrompere l’escalation, le minacce di separazione che portano all’allontanamento fisico e, infine, al ritorno alla “normalità”. Giuseppe ammette di averle recentemente dato un calcio, non si ricorda di preciso perché, “di sicuro, comunque, c’è stato un motivo!” e, cercando di alzare il tiro, indica un dito rotto della sua mano e il labbro spaccato. Adesso non ce la fa più a sopportare questa situazione nonostante le voglia bene.
Il tono della seduta sale, Lucia si agita e interrompe il marito, dicendo che non accetta quello che sta sostenendo, iniziando a sfilarsi e infilarsi la fede al dito. Ognuno sembra fare a gara, davanti a me come giudice, nel mostrare quanto sia vittima mentre l’altro è il carnefice. Non è facile entrare in contatto con le parti più profonde della coppia e con il mondo interno individuale, districandosi nell’intreccio della coppia stessa, evitando di colludere e di essere triangolata.
Non hanno risposto alla mia domanda; sono talmente feriti che riescono solo ad accusarsi reciprocamente, perché la posizione della vittima è molto più comoda. Antiche situazioni rimaste in sospeso che ritornano continuamente. I commenti di Giuseppe tipo: “Guarda come sei!” da una parte, e la sensibilità di Lucia dall’altra, possono alludere ad una vecchia paura di non essere normale o di essere considerata matta. Questa paura è tale che Lucia, quando si sente toccata sull’argomento, tira fuori le unghie; in quel momento per lei un comportamento violento sembra essere l’unica reazione possibile, come se le mancassero le parole, e un fuoco primitivo e drammatico, che parte dalle viscere, innescasse un incendio. La coscienza si restringe sull’evento “traumatico”, dando luogo ad una momentanea perdita di controllo e del principio di realtà, seguita da dispiacere, senso di colpa e pentimento. Giuseppe, da parte sua, quando perde la pazienza, entra in stato di allarme, vede qualche cosa che lo preoccupa, che gli fa paura, interviene domandando “Cosa c’è?”; Lucia reagisce con rabbia, non accettando che a chiederglielo sia proprio lui, la persona sulla quale ha puntato tutto, andando a vivere nel bosco.
È una paura reciproca che condiziona entrambi. Per fare un lavoro che abbia un senso, bisogna cercare di capire perché c’è questa paura. È una bella sfida e chiedo loro se si sentono in grado di accettarla. Entrambi rispondono di sì.
Riguardo alle loro aspettative sulla terapia, Giuseppe risponde: “Un’unione solida, essere uniti, dalle piccole cose a quelle più importanti in cui ci deve essere questa forza che ci unisce”. Lucia: “Vorrei che entrambi facessimo i conti con noi stessi. Questo rapporto è distruttivo”.
Per abbassare i toni a fine seduta, per dar loro (e darci!) un momento di speranza, chiedo di raccontare un momento bello della loro storia. Il terapeuta deve puntare sugli aspetti positivi mostrati dalla coppia, la terapia è una ricostruzione attraverso immagini positive (ridefinizioni, sottolineature, metafore) dell’immagine del Sé di entrambi i componenti della coppia. Questo serve per rileggere, in seguito, la loro storia e la storia dei loro disagi, ridefinendo in positivo i comportamenti sintomatici di uno o di entrambi i membri [1].
Raccontano della loro intesa quando suonano e cantano insieme nei locali; lui, tutto orgoglioso, dice che Lucia è bellissima, attraente, la guarda estasiato mentre si veste con abiti succinti per prepararsi per la serata. Lei, con sorriso compiaciuto, ammette che, quando è sul palco a cantare, si fida dell’accompagnamento musicale di Giuseppe. Penso a quello che scrive Winnicott [2] sulla creatività e le forme artistiche e provo una sensazione di speranza: «La creatività appartiene al fatto di essere vivi, cosicché il soggetto in qualche modo si espande, tanto che, se vi è un oggetto intorno è possibile che stabilisca con esso una relazione». Uno spazio che prevede dei confini, un timing, un incontrarsi e fondersi ma senza invadere e sopraffare. Uno spazio iperdenso in cui si concentra passato, presente e futuro, l’esplosione di tutti i sensi, il tragico, il comico, la colpa, il rimpianto, la follia, la rabbia feroce, la seduzione ma anche il desiderio di potersi liberare di tutto ciò, di recuperare l’interezza perduta, di realizzare un amore impossibile, di superare la malattia, di negare il limite, la differenza, l’assenza [3].
Definisco il contratto terapeutico e connoto in positivo il controllo ossessivo di Giuseppe come preoccupazione nei confronti di Lucia, dovuta a insicurezze personali.
Giuseppe ha paura di perderla e pensa di poterla tenere solo dandole sicurezza, così, la controlla per capire se sia felice oppure no, e glielo chiede con tono tra l’imbarazzato e il diffidente. È per questo motivo che, a volte, scoppia, perché la paura può rendere aggressivi anche i giganti buoni.
Per Lucia l’aria protettiva di Giuseppe equivale a trattarla in modo umiliante, da matta di casa, mentre lui è così sano da fare il protettore. Le sue esplosioni sono legate al bisogno di sentirsi “normale” e di vivere in un rapporto alla pari. Devono ritrovare il coraggio di puntare sulla fiducia reciproca e la pazienza di sopportare, senza agiti violenti, il lavoro di scavo che dovranno fare insieme, dentro e tra di loro.
Entrambi hanno dei fallimenti alle spalle, cercano di fare famiglia ma senza fidarsi l’uno dell’altra e, così, rischiano di esplodere. Lucia, che ha paura della follia, cercava in Giuseppe sicurezza e fiducia. Ora, invece, si sente giudicata e considerata diversa anche da lui. Con l’aspetto da gatta ferita, vuole essere accudita ma, al minimo sospetto, graffia. Forse, ha una idealizzazione del padre dal quale non si è mai sentita vista; ora, prova l’ennesima delusione con Giuseppe per un’alleanza negata. Giuseppe, dal canto suo, deve sempre risolvere tutto e, se non ci riesce, è sopraffatto dalla paura di perdere la moglie iniziando, così, a tempestarla di domande e, preso dall’ansia, infine, scoppia. Ha bisogno di fare il salvatore: cosa deve salvare? Cogliere una problematica in uno dei due membri consente di intuirne la sua stessa presenza nell’altro, anche se viene espressa attraverso modalità complementari opposte. Si lavora, così, su questo intreccio psichico costruito dalla coppia e sull’uso che entrambi fanno del legame.
Non vogliono separarsi ma, forse, non riescono nemmeno a stare insieme. È uno di quei casi in cui c’è una chiara lettura circolare della realtà: litigano continuamente, si attaccano fino ad arrivare alle mani, si lamentano, ma da sette anni stanno ancora insieme! Sembra essere un gioco necessario al sistema. Ho l’impressione che Lucia proietti sul supervisore l’idealizzazione paterna e mi assale un timore: potrebbe quindi mettersi in competizione con me? Anch’io sarò graffiata?
SECONDA SEDUTA
le storie individuali
Inizio ad approfondire le storie personali, con l’obiettivo di capire come si siano conosciuti e come si siano scelti per affrontare, in seguito, le arrabbiature e le delusioni di entrambi.
il bambino nel bosco
Giuseppe racconta che, durante il precedente matrimonio, pur vivendo nell’appartamento sopra di loro, si era allontanato dai suoi genitori, a causa dei cattivi rapporti tra questi e l’ex-moglie. La madre di Giuseppe è casalinga, il padre, in pensione, lavorava in Comune. Al piano di sopra della loro casa (dove adesso abitano Lucia e Giuseppe) vivevano i nonni paterni, entrambi contadini, con i quali i rapporti erano buoni ma formali e distaccati: si davano ancora del voi tra genitore e figlio. La madre viene definita “particolare” e descritta come lamentosa, ansiosa, impicciona e comandina. Il padre come un tipo tosto, ma che cerca di accontentare sempre la moglie, anche se prova a tenerla a bada quando si intromette troppo nella vita degli altri. Sono una coppia unita, ma non ci sono mai state manifestazioni di affetto e tenerezze. Giuseppe, figlio unico, da piccolo si descrive agitato, abituato a vivere in campagna, isolato. A tredici anni ha iniziato a suonare con un gruppo costituito da ragazzi più grandi di lui e questo gli ha cambiato la vita perché ha lasciato le amicizie con i suoi coetanei. La sua ex-moglie veniva da una storia familiare di deprivazione e oppressione. Dopo il matrimonio con Giuseppe, ha iniziato a soffrire di anoressia fino ad arrivare a pesare 38 kg, dando al marito la colpa della sua malattia. Dopo due anni di resistenze della moglie, hanno intrapreso una terapia breve strategica, una “terapia di coppia solo di facciata, perché il lavoro lo ha fatto solo lei”. Giuseppe ha pensato (e, tuttora, lo pensa) che il problema fosse unicamente la moglie. Sostiene che fosse una bugiarda cronica e soffrisse anche di cleptomania, provocando situazioni spiacevoli con amici e conoscenti. Alla fine la moglie se ne è andata via da casa, portandosi dietro tutta la mobilia. La separazione è stata molto dispendiosa e dolorosa. Con orgoglio, Lucia sottolinea di svolgere la funzione di collante tra Giuseppe e i suoi genitori: “... non è che io possa fare miracoli però, insomma, questi genitori soffrivano di avere un figlio che non li salutava. Io ho proprio spalancato le porte!”.
Nel suo racconto, Giuseppe, presenta alcuni tratti del disturbo di personalità ossessivo [4,5]. Ha paura di essere accusato di essere imperfetto. La ricerca dell’ordine porta ad una posizione interpersonale di base di biasimo e di controllo sugli altri, con la tendenza a giudicare che gli fa avere una scrupolosità inflessibile. Fatica a riconoscere le proprie difficoltà e pensa che potrebbe superare il problema se solo riuscisse a organizzare meglio le cose. Il bisogno di controllo comporta anche l’insistenza di fare da sé, purché gli altri si sottomettano al suo modo di fare. Da piccolo non ha avuto ricompense per i successi, e questo lo induce a preoccuparsi di non fare errori e ad avere uno scarso senso del successo; questa paura rischia di non fargli portare a compimento un’attività intrapresa (ha lasciato, per esempio, il conservatorio di musica ormai quasi a fine corso). Viene considerato testardo, ostinato, formale e riservato. Percepisce le relazioni soprattutto come posizioni di dominio e sottomissione: con i superiori (in questo caso il supervisore e io) è deferente e cerca in qualche modo di ingraziarsi, mentre con i subordinati (i musicisti più giovani del gruppo, la bambina, a volte Lucia) si mostra autoritario, critico e punitivo. Sembra ci sia in Giuseppe un bisogno di forzare le cose nella modalità da lui giudicata giusta: è così convinto di avere ragione, da giustificare la rabbia espressa in famiglia con il suo ruolo genitoriale. Si presenta come il paziente perfetto e si percepisce tutta la sua paura di perdere l’autocontrollo, di parlare liberamente di sé e di esplorare. Giuseppe cercherà di controllare la terapia scrivendomi mail di nascosto per farmi “capire bene” la situazione e quale (o meglio chi) sia il problema.
Descrive il clima nella sua famiglia di origine come distaccato, senza coinvolgimento affettivo, rari i contatti fisici; l’espressione delle emozioni limitate, come se dar loro spazio potesse indebolire o rendere meno efficace il controllo. La regressione borderline di Giuseppe è possibile nel momento in cui l’instabilità del rapporto gli elicita vissuti di espulsione e di indegnità [5].
la ragazza con i disturbi spirituali
Lucia racconta di essere stata spensierata fino a 23 anni, studiava Scienze dell’Educazione e faceva la modella. A quei tempi stava insieme a un ragazzo e un giorno, dopo aver litigato con lui, mentre si trovavano in un cimitero, si è sentita come “spostare il volto e una forza maligna entrarmi dentro”. Da allora sono iniziati i “disturbi spirituali” e la percezione di un’entità negativa dentro di lei, della quale sentiva anche il peso degli organi. Si è lasciata con il ragazzo ed ha iniziato il pellegrinaggio presso diversi psichiatri (e qualche prete), sempre accompagnata dalla madre, che presentava la figlia come quella che credeva di essere Gesù. Lucia dice che non era così, ma che avvertiva la presenza della Madonna e del Signore: “Tuttora mi è rimasta questa cosa, forse è un dono. Sogno tante cose che mi aiutano nella vita, ho un dubbio e sogno una voce che mi dice come fare. Sogno cose buone, come Padre Pio che mi dà consigli o Madre Teresa che mi dice ‘ti aiuto io’. Questo fa parte della mia vita, io ci credo, quindi, se ho questo aiuto, tanto meglio. Però, ahimè, questi disturbi mi hanno fatto incontrare anche persone sbagliate. Mi innamoravo e mi illudevo, come se non fossi lucida. Anche il padre di mia figlia era così, mistico”.
Per l’uso dei meccanismi di scissione del funzionamento border, Lucia presenta una forma primitiva di innamoramento, dove l’idealizzazione dell’oggetto d’amore è totalmente sganciata dal piano di realtà. Sono relazioni fragili che possono trasformarsi in relazioni persecutorie: all’accensione improvvisa e allo sviluppo di un forte attaccamento amoroso segue, poco dopo, una repentina e assoluta reazione di delusione e sconforto; immagini idealizzate dell’oggetto si alternano ad immagini persecutorie di esso. Lucia colleziona storie d’amore di grande intensità che sembrano assolvere ad una funzione di copertura della sua difficoltà a tollerare la propria ambivalenza.
La paziente, poi, a 25 anni è rimasta incinta, dopo pochi mesi che frequentava il ragazzo, un architetto, che conosceva sin da piccola, perché figlio del proprietario del terreno dove il padre di Lucia alleva il bestiame (chissà se voleva dare alla propria famiglia una figlia con il “titolo”!). Il ragazzo non ha voluto vivere con Lucia e non si è interessato della bambina, e così, la paziente è rimasta ad abitare con la propria famiglia e la figlia.
Lucia ha studiato canto con una maestra, una persona per lei molto importante conosciuta all’età di diciotto anni: “Una sensitiva che mi ha salvato forse dalla schizofrenia, dalla pazzia; io ero cosciente, però, in effetti ho rischiato parecchio. Lei è stata la mia àncora”. Con lei si confidava come se fosse stata un genitore; è morta quando la figlia, che ha preso il suo nome, aveva due anni.
Quando sono comparsi i disturbi spirituali, Lucia viveva “in simbiosi con la madre: era un rapporto particolare; se io facevo un movimento, lei ne faceva un altro, in simbiosi con il mio. Era una fase in cui stavo crescendo e mi dovevo staccare da questa cosa. Per mia madre era difficile da accettare. Non mi sono sentita compresa e rispettata da lei. Finché ero piccola, positiva e allegra tutto andava benissimo, poi... È una famiglia di sei persone, tre sorelle e un fratello. Quindi, era una situazione complicata da gestire”.

Sembra che entrambi siano stati salvati dalla musica. Giuseppe, grazie alla musica, è riuscito a conoscere il mondo, uscendo da una situazione di isolamento, nella quale altrimenti avrebbe finito per diventare depresso per la solitudine e per sentirsi diverso dagli altri (anche lui). Lucia, poco lucida e disorientata, aggrappandosi al canto e alla sua maestra, ha trovato un punto fermo che le ha consentito di mantenere un nucleo di sicurezza espressiva e affettiva. Quando si sono incontrati Giuseppe si stava ancora riprendendo da un presuntuoso tentativo di salvataggio di una probabile anoressica, forse riuscito, ma a prezzo molto caro. Lucia usciva anche lei da una profonda delusione, e, se aveva trovato nella figlia e nella maestra di canto un motivo di vita, non sapeva proprio come ricostruirsela da sola, sganciandosi da un legame forte ma certe volte anche un po’ troppo stretto con la madre.
Sembrano entrambi aprirsi di più al sistema terapeutico, i toni non si sono accesi come nella seduta precedente e riescono a mantenere nella comunicazione una reciprocità dei turni e un ascolto attento. Questo mi fa sperare che ci sia la possibilità per loro di qualcosa di diverso.
TERZA SEDUTA
la buona isterica
C’era una bambina...
quand’era buona
era molto, molto buona
ma quando era cattiva
era orribile.
(“La cosiddetta buona isterica”,
Elizabeth Zetzel)


Lo sforzo, ora, è di dare un senso ai loro litigi ma anche alla loro unione.
Nell’ultimo mese hanno avuto una crisi, scatenata dal commento di Giuseppe nei confronti di Lucia: “Guarda che elemento sei!”. Lucia è esplosa e quella sera hanno dormito separati. Tutto è tornato tranquillo la mattina dopo. Ridefinisco il litigio come il loro essersi spaventati per la terapia e lo ricollego anche alla sensibilità particolare di Lucia rispetto a qualcosa che richiama in lei dei vissuti intensi, importanti, antichi, di “diversità” e di giudizio da parte dell’altro, che vanno aldilà del rapporto con Giuseppe ma che questi, anche se con le migliori intenzioni, finisce per attivare. Comunque, questa volta, hanno saputo gestire meglio l’esplosione, senza disastri. D’altra parte è impossibile che Giuseppe non utilizzi mai termini che possano anche lontanamente attivare la suscettibilità di Lucia rispetto al suo sentirsi diversa. Il punto, quindi, non è tanto che Giuseppe eviti di dire certe frasi ma capire perché Lucia reagisca con tanta rabbia: da dove viene questa paura di essere diversa?
Ripartiamo, così, dalla storia familiare di Lucia, un passo necessario prima di affrontare la storia della coppia, per non lasciare eventuali “radici esplosive”.
Lucia racconta: “Ho avuto un’infanzia normale, ma con un po’ di solitudine. Un padre presente a modo suo, un uomo tutto d’un pezzo, che non ha mai dato una carezza o un bacio ai figli, anche se ha una preferenza per il figlio maschio. Lavora notte e giorno. Per lui non ci sono né vacanze né domeniche, ha sempre lavorato con gli animali, non li può lasciare. Ha il suo mondo, la sua vita sui monti”. La madre, casalinga, è molto apprensiva. Lucia ha una sorella più grande, una più piccola e l’ultimo è il fratello. Nessuna delle sorelle ha proseguito gli studi. Lucia ha frequentato l’Istituto tecnico anche se avrebbe desiderato iscriversi all’Istituto d’Arte ma la madre non ha voluto e non è stata neanche contenta della scelta universitaria perché avrebbe preferito che la figlia si fosse trovata un lavoro. Il padre, tuttora, non ha capito cosa stia studiando Lucia. Le sorelle sono sempre dalla madre, mentre lei ha sempre avuto bisogno di spazi suoi, anche per questo ha frequentato l’Università. Viene da chiedersi se la sua indipendenza possa essere una difesa dal rapporto simbiotico con la madre. La sorella più grande vive davanti alla casa dei genitori. È casalinga, sposata con due figlie: “È sempre stata più grintosa, le basta comprarsi un vestito nuovo per stare bene. Io, invece, ero più buona, più ingenua”. Fin da piccola dice di essersi sentita diversa, anche se non sa spiegarsi perché, forse di sentirsi anche “migliore” rispetto alle sorelle. La sorella più piccola è nata lo stesso giorno di Lucia ma tre anni dopo; la paziente sottolinea più volte questo particolare, quasi a voler dire che le è stata tolta la natalità. Non c’è più un giorno speciale per festeggiare Lucia, non è più unica. Per scelta di Lucia e della sorella, si sono anche sposate insieme lo stesso giorno. Il fratello, di 32 anni, ha una ditta di trattori, fidanzato da una vita vive ancora con i genitori. Cercando di capire in cosa, fin da piccola, poteva sentirsi diversa dagli altri, Lucia racconta che, un giorno, all’età di 3 anni, quando è nata la sorella, ha chiuso gli occhi, per un anno intero. Durante questo periodo li ha riaperti solo due volte: quando la sorella maggiore, accompagnandola in bagno, l’ha fatta sbattere contro una porta e il giorno del suo compleanno, per vedere il mangiadischi azzurro che le avevano regalato (anche questa volta la musica porta vita!). Ha fatto diverse visite specialistiche e un intervento di oculoscopia ma non è stato riscontrato niente a livello organico. Dice: “Mi sono ritirata, per scelta. Non volevo più vedere nessuno”. La madre ha interpretato questo disturbo di Lucia come reazione di gelosia per la nascita della sorellina. Un giorno la nonna, alla quale è molto affezionata, l’ha portata a Siena perché aveva fatto un voto alla santa degli occhi. Lucia tornò a casa esclamando: “Babbo sono guarita!”. Una scusa perfetta per “guarire”: un miracolo! Questa “malattia” ha destato molta più attenzione verso Lucia. In seguito, sono comparsi i disturbi spirituali che, probabilmente, sono stati da tutti collegati a questa cecità temporanea. Così, da una parte Lucia è stata vista di più, dall’altra, si è sentita sempre diversa, rendendo oltretutto la madre ancor più apprensiva e presente.
Ora, Lucia definisce la sua diversità come “una risorsa in più che posso utilizzare o meno”. Giuseppe considera Lucia normale anche se, nei momenti in cui perde la ragione, rimane sconcertato dalle sue reazioni.
È necessario cercare di recuperare il senso della follia, perché finché non gli si dà un senso, è impossibile lavorare sulla coppia. Evidentemente, Giuseppe, con il suo controllo, finisce per far sentire Lucia come la fa sentire la madre, ovvero bisognosa di protezione perché mancante di qualcosa. Lucia durante la seduta esclama soddisfatta: “Aver scoperto la simbiosi con mia madre mi entusiasma. Fino allora ho vissuto una vita fin troppo spensierata, sono sempre stata molto solare, molto positiva. Non so se difendevo quella parte di me che poi è esplosa tutta insieme. Poi si cresce, si cambia. Mi ci è voluta forse una cosa così forte per rendermi conto di…”.
La simbiosi con la madre è protezione, ma anche prigionia, cui lei reagisce accentuando la sua indipendenza, anche oppositiva, con il risultato di aumentare la preoccupazione per lei e di sentirsi ancora più strana.
In questa storia ritrovo quello che scrive Manfrida [6,7] e che, durante il processo terapeutico, mi ricorda e sottolinea. La realtà interiorizzata nella socializzazione primaria ostacola continuamente le nuove interiorizzazioni. Il veicolo più importante della preservazione della realtà è la conversazione noncurante, delle figure significative, attraverso la quale la storia quotidiana viene condivisa socialmente e confermata: “Da quando ero piccola...”; “Sono stata da tanti psichiatri che mi hanno detto che sono... e mi hanno dato il farmaco”; “Guarda come sei!”. La realtà soggettiva è quindi suscettibile di essere trasformata: collegando presente e passato, il terapeuta può far decostruire la realtà proposta dal paziente, per consentire l’emergere di un’altra storia, socialmente condivisibile anch’essa, più funzionale e soddisfacente. Tutto ciò partendo dall’identificazione attraverso le discrepanze, elementi discordanti dalla storia principale, di “sottomondi” condivisi, rimasti sullo sfondo della realtà quotidiana, che vede il paziente designato come “problematico” e i membri del sistema come colpiti dal problema.
Nella storia di Lucia, in quello che porta in seduta, nei suoi atteggiamenti e nel modo in cui si mette in relazione con me e il supervisore, sembra si possano leggere aspetti e caratteristiche del disturbo di personalità istrionico [4,5]. A volte Lucia sembra incapace di una significativa distinzione tra realtà interna ed esterna; ha poche aree di interessi e funzioni autonome dell’Io libere da conflitto. Da una parte sento in lei una grande angoscia e intensità, dall’altra una emotività artificiosa ed esagerata. Ma il suo ingigantire le emozioni mi arriva come una modalità per convincere se stessa e gli altri di avere il diritto di esprimersi. L’emozione sembra sempre imbevuta di conflittualità. Nella famiglia di origine si riscontrano atteggiamenti che hanno attribuito ai due sessi valore e potere diversi. Quando la bambina Lucia riceve un’attenzione, è solo per attributi esterni e superficiali (la danza, le sfilate come modella, l’aspetto fisico) oppure per caratteristiche infantili e non minacciose quali l’innocenza (“ero buona e ingenua”). Oltre a queste caratteristiche, ha imparato che anche il lamento e la malattia sono il lasciapassare per suscitare attenzione e preoccupazione. Nella storia di Lucia ritroviamo la figura assente del padre che viene idealizzato, invischiamento e competizione con la madre, un’infelice relazione matrimoniale dei genitori, l’assenza di relazioni d’oggetto significative e di sostegno con l’altro sesso. La ricerca di sicurezza e autostima attraverso l’attaccamento ad un uomo che considera protettivo e potente. Ma poiché il presunto potere dell’uomo la spaventa, cerca di stimolarne il lato più tenero per poi svalutarlo perché non è completamente uomo (debole). A volte Lucia sembra manipolativa ma se le sue angosce di abbandono non vengono attivate, la sento autenticamente affettuosa e presente. Avverto il difficile equilibrio tra il conquistarla, per creare una necessaria alleanza terapeutica, e l’essere troppo indulgente e consolatoria con il rischio di non darle la fiducia di trovare in se stessa approvazione, rassicurazione o conforto. Nella sua vita, quando l’angoscia ha raggiunto livelli troppo alti, Lucia ha sempre cercato una via di fuga in intense relazioni sentimentali oppure ammalandosi o cedendo alla rabbia e andandosene. Scrive Cancrini [5]: «Una volta trovato e scelto il sintomo isterico, questo tende a mantenersi, perché in queste situazioni adempie ad una funzione fondamentale per chi ne “soffre” in quanto gli assicura la cura, l’attenzione, di cui continua ad avere bisogno”. La regressione ad un livello borderline di funzionamento della mente si determina nel momento in cui il potere del sintomo non è più sufficiente ad assicurare il controllo della relazione: nel momento dell’abbandono, cioè, o del tradimento, quando il paziente si confronta con il sentimento di vuoto che si nasconde dietro la sua capacità di controllo. L’autostima non è basata sulla convinzione riguardante le proprie capacità ma sull’abilità nel forzare l’altro a prendersi cura di lei: alternativamente usando la seduzione, l’esibizione della sofferenza o del bisogno. Se l’altro non si lascia “forzare”, la reazione è quella di offendersi o adirarsi. Il rifiuto e l’abbandono sono sempre dietro l’angolo se l’altro “scopre” che non sei bella (nel caso di Lucia bella e innocua) come lui vorrebbe e/o che il suo star male è così ripetitivo da diventare noioso (e quindi inefficace) [5].
QUARTA SEDUTA
l’incontro: musica, rosari e passione... di Cristo...!
Lucia e Giuseppe si ripresentano dopo circa un mese dall’ultima seduta. Non ci sono stati litigi tra loro nel periodo trascorso, sembrano più sereni, l’atmosfera è distesa e noto uno scambiarsi occhiate di intesa. Dentro di me tiro un sospiro di sollievo e mi commuove vedere che, forse, delle emozioni tra loro circolano ancora. Il momento è giusto per affrontare il tema del loro primo incontro, esplorare le reciproche aspettative, il loro intreccio psichico: « […] riteniamo importante l’inizio perché se capiamo la chiave in base alla quale le persone si scelgono, possiamo trovare la chiave per capire come possono stare ancora bene insieme o lasciarsi...» [1].
La scelta del compagno è estremamente accurata e innesca un processo da inconscio a inconscio. Nella coppia i due membri sono inconsciamente impegnati in un continuo monitoraggio affettivo, andando di volta in volta a verificare sia il proprio stato affettivo sia quello del compagno, per meglio regolarli [8]. Questa verifica è estesa sia al sentimento comune di appartenenza (al senso del Noi) che al tema (il piano mitico) intorno al quale si costruisce il legame.
Quasi sempre uno dei due coniugi, o entrambi, si sforza di trasformare l’altro, di correggerlo e, soprattutto, sente di possedere (lui solo nella coppia) il diritto di trasformarlo. Così si crea una situazione di stallo e la vita della coppia resta ad essa inchiodata [9].
Il tentativo, in questa seduta, è anche quello di cercare di fargli rivedere e rivivere il loro primo incontro con aspetti romantico-vivaci, facendo emergere emozioni e creando coinvolgimento, costruendo una storia romantica che li riavvicini. Una seduta, quindi, più di clima che di contenuti. Oltretutto siamo al 21 dicembre, alle porte con il delicato momento del Natale, per cui è meglio evitare di far emergere problemi.
Si sono conosciuti in un gruppo in cui si sono trovati casualmente a suonare insieme. Giuseppe, stava vivendo un periodo in cui pensava solo a divertirsi, sempre in giro tra ristoranti e locali. Ricorda che Lucia era magrissima, non pensava potesse essere il suo tipo. Durante un viaggio di ritorno, su un furgone, dopo una serata, Giuseppe è stato colpito da questa ragazza che studiava, con un libro in mano. Si è avvicinato, hanno iniziato a parlare e la sera dopo lui ha fatto in modo di avere il numero di telefono di Lucia, nonostante gli amici gli dicessero di lasciar perdere. L’ha rivista dopo 15 giorni, in un locale di Reggio Emilia e l’ha invitata ad uscire ma Lucia ha rifiutato. Era un muro, chiusa, impenetrabile. Giuseppe ha impiegato cinque mesi per convincerla ad uscire accompagnata da un amico. “Lei faceva un passo avanti e mezzo indietro, un giorno pensava a una cosa, il giorno dopo ne pensava un’altra, mi ci è voluta una pazienza! All’inizio sembrava tutto rose e fiori poi invece sono venuti fuori i problemi”. La prima volta che sono usciti loro due da soli, hanno visto il film La passione di Cristo! “Io piangevo come una fontana, mentre lui era sempre forte”. Giuseppe si è innamorato di Lucia perché le sembrava seria, sincera, corretta, semplice; non ha dato alcuna importanza all’aspetto fisico.
Lucia, invece, descrive Giuseppe come uomo brillante, positivo, che la faceva ridere. Poi, però, non è stato così come si era mostrato, sono venuti fuori i difetti. Lei aveva tanta paura date le esperienze precedenti, le delusioni su delusioni.
In quel periodo Lucia viveva in affitto a Pistoia da sola con la figlia, con il sostegno della presenza diurna della madre. Dopo solo sei mesi è andata a vivere con Giuseppe.
Negli ultimi due anni hanno iniziato a parlare di matrimonio, su iniziativa di Lucia perché religiosa, Giuseppe perché desidera un figlio. Mi sembra un racconto con poco pepe ma…: «Tutto può essere ridescritto, riraccontato; la nostra stessa vita può avere una descrizione differente e può essere raccontata in mille modi diversi; e, a seconda del “titolo”, vengono poi organizzati i dati, le idee, le emozioni, i ricordi e gli apprendimenti» [1]. Cerco, quindi, di metterci io un po’ di pepe su questo racconto, mettendo in discussione questa rappresentazione che si sono fatti di se stessi e della propria storia. “Una storia costellata di tutti i locali della Toscana e dell’Emilia: a Chianciano vi siete visti, a Montecatini vi siete parlati, a Bologna avete fatto il viaggio in pulmino e tutto per finire a vedere in lacrime La passione di Cristo! Non credo molto ad un Giuseppe che vede una ragazza seria con il libro, il crocifisso al collo e dice che è perfetta, che lo ha conquistato così! Dell’aspetto fisico non se ne era nemmeno accorto… Essere continuamente ora avvicinati, ora rifiutati: per reggere ci vuole una grande costanza, coraggio e una bella convinzione che ne valga la pena! Giuseppe ha superato una bella prova, è stato intraprendente e sfacciato. E Lei, Lucia, vedendo questo tipo agitato che non la lasciava in pace, ci sarà stato un momento in cui ha pensato che ne valesse la pena. Cos’è che l’ha conquistata di Giuseppe?”. Lucia risponde che è stato vederlo affettuoso con la figlia. Cerco di incalzarla, sottolineando che per presentarlo alla figlia vuol dire che aveva già deciso. Lucia insiste dicendo di non ricordarsi. Giuseppe, con imbarazzo, suggerisce che è avvenuto dopo che erano andati a cena “da Max”, facendo trapelare che quella sia stata una serata speciale, anche perché è rimasto a dormire da lei. Lucia, con sorriso malizioso, fa finta di non ricordare. Non la vogliono raccontare tutta.
Cerco di sottolineare il percorso originale, ma adatto per due come loro che mescolano creatività artistica e serietà personale, due che, nonostante le delusioni, hanno conservato la speranza di formare una bella coppia e una famiglia, superando la diffidenza e la paura di investire l’uno sull’altro. Creo un po’ di suspance e chiedo ad entrambi di accettare un compito a scatola chiusa, fidandosi di noi e di se stessi: “Da qui al prossimo incontro Giuseppe deve trovare un locale carino, non importa che sia di lusso ma nemmeno un fast food, che possa piacere a Lucia, e prenotare. Lucia, quella sera, deve occuparsi di affidare la bambina ai nonni. Per quella occasione deve mettersi qualcosa di nuovo, o andare dal parrucchiere, o indossare qualcosa di speciale… quello che preferisce. In questa uscita dovete stare fuori almeno tre ore, il cellulare potrete tenerlo acceso ma non utilizzatelo per fare chiamate, rispondete solo per le emergenze. Non dovete parlare dei soliti problemi, affari di famiglia o di lavoro; se vuole, Giuseppe può sfoderare le sue barzellette migliori, Lucia può fare pettegolezzi e commenti su quelli del tavolo accanto. Questo non sarà facile, dovrete aiutarvi e correggervi a vicenda; se poi uno insiste nell’errore, l’altro può tirargli un calcio sotto il tavolo! Se la serata sarà stata piacevole, quando tornerete a casa, potete farvi qualche coccola ma niente sesso» [6]. Quest’ultima prescrizione, da una parte diminuisce un’eventuale vissuto di ansia rispetto all’intimità, dall’altra, se i due si alleano contro il sistema terapeutico e trasgrediscono alla prescrizione, tanto meglio, si è creata complicità nella coppia!
Lucia e Giuseppe accettano il compito a scatola chiusa.
L’intervento della scorsa seduta ha smontato gli aspetti di rabbia, riconducendoli alla protettività di Giuseppe e alla suscettibilità di Lucia, però rimane l’abitudine di entrambi a “camminare sulle uova”. Lucia ha difficoltà a coinvolgersi per paure di perdita, dichiarare apertamente un attaccamento è per lei difficile. Giuseppe non osa dirle che gli è piaciuta per l’aspetto fisico, per non ferirla e non metterla in imbarazzo.
Il potere del primo incontro è fondamentale, l’oggetto è caricato di valenze curative, lenitive o euforizzanti. Cancrini [10] afferma che per l’instaurarsi di una dipendenza, l’oggetto deve soddisfare il bisogno legato al piacere o all’alleviamento di un disagio; un tentativo di ribaltare il gioco relazionale dal quale ci si sente schiacciati, vittime designate. Essendo capace di soddisfare queste esigenze, l’oggetto diventa il protagonista assoluto della vita. Rigliano, come cita Colacicco [9], sottolinea come nelle dipendenze la posta in gioco sia una profonda riorganizzazione del Sé e delle sue relazioni, un senso nuovo, asfittico ed esclusivo, ma che riempie un Sé vuoto e fragile.
Giuseppe restituisce a Lucia una sua interezza. Dall’altra parte, l’adesione di Lucia al desiderio di lui di fusione perfetta lo fa sentire, dopo il fallimento del matrimonio precedente, nuovamente onnipotente. Che cosa differenzia questo dall’innamoramento? La paura, il terrore che accompagna il vissuto quotidiano nella coppia. Ogni azione e ogni sfumatura del rapporto sono vissuti come un presagio ostile, un pericolo imminente. La minaccia costante, l’anticipazione di un gesto violento, deforma la realtà, soprattutto se accompagnata dalla vergogna o dal senso di colpa. E così, Lucia torna a sentirsi come quella bambina indifesa e terrorizzata che è stata nel suo passato; mentre Giuseppe nuovamente prova tutti i vissuti di svalutazione e inadeguatezza di sempre. L’abuso, nelle sue diverse forme, attiva il sistema di attaccamento proprio nei confronti della persona dalla quale ci si sente abusati, persona che rappresenta allo stesso tempo la sorgente del pericolo e la speranza della sua cessazione [11]. Il superamento ciclico delle crisi sembra, poi, avere l’effetto liberatorio: ci si sente rivitalizzati, vittoriosi, rasserenati e si arriva a negare il peso emotivo degli eventi appena passati. La co-dipendenza è come un’organizzazione relazionale che porta ad una risoluzione provvisoria di un disagio di entrambi, collocando l’altro come perno su cui far ruotare l’autoregolazione degli stati emotivi, delle mappe cognitive e relazionali. La finalità del gioco relazionale della co-dipendenza è rendere impossibile una reciproca separazione-individuazione, ovvero di mantenere inalterato un livello di individuazione fortemente indifferenziato [12]. Giuseppe, infatti, percepisce ogni movimento di autonomia di Lucia come una minaccia personale, il cui feedback indispensabile è il suo controllo sintomatico.
L’impatto con la realtà, il ritorno alla situazione di partenza, può essere insostenibile. Lucia non ritrova quell’intreccio relazionale che sosteneva il suo falso Sé, il gioco collusivo con Giuseppe scivola verso una fase rancorosa e distruttiva. Lucia non ha più alcun ancoraggio, oltretutto vive nell’isolamento (nel quale si è fatta rinchiudere e si è rinchiusa) e così, nei momenti più critici, è sola, non ha altre relazioni significative, ha soltanto sua madre e le sorelle che, come un coro greco, le ricordano che è matta.
Nella co-dipendenza «l’oggetto d’amore da divorato diventa divorante» [13]. Per Lucia, Giuseppe, che prima sembrava una risposta alle proprie limitazioni, si sta trasformando in un sadico despota. Dall’altra parte, esiste la fantasia onnipotente di Giuseppe di un Noi fusionale, al di sopra e al di fuori dell’imprevedibilità dei rapporti umani, in un’eternità atemporale. Giuseppe dovrà sviluppare un’ideale dell’Io che possa fungere da cerniera tra il narcisismo assoluto e l’oggettualità. Entrambi dovranno accettare il “lutto originario” e iniziare il percorso di separazione, introducendo l’idea dello spazio e del tempo. L’autonomia, allora, sarà vista come conquista progressiva, e non come lesiva di un’unità simbiotica e immutabile. Bisognerebbe riprogettare il presente relazionale e studiare una possibilità di separare chirurgicamente le due identità, senza ledere le funzioni vitali [13]. Spostare il focus dell’attenzione dal compagno a se stesso, interrompendo quel flusso di recriminazioni reciproche che rende la vita di questa coppia un vero e proprio campo di battaglia.
QUINTA SEDUTA
la palude della quotidianità
Sono andati avanti con fatica perché Giuseppe trasforma tante cose semplici del quotidiano in problemi e si sente tranquillo solo quando è indispensabile. Giuseppe pensa che questo suo bisogno possa essere legato alla sua precedente esperienza matrimoniale e al suo dover essere “preciso”, riferendosi alla gestione della casa e alle regole che vorrebbe far rispettare alla bambina per insegnarle ciò che per lui è giusto. Si sono insultati reciprocamente. Lucia attribuisce la precisione di lui al tipo di educazione ricevuta dalla madre. Giuseppe rifiuta questa spiegazione dicendo che è sempre stato molto indipendente. Domando a Giuseppe se si sente amabile e lui risponde: “A volte sì, a volte no”. Mi rivolgo a Lucia: “Oltre ad essere un protettore, Giuseppe ha altre qualità?”. Secondo Lucia, nonostante Giuseppe spesso sia pesante, sicuramente sarebbe un ottimo padre e lei vorrebbe dargli un figlio. Sottolineo che Giuseppe non è preoccupato per il ruolo di padre ma per quello di marito… Lucia, allora, definisce Giuseppe come una persona buona e lui, con un sorriso e un tono di voce un po’ paternalistico, aggiunge: “paziente”. Chiedo come è andata la cena romantica, notando come le cose positive si dimenticano facilmente. Sono stati bene, Lucia era bellissima tanto che, nel locale, tutti la guardavano, suscitando la gelosia di Giuseppe.
Hanno affrontato il drago della follia, ora devono superare la palude della quotidianità. Forse se Lucia gli dicesse più spesso quanto è bravo, lui non avrebbe più tanto bisogno di sentirsi un capo e accetterebbe anche i suoi consigli. Ora tocca a Lucia di aiutare Giuseppe a guarire le ferite del passato. Giuseppe ha bisogno di conferme là dove si sente più debole: nella capacità di meritare che gli si voglia bene non per qualcosa che fa ma per quello che è.
Mi chiedo, però, se questo possa essere sufficiente e mai abbastanza per lui.
SESTA SEDUTA
le sculture del presente
Giuseppe e Lucia non si sono massacrati, il clima è migliore, quindi, essendo diminuita la conflittualità tra di loro, in accordo con il supervisore, propongo alla coppia di impostare la seduta in modo differente, utilizzando le sculture del presente [14-17]. La consegna recita così: “Oggi vorremmo fare qualcosa di diverso, non utilizzeremo le parole. A turno dovete, come se foste uno scultore, plasmare l’altro e poi voi stessi in una scultura, rappresentando come vedete la vostra coppia nel presente. Poi rimanete fermi immobili per tre minuti, dopodiché farete fare un movimento alla scultura, come se le statue si animassero”.
Lasciamo alla coppia la responsabilità di scegliere chi deve iniziare la scultura e viene quindi lasciato loro lo spazio, con il terapeuta che si mette in disparte. Quando il primo scultore termina di posizionare il coniuge, gli viene chiesto di inserirsi a sua volta nella scultura e di mantenere tale posizione statica per tre minuti. Successivamente, viene chiesto allo scultore di introdurre un movimento; egli, infine, dovrà ripetere la sequenza dalla fase statica a quella dinamica (scultura-movimento-scultura). Viene, quindi, chiesto all’altro coniuge la sua scultura. Al termine della seconda rappresentazione, non si commenta ma, nella restituzione a fine seduta, alle sculture rappresentate vengono solo dati dei titoli, così da non perdere l’efficacia comunicativa del linguaggio analogico. Le sculture sono state usate in forma narrativa, come elemento per sostenere la storia su cui si sta lavorando; è una tecnica che non deve ingombrare il processo terapeutico ed ha un aspetto estetico perché coinvolge i soggetti emotivamente. In questo modo, inoltre, si lascia alla coppia la possibilità di trovare loro stessi nuovi significati, in quella «realtà della vita quotidiana che appare sempre come una zona chiara dietro la quale c’è uno sfondo di oscurità. Mentre alcune zone sono illuminate, altre sono in ombra” [6,18]. È la realtà per eccellenza, quella dominante della vita quotidiana, che cerchiamo di mettere in discussione anche con l’uso della scultura, per consentire a quella non manifesta, quella mitica, la trasformazione, la ristrutturazione e quindi la riorganizzazione della coppia.
Le sculture hanno un forte potere emotivo, adatte in particolare a questa coppia, dove i soggetti parlano tanto solo per difendersi e non per definirsi.
Dopo un’iniziale difficoltà ad alzarsi e a non verbalizzare, Giuseppe accoglie la consegna e plasma la sua scultura:
• Scultura di Giuseppe: mette Lucia sul divano, le sistema i cuscini dietro la schiena e le fa appoggiare le gambe, accavallate, distese sulla sedia, le mani fra le cosce. Lucia è girata verso Giuseppe e lo guarda dal basso con espressione serena e sorridente. Giuseppe si mette in piedi a lato del divano, appoggiato con il fianco, con le mani in tasca, guarda Lucia con aria serena. Movimento: Lucia è ferma, Giuseppe si avvicina, la bacia sulla bocca e le cinge la schiena con la mano destra.

Poi Lucia, molto più disinvolta, come fosse abituata a “mettere in scena” le emozioni:
• Scultura di Lucia: mette il divano al centro della stanza, davanti allo specchio unidirezionale. Giuseppe seduto con lei alla sua destra, è leggermente girato verso Lucia e la guarda con aria sfuggente. Il braccio destro di Giuseppe è appoggiato sulle gambe di lei, e quello sinistro di Lucia sopra quello di Giuseppe, a toccargli la spalla. Lucia non poggia la schiena sul divano, ma è protesa in avanti, girata verso Giuseppe. La mano di Lucia tiene il viso di Giuseppe sotto il mento e lo guarda dritto negli occhi; Lucia ha lo sguardo sereno, Giuseppe serio. Movimento: Lucia si abbassa, con la testa sul petto di Giuseppe e lo abbraccia alla vita, Giuseppe le cinge le spalle con la mano destra.
Ecco i titoli che abbiamo dato alle sculture:
La scultura di Giuseppe: Rilassati, sorridimi, guardami grata, ti proteggo io… un po’ imbranato, con le mani in tasca, ma sono qui. E per amore so anche piegarmi.
Quella di Lucia: Fianco a fianco, proteggimi pure (o forse anche no) ma guardami alla pari… se ci riesci! Dai, conta sul mio appoggio, come io so di potermi rifugiare tra le tue braccia.
C’è ancora qualche accordo da trovare tra loro, ci vuole tempo perché Giuseppe si fidi di poter essere amato anche senza essere un gigante; e pure ce ne vuole, perché Lucia trovi l’equilibrio tra il desiderio di essere protetta e la suscettibilità a sentirsi inferiore. Per Giuseppe è difficile stare in un rapporto alla pari, per cui nella scultura di Lucia, lui è sfuggente; d’altra parte, si sono incontrati su aspetti di protezione reciproca.
Con il supervisore ipotizziamo per la seduta successiva, le sculture del futuro, e, se non ci sono liti gravi, rivederli dopo quattro mesi e chiudere la terapia.
SETTIMA SEDUTA
ora che siete più “normali”, volete ancora stare insieme?
Durante le vacanze di Pasqua, e pochi giorni prima della terapia, vengo contattata via mail da Giuseppe: le cose vanno male, i litigi sono continui e violenti. Gli rispondo con un sms dicendo che ne parleremo in seduta, tutti insieme; lo invito a dire a Lucia della mail, comunicandole anche la mia disponibilità telefonica (in modo da ribilanciare la relazione con i membri della coppia). Giuseppe mi risponde dicendo che la crisi è rientrata.
Sembra una crisi di fiducia, che per loro è qualcosa di recente conquista e, appena viene meno, tornano i fantasmi personali. Questi momenti vanno utilizzati come occasione per affrontarli insieme, e non individualmente, e per rafforzare il nuovo rapporto, non mettendo sempre tutto in discussione. Ora Lucia ha velleità artistiche (ha partecipato ad un provino per un noto programma televisivo per cantanti), ha movimenti di autonomia e indipendenza (ribellione-sottomessa o sottomissione-ribelle?) e questo può mettere in crisi Giuseppe. Le ricadute vanno contestualizzate per capire il progresso, soprattutto con pazienti con spunti psicotici come Lucia, in cui ogni passo in avanti implica costantemente dei rischi di frenata o di insuccesso e il tornare indietro, perché da una parte non vuole essere matta, dall’altra esserlo le garantisce anche una certa protezione e stabilità.
In seduta Giuseppe dice di non aver detto a Lucia delle mail che mi ha scritto. Sottolineo la necessità di lavorare sulla fiducia che va protetta e coltivata, e che non si possono permettere un’interruzione ogni volta che succede qualcosa. Connoto in maniera positiva la lettera di Giuseppe come segno di tenere a questo rapporto, ma, comunque, doveva trovare il coraggio e la fiducia di dirlo a Lucia.
Giuseppe si lamenta sempre di lei e della bambina. Lucia non ce la fa più, dice di essere crollata e di essersi fatta consolare persino dalla figlia. “Io sono sola con le sue abitudini quotidiane a casa! E lo so io come è lui! Sembra bravo e buono con tutti”. Il tono della seduta si alza, Lucia inizia a urlare e si scaglia contro Giuseppe, il quale cerca di controllarsi ma si vede chiaramente che è agitato e a stento si tiene. Queste interazioni tra loro sono sequenze comunicative ridondanti e presenti in quasi ogni seduta. Scontri verbali violenti con offese personali. Lei accusa lui di essere rigido, di non confrontarsi mai con se stesso e con gli altri e di sentirsi da lui sempre giudicata. Giuseppe accusa Lucia di interpretare ogni suo gesto e parola. Nel qui ed ora della seduta cerco di interrompere queste sequenze di messaggi squalificanti con metodi strutturali come rispettare i turni, non parlare in vece dell’altro, ma parlare solo per sé di ciò che si pensa e si sente.
Mi sento scoraggiata, questo rigido copione che la coppia propone mi sembra eterno e senza fine e sento dentro di me tutto il loro scoraggiamento e la perdita di speranza che non cambi mai niente. L’aria nella stanza è pesante, tossica, spero che il supervisore entri velocemente in seduta o, almeno, citofoni… invece niente… dovrò aspettare ancora. Di questo ringrazio il supervisore, perché solo lasciandomi lì ha potuto offrirmi la possibilità di sperimentarmi, di muovermi e di rendermi conto di potere sopravvivere all’onda anomala, senza salvagente e braccioli.
Giuseppe dice che la bimba non lo sta a sentire, guarda sempre prima la madre per capire cosa pensa. Con rabbia esclama: “Siamo tornati al 2008…!”. Lucia si alza e, urlando, fa per andare via dalla stanza di terapia. Mi alzo, la fermo e, con tono deciso, la invito a sedersi. Lucia sbotta: “Ma stiamo scherzando dottoressa?! Devo sempre essere io quella che va curata, che è fuori di testa?! Quest’uomo non ha mai un confronto, non l’ha mai avuto, né con i genitori, né con una donna, né con un amico… ha solo me! Ma la vuole capire questa cosa?!” Inizia a piangere. Io mi sento sopraffatta, impotente.
La loro sfida oggi è quella di riuscire a stare insieme non da salvatore-salvata, ma da pari. Ma le cose non cambiano solo perché si capiscono; occorre del tempo affinché si stabilizzino gli aspetti di suscettibilità e di insicurezza.
Lucia ha perso ogni speranza, sostiene che non ci sia più niente da fare. Sento tanta stanchezza. Dicono entrambi che non ne possono più ed io lì, davanti a loro, come se dovessi essere io a convincerli a risposarsi.
Nella precedente seduta le sculture li avevano messi a nudo: è comprensibile che adesso siano spaventati. Chiedo loro se a stare così lontani stiano meglio. “Lucia, che cosa vorrebbe che Giuseppe facesse? E Lei, Giuseppe, che cosa è disposto a fare o a non fare?” Giuseppe risponde: “Tutto! Qualsiasi cosa ci porti a cambiare, io ci sono!”. Dice “tutto”, non riesce a perdere la vecchia abitudine di controllo e onnipotenza, perché la risposta non può essere “tutto”. L’alternativa che Giuseppe propone è di far finta che non gli importi della bimba, che non siano una famiglia, come invece lui sente.
Lucia non crede che Giuseppe possa cambiare, con lui non può essere autentica, ma deve stare sempre attenta, cercando di tenere tutto tranquillo per non farlo arrabbiare.
Non si può stare in coppia se non rinunciando a qualcosa di proprio, ma non capisco se Giuseppe e Lucia hanno voglia di farlo. Nella vita di coppia, se si vuole andare avanti, non ci si può permettere di essere completamente sé stessi, è una pretesa eccessiva. Ora sarebbero più “normali” di quando sono arrivati: Lucia ha meno paura di essere disgraziata, sciagurata e diversa. Giuseppe avrebbe voglia di essere un po’ meno superman, ma ogni tanto ci casca. Un poco che, però, non basta per fidarsi e, nel mezzo, c’è anche la bambina. Entra il supervisore. Non ci sono state citofonate, per cui non so quale direzione voglia seguire. Si siede accanto a me. Con un semplice gesto d’intesa, un particolare movimento del corpo, uno sguardo, comprendo che mi sta invitando a danzare l’intervento terapeutico [19]. Dà il ritmo, gestisce lo spazio, indica i passi e, quasi per magia, io che non so danzare, mi muovo in sincronia. Il motivo della danza è quello del controparadosso scisso [6,20]. Il passo di apertura del supervisore: “Decidete voi, ora che siete più grandi, più capaci, più liberi se volete stare insieme o se volete farla finita. Quando avete deciso ce lo direte, così la smettiamo di stare qui a dirvi se vale la pena o non vale la pena, se non siete convinti voi, non convincerete noi. Fate quello che volete. Per noi le terapie vanno bene anche se la coppia decide di lasciarsi, con meno danni possibili e non tirando in mezzo i figli. A volte ci sono delle separazioni che sono un successo. Mettiamola così: avevate due favole, una era il gigante e l’altra era Cenerentola, questo vi faceva stare insieme. Ora, questo non c’è più! Se non c’è più, volete ancora stare insieme o separarvi?”.
Il mio passo di danza, in sintonia con il supervisore: “Lucia, Lei, dopo essersi giustamente convinta di essere abbastanza normale, vuole stare lo stesso con Giuseppe? oppure ritiene di non aver più bisogno di un protettore e che quindi potrebbe stare meglio da sola, riscattandosi da tanti anni di “schiavitù”? Giuseppe, se Lei era superman, ha incontrato la criptonite verde: la paura di non essere più indispensabile e di perdere Lucia la rende più critico, pignolo e di una razionalità che le toglie il sorriso. Forse per voi due è troppo impegnativo dire: ‘Lucia ti prego metti su la pasta’, ‘TI PREGO”, o rispondere ‘Giuseppe, faccio subito ma prova a sorridere mentre me lo dici, invece di guardarmi con aria critica’. Certo che è una faticaccia imparare a parlare così, vuol dire mettere da parte alcune difese e alcune riserve, come due porcospini che per avvicinarsi devono abbassare gli aculei. Secondo noi cervello e cuore, per farlo ce li avreste ma... il coraggio, il fegato, l’umiltà? E pensate che ne valga la pena soprattutto? Ce lo farete capire con le parole e con i fatti al prossimo appuntamento. Non vi nascondo che ho avuto difficoltà a scrivere queste parole perché per voi ho sperato tanto e ci sto proprio male a vedervi così e spero tanto che riusciate a ritrovare fiducia e coraggiosa umiltà. Anche Manfrida vi ha molto in simpatia, ma mi dice che non mi devo aspettare troppo perché non dovete mica sposarvi per fare contenta me! Forse, dice lui, siete troppo incancreniti nelle vostre difese individuali per riuscire a fidarvi a fare una famiglia”.
È in atto tra loro una sfida simmetrica. Giuseppe: io sono normale e tu pazza; Lucia: io sono normale e tu mi opprimi. Sono alla scelta. Giuseppe per Lucia non è molto attraente, lo era fino a che le dava protezione e attenzione, ma non adesso e forse pensa che si stia accontentando troppo. Hanno fatto tanto per essere normali, ora cosa vogliono fare? Si sono incontrati per bisogno e in stato di emergenza, ed ora?
Lucia ha le sue fragilità, Giuseppe non si accorge di quanto può essere pesante. Se continuano ad andare male si chiuderà la terapia, perché altrimenti si rischia di colludere con la coppia.
C’è un modo per smentire la sfida, incalzata dal sistema terapeutico, se continuare o no a stare insieme: che Lucia faccia la matta, così continueranno a stare insieme per forza come salvatore e bisognosa invece che per scelta, come persone normali.
OTTAVA SEDUTA
le sculture del futuro
Tra loro è tornato tutto tranquillo, entrambi si impegnano ciascuno sulle proprie criticità. Mi fa piacere che abbiano trovato un poco di indulgenza reciproca, accettando anche gli aspetti di difesa personale, che certo possono migliorare con la pratica, ma non possono cessare nell’altro, perché sono radicati.
È possibile continuare il lavoro sulle sculture del tempo e, così, propongo le sculture del futuro, ponendo come arco temporale di latenza 5 anni [15-17]. Come afferma Onnis [17] le sculture evolutive «aprono al terapeuta un terreno estremamente ricco di immagini metaforiche che, in questo caso, è la famiglia stessa a proporre e che il terapeuta può, a sua volta, restituire per avviare nuove letture possibili della situazione».
• Scultura di Lucia: Lucia e Giuseppe stanno seduti su due sedie, uno di fronte all’altra. Giuseppe è rilassato, con il busto piegato in avanti e i gomiti poggiati sulle ginocchia, non guarda Lucia negli occhi; le mani sono in quelle di Lucia. Lucia è nella stessa posizione, tiene le mani di Giuseppe nelle sue e gli sorride, guardandolo. Movimento: Giuseppe si gira verso Lucia, la guarda e la bacia.
• Scultura di Giuseppe: Lucia è seduta e guarda avanti, ha le gambe accavallate e le mani incrociate sopra, è serena e sorride rilassata. Giuseppe siede accanto a lei, guarda avanti come Lucia, le braccia conserte, sguardo sereno, gambe rilassate. Movimento: Lucia prende una mano di Giuseppe e se la mette sulla coscia della gamba accavallata, sotto le sue mani, poi si girano l’uno verso l’altra e si guardano sorridenti.

Non faccio alcun commento alle sculture e propongo loro la seguente restituzione a fine seduta.
“Per superare le incomprensioni non è sufficiente aver fiducia in noi, dovete svilupparla ciascuno in se stesso, nell’altro e nel vostro rapporto… infatti vi abbiamo lasciati soli e siete stati all’altezza, avete preso una decisione e ce l’avete presentata. C’è un altro fattore da considerare, la volta scorsa sapevate che eravamo agli sgoccioli con la terapia e, probabilmente, un po’ di ansia da perdita vi ha indotto, anche essa, a fare un po’ di casino per scongiurare il nostro imminente abbandono. Adesso sapete che siete voi responsabili per il vostro rapporto, siete voi che dovete controllare le vostre paure di suscettibilità, dovete essere capaci di rassicurarvi a vicenda per essere davvero uniti. Come per tutti la vita di coppia non è mai una conquista stabile e pacifica, ma lasciati da soli, speriamo che abbiate capito, quanto vale la pena di combattere, anche con se stessi, per avere l’altro.
Ecco i titoli delle vostre sculture del futuro.
Quella di Lucia: Ci teniamo per le mani e ci guardiamo rilassati, alla pari… senza perdere d’occhio il mondo circostante, ma sempre con l’altro in primo piano… e un bacio ci scappa.
Quella di Giuseppe: Fianco a fianco stiamo bene, guardiamo avanti con fiducia… basta che tu mi prenda la mano e mi voglia e io sono felice e pronto per te.
Abbiamo pensato di darvi un ultimo appuntamento, sperando di non farvi troppa paura e farvi litigare già qui, nel corridoio, uscendo. Però sappiamo di dover avere rispetto e fiducia per voi, oltre a fare il tifo per la vostra coppia. Buone vacanze, mandatemi un messaggio questa estate, mi farà piacere”.

Penso che se la scorsa seduta mi fossi accanita a tenerli insieme, avrei dimostrato loro che possono anche stare insieme, ma solo se a tenerli uniti c’è qualcuno (un terapeuta, un padre, un prete, ecc.).
NONA SEDUTA
chiusura della terapia: qualcosa di altro è possibile…
Giuseppe mi ha inviato un sms per disdire la seduta di settembre per problemi di lavoro, dicendo che tra loro ci sono alti e bassi, ma che si vogliono bene. Trascorrono, così, quasi cinque mesi dall’ultima seduta.
Con il supervisore prepariamo l’intervento per questa seduta di controllo; c’è da capire come hanno affrontato i litigi, se sono riusciti a gestire gli impulsi e a puntare su una definizione di famiglia.
Soliti litigi. Questa volta perché Giuseppe ha sentito Lucia al telefono con la nonna paterna della bambina, in occasione della sua prossima prima comunione. La telefonata ha infranto il sogno di Giuseppe che la bambina non sia figlia loro. Data la presenza di antichi fantasmi, la tendenza interpretante di Lucia e l’ansia dilagante di Giuseppe, ritengo sia più utile lavorare ad un livello di comportamento: «Lavorando con le coppie, non è economico pensare ad un livello psicologico profondo; è più ricco di possibilità, anche per la semplicità più immediata, lavorare ad un livello di comportamento» [1].
Dico: “Ci siamo lasciati la volta scorsa con una sfida: affrontare le cose in due. Evidentemente a volte ci riuscite, a volte no, a volte non ci riuscite ma recuperate, a volte rimane un po’ di rabbia. Giuseppe con i soliti suoi aspetti di eccessivo interventismo e di saperla lunga, per la paura di non essere adeguato o all’altezza. E quella storia già nota: il sogno di essere solo e soltanto in tre. Lucia, che non riesce a trovare il suo equilibrio tra ribellione e sottomissione. Se riusciste a passarci sopra e a sdrammatizzare! Potreste darvi, ciascuno a se stesso, un soprannome per i vostri aspetti antipatici e ricordarli l’uno all’altra invece di arrabbiarsi. È un modo per lavorarci sopra. Sareste in grado di farlo?”. Giuseppe, per la prima volta (finalmente!) risponde “Ni”. Lucia, come al solito, è più reticente. “Se riuscite a identificare questi aspetti e a gestirli insieme potete migliorare, per darvi un poco di possibilità. Ne vale la pena per lo meno?”.
Entrambi rispondono di “Sì” e su questo decidiamo di chiudere la terapia.
Giuseppe si commuove sulla porta e la sua scarpa, per una gomma da masticare sulla suola, rimane appiccicata al pavimento della stanza di terapia. La difficoltà della coppia a concludere la terapia è speculare alla mia. Sono assalita dai dubbi, mi chiedo quanto impatto terapeutico ci sia stato, se sia troppo presto chiudere qui. Penso, però, che Giuseppe e Lucia potranno gestire meglio le loro esplosioni ma, forse, non potrà cambiare molto tra di loro, perché questo è il loro modo necessario e funzionale di stare insieme. Si sono traditi per quello in cui si sono scelti.
Il rispetto dei vissuti dei membri del sistema e del faticoso equilibrio che questo si è dato comporta la responsabilità di dare la possibilità del cambiamento, senza tuttavia voler di più di quello che vuole il paziente. Il supervisore mi fa notare che c’è stato un cambiamento del ciclo di vita familiare, una presa di consapevolezza, il sistema è ripartito ma i problemi di coppia sono talmente antichi che i tempi di un reale cambiamento sono molto lunghi. Devo “lasciarli andare” e, a questo punto del processo terapeutico, è necessario che ritrovino la fiducia in loro stessi. Mi dice il supervisore: “Se non sei tu per prima a dare loro fiducia, a credere che abbiano le risorse per andare avanti da soli, come potranno crederci loro?”. Ha ragione. Dobbiamo restituire alla coppia la capacità di essere “terapeuta di se stessa” [21].
FOLLOW-UP
Avevo chiesto loro una telefonata di follow-up a 6 mesi. Nel frattempo ricevo un messaggio di auguri per le feste natalizie dove ringraziano e sembrano stare bene, nonostante i loro soliti alti e bassi. Dopo sei mesi è Lucia a chiamarmi, annunciandomi di essere al terzo mese di gravidanza e di voler intraprendere una terapia individuale, per iniziare a fare un lavoro sulla sua persona. Lascio la nostra disponibilità nel caso avessero bisogno come coppia.
CONSIDERAZIONI
Cuore pieno di selve e di rovine
cavalli sanguinosi e vento
montagne
e uccelli bianchi
cuore senza fine,
non basterà la morte
per domarti
e la palude del sonno.
(Catullo, Cuore senza fine)


Credo che la terapia di coppia sia servita a questo, a incrinare il loro gioco rigido e ripetitivo e a far vedere che, comunque, qualcosa di altro è possibile. Il terapeuta propone al sistema nuove possibili visioni di realtà, introducendo differenze, nel senso di Bateson, ma sarà, comunque, la famiglia a trovare autonomamente e in modo sempre imprevedibile, le soluzioni e le forme del cambiamento. Heinz von Foerster sottolineava come la funzione dello psicoterapeuta consista essenzialmente nel consentire al paziente e alla famiglia di aumentare le proprie possibilità di scelta [22].
Tanti aspetti di questa terapia mi hanno commossa: la ricerca disperata di un poco di serenità, l’angoscia di non trovare un proprio posto nel mondo, un’anima che non trova mai ristoro e che vive tutta l’intollerabilità della separatezza dell’Altro, arrivando a mettere a repentaglio salute fisica e mentale. Sono rimasta toccata anche dal pellegrinaggio di Lucia presso diversi psichiatri dei quali nessuno, sembra averle chiesto la sua storia, negando la necessità di ricordare, di raccontare. «Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi» [23,24]. Alcuni terapeuti credono in una realtà data, oggettiva, senza contestualizzare e complessificare, senza un’attenzione alle storie delle persone e alle situazioni reali quotidiane in cui esse vivono. Considerare un’unica realtà, occuparsi solo del sintomo seguendo una rassicurante classificazione diagnostica, utilizzare il farmaco come unico o privilegiato intervento per convincere il paziente e se stessi che stiamo trattando qualcosa fondamentalmente di biologico, deresponsabilizzando così tutti, vuol dire scegliere di rinunciare alla propria creatività, a sentire l’Altro, alla capacità di vibrare dentro la storia della persona, di stupirsi, di provare meraviglia e curiosità di fronte all’unicità del paziente. Occorre stare dentro il racconto, metterci pezzi di vita propri, come l’Uomo Illustrato, tutto coperto di figure, ognuna rappresentante una storia, che sente, come formiche, strisciare sulla propria pelle [25]. Questo ti spinge ad uscire da una causalità lineare e deterministica propria del terapeuta “efficiente e competente”, esterno e neutrale e ti pone, invece, in una situazione di sospensione, di apertura a nuove storie, possibile solo se entri nella relazione, pronta a danzare con il paziente una musica che, nella sua esecuzione, può assumere ritmi inizialmente inaspettati.
BIBLIOGRAFIA
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 7. Manfrida G. Fragilità della realtà e potenza della narrativa: il senso e la sfida del modello costruzionista sociale in psicoterapia. Simposio 2006; 2: 1.
 8. Norsa D, Zavattini GC. Intimità e collusione. Teoria e tecnica della psicoterapia psicoanalitica di coppia. Milano: Raffaello Cortina, 1997.
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10. Cancrini L. Schiavo delle mie brame. Milano: Frassinelli, 2003.
11. Fonagy P. Uomini che esercitano violenza sulle donne: una lettura alla luce della teoria dell’attaccamento. In: Fonagy P, Target M (eds). Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Raffaello Cortina, 2001.
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13. Aurilio R. Seminario “Le catene dell’amore: la dipendenza patologica nella relazione di coppia”. Centro Studi di Prato, 29 settembre 2012.
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15. Onnis L, Laurent M, Benedetti P, et al. Il mito familiare: concetti teorici e implicazioni terapeutiche. Ecologia della mente 1994; 17: 95-112.
16. Onnis L, Di Gennaro A, Cespa G, et al. Le sculture del presente e del futuro: un modello di lavoro terapeutico nelle situazioni psicosomatiche. Ecologia della mente 1990; 10: 21-46.
17. Onnis L. La narrazione analogica. L’uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica. Psicobiettivo 1996; 16: 17-35.
18. Berger PL, Luckmann T. The social construction of reality. New York: Doubleday, 1966. Trad. it. La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino, 1969.
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20. Selvini M, Boscolo L, Cecchin G, Prata G. Paradosso e contro paradosso. Milano: Raffaello Cortina, 2003.
21. Caillé P. Le destin des couples. Avatars et métamorphoses de la passion. Therapie familiale 2010; 22: 361-9.
22. Onnis L, D’onofrio C, Fojanesi M. Quando l’avvenire è imprevedibile. Ecologia della mente 2012; 35: 252-7.
23. Cancrini L. Date parole al dolore. La depressione: conoscerla per guarire. Milano: Frassinelli, 2003.
24. Shakespare W. Macbeth. IV 3, pp.209-210. Milano: Edizioni Garzanti, 1989.
25. Iacone S. “Follia” d’amore. Storia immaginaria ma non troppo di co-dipendenza. Ecologia della mente 2007; 30: 135-47.