Il virtuale attenuato di Facebook
e il gioco dell’identità dell’adolescente

Gian Luca Barbieri1, Maria Cristina Meloni2



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. L’obiettivo della ricerca è consistito nello studio delle dinamiche psichiche individuali e gruppali attivate nella comunità di Facebook. Il campione comprende 360 preadolescenti e adolescenti. I dati ricavati da un questionario costituito da 25 domande e 4 narrazioni sono stati analizzati in prospettiva psicodinamica. Si è notato che l’identità messa in campo è costruita su parametri idealizzati e narcisistici. Il virtuale di Facebook è articolato su due livelli, uno depotenziato e l’altro più autentico, in parallelo alla struttura della comunità di ciascun utente, che comprende un nucleo di amici anche extraweb e un anello più esterno di persone conosciute solo online. Facebook è usato come un laboratorio di sperimentazione dell’identità individuale, in una logica in cui ci si mette in campo con maggiore libertà rispetto alla quotidianità, senza identità fittizie e spesso attraverso un’autenticità superiore rispetto al mondo reale. La conoscenza e il pensiero sono usati in funzione autoconfermativa e autoreferenziale. Le dinamiche di rispecchiamento prevalgono sul pensiero trasformativo e critico.

Parole chiave. Facebook, identità, adolescenza.


Summary. The virtual of Facebook and the identity game of adolescents.
The aim of the research has concerned the study of the psychic dynamics of the individuals and the group in Facebook’s community. The sample has consisted in 360 preadolescents and adolescents. The data gathered from a questionnaire made up of 25 questions and 4 narrations have been analysed in a psycho-dynamic perspective. We have noticed that the identity presented is based on idealised and narcissistic parameters. The virtual of Facebook is based on 2 levels, one weakened and the other one more authentically virtual. At the same time, the community’s structure of each user consists in a group of friends they have also in the real life, and a less close group of friends they have only online. Facebook is used as a laboratory in order to test the individual’s identity, in the perspective in which we present ourselves with more freedom than in the daily life. We do not create pretended identities, but we often present ourselves in a much more authentic way than in real life. The knowledge and the thought are used with an auto-confimative and auto-referential function. The dynamics of mirroring prevail on the transformative and critic thought.

Key words. Facebook, identity, adolescence.


Resumen. Lo virtual atermado de Facebook y el juego de la identidad en el adolescente.
El objetivo de la la investigación ha consistido en el estudio de las dinámicas psíquicas individuales y del grupo en la comunidad de Facebook. La muestra es copuesta por 360 preadolescentes y adolescentes. Los dados obtenidos a través de un cuestionario constituido por 25 preguntas y 4 narraciones han sido analizados en una perspectiva psicodinámica. Se ha notado que la identitad presentada es constituida por unos indicadores idealizados y narcisísticos. Lo virtual de Facebook se desarrolla en dos niveles, uno atenuado y el otro más virtual, en paralelo a la estructura de la comunidad de cada usuario, que comprende un núcleo de amigos que se conocen fuera del web y un anillo más exterior de personas que se conocen sólo online. Facebook se emplea cómo laboratorio para una esperimentación de la identidad individual, en una logica en la cual lo virtual permite ponerse en juego con una libertad mayor respeto a la cotidianidad: no a través de una identidad ficticia, sino a menudo a través de una autenticidad mayor respeto al mundo real. El conocimiento y el pensamiento son empleados con una función autoconfirmativa y autoreferencial. Las dinámicas de reflejo prevalecen sobre la idea de crítica y de transformación.

Palabras clave. Facebook, identitad, adolescencia.


INTRODUZIONE

I social network sono servizi web che permettono all’utente di costruirsi un profilo pubblico o semi-pubblico all’interno di un sistema, di articolare un elenco di altri utenti con cui condividere una connessione e di visualizzare e attraversare la loro lista di connessioni e quelle di altri all’interno del sistema [1]. Questa definizione evidenzia tre aspetti che saranno posti al centro del presente studio: l’identità, legata alla definizione del proprio profilo personale e al modo in cui ci si mette in gioco all’interno del sistema; le relazioni con gli altri utenti; la consapevolezza di far parte di una comunità.
Centreremo l’attenzione su Facebook, il più diffuso fra i social network a livello mondiale. Le sue caratteristiche più significative, per la prospettiva e per gli obiettivi di questa ricerca, sono le seguenti:

1. Il soggetto si colloca idealmente al centro della comunità selezionata dei suoi “amici”, in modo per alcuni aspetti analogo a quanto accade con il telefonino [2], con la differenza che si tratta di una comunità potenzialmente infinita, il cui centro e i cui confini sono più fluidi rispetto a quelli della rubrica del telefono cellulare, infatti si può richiedere e accettare l’amicizia di persone sconosciute e, se non si attivano le funzioni di privacy, il confine del gruppo è del tutto permeabile.
2. In Facebook, come nei forum [3], esiste la possibilità di costruirsi un’identità fittizia, anche se si tratta di una scelta poco frequente e comunque non sistematica.
3. La comunicazione avviene solo attraverso la scrittura, quindi rispetto all’oralità è più pianificata, correggibile, potenzialmente permanente e consente la messa in campo di un’identità più meditata.
4. Mentre le relazioni mediate dal telefonino sono esclusivamente duali, nel caso di Facebook si hanno diverse possibilità: se si effettua una “conversazione privata”, nessun altro può avere accesso alla comunicazione in atto; se invece si scrive sulla “bacheca”, possono leggere il messaggio (o lo scambio di messaggi) tutti gli “amici” e quelli del destinatario, oppure tutti gli utenti di Facebook se non si attiva la funzione “privacy”. Inoltre si può interagire anche in più di due se si opta per questa scelta. Si è quindi in presenza di uno strumento più duttile del telefonino, ma anche meno protetto: è sufficiente dimenticare di attivare un’opzione e il nostro messaggio privato diventa immediatamente pubblico.
5. Gli spazi virtuali resi disponibili da Facebook diventano strumento di supporto alla propria rete sociale, di espressione della propria identità, di analisi dell’identità degli altri e di produzione delle “esperienze ottimali” in grado di fornire una ricompensa ai propri utenti [4].
6. In riferimento alla Piramide dei bisogni di Maslow, Facebook può aiutare i propri utenti a soddisfare bisogni di sicurezza, associativi, di autostima e di autorealizzazione [5].


GLI STUDI IN ITALIA E NEGLI STATI UNITI

Le ricerche italiane sui social network mostrano una notevole espansione negli ultimi anni e si collocano in un’ottica prevalentemente sociologica e psicosociale.
Negli Stati Uniti questo argomento è stato studiato con un significativo anticipo e ha riguardato da subito anche la prospettiva clinica. Le ricerche più importanti rientrano nella cosiddetta cyberpsychology, che ha principalmente l’obiettivo di comprendere gli effetti dei social network sull’identità e sui processi di interazione ed ha il suo punto di riferimento in riviste quali Cyberpsychology Behavior and Social Networks, Computer in Human Behavior, Journal of Computer Mediated Communication. Gli studi, effettuati prevalentemente su studenti universitari e basati su interviste, hanno riguardato in molti casi temi collegati al profilo creato su Facebook e al suo utilizzo e sono centrati sull’immagine di sé, la personalità, l’autostima, l’autorealizzazione, la ricerca di popolarità, il numero dei contatti. I risultati concordano su alcuni aspetti quali il fatto che Facebook permette di gratificare il bisogno di popolarità e di espansione della propria rete sociale; l’utente rinuncia all’introversione a favore dell’estroversione, tende a migliorare il proprio profilo e usa questo social network soprattutto per mantenere precedenti relazioni reali, più che per instaurarne nuove esclusivamente virtuali.


LA RICERCA

Campionamento

Il presente studio, basato su una ricerca qualitativa, è stato centrato non su un campione di universitari, come spesso nelle ricerche d’oltreoceano, ma su studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, più precisamente su una popolazione di 360 preadolescenti e adolescenti (208 femmine e 152 maschi) di età compresa tra 12 e 16 anni, frequentanti sei scuole della città e della provincia di Piacenza: due scuole medie inferiori (classi prime e seconde), un liceo scientifico, un liceo classico, un istituto tecnico e un istituto professionale (classi prime, seconde e terze).
La scelta di un campione di preadolescenti e di adolescenti è stata effettuata con l’intento di focalizzare l’attenzione su un’età caratterizzata da importanti modificazioni corporee, psichiche e relazionali e dall’urgente ricerca di una messa a punto identitaria personale e gruppale.


Obiettivi

Gli obiettivi della ricerca sono consistiti nell’indagare i risvolti emotivi e cognitivi delle dinamiche psichiche attivate attraverso l’uso di Facebook, in particolare riferite ad aspetti identitari, relazionali e di elaborazione del pensiero.
Nello specifico si è cercato di far emergere il tipo di comunicazione, il grado di attivazione e di duttilità del pensiero, il coinvolgimento emotivo, gli scopi perseguiti, le modalità di selezione degli “amici”, la loro quantità, l’idea di far parte di un gruppo o di un semplice aggregato, il grado di virtualità percepito, i criteri di costruzione del proprio profilo, le ricadute narcisistiche, gli eventuali processi di idealizzazione, l’elaborazione dell’immagine di sé e dell’altro.


Strumento

Per la ricerca è stato utilizzato un questionario realizzato sulla base dei riferimenti teorici, degli obiettivi perseguiti e delle informazioni da rilevare. È composto da venticinque domande di varia tipologia (aperte, a scelta forzata, a risposta multipla e su scala Likert a 5 punti) e da quattro brevi narrazioni, delle quali tre da elaborare personalmente e una con finalità proiettive da completare.
Lo strumento è stato dapprima somministrato a un ristretto gruppo di preadolescenti e di adolescenti (non coinvolto poi nella ricerca vera e propria) con caratteristiche analoghe a quelle del campione, per verificarne i punti di forza e le fragilità. Apportate le modificazioni ritenute necessarie, si è passati alla distribuzione del questionario nelle classi e alla sua compilazione, alla presenza del ricercatore e di un docente. 
L’analisi delle risposte è stata centrata soprattutto sulla dimensione contenutistica, considerando quando possibile, in particolare nelle domande aperte e nelle narrazioni, i mascheramenti e le difese attivate dagli autori, in base al modello di analisi del testo messo a punto da Barbieri [6].


Teorie e autori di riferimento

I riferimenti teorici del presente studio si collocano nell’ambito della psicologia dinamica e della psicodinamica dei gruppi.
Di Freud si sono utilizzati in particolare i concetti di identificazione e di idealizzazione [7], oltre a quello di narcisismo, usato, oltre che nell’accezione freudiana [8], anche in quelle successive di Kohut [9], Mitchell [10] e Mancia [11].
Di Winnicott [12] si sono rivelati utili e pertinenti i concetti di “falso Sé” (inteso in generale come immagine di sé messa in campo per accondiscendere alle attese dell’altro), quelli di oggetto transizionale e di spazio potenziale.
Un altro concetto psicoanalitico utilizzato è quello di “rispecchiamento” nella versione di tre autori: Winnicott [13], secondo il quale la madre funge da specchio per il bambino perché gli restituisce l’immagine corrispondente al modo in cui lo pensa e lo ama; Kohut [14], che considera la madre come un oggetto-Sé speculare che fornisce al figlio una conferma della sua perfezione e della sua onnipotenza, rafforzando quindi la sua autostima; Lacan [15], che riconduce allo specchio l’identificazione con la propria immagine riflessa e il narcisismo che sta alla base della costruzione dell’Io; in seguito sarà l’altro a fungere da specchio in cui il soggetto si riflette e si confronta con l’immagine ideale che ha di sé.
Nell’ambito della psicodinamica dei gruppi, abbiamo attinto da Bion [16] i seguenti concetti: “mentalità di gruppo” (attività mentale collettiva condivisa dal gruppo, con la quale i singoli membri si sintonizzano in maniera automatica e inconscia); “assunto di base” (fantasie gruppali relative alle possibilità di raggiungere gli scopi che il gruppo stesso si propone); gruppo di lavoro (organizzazione mentale del gruppo, prevalentemente conscia, che si basa su una reale capacità di collaborazione da parte dei suoi membri, basata su un approccio razionale al compito).
Di Slavson [17] si è utilizzato il concetto di gruppo come “cassa di risonanza dell’inconscio individuale”, in quanto favorisce e potenzia le manifestazioni dell’inconscio di ciascun soggetto che ne fa parte.
Da Wolf e Schwartz [18] si è presa l’idea di gruppo come “Io collettivo”, con il quale ciascun membro finisce con l’identificarsi e dal quale a sua volta riceve appoggio, contenimento delle angosce e capacità di tollerare la frustrazione.
Da Yalom [19] e Bloch e Crouch [20] abbiamo ricavato i principali fattori terapeutici del gruppo, quali l’informazione, la possibilità di infondere speranza, l’altruismo, la socializzazione, l’universalità (intesa come condivisione e alleggerimento dei problemi individuali), il comportamento imitativo, l’autorivelazione e la comprensione di sé.
Da Pichon-Rivière [21] si è ripreso il concetto di “strutture stereotipate di pensiero”, intese come modalità rigide del funzionamento psichico gruppale, collegate a uno “schema di riferimento comune”.
Anzieu [22] ha teorizzato il gruppo come minaccia nei confronti dell’individuo e della sua integrità e autonomia e come luogo di fomentazione delle immagini interiori e delle angosce di chi ne fa parte. Secondo questo autore, le persone che si riuniscono in gruppo sono attraversate da desideri, angosce e paure comuni e da sentimenti di frustrazione dovuti alla sensazione di far parte di una struttura mentale, oltre che fisica, in grado di annullare il singolo. Per questo motivo nella persona si produce una ferita narcisistica che attiva atteggiamenti difensivi. Il narcisismo di cui il soggetto si sente espropriato viene investito sul gruppo; in questo modo nasce l’“illusione gruppale”, che corrisponde alla convinzione che il gruppo di cui si fa parte sia il migliore, funzioni perfettamente e in esso ci si trovi del tutto a proprio agio. Altro concetto importante di Anzieu è quello di “involucro gruppale”, membrana che contiene il gruppo e gli dà una determinata fisionomia immaginaria. Infine, secondo lo stesso autore, il gruppo funziona secondo il principio di piacere ignorando il principio di realtà e si colloca idealmente in una dimensione di Utopia (luogo fuori dallo spazio) e Ucronia (tempo fuori dal tempo).
Di Kaës [23] abbiamo utilizzato i concetti di “frontiera del gruppo”, confine che separa lo spazio psichico gruppale dal non-gruppo; “contratto narcisistico”, in base al quale ogni membro riveste nel gruppo un posto offerto dal gruppo stesso, ciò che assicura a quest’ultimo la continuità narcisistica (consistente in affiliazione, sostegno e senso di appartenenza) e un ritorno narcisistico anche per il singolo.


RISULTATI

La scelta di Facebook

La prima osservazione è di ordine quantitativo: su 360 preadolescenti e adolescenti, 308 hanno il proprio profilo su Facebook, risultato che conferma la grande diffusione di questo social network. Più numerosi in percentuale sono gli studenti delle superiori (senza particolari differenze tra femmine e maschi e tipi di scuola) rispetto a quelli delle medie inferiori. Va però segnalato che anche il numero relativamente più contenuto di questi ultimi da un lato supera il 50% e dall’altro, dato che l’età minima per crearsi un profilo su Facebook è di 14 anni, segnala il desiderio di entrare a far parte di questa comunità virtuale al punto da iscriversi inserendo una data di nascita falsa.
Per quanto riguarda il tempo di connessione, tutti dichiarano di usare Facebook quotidianamente almeno per una o due ore. La durata massima la si riscontra tra la terza media e la prima superiore, ma anche nelle altre fasce di età non sono pochi i ragazzi che rimangono connessi anche 4 o 5 ore ogni giorno. È un dato che fa riflettere sul tempo dedicato sia allo studio, sia alle altre attività extrascolastiche.
Gli studenti degli istituti professionali e tecnici rimangono connessi più ore rispetto a quelli dei licei. La variabile genere non è significativa.


La rappresentazione di sé

Quasi ogni ragazzo iscritto al social network dichiara di aver inserito informazioni veritiere sul proprio profilo. La fotografia ritrae lui, nella maggior parte dei casi solo, più raramente in compagnia di amici. Il motivo per cui è stata scelta quella determinata fotografia è prettamente estetico.
In Facebook si tende dunque a mettere in campo una rappresentazione sincera di sé; ciò non impedisce però che siano potenziate in direzione idealizzante alcune caratteristiche del soggetto. Dalle risposte si evince che ogni dato inserito riflette allo stesso tempo ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, ma è anche una rivelazione strategica di ciò che si vuole che gli altri pensino di sé. Nel proprio profilo si inseriscono informazioni ritenute “importanti”, “non banali”, che soddisfino il soggetto stesso e che possano colpire l’ipotetico destinatario. Gli aspetti di carattere, i tratti relazionali e i gusti espressi nel proprio profilo rientrano nel novero di quelli considerati positivi dai pari. Il messaggio implicito è duplice: da un lato “merito la vostra amicizia per le mie caratteristiche che mi accomunano a voi” e dall’altro “esisto in quanto ho relazioni”.
La fiducia che la rappresentazione di sé sia veritiera riguarda soprattutto le persone conosciute anche offline. Nei confronti degli sconosciuti si usa maggior cautela e si fanno i conti con il rischio di informazioni menzognere e ingannevoli.


Funzioni di Facebook

Le caratteristiche di Facebook considerate più importanti sono: la possibilità di ricevere e dare informazioni, quella di conoscere persone nuove e anche la sua gratuità. Non è trascurabile nemmeno l’importanza attribuita al fatto che “aiuta ad impegnare il tempo” e “non fa annoiare”.
Ciò che emerge dai questionari conferma sia le ricerche americane a proposito dei bisogni soddisfatti da Facebook (es. il bisogno di espandere la propria rete sociale), sia, in ambito psicodinamico, alcuni dei fattori terapeutici del gruppo indagati da Yalom [19] e Bloch e Crouch [20]. In particolare, il “gruppo” di Facebook favorisce lo scambio di informazioni, descritte come prevalentemente pragmatiche e denotative, ma ha ricadute anche a livello di conoscenza e di autoconoscenza, collegate, come si vedrà, in modo che la prima è del tutto funzionale alla seconda, in una logica prevalentemente autoreferenziale per cui la conoscenza dell’altro è utilizzata dal soggetto soprattutto per i suoi effetti di rispecchiamento e di conferma del proprio sé. Tale prospettiva autocentrata giustifica il fatto che l’altruismo, ulteriore fattore terapeutico gruppale individuato dagli autori citati, non sia quasi mai presente nelle risposte. Compare invece l’autorivelazione, definita da Bloch e Crouch [20] come “l’atto di fornire informazioni personali” (aspetto da altri autori denominato self-disclosure). La socializzazione, intesa come costruzione di relazioni interpersonali attraverso il social network, comporta l’universalità (nell’accezione di condivisione e alleggerimento dei problemi individuali) e il comportamento imitativo. Ci sembra corretto parlare di imitazione, più che di introiezione e di identificazione, proprio perché le comunicazioni tendono a trasmettere contenuti che rimangono nella maggior parte dei casi in superficie e soddisfano bisogni pragmatici (come sostenuto dal 63,3% del campione, soprattutto femmine e studenti delle scuole superiori).


Gruppo o aggregato

Il 66% del campione sostiene di percepire gli amici di Facebook come un vero gruppo. Va notato però che al crescere dell’età aumenta la percezione della propria comunità virtuale come una semplice somma di individui (aggregato), più che come un autentico gruppo.
Bisogna precisare che nel questionario non si è usata l’espressione “aggregato” perché quasi certamente non conosciuta da tutti, ma si è fatto emergere il concetto in modo indiretto. Inoltre, l’idea di gruppo che si ricava dalle risposte coincide con quella di comunità di pari che condividono passioni, interessi e una serie di esperienze, soprattutto extraweb.
La percezione degli amici di Facebook come un gruppo vero e proprio deve fare i conti con il fatto che il 92% del campione ha più di cento contatti nella propria lista. Va ricordato però che il gruppo di amici appare sempre strutturato, a livello immaginario, in due aree: al centro si trova un nucleo ristretto di persone con le quali i contatti sono frequenti e che si conoscono anche offline, e all’esterno si espande un’area periferica di dimensione variabile con la quale i contatti, esclusivamente online, sono saltuari. L’“involucro gruppale” (definizione di Anzieu [22] preferibile nel presente contesto a quella di “frontiera del gruppo” di Kaës [23]) non viene idealmente situato sulla faccia esterna dell’anello periferico, ma viene posto tra questo e il nucleo centrale. È quest’ultimo che viene sentito come gruppo a tutti gli effetti, mentre il primo ha spesso una funzione di semplice supporto, è uno sfondo, è più una potenzialità che una realtà comunicativa. È a sua volta delimitato da una linea perimetrale, che però è molto più permeabile e sfumata rispetto all’involucro più interno.
La componente quantitativa ha una ricaduta narcisistica importante sia nella rappresentazione del gruppo, sia nella considerazione della propria importanza individuale in quanto centro della propria comunità virtuale di amici. Se è vero, come sostiene Kaës [23], che ci si riunisce in gruppo per la paura della solitudine e dell’impotenza, il numero elevatissimo di contatti appare un antidoto contro l’isolamento e un fattore di rassicurazione. Inoltre l’autostima del ragazzo si potenzia poiché, in una prospettiva tolemaica, si sente come un astro attorno a cui ruota un sistema solare immenso.


Il confine

Ben il 70,7% degli studenti dichiara di non aver impostato la privacy e quindi di avere reso il proprio profilo visibile ai milioni di utenti di Facebook. Dalla nostra indagine risulta che sono soprattutto i maschi a tenere alla loro privacy e, a livello di scuola, i licei fanno segnare il picco di preferenze per il profilo pubblico (80,1%). In ogni caso dalle risposte emerge il modo ambivalente in cui ci si approccia a Facebook: da un lato si nota il desiderio di visibilità, dall’altro il timore e la cautela. Esibizionismo e sicurezza, eliminazione e conservazione del confine riflettono le ansie e l’ambivalenza della seconda separazione-individuazione [24] che segna la preadolescenza e soprattutto l’adolescenza. La curiosità e la manifestazione di una certa spavalderia costituiscono una formazione reattiva nei confronti di una fragilità di fondo.
Il concetto di confine entra in gioco anche in riferimento all’accettazione/richiesta dell’amicizia di sconosciuti. I motivi che spingono a questa scelta sono i seguenti: 1) curiosità e desiderio di conoscere persone nuove; 2) conoscenza mediata (si tratta di amici di altri amici); 3) tratti comuni condivisi come l’età o gli interessi; 4) aspetto fisico.
Gli sconosciuti, una volta entrati nella lista di contatti, di solito si collocano nell’anello periferico, hanno un’importanza limitata e pochissimi oltrepassano la linea immaginaria dell’involucro gruppale.
Le due aree concentriche in cui sono collocati gli “amici” si connettono solo in alcuni casi particolari, ad esempio quando si condividono le emozioni generate dalla morte di un personaggio famoso o da fatti di cronaca di grande risonanza. Un’emozione comune fa sì che lo spazio psichico gruppale si espanda comprendendo anche i contatti più esterni. Per il resto la condivisione di emozioni legate a eventi più particolari, come episodi della vita scolastica o vicende sentimentali, riguarda quasi esclusivamente le persone che si conoscono anche al di fuori del web.
Quando il gruppo è attraversato da emozioni comuni, in alcuni casi viene percepito in modo analogo all’“Io collettivo” di cui parlano Wolf e Schwartz [18], come una dimensione mentale a massa [25] in cui l’omogeneità non è generata da empatia ma da semplice contagio emotivo. In queste occasioni le dinamiche psichiche del gruppo tendono a cristallizzarsi in “strutture stereotipate di pensiero” [21] che, così come si sono generate, altrettanto rapidamente svaniscono.
In prospettiva bioniana [16], il gruppo di amici di Facebook, anche quando viene attraversato da un’emozione comune, non presenta le dinamiche del gruppo in assunto di base. In qualche caso può richiamare il gruppo di lavoro, in quanto impostato su presupposti razionali volti al raggiungimento di un obiettivo.
È legata all’idea di confine anche la decisione di eliminare qualche contatto dalla propria lista di amici. Questa scelta è stata effettuata da poco meno della metà dell’intero campione, con una prevalenza delle femmine sui maschi e degli studenti degli istituti rispetto a quelli dei licei e delle medie inferiori. I motivi più frequenti sono consistiti in un litigio online o offline e in una conoscenza ritenuta insoddisfacente. Tali eliminazioni hanno riguardato persone che si trovano sia al di qua che al di là dell’involucro gruppale. La cancellazione di un contatto ha la funzione di rimuovere un conflitto e di salvaguardare il concetto mentale di gruppo.
L’eliminazione di un amico potrebbe essere scambiata per la manifestazione di un assunto di base di attacco e fuga [16]; ciò che però la differenzia da quest’ultimo è che si tratta non di una difesa attivata dal gruppo, ma di un’azione individuale nei confronti di un pericolo anch’esso individuale oppure di una scelta personale volta a mantenere intatto il proprio concetto mentale di gruppo.


Le rappresentazioni del gruppo

Dato che il gruppo, secondo Anzieu [22], costituisce il “luogo di fomentazione delle immagini interiori e delle angosce dei partecipanti”, abbiamo invitato i ragazzi ad esprimere un’immagine che rappresentasse il loro gruppo di amici su Facebook. Tra le più interessanti ricordiamo quelle che alludono alla dialettica tra il numero potenzialmente infinito di contatti e il confine che delimita la comunità di riferimento (“tanti fiori in un prato”, “tanta gente in una piazza” o “in uno stadio”), dove il luogo ha la funzione di contenitore di una moltitudine che altrimenti si disperderebbe. Altre immagini, al contrario, fanno riferimento alla mancanza di confini del gruppo di amici (“mare aperto”, “sabbia”, “cielo con le nuvole”).
Il modo duplice in cui è vissuto Facebook trova espressione nell’immagine di un “mondo metà buio e metà luminoso”, un pianeta che ha una faccia oscura (rischi, ansie, pericoli) e una illuminata (speranze, ambizioni, affetti, narcisismo).
Attraverso la metafora dell’albero un ragazzo sottolinea il fatto che lui si percepisce come il centro, il fulcro, la componente fondamentale del gruppo. I legami e il senso di sicurezza sono evidenziati da immagini di abbracci. Una “scimmia annoiata” ed “un pesciolino” comunicano solitudine, smarrimento, malessere. L’idea di gruppo efficiente e attivo viene espressa attraverso l’immagine di una “squadra”, un “plotone di soldati”, “una famiglia” e un “condominio”, che rappresentano differenti modelli di organizzazione e anche luoghi di manifestazione di potenziali conflitti.


Il virtuale

La consapevolezza di trovarsi in una relazione virtuale, in cui gli interlocutori non sono faccia a faccia, crea disagio solo al 34,1% degli studenti. Ne risentono maggiormente i maschi rispetto alle femmine e gli studenti dei licei rispetto a quelli degli istituti e delle medie inferiori.
Le preoccupazioni più ricorrenti sono collegate alla mancanza del canale analogico dell’interazione, che è sostituito da quello digitale (la scrittura). L’impossibilità di osservare le espressioni del viso o di ascoltare l’intonazione della voce impedisce di intercettare emozioni, reazioni, atteggiamenti dell’altro e rende difficile cogliere eventuali fraintendimenti e menzogne. Inoltre non esistono strumenti efficaci che possano aiutare a smascherare i profili falsi.
Il fatto che la dimensione virtuale di Facebook venga ritenuta dalla maggioranza del campione come del tutto normale e accettabile dipende soprattutto dal fatto che ci si riferisce prevalentemente a comunicazioni via web con persone conosciute, che affiancano le relazioni offline. In questo caso di tratta quindi di una virtualità parziale, limitata, ben diversa sia da quella in cui si trova chi comunica con interlocutori che non si conoscono al di fuori del web, sia da quella dei blog o di Second Life.
Contrariamente alle aspettative e ai risultati di diversi studi sull’argomento, ma in accordo con la precedente osservazione, la relazione mediata da Facebook spinge il 60,4% del campione a mettersi in gioco esattamente come farebbe in una relazione faccia a faccia, mentre il restante 39,6% sostiene che questo tipo di relazione consente di esprimere aspetti di sé che altrimenti non si riuscirebbe a manifestare in praesentia, poiché fa sentire più liberi e meno condizionati. Quindi in questa prospettiva Facebook, anziché inibire, facilita la comunicazione e favorisce la messa in campo di aspetti di sé ritenuti autentici e che in altri contesti genererebbero qualche imbarazzo. Ciò non significa che il proprio ritratto affidato al social network non sia spesso orientato in una direzione idealizzante.
Nonostante la notevole quantità di tempo dedicata a Facebook, il 59,5% del campione non ha mai avuto la sensazione di trovarsi in una dimensione temporale e spaziale separata da quella reale. Si tratta dunque di un gruppo che, nonostante il suo carattere virtuale, orienta i suoi membri a rimanere ancorati al principio di realtà. La dimensione di Utopia e di Ucronia, che secondo Anzieu [22] caratterizza il gruppo, non ha riscontro negli utenti di Facebook, i quali, forse proprio per il carattere virtuale della realtà in cui agiscono, reattivamente non perdono di vista la realtà che li circonda al di fuori dello schermo.


LA CONOSCENZA

Alcune domande del questionario sono state centrate sul tipo di conoscenza di sé e dell’altro resa possibile da Facebook. A questo proposito è emersa una notevole differenza nelle risposte in base alla fascia di età. Gran parte degli studenti delle superiori, in particolare dei licei, ritengono che si tratti soprattutto di una conoscenza superficiale, anche in relazione al tipo di comunicazione, prevalentemente pragmatica e informativa; nelle medie inferiori invece la grande maggioranza degli studenti pensa il contrario: Facebook può consentire anche una conoscenza profonda di sé e dell’altro grazie alla maggiore facilità di espressione derivante dal fatto che si è protetti dallo schermo: ciò aiuta a comunicare ciò che si pensa e a confessare liberamente i propri problemi. Il contatto virtuale, anziché essere vissuto come spersonalizzante e alienante, spinge ad aprirsi all’altro e ad osservare se stessi con maggiore coraggio.
La differenza nelle risposte è legata al concetto di profondità della relazione e della conoscenza, più esigente e ambizioso per i più “grandi”, e dipende anche dal fatto che la “seconda separazione e individuazione” [24] è nei ragazzi delle medie solo all’inizio e quindi la loro esperienza di apertura all’altro è intrisa di una componente di magia e di fascino che gli adolescenti delle scuole superiori si sono in buona parte lasciati alle spalle, per cui la vivono da una prospettiva diversa, meno ingenua, condizionata dalle precedenti frustrazioni e caratterizzata da obiettivi più elevati.
Chi ritiene che Facebook consenta solo una conoscenza superficiale considera le relazioni offline più ricche, più complesse e difficili di quelle virtuali, ma anche più gratificanti, soprattutto sul lungo periodo.
Il tipo di conoscenza che si realizza in Facebook si collega ad altre due questioni importanti: il pensiero e l’idealizzazione.


IL PENSIERO

Il funzionamento del pensiero in Facebook è legato alle caratteristiche del medium che, tra i suoi aspetti peculiari, comprende l’uso del codice scritto e la mancanza di informazioni analogiche in diretta quali l’intonazione, l’espressione del viso, la postura. Questo aspetto è considerato come la principale causa della minore intensità delle emozioni vissute online rispetto a quelle della dimensione extraweb. Questa emotività ridotta viene peraltro valutata in maniera ambivalente, in quanto i sentimenti intensi sono considerati più appaganti ma anche più destabilizzanti. Inoltre il fatto che gli affetti siano meno travolgenti contribuisce a generare nel soggetto l’illusione di poter padroneggiare le ricadute emozionali nel proprio mondo interno e nella dimensione interpersonale ben più di quanto avvenga al di fuori di Facebook.
È importante anche osservare che la laconicità e la prevedibilità della maggior parte dei messaggi, la mancanza di uno spessore e il loro carattere semplificato e informativo, dipendono da due condizioni: a) le comunicazioni sono fondamentalmente dialogiche, e quindi sono prodotte in relazione a un messaggio precedente e ne generano uno successivo, a catena, in un lasso di tempo estremamente contenuto; b) la dimensione pubblica e la visibilità, qualora non si sia attivata la funzione di privacy, impongono reticenze e cautele.
Soprattutto le ragazze e gli studenti dei licei sostengono che nel gruppo di Facebook è ammesso il pensiero divergente. Le conversazioni sono condotte con libertà e tutti i punti di vista sembra che siano rispettati. Non si manifesta quindi lo “schema di riferimento comune” di cui parla Pichon-Rivière [21] né l’“Io collettivo” di Wolf e Schwartz [18], che invece emerge in presenza di emozioni condivise.
La dimensione individuale del pensiero prevale su quella gruppale, e ciò consente di non adeguarsi necessariamente alle attese degli altri e di non cadere facilmente in atteggiamenti di condiscendenza. Ciò non toglie che segni di adeguamento e di condivisione con punti di vista in parte differenti dal proprio si notino in diversi casi. Questa compresenza di disposizioni di pensiero antitetiche si spiega in relazione alla ricaduta narcisistica della comunicazione, che può essere generata sia dalla condivisione di assunti e di idee, sia dalla non condivisione. Nel primo caso il narcisismo personale si rafforza vedendo rispecchiati e moltiplicati i propri assunti nel gruppo di riferimento; nel secondo invece è proprio lo scarto dalla dimensione a massa del pensiero che rafforza il narcisismo dell’individuo rendendo le sue idee non assimilabili a quelle degli altri.
Le proprie convinzioni e la propria costruzione identitaria vengono confermate (83%) anche senza che il soggetto partecipi direttamente alle discussioni in corso, ma solo osservando lo scambio di informazioni di altri utenti di Facebook.
A proposito del funzionamento del pensiero in questo social network, è interessante osservare come vengano considerate le informazioni del proprio (e dell’altrui) profilo. Le fotografie, come accennato, sono scelte per l’impatto che possono avere sull’altro e sul tipo di immagine di sé che si vuole mettere in gioco. Lo stesso criterio vale per le informazioni scritte. Nonostante la consapevolezza dell’artificiosità della costruzione del proprio e dell’altrui profilo (che, almeno in riferimento alle persone conosciute, non significa falsificazione né menzogna, ma elaborazione orientata in direzione idealizzante), quasi tutti i ragazzi ammettono di prestare attenzione al profilo degli altri e di ricavarne informazioni importanti. Anche in questo caso si tratta di aspetti interessanti, perché evidenziano come la consapevolezza e la contemporanea accettazione della finzione assimilino la relazione in Facebook a un gioco, con le sue regole specifiche, accolte e condivise dai partecipanti. Ciò vale solo in misura minima con gli amici che si frequentano anche al di fuori del web, ma si riscontra sistematicamente con gli interlocutori non conosciuti offline, con i quali si sperimenta una simulazione dei rapporti interpersonali reali in cui tutto sembra più semplice, immediato e appagante.
In base a quanto osservato finora, non si può parlare di una specifica modalità di pensiero in Facebook, in quanto le forme e le dinamiche in cui il pensiero si manifesta sono diverse e molteplici e dipendono da una serie elevata di variabili individuali, relazionali, emotive e contestuali.


L’idealizzazione e il narcisismo

Da quanto affermato nei questionari, indipendentemente dal genere dei ragazzi e dal tipo di scuola frequentata, emerge con chiarezza che le ricadute narcisistiche della comunicazione e i processi di idealizzazione sottesi sono talmente centrali da costituire il vero motore delle dinamiche psichiche che si attivano in Facebook.
Un esempio. La consapevolezza che le informazioni contenute nel proprio e nell’altrui profilo sono il risultato di una scelta ponderata e orientata a costruire una precisa immagine di sé, prevede il rischio di imbattersi in finzioni, mascheramenti o deformazioni dell’identità, soprattutto nelle persone sconosciute. Ciò che si nota con chiarezza però è che sia la sicurezza derivante dalla conoscenza effettiva dell’interlocutore, sia il dubbio che i tratti del profilo dello sconosciuto non corrispondano alla realtà, hanno una ricaduta narcisistica importante in quanto offrono al soggetto la possibilità di giostrare tra due modalità relazionali differenti e complementari, entrambe gratificanti, che si bilanciano in quanto una offre la certezza della realtà e l’altra l’incertezza del gioco e della scommessa. Da un lato c’è il noto, dall’altro l’ignoto e l’utente si può affacciare ora su un versante, ora sull’altro, utilizzandoli come aggancio o come distacco dal principio di realtà. Il contesto virtuale consente la convivenza delle due dimensioni e permette di oscillare dall’una all’altra a proprio piacimento.
La gratificazione narcisistica che si ricava dalla possibilità di percorrere questi due diversi modi di incontro con l’altro nel contesto virtuale, dipende dal fatto che in entrambi i casi la relazione ha un’importante componente di rispecchiamento. Con questa differenza: l’interlocutore che conosciamo anche nella realtà extra-virtuale è uno specchio che non controlliamo né orientiamo a nostro piacere e quindi ci può restituire un’immagine di noi stessi che può gratificare, confermare o frustrare le nostre aspettative; se invece l’interlocutore è uno sconosciuto che incontriamo solo nel web, la sua funzione di specchio è modellata da noi in maniera autoreferenziale, in modo che ci rimandi un’immagine idealizzata di noi stessi; l’altro virtuale contiene le proiezioni dei nostri desideri, dei nostri sogni, delle nostri ambizioni e quindi riproduce l’immagine di noi che, per un gioco di specchi, percepiamo come magicamente sintonizzata con la sua.
In questo caso possiamo notare come la ricaduta narcisistica di questa operazione consista nell’illusoria e almeno parziale sovrapposizione di due idealizzazioni: quella dell’altro che contiene le parti idealizzate dell’utente e quella dell’utente che ha idealizzato il suo profilo in rete.
Il rispecchiamento in Facebook rientra nell’accezione di Kohut [9], più che in quella di Lacan [15] e di Winnicott [13]: nella relazione con l’altro, il rispecchiamento tende a fornire (o a confermare) al soggetto un’immagine idealizzata di sé, più che essere funzionale all’identificazione con l’altro [15] o alla percezione del modo in cui l’altro mi pensa [13]: dimensioni, le ultime due, difficilmente riscontrabili nel social network.
In questa relazione intrisa di aspetti narcisistici e idealizzanti, la conoscenza di sé è orientata in direzione autoreferenziale e autoconfermativa, non evolutiva né autenticamente trasformativa. Vige la logica speculare indicata da Smith [26] in una sua poesia: “Ti ho visto che eri me stesso”, che capovolge il vettore dell’“Io è un altro” di Rimbaud [27].
Una delle ragazze scrive che “Facebook tende a rappresentare solo l’immagine di facciata di una persona, perché tutti sono capaci di nascondere i loro difetti al computer”. Affermazione indiscutibile, che però deve fare i conti con il fatto che la superficialità e la finzione spesso non sono vissute come difetti, in quanto fanno parte delle regole del gioco, e inoltre hanno effetti gradevoli poiché producono ricadute narcisistiche e conferme degli aspetti idealizzati di sé a cui nessuno si vuole sottrarre.
Quanto ora notato chiarisce anche la specificità dei fenomeni di idealizzazione che Anzieu [22] e Kaës [23] riferiscono esclusivamente ai piccoli gruppi e che invece sono presenti anche nel gruppo potenzialmente illimitato degli amici di Facebook. Pure in questo caso si tratta di un’idealizzazione con due facce: con il gruppo di persone che si conoscono anche extraweb il ragazzo, più che un fenomeno di “illusione gruppale” [22], vive un “contratto narcisistico” [23] in base al quale egli, come ogni altro membro, riveste nel gruppo un posto, un ruolo, svolge un compito, spesso implicito. Si tratta però di solito dello stesso ruolo che riveste nel gruppo reale, quindi non vive un’esperienza nuova e la ricaduta narcisistica di questo fenomeno sia sul singolo che sul gruppo è la stessa vissuta nella quotidianità. Diverso è il caso dei contatti con persone sconosciute nella sfera offline, in quanto il soggetto lascia li gruppo sullo sfondo e instaura relazioni di coppia, quindi non attiva alcun contratto narcisistico, ma trasferisce i tratti della “illusione gruppale” nella relazione a due, vivendo la sensazione descritta da Anzieu in base alla quale “tutto va bene”, “noi siamo i migliori”; un noi che rimanda solo alla coppia costituita dal soggetto e dall’utente che conosce solo attraverso il web.


CONCLUSIONI

Alla luce di quanto emerso dalla ricerca, si nota che Facebook viene vissuto dagli adolescenti come uno strumento dalle possibilità non univoche, non rigide, che consente di dar voce alle tendenze ambivalenti della loro personalità. Ciascuno ne può potenziare gli aspetti di apertura o di chiusura, può lasciarsi tentare dalla curiosità o può proteggersi dai rischi percepiti, può controllare a proprio piacere la dialettica tra noto e ignoto, tra pubblico e privato, può mettersi alla prova, può sperimentare o cullarsi in un rassicurante conservatorismo. Nemmeno l’immagine di sé è definita con precisione, ma comprende aspetti realistici e altri idealizzati che convivono senza che tra i due sia avvertito alcun conflitto.
Facebook rende disponibile una dimensione mentale che, a seconda delle esigenze e dei desideri, è una continuazione di quella extraweb, ma può anche essere virtuale o sospesa tra il soggettivo e l’oggettivo, il reale e l’immaginario, come nello spazio potenziale di Winnicott [12]. È una palestra, un laboratorio in cui l’adolescente sperimenta le diverse possibilità emotive, relazionali, identitarie, senza rischiare più di tanto. Oscilla tra la realtà e la finzione, grazie al doppio statuto degli amici che si situano in due aree concentriche con caratteristiche differenti, collegate ma anche separate da un confine dalla permeabilità variabile. In questo modo il soggetto può danzare con leggerezza tra le diverse modalità relazionali e di pensiero come in un gioco che consente la simulazione, il “come se”, ma permette anche di rimanere agganciato alle regole condivise della vita offline. Il virtuale attenuato di Facebook produce nel preadolescente e nell’adolescente significative ricadute narcisistiche che lo aiutano a conservare un residuo di illusoria onnipotenza e di egocentrismo, utile per affrontare con minori timori la messa in gioco di sé nel rapporto con l’altro reale.
L’elaborazione dell’identità rimane contenuta in una sfera di simulazione che garantisce una linea di galleggiamento rassicurante, ma non rende possibili autentiche trasformazioni nel concetto di sé, né fa decollare il pensiero in una direzione critica e trasformativa. Mantiene le emozioni in una dimensione controllabile, si centra su processi di riconoscimento autoreferenziali, non consente di gestire la frustrazione attraverso il pensiero, ma favorisce l’acting più semplice ed efficace che si concretizza nell’eliminazione del contatto ritenuto sgradevole o rischioso.
Attraverso Facebook non si possono attivare processi complessi e dinamici di mentalizzazione [28]. Il gruppo di amici di Facebook non costituisce un contenitore di emozioni, non attiva quasi mai processi autenticamente gruppali, non è una “cassa di risonanza dell’inconscio individuale” [17], ma è più che altro una camera degli specchi in cui l’utente trova infinite possibilità di vedere confermata la propria idea di sé, che può aiutare nel processo di seconda separazione e individuazione, ma solo se affiancata da esperienze reali che attivino il pensiero in una prospettiva meno evanescente e narcisistica.


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