Prefazione a
“La cura delle infanzie infelici”

di Stefano Cirillo


Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un racconto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, una informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere, per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.


One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.


Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpretación del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “la página literaria”, es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.






Quello che il lettore ha tra le mani è un libro complesso. Non un libro pesante, tutt’altro: ci sono addirittura delle vignette, con cui lo psicoterapeuta-umorista Lorenzo Recanatini alleggerisce da par suo un tema tanto angoscioso come l’abuso all’infanzia. E ci sono soprattutto i resoconti dei casi, quelli che l’Autore ha curato personalmente e quelli che ha seguito in modo indiretto, nel ruolo di supervisore dei terapeuti o della rete degli operatori che se ne occupavano: e in entrambe le eventualità i protagonisti balzano fuori dalla pagina vivi e veri, grazie alla straordinaria capacità di Luigi Cancrini di cogliere il funzionamento delle persone e di restituircele nella loro dolente umanità.
No, il libro è avvincente, appassionante, commovente, ma appunto complesso, secondo l’accezione che il filosofo Edgar Morin1 (1985) dà alla teoria della complessità, che tiene insieme aspetti apparentemente inconciliabili. E questa complessità risiede in due ordini di cose: la prima è che il libro costituisce il diario di bordo del più recente viaggio professionale di Cancrini, il quale si è spostato dai territori lungamente percorsi ed esplorati delle gravi manifestazioni psicopatologiche del giovane adulto per avventurarsi nel mondo dell’infanzia ferita.
E qui il lettore che lo accompagna è guidato attraverso scenari molteplici ed eterogenei: dalla tranquilla stanza dello studio dove Luigi conversa pacatamente della vita quotidiana con Omar, un capofamiglia ipocondriaco in crisi in tutte le sue relazioni affettive e professionali (e pure riesce a condividere con il suo terapeuta la passione per la musica!), alle aule del Tribunale in cui giudici, avvocati, consulenti tecnici e periti di parte si affollano attorno ai genitori in guerra, per ricercare ostinatamente, o altrettanto pervicacemente occultare, la “verità” inafferrabile di un abuso sessuale su un bambino. E l’orrore della vicenda rischia di sprofondare tutti gli attori del processo nello stesso funzionamento borderline della piccola vittima.
Ancora, l’itinerario tocca differenti riunioni d’équipe: al Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia di Roma, Cancrini affina, incoraggia e sostiene l’intuizione, la competenza e la dedizione della psicologa che tratta il piccolo Nicola, il quale la insulta e la aggredisce ferocemente, dibattendosi tra la sfiducia che ben conosce e la fiducia a cui vorrebbe approdare. A Domus de Luna, in Sardegna, tutta l’équipe multiprofessionale è condotta ad ispirare la propria azione assistenziale, educativa e protettiva a quella ricerca di senso che caratterizza la riflessione psicoterapeutica: e così sciogliere il conflitto di lealtà di una bambina, Vanessa, divisa tra sua madre, che non l’ha protetta dall’abuso, e gli operatori che per tutelarla la allontanano da lei.
Di nuovo la nostra guida si sposta, trascinandoci nell’urgenza di un intervento la cui tempestività scongiura l’immediato fallimento di un’adozione, in cui la neomamma e il bambinetto si rifiutano a vicenda, e poi immergendoci in ritmi del tutto diversi: qui il supervisore modula sapientemente i tempi dell’attesa e del contenimento, per arrivare al momento giusto ad una restituzione che ricompone, in un’affollata rete di servizi, la scissione tra la rappresentazione di una brava famiglia nordafricana che si impegna per integrarsi nel nostro paese e un’orda di immigrati violenti senza affetti né leggi. Così facendo Cancrini riconsegna gli operatori al loro compito essenziale, provarsi ad appoggiare – con passione temperata da realismo – gli incerti movimenti di accudimento di una ragazzina sbandata verso il proprio neonato che i suoi genitori vogliono portarle via.
Ma la zona più inospite entro cui l’Autore ci sospinge è popolata di “mostri”: la loro violenza è acutamente scandagliata nelle sue varianti psicopatologiche (borderline, antisociale, narcisista, paranoidea) e le parole di Cancrini richiamano fortemente alla responsabilizzazione non solo gli autori dei reati, come i minorenni messi alla prova che adempiono solo formalmente alle prescrizioni imposte, rifiutandosi di contattare il dolore che hanno inflitto, ma anche e soprattutto la collusione dei genitori e degli avvocati, che puntano ad ottenere il perdono giudiziale senza preoccuparsi delle necessità di cura del ragazzo. Folgorante l’intervento nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario dove è rinchiuso Federico, che ha ucciso suo padre: il paziente, quando ormai sembrava “riabilitato”, ha tradito le speranze degli operatori che gli si sono dedicati con passione, accoltellando selvaggiamente il suo compagno di stanza. Il tatuaggio fiammeggiante con cui Federico si è sfigurato il viso diventa, grazie alla supervisione, il segno con cui il giovane mette sull’avviso gli altri, e se stesso, che dentro di lui l’incendio della violenza non è spento. E solo se gli psicoterapeuti abbandoneranno la comoda strada della riabilitazione per scendere con lui nell’inferno dell’odio e del delitto, e delle ragioni di questo, Federico potrà affrontare la sfida di rientrare nella comunità degli uomini davvero curato.
La seconda ragione per la quale parlo di un libro complesso riguarda l’ambizione teorica dell’Autore. Infatti, se la varietà dei contenuti clinici può disorientare un lettore frettoloso e poco attento, la chiarezza dell’obiettivo di Cancrini gli servirà da bussola.
Cancrini infatti si propone di ritrovare nell’adulto con un grave difetto di funzionamento il bambino ferito che è stato e di curare i bambini feriti di oggi, dei quali intravede le linee di frattura che altrimenti li sospingerebbero inesorabilmente al disturbo di personalità. Il suo obiettivo è realizzare il sogno di Sullivan: una diagnosi basata sullo studio delle caratteristiche di personalità invece che sui sintomi (p. 284), analizzando gli schemi difensivi che lo fanno regredire a livello borderline o psicotico, e abolendo così il verbo essere dalle diagnosi psichiatriche ( ibidem).
Per avvicinarsi alla realizzazione della sua ambizione di “classificare le infanzie infelici”, Luigi Cancrini si rifà alle undici ricostruzioni che Lorna Smith Benjamin presenta delle vicende infantili che le raccontano i suoi pazienti adulti e colloca le puntuali e rigorose tipologie della Benjamin sullo sfondo delle teorie degli autori su cui si è formato, quelli che chiama i suoi “compagni di viaggio”: Otto Kernberg, Margaret Mahler, Anna Freud, Sal Minuchin, Jay Haley, Matte Blanco e naturalmente Sigmund Freud.
I lettori che provengono dall’ambito della tutela saranno probabilmente sorpresi dalla scelta di questi riferimenti, a scapito di quelli più tradizionali nel campo della protezione all’infanzia. Superato un iniziale sconcerto, tali lettori (come il sottoscritto) troveranno invece molto stimolante osservare come il fatto di chiamare le cose in altro modo permette di coglierle da una prospettiva leggermente diversa: se fare riferimento al “ciclo ripetitivo dell’abuso” rischia oggi di risultare una formula scontata, parlare dei “processi di copia”, che la Benjamin descrive in modo preciso e suggestivo, o del “contagio della follia” può dare al fenomeno nuove sfumature. Si veda per esempio come Cancrini spiega con convincente semplicità la trasmissione da genitore a figlio del disturbo antisociale.
Allo stesso modo non è difficile per chi è cultore della teoria dell’attaccamento (che nel volume non viene esplicitamente utilizzata) cercare una corrispondenza tra i suoi modelli e gli schemi della Benjamin senza perdere però la ricchezza delle differenze. Ed è qui che il volume interroga e interpella, come un buon libro deve fare, riconducendo il lettore ai precedenti lavori di sistematizzazione teorica e tecnica cui Cancrini si è negli anni dedicato.
A me però quello che resta nel cuore dopo questa lettura è lo sguardo saggio e affettuoso che Luigi indirizza tanto al bambino ferito che vede davanti a sé, bisognoso di aiuto, quanto al bambino traumatizzato che si sforza di scovare, nascosto dentro quell’adulto malato e violento che gli viene condotto davanti recalcitrante: e dentro questo sguardo si incontrano i due percorsi di cura.