Il lavoro terapeutico con i minori in comunità:
l’esperienza con Casa delle Stelle e Casa Cometa


Emanuela Giglio1


Il progresso scientifico si muove su due tipi di movimenti solo apparentemente contrapposti: quello delle ricerche che tende a verificare ipotesi già formulate e quello preparato dai dati che esso non spiega, portando alla formulazione delle nuove ipotesi. Inevitabile all’interno di una comunità professionale percepi­re come rassicuranti e lodevoli le prime, come pericolosi e da osteggiare i secondi. Sceglieremo per questa rubrica, all’interno di una letteratura ormai vastissima e spesso ripetitiva sulla terapia, lavori del secondo tipo. Parlando di “idea nuova” ne supporremo sempre il significato propositivo. Sperando di dare un contributo al­lo sviluppo di una scienza realmente “riflessiva”: capace cioè, nel senso di Bateson, di comprendere se stessa nel campo della propria osservazione.


Scientific progress moves along two lines which are only apparently in contradiction: one belongs to research which aims at verifying hypotheses already for­mulated, the other being prepared from data which the hypotheses do not explain and leading to no formulation of new. Inevitable, for the professional community to perceive the former as encouraging and praise worthy and the latter as dangerous and hostile. For this section, a careful selection has been made from the literature on therapy, today very extensive and often repetitive, concerning works of the second type. Referring to a “new idea”, we will always take it as a proposal while at the sa­me time we hope to bring a contribution to the development of a really “reflexive” science: that is, capable, as Bateson says, of looking carefully into itself.


El progreso científico evoluciona en dos direcciones opuestas: una lleva a realizar investigaciones que tienden a verificar hipótesis ya enunciadas y la otra a reali­zar investigaciones que formulan nuevas hipótesis. Es inevitable que la comunidad de profesionales considere el primer tipo de estudios más confiables y elogiables mientras que los segundos, se consideren peligrosos y generadores de hostilidad. En esta sección han sido seleccionados solo trabajos del segundo tipo, dada la amplitud y a menudo la repetición de la literatura dedicada a la terapia. Al hablar de una “idea nueva” lo haremos siempre desde un punto de vista de propuesta, esperando poder contribuir al desarrollo de una ciencia realmente reflexiva que en el sentido de Bate­son, sea capaz de auto observación.



Riassunto. Quando si è davanti ad un minore ospitato in una comunità di accoglienza si è di fronte ad un minore profondamente ferito. Traumatizzato da un vissuto di incuria, di maltrattamento fisico e/o psicologico, di abuso, tale minore soffre in seguito allo sradicamento dal suo ambiente di origine che, per quanto disfunzionale, rappresentava per lui la prima esperienza di attaccamento. Il suo collocamento in una struttura, per quanto in essa lo attenda la calorosa accoglienza di operatori qualificati, affettuosi e fermi nelle regole, costringe il minore a dover ricostruire da capo dei legami, a doversi fidare di qualcuno proprio quando la sua fiducia è stata profondamente tradita. Usando una metafora, è come mettere del sale su ferite ancore aperte e sanguinanti. Un minore così profondamente ferito va curato e ciò è un dovere di ogni adulto che si trovi davanti a lui. Accanto al lavoro della comunità, del Servizio Sociale, del Tribunale per i Minorenni, delle altre istituzioni, si situa il lavoro dello psicoterapeuta che deve accompagnare tali minori, così piccoli eppure già così profondamente segnati dalla vita, durante il faticoso cammino in comunità, per approdare ad un rientro nella propria famiglia d’origine, laddove sia stato possibile svolgere un lavoro di cambiamento delle condizioni originarie, o ad un percorso di affido o di adozione, o ad un passaggio ad altra comunità.

Parole chiave. Bambini, adolescenti, comunità per minori, psicoterapia, maltrattamento infantile.


Summary. The therapeutic work with children in residential community: the experience in Casa delle Stelle and Casa Cometa.
When you are in front of a minor in the residential community, you are facing a child with a deeply hurt. This child has been traumatized by neglect, physical and/or psychological abuses. He suffers because he was carried away from his family. Although this family is dysfunctional, it represented for him the first experience of attachment. The child, who arrives in a residential community, the place where high qualified educators give love and rules, must rebuilds emotional relationships, in order to trust someone, just as his confidence has been deeply betrayed. To use a metaphor, as like someone is placing salt on the open and bleeding wounds. It’s necessary to take care of a child so hurt, it is a duty of every adult who has a relationship with him. Beside the work of the residential community, Social Services, Juvenile Court and all the other institutions, involved the work of the psychotherapist is fundamental. During the difficult time in the residential community the psychotherapist must stand beside these children, so small and yet already deeply damage inside, until their return to the biological families, in case it is possible to change previous family conditions, or to a foster care or adoption, or a transfer to another residential community.
Key words. Children, adolescents, residential communities for minors, psychotherapy, child abuse and neglect.


Resumen. El trabajo terapéutico con niños de la comunidad residencial: la experiencia con Casa delle Stelle y Casa Cometa.
Cuando estás frente a un menor de edad en una comunidad residencial para menores, estamos frente a un menor herido profundamente. Traumatizado por experiencias de abandono, abuso físico y/o psicológico, esto minor esta sufreindo dal desarraigo de su entorno de origen que, aunque disfuncionales, representa por él la primera experiencia de apego emocional. Su ubicación en una estructura protegida, como en ella la espera la cálida bienvenida de personal cualificado, affectivo y firme en las reglas, fuerza el niño a tener que reconstruir los lazos de cero, a tener que confiar en alguien igual que su confianza ha sido profundamente traicionado. Para usar una metáfora esta como poner sal en las heridas abiertas y sangrantes anclajes. Menor tan profundamente herido hay que atenderlo y esto es un deber de todos los adultos que están en frente de él. Junto al trabajo de la comunidad residencial, los servicios sociales, el tribunal de menores, otras instituciones, se encuentra el trabajo del psicoterapeuta que debe acompañar estos menores, tan pequeños y ya tan profundamente heridos por la vida, en esto difícil camino. Lo psicoterapeuta tiene che apoyar el minor hasta que va a retrasar en su hogar familiar, solo si estado posible hacer un trabajo para cambiar su entorno familiar disfuncional. Si esto no ha sido possible para el minor se construye un camino de acogimiento o de adopción, o un traslado a otra comunidad residencial para menores.
Palabras clave. Niños, adolescentes, comunidades residenciales para menores, psicoterapia, infantil abuso.
introduzione
L’autrice di questo scritto è psicoterapeuta presso la Fondazione Domus de Luna Onlus, nata nel 2005 per assistere e curare bambini e ragazzi in situazioni di grave disagio, riconosciuta per i suoi scopi meritori dalla Presidenza della Regione Sardegna e dal Ministero degli Interni. Gli interventi di Domus de Luna sono volti sia a contrastare le manifestazioni di disagio riconosciute dai Servizi Sociali, dal Tribunale per i Minorenni e dalle altre istituzioni deputate, sia a prevenirne lo sviluppo attraverso campagne di sensibilizzazione e interventi di prevenzione.
Domus de Luna in questi primi otto anni ha aperto e gestisce quattro comunità di accoglienza e cura dedicate a minori allontanati dalla famiglia d’origine e a mamme con bambino che vivono storie di maltrattamento e incuria:
• Casa delle Stelle, una casa per bambini fino ai 12 anni;
• Casa Cometa Ragazzi, una casa dedicata agli adolescenti;
• Casa Cometa Mamme, a fianco alla casa degli adolescenti, per l’accoglienza di mamme con figli preadolescenti o adolescenti;
• Casa del Sole, accanto alla casa dei piccoli, per la cura di gestanti e mamme con bambini.

A supporto dei minori e delle mamme in cura nelle comunità, Domus de Luna utilizza il Giardino, uno spazio psicoterapeutico, così chiamato per i disegni sulle pareti, realizzati dai writer, che riproducono un ambiente naturale simile ad un giardino, ove si svolgono i colloqui individuali con le mamme ed i minori e, laddove possibile, con le loro famiglie. Oltre a questo spazio, gli ospiti di tutte le comunità possono usufruire di gruppi terapeutici settimanali, guidati anch’essi da uno psicoterapeuta e diversi per età e tematiche.
L’esperienza acquisita in comunità ha portato Domus de Luna ad ampliare il proprio intervento a quei luoghi, come le scuole difficili, i centri sociali giovanili, il carcere minorile, i campi rom, dove è possibile attuare percorsi di sensibilizzazione e prevenzione, usando la musica e l’arte come mezzo di espressione, possibilità formativa e magari di un lavoro per il domani. Si è scelto di dare a questi progetti una sede stabile, l’Exmè, un centro sociale così chiamato perché realizzato in un ex mercato civico abbandonato in uno dei quartieri più degradati nella periferia di Cagliari. L’obiettivo è quello di dare ai ragazzi un’alternativa alla strada, di aiutarli a superare eventuali situazioni di disagio ed emarginazione, con il supporto di psicologi ed educatori, attraverso relazioni interpersonali, attività artistiche, sportive, cinematografiche. L’Exmè è anche la sede in cui Domus de Luna organizza mensilmente seminari e occasioni di confronto e formazione tra professionisti, sia locali sia di fama nazionale e internazionale, che si occupano di tutela dei minori. In questi anni Domus de Luna ha iniziato a pensare anche al dopo comunità. È nata così la Locanda dei Buoni e Cattivi, un ristorante con camere in cui vengono impiegati per lavorare ragazzi e mamme affidati alle varie case, giovani segnalati dal Centro di Giustizia Minorile o in situazione di disagio, che possono cercare così il proprio riscatto, compiendo un passo concreto verso la costruzione di un futuro migliore e l’autonomia. Si offre loro una possibilità concreta di formazione, un lavoro dignitoso per poter crescere, realizzarsi personalmente e professionalmente e conquistare l’indipendenza economica.
COMINCIARE LA PSICOTERAPIA CON UN MINORE IN COMUNITÀ
Quando un minore entra in comunità gli operatori di Domus de Luna se ne fanno carico a più livelli: educativo, sanitario, scolastico, sportivo, sociale e psicologico. La psicoterapia è parte integrante del progetto educativo individualizzato stilato per ciascun minore dall’equipe psico-socio-educativa in collaborazione con i Servizi Sociali di riferimento. La psicoterapia con un minore inserito in comunità non può prescindere dalla rete che sta attorno al bambino o al ragazzo: il professionista non opera isolato nel proprio studio ma è in continuo contatto con tutto ciò che ruota attorno al minore e che inevitabilmente entrerà anch’esso, direttamente o meno, nella stanza di terapia e con esso occorrerà confrontarsi: comunità, servizio sociale, neuropsichiatria, tribunale, scuola, sport, ma soprattutto la famiglia del minore, sia quella d’origine, quando ciò è possibile, sia quella affidataria o adottiva quando, al termine del percorso comunitario non vi siano le condizioni opportune per un rientro del minore nel proprio nucleo [1].
La psicoterapia è strumento fondamentale per la cura di queste infanzie infelici ma essa ha efficacia, usando le parole di Luigi Cancrini nel suo ultimo libro [2] se il mondo interno di questi minori «cessa di essere un deserto popolato solo da relazioni interiorizzate distruttive e minacciose, ma si anima di altre relazioni nate all’interno della vita in una casa-famiglia chiara dal punto di vista delle regole e accogliente dal punto di vista degli affetti». L’esperienza terapeutica nelle comunità ha permesso di evincere che la psicoterapia, da sola, non avrebbe prodotto un efficace cambiamento in un minore così profondamente ferito nell’animo, e spesso anche nel corpo, perché «il deserto arido del suo mondo interno non gli avrebbe permesso di accettare, vivendoli positivamente, i limiti inevitabilmente collegati alle regole di un setting» [2].
Quando si incontra per la prima volta un minore è bene chiedersi cosa abbia capito del perché si trovi in comunità e del perché stia incontrando lo psicologo. Probabilmente ha già ricevuto queste spiegazioni dall’educatore o dal coordinatore della struttura, o dall’assistente sociale. Probabilmente ha ricevuto ben pochi chiarimenti dai propri genitori riguardo il suo inserimento in comunità ed in genere ha le idee un po’ confuse o pensa che sia colpa sua, per questo è necessario aiutarlo a trovare un senso e una spiegazione di ciò che in quel momento sta accadendo nella sua vita, senza creargli illusioni o inganni ma cercando di assumere con lui sincerità e chiarezza, adeguando ovviamente la spiegazione alla sua età e possibilità di comprensione. Se quest’ultima lo permette è utile anche leggere insieme a lui i decreti che lo riguardano e rimandare alla figura del Giudice il potere di prendere delle decisioni relativamente al suo ingresso in comunità, al tempo di permanenza, alle regole che gestiscono il rapporto con i familiari, ai progetti futuri. In genere i bambini, contrariamente a quanto si possa credere, sono rassicurati dal sapere che esiste un Tribunale per i minori e un Giudice che si assume la responsabilità di proteggerli e di prendere delle decisioni molto difficili a loro tutela, avvalendosi anche del parere di altre persone esperte che li conoscono personalmente, come l’assistente sociale, gli educatori, i familiari, lo psicologo stesso, ed ascoltando i minori in prima persona per capire quali sono i loro pensieri e i loro desideri. A tal fine può essere utile incoraggiarli ed aiutarli a scrivere delle lettere al Giudice per descrivere come stanno ed esprimere le loro opinioni, richieste e desideri. Rimandare alla figura del Giudice è utile anche in quanto persona terza e neutra rispetto alla famiglia, ai Servizi Sociali e alla Comunità, evitando il rischio di intaccare gli equilibri dei rapporti con le persone che il minore frequenta più spesso.
Inoltre il terapeuta stesso deve offrire al minore la sua idea delle ragioni dei loro incontri, per esempio spiegando che il suo lavoro è quello di incontrare i bambini e i ragazzi e di aiutarli a capire i loro sentimenti, aggiungendo eventualmente qualcosa sulla situazione particolare del paziente con cui sta parlando. In generale è importante comunicargli che pensa che ci siano motivi di tensione nella sua vita, sentimenti di dolore, rabbia, tristezza, per affrontare i quali può avere bisogno di un aiuto e di un confronto vicino ma esterno alla comunità, alla famiglia, alla cerchia amicale; poi può spiegargli che nella stanza di terapia è libero di parlare o di giocare o di fare qualche altra attività gli piaccia; è importante che il terapeuta introduca fin dall’inizio la nozione di gioco e la possibilità e il diritto di giocare o fare qualcosa che piace.
Occorre inoltre spiegare al minore il concetto di riservatezza che tutela lo spazio della terapia. Ciò che egli porta nella seduta con le parole, le attività, i giochi, i disegni è coperto dal segreto professionale; tuttavia, essendo minorenne e trovandosi all’interno di una comunità e in una particolare situazione di tutela, alcuni aspetti possono essere condivisi con l’equipe, con i Servizi Sociali, con il giudice, qualora la conoscenza di questi aspetti possa aiutare tutti a svolgere ancora meglio il loro lavoro nel perseguire il benessere del minore. Il bambino deve sapere che lo psicologo può riferire in generale come lui stia ed è inoltre tenuto a comunicare tutte le situazioni che in un modo o nell’altro possano danneggiarlo o metterlo in pericolo. Lo psicologo informerà il minore dei contenuti che ritiene opportuno condividere con l’equipe ed inviterà lui stesso a condividerli con il coordinatore o con il suo educatore preferito; se il minore non si sente di fare questo lo psicologo proporrà di farlo insieme o cercherà il modo di essere autorizzato dal minore a rompere il segreto, facendogli comprendere che ciò è necessario per la sua tutela.
La psicoterapia con il minore è una relazione, uno spazio, in cui ci si può fidare, in cui c’è rispetto, prevedibilità, coerenza, collaborazione, in cui si può sperimentare l’adulto come base sicura, in cui si può accrescere l’autocontrollo, in cui si possono attuare i meccanismi disadattavi per affrontare gli eventi così da cercare altri modi collaborativi per condividere le proprie esperienze e vedere che è possibile avere aiuto tramite il rapporto con un’altra persona che, a differenza di adulti incontrati nella loro giovane vita, è prevedibile e costante [3]. La prima cosa da fare è creare un clima di accoglienza, rispetto e non giudizio, dando il senso che si può parlare di tutto e che si è là semplicemente per stare con loro e ascoltarli, qualsiasi cosa facciano o dicano; è importante rimandare loro che anche i modi disfunzionali hanno un significato che va compreso. In tal senso è risultato molto utile e funzionale l’approccio interpersonale di Lorna Smith Benjamin, secondo la quale i sintomi e le psicopatologie sono un dono d’amore che la persona rivolge alle rappresentazioni interiorizzate delle figure per lui importanti (IPIR) al fine di garantirsi per sempre il loro amore. Il modo in cui la persona fa questo, secondo la dott.ssa Benjamin, avviene attraverso tre processi, che lei chiama di copia e che funzionano come dei dictat più o meno inconsci per la persona: devi essere e comportarti come la IPIR (identificazione); devi agire come se la IPIR fosse qui e avesse il controllo (ricapitolazione); devi trattare te stesso come ti trattava la IPIR (introiezione). I processi di copia funzionano anche al contrario, cioè imponendo di essere all’opposto della IPIR e si fondano sulla fantasia che tale persona alla fine amerà il paziente come lui desidera se continuerà ad essere una testimonianza vivente abbastanza buona delle sue regole e dei suoi valori [4]. Poiché la relazione del paziente con l’interiorizzazione delle IPIR è molto potente, gran parte del trattamento psicoterapeutico deve concentrarsi sull’abbandono e sull’elaborazione di queste fantasie, residui dei primi attaccamenti, deve sostenere il paziente nel lutto e nella separazione dai “genitori nella testa”, cioè dalle IPIR così come sono state “registrate” dal paziente nei primi anni di vita. Questo concetto è fondamentale con pazienti, quali i minori in comunità, in cui il dono d’amore è particolarmente forte vista la situazione di conflitto di lealtà da loro spesso sperimentata. Il discorso del dono d’amore e dei processi di copia può essere fatto facilmente sia ad un bambino che ad un adolescente e ad un adulto. Davanti a dei sistematici comportamenti disfunzionali di un bambino o di un adolescente in comunità gli si chiede “A chi somigli quando fai questo? Secondo te chi sarebbe contento/scontento nel vederti fare questo?” o ancora “Cosa potrebbe succedere se tu cambiassi questo? Pensi che mamma non ti vorrebbe più bene o si arrabbierebbe con te?” oppure “A chi vuoi fare un dispetto quando fai ciò?”.
Maurizio, 15 anni, è stato inserito nella comunità dei piccoli quando aveva 11 anni assieme alla sorella, per una grave situazione di incuria ed una forte inadeguatezza dei genitori, affetti da ritardo mentale. Entrambi soffrivano di enuresi e di encopresi e dal racconto della loro storia emerge come tutto il nucleo familiare vivesse in condizioni di degrado in una stanza di una casa albergo, condividendo un unico letto, nel quale il padre, dopo aver consumato dei rapporti sessuali con la compagna, urinava (anch’egli era affetto da enuresi). Mentre la sorellina, tuttora impegnata in un percorso di adozione, è riuscita già dopo qualche giorno dall’ingresso in comunità ad eliminare tali sintomi, Maurizio continua tutt’oggi a presentare enuresi notturna, nonostante i controlli medici non rilevino alcuna causa organica e le innumerevoli terapie comportamentali si siano mostrate inefficaci. Il ragazzo a periodi è fortemente trascurante verso se stesso, le sue cose e gli altri. È evidente in lui il processo di copia sia dell’introiezione che dell’identificazione con la figura paterna, attraverso cui il ragazzo cerca disperatamente di garantirsi per sempre l’amore del padre, che non vede più, e rispetto al quale sente che non può differenziarsi troppo. Solo nel momento in cui, attraverso un lungo e paziente lavoro terapeutico, parallelo al lavoro svolto in comunità dagli educatori e, ancor più, alla forte esperienza affettiva con una famiglia appoggio, Maurizio riuscirà a separarsi dai “genitori nella testa”, probabilmente il suo sintomo svanirà.

Gabriele, 10 anni, ha una storia di gravi maltrattamenti e rifiuti da parte del padre naturale e tuttora sperimenta una condizione di emarginazione rispetto al nuovo nucleo familiare che la madre e il nuovo compagno hanno costruito, dando alla luce altri due bambini, rispetto ai quali Gabriele e la sorella, nati dalla precedente relazione materna, vengono squalificati. Gabriele mette in atto sia il processo dell’introiezione (si squalifica in continuazione, si deride, si insulta) che della ricapitolazione (mette in atto delle condotte oppositivo-provocatorie con cui ottiene che i coetanei lo emarginino e cerca di suscitare in bambini ed adulti sentimenti di rabbia, quasi a voler provocare verso sé una reazione aggressiva e rifiutante).

Obiettivo fondamentale nelle prime sedute è la costruzione di un’alleanza, cioè di un ingrediente fondamentale della relazione che permette di trasformare l’attaccamento evitante o disorganizzato, di solito sperimentato da questi minori nella loro vita, in un attaccamento organizzato e sicuro con il terapeuta.
Il terapeuta deve fare attenzione ad esercitare un’empatia equilibrata che non sia né poca, in quanto rafforzerebbe la convinzione che i rapporti portino solo a frustrazione e mancanza di sintonia, né troppa, in quanto minacciosa per il bambino che teme di esporre la propria vulnerabilità per paura di sopraffare il terapeuta.
Nelle fasi iniziali il terapeuta non deve mettere in rilievo emozioni del bambino quali invidia, tristezza, rabbia, né la sua vulnerabilità e le sue difese ma iniziare da quelle per lui accessibili. Deve trovare il momento giusto anche per collegare i suoi sentimenti e pensieri con gli eventi del passato, in modo da evitare di stimolare in lui distanza, controllo, svalutazione e difensività [5].
Un obiettivo molto importante della terapia con i minori è accrescere la loro funzione riflessiva. Ciò consiste innanzitutto nell’insegnare loro ad osservare le proprie emozioni, senza cominciare ovviamente da stati interni minacciosi che li spingerebbero ad allontanarsi da tale funzione piuttosto che ad accostarsi.
Il gioco, la fantasia, la comicità offrono una scappatoia da esperienze travolgenti e incontrollabili e le riducono in frammenti che sono meglio masticabili e gestibili. Bisogna considerare che man mano che cresce l’attaccamento al terapeuta aumenta l’impulsività del minore perché l’attaccamento provoca vulnerabilità, paura dell’abbandono e dipendenza, che causano il ritiro dalla funzione riflessiva [6].
ASCOLTARE LA VIOLENZA
La maggior parte dei minori che fanno ingresso nelle comunità Domus de Luna è stata vittima di maltrattamenti ed abusi, fisici, psicologici, sessuali. Per loro è spesso molto difficile mettere in parola il maltrattamento subito. Molti di loro, anziché parlare, esprimono i segnali di disagio sul piano ludico, espressivo, sintomatico. È importante creare il tempo e lo spazio mentale per ascoltare e condividere l’emozione che quel bambino o ragazzo ci trasmette; potrebbe essere utile anche solo rimandargli “Sento proprio che hai tanta paura, ti vedo che stai male”, per sciogliere la sua paura o il suo malessere. Un bambino o un adolescente parleranno delle loro paure solo se troveranno di fronte un adulto disponibile ad ascoltare, non solo con le orecchie ma soprattutto con il cuore. L’ascolto non è solo la più grande strategia di prevenzione dell’abuso, ma rappresenta anche la cura più efficace [7]. Un aspetto fondamentale è imparare ad ascoltare l’altro e nel contempo ascoltare, avvertire e decodificare le emozioni che risuonano dentro di sé. Il terapeuta, così come gli altri operatori che lavorano con questi minori, deve fare i conti inoltre con l’impensabilità della violenza all’infanzia: pensare il maltrattamento implica sempre la tolleranza di un dispiacere e il superamento di una resistenza psichica da parte del terapeuta. La mente umana in condizione di equilibrio tende a scappare dalla percezione di tutte le forme di abuso ai minori, in quanto essa comporta di entrare in contatto con la sofferenza, l’impotenza e i processi emotivi di disgregazione del Sé, sia del minore vittima che dei soggetti del nucleo familiare o extra-familiare dove si svolge il maltrattamento. Chiunque abbia subito un abuso incontra enormi difficoltà a creare rapporti interpersonali e questi ostacoli corrispondono allo stato confusionale causato dalle esperienze traumatiche; la profonda ferita causata da una violenza sessuale o da situazioni di trascuratezza e maltrattamento può indurre nel soggetto una sfiducia di base verso gli altri, una visione del mondo come nemico, vissuto con diffidenza e sospettosità. Mentre lavora con minori colpiti da questo trauma, il terapeuta può sentirsi relegato dietro un muro, invisibile ma molto resistente, che talvolta impedisce di avvicinarsi a loro pur volendosene prendere cura. Questi meccanismi di difesa, messi in atto dal minore nella relazione con il terapeuta ma anche con un educatore, o con un genitore affidatario, possono indurre nell’adulto sentimenti di scoraggiamento, di impotenza, di inefficacia e di rifiuto a reggere il bisogno di questi ragazzi di mantenere le distanze. A volte le difese sono tanto forti da isolare questi minori dal resto del mondo, con un atteggiamento di rassegnazione e disinteresse verso la vita, con l’apatia, il fallimento nella scuola, oppure con la forma opposta del comportamento provocatorio, aggressivo, strafottente, che in realtà altro non è se non un sintomo di estrema fragilità, di paura del rifiuto [8].
In questi casi, che si verificano soprattutto nella comunità degli adolescenti, l’unica relazione per loro possibile passa attraverso l’aggressione, sia fisica che verbale, dell’altro. Il terapeuta allora può utilizzare le emozioni provate nella relazione con il minore come strumento della psicoterapia, al fine di entrare in comunicazione con lui. Può essere utile condividere con il ragazzo stesso, in maniera delicata e rispettosa, questo sentimento percepito di diffidenza, mostrandogli di poterlo comprendere, accettando il suo bisogno legittimo di conoscere meglio il terapeuta, di fare domande personali, di studiarne le emozioni e reazioni nei suoi confronti. Con questi ragazzi, inoltre, occorre una grande coerenza fra ciò che si dice, ciò che si fa e che si è, perché hanno sviluppato un sesto senso nei confronti di ogni minimo segnale di incoerenza, di abbandono o di distanziamento emotivo.
La capacità di non contro-reagire alle loro provocazioni, di essere il contenitore delle loro emozioni senza venirne travolti, di leggere dietro la loro corazza le emozioni e i pensieri che loro non hanno il coraggio di pensare e comunicare perché sentono che è troppo doloroso o rischioso, la capacità di pensare e comunicare questi contenuti “al posto loro”, sono fattori importanti per l’inizio della psicoterapia. Spesso capita di fare delle domande sulla loro storia a cui non si ottengono risposte: questo non è inutile, serve comunque a far capire loro che c’è la disponibilità a parlare di certe tematiche dolorose, che la mente del terapeuta le può contenere, che niente è impensabile, che si è disposti ad offrire una relazione oggettuale diversa, affidabile e costante. Ecco perché quando rifiutano l’appuntamento è utile rimandargli che lo spazio della loro seduta è comunque “conservato” e che li si “aspetta”, per dare il senso che “si tiene a loro”.
IL GIOCO COME STRUMENTO DI TERAPIA CON I MINORI
Il gioco ha rappresentato immediatamente lo strumento principe della terapia per tutti i primi psicoanalisti infantili (Anna Freud, Melanie Klein, Donald Winnicott, Erik Erickson, altri), che subito lo considerarono analogo al materiale creato, attraverso i sogni e le libere associazioni, dai pazienti adulti. Esso fornisce una finestra fondamentale sull’inconscio del bambino. Durante la seduta è importante notare se il bambino comincia il gioco, se stabilisce regole o se condivide quelle stabilite, se mostra aspetti di ribellione e di inganno [9].
Una delle principali virtù terapeutiche del gioco è il suo essere privo di conseguenze sul piano di realtà e dunque la sua, almeno apparente, sicurezza come strumento di espressione di sé: ecco allora che senza troppo pericolo si può giocare con le bambole a “mamma e figlio” e rappresentare quella che è stata la propria esperienza, con la proiezione delle proprie paure e desideri; o ancora si può giocare a “far combattere i buoni e i cattivi”; si possono picchiare i pupazzi e fare le guerre più atroci; si possono liberare e rinchiudere i mostri nelle prigioni dei castelli; si può salvare e farsi salvare. Non tutti i bambini sono disponibili a giocare; alcuni per esempio possono rifiutarsi di giocare o, qualora lo facciano, possono coinvolgersi in un’attività da cui il terapeuta è in gran parte escluso. Con i bambini molto piccoli, fino a 4-5 anni, di solito sarà più semplice e praticamente inevitabile giocare, ed essi saranno in genere abbastanza disponibili a descrivere cosa stiano facendo nel gioco. Anche i bambini tra gli 8 e i 10 anni di solito giocheranno con facilità, ma saranno più reticenti ad attribuire al gioco significati specifici. Andando avanti con l’età, 11-13 anni, i bambini mostreranno più probabilmente una preferenza per determinati tipi di gioco, più spesso giochi da tavolo, meno proiettivi, o a volte avranno voglia di parlare apertamente di alcuni argomenti. I bambini più timidi potrebbero avere difficoltà a lasciarsi coinvolgere nelle attività e tenderanno a voler giocare da soli. Quelli più esuberanti invece potrebbero essere iper-stimolati dalla presenza di troppi giochi nella stanza e diventare distruttivi; anche i bambini con difficoltà di controllo degli impulsi e problemi di attenzione possono avere difficoltà nella manipolazione dei materiali di gioco. Un bambino vittima di abuso potrebbe anche non riuscire a giocare affatto e disorganizzarsi qualora gli venga richiesto; a volte invece può agire nel gioco scene specifiche dell’abuso subito con rigide stereotipie. Se si ha l’impressione che il bambino sia inibito nella sua capacità ludica, non abbia mai avuto l’opportunità di giocare o non sia mai stato incoraggiato a farlo, allora il gioco stesso può diventare un obiettivo della terapia, in quanto funzione con cui sostenere lo sviluppo. Se invece il bambino non vuole far altro che giocare, utilizza la stanza come una ludoteca e il terapeuta come un animatore e ci si accorge che il bambino adopera il gioco come rifugio e come mezzo per evitare quelle che anticipa essere interazioni dolorose o potenzialmente rischiose, si può decidere che sia meglio incoraggiare il giovane paziente a tentare un’interazione più dialettica e discorsiva. Altre volte i bambini possono aver bisogno che il terapeuta trascorra l’ora a porgli dei limiti e strutturi la seduta in maniera più rigida, magari perché non hanno mai vissuto questa esperienza al di fuori della terapia: in questi casi il fatto che il bambino capisca che il terapeuta è in grado di mettere limiti e stabilire regole in maniera rispettosa e ragionevole può rappresentare un obiettivo fondamentale, soprattutto all’inizio del percorso.
L’interazione di gioco tra terapeuta e bambino può avvenire a diversi livelli: alcune attività sono infatti maggiormente caratterizzate da elementi terapeutici e interattivi, come gli aspetti creativi, mentre altre possono essere solitarie, ripetitive e apparentemente prive di significati simbolici ed emotivi (ad esempio l’uso di bambole e pupazzi in modo ripetitivo e stereotipato; l’esclusione di ogni tipo di interazione con il terapeuta, il quale potrà sentirsi come osservatore di attività che sente prive di importanza emotiva). Eppure, a volte, alcune attività anche apparentemente prive di significato emotivo e comunicativo, rappresentano per un bambino il modo migliore per esprimersi e dare voce a tematiche con cui si confronta costantemente, per esprimere il desiderio di ciò che vorrebbe essere, per identificarsi con qualcuno o qualcosa per lui significativo.
Per esemplificare si riporta ciò che accade nelle sedute con Ernesto (nome fittizio), un bambino di 9 anni giunto in comunità su segnalazione dei Servizi Sociali per via di una situazione di trascuratezza familiare oltre che di conflittualità e violenza fisica tra i genitori. Al suo arrivo Ernesto zoppica per via di un difetto fisico all’arto inferiore. Il bambino non parla quasi mai in seduta, mostrando chiusura e apatia, e si rifiuta di fare qualsiasi gioco gli venga proposto. L’unico interesse che mostra è per la pista delle macchinine. Ad ogni seduta si mette a giocare con le macchinine, senza dire una parola ed isolandosi dalla terapeuta, finché un giorno, invitato da quest’ultima a condividere quali macchine gli piacciano di più o di meno e del perché, arriva a descrivere la sua propensione verso una macchinina più danneggiata (rappresentante se stesso), spiegando che il fatto di avere una ruota a terra era motivo di presa in giro da parte delle altre macchine (rappresentanti i coetanei con i quali si sentiva sempre come all’interno di una gara, in cui si percepiva immancabilmente come il più lento) ma soprattutto di una macchina più grossa (rappresentante il padre), che non faceva altro che tamponare lui e gli altri (l’uomo viene descritto come violento sia nei confronti della compagna che del figlio, oltre che critico e denigrante verso l’handicap di quest’ultimo). Il ripetersi di questo gioco permette ad Ernesto di esprimere la sofferenza causatagli dal suo difetto fisico e dell’atteggiamento della famiglia nei suoi riguardi, oltre che il disagio con i coetanei e la difficoltà a partecipare ad attività ludiche e sportive di tipo competitivo.

Grazie alla creatività di paziente e terapeuta la sequenza di gioco può offrire al bambino un nuovo senso del Sé e dell’esperienza con l’altro. Il bambino, infatti, può aggiungere al suo repertorio interattivo nuovi comportamenti a vari livelli di consapevolezza.

Ad esempio un bambino abituato a subire può imparare in seduta a sgridare il terapeuta, esprimendo sentimenti altrimenti censurati o fonte di vergogna. È ciò che fa Laura, bambina di 7 anni, che castiga tutti i pupazzi e la terapeuta stessa, insultandoli e percuotendoli, ordinando loro ciò che devono fare. La sua storia è caratterizzata da gravi abusi da parte delle figure genitoriali. Accogliendo il suo gioco la terapeuta si pone come ascoltatrice del suo dolore, che la bambina può finalmente sfogare; interpretandolo poi, Laura ha modo di esprimere la sua rabbia per i genitori, oltre al dispiacere di non vederli, e può essere aiutata ad individuare altre scelte comportamentali più funzionali.

Il gioco può aiutare il bambino a sintetizzare e creare nuove esperienze e una diversa realtà, attraverso la creazione di nuove metafore sul Sé, rappresentando gli stati emotivi, i propri atteggiamenti personali e i propri conflitti. Queste esperienze emotive possono rappresentare prove generali che il bambino mette in atto con il terapeuta: nel gioco il bambino può esplorare molteplici possibilità senza assumersene tutta la responsabilità.

Elena, bambina di 8 anni, entrata in comunità all’età di 6 anni, per un vissuto di incuria e maltrattamento, vuole fare sempre questo gioco: appena entra nella stanza di terapia si impossessa della borsa della terapeuta e vi mette dentro le sue mani; vuole usare i suoi trucchi, prendere il portafoglio per fare la spesa, guardare gli impegni sull’agenda; oltre al primo significato di identificazione femminile con la figura della terapeuta, l’analisi delle emozioni sperimentate in seduta, la volontà quasi ossessiva di avere per quell’ora la borsa della terapeuta e la sensazione di pesantezza sperimentata da quest’ultima, indicano il bisogno della bambina di “essere contenuta” nella sua sofferenza e la difficoltà della terapeuta di “essere contenitore” delle sue angosce. Il ripetersi di tale gioco permette alla bambina di maturare una fiducia nei confronti della terapeuta-contenitore e di rivelare i suoi vissuti di maltrattamento e di trascuratezza.
La relazione giocosa può concretizzarsi nell’ambito di giochi simbolici, giochi da tavolo, giochi più attivi come la pallacanestro, o più statici come una partita a carte, o una conversazione. È l’esperienza interpersonale tra terapeuta e bambino che rappresenta il nucleo centrale del lavoro terapeutico.
I materiali che il terapeuta mette a disposizione del bambino includono una varietà di giochi che facilitano la comunicazione rispetto ad una certa varietà di temi. È utile la presenza di giochi sia strutturati che non strutturati. Tra i primi possono esservi bambolotti, casa delle bambole, soldatini, animali e veicoli. Può essere interessante avere una certa varietà di veicoli: veicoli comuni come camion e macchine; veicoli di emergenza come ambulanza, macchina dei pompieri e della polizia; veicoli che coprono lunghe distanze come aerei, treni e navi. I veicoli possono essere molto utili perché i temi che emergono quando è presente un disturbo d’ansia spesso riguardano movimenti di allontanamento e di riavvicinamento, incidenti, scontri, aggressioni, che così arrivano sulla scena; per mezzo dei giochi essi possono essere espressi verbalmente e il bambino può confrontarsi con le emozioni sottostanti. Tra gli animali, invece, è opportuno averne alcuni feroci ed aggressivi (leoni, orsi, dinosauri) attraverso cui vengono veicolati temi inerenti il conflitto edipico e l’aggressività. I giochi non strutturati che sembrano non suggerire un particolare significato, come coperte, cuscini o anche il materiale per disegnare, possono essere un mezzo tramite cui il bambino può rappresentare se stesso da solo o in interazione con altri.

Federica, 10 anni, mette sempre in disordine i pastelli per poi rimetterli minuziosamente nella scatola in ordine di colore; Federica è una bambina adeguata, va bene a scuola, in comunità va d’accordo con tutti, rispetta le regole e si comporta sempre bene. La sua apparente perfezione ha lo scopo di reprimere e sopravvivere alla devastazione interiore per essere stata una bambina trascurata dalla madre ed esposta a situazioni di rischio di abuso; nella fase del gioco in cui mette in disordine i colori, così come nei frequenti episodi di encopresi in comunità, la bambina si permette di “rompere” la sua perfezione e fa trasparire il suo caos interiore, salvo poi rimettere tutto minuziosamente in ordine prima di lasciare la stanza di terapia, così come nascondere agli educatori le tracce dell’encopresi, per non rischiare di perdere il controllo sulle proprie emozioni. Soltanto dopo una lunga accettazione dei suoi giochi stereotipati la bambina, sperimentando la costante vicinanza della terapeuta, riuscirà a parlarle dei maltrattamenti da parte di uno zio.

Maurizio, 13 anni, ha molta difficoltà a parlare del suo vissuto di trascuratezza e abuso e ad esprimere la sua emotività, motivo per cui soffre ancora oggi di enuresi, il sintomo che lo tiene legato affettivamente al suo contesto familiare, in quanto anche il padre ne soffriva, seppure ne sia esclusa l’origine organica e qualunque terapia farmacologica e comportamentale non sia riuscita ad estinguerlo. L’unico gioco con cui riesce ad esprimere il suo mondo interiore e a parlare del suo sintomo persistente consiste nel travasare da una bottiglietta all’altra dell’acqua, che puntualmente rende torbida mischiandoci la colla, i colori scuri, la sua saliva, la cancellatura della gomma e varia sporcizia. Attraverso questo gioco, condotto numerose volte in silenzio e quasi ignorando la terapeuta, Maurizio comincerà a commentare lo “schifo” del liquido da lui composto fino a verbalizzare il dolore e la tristezza per il mancato accudimento e protezione dei genitori e per la loro attuale assenza dalla sua vita, la rabbia e l’impotenza per l’immutata situazione giudiziaria che lo riguarda e che lo fa permanere in Comunità.
Il gioco delle costruzioni permette di osservare l’acquisizione delle capacità di padronanza dello spazio, il piacere di costruire e piacere di distruggere. I giochi a valenza espressiva come la plastilina o il das, i giochi di ritaglio e collage da giornali e riviste, il disegno libero con pennarelli e pastelli, si propongono di far acquisire al bambino tecniche strumentali di comunicazione non verbale, di lasciarlo libero nell’espressione per aiutarlo a smuovere gli ostacoli, di natura emotiva ed affettiva, e di realizzare composizioni in cui emergano senso critico e creativo.

Federico, 9 anni, non parla mai della sua famiglia. Il padre si trova in carcere con l’accusa di abuso sessuale a danno delle sorelle del minore. Il bambino, sempre molto pacato, timido e taciturno, in terapia fa frequentemente questo gioco: realizza con le costruzioni un’altissima torre che poi butta giù con una palla di plastilina che scaglia con tutte le sue forze. Esulta quando la torre cade a terra e si distrugge ma subito la ricompone, chiedendo alla terapeuta un aiuto per distruggerla di nuovo. La torre rappresenta per lui “un re potente e invincibile che mi ha fatto di tutto e che ogni volta che provo a distruggerlo si rigenera”.

I giochi da tavola nonostante la loro natura evidentemente molto rigida, offrono in realtà l’opportunità di fare esperienza con le regole, la loro manipolazione, la negoziazione, l’esperienza di vincere o perdere, oltre a fornire quel senso di sicurezza che per certi bambini in certe fasi del trattamento può essere indispensabile. Inoltre, a volte, tali giochi possono essere spunto per altre forme di gioco più libere, come nel caso in cui le pedine vengono personalizzate ed emergono nuovi stati del Sé durante il gioco [10].

Ernesto, ad esempio, il bambino con il piedino torto, riproponeva la sofferenza per il suo difetto fisico anche attraverso il faticoso percorso, irto di ostacoli, che una pedina a forma di automobile doveva fare all’interno di un Gioco a quiz per imparare il codice stradale prima di arrivare al traguardo finale.
È importante utilizzare una combinazione di interventi verbali e non verbali che hanno come oggetto lo spostamento nel gioco della conflittualità intrapsichica del bambino. Esempi di interventi non verbali sono tutti quelli in cui il terapeuta prende parte al gioco avviato del bambino. In generale il grado di interventi verbali e non verbali dipende dall’età del bambino. Il terapeuta può anche usare il gioco parallelo nel quale, facendo un gioco simile a quello del bambino, cerca di essere in empatia con il suo stato affettivo. Interventi misti verbali e non verbali possono includere attività di disegno reciproco al fine di costruire una piccola storia, come nel “gioco degli scarabocchi” di Winnicott (1971), in cui terapeuta e bambino disegnano uno scarabocchio ciascuno e poi chiedono all’altro di trasformarlo in qualcosa [11].

Elena disegna uno scarabocchio a cui poi dà la forma di un serpente colorato, intorno a cui realizza una gabbia poiché molto velenoso, ma preoccupandosi di disegnare, all’esterno delle sbarre, delle fiale di medicina contro il veleno. La bambina non parla esplicitamente del fatto che lei e il fratellino sono stati costretti a ritornare in comunità per via del fallimento del loro percorso di affidamento extra-familiare ma fa capire al terapeuta che quanto accaduto è doloroso per lei (velenoso), ma non vuole parlarne (è ancora da tenere in gabbia), sebbene sappia che intorno a sé ha dei sostegni (le fiale di medicina). In un successivo incontro Elena finge di essere un fruttivendolo e vende al terapeuta diversi cibi, che poi cucinerà con la cucina giocattolo e lo inviterà a mangiarne alcuni, tra cui anche il serpente velenoso, prima da solo e poi insieme.

La situazione di gioco può permettere al bambino anche di sviluppare strategie di adattamento alternative a quelle sino ad allora usate mediante i sintomi, che d’altronde hanno proprio la funzione di permettere di adattarsi ai problemi e di difendersi dagli stati affettivi ad essi connessi. I bambini possono identificare le somiglianze tra il gioco e la loro vita reale ed iniziare a valutare le strategie alternative attraverso il gioco stesso. Il gioco diventa così una palestra per saggiare soluzioni alternative e non più solo un modo per spostare la conflittualità intrapsichica e ripetere stili relazionali ormai cristallizzati.
Una terapia efficace può ridurre le difese del bambino ed è per questo che tale situazione può essere dolorosa e provocare, nel breve periodo, un peggioramento anziché un miglioramento. Allo stesso modo, se il bambino percepisce l’ambiente di riferimento come non sicuro, la sua capacità di assumersi i rischi si affievolisce e la terapia non produce risultati significativi. Come sostiene il prof. Cancrini [2], «accettare delle sedute di gioco può essere impossibile per un bambino che non è in grado di attivare dentro di sé relazioni interiorizzate legate alla cura e al nutrimento e che può reagire, al trovarsi solo nella stanza con un estraneo, colpendo, distruggendo oggetti e/o fuggendo». La seduta psicoterapeutica, anche di gioco, «diventa possibile con questi bambini, infatti, solo quando le relazioni stabilite all’interno di una situazione che è riuscita ad accoglierli esistono e possono essere attivate anche all’interno di un setting in cui la relazione è connotata e scandita da limiti precisi, di ordine prima di tutto temporale».
Quando agisce distruttivamente, il bambino può sperimentare quanto il terapeuta sia in grado di contenerlo e di prevenire danni e distruzione. La sfida è di permettere al bambino di stare in terapia nel modo che lui stesso ha scelto e di riuscire nel contempo a mantenere il livello di struttura, regolarità e sicurezza che per il terapeuta ha più significato.
IL DISEGNO E LA FIABA NELLA PSICOTERAPIA INFANTILE
Oltre al gioco, il disegno è una delle prime attività che il bambino produce spontaneamente e che funge da finestra sul suo mondo intrapsichico, un materiale proiettivo da utilizzare per comprenderlo meglio. In questo senso il disegno è un utile strumento anche con gli adolescenti e, perché no, con gli adulti.
Quando si propone un disegno ad un bambino è bene farlo come se si trattasse di un gioco. Ovviamente sarebbe meglio aspettare il momento più opportuno, quando è tranquillo, ha voglia di fare qualcosa di diverso e di accettare le proposte del terapeuta. È bene specificare che non si tratta di un compito scolastico in cui viene dato un giudizio, ma rimandargli che è completamente libero di tracciare ciò che gli viene chiesto secondo il proprio gusto e la propria fantasia. Se il bambino non ha voglia o fa i capricci è meglio rimandare ad un altro momento. Se vuole cancellare è meglio spiegargli che non ci sono gomme in questo gioco e che se proprio quello che ha disegnato non gli piace può correggerlo con la matita o con il pennarello, magari invitandolo comunque a terminarlo piuttosto che iniziarne uno nuovo senza completare il primo. Nel disegno molti aspetti osservabili sono preziosi indicatori, come l’impugnatura, la distribuzione del disegno nello spazio del foglio, il punto di partenza, i margini, i tratti, le linee, il gesto, la pressione, le dimensioni, la scelta dei colori [12].
Oltre al disegno libero, dove il bambino rappresenta spontaneamente ciò che desidera, proiettando le sue emozioni e i suoi pensieri, si possono utilizzare anche dei disegni strutturati. Tra quelli più frequentemente usati nelle comunità Domus de Luna vi sono: Il disegno test della figura umana, Il disegno test della famiglia, Il disegno test della famiglia di animali, Il disegno test dell’albero, Il disegno test della casa, Il disegno della persona sotto la pioggia.

Paola, 6 anni, con un vissuto di gravi incurie e maltrattamenti, ha sempre rifiutato di disegnare la sua famiglia. L’unico momento in cui ha accettato la consegna è quando le si è domandato se aveva voglia di disegnare una famiglia di animali: ha realizzato una famiglia di scarafaggi, tutti neri, dentro una gabbia. Per lungo tempo dopo l’ingresso in comunità la bambina non ha mai completato un disegno, ne ha sempre cominciato uno dove puntualmente arrivava a mischiare tutti i colori creando un’enorme massa scura in cui non si distingueva più nulla. Dopo innumerevoli sedute caratterizzate da disordinati miscugli di colore, con predominanza di quelli scuri, in cui la bambina ha sperimentato la vicinanza della terapeuta che, seduta accanto a lei, per lo più stando in silenzio o facendo brevi commenti, accoglieva la sua angoscia, Paola, che nel frattempo aveva costruito una relazione significativa con gli educatori e con una famiglia appoggio, ha iniziato ad esprimere con le parole la rabbia e la tristezza per il suo vissuto e la paura di non poter mai essere amata da due genitori. Da allora ha cominciato a disegnare il cielo, il prato, i fiori, il sole, i volti umani. Attualmente Paola ha lasciato la comunità per cominciare un percorso di adozione.
Sergio, 6 anni, anche lui con esperienze di grave incuria e maltrattamento, disegna la sua casa e se stesso, ma non gli altri membri della famiglia, ad indicare un profondo senso di solitudine. Dopo aver terminato il disegno, taglia in minuscoli pezzi sé e la casa con le forbici, riproponendo, nel disegno, l’angoscia del suo animo e la situazione della sua famiglia, “andata in pezzi”.

Un altro strumento efficace per lavorare con i bambini è quello delle favole e delle fiabe, dove i bambini, fin dalla tenera età, si inseriscono come protagonisti o partecipano mediante personaggi simbolici. Attraverso una rielaborazione e comprensione della fiaba il bambino può arrivare alla percezione della propria identità, delle proprie aspirazioni, paure, desideri, alla consapevolezza delle proprie possibilità.
L’ascolto delle fiabe è utile ai bambini sotto diversi punti di vista, sia intellettivo, che affettivo, relazionale e morale. Dai 6-7 anni, epoca in cui si forma il Super-Io, il bambino può comprenderne anche la morale ed iniziare a rifiutare il male non più in quanto tale ma perché porta a risultati non utili. In genere è il protagonista della fiaba che è portavoce della morale e in esso il bambino di solito si rispecchia esprimendo, attraverso di lui, i suoi stati emotivi come l’ansia dell’abbandono (Hansel e Gretel), particolarmente utile per i fratelli che stanno in comunità e, in generale per i bambini che hanno subito abusi e maltrattamenti; o ancora il complesso edipico (Biancaneve), la rivalità tra fratelli (Cenerentola), il tema della morte (La bella addormentata nel bosco). Le fiabe, più dispersive perché con una trama più lunga e intricata rispetto alle favole, offrono immagini simboliche forti che coinvolgono più facilmente l’inconscio. Lo scopo terapeutico della fiaba risiede nel fatto che, come la psicoterapia, anch’essa crea un filo nella storia della vita della persona. Le immagini mentali che essa suscita sono il modo in cui vediamo la nostra vita e dunque il modo in cui ci apprestiamo a viverla. È importante che il terapeuta adatti il tono emotivo al bambino che ha davanti, sempre tenendo presente che molto probabilmente si immedesimerà con il protagonista, dunque sarà importante regolare il tono della voce, della mimica facciale, condividere con lui lo stato d’animo tramite la narrazione.
Una difesa psicologica frequentemente usata dai bambini è quella della scissione, con cui cercano di dare ordine alla loro confusione interiore. Quando il bambino vive emozioni contrastanti non è capace di integrarle come fa l’adulto, non vi è una via di mezzo, o è tutto bianco o nero, il suo pensiero è principalmente dicotomico. La fiaba perciò permette di sfogare queste opposte emozioni su personaggi simbolici (ad esempio rabbia e aggressività verso orchi, streghe, mostri, matrigne) piuttosto che reali (ad esempio gli adulti maltrattanti). Il bambino spesso chiede che la stessa fiaba gli venga narrata più volte proprio perché è forte il meccanismo di immedesimazione con il protagonista e perché con la fiaba può affrontare i conflitti in maniera “protetta”. Alcune trame possono preoccupare gli adulti di contenere elementi paurosi o troppo fantastici che possano influenzare i bambini negativamente. In realtà non è così, la cosa più importante è che terminino a lieto fine, perché l’immedesimazione nel protagonista deve servire al bambino per acquisire la speranza e la fiducia che i mostri possono essere vinti [13].
Esistono poi fiabe, appositamente create in ambito terapeutico, di cui il professionista può servirsi in seduta per affrontare fasi o problematiche particolari quali l’abbandono, l’abuso, la separazione dalla famiglia, la morte, l’affido o l’adozione.

Per esempio Michele, 5 anni, vuole che la terapeuta gli legga sempre la fiaba della Bella Addormentata nel bosco. Dopo averla letta o averne visto ripetutamente il cartone animato, chiede di rappresentarla. Questa fiaba serve a Michele per elaborare il trauma della morte della mamma (la Bella Addormentata) che lui attribuisce al padre abusante (la Strega), su cui riversa tutta la sua rabbia. È interessante notare come Michele si adoperi a travestirsi per impersonare sia la strega che la Bella Addormentata e il principe buono, proiettando in esse le parti di sé buone e cattive derivanti dal meccanismo della scissione dovuto al trauma dell’abuso. Attraverso la ripetuta messa in scena della fiaba ed il dialogo terapeutico su di essa, Michele pian piano arriva ad integrare gli aspetti opposti e ad esprimere il suo atroce dubbio (“ho paura che mamma sia morta per colpa di papà”) ma anche il suo desiderio nascosto (“forse un giorno voglio perdonare papà per quello che mi ha fatto”) che sono per lui fonte di un doloroso conflitto interiore: perdonare papà significa tradire mamma. Con l’esplicitazione di questi pensieri e di tale atroce dubbio la terapeuta può tranquillizzare il bambino che, sebbene il papà abbia fatto soffrire lui e la mamma, tuttavia non sia responsabile delle morte di quest’ultima.
IL CORPO
Uno strumento molto importante ai fini terapeutici è senz’altro l’osservazione dell’espressione corporea attraverso la mimica, la drammatizzazione, la fantasia del movimento, il coinvolgimento fisico ed affettivo in attività grafiche, pittoriche, manuali. La terapia psicomotoria con i bambini utilizza il corpo, il movimento, l’oggetto, lo spazio, il linguaggio, il gioco, la manipolazione e il rilassamento per aiutare il bambino ad ascoltarsi, esprimersi, conoscersi. È importante la relazione tra terapeuta e bambino nell’utilizzo della corporeità: il bambino sta infatti scoprendo una propria identità e questo avviene quando riesce ad integrare il corpo come parte di sé, lo accetta e gli dà significato, in un clima di fiducia, sicurezza e motivazione. È utile lavorare seduti a terra, su un tappeto, con materassi e cuscini. Questo consente di cambiare facilmente posizione, di trovare la giusta distanza tra se e l’interlocutore, di non sentirsi intrappolati in una sedia o dietro un tavolo.
Si può chiedere al minore di muoversi liberamente nello spazio ascoltando diversi tipi di musica che hanno lo scopo di suscitare in lui diversi stati emotivi. Anche il lavoro con lo specchio è utile, soprattutto con gli adolescenti, per rinforzare l’autostima: si può chiedere al minore di sedersi davanti ad uno specchio e di osservarsi attentamente (“Quando ti guardi allo specchio, quello che ci vedi riflesso ti fa sentire a tuo agio e rilassato oppure inizi a sentire ansia o a provare tristezza? Quello che vedi è una bella e piacevole persona o un’insieme di parti che ti piacciono e non ti piacciono? Quali ti piacciono? Quali no?”).
L’utilizzo del corpo in psicoterapia è sottolineato dalla Bioenergetica, un approccio psicoterapeutico che, partendo dall’analisi del corpo, delle tensioni e blocchi energetici strutturati nel soma di una persona, risale alle emozioni ed ai sentimenti che sono contenuti ed intrappolati nel corpo stesso. Secondo l’analisi bioenergetica le tensioni muscolari non sono altro che emozioni negate e trattenute, come impedirsi di piangere, di arrabbiarsi, di dire“no”. Esistono molti esercizi di bioenergetica: l’obiettivo di tutti è mobilitare l’energia del corpo attraverso il processo di tensione - carica - scarica - distensione. Un esempio è il “grounding”, che significa “radicamento”: la posizione che si chiede alla persona di assumere è in piedi, mantenendo le ginocchia piegate, le gambe divaricate secondo la larghezza delle spalle, piedi leggermente convergenti e bacino in asse con la colonna, in modo da facilitarne l’allungamento. Il respiro è lungo e il contatto con la terra permette una continua carica e scarica di energia che attraversa il corpo. Altri esercizi prevedono l’utilizzo della voce, del respiro, degli occhi, del bacino, di altre parti del corpo. Alcune volte si può notare un certo comportamento non verbale nel bambino e gli si può chiedere di incrementarlo, di esagerarlo, al fine di far emergere l’emozione sottostante (“vedo che stai battendo il piede per terra… ti va di farlo in modo sempre più forte? Prova ad accompagnare questo gesto con delle parole… le prime che ti vengono in mente… ora prova ad urlarle…”). Un altro tipo di esercizi, invece, provoca degli specifici vissuti emotivi che riguardano il lasciarsi andare, il potersi fidare e affidare e la possibilità di provare la dimensione di una relazione di intimità (numerosi sono quelli proposti dalla terapia della Gestalt), come muoversi liberamente nella stanza ad occhi chiusi lasciandosi guidare dalle indicazioni del terapeuta, o ancora lasciarsi andare all’indietro sostenuti dalle braccia del terapeuta o tenendosi ad una corda tesa da quest’ultimo [14]. Il lasciarsi andare può avvenire appoggiandosi all’altro attraverso un contatto fisico, oppure attraverso il contatto con il terreno, o con il proprio corpo, come nel Training Autogeno o nel semplice rilassamento (“distenditi sul tappeto e immagina di essere in un posto che ti piace, ad esempio al mare… respira profondamente e senti il sole che scalda le i tuoi piedi, le tue gambe, le tue mani, le braccia, la pancia...”) [15]. Questi sono esercizi di intensa portata emotiva quindi devono avvenire con molta gradualità e attenzione. Soprattutto il contatto fisico, anche solo di una mano sulla spalla o su un braccio può provocare vissuti di fastidio o di nervosismo poiché riattiva ricordi legati alle precedenti relazioni dell’individuo. Allo stesso tempo sperimentare di potersi fidare dell’altro è qualcosa che può sorprendere, può provocare sensazioni di sicurezza, piacevolezza e affetto mai provate prima.
alcuni aspetti importanti nel lavoro terapeutico
con gli adolescenti
Il lavoro con gli adolescenti, più di qualsiasi altro, risulta difficoltoso già nel momento di costruzione dell’alleanza, in tutti i suoi aspetti. Tali ragazzi, proprio per il difficile momento di crescita che li porta a cominciare a diventare autonomi ma ancora dipendono dagli adulti di riferimento, spesso hanno difficoltà ad accettare le regole stabilite dagli adulti della comunità, tanto più se gli adulti conosciuti nella loro vita sono stati inaffidabili e scostanti. Facilmente gli adolescenti possono vedere il percorso psicoterapeutico come una regola della comunità, un qualcosa che loro sono obbligati a fare. È importante far capire loro, già dal momento dell’ingresso in comunità, dunque nella fase di ingaggio, che i colloqui sono previsti come parte fondamentale del lavoro di rete che si svolge per ognuno di loro e che in realtà sono un’opportunità offerta dalla comunità, una possibilità di avere una relazione speciale e uno spazio individuale, privato, al di fuori della quotidianità, in cui è possibile fermarsi un attimo, confrontarsi con un professionista su qualsiasi argomento loro desiderino, esprimere i loro pareri e desideri circa il percorso, e, magari, una volta costruito un rapporto di fiducia, riuscire a raccontare e mostrare in un contesto tutelato e privato quelle parti di sé che è difficile esprimere nella vita quotidiana all’interno della comunità.
Poiché il setting terapeutico è anch’esso fatto di regole, come ad esempio il giorno e l’ora dell’appuntamento, è probabile che i ragazzi non accettino nemmeno questo aspetto, rifiutando di doversi recare al colloquio in un giorno e in un’ora prestabiliti. È importante allora che il terapeuta definisca questi aspetti, oltre che con gli educatori, con l’adolescente stesso, assicurandosi che quel giorno e quell’orario siano da lui condivisi, così come le altre regole del setting, spiegandogli l’importanza di una relazione costante e duratura nel tempo. Allo stesso modo, con loro soprattutto, avrà cura di avvisare direttamente il ragazzo di ogni possibile variazione dell’appuntamento, in modo da renderlo partecipe, da fargli percepire che il percorso è suo, è una sua relazione personale con il terapeuta e non qualcosa di esterno, così come sua è la responsabilità di rispettare gli appuntamenti e di avvisare a sua volta il terapeuta di ogni possibile variazione piuttosto che delegare l’educatore a fare ciò.
Per costruire l’alleanza con un adolescente il terapeuta deve servirsi di ogni possibile elemento utile, a volte anche uscendo dal setting standard. L’approccio relazionale è principe nella psicoterapia con gli adolescenti. Può essere utile talvolta fare delle passeggiate all’esterno, prendere insieme un gelato, utilizzare con loro l’ironia e qualsiasi elemento d’interesse per loro: musica, cinema, sport, scuola, relazioni con i coetanei, sessualità o qualsiasi altro argomento possa agganciare la loro attenzione. L’adolescente deve percepire che il terapeuta è disposto a parlare di tutto senza alcun pregiudizio. Può essere anche molto utile utilizzare con loro le nuove forme di comunicazione che essi stessi propongono, come il cellulare o internet, nello specifico i social network come Facebook. Quando un adolescente apre la sua pagina Facebook al terapeuta sta mostrando delle parti della sua vita, rapporti amicali e familiari, i propri modi di interagire con le persone, il biglietto da visita con cui si presenta al mondo esterno, la sua capacità o meno di proteggersi e tutelarsi e di saper mettere o no confini relazionali. Il terapeuta deve essere bravo ad entrare con discrezione in questi mondi e a prendere gli elementi significativi che possono essere oggetto della terapia, oltre a riconoscere il dono di fiducia che in quel momento il ragazzo gli sta facendo.
Talvolta gli adolescenti si rifiuteranno di recarsi alle sedute o potranno parteciparvi in maniera oppositiva o rimanendo in silenzio. È importante che il terapeuta non si lasci scoraggiare ma utilizzi anche tutti questi aspetti come preziosi elementi che descrivono i modelli di attaccamento del ragazzo, il suo modo di vivere le relazioni con gli altri, in particolare con gli adulti, aspetti che possono essere ripresi nel lavoro con lui. Talvolta gli adolescenti hanno paura che il terapeuta possa indagare su aspetti che loro non vogliono esprimere, può essere utile rasserenarli e programmare insieme a loro gli argomenti di cui di cui si vuole parlare di volta in volta.
conclusioni
L’intento di questo articolo è quello di descrivere l’importanza dell’intervento psicoterapeutico all’interno del percorso di un minore in comunità. Il metodo di lavoro nelle comunità Domus de Luna da tempo affianca al lavoro educativo svolto con gli ospiti il sostegno psicologico e la cura psicoterapeutica, in quanto parte integrante e necessaria del progetto individualizzato pensato per ognuno di loro all’ingresso in struttura. Ogni minore che entra in comunità ha il diritto di avere uno spazio terapeutico individuale, in cui esprimere le proprie emozioni ed idee, in cui ricostruire il filo della propria storia ed elaborare i propri vissuti. Lo psicoterapeuta non sostituisce il lavoro svolto dai servizi esterni bensì coadiuva quest’ultimo e lo arricchisce grazie ad un prezioso, indispensabile e professionale lavoro di rete con neuropsichiatri, eventuali psicologi esterni, assistenti sociali, Tribunale, scuola e quante altre figure ruotano attorno al minore. Sebbene gli psicologi della comunità non partecipino alla quotidianità della vita comunitaria, per mantenere un minimo e necessario distacco ed evitare una confusione di ruoli, tuttavia riservano dei momenti necessari per l’osservazione diretta e partecipante all’interno del gruppo al di fuori del setting strutturato (qualche pranzo comunitario, feste di compleanno, ricorrenze, manifestazioni, ecc.) ed operano sempre in collaborazione con la rete, seguendo un’ottica sistemica. Inoltre gli Psicologi fanno parte e lavorano in sinergia con l’equipe multidisciplinare, partecipando alle riunioni con i Servizi. Fondamentale occasione di riflessione e crescita personale e professionale, oltre ai momenti di supervisione individuale, sono le giornate mensili di supervisione d’equipe, condotte dal prof. Cancrini, direttore scientifico delle comunità, durante le quali i terapeuti possono analizzare e discutere il proprio modus operandi in relazione a quello di tutti gli altri operatori dell’equipe psico-socio-pedagogica ed alla rete dei servizi esterni alla comunità, con un’utile condivisione di informazioni ed osservazioni.
Solo attraverso il lavoro congiunto di tutte queste professionalità e con la garanzia di un costante supporto psicoterapeutico, si può offrire un aiuto veramente efficace ad ognuno di questi infanti infelici per divenire, un domani, adulti più felici.
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