Droga e crimine.
Esperimento indulto:
il carcere non è un deterrente
Anna Paola Lacatena1, Cosimo Buccolieri2,
Anna Rita D’Amicis
3, Vincenzo Simeone4

Riassunto. Scopo principale dell’articolo è quello di suggerire, sulla scorta di una ricerca condotta nel carcere di Taranto sulla popolazione tossicodipendente da eroina (con farmaco sostitutivo) e in concomitanza con la misura dell’indulto (Legge n. 241/2006), l’effetto di deterrenza esercitato dallo stesso sul fenomeno della recidiva e, conseguentemente, del reingresso in carcere. Le fonti dei dati sono il materiale socio-giuridico e medico messo a disposizione dai referenti del carcere di Taranto. I soggetti studiati sono quelli che afferiscono alla popolazione tossicodipendente da eroina con farmaco sostitutivo (metadone, naloxone, buprenorfina). L’impianto generale prevede una riflessione sui reati che hanno condotto la popolazione in esame a confluire nel carcere di Taranto, a beneficiare della misura dell’indulto, a rientrare nella struttura carceraria, analizzando i reati che ne hanno determinato il ritorno in carcere. L’analisi dei dati è di tipo quantitativo e comparativo rispetto a quelli nazionali. Il carcere non è un deterrente per gli eroinomani che hanno già conosciuto la detenzione. I risultati migliori sono ottenuti dalle misure alternative (ex art. 94 DPR 309/90), anche se la concessione delle stesse è in calo, e dal metadone a mantenimento con programmi integrati presso il SerT. Sembra opportuno potenziare le misure alternative al carcere (ex art. 94 DPR 309/90), accompagnando la persona attraverso programmi meglio strutturati ed integrati e con programmi di prevenzione più ancorati al contesto socio-culturale dominante.

Parole chiave. Carcere, eroina, indulto, deterrenza, misure alternative, prevenzione.


Summary. Drugs and crime. Amnesty experiment: prison is not a deterrent.
The main scope of the article is to present, based on a survey conducted at the prison of Taranto on the heroin (with pharmaceutical substitute) drug-dependant population, and in conjunction with amnesty measures (Law No. 241/2006), the deterrent effect on said population. The source of data was social, legal and medical material made available by representatives of the prison of Taranto. The subjects being studied are those found within the drug-dependant population using pharmaceutical substitutes (methadone, naloxone, buprenorphine). The overall framework anticipates a reflection on offenses commited by the population being examined: upon entering custody at the prison of Taranto, upon benefitting from measures of amnesty, upon re-entry to prison custody; while analysing the offences which provided cause for re-entry into prison custody. Prison is not a deterrent for heroin-addicts with prior time spent in prison. Best results were obtained from alternative measures (ex art. 94 DPR 309/90), even though concession of these is in decline. It would seem appropriate to leverage prison alternative measures, following individuals through more structured and integrated programmes and with prevention programmes with closer ties to the dominant social/cultural context.

Key words. Prison, heroin, amnesty, deterrence, alternative measures.


Resumen. Droga y crimen. Experimento indulto: la cárcel no es disuasiva.
El tema principal del artículo es de sugerir, frente la provisión de una investigación conducida en la cárcel de Taranto a la populación heroinómano (con fármaco sucedáneo), conjuntamente con la medida del indulto (ley n. 241/2006), el efecto de disuasión ejercitado sobre los mismos con el fenómeno de la reincidencia y, a consecuencia, de reingreso en cárcel. Las fuentes de los datos son el material socio-juridico y médico puesto a disposición por los representates del cárcel de Taranto. Los individuos estudiados son aquellos que se afieren a la populación heroinómano con fármaco sucedáneo (metadona, naloxona, buprenorfina). El planteamiento general prevé una observación sobre los reatos que la populación ha conducido desde que confluyen en la cárcel de Taranto, beneficiando de la medida del indulto, hasta volver a entrar en la estructura carcelaria, analizando los reatos que han determinado la vuelta a la carcel. Los análisis de los datos son de tipo cuantitativo y comparativo con respecto a aquellos nacionales. La cárcel no es disuasivo para los heroinómanos que han ya estado en cárcel. Los mejores resultados son obtenidos con medidas alternativas (ex art. 94 DPR 309/90), aunque la concesión de estas estan en descenso, es el metadona a mantenimento con programas integradas en el SerT. Parece oportuno potenciar medidas alternativas a la cárcel (ex art. 94 DPR 309/90), accompañando el individuo através de programas mejor estructuradas e integradas y con programas de prevención mas ancladas al contexto socio-cultural dominante.
INTRODUZIONE
Se per Sigmund Freud l’ingiunzione «amerai il prossimo tuo come te stesso» è stata uno dei precetti precipui e fondanti della vita della civiltà moderna, la stessa è, però, inequivocabilmente in contraddizione con il genere di vita che quotidianamente conduciamo: interesse personale, individualismo, ricerca della felicità portata all’eccesso, consumo esasperato, ricerca del piacere estremizzato. Se ciò che chiamiamo civiltà vive di una profonda contraddizione, forse l’unico modo per risolverla e superarla è abbracciare il suggerimento di Tertulliano per il quale è «possibile credere per assurdo» ( credere quia absurdum). Man mano che gli ambienti urbani nell’era della globalizzazione implementano la loro policromia, si accentua la tensione tra mixofilia e mixofobia con cui bisogna fare inevitabilmente i conti.
«Non avendo i soldati, volontari e coscritti, che combattono queste guerre territoriali permanenti, acquisito le abilità necessarie a vivere una vita gratificante in mezzo alle differenze, non c’è da meravigliarsi se coloro che cercano e praticano la terapia della fuga vedono con orrore crescente la prospettiva di confrontarsi faccia a faccia con gli estranei. Gli estranei (cioè gli individui dall’altro lato della barriera) tendono ad apparire sempre più alieni, sconosciuti e incomprensibili, man mano che il dialogo e l’interazione che avrebbero potuto finire per assimilare la loro alterità al proprio mondo svaniscono o non riescono neanche a mettersi in moto» [1].
Essere quelli che hanno subito un torto, un’offesa – sottolinea il filosofo morale Knud Løgstrup – ci procura soddisfazione e, dunque, continuiamo ad inventarcene di sempre nuovi e diversi per alimentare la nostra autoindulgenza deviando l’attenzione da ciò che può essere un nostro errore [2].
Queste forme di ciò che Max Scheler definirebbe ressentiment, sia pure in una versione più aggiornata alla nostra realtà moderna, si traducono in una sorta di mertoniana profezia che si autorealizza, confermando il rancore e più ancora giustificandolo.
Lo stesso non è rivolto verso chi appartiene a classi superiori (nella versione di ressentiment di nietzschiana memoria), non è rivolto contro i simili (così come Scheler aveva ipotizzato), ma manifesta una nuova versione di rancore in questo caso contro gli “altri”, quelli che non partecipano al grande circo del consumo, i poco simili a noi, quelli che Bertolt Brecht definì i messaggeri di sventura e che con sistematicità volontaria o, più spesso involontaria, fanno pensare a quanto insicure e vulnerabili siano le nostre esistenze.
«Superare i condizionamenti autoimposti smascherando e screditando l’autoinganno su cui poggiano emerge, dunque, come la condizione preliminare e indispensabile per lasciare campo libero alla sovrana espressione di vita, cioè quell’espressione che si manifesta innanzitutto nella fiducia, nella compassione e nella pietà» [1].
I poco simili a noi più temuti sono proprio i detenuti e, più ancora, quelli che oltre all’azione criminosa annoverano anche il consumo di sostanza.
È appena il caso di sottolineare, però, quanto sia indispensabile che anche nelle carceri i tossicodipendenti abbiano pieno e incondizionato accesso a tutte le modalità terapeutiche e alle iniziative di riduzione del danno. I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, all’erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali e uniformi di assistenza individuati nel Piano Sanitario Nazionale, nei Piani Sanitari Regionali e in quelli locali (DM 22 giugno 99, n. 230).
MATERIALI E METODI
È noto come il carcere, per molti aspetti, sia causa di rischi aggiuntivi per la salute fisica e psichica dei tossicodipendenti detenuti, che costituiscono secondo i dati ufficiali del Dap circa il 30% della popolazione carceraria. I programmi, dunque, devono garantire la salute del tossicodipendente detenuto e assicurare, contemporaneamente, la tutela complessiva della salute all’interno delle strutture carcerarie, in un’ottica che concili le strategie più tipicamente terapeutiche con quelle di prevenzione e di riduzione del danno. Tra gli obiettivi di assistenza da garantire primariamente vanno ricordati quelli indicati in modo particolare dalla L. 230/99, che definisce il passaggio delle competenze, già dal gennaio 2001, dal Servizio Sanitario Penitenziario al Dipartimento delle Dipendenze Patologiche del Servizio Sanitario Nazionale, per cui l’équipe interna degli Istituti dipende funzionalmente ed organizzativamente dallo stesso.
È, dunque, imprescindibile l’immediata presa in carico dei detenuti da parte del SerT competente all’interno dell’istituto penitenziario, al fine di evitare inutili sindromi assistenziali ed ulteriori momenti di sofferenza del tossicodipendente, assicurando la necessaria continuità assistenziale.
Inoltre, fondamentale appare l’implementazione di specifiche attività di prevenzione, informazione ed educazione alla salute mirate alla riduzione del rischio di patologie correlate all’uso di droghe.
Non si può pensare, però, di prescindere da una predisposizione di programmi terapeutici personalizzati, predisposti a partire da un’accurata valutazione multidisciplinare dei bisogni del detenuto, in particolare per quanto riguarda i trattamenti farmacologici (metadone, ecc.), anche e spesso a mantenimento.
La disponibilità di trattamenti farmacologici sostitutivi deve tenere conto del principio della continuità terapeutica (in particolare per le persone che entrano in carcere già in trattamento), concordando e condividendo il tutto con lo stesso tossicodipendente detenuto.
In ogni realtà territoriale, naturalmente, le capacità organizzative del complesso degli operatori, possibilmente in contatto con i beneficiari potenziali degli interventi, possono suggerire le forme e le procedure più adatte a quel particolare bacino di utenza. Ma sempre tenendo presente che gli interventi per la riduzione del danno devono essere concretamente ispirati al pragmatismo e alla contestualizzazione.
Il Dipartimento delle Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto, dunque, al fine di approfondire questi aspetti ha promosso uno studio sulla popolazione del carcere del capoluogo jonico in metadone in considerazione della misura dell’indulto attuata dalla L. n. 241 del 2006.
Questa ricerca ha cercato spunti di riflessione sull’importanza delle pene sui comportamenti criminali, interrogandosi circa gli effetti deterrenti di un aumento nelle condanne attese.
Gli aspetti normativi dell’indulto determinano, per l’insieme degli individui beneficiari del provvedimento ed in modo specifico per quelli rilasciati dopo lo stesso, una variazione esogena nella condanna attesa per ogni tipo di reato ricommesso dopo la scarcerazione.
I dati raccolti, pur non avendo la pretesa dell’esaustività, permettono di fornire un supporto all’idea che un aumento della punizione attesa non diminuisce la probabilità di commettere un reato. Il tutto in netta controtendenza rispetto alla teoria della deterrenza generale.
Se quest’ultima agisce, sicuramente, in modi differenti fra i gruppi di individui con diversi periodi di tempo trascorso in carcere, i nostri risultati confermano che anche la deterrenza specifica non tiene.
Un periodo più lungo scontato in prigione tende, infatti, a indebolire e non a rafforzare l’effetto deterrente di un mese aggiuntivo alla condanna attesa.
In altre parole, punizioni più severe non implicano una sensibilità maggiore alla minaccia di una punizione futura ma spesso determinano una correlazione opposta.
La scoperta che gli ex detenuti con condanne lunghe (forse i più pericolosi) non rispondono agli incentivi forniti dal rafforzamento delle sanzioni attese è suffragata dai risultati di un’importante ricerca statunitense [3].
Gli stessi si sono concentrati su reati con il coinvolgimento di una vittima (l’omicidio, la rapina e l’aggressione). Tuttavia, il credibile risultato di un ampio effetto deterrente per tutti gli altri ex detenuti (condannati a pene più brevi) suggerisce che i risultati di questa letteratura andrebbero approfonditi prima di applicarli, eventualmente, alla generalità di quanti commettono crimini.
RISULTATI E DISCUSSIONE
I dati del carcere di Taranto raccolti (tra il 01/01/2005 e il 30/06/2009) evidenziano una percentuale di indultati e scarcerati pari a 261 soggetti tossicodipendenti con metadone (24,01%) sui 1087 soggetti contati (1531 passaggi di soggetti tossicodipendenti e 11523 di passaggi totali) [4].
Sette donne e quattro stranieri (3 extracomunitari) caratterizzano ulteriormente il nucleo di quanti si sono visti riconoscere i disposti della normativa sull’indulto.
Di fatto ben 878 non hanno beneficiato di quanto proposto dalla Legge n. 241 del 2006 e questo può essere spiegato come una scelta, come impossibilità a beneficiarne (si ricorda che i reati dovevano essere precedenti alla data del 02 maggio 2006 e che il 19% dei soggetti presentava reati esclusi dai disposti limitativi della stessa Legge n. 241/2006), come beneficio da ottenere in un secondo momento per altri procedimenti, come beneficio ottenuto ma non con uno stato di detenzione attuale (es. permanenza in comunità terapeutica), come agevolazione ottenuta senza scarcerazione, come consapevolezza in merito alla possibilità futura di ricommettere reati e di andare conseguentemente incontro alla revoca del beneficio annullandone l’utilità.
Quest’ultima considerazione apre inevitabilmente ad una percezione di rassegnazione/scelta rispetto alla condotta delinquenziale da parte del detenuto in prospettiva futura, come se per alcuni non esistesse una sorta di reale alternativa alla devianza.
L’età media dei 261 soggetti è pari a 37 anni, degli stessi sono 7 le donne, 1 proveniente dalla UE, 3 gli extracomunitari.
I reati più frequenti per l’area dei tossicodipendenti trattati con farmaco sostitutivo (prima dell’indulto) sono nell’ordine: evasione (art. 385), furto (art. 624), produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti (art. 73 DPR 309/90) e lesioni personali (art. 582).
Dei 261 soggetti indultati e scarcerati, ben 176 (16,19% di tutta la popolazione considerata e il 67,4% di quanti hanno beneficiato della Legge n. 241 del 2006) hanno fatto rientro nel carcere di Taranto con una media di permanenza all’esterno di 378 giorni (poco più di un anno). Tra questi non si contano nessuna delle 7 donne e dei 4 stranieri in elenco, sebbene vada ricordato che più del 50% degli undici soggetti si è visto riconosciuto l’indulto nei primi sei mesi del 2009, termine ultimo della ricerca.
Per ciò che attiene i reati commessi dai 176 rientrati (primo arresto) dopo il beneficio dell’indulto, la produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti risulta essere l’item con la più alta frequenza, seguito rispettivamente da furto, evasione e legge sulle armi. La riduzione registrata nel territorio del numero di beneficiari delle misure alternative e la tipologia più frequente di reati commessi dalla popolazione presa in esame (sia prima dell’indulto che dopo) inducono ad un’attenta riflessione in merito a quanto è offerto al tossicodipendente in alternativa al carcere, alla sua frequente reiterazione dei reati, alla consapevolezza a volte rassegnata di non poter avere altre opportunità, implicitamente inducendo ad altri reati in una sorta di profezia che si autoalimenta e si autogenera.
Partendo dall’ampliamento della nozione durkheimiana di anomia (assenza di norme), la devianza secondo Merton è esito inevitabile dell’incongruenza fra mete culturali e mezzi istituzionalizzati nella struttura sociale.
Per lo studioso americano l’ossessione del successo finanziario induce alla ricerca di posizioni economiche agiate. Tale spinta proviene dalla famiglia, dalla scuola, dai mezzi di comunicazione di massa. Quanti riescono a raggiungere questo obiettivo sono stimati e apprezzati mentre quanti falliscono sono sostanzialmente disprezzati, considerati incapaci, screditati. Evidentemente, però, si determina il contrasto tra l’importanza attribuita alla meta (mete culturali) e le opportunità effettive di raggiungerla (mezzi istituzionalizzati).
La teoria mertoniana dell’anomia, presentata nel 1936 e più volte ripresa e rimaneggiata, suggerisce ancora oggi ben più che semplici suggestioni soprattutto alla luce di quanto proposto in tempi più recenti da Richard Cloward e Lloyd Ohlin con il concetto di “subcultura della rinuncia”.
La complessità della domanda del tossicodipendente in carcere esige, dunque, che la società esplori terreni ampli e probabilmente fuori dal perimetro ristretto della droga. È necessario uno sguardo più articolato rispetto al posto che la persona si assegna nel mondo, nella sfera professionale e familiare.
La società dei consumatori sembra prosperare sino a quando riesce a rendere l’insoddisfazione un dato permanente. Il bisogno si confonde con il desiderio e più ancora con il capriccio che se dapprima è gestibile successivamente diviene dipendenza. La ricerca delle soluzioni e dei problemi sembra passare attraverso il consumo, sia esso di oggetti-beni sia esso di sostanze legali e illegali.
È diverso colui che non consuma, che non sta alla logica della modernità liquida e proprio per questo fa paura. La sua diversità inorridisce almeno quanto la paura che lo stesso genera forse più per quello che potremmo diventare (come lui) che non per quello che potremmo subire (da lui).
È diffusamente condivisa l’idea che la detenzione non abbia in sé un valore rieducativo ma che con altri programmi di trattamento si possa ottenere una riduzione significativa del crimine [5].
Naturalmente queste considerazioni sembrano riguardare più da vicino il tossicodipendente. Confrontando, infatti, alcuni studi condotti negli Stati Uniti sui programmi alternativi al carcere, compreso il trattamento metadonico a mantenimento, appare evidente come i tassi di riuscita siano nettamente diversi [6].
La teoria della deterrenza specifica afferma che alcune forme di pena rappresentano un vero e proprio insegnamento per l’individuo. Questi non commette reati perché impossibilitato dalla sua detenzione in carcere. La teoria della deterrenza generale trova un’applicazione più ampia. La stessa sostiene che si previene la criminalità attraverso la minaccia di conseguenze negative e punizioni tra cui proprio il carcere. È concepita come più incisiva per ciò che attiene il comportamento della massa.
In teoria, l’effetto della condanna carceraria comminata ad un ladro, ad esempio, può essere specifica (per distoglierlo dal commettere nuovamente il reato dopo il suo rilascio) e generale (per distogliere eventuali altri ladri dal compiere analogo crimine, assumendosi il rischio della pena).
È diffusa l’idea che il pericolo di incorrere in conseguenze penali abbia uno scarso effetto deterrente (specifico e generale) sulla popolazione di consumatori problematici ed in modo particolare su quelli che fanno uso di eroina. Molti di questi con lunghe carriere tossicomaniche conducono vite così ad alto rischio e, per alcuni versi così poco percepenti il pericolo per la loro stessa esistenza, che il carcere non è contemplato come una situazione particolarmente rischiosa, pericolosa e sgradita [7].
È stato dimostrato che offra più vantaggi smettere di fare uso di sostanza più per migliorare i rapporti sociali e familiari che non per evitare la reclusione [7].
Nell’ambito di uno studio specifico sui motivi che inducono gli eroinomani a sospendere l’assunzione, nessuno (adulto o minorenne) indicò il timore dell’arresto come deterrente [8].
Anche i consumatori di cocaina confermarono la medesima percezione, affermando che la paura del carcere veniva di gran lunga dopo fattori legati alla salute, alle relazioni, alle difficoltà economiche, al lavoro [9].
Da quanto evidenziato dai dati relativi al carcere di Taranto e dall’esperimento naturale garantito dall’indulto del 2006, unitamente a quanto sostenuto da una serie di specifiche ricerche che nulla hanno a che fare con la L. n. 241 del 2006, sembra di poter trarre delle conclusioni evidentemente avulse dalla pretesa dell’esaustività, ma con l’obiettivo di contribuire ad un dibattito troppo spesso fermo agli aspetti più evidenti (sovraffollamento), ma anche più ideologici.
Il timore dell’arresto e di una sanzione maggiorata, così come previsto dalla Legge sull’indulto, non è parso influenzare la condotta criminosa della popolazione tossicodipendente da eroina del carcere del capoluogo jonico a partire dal rilascio.
Esigenze legate alla razionalizzazione delle risorse, all’efficacia dei trattamenti, alla sicurezza pubblica e della persona (consumatore e non), ci sembra non possano prescindere da una più corretta lettura del dato soprattutto per quanto attiene a misure differenti alla detenzione generica (vedi detenzione attenuta) e alle misure alternative al carcere (ex art. 94 del DPR 309/90).
Se prevenire resta ancora la misura più logica (anche se dispendiosa ed impegnativa), questa implica la necessità di una revisione del come e del perché in una visione più concreta, attraverso un imprescindibile paradigma socio-culturale.
In sintesi, la prevenzione dovrebbe partire dalla considerazione che pur essendo il mainstream dominante di tipo criminogeno, lo stesso non può negare il ruolo della responsabilità dell’individuo e del processo decisionale.
Tutto ciò prevede che sino a quando i messaggi culturali saranno orientati all’accrescimento della paura e dell’insicurezza, della competitività personale, del consumismo, della realizzazione della persona in esclusiva chiave economica, difficilmente la prevenzione mirata al consumo di sostanze sortirà effetti congrui e soddisfacenti.
La paura ha bisogno di fortezze, la fortezza di persone da distinguere tra quanti sono fuori e quanti dentro la stessa, ma soprattutto le persone necessitano di leggi che non criminalizzino ignorando la scienza e la coscienza.
BIBLIOGRAFIA
1. Bauman Z. L’etica in un mondo di consumatori. Roma-Bari: Editori Laterza, 2010.
2. Løgstrup KE (1956). The Etichal Demand. Notre Dame (Indiana): University of Notredame Press, 1977.
3. Lee DS, McCrary J. Crime, punishment, and myopia. NBER Working Paper 11491, 2005 (http://www.nber.org/papers/w11491).
4. Lacatena AP. Dal tossicodipendente de jure alla persona de facto. Roma-Bari: Editori Laterza, 2010.
5. Dunbar I, Langdon A. Justifications and purposes of imprisonment. In: Jewkes YJ, Letherby G (eds). Criminology: a reader. London: Sage Publications, 2002.
6. Prendergast ML, Podus D, Chang E, Urada D. The effectiveness of drug abuse treatment: a meta-analysis of comparasion group studies. Drug Alcohol Depend 2002; 67: 53-72.
7. Bertram E, Blachman M, Sharpe K, Andreas P. Drug war politics: the price of denial. Berkeley, Los Angeles, London: University of California Press, 1966.
8. Brown BS, Gauvey SK, Meyers MB, Stark SD. In their own words: addicts. Reasons for initiating and withdrawing from heroin. Int J Addict 1971; 6: 639-42.
9. Waldorf D, Reinarman C, Murphy S. Cocaine changes: the experience of using and quitting. Philadelphia: Temple University Press, 1991.