Parliamo senza parole.
Le sculture come risorsa per parlare di violenza
alle donne con alunni delle scuole medie superiori

Tommaso Sardi1, Marika Buciuni2, Letizia Ricci2

In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coefficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.



In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal experience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.

Riassunto. Parliamo senza parole, ovvero l’utilizzo dello strumento della scultura nel contesto della classe scolastica. Questa scelta nasce all’interno delle attività di prevenzione al fenomeno della violenza di genere, a cui il nostro gruppo lavora dal 2006, in collaborazione con il servizio antiviolenza della città di Pistoia, “Aiutodonna”.
Abbiamo deciso di introdurre, nel nostro percorso di tre incontri con le classi quarte e quinte della scuola media superiore, lo strumento della scultura, perché, dalle verifiche del lavoro svolto, emergeva come gli alunni comprendessero la violenza a livello intellettuale ma non a quello emotivo. Lo strumento della scultura, eliminando l’uso della parola, riesce a far sperimentare agli alunni il vissuto emotivo che comporta lo stare dentro ad una relazione di non rispetto e quanto diverso sia tale vissuto se sperimentato in una relazione basata sul rispetto.

Parole chiave. Scultura, violenza di genere, vissuto emotivo, relazione, rispetto.


Summary. Talking without words. Sculpture as a resource to talk about gender violence with high school students.
Talking without words, or rather the use of sculpture as an instrument which can be used within school class context. This choice is included in the activities of prevention of gender violence phenomena, on which our group is working since 2006 in collaboration with the domestic violence service of the city of Pistoia, “Aiutodonna”.
In our programme of three meetings with the classes of IV- V of the high school, we decided to introduce the sculpture as from the work previously done it was clear how student understood the violence at intellectual level but not at an emotional one. The use of the sculpture, eliminating the necessity for words, allows the students to experience the emotional aspect that is present in a non-respectful relationship and it makes them become aware of how different this experience in a relationship based on respect.

Key words. Sculpture, gender violence, emotional aspect, relationship, respect.
Resumen. Hablando sin palabras. Las esculturas como recurso para hablar de violencia de genero con los alunnos de la escuela secundaria.
Hablando sin palabras es decir la utilización de la escultura como herramienta en el contexto escolar. Esta elección se genera dentro de las actividades de prevención de la violencia de genero, en las cuales nuestro grupo trabaja desde el 2006, en colaboración con el Servicio Anti violencia del ayuntamiento de Pistoia, “Aiutodonna”.
Se ha decidido utilizar la escultura como herramienta de trabajo en los tres encuentros con las clases 4 y 5 de secundaria, ya que analizando el trabajo hecho, emergía como los alumnos comprendían la violencia a nivel intelectual pero no a nivel emocional. La herramienta de la escultura, eliminando el uso de la palabra, hace que los alumnos experimenten la vivencia emocional que conlleva estar dentro una relación de no-respecto y como distinta sea esta vivencia si experimentada dentro una relación fundada en el respecto.
INTRODUZIONE
La Conferenza Mondiale sui Diritti Umani adotta nel 1993 la Dichiarazione di Vienna, in cui si recita al punto 18 della parte prima:
«I diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e indivisibile dei diritti umani universali. La piena ed eguale partecipazione delle donne nella vita politica, civile, economica, sociale, culturale, a livello nazionale, regionale e internazionale, e lo sradicamento di tutte le forme di di­scriminazione sessuale, sono obiettivi prioritari della comunità internazionale.
La violenza di genere e tutte le forme di molestia e sfruttamento sessuale, incluse quelle derivanti da pregiudizi culturali e da traffici internazionali, sono incompatibili con la dignità e il valore della persona umana e devono essere eliminate. Questo obiettivo può essere conseguito attraverso strumenti legislativi e attraverso un’azione nazionale e una cooperazione internazionale in campi come lo sviluppo economico e sociale, l’educazione, la tutela della maternità e della salute, i servizi sociali» [1].
In realtà la violenza di genere continua ad essere un fenomeno molto diffuso nelle nostre società, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che per le donne tra i 15 e i 44 anni il rischio di subire violenze domestiche o stupri sia maggiore di quello di cancro o incidenti [2]. In Italia una recente indagine ISTAT, condotta in seguito a una convenzione con il Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità, stima le donne italiane tra i 16 e i 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita in 6.743.000; in particolare, circa un milione di donne ha subìto stupri o tentativi di stupro [3].
Per quanto riguarda l’orientamento sistemico, l’analisi della condotta violenta ha spesso suscitato polemiche. Le idee di diagnosi sistemica e di circolarità hanno rischiato di far apparire, erroneamente, vittima e carnefice sullo stesso piano, immersi in un incastro “malato” di cui erano entrambi attori.
Recentemente, rivalutando l’importanza della diagnosi di personalità, Matteo Selvini [4] ha ribadito quanto il nostro orientamento non debba farci perdere di vista i differenti livelli su cui si trovano vittima e aggressore: «L’esempio più eclatante di questo tipo di sistemi è dato da quelle coppie dove un uomo violento percuote o umilia la sua compagna. Qui il dramma può perpetuarsi proprio sulla base di una premessa sistemica: mettere sullo stesso piano la violenza dell’uomo e le inadempienze/provocazioni della donna [...] un intervento anche familiare e di coppia può essere utile solo se e quando l’uomo violento ha davvero accettato un programma terapeutico mirato alla risoluzione della sua disfunzione».
La violenza può essere una questione di potere degli uomini sulle donne, dovuta alla “naturale” superiorità maschile [5], ma non solo. È anche una conseguenza delle esperienze di vita, delle paure degli uomini stessi e dell’incapacità di confrontarsi con queste paure [6]: ricorrere alla violenza diventa un modo per provare a se stessi e alle persone intorno di essere “dei veri uomini”. Allevati da padri distanti o esigenti, alcuni ragazzi crescono con una ridotta capacità di entrare in contatto con le emozioni degli altri. Se non si è in grado di provare quello che gli altri provano, è più verosimile che si possano commettere atti di violenza, perché non si è del tutto consapevoli dei danni che si possono provocare. A molti uomini viene insegnato a reprimere le emozioni, che i sentimenti rendono deboli ed effeminati. Cercare di reprimere le emozioni, significa spesso vederle riemergere sotto forma di aggressività e violenza [7].
Ricordando i dati riportati precedentemente, non stupisce che molti ragazzi crescano assistendo alla violenza tra le mura di casa o subendola in prima persona [8]. Se in alcuni casi questo porta alcuni di loro a rifiutare l’uso della violenza, può insegnare ad altri che l’uso della forza nei rapporti interpersonali è qualcosa di accettabile.
Nessuno di questi fattori giustifica gli atti di violenza individuale compiuti da alcuni ragazzi e uomini adulti, tuttavia, la loro comprensione può portare ad un cambiamento delle condizioni fondamentali che producono la violenza.
È quindi importante che ragazzi e ragazze, giovani uomini e giovani donne, imparino a evitare modelli che implicano soggiogamento emotivo, controllo o abuso e ad accrescere le loro competenze relazionali.
Per la promozione del concetto di salute nella sua accezione più ampia e attuale, è importante essere consapevoli di tutto ciò che nella nostra cultura può giustificare o legittimare l’uso della violenza nelle relazioni interpersonali. Questi messaggi interiorizzati e dati per scontati da ciascuno di noi agiscono a prescindere dalle nostre intenzioni e dalla nostra buona volontà. Lo scopo è quello di creare una nuova consapevolezza culturale per rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di una parità di genere nella vita sociale, culturale ed economica. 
Il Gruppo formatori dell’Associazione Adhara Onlus, di cui noi facciamo parte, collabora, fin dalla sua nascita, con il Centro Antiviolenza Aiutodonna di Pistoia ed ha iniziato a lavorare con i ragazzi e le ragazze delle scuole (elementari, medie inferiori e medie superiori del territorio pistoiese) a partire dal 2006, ritenendo la scuola il luogo migliore per potersi incontrare con giovani di ogni ceto e cultura. Questo progetto nasce dalla constatazione che, se molto era stato fatto per offrire aiuto alle donne e ai bambini vittime di violenza intrafamiliare, per gli aspetti legali, psicologici e di sicurezza (ad esempio con l’offerta di rifugi segreti per quelle donne che volevano abbandonare il partner senza però avere altro luogo in cui andare), molto poco era stato compiuto in termini di prevenzione e sensibilizzazione.
Confrontarsi con i ragazzi e le ragazze delle scuole significa confrontarsi con gli uomini e le donne di domani.
In questo articolo andremo ad analizzare l’intervento nelle scuole superiori, perché è proprio nel lavoro con questi ragazzi e queste ragazze che siamo ricorsi all’uso di uno strumento sistemico-relazionale, la scultura, originariamente nato per la terapia di coppia, e da noi ripensato ed adattato al nostro contesto d’intervento.
FINALITÀ GENERALI E SVILUPPO DELL’INTERVENTO
Per quanto riguarda le classi delle scuole superiori, cerchiamo di rivolgerci principalmente alle quarte in modo da poter incontrare ragazzi e ragazze a un livello tale di maturità da permetterci di esplicitare il concetto di violenza.
Il primo passo del lavoro – essenziale, riteniamo, affinché possa avere una buona riuscita – è quello di almeno un incontro con l’insegnante che richiede il nostro intervento, sia perché possa in seguito strutturare attività che consolidino le esperienze apprese dai ragazzi, sia per farlo sentire coinvolto e partecipe, no­nostante gli venga chiesto di non essere presente in classe durante gli incontri per non ostacolare la libertà di espressione degli alunni.
L’intervento, partendo dal concetto di stereotipo di genere, ha tre obiettivi principali:
1. far riflettere i ragazzi e le ragazze su come gli stereotipi di genere condizionino le scelte degli uomini e delle donne [9];
2. farli pensare e discutere su opinioni e comportamenti propri e su quelli percepiti nei propri pari, rispetto all’ineguaglianza di genere, alla violenza sulle donne e a rapporti positivi e paritetici;
3. riflettere su come certi stereotipi e certi atteggiamenti possano portare a mettere in atto oppure a giustificare atti di violenza fra i generi.

In classe è stato utilizzato un metodo di partecipazione attiva attraverso brainstorming, role playing e lavori di gruppo.
L’attività con i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori, inizialmente, era così strutturata:

1° incontro:
breve presentazione degli operatori e creazione del clima ideale per la di­scussione stabilendo chiaramente delle regole base per il lavoro in classe;
definizione efficace dei termini chiave che vengono utilizzati durante le attività (violenza di genere, stereotipo, ruolo di genere, ecc.);
attività formativa sugli stereotipi di genere, in particolare sull’immagine maschile e femminile quotidianamente proposta dai media, seguita successivamente da una discussione incentrata soprattutto su come si sentono i ragazzi/e rispetto a queste immagini di uomo e donna dalle quali vengono “bombardati”;

2° incontro:
attività formativa sui rapporti di coppia: in particolare, vengono mostrati ai ragazzi/e spezzoni di film che hanno per protagonisti coppie che hanno una relazione basata su rispetto e fiducia anche nelle occasioni in cui si trovano in disaccordo, e spezzoni di film in cui, invece, c’è una relazione violenta. I ragazzi vengono sollecitati a discutere prima in piccoli gruppi e poi tutti insieme.

3° incontro:
conclusioni ed esplicitazione del legame tra il servizio Aiutodonna e le attività svolte coi ragazzi, fornendo cenni riguardo al fenomeno della violenza [10] e informazioni sul servizio;
i ragazzi, a conclusione del lavoro svolto, possono apporre i loro pensieri, una poesia, una canzone o semplicemente la loro firma su uno striscione.

Ci siamo però resi conto, con il passare del tempo, che i ragazzi e le ragazze riuscivano a comprendere solo in parte i vissuti di chi subisce una violenza e di chi la agisce, che riusciva loro difficile comprendere come ci si sente all’interno di una relazione in cui vige la mancanza di rispetto e la sopraffazione.
Ci siamo allora a lungo interrogati su come potevamo fare perché davvero i ragazzi potessero “sentire” cosa si prova a vivere all’interno di una rapporto violento, e cosa si prova, al contrario, a vivere una relazione basata sul rispetto e la fiducia.
PERCHÉ LE SCULTURE
Cosa c’era che non andava, visto che le attività apparivano ben proposte e i feedback dei ragazzi, in termini di interesse e capacità di discutere, molto buoni?
In tutte le classi nascevano sempre delle riflessioni importanti e idee da di­scutere, eppure ci rendevamo conto di non riuscire ad aprire il canale emotivo. Era come un puzzle a cui mancava l’ultimo pezzetto: nonostante l’immagine fosse ormai chiara e ben comprensibile continuava a rimanere un buco.
Ci siamo chiesti allora: come, nella nostra realtà di tutti i giorni, trasmettiamo le emozioni?
Quello che noi facciamo quotidianamente nei nostri rapporti con gli altri è comunicare attraverso il linguaggio, sia scritto che orale. Nonostante questo, riu­sciamo a capire che una persona è triste, felice, preoccupata, allegra e altro ancora, semplicemente guardando le sue espressioni o i suoi gesti.
Questa riflessione appare semplice da un lato, difficile dall’altro a causa del contesto in cui ci troviamo ad operare: la scuola.
Inevitabilmente, pensando a come si comunica a scuola, ci vengono in mente le interrogazioni, i compiti scritti, le discussioni e noi, nella nostra progettazione, ci eravamo, forse, fatti condizionare da questo preconcetto.
La domanda è così diventata: come è possibile eliminare le parole nel contesto scolastico riuscendo a raccontare i nostri vissuti?
È nel tentativo di rispondere a questa domanda che abbiamo deciso di riprendere, modificandolo in base alle nostre esigenze, lo strumento della scultura, consapevoli della sua notevole flessibilità. Infatti, pur nascendo in ambito terapeutico con coppie e famiglie, non mancano sperimentazioni anche nel settore del lavoro [11].
Continuando a ritenere valido e ben costruito il nostro progetto iniziale, abbiamo deciso di mantenerlo e ricorrere all’utilizzo della scultura solo nell’ultimo incontro, in modo che gli alunni si cimentassero in questo compito con un bagaglio di conoscenze di cui poter usufruire.
PREMESSE TEORICHE
In ambito terapeutico la scultura è una tecnica attiva e non verbale, attraverso cui è possibile, come affermava Virginia Satir, giungere ad una “ricostruzione familiare”, una ricostruzione della storia familiare capace di offrire una nuova punteggiatura agli schemi comportamentali [12].
L’esempio forse più noto, e da cui sono generati numerosi sviluppi, crediamo sia il Protocollo Invariabile di Philippe Caillé, che ha utilizzato la scultura nel lavoro con la coppia e la famiglia andando ad indagare da un lato il livello fenomenologico e dall’altro quello mitico [13].
Il primo livello ha l’obiettivo di rappresentare la relazione nel qui ed ora, mentre il secondo ne indaga l’essenza. Agli autori delle sculture si chiede inoltre di dar vita alla scultura in modo che possa compiere un singolo movimento.
Il protocollo, che si sviluppa in dieci incontri, è stato recentemente rivisto con l’intento di ridurlo a cinque sedute pur mantenendone la stessa intensità ed efficacia [14].
In Italia, l’utilizzo della scultura nel contesto terapeutico è stato sviluppato principalmente da Luigi Onnis [15], attraverso il metodo delle “sculture del tempo familiare”. La novità fondamentale proposta da Onnis è l’introduzione della metafora temporale. Difatti, a ciascun membro viene richiesta una scultura di un evento del passato di cui ha particolare memoria (scultura del passato), un’altra di come vede la sua famiglia al momento attuale (scultura del presente) e, una terza, di come se la immagina ad esempio dopo dieci anni (scultura del futuro) [16].
L’INTERVENTO
A causa della differenza di contesto e di utenza, in cui e con cui ci troviamo a lavorare, il nostro intervento si struttura in modo diverso rispetto alle esperienze maturate in ambito terapeutico.
«Oggi vi chiediamo di fare una cosa che sicuramente un po’ vi imbarazzerà. Eravamo incerti se proporvela ma visto il buon lavoro che avete fatto nei precedenti incontri siamo convinti che potete farcela». Con queste parole iniziamo ad introdurre il lavoro sulle sculture, legittimando, nella prima parte, il sentimento di vergogna che può scaturire da questa richiesta in modo da diminuirne l’influenza sul lavoro stesso e, nella seconda parte, stimolando i ragazzi a impegnarsi per mantenere la buona considerazione che manifestiamo nei loro confronti.
«Quello che vi chiediamo oggi è di formare nuovamente i gruppi di lavoro delle volte precedenti e, ripensando a quanto detto fino ad oggi attraverso le di­scussioni sugli stereotipi e sulle differenze tra una buona e una cattiva relazione di coppia, immaginare una situazione, una scena di vita, di rispetto tra uomo e donna e una di non rispetto.
Dopo aver pensato queste due scene, dovrete realizzarle.
Non vi chiediamo di recitare ma di dar vita ad una scultura: una scultura non parla e non si muove.
Per realizzare queste sculture, oltre a voi stessi, potete utilizzare gli oggetti che avete a disposizione in aula».
A questo punto interrompiamo la nostra consegna chiedendo agli alunni se hanno compreso quello che stiamo chiedendo loro. Nella maggioranza dei casi la risposta è affermativa e arricchita con esempi chiarificatori.
Nei casi in cui permane l’incertezza, continuiamo la consegna nel modo seguente.
«Vi facciamo un esempio per chiarire cosa intendiamo noi per scultura. Se, ad esempio, vi avessimo chiesto di dar vita a una scultura sul basket, uno di voi si sarebbe potuto mettere in piedi su una sedia con le braccia unite in un cerchio, rappresentando il canestro; un altro avrebbe potuto personificare l’arbitro mettendosi la mano alla bocca come se fosse pronto a fischiare; altri due avrebbero potuto rappresentare due giocatori avversari. Il tutto senza movimenti e parole perché le sculture non si muovono e non parlano».
Concludiamo sempre ribadendo la nostra richiesta:
«Vi ripetiamo il tema delle due sculture: una scena di rispetto tra uomo e donna e una di non rispetto».
Come si può facilmente notare abbiamo volutamente deciso di non indicare come tema della scultura la violenza. Siamo convinti che se avessimo detto ai ragazzi: «Realizzate una scena di violenza tra uomo e donna» i risultati sarebbero stati più banali e meno coinvolgenti perché non riferiti alla loro realtà quotidiana.
Un altro rischio crediamo possa anche essere il rifiuto o l’esagerazione da parte degli alunni, come meccanismo di difesa nei confronti di un pensiero, quello della violenza, a cui si ha difficoltà ad avvicinarsi.
Dopo la consegna, diamo ad ogni gruppo circa quindici minuti di tempo.
Facciamo realizzare le sculture e le fotografiamo specificando che tutto il materiale sarà utilizzato esclusivamente in classe e poi cancellato.
Abbiamo fatto questa scelta perché non è possibile chiedere agli alunni di restare fermi nella posizione della scultura per alcuni minuti come prevedono i protocolli che si attuano con le famiglie e con le coppie in un contesto terapeutico, proprio per l’imbarazzo di dover utilizzare davanti agli altri un canale comunicativo per molti quasi sconosciuto. La foto ci permette invece di poter discutere insieme a tutta la classe quanto realizzato.
Fotografate tutte le sculture, le proiettiamo una alla volta.
La discussione si divide in due momenti: il primo rivolto ai membri della classe che non si vedono nella foto (con gli “attori” che devono rimanere in silenzio qualunque cosa venga detta dagli altri) e il secondo al gruppo che ha rappresentato la scultura di cui si sta parlando.
Le domande rivolte al resto della classe sono:
1. chi sono gli uomini e chi le donne? (questa domanda viene fatta nelle classi in cui sono presenti o solo ragazzi o solo ragazze);
2. che scena è stata rappresentata, secondo voi, in questa scultura?
3. quali sentimenti credete provi l’uomo o provino gli uomini di questa scultura?
4. quali sentimenti credete provi la donna o provino le donne di questa scultura?
Ci rivolgiamo poi al gruppo che ha rappresentato la scultura presa in esame:
1. il resto della classe ha capito cosa volevate rappresentare?
2. cosa fa ogni personaggio della scultura?
3. come vi siete sentiti nei panni di quei personaggi?

Nelle Figure 1-4 mostriamo alcuni esempi delle sculture ideate dai ragazzi.
Nella Figura 1, a cui diamo il nome “Potere e Schiavitù”, i due protagonisti hanno voluto rappresentare una situazione di prevaricazione e sottomissione da parte dell’uomo sulla donna.
La donna infatti viene rappresentata chinata a terra intenta a pulire e a fare da poggiapiedi al marito che, incurante delle fatiche della moglie, pensa alle sue cose.
Interessanti, senza soffermarci sull’intera discussione dell’immagine avuta con la classe, i commenti dei protagonisti, condivisi dal resto dei compagni:
- Sentivo di poter fare come mi pare -, dice il ragazzo che rappresentava il marito.
- Mi sentivo in trappola, senza possibilità di fare alcun movimento! - commenta la ragazza che recitava il ruolo di moglie.
“Senza possibilità di ascolto”, la seconda immagine di non rispetto (Figura 2), che abbiamo scelto come rappresentativa dell’operato degli alunni, ci mostra una scena di completa indifferenza.






La donna, interpretata in questo caso da un ragazzo, seduta su una sedia, piange coprendosi il volto con le mani, mentre il compagno le volta le spalle, senza manifestare alcun segno di compassione e comprensione.
Il ragazzo, che ha provato a mettersi nei panni della donna, spiega di aver provato un senso di solitudine, abbandono.
L’uomo dice di essersi sentito senza cuore.
La terza immagine scelta, che possiamo chiamare “Non solo mamme” (Figura 3), offre invece un’immagine di rispetto.



Una scena di collaborazione nella crescita dei figli, che, secondo la maggioranza degli alunni, è ancora visto come un compito esclusivamente femminile, con il rischio per le donne di ritrovarsi a dover portare avanti un lavoro, pensare alla casa e ai figli e, probabilmente, non avere il tempo di occuparsi di se stesse.
Le ragazze di fronte a quest’immagine si sentono sollevate da una responsabilità che non può e non deve essere solo loro, mentre i ragazzi si sentono utili e soddisfatti.
L’ultima immagine, che ci sembrava opportuno riportare, “Più velocemente insieme” (Figura 4), scaturisce dalla riflessione degli alunni sul fatto di come molti uomini, consumata la cena, si alzano e vanno a fare le loro cose o a guardare la tv, mentre la moglie deve rimettere tutto a posto.
Anche in questo caso, messo in scena da due ragazzi, le emozioni che emergono sono estremamente positive.
Colpisce infatti che nessun uomo abbia manifestato insoddisfazione di fronte all’idea di un’equa divisione dei compiti, che porti entrambi i membri della coppia ad avere più tempo per curare i propri interessi e la coppia stessa.
CONCLUSIONI
Al termine del lavoro svolto con i ragazzi e le ragazze possiamo giungere ad alcune conclusioni.
Abbiamo scelto le sculture, come ampiamente esposto in precedenza, perché volevamo che i ragazzi e le ragazze potessero “sentire” e vivere in prima persona le emozioni che si provano all’interno di un rapporto violento o all’interno di una relazione paritaria. Possiamo affermare, grazie ai feedback ricevuti dai ragazzi e dalle ragazze durante la discussione delle sculture, che davvero essi sono riusciti a mettersi nei panni del maltrattante, della donna maltrattata e della coppia “alla pari”. Pertanto per la prima volta, alla fine del terzo incontro, abbiamo avuto la consapevolezza di aver “completato il puzzle”: gli alunni erano riusciti ad aprire il loro canale emotivo.



Consci che l’esperienza dell’utilizzo di tale tecnica nel contesto della promozione del benessere in ambito scolastico è solo all’inizio, questi risultati del lavoro svolto nelle classi rafforzano la nostra volontà di proseguirlo e approfondirlo.

Ringraziamo Gianmarco Manfrida per la sua assoluta disponibilità e, soprattutto, per la sua capacità critica che ci spinge a voler sempre migliorare.
BIBLIOGRAFIA
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