Sms e terapia: le relazioni pericolose

Luca Vallario1



Riassunto. L’articolo propone una riflessione critica sull’uso non pattuito degli sms tra terapeuta e paziente. La questione tocca aspetti relazionali, di contenuto e di regole. Oltre gli indubbi vantaggi legati alla facilitazione dell’alleanza terapeutica ed alla proposizione di materiale significativo per il lavoro terapeutico, l’uso degli sms pone una serie di problemi legati al processo e alla relazione terapeutici. La resistenza del paziente, il depotenziamento della figura del terapeuta, la simmetria della relazione terapeutica, lo snaturamento della cornice del setting, la trasformazione di una relazione professionale in una relazione intima sono rischi che questo tipo di comunicazione pone. L’ipotesi proposta, pur richiamando l’importanza di fare attenzione a mettere la richiesta del paziente in relazione al contesto specifico della terapia in oggetto e di considerare la flessibilità utile al processo terapeutico purché coerente allo stesso, è critica circa la possibilità di ricorrere a questa comunicazione.

Parole chiave. Sms, paziente, terapeuta, processo terapeutico, flessibilità, coerenza, comunicazione.


Summary. Sms and therapy: the dangerous relationship.
The article raises the issue of the use of sms, not previously arranged, between the patient and the therapist. The subject touches on the relationship between them, both in content and rules. Apart from the benefit of possibly acquiring useful information, the use of sms could create some problems in the therapeutic process. The risk of this more immediate and familiar access could result in the reduced authority of the therapist, a change of balance between the parties, and resistance by the patient to the therapy. Even if it is important to consider the patients’ requests in the context of a specific therapy and also considering the flexibility, useful in the coherence of the therapeutic process, the emerging view is critical concerning the use of this type of communication.

Key words. Sms, patient, therapist, therapeutic process, flexibility, coherence, communication.


Resumen. Sms y terapia: las relaciones peligrosas.
El artículo propone una reflexión crítica acerca de la utilizacion de los sms entre el terapeuta y el paciente. La cuestión trata aspectos relacionales de contenido y reglas. Además de indudables ventaja obligados a la facilitación de la alianza terapéutica y la proposición de material significativo para el trabajo terapéutico, la utilización de sms pone una serie de problema obligados al proceso y realización terapéutica. La resistencia del paciente, el debilitamento de la figura del terapéuta, la simetria de la conexión terapéutica, la desnaturalización de la cornisa del setting, la trasformación de una relación profesional en una relación íntima, son riesgos que esta tipología de comunicación pone. La hipótesi propuesta, anque vuelva a llamar la importancia de estar cuidados a poner la solicitud del paciente en relación al contexto específico de la terapia en objecto y de considerar la flexibilidad util al proceso terapéutico en tal que consiste al mismo, es crítica acerca de la posibilidad de recurrir a esta comunicación.

Palabras clave. Sms, paciente, terapeuta, trabajo terapéutico, flexibilidad, coherencia, comunicación.


IL “MEDIAEVO”

Il mondo è attraversato sempre più da notevoli mutamenti socio-culturali proposti dai nuovi media. Con la digitalizzazione è indubbiamente in essere una mutazione antropologica al cui interno la multimedialità, da produzione sociale modellata dalla cultura, si definisce sempre più come una produzione psicologica, che modella il modo di pensare e di agire delle persone. Le sollecitazioni mediatiche strutturano e modificano in termini circolari la relazione tra gli individui e la realtà [1], proponendo l’affermazione di quell’“uomo mutante” [2, p. 364] di cui Eco aveva preannunciato l’arrivo quaranta anni fa. L’intersezione tra la multimedialità e l’identità umana rende il fenomeno interessante per coloro che a diverso titolo studiano l’uomo e i processi relazionali.
Uno degli avamposti di questo nuovo “mediaevo” [3] è costituito dalla telefonia mobile.
In Italia nel 2007 gli utilizzatori abituali e occasionali di telefoni cellulari sono stati, in percentuale, i più numerosi d’Europa: il 78,6% della popolazione, contro il 66,3% della Spagna, il 58,1% della Germania, il 56,0% della Gran Bretagna, il 54,0% della Francia [4]. Una conferma della diffusione inarrestabile dei cellulari arriva dal potere di fascinazione esercitato anche sulla popolazione potenzialmente più distante dalle nuove tecnologie, come osserva il Censis: “Il successo del cellulare in Italia è tale da aver contagiato anche gli anziani, che lo usano abitualmente nel 53,8% dei casi” [4, p. 531].
Guardando all’uso delle nuove tecnologie, nella fascia di età tra i 7 e gli 11 anni il cellulare è il media più usato: lo utilizza il 55,1% dei ragazzi di questa fascia di età, di più rispetto a lettore mp3 (50% gli utilizzatori), internet (42,9%), playstation (41,1%), lettore dvd (26,7%), pc (25,3%) [5].
Il cellulare, dagli anni Novanta, ha facilitato la comunicazione a distanza, ha definito notevoli cambiamenti nelle abitudini di vita, nei rapporti interpersonali, nelle comunicazioni, è entrato vistosamente nel quotidiano. Ha deterritorializzato la comunicazione, ponendola in un “non luogo” sempre presente, offrendo un vissuto di onnipotenza a portata di tasca: “Il telefonino sta all’adulto come il giocattolo preferito sta al bambino piccolo: sono entrambi dei possessi che permettono un certo controllo sugli eventi e sulla realtà, che offrono una padronanza sull’esperienza spiacevole, che aiutano nell’immaginazione del dominio del mondo” [6, p. 53].
Un momento di consacrazione ulteriore per la telefonia mobile si è avuto con l’avvento dello Short Message System (sms). Lo sms, più comunemente detto messaggino, è un protocollo di comunicazione caratteristico della telefonia mobile digitale, introdotto nel 1995 dalle compagnie telefoniche, che permette l’invio di messaggi di testo lunghi massimo 160 caratteri (70 per le lingue non latine), fotografie, suonerie. “Il telefonino è giunto a una tale ubiquità che le nuove generazioni lo considerano un prodotto di natura, come il latte o il pomodoro” [7, p. 21].
Strutturalmente i messaggini affermano una comunicazione, più che di massa, personale, se non intima [8]. È una forma di comunicazione sincronica, ma anche asincronica, che non è assimilabile in termini pragmatici alla comunicazione “de visu”. È manchevole, quantomeno insufficiente, di aspetti fondamentali che definiscono la prima: di contenuto, pensiamo al non verbale, di relazione, pensiamo alla punteggiatura definita dal tono di voce. Alimenta un doppio canale cognitivo, dato dalla relazione virtuale mediata e da quella reale diretta con l’interlocutore. “Quando l’altro si presenta davanti a noi nella sua complessità di essere umano, diventa difficile trovare, a volte, quell’area comune di gioco che si era creata nella relazione mediata a distanza, e che si pensava fosse così facilmente praticabile anche nel rapporto diretto” [6, p. 120].
Non si possono considerare neutri i cambiamenti prodotti dalla comunicazione via sms che sono tanti: l’esasperazione della funzione di regolare la distanza, la conquista di un senso di potenza dato dalla possibilità di raggiungere facilmente l’altro in termini spaziali e temporali, l’intimità, la possibilità di diversificare in simultanea il piano relazionale, il disimpegno della dimensione fisica, la possibilità di dare sostanza a un mondo del possibile, del gioco, in cui si dilatino i confini dell’Io. Manfrida evidenzia il carattere emotivo, privato, segreto, ubiquitario, immediato della comunicazione via sms [9]. Spesso la comunicazione di questo tipo, avviata con un obiettivo specifico, finisce “fuori strada”: il mittente non è sicuro della reazione del destinatario che non vede, quest’ultimo può inviare a sua volta un chiarimento: “alla fine nasce un dialogo continuativo di domanda e risposta e il messaggio iniziale si perde” [10, p. 134].
Il limite dei 160 caratteri, peraltro, fa propendere per una logica simultanea non sequenziale, che predilige la superficialità alla analiticità, il dominio della supraligenza sull’intelligenza [1].


SMS E TERAPIA: RELAZIONE, CONTENUTI E REGOLE

Non possiamo pensare che la comunicazione e la relazione terapeutiche siano immuni dall’onda dei messaggini. La letteratura, che pure si sta occupando in maniera via via crescente di nuovi fenomeni come il rapporto integrativo o sostitutivo tra psicoterapia e Internet [9-12], registra l’attenzione di pochi autori riguardo al ruolo degli sms in ambito terapeutico. Eppure, in questa direzione, il discorso abbraccia diversi livelli.
La condivisione dei messaggini può diventare uno dei terreni sui quali il paziente inizialmente può testare il terapeuta sull’eventualità che sia un testimone capace di ascoltare le sue storie come mai nessuno ha fatto prima, in maniera convincente, empatica e partecipativa.
Il messaggino può essere uno strumento del paziente per capire l’eventualità di una buona alleanza terapeutica, che per molti è condicio sine qua non per un buon processo terapeutico [13].

La famiglia Arrigoni è composta dal padre, 45 anni, dalla madre, 40 anni, dalla figlia Giorgia, 17 anni. Viene in terapia dopo che la ragazza, da sempre una ragazza modello, ha iniziato nel corso del terzo anno di liceo a peggiorare il suo rendimento scolastico e a rendersi protagonista di atti di vero e proprio vandalismo a scuola, che l’hanno fatta incorrere in una sospensione dalle attività scolastiche per tre giorni. I genitori le hanno sequestrato il cellulare.
La realtà familiare sembra proporre una famiglia invischiata [14], con i genitori poco propensi a sostenere il lavoro di svincolo e di individuazione della ragazza, figlia unica.
In particolare il padre, che per lavoro è per tutta la settimana fuori casa, vive dei forti contraccolpi per quanto sta accadendo: è spesso in ansia, non riesce a lavorare pensando a quello che la figlia combina, una figlia che considera “impazzita”.
Dopo il primo incontro, prima del secondo, l’uomo mi cerca più volte al cellulare. Non rispondo e l’uomo invia uno sms: “Scusi dottore, ma le volevo dire che non mi piace quello che Giorgia sta facendo, temo che in questa settimana abbia cominciato a frequentare un ragazzo”. Leggo il messaggio e decido di non rispondere.
In seconda seduta, accolgo la famiglia con queste parole: “Papà mi ha inviato un sms e mi ha fatto capire che è dr. Jekill e mr. Hyde: fa il duro sequestrandoti il cellulare e fa il tenero esprimendo le sue preoccupazioni a me con il cellulare. Giorgia vuoi tentare di aiutarlo, parlandogli senza cellulare?”.
La provocazione ha avuto il risultato di innervosire la ragazza che ha iniziato a inveire contro i genitori: inveendo, ha portato fuori i motivi dei suoi comportamenti di sfida, che reclamano maggiore terreno sul piano individuale. Giorgia ha cominciato a mettere in parole il suo disagio.

In questo esempio il terapeuta ha ridefinito lo sms: da mezzo collusivo, utilizzato dal padre per creare un rapporto sbilanciato a proprio favore rispetto agli altri componenti del sistema familiare, il terapeuta ha usato il messaggino come mezzo comunicazionale nella famiglia. Tale scelta ha aiutato la costituzione di un’alleanza terapeutica con tutte le componenti del sistema e ha facilitato la relazione tra padre e figlia, aprendo la strada all’analisi del secondo livello celato dal comportamento manifesto.
Oltre che strumento relazionale, la comunicazione via sms propone materiale interpretativo non secondario. L’uso degli sms nello spazio terapeutico ha la rilevanza che possono proporre fotografie, pagine di diari, scritti, oggetti, animali: anche i messaggini sono frammenti del quotidiano del paziente, che il terapeuta deve decidere se cogliere o meno. Il paziente solitamente vive il terapeuta come una figura significativa, nei confronti della quale agire elementi del suo passato: la comunicazione via sms può rappresentare un canale di tale scelta.

Tempo fa una paziente, Anna, mi ha contattato per avviare una terapia individuale. La donna, 35 anni, insegnante, era stata abbandonata dal suo fidanzato, Umberto, con il quale conviveva da un anno: la fine del rapporto aveva attivato in lei un vissuto depressivo. La donna, inoltre, manifestava comportamenti ossessivi: quello classico, presentato in prima seduta, era quello del continuo lavarsi, che portava la donna a fare la doccia ogni volta che rientrava a casa: considerando il lavoro, il tempo libero, l’attività sportiva, la donna viaggiava alla media di quattro docce al giorno.
Fissai i primi tre incontri di valutazione, senza rendermene conto, in tre giorni diversi e in orari diversi. La donna fu puntuale agli appuntamenti. Ogni volta, però, un’ora prima dell’orario convenuto, mi inviava un sms con cui chiedeva conferma dell’appuntamento. Decisi di non rispondere e, puntualmente, la paziente, dopo circa dieci minuti, telefonava per chiedere al telefono conferma dell’appuntamento: cosa che, a quel punto, confermavo.
In quarta seduta, rimandai ad Anna questo aspetto ripetitivo dei suoi sms.
Terapeuta: “Anche oggi si è annunciata con un sms”.
Anna: “Lei puntualmente non risponde e chiamo. Mi deve scusare, capisco che può essere impegnato, ma è più forte di me”.
Terapeuta: “Anche se questo la porta a non considerare l’altro?”.
Anna: “Purtroppo sì. Purtroppo, perché avevo questa abitudine con Umberto: gli inviavo anche cinquanta sms al giorno: lui un po’ rispondeva, un po’ spegneva il cellulare e quando ci vedevamo si arrabbiava”.
Terapeuta: “Lei è un affare per la Telecom”.
Anna: “Non per me”.
Terapeuta: “Non saprei. Ho la sensazione che gli sms abbiano qualcosa a che fare con le docce: riesce a individuare un momento in cui ha iniziato a mitragliare Umberto di sms?”.
Anna: “Veramente ho iniziato con il mio precedente ragazzo, Antonio. Antonio viveva in un’altra città e io non mi fidavo di lui. La relazione è durata tre anni. Un giorno scoprii casualmente che mi tradiva”.
Terapeuta: “Casualmente?”.
Anna: “Sì, ricevetti un sms ‘piccante’ che non poteva essere rivolto a me. Lo misi sotto e dopo una settimana lo costrinsi a confessare. Da quel momento gli inviavo molti sms al giorno, finché, dopo un mese, la nostra relazione finì”.

È evidente come in questo caso la paziente abbia considerato lo sms l’elemento traditore ma anche l’elemento salvifico nei suoi amori: tale scissione ha probabilmente portato la donna a consolidare l’uso ossessivo del cellulare con il fidanzato successivo.
Oltre la lettura degli sms nelle dinamiche amorose della donna, il colloquio ha aiutato a capire che la paziente stava chiedendo una relazione profonda come una relazione amorosa e stava testando l’affidabilità del terapeuta. Decisi di continuare questo braccio di ferro con la paziente che dalla decima seduta poté cominciare a fare a meno degli sms e delle telefonate.
Avevo ingaggiato, e forse vinto, la mia “battaglia per la struttura”: un’affermazione importante per il prosieguo del lavoro, per “fissare le condizioni minime che ci servono prima di poter cominciare” [15, p. 45].
La questione degli sms non può non abbracciare le regole di fondo e gli aspetti “politico-amministrativi” [15, p. 44] della terapia.
Quella psicoterapeutica rappresenta una relazione interpersonale in cui terapeuta e paziente sono impegnati nella co-costruzione di nuove prospettive. Le implicazioni per quanto riguarda il nostro discorso si accrescono se aggiungiamo che due caratteristiche cruciali dei processi terapeutici, le procedure o tecniche che specificano il modo di operare del terapeuta e il setting [16], possono essere toccate dall’avvento degli sms. In questa prospettiva il discorso sul diritto di cittadinanza ai messaggini nel territorio terapeutico, punto e momento di raccolta del quotidiano del paziente e dell’hic et nunc della relazione terapeutica, diventa anche un problema di regole: un aspetto non tanto “opzionale”, quanto “essenziale” [17].
È bene che le regole siano chiare fin dall’inizio per garantire il paziente rispetto alla disponibilità, alla riservatezza, all’assenza di giudizio, alla mancanza di interesse personale da parte del terapeuta nello svolgimento della sua funzione. Le regole, quindi le possibilità e i limiti della terapia, creano un contesto sicuro, in cui terapeuta e paziente giochino ed esplorino il cambiamento. È anche grazie a un buon sistema regolativo che il sistema terapeutico riesce a strutturarsi come “terzo pianeta” , “una nuova dimensione spazio-temporale, un terreno neutrale e senza storia propria entro cui costruire una storia diversa che nasce dall’incontro” [18]. La chiarezza esclude la rigidità, non la flessibilità: rende ammissibile l’introduzione di nuovi elementi tecnici e di contenuto.
Di fronte ad un aspetto che il paziente può proporre nella relazione come dato contestuale e di contenuto, è importante per il terapeuta non cedere alla tentazione tutta umana di iscriversi al partito degli apocalittici o degli integrati, ma valutare le variabili poste in gioco dalla questione. Seguendo Saccu, “è doveroso per noi terapeuti assumere un atteggiamento non istruttivo, bensì costruttivo, capace, cioè, di ascoltare e di mettere in discussone convinzioni profondamente radicate e rigide” [19]. Sulla vicenda è in gioco, d’altra parte, la questione tradizionale di trovare regole appropriate a fronte di un agire, quello terapeutico, che difficilmente digerisce procedure standardizzate. Un problema posto già da Freud nel 1913: “La straordinaria diversità delle costellazioni psichiche di cui siamo costretti a tener conto, la plasticità di tutti i processi psichici e la quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti, sono tutti elementi che si oppongono a una standardizzazione della tecnica” [20, p. 333].
La questione relativa alla decisione di mantenere o meno la comunicazione via sms con il paziente aperta nell’intervallo tra le sedute tocca le regole del setting ed interviene nella relazione tra paziente e terapeuta. Un paziente che non ha il coraggio di telefonare al proprio terapeuta per chiedere di spostargli un appuntamento e ricorre a un sms può in questo modo eludere una situazione di confronto, affidandola a un terzo incomodo.
L’uso dei messaggini, in termini più generali, può rivelare il ricorso a un agìto capace di ridurre l’accesso alle parole, ai conflitti inconsci: uno spostamento di livello della comunicazione e della relazione che rischia di manifestare, così, tutto il suo carattere resistenziale all’accesso al proprio inconscio. Vengono in mente le parole di Freud che mettono in guardia dall’inganno di pazienti che si presentano in seduta con una narrazione già preparata, magari scritta: “Per quanto sincero possa essere il malato nel credere alla propria lodevole intenzione, la resistenza reclamerà la sua parte in questa preparazione deliberata e riuscirà a far sì che il materiale più prezioso della comunicazione sfugga” [20, p. 345]. Tali considerazioni ben vestono alla situazione che si sarebbe proposta quasi un secolo dopo, in tempi di sms.


SMS E TERAPIA: QUESTIONI PROBLEMATICHE

Uno degli sforzi più recenti e dettagliati della letteratura sull’argomento, proposto da Manfrida ed Eisenberg [21], sostiene la possibilità di mantenere una comunicazione sms aperta con il paziente al di fuori del setting. Gli autori si soffermano sull’uso consapevole di sms da parte di paziente e terapeuta all’interno di un rapporto e di un processo terapeutico e propongono un punto di vista benevolo, sottolineando le possibilità positive che questa scelta offre: “Sostenere situazioni gravi, urgenti o di scompenso al di fuori dei limiti orari dell’incontro o del colloquio telefonico… proseguire l’intervento oltre il termine della seduta… garantire la reperibilità del terapeuta… prolungare il potere della relazione terapeutica oltre i limiti orari della seduta… ridurre la frequenza delle sedute… salvaguardare l’autonomia del terapeuta” [21, p. 60].
Richiamando gli aspetti passati in rassegna precedentemente, a nostro avviso le argomentazioni proposte da Manfrida ed Eisenberg possono essere problematizzate, lasciando spazio a punti di vista differenti, soprattutto se si include nel nostro ragionamento anche l’uso occasionale e non pattuito dei messaggini.


IL SOSTEGNO NELLE SITUAZIONI GRAVI E LA REPERIBILITÀ CONTINUA

Il paziente che chiede sostegno via sms in situazioni gravi, urgenti, di scompenso propone al terapeuta un invito all’interazione privilegiata e sconfinata, oltre il tempo e lo spazio del setting. Tale richiesta assume maggiore rilevanza degli stessi aspetti di contenuto: “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione” [22, p. 47].
Come l’accesso ad una possibilità di reperibilità continua, tale situazione propone il pericolo che il paziente rivendichi, attraverso il canale esclusivo e confidenziale degli sms, una comunicazione privilegiata, agendo quella “traslazione amorosa” [23, p. 369] che ogni terapeuta deve fare ben attenzione a ricacciare nella relazione terapeutica. Il risultato di questa concessione da parte del terapeuta può condurre il paziente ad avvertire di avere potere sul terapeuta, di decidere lui sulla reperibilità del sostegno del terapeuta, a prescindere dalle regole del gioco: è il pericolo di rendere simmetrico un sistema la cui asimmetria dà forza, in ultima analisi, al ruolo di agente del cambiamento riconosciuto al terapeuta.
È la funzione di feticcio degli sms, d’altra parte, che offre la possibilità di negare la realtà di una relazione che si sente pericolosa per il proprio equilibrio: “esso è usato inconsapevolmente ogni qualvolta si percepisce il timore di doversi confrontare, nella propria esistenza, con eventi sentiti in qualche modo come insolubili, perché comporterebbero delle trasformazioni complesse e difficili da realizzare, un apprendimento a vivere nell’incertezza che non si ha nessuna voglia di affrontare” [6, p. 121].
Rendersi complici di queste richieste può equivalere all’accogliere la domanda di iper-responsabilizzazione e idealizzazione dell’altro che ogni paziente generalmente porta in dote al terapeuta all’inizio di ciascuna terapia, rispondendo ad una strategia speculare di deresponsabilizzazione e disimpegno. Mantenere la comunicazione via sms può avere lo stesso ruolo che spesso hanno i commenti finali utilizzati dai pazienti al termine delle sedute, nel tragitto dalla stanza della terapia alla porta, che “sono spesso il risultato del tentativo di prolungare l’interazione con il terapeuta, o di ridefinire la relazione terapeutica come un rapporto personale piuttosto che professionale” [24, p. 125].


IL PROSEGUIMENTO OLTRE LA SEDUTA: IL TERAPEUTA SEMPRE E COMUNQUE

La possibilità di proseguire l’intervento oltre il termine della seduta, in questa prospettiva, nasconde l’insidia di permeabilizzare in maniera pericolosa i confini del setting. “È una realtà psicodinamica frustrante che i pazienti immersi in intensi vissuti transferali possano assumere che vedere il terapeuta fuori ruolo equivalga a scoprire la sua ‘vera’ natura. In altri termini, essi possono insistere sulla validità delle loro percezioni transferali perché in quest’occasione il clinico non si comporta con la stessa discrezione e disciplina di quando è nello studio, e i pazienti possono ritenere che questa versione più ‘rilassata’ del loro terapeuta sia una riprova che tutto ciò che temevano (o speravano) fosse vero” [20, p. 187]. Il pericolo di dilatare i confini del setting è quello di permettere al paziente di sentire un potere particolarmente efficace e potente all’interno della relazione terapeutica. “La tendenza a privilegiare la comunicazione mediata, dalla distanza e dall’oggetto tecnico, crea un’abitudine alla relazione vissuta nella dimensione immaginaria: più propriamente produce una mescolanza di reale e immaginario, che non sempre può essere un’area di esperienza condivisa con l’altra persona” [6, p. 120]. Il pericolo è quello, soprattutto, di deresponsabilizzarlo dal lavoro posto, in parte, ad obiettivo di ogni processo terapeutico, che è quello di fare in modo che “dov’era l’Es, deve subentrare l’Io” [25, p. 190].
L’invio dello sms costituisce un’intrusione nel privato del terapeuta che può essere per questi fonte di stress, definendo vissuti controtransferali che rischiano di non aiutare il lavoro terapeutico o spingere lo stesso terapeuta ad alimentare la tendenza all’onnipotenza, che già, costituzionalmente, la funzione terapeutica rischia di avere in sé. Assecondare la richiesta di assistenza fuori orario può rivelarsi un’incursione verso la richiesta di un atteggiamento complice, simmetrico, delegante: il rischio per il terapeuta è quello di colludere, ignorando il significato resistenziale al trattamento che molto probabilmente muove il paziente nell’attivazione di questo tipo di comunicazione.


LA SCORCIATOIA DEL PROCESSO TERAPEUTICO

Non è da escludere che per alcuni pazienti proporre argomenti per sms possa rappresentare una scorciatoia del processo terapeutico. In questo caso, l’uso della corsia privilegiata da 160 caratteri non andrebbe assecondato.
Se la richiesta di scorciatoia è legata ad un problema dei costi, il costo della terapia rappresenta anche la cartina di tornasole della motivazione al trattamento. Dietro il problema dei costi si nascondono sentimenti rabbiosi e aggressivi: il costo della terapia non può essere eluso, è garanzia dell’impegno del paziente e dello stesso terapeuta.
Se c’è un problema di tempo, è bene ricordare che il tempo costituisce una componente fondamentale della psicoterapia. La durata del percorso terapeutico non è definita dal terapeuta, ma dai tempi della co-costruzione terapeutica, su cui incidono molto, innanzitutto, i tempi dell’elaborazione del paziente. L’uso di messaggini rischia di proporre così, ancora una volta, la sua natura di resistenza al lavoro terapeutico. Illuminanti, a nostro avviso, sono le seguenti osservazioni di Freud: “Nessuno normalmente si aspetterebbe che un pesante tavolo possa essere sollevato con due dita come se si trattasse di un leggerissimo sgabello, o che si possa costruire una grande casa nello stesso tempo richiesto per erigere una piccola capanna di legno; eppure, appena si tratta delle nevrosi, che a tutt’oggi non sembrano ancora aver trovato una propria collocazione nell’ambito del pensiero umano, anche persone intelligenti dimenticano la necessaria proporzionalità tra tempo, lavoro e risultato” [20, p. 339].


LA PRIGIONIA DEL TERAPEUTA

Tendenzialmente quella via sms rappresenta una comunicazione sincronica. Tale modalità può rappresentare un modo per testare l’altro: scrivere un sms “consente una specie di test di comunicazione, un invito a farsi avanti che compromette solo parzialmente, lasciando all’altro parte della responsabilità dell’iniziativa” [26, p. 18]. Chi invia il messaggino crede, e spera, che il destinatario abbia il suo cellulare acceso: se non riceve risposta immediata è legittimato a pensare che quella mancata risposta abbia un significato preciso.
L’autonomia del terapeuta non si ottiene decidendo di non rispondere a un sms, ricorrendo a quella sorta di “time out” che la comunicazione non sincronica dei messaggini permette.
Nel momento in cui il terapeuta accetta la relazione sms, è prigioniero della relazione e anche una non risposta è una risposta. Ogni silenzio, ogni tentativo di temporeggiare avrebbe il senso di una disconferma in termini comunicazionali: l’eventuale scelta del terapeuta di non rispondere non sarebbe neutra, darebbe comunque una punteggiatura all’evento comunicativo.
Marco, un trentenne, balbuziente, viene in terapia sull’onda di una serie di insuccessi amorosi che, più in generale, riflettono una difficoltà nella sfera sociale e nell’autostima.
Il ragazzo ha avuto un’infanzia difficile, caratterizzata da una relazione di attaccamento con i genitori del tipo ansioso-evitante. Il padre, un professionista spesso fuori per lavoro, la madre, un’impiegata che per anni aveva coltivato una relazione extraconiugale, lui figlio unico, spesso lasciato ai nonni materni.
Dopo la terza seduta, Marco invia un sms al terapeuta per chiedere conferma dell’appuntamento successivo. Decido di non rispondere. Dopo un giorno Marco ripropone un sms con la stessa richiesta e anche in questa circostanza non rispondo. Dopo qualche ora, il ragazzo rinvia un terzo sms in cui dice di avere ritrovato l’appunto relativo all’appuntamento successivo. Arriva il giorno della quarta seduta.
Marco: “Mi deve scusare se le ho inviato l’sms, ma temevo di avere perso l’appunto”.
Terapeuta: “Scusare?”.
Marco: “Sì, non mi ha risposto, ho capito che le poteva dare fastidio rispondermi”.
Terapeuta: “Preferisco non rispondere agli sms: meglio parlare a voce”.
Marco: “Pensavo non fosse così: nel corso della scorsa seduta ho visto che smanettava sul cellulare mentre parlavo e ho pensato che rispondesse a un sms”.
Terapeuta: “Sì, rispondevo ad una paziente incinta, aveva un problema”.
Marco: “Suppongo urgente, visto che lei non risponde mai in seduta”.
Terapeuta: “Sì, aveva un’ecografia”.
Marco continua la seduta con un tono sempre più rigido, espresso da momenti in cui la balbuzie si fa acuta. All’appuntamento successivo Marco non si presenta. Il giorno dopo mi invia un sms: “Ho deciso di sospendere la terapia. Peraltro credo che lei non sia abbastanza libero da impegni per potere concedermi del tempo”.

Evidentemente il paziente ha espresso la sua rabbia nei confronti del terapeuta attraverso l’abbandono della terapia. La rabbia probabilmente è scaturita dal senso di disparità avvertito nel confronto con l’altra paziente. Avevo, di fatto, effettuato un trattamento discriminante che ha tradito la fiducia di un paziente che, ovviamente, chiede che il tempo e lo spazio del setting siano esclusivi della relazione paziente-terapeuta.


CONCLUSIONI

Indubbiamente l’uso degli sms fuori del contesto terapeutico ha un significato per il lavoro terapeutico. “Anche in una relazione riservata, e riservata quale è quella psicoterapeutica, si creano aree di significati e modalità comunicative tipiche dei partecipanti, che si riflettono nei messaggi che paziente e terapeuta si possono scambiare” [9, p. 26]. Il messaggino, in questa prospettiva, può rappresentare un momento transferale, l’occasione di raccogliere materiale terapeutico che va compreso, analizzato, utilizzato come risorsa terapeutica signifi­cativa.
Lo sms va considerato, però, anche un elemento resistenziale. Dietro l’angolo di ogni terapia sappiamo che fa capolino un momento inevitabile che è costituito dalla resistenza nei confronti del processo terapeutico: “ogni singola associazione, ogni atto della persona in trattamento deve fare i conti con la resistenza, e rappresenta un compromesso tra le forze tendenti alla guarigione e quelle che si oppongono ad essa” [27, p. 527].
Una delle modalità resistenti efficaci proposte dai pazienti è data dal ricorso tenace ad aspetti e modalità comportamentali familiari: un incallito messaggiatore potrebbe ricorrere alle frecce degli sms per usare l’arma della resistenza nei confronti del processo terapeutico.
Questa osservazione rinforza quanto detto precedentemente circa la necessità di capire gli sms: la resistenza va usata, è coterapeutica: “I terapeuti arrivano a conoscere i loro pazienti in gran parte dalle modalità con cui questi resistono al processo terapeutico” [24, p. 126].
Ma la dimensione resistenziale deve spingere ad una forte cautela. In questa prospettiva, la comunicazione per messaggini tra paziente e terapeuta, soprattutto se non pattuita in fase contrattuale, non andrebbe consolidata come modalità per i pericoli potenziali che porta con sé. Ostacola e danneggia il processo terapeutico, ha implicazioni pericolose nella relazione tra paziente e terapeuta, non costituisce una comunicazione piena di quegli elementi, sintattici, semantici e pragmatici che la comunicazione terapeutica contiene nel suo svolgimento nell’ hic et nunc.
Non è da porre in secondo piano, inoltre, la caratteristica di resistenza che il paziente agisce attraverso i messaggini. Si può proporre il pericolo di fare passare l’idea di un paziente che sia trasmettitore senza ricevitore, che riconosca quella del terapeuta come una semplice “esistenza satellite” [28], depotenziata.
Tutto questo, ovviamente, richiede la capacità di contestualizzare questa ipotesi guardando al tipo di paziente, al momento in cui tale richiesta giunge, alla patologia presentata. Richiede la capacità di non rinunciare, in ultima analisi, ad una dote di flessibilità che nel lavoro terapeutico rappresenta, a nostro avviso, un ingrediente ineliminabile, a patto che si rispetti la coerenza del processo terapeutico.


BIBLIOGRAFIA

1. Vallario L. Naufraghi nella rete. Adolescenti e abusi mediatici. Milano: Franco Angeli, 2008.
2. Eco U (1964). Apocalittici e integrati. Milano: Bompiani, 2003.
3. Morcellini M. Il mediaevo italiano. Industria culturale, tv e tecnologie tra XX e XXI secolo. Roma: Carocci, 2008.
4. Censis. 42° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2008. Milano: Franco Angeli, 2008.
5. Telefono Azzurro, Eurispes. Decimo rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia. www.edscuola.it, 2011.
6. Di Gregorio L. Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino. Milano: Franco Angeli, 2003.
7. Andreoli V. La vita digitale. Milano: Rizzoli, 2007.
8. Mizzau M. Prospettive della comunicazione interpersonale. Bologna: Il Mulino, 1974.
9. Manfrida G. Gli sms in psicoterapia. Torino: Antigone Edizioni, 2009.
10. Guerreschi C. New addiction. Le nuove dipendenze. Torino: San Paolo, 2005.
11. Nardone G, Cagnoni F. Perversioni in rete. Le psicopatologie da internet e il loro trattamento. Firenze: Ponte alle Grazie, 2002.
12. Riva G. Psicologia dei nuovi media. Bologna: Il Mulino, 2004.
13. Luborsky L. Principi di psicoterapia psicoanalitica. Torino: Bollati Boringhieri, 1989.
14. Minuchin S. Famiglie e terapie della famiglia. Roma: Astrolabio, 1976.
15. Whitaker CA, Bumberry WM. Danzando con la famiglia. Roma: Astrolabio, 1989.
16. Frank JD. Persuasion and healing. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1961.
17. McWilliams N. Psicoterapia psicoanalitica. Milano: Raffaello Cortina, 2006.
18. Andolfi M, Angelo C. Famiglia e individuo in una prospettiva trigenerazionale. Terapia Familiare 1984; vol. 19, 17-23, numero speciale dedicato a “Famiglia e individuo”.
19. Saccu C. Prefazione. In: Vallario L, Giorgi R, Martorelli M, Cozzi E. Il rito del rischio nell’adolescenza. Roma: Edizioni Scientifiche Ma.Gi, 2005.
20. Freud S (1913). Inizio del trattamento. In: Opere, vol. VII. Torino: Bollati Boringhieri, 1975.
21. Manfrida G, Eisenberg E. “Scripta volant!”. Uso e utilità dei messaggi sms in psicoterapia. Terapia Familiare 2007; 85: 59-82.
22. Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD. Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.
23. Freud S (1914). Osservazioni sull’amore di traslazione. In: Opere, vol. VII. Torino: Bollati Boringhieri, 1975.
24. Gabbard GO. Introduzione alla psicoterapia psicodinamica. Milano: Raffaello Cortina, 2004.
25. Freud S (1932). Introduzione alla psicanalisi. Nuova serie di lezioni. In: Opere, vol. XI. Torino: Bollati Boringhieri, 1979.
26. Del Corno F, Mansi G. SMS. Straordinaria fortuna di un uso improprio del telefono. Milano: Raffaello Cortina, 2002.
27. Freud S. Dinamica della traslazione. In: Opere, vol. VI, p. 527; 1912.
28. Kernberg OF. Factors in the psychoanalytic treatment of narcisistic personalities. Am Psychoanal Assoc 1970; 18: 51-85.