Detenute transgender clandestine negli istituti penitenziari italiani: un’indagine pilota
Luca Chianura, Giacomo Di Salvo, Guido Giovanardi
«È la “psiconevrosi dei normali” […]
che si regge sulla repressione e sulla rimozione
del desiderio omosessuale a causare, principalmente,
la psiconevrosi di noi omosessuali manifesti»
Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale


Riassunto. La presente ricerca nasce dalla costituzione, nell’anno 2009, di un Gruppo di Lavoro PEA “Elaborazione di un modello di trattamento per transessuali”, la cui priorità è stata stabilita dal Ministero della Giustizia, su proposta della Direzione Generale Detenuti e Trattamento. Al fine di ottenere una più approfondita conoscenza delle problematiche delle detenute transessuali/transgender presenti negli istituti penitenziari italiani, e con lo scopo di ricercare elementi trattamentali adeguati a tale tipologia di detenute, il gruppo di lavoro ha elaborato e costruito un questionario anamnestico self-report, che è stato trasmesso ai Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria (PRAP) nel cui territorio sono ristrette detenute transessuali/transgender (n. 64). La presente ricerca, pertanto, risulta essere la prima indagine pilota che viene effettuata a livello nazionale, richiedendo la collaborazione di tutti gli istituti penitenziari italiani in cui sono recluse detenute transessuali/transgender.

Parole chiave. Disturbo dell’identità di genere, persone transessuali/transgender, immigrazione, detenzione, istituto penitenziario.


Summary. Clandestine transgender female convicts in Italian detention centers: a pilot inquiry.
This research is a result of the founding, in 2009, of the PEA Work Group “Development of a treatment model for transsexuals”; its priority was set by the Ministry of Justice after suggestions by the Directorate-General for detention and treatment. The work group has prepared and set up a self report anamnestic questionnaire which has been sent to the regional superintendency of detention (PRAP) in which transsexual/transgender female prisoners are held; this was done to gain a thorough understanding of the problems and issues of the transsexual/transgender female prisoners in italian detention centers, with the purpose of finding appropriate treatment for this tipology of convicts (N° 64).
This research is the very first pilot inquiry on a national level, having required the collaboration of all the italian correctional facilities in which transsexual/transgender female prisoners are held.

Key words. Gender identity disorder, transsexual/transgender people, immigration, detention, penitentiary.


Resumen. Detenidas transexuales clandestinas en las cárceles italianas: un estudio experimental.
Esta investigación surge de la constitución, en el año 2009, de un grupo de trabajo PEA “desarollo de un modelo de intervención para transexuales”, cuya prioridad ha sido establecida por el Ministerio de Justicia a propuesta de la Dirección General de Detenidos y Tratamiento. Con el fin de obtener una mejor comprensión de los problemas de las reclusas transexuales/transgender presentes en las carceles italianas, y con el proposito de buscar elementos de tratamiento para este tipo de reclusas, el grupo de trabajo ha desarrollado y elaborado un cuestionario anamnésico de autoevaluación, que fue enviado a los PRAP en cuyo territorio hay reclusas transexuales (N° 64). Esta investigación es el primer estudio experimental que se efectua a nivel nacional, con la colaboración de todas las cárceles dónde se encuentran reclusas transexuales/transgender.
STRUMENTI E METODOLOGIA
La presente ricerca nasce dalla costituzione, nell’anno 2009, di un Gruppo di Lavoro PEA “Elaborazione di un modello di trattamento per transessuali”, la cui priorità è stata stabilita dal Ministero della Giustizia, su proposta della Direzione Generale Detenuti e Trattamento (Ufficio IV, Osservazione e trattamento intramurale).
Il Gruppo di Lavoro è composto dal personale dell’Ufficio IV della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP)a, da alcuni collaboratori di sedi perifericheb – che prestano la propria attività professionale in servizi ed istituti e che, da diversi anni, si distinguono nella volontà di seguire, in modo più specifico e adeguato, le persone transessuali detenute – e da alcuni professionisti che lavorano in ambito sanitarioc e nell’ambito privato socialed.
Al fine di ottenere una più approfondita conoscenza delle problematiche delle detenute transessuali, recluse nelle sezioni maschili degli istituti penitenziari italiani (solo rarissime case circondariali hanno delle sezioni apposite), e con lo scopo di ricercare elementi trattamentali adeguati a tale tipologia di detenuti, il gruppo di lavoro ha elaborato e costruito un questionario anamnestico self-report, che è stato trasmesso ai Provveditorati Regionali per l’Amministrazione Penitenziaria (PRAP) nel cui territorio sono ristrette detenute transessuali/transgender. Ciascun provveditorato si è poi premunito di trasmetterne copia alle direzioni interessate, sensibilizzandole al problema e fornendo delle precise indicazioni e.
La presente ricerca, pertanto, risulta essere la prima indagine pilota che viene effettuata a livello nazionale, richiedendo la collaborazione di tutti gli istituti penitenziari italiani interessati (Tabella 1).
Sono stati restituiti dagli istituti interessati n. 64 questionari compilati, con una disponibilità di circa il 75-80% dell’intero gruppo di persone detenute in quel periodo.
Il seguente elaborato ha l’obiettivo, quindi, di presentare i dati relativi al campione di riferimento, formato da n=64 detenute transgenderf e comprendente 11 italiane e 53 straniere (Tabella 2).



Si evidenzia che le ricerche sperimentali italiane sul transessualismo in ambiente carcerario risultano di straordinaria pubblicazione e riguardano solamente la realtà di singoli istituti [1-3]. Si ritiene che tale scarsità di contributi possa attribuirsi sia alla difficoltà di fare ricerca in un sistema istituzionale chiuso, qual è il carcere, sia all’omertà e all’ignoranza che circola intorno a quello che H. Benjamin, per primo, definì Il fenomeno transessuale [4].
In fase di analisi e discussione dei dati, pertanto, sarà possibile proporre un confronto con altre ricerche presenti nella letteratura internazionale [in particolare: De Cuypere et al. [5] sulla popolazione transessuale belga (n=292) e Sexton, Jenness e Summer [6] sulla popolazione transgender detenuta nelle carceri californiane (n=315) e sulla totalità della comunità transgender della California] e nazionale, attraverso il campione costituito dagli utenti che sono afferiti presso il Servizio per l’Adeguamento tra l’Identità Fisica e l’Identità Psichica (SAIFIP), Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini g, il campione più numeroso a livello nazionale (n=311 MtoFh) [7].
In tale sede si ritiene utile specificare, per una comprensione più approfondita del confronto, alcune sostanziali differenze tra i due campioni, delle detenute e delle utenti del SAIFIP, a partire dalla più evidente, quale la duplice condizione di emarginazione ed atipicità dovuta all’“essere detenute” e all’“essere immigrate”. Nel campione della presente ricerca si riscontra una netta prevalenza di migranti (83%), che hanno un permesso di soggiorno regolare solo nel 6% dei casi; al contrario, il campione del SAIFIP è costituito dal 92% di persone MtoF di nazionalità italiana.
Altrettanto rilevante appare sottolineare che le utenti del SAIFIP sono persone cui è stato diagnosticato il Disturbo di Identità di Genere (DIG) [8], dopo un percorso di assessment medico-psicologico effettuato presso il SAIFIP, e che si sono rivolte al servizio, tendenzialmente, con l’intenzione di effettuare la Riattribuzione Chirurgica del Sesso (RCS). Si mette in risalto, invece, che solo il 38% del campione delle detenute dichiara di percepire un disagio relativo all’identità di genere e, pertanto, di avere intenzione di effettuare l’intervento di RCS. Proprio per tale motivo, ed in considerazione del fatto che il campione delle detenute rimane più eterogeneo e più difficilmente “diagnosticabile” e “definibile” in termini scientifici, si è scelto di usare il termine transgenderf.
Per quanto riguarda il questionario utilizzato, questo è composto, nello specifico, da 50 item a risposta multipla o aperta, seppure nel presente elaborato il focus sarà incentrato solo su alcune tematiche.
Il questionario ha raccolto informazioni relative a:
• area familiare e socio-lavorativa (composizione del nucleo familiare d’origine e attuale, rapporti con i familiari e attività lavorativa prima della reclusione);
• evoluzione relativa all’iter di adeguamento e alla sfera affettiva e sessuale (preferenza di abbigliamento nell’infanzia, eventuali interventi medico-chirurgici effettuati, percezione del disagio relativo all’identità di genere, desiderio di riattribuzione chirurgica del sesso, presenza di un partner, orientamento sessuale);
• comportamenti correlati all’uso di sostanze e al percorso detentivo (data dell’arresto, posizione giuridica, reato contestato, eventuali rapporti disciplinari, gesti autolesivi e benefici penitenziari).
DATI GENERALI
L’età media del campione preso in esame risulta di 32,9 anni e varia dai 19 ai 50 anni. È leggermente superiore al dato relativo al campione MtoF del SAIFIP, che si attesta sui 29,6 anni e varia dai 18 ai 61 anni. La popolazione transessuale belga ha invece un’età media di 32,7 anni, mentre la popolazione transgender di detenute californiane mostra il dato più elevato, con un’età media di 38,1 (Tabella 3).  
Per quanto riguarda lo stato civile, il campione si divide tra il 71% di single/nubili, il 18% di conviventi (prima delle reclusione), il 6,2% di separate/divorziate, il 3% di sposate. Si rimanda alla Tabella 4 per i confronti con gli altri campioni.




Il livello di istruzione risulta complessivamente medio, con una prevalenza dei titoli di studio medi inferiori e superiori. Nel dettaglio, il 14% ha solo la licenza elementare, il 41% si è fermato alla licenza media, il 38% ha conseguito un diploma di scuola superiore, il 3% un diploma di scuola professionale e il 2% una laurea universitaria. Il rimanente 2% non ha risposto. Nel campione del SAIFIP si riscontra, invece, un livello di istruzione decisamente più alto, paragonabile ai dati ISTAT 2003 sulla popolazione italiana: è presente un 10% di persone laureate e solo il 4% si è fermato alla licenza elementare. Come già detto, è molto probabile che alla base di questo divario, ci sia la duplice condizione di “detenute” ed “immigrate clandestine”. Si rimanda alle Tabelle 5 e 6 [9-12] per il confronto con altre ricerche della letteratura, con popolazione detenuta e con popolazione afferente a servizi pubblici.







Per quanto riguarda l’attività lavorativa precedente alla reclusione, il campione si divide tra un 39% di soggetti occupati, un 5% di studenti e un 56% di soggetti disoccupati. Molto diversi i dati del campione del SAIFIP, con un 66% di soggetti occupati, un 9% di studenti e un 25% di disoccupati (meno della metà del campione della ricerca). Tale notevole differenza, riscontrabile anche con gli altri campioni presi in esame per il confronto (Tabella 7), evidenzia la difficoltà di integrazione e di inserimento lavorativo delle detenute transgender recluse nel contesto carcerario italiano.



È necessario però specificare che per quanto riguarda il campione del SAIFIP, il dato così elevato di “occupati” potrebbe essere dovuto al fatto che numerosi soggetti, pur dichiarandosi “occupati”, si riferiscono solo a lavori saltuari praticati per periodi di tempo anche molto brevi [13].
I dati sull’attività di prostituzione mostrano una netta prevalenza di soggetti che hanno avuto esperienze di prostituzione, ben il 91%, mentre solo il 6% dichiara di non averne avute. Nel campione del SAIFIP, tale dato è notevolmente ridimensionato dal momento che l’esperienza della prostituzione è stata riportata solo dal 26% degli utenti del servizio. Per quanto riguarda altre due ricerche, effettuate in altre realtà nazionali, Godano et al. [14] riportavano un dato più alto (il 60,6% del campione aveva avuto esperienze di prostituzione), all’interno di un servizio pubblico torinese; mentre uno studio svolto con un campione di persone afferenti al Movimento d’Identità Transessuale (MIT) di Bologna [15] riferisce che il 37,3% delle persone MtoF pratica o ha praticato la prostituzione. Nella Tabella 8 si trovano i dati completi anche delle altre ricerche citate, che, essendo molto discrepanti tra loro, meriterebbero un approfondimento a livello della metodologia utilizzata (modalità di selezione del campione, questionari utilizzati, ecc.) e sul livello correlato del contesto e della realtà antropologico-culturale in cui è stata effettuata la ricerca.




Per quanto concerne la condizione abitativa precedente alla reclusione, emerge che il 24,6% dei soggetti viveva da solo, il 14,5% con la famiglia di origine, il 29% con amici, il 29% con un partner e il rimanente 2,9% in altre condizioni. È evidente che nel campione “italiano” del SAIFIP il  numero delle persone che vive nella propria famiglia d’origine riguarda, invece, quasi più della metà del campione (53%), mettendo in risalto che le persone migranti tendono e “sono obbligate” a crearsi una rete sociale molto ampia (circa il 60% convive con partner o con amici), in quanto manca il sostegno della rete familiare, nucleare ed allargata. Tale tendenza centrifuga nel ricercare all’esterno altre figure di supporto e risorse di sostegno è confermata anche dai risultati di altre indagini [16] in cui è messo in rilievo che  le persone che «tagliano con la loro famiglia tendono a cercare relazioni più congeniali nell’ambito delle loro relazioni sociali, cosa che riduce l’ansia immediata e può funzionare bene per un certo lasso di tempo» [17].
CONTESTO FAMILIARE NELL’INFANZIA E NELL’ETÀ ADULTA
I dati raccolgono informazioni sui rapporti con il padre e con la madre, nell’infanzia e nell’età adulta.
Per quanto riguarda il rapporto con il padre in infanzia, il 33% del campione dichiara di aver avuto un rapporto ottimo, il 13,3% discreto, l’11,6% non soddisfacente e il 30% pessimo; il rimanente 10% non ha risposto. Per quanto riguarda il rapporto con il padre nell’età adulta, il 25% dichiara di aver avuto un rapporto ottimo, il 6,2% discreto, il 4,7% soddisfacente, il 3% non soddisfacente e il 18,7% pessimo. Si evidenzia che il 39% del campione non ha risposto.
Per quanto concerne il rapporto con la madre durante l’infanzia, i soggetti si dividono tra un 67,7% che dichiara di aver avuto un rapporto ottimo, un 15,2% discreto, un 10,1% soddisfacente, un 6,7% non soddisfacente. Nessuno dichiara di aver avuto un rapporto pessimo. Nell’età adulta, il 51,6% dichiara di aver avuto un rapporto ottimo, il 9,4% discreto, l’1,5% soddisfacente, il 3% non soddisfacente, l’11% pessimo. Il rimanente 20,3% non ha risposto.



Nella Tabella 9 sono proposti i dati confrontati con il campione del SAIFIP. Appare ripetitivo sottolineare l’inevitabile differenza tra i due campioni presi a confronto: si può notare che nel campione della ricerca le relazioni familiari siano percepite come aggravate e peggiorate nel tempo che intercorre tra l’infanzia e l’età adulta attuale; mentre nel campione del SAIFIP si verifica esattamente l’opposto: una percezione di evoluzione e miglioramento delle relazioni familiari. Si ribadisce che la condizione di migrante da Paesi lontani può comportare la totale mancanza di un sostegno familiare-affettivo ed un conseguente senso di abbandono ed isolamento; inoltre, l’attuale condizione di detenzione in un istituto (per giunta in una sezione maschile) prevede ulteriori restrizioni e limitazioni amplificando l’isolamento, la mancanza di relazioni e la problematicità del vissuto d’identità.
Riguardo i dati sul coming-out in famiglia, il 92,2% riferisce che la famiglia è a conoscenza della propria condizione. Per quanto riguarda la reazione paterna a tale condizione, il campione si divide tra il 21% che dichiara una “accettazione”, l’11,3% una “preoccupazione”, il 4,8% un’“indifferenza” e il 37% un “rifiuto”. Riguardo la reazione materna, un 46,8% di “accettazione”, un 29% di “preoccupazione”, un 3,2% di “indifferenza” e un 14% di “rifiuto” (per una più ampia rassegna sul tema del coming-out nella “famiglia transessuale”, si rimanda a Chianura [18]).
DATI RELATIVI AL DISAGIO E ALLA SFERA AFFETTIVA/SESSUALE
Rispetto alla preferenza di abbigliamento nell’infanzia il campione si divide tra un 65,1% che prediligeva un abbigliamento femminile, un 11,1% che preferiva quello maschile e un 20,6% a cui era indifferente. Il rimanente 3,2% non ha risposto. Come si può vedere nella Tabella 10, i dati sono in linea con quelli provenienti dal campione del SAIFIP.




Un vissuto di disagio relativo all’identità di genere è stato riportato solo dal 38% del campione, di cui il 21% nella prima infanzia, il 38% nella seconda infanzia, il 25% nell’adolescenza, il 12% nell’età adulta e il restante 4% non risponde (Tabella 11) [10,12,19].




Riguardo l’orientamento sessuale in adolescenza, l’86% riferisce di essersi sentito sentimentalmente attratto solo da individui dello stesso sesso biologico, il 6% da individui di entrambi i sessi e l’8% non risponde. Nessuna detenuta dichiara di essere stata attratta da individui di sesso biologico differente. Per quanto riguarda l’età adulta, l’86% dichiara di sentirsi attratto solo da individui dello stesso sesso biologico, il 2% da individui di sesso diverso, il 2% da entrambi e l’11% non risponde. I dati del campione del SAIFIP non si discostano particolarmente (Tabella 12). Si rimanda, invece, alla Tabella 13 per il confronto con altre ricerche [11,20-25].







Anche per quanto riguarda le variabili, appena esposte, sarebbero necessari studi e ricerche di approfondimento, considerati i dati riportati molto dissimili tra loro.
PERCORSO DETENTIVO
Ciò che emerge, in modo dirompente, dalla lettura dei dati è che solo il 6% dichiara di possedere un regolare permesso di soggiorno, il 70% non lo possiede e il 23% non fornisce alcuna risposta.
Il campione della ricerca si divide tra un 58% di detenute condannate con sentenza passata in giudicato ed un 47% di detenute in attesa di sentenza definitiva di condanna. La metà delle persone transessuali detenute in Italia (53%) dichiara di essere alla prima esperienza detentiva, il restante 47% in passato è già stato privato della libertà personale per aver commesso i seguenti titoli di reato: il 33% reati contro il patrimonio (rapina, furto ed estorsione), il 20% reati contro la persona (lesioni, aggressione, oltraggio e omicidio), il 13% reati in violazione della Legge Bossi-Fini n. 189 del 2002 e il 33% non fornisce alcuna risposta (Tabella 14).






Nella Tabella 15 sono proposti i dati relativi alle tipologie di reato attualmente contestati alle persone transessuali detenute e nel confronto tra le due Tabelle (14 e 15), appare interessante sottolineare che le percentuali non si discostano particolarmente, con prevalenza dei reati contro il patrimonio con violenza sulla persona e sulle cose.
Si rimanda alla Tabella 16 per un confronto con il campione delle detenute californiane.
Per quanto riguarda il percorso intramurario, il 69% del campione dichiara di non aver subito rapporti disciplinari in questa carcerazione, il 25% ammette di averli avuti e il 5% non risponde. I dati sono rilevanti sotto il profilo della pericolosità intramuraria, in quanto esprimono la “propensione” della detenuta a porsi in contrasto o meno con le norme vigenti nell’ambito del contesto carcerario.
Quanto ai colloqui visivi tra detenuti e familiari, la maggioranza (72%) delle persone detenute non riesce ad avere contatti con la famiglia, generalmente per motivi logistici connessi alla distanza dal proprio nucleo familiare, in quanto straniere.
CONCLUSIONI

«Ci dicono che il gap sociale tra i sessi si va restringendo,
ma io posso solamente affermare che, avendo vissuto
entrambi i ruoli nella seconda metà del ventesimo secolo,
 a mio avviso, non c’è aspetto della vita, momento del giorno,
contatto, accordo, risposta, che non siano
diversi per uomini e donne»
Jean Morris, Canundrum
In sede di conclusioni, si vogliono proporre delle riflessioni inerenti il campione preso in esame per la ricerca, per soffermarsi anche sui principali rischi e criticità cui possono essere sottoposte le persone transgender in condizione di detenzione nel contesto penitenziario italiano, ed infine esporre le linee-guida e le pratiche trattamentali proposte nella letteratura internazionale. La necessità di approfondire questi aspetti risulta evidente già dalla ricerca condotta da Petersen et al. [26] nel 1996, che evidenziava come solo il 20% delle strutture carcerarie americane, europee e australiane adottava politiche specifiche per le persone con DIG.
Da una visione generale dei dati, risulta che il campione delle detenute transgender è costituito da persone, prevalentemente straniere, nubili, con un livello generalmente medio di istruzione, con notevoli difficoltà di inserimento lavorativo e con relativa prevalente attività di prostituzione e di altre attività illegali; inoltre, è molto probabile l’uso di sostanze stupefacenti ed è quasi “garantita” una condizione di clandestinità. Queste persone sono inserite, pertanto, in contesti multiproblematici in cui si intersecano numerose identità “negative, “devianti”, “non-regolari”: transgender, migranti, spesso clandestine e tossicodipendenti, ed infine detenute.
Si potrebbe presupporre che, all’interno di tali contesti ed identità multiproblematiche, la condizione di “immigrate”, “clandestine/non-regolari” (si ricorda  che nel campione delle detenute solo il 6% ha dichiarato di possedere un regolare permesso di soggiorno) possa essere uno dei fattori peculiari che aiutano a comprendere meglio la realtà del campione e le maggiori difficoltà di integrazione socio-relazionale rilevate rispetto alla popolazione che si rivolge ad un servizio pubblico ospedaliero, quale il SAIFIP. A tal proposito, è da tenere in considerazione anche il comune pregiudizio sulla stretta relazione tra criminalità e immigrazione; infatti, nonostante i dati del 2008 della Banca d’Italia, basati sulle statistiche del Ministero dell’Interno, mostrino come non esiste una relazione causale diretta tra la criminalità e l’immigrazione, secondo il Dossier Statistico 2009 sull’immigrazione di Caritas/Migrantes, 6 italiani su 10 ritengono “che la presenza degli immigrati in Italia determini un aumento della criminalità” [27].
Oltre a tale forma di pregiudizio nei confronti dei migranti, si aggiunge anche la condizione di transessualismo/transgenderismo con il suo stigma sociale che, come ricordano Whittle e Stephens [28], può assumere forme molto varie: le persone transessuali/transgender si trovano più facilmente delle altre a essere vittime di violenza sia in situazioni domestiche, sia in situazioni pubbliche; molte persone risultano disoccupate e senza casa; spesso perdono contatto con le proprie famiglie e trovano grandi difficoltà nel costituire una rete di relazioni formali ed informali. Tali fattori, correlati alle notevoli difficoltà nel trovare lavoro e alla necessità di fronteggiare spese mediche spesso molto elevate (i migranti senza permesso di soggiorno si affidano, raramente, alle strutture del Servizio Sanitario Nazionale), possono essere alla base dell’inserimento nel mercato della prostituzione, quindi, all’esposizione ad un rischio più alto di infezione da malattie sessualmente trasmesse, di uso ed abuso di sostanze stupefacenti, di violenze di ogni tipo, spesso non denunciate alle autorità competenti, verso cui si rinnova un atteggiamento di sfiducia e di disistima, se non proprio di diffidenza.
Come si diceva prima, tali contesti ed identità problematiche rafforzano, ulteriormente, gli aspetti più negativi della loro rappresentazione sociale [29]. Così Fruggeri et al. [30] descrivono alcune criticità:
«Le persone transessuali sono discriminate ancor oggi di continuo in ogni modo possibile. Secondo Amnesty International, “nel mondo, lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono imprigionati in base a leggi che sorvegliano la camera da letto e criminalizzano un bacio; vengono torturati per estorcere loro confessioni di ‘devianza’ e stuprati per farli ‘guarire’; sono uccisi da squadroni della morte in società che li considerano rifiuti di cui disfarsi” (Crimes of hate).  […] I transgender vengono spesso aggrediti in modi che cercano di colpire gli aspetti più caratterizzanti della loro identità. Per esempio, in numerosi casi, le trans MtoF sono state pestate agli zigomi o al seno per rovinare il lavoro d’implantologia, causando a volte il rilascio di sostanze tossiche con gravi conseguenze per la salute. Il rapporto con i servizi sanitari può essere scadente, di conseguenza esse evitano di rivolgersi a questi ultimi quando sono malati. Inoltre in molti Paesi i trans non hanno diritto ad ottenere documenti dai quali risulti il cambiamento di genere, cosa che nega loro la possibilità di sposarsi, provocando non solo umiliazioni, ma perfino l’arresto per sospetto uso di documenti falsi».
Se lo scenario descritto nella ricerca sulle detenute transgender appare assolutamente conforme a quanto presente nell’immaginario collettivo relativo alla popolazione transessuale/transgender, immaginario spesso alimentato e sostenuto dalle distorte e “spettacolari” informazioni provenienti dal mondo dei mass-media, si vogliono rimarcare le sostanziali differenze che vengono alla luce dal confronto tra il campione delle detenute ed il campione delle utenti del SAIFIP (N=311 MtoF) [7]. Queste ultime sono persone con un grado di istruzione medio-alto, con un discreto inserimento lavorativo, vivono per lo più nella loro famiglia d’origine e hanno buone relazioni familiari ed affettive. Il quadro socio-relazionale che emerge (confronto con i dati-ISTAT per la popolazione italiana), quindi, non sembra contraddistinguersi, per alcuni aspetti, rispetto alle difficoltà ed alle problematiche comuni che l’essere umano deve attraversare nelle diverse fasi di ciclo vitale, tenendo anche in debita considerazione l’età media (29,5 anni) del campione di riferimento [31,32].
Per chiudere i confronti e le relative riflessioni sulla tematica del binomio stereotipico “transessuale uguale prostituta” (binomio costruito dai media, con l’appoggio delle supposte élite culturali, “allestite” da politici, giornalisti, personaggi delle istituzioni e anche dai cosiddetti “esperti del settore”), si specifica che non si vuole negare l’esistenza di una problematica sociale che coinvolge ed interessa una parte del mondo “transessuale” e, tanto meno, si vuole fare un moralistico distinguo tra le “rispettabili” persone transessuali che non si prostituiscono e le altre persone transessuali che, prostituendosi, diventano “non rispettabili”. Si vuole enfatizzare, piuttosto, che la cosiddetta “scelta” di prostituirsi riguarda esseri umani, provenienti nella grande maggioranza da contesti sociali e culturali, anche di altri continenti, contraddistinti da povertà ed arretratezza (come nel campione delle detenute), che spesso “non scelgono” di prostituirsi, ma che risultano vittime della tratta di organizzazioni criminali (come accade anche nella prostituzione al femminile); diventano, spesso, anche vittime, come si è constatato nelle ultime vicende di cronaca, di minacce, ricatti, abusi e prepotenze, anche da parte delle stesse Forze dell’Ordine oltre che dei propri clienti. Ed anche nei casi di “libera scelta” della prostituzione, sarebbe opportuno, comunque, per i professionisti del settore e per la stessa società civile, “leggere” la multiforme esperienza nel mondo della prostituzione come un solido sostegno e rispecchiamento all’identità femminile di “chi si sente donna”, considerando le motivazioni/difficoltà economiche come uno dei possibili fattori in grado di orientare una persona verso tale tipo di attività.

Per quanto concerne le principali criticità che possono riguardare le detenute transgender, sono riportati in letteratura (in particolare nelle ricerche di Brown e McDuffie [27] e di Whittle e Stephens [22]), disturbi psichici di varia natura (depressione, ansia ed elevato rischio suicidario), l’abuso di sostanze, il di­sturbo post-traumatico da stress, stupri e aggressioni subiti da altri detenuti e potenziali automutilazioni, autocastrazioni e autopenectomie (dal momento che in letteratura sono riportati diversi casi, appare interessante sottolineare che negli Stati con le politiche più avanzate in materia di gestione di detenuti e detenute transgender i casi di automutilazione sono molto rari).
Un’altra evidenza riscontrata in letteratura è quella della sovrarappresentazione all’interno delle carceri della popolazione transgender. Come scrivono Brown e McDuffie [33], secondo le stime della prevalenza del DIG nella popolazione normale, nelle carceri americane dovrebbero esserci in tutto 200 detenute transgender, mentre solo in California ce ne sono circa 400. Alla base di tale sovrarappresentazione, che avevano evidenziato alcuni studi già riportati, vengono individuati alcuni fattori che, in modo più o meno frequente, caratterizzano la realtà socio-relazionale delle persone transgender, quali la discriminazione su­bita in ambito lavorativo, la frequente situazione di indigenza, il basso funzionamento psicosociale, il rifiuto e l’abbandono da parte della famiglia e degli amici con relativo isolamento sociale e le possibili comorbilità psichiatriche (in particolare, i disturbi della personalità e i disturbi ansioso-depressivi).
Tenendo in considerazione i fattori di rischio e i bisogni della popolazione transgender detenuta all’interno degli istituti penitenziari americani, Whittle e Stephens [22] hanno condotto un’inchiesta focalizzandosi sui seguenti parametri.
1. È possibile, su richiesta di una detenuta, ottenere una valutazione psichiatrica/psicologica sul tema del transgenderismo?
2. Se all’interno dell’istituto non ci sono le competenze adeguate, è possibile ottenere una consulenza esterna?
3. Se una detenuta assumeva una terapia ormonale prima della reclusione, c’è un qualche provvedimento scritto per il proseguimento del trattamento?
4. Se una detenuta assumeva una terapia ormonale, esiste un qualche tipo di approccio “freeze-frame”i specificato dal provvedimento?
5. Ci sono istruzioni che permettano un inizio ex novo di terapia ormonale in idonee condizioni cliniche?
6. Sono permessi interventi chirurgici per adeguare l’aspetto dei genitali in idonee condizioni cliniche?
7. La collocazione di una detenuta, all’interno di un istituto, è basata, esclusivamente, sull’aspetto dei genitali al momento dell’incarcerazione (il sesso anatomico)?
Dalle risposte emerge che solo 25 Stati (su 44 che hanno risposto) hanno direttive o politiche riguardo a due o più parametri. Praticamente tutti gli Stati permettono una valutazione psichiatrica all’interno dell’istituto sul tema del transgenderismo, ma solo 12 permettono una consulenza esterna. Quasi tutti consentono il proseguimento della terapia ormonale, ma con la complicazione di dover fornire una vasta documentazione medica, che spesso, come facevano già notare Petersen et al. [20] è difficilmente reperibile. In nessuno Stato è possibile un intervento di riassegnazione  chirurgica, mentre 9 Stati usano un approccio “freeze-frame” e 7 Stati permettono di cominciare una terapia ex novo. Per quanto riguarda la collocazione, tutti si basano sull’aspetto dei genitali esterni.
Per quanto riguarda la situazione statunitense, recentemente (18/10/2009) la Commissione Nazionale Statunitense per le cure mediche all’interno delle carceri (NCCHC) ha emesso un position statement in cui traccia le linee-guida per far fronte ai bisogni delle detenute transgender.
Si conclude, pertanto, tale lavoro proponendo alcune linee-guida che potrebbero risultare utili da seguire anche presso gli istituti penitenziari italiani, redatte basandosi su quelle della NCCHC, aggiungendo alcune tematiche correlate alle specificità della realtà nazionale italiana.
1. Per quanto riguarda gli aspetti medici, psicologici e psichiatrici, deve essere garantita una valutazione “caso-per-caso” (in accordo con gli Standard of Care della WPATHl),  per ogni detenuta ad opera di un’équipe interdisciplinare di specialisti con le necessarie competenze. Nei casi necessari, devono essere consentite consulenze psichiatriche esterne sul tema del transgenderismo.
2. Per quanto riguarda la terapia ormonale, essendo molto variabile la condizione in cui le detenute transgender si possono trovare al momento dell’incarcerazione, non ci possono essere direttive generalizzate, né impedimenti per specifici trattamenti. Deve essere garantito sia il proseguimento di terapie iniziate precedentemente all’incarcerazione, sia l’inizio ex novo di terapie per persone che non le avevano ancora iniziate. Sono da evitare gli approcci “freeze-frame”, in quanto inappropriati e non in linea con gli attuali standard medici, e le politiche che limitano il trattamento alla psicoterapia. Devono essere eseguite regolarmente analisi di laboratorio, in accordo con gli standard medici, e l’intervento chirurgico di riassegnazione chirurgica deve essere valutato “caso-per-caso”.
3. Rispetto alla collocazione delle detenute transgender all’interno degli istituti, deve essere tenuta in considerazione la maggiore esposizione di queste persone a fenomeni di violenza fisica e sessuale e, quindi, devono essere prese misure cautelative sia nei reparti maschili, sia in quelli femminili.
4. Devono essere promossi seminari di formazione e deve essere promulgato materiale informativo per gli operatori degli istituti penitenziari e per le stesse detenute.
5. Data la spesso nota prevalenza di persone clandestine tra la popolazione transgender detenuta, è importante affiancare queste politiche con altre relative alle problematiche della clandestinità e dell’emarginazione culturale e linguistica in cui si trovano queste persone.
6. È fondamentale creare una rete funzionale ed operativa tra carceri, strutture sul territorio che offrono servizi sanitari in materia di transgenderismo e associazioni di utenti transgender, per promuovere la cultura, l’informazione e lo scambio tra le diverse professionalità che si trovano coinvolte nella presa in carico.
7. La persona transgender deve essere tutelata anche nel periodo immediatamente successivo al rilascio, in particolare per quanto riguarda tutti gli aspetti medico-psicologici (avvio e facilitazione di un contatto con i servizi pubblici competenti).
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