Prevenzione delle azioni giovanili a rischio
Andrea Mian

Riassunto. Quella che segue è una proposta, metodologica ed operativa, riguardo la prevenzione delle azioni giovanili a rischio, come la guida in stato di ebbrezza, il consumo di sostanze stupefacenti, l’attività sessuale non protetta. Per comprendere come i giovani si approcciano al rischio è introdotto il concetto di strutture comunicative rischiogene. È inoltre brevemente descritto lo stile comunicativo testimoniale, risultato particolarmente efficace negli interventi di prevenzione rivolti agli adolescenti.

Parole chiave. Adolescenti, ricerca-intervento, rischio-pericolo-sicurezza, strutture comunicative specifiche, stile comunicativo.


Summary. Prevention on youth risky actions.
The following is a proposal, methodological and practical, regarding the prevention of juvenile risk-behaviour, like drunken driving, drug consumption and non-protected sexual intercourse. In order to understand the young people’s approaches to risks the concept of comunicative rischiogene structures is introduced. Moreover the testified comunicative style is shortly described, which turned out to be particularly effective in the prevention given to adolescents.

Key words. Adolescents, participative research, risk-danger-security, specific communicative structures, style of communication.


Resumen. Prevención de las acciones juveniles riesgosas.
Lo que sigue es una propuesta, metodológica y operacional relativa a la prevención de las acciones juveniles riesgosas, como conducir bajo la influencia del alcohol, el consumo de drogas, actividad sexual sin protección. Para entender cómo es el enfoque de los jóvenes al riesgo se intruduce el concepto de estructuras de comunicación riesgosa. Es también descrito brevemente el estilo de comunicación testimonial, resultado especialmente eficaz en las intervenciones de prevención dirigida a los adolescentes.
INTRODUZIONE
La seguente riflessione metodologica si basa sul lavoro, ormai decennale, di una équipe di sociologi e psicologi che si è formalizzata in cooperativa sociale. La cooperativa CoSMO, collaborando con aziende sanitarie e ambiti socio-assistenziali della Provincia di Udine, dal 1999 ad oggi ha realizzato 5 ricerche e 10 interventi di prevenzione specifici. In queste attività sono stati coinvolti più di 5000 adolescenti.
Qui verranno riportati gli aspetti qualitativi di questo lavoro. Per aspetti qualitativi intendiamo le scelte metodologiche, le forme comunicative utilizzate, le specifiche costruzioni di significati emerse dalle ricerche e dagli interventi di prevenzione. Per gli aspetti quantitativo/statistici si rimanda alla bibliografia [1].
A CHI È RIVOLTA LA PREVENZIONE
La prevenzione delle azioni giovanili a rischio è rivolta a gruppi formali ed informali di adolescenti, composti da ragazzi e ragazze dai 14 ai 19 anni. Per gruppi formali si intendono classi scolastiche, squadre sportive, gruppi parrocchiali o ricreativi, in cui ci sia la presenza di un adulto come un insegnante, un allenatore, un educatore, ecc. Il lavoro con questi gruppi comporta una collaborazione con gli istituti scolastici medi superiori, con le società sportive, con i ricreatori e le parrocchie. I gruppi informali di adolescenti sono, invece, quei gruppi di amici, comunemente chiamati compagnie, che si incontrano nei bar, nelle piazze, per strada, in alcuni impianti sportivi all’aperto senza la presenza di adulti. Per contattare questi gruppi, direttamente sul territorio, si è utilizzato un camper attrezzato chiamato “Nautibus” [1]. Le ricerche e gli interventi si rivolgono alle seguenti azioni a rischio: il consumo di alcol e sostanze stupefacenti, la guida in stato di ebbrezza e i rapporti sessuali non protetti.
DIVERSI TIPI DI AZIONI A RISCHIO
Il consumo di alcol o di sostanze stupefacenti può essere un sintomo di un disagio psichico evidente. In questi casi la prevenzione in adolescenza arriva tardi, nel senso che prevenire lo sviluppo di un disagio conclamato significa intervenire in infanzia, nelle relazioni familiari. Là dove c’è disagio psichico conclamato, come ad esempio in un disturbo di personalità borderline o un disturbo di personalità dipendente, le azioni a rischio diventano sistematiche e sintomatiche del disturbo. Le ricerche hanno però dimostrato che le azioni a rischio non sono un’esclusiva di ragazzi a disagio, ma possono essere attuate anche da adolescenti che stanno bene. In questo caso l’azione a rischio non è un sintomo di malessere, ma piuttosto assume un valore ricreazionale o di sperimentazione. Intossicazioni acute da alcol, guida in stato di ebbrezza, consumo di droghe sintetiche, talvolta di cocaina, e la fruizione rapporti sessuali non protetti sono azioni che possono essere compiute da adolescenti che non sono disagiati e che hanno avuto una socializzazione sana. È a questa parte di adolescenti che si rivolge la prevenzione delle azioni a rischio promossa dalla cooperativa CoSMO.
LE RICERCHE
La fase di ricerca consiste nella somministrazione e nell’analisi di questionari e di interviste semi-strutturate. La ricerca ha l’obiettivo di capire come gli adolescenti affrontano il rischio e quali significati costruiscono all’interno del proprio gruppo a riguardo. Si è notato che concetti come “amicizia” e “divertimento” possono assumere significati diversi da gruppo a gruppo. È importante quindi capire su quali premesse viene costruita la percezione del rischio. Per questo si è ritenuto utile partire dalla distinzione tra rischio, pericolo e sicurezza proposta da Luhmann [2]. Tale distinzione non è assoluta, ma è relativa ad un osservatore. Un’azione può essere osservata come rischiosa se i possibili danni sono percepiti come conseguenza della decisione di agire in quel modo, cioè il rischio è legato ad una scelta. La stessa azione può essere osservata come pericolosa se si ritiene che ci possano essere dei danni, ma questi sono indipendenti dalla decisione di agire in quel modo specifico, cioè gli eventuali danni sono attribuiti ad altre cause, esterne alla decisione. Infine l’azione può essere osservata come sicura se non si vedono i possibili danni.
Da una prospettiva costruttivista il rischio è una costruzione sociale (comunicazione all’interno del gruppo) e un costruzione psichica (convinzioni e credenze del singolo individuo). Una stessa azione può essere considerata rischiosa, pericolosa o sicura; ciò non dipende dall’azione in sé ma dall’osservatore. Quindi un’azione può essere definita a rischio da un operatore sociale, mentre può essere osservata come pericolosa o sicura da un adolescente; e come vedremo può accadere anche il contrario.
Ad esempio, la guida in stato di ebbrezza, nella prospettiva dei potenziali danni, può essere osservata dagli adolescenti nelle tre diverse forme:
• si ha la forma del pericolo quando un adolescente, o un gruppo di adolescenti, ritiene l’assunzione di alcol non immune da possibili danni, ma ritiene anche che questi danni hanno cause esterne, cioè non dipendono dalle scelte di chi ha bevuto. Un adolescente che si osserva in pericolo crede che guidare ubriaco possa procurare dei danni (ad esempio, un incidente stradale), ma che questi non dipendono dalle decisioni di chi guida ubriaco bensì da motivi “esterni”: dagli amici che l’hanno costretto a bere, da altri guidatori che gli vengono addosso, dalla sfortuna, dal destino, ecc.;
• si ha la forma della sicurezza quando l’adolescente crede che l’assunzione di alcol non possa produrre danni, quindi si auto-osserva non-a-rischio. Un adolescente che si osserva come sicuro è cieco rispetto alla possibilità di un incidente perché confida, ad esempio, nelle sue capacità di controllo, o ha fiducia cieca nel mezzo, o si sente invulnerabile;
• si ha la forma del rischio quando l’adolescente percepisce che l’assunzione di alcol può produrre danni e questi sono causati dalla decisione di bere. In questo caso c’è la possibilità di scegliere, ad esempio di non bere, per evitare i danni stessi. Un adolescente che si osserva a rischio crede che i possibili danni dipendano dalla decisione di bere e guidare, quindi ritiene il danno evitabile, facendo altre scelte.
In quest’ultimo caso è interessante notare come la percezione del rischio possa essere diversa da quello che ci si aspetta. Per esempio nella guida in stato di ebbrezza il principale rischio percepito, spesso, è quello del ritiro della patente piuttosto che quello di un incidente stradale. Questa diversa percezione del rischio incide sulle decisioni. Infatti, alcuni giovani che hanno bevuto scelgono comunque di guidare, ma su strade di campagna meno frequentate dalle forze dell’ordine.
Le prospettive di rischio, pericolo e sicurezza sono socializzate nel gruppo di amici, cioè gli adolescenti comunicando tra loro costruiscono propri significati. Nei gruppi informali si ha la forma comunicativa generale della frequentazione [3], che rappresenta la motivazione principale dello “stare in gruppo”: cioè la comunicazione intensa abbinata alla comunicazione estesa, che i ragazzi definiscono come amicizia e divertimento. Da questa aspettativa generale si strutturano forme specifiche in ciascun gruppo. Dalle ricerche emergono, infatti, varie strutture comunicative specifiche [4], cioè forme comunicative che in alcuni gruppi si ripetono costantemente strutturandosi in premesse. Questo significa che la comunicazione del gruppo ad un certo punto è vincolata dalle strutture specifiche, costruite dal gruppo stesso. Si ritiene che tale processo si sviluppi anche a livello di sistema psichico: cioè i pensieri si costruiscono tenendo conto dei pensieri precedenti, che si sono strutturati in forme costanti. Si tratta di quella che Bateson definisce come selezione naturale delle idee [5].
La strutturazione di significati riguardo a questa tipologia di rischi si sviluppa in adolescenza, per cui intervenire in questa età significa perturbare strutture di significato non ancora rigide ma in fase di costruzione.
Le nostre ricerche indagano in particolare quelle che chiamo le strutture comunicative rischiogene.
Un esempio di struttura comunicativa rischiogena è quella del “non a me”. Alcuni gruppi utilizzano sistematicamente tale forma comunicativa, per cui osservano che determinate azioni possono provocare danni, ma questi non riguardano loro: guidare ubriaco può causare un incidente, ma questo “non capita a me, è un’evenienza che accade sempre agli altri.
L’introduzione del concetto di struttura comunicativa rischiogena apre una riflessione metodologica riguardo l’efficacia della prevenzione. Spesso si identificano prevenzione ed informazione, dando per scontato che la persona informata dei potenziali danni automaticamente si mette a riparo dagli stessi. Questo presupposto viene messo in discussione se si ritiene che la struttura comunicativa rischiogena ha una funzione interpretativa dell’informazione. Nel caso sopra descritto, un ragazzo potrebbe anche accettare l’informazione che guidare ubriachi possa produrre danni, ma tale evenienza, se interpretata con la struttura specifica “non a me”, fa perdere all’informazione il suo valore preventivo (Figura 1). Un’ipotesi, supportata dalle nostre ricerche, è che l’informazione non faccia automaticamente prevenzione.
A seguire vengono descritti alcuni esempi di strutture comunicative rischiogene osservate nei gruppi di adolescenti:



• “Se capita capita” o fatalismo: questa struttura è tipica di coloro che ritengono che le proprie decisioni non incidano più di tanto sulla realtà. Si è notato che tale struttura è spesso promossa dall’osservazione della complessità della situazione. Cioè i ragazzi descrivono il problema da affrontare come troppo complicato e quindi rinunciano a cercare soluzioni (che a loro volta dovrebbero essere complesse) affidandosi al caso. Questa modalità è emersa specialmente nelle ricerche sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate e del contagio da HIV. Alcuni adolescenti riportano tutta una serie di casistiche (alcune improbabili) che possono rendere non funzionale l’uso del preservativo, come ad esempio la rottura dello stesso, la sua difficile reperibilità in determinati momenti, il suo costo, la difficoltà a parlarne con il partner, ecc. Questi ragazzi/e osservano talmente tanta complessità nell’utilizzo del profilattico che vi rinunciano, costruendosi l’idea che se deve capitare (gravidanza indesiderata o contagio HIV) può capitare, sia con il preservativo che senza. Questi ragazzi si osservano in pericolo, cioè sanno di poter subire dei danni (gravidanza indesiderata, contagio da HIV), ma ritengono di non poter fare nulla per evitarlo.
• Fortuna o sfortuna: queste strutture sono simili a quella precedente, per cui l’adolescente che le usa ritiene che le proprie decisioni siano inefficaci davanti alla fortuna o alla sfortuna: “Se uno è sfigato può fare quello che vuole, comunque gli va male”. Ragazzi che usano queste strutture comunicative riportano esempi di incidenti mancati, che alimentano l’idea di essere fortunati: “Da ubriaco mi va sempre bene”. Da un punto di vista comunicativo tali aneddoti, ad esempio sulla fortuna degli ubriachi, risultano spesso divertenti e questo promuove un senso di leggerezza e comicità rendendo meno visibili i potenziali danni delle azioni considerate a rischio dagli operatori, ma percepite come innocue dai ragazzi.
• “Io mi fido” o fiducia incondizionata: questa struttura comunicativa specifica è particolarmente frequente nelle adolescenti e promuove quello che abbiamo denominato “il rischio delle brave ragazze”. Si tratta di solito di ragazze intelligenti, socialmente ben inserite, attente alle esigenze degli altri, sensibili, che si mettono a rischio in modi che sembrano incomprensibili. Queste ragazze utilizzano la struttura della fiducia incondizionata come motivazione per intraprendere azioni a rischio riguardo l’attività sessuale, gli incidenti stradali e la sperimentazione di sostanze stupefacenti. Nel primo caso, la fiducia incondizionata verso il partner crea un senso di sicurezza (“quando c’è amore non può succedere nulla di male”), che limita l’utilizzo delle precauzioni; nel secondo caso molte ragazze salgono in macchina anche quando il loro ragazzo è ubriaco perché si fidano di lui o perché non possono lasciarlo rischiare da solo; e nel terzo la decisione di provare una droga è legata alla fiducia nell’amico/partner che propone il consumo. Negli ultimi quattro anni nel Nord-Est sono morte tre ragazze per assunzione di extasy. Dai resoconti della stampa emergono le caratteristiche sopra descritte: ragazze socialmente ben inserite, non tossicodipendenti, che si sono fidate in modo incondizionato di persone a loro affettivamente vicine. Tale struttura comunicativa si può osservare anche nei maschi, soprattutto nelle relazioni di amicizia. La fiducia incondizionata promuove un senso di sicurezza, cioè non vengono osservati i potenziali danni derivati dalle proprie scelte.
• Strutture pseudo-identitarie: si sono osservate tali strutture nella relazione che alcuni ragazzi, soprattutto maschi, hanno con l’alcol. Un esempio emerso più volte è quello del “friulano che non molla (di bere)”. Interessante osservare la stessa struttura, riscontrata in una ricerca della Provincia Autonoma di Trento, riguardo al mito del “montanaro gran bevitore” [6]. Queste strutture comunicative promuovono il senso del pericolo: un ragazzo sa che bere sistematicamente durante i week-end può portare danni alla salute, ma non può evitarlo in quanto crede che questa abitudine faccia parte della sua identità.
• “Divertimento a tutti i costi” e “non perdere l’occasione”: queste strutture riguardano sia un’esigua minoranza di adolescenti per i quali il divertimento è una priorità assoluta, sia un numero significativo di ragazzi per i quali in alcune occasioni è obbligatorio bere per divertirsi, come ad esempio a Capodanno ed a Pasquetta. Questa obbligatorietà toglie la possibilità di scelta, anche perché è diffusa l’idea che “lo fanno tutti”. Nella ricerca sull’affettività, la sessualità e la prevenzione da HIV [1] si è osservato un doppio standard riguardo la percezione dei rischi: uno standard maschile per cui fare sesso è soprattutto un’occasione da non perdere, al di là della disponibilità o meno di precauzioni, e uno standard femminile che utilizza la struttura della “fiducia e dell’amore incondizionato”. Accade così che le ragazze non introducano nella coppia il discorso delle precauzioni perché temono di offendere/ferire il loro partner, non vogliono rovinare un momento romantico o credono che quando ci si ama non possa accadere nulla di male; d’altra parte i maschi non affrontano il discorso delle precauzioni un po’ perché ritengono che sia un affare che riguarda le femmine e un po’ perché ciò potrebbe portare ad un rinvio del rapporto sessuale per organizzare un adeguato utilizzo delle precauzioni, facendo perdere l’occasione. Questo doppio standard limita la comunicazione all’interno della coppia di adolescenti, riducendo le probabilità di utilizzo di precauzioni.
Quelle sopra riportate sono solo alcune strutture comunicative specifiche emerse in fase di ricerca. Queste osservazioni hanno permesso di costruire degli interventi specifici che tenessero conto di tali modalità comunicative.
GLI INTERVENTI
Una evidenza emersa dalle ricerche riguarda il fatto che gli adolescenti non rischiano. Infatti raramente gli operatori osservano un adolescente che, consapevolmente, sceglie di intraprendere un’azione rischiosa assumendosi la responsabilità degli eventuali danni. Gli adolescenti compiono azioni, che gli operatori definiscono a rischio ma che loro osservano come sicure oppure pericolose. I ragazzi attuano quelle che noi definiamo azioni a rischio proprio per evitare alcuni rischi che osservano loro e che noi non vediamo. Per esempio un rischio molto sentito dagli adolescenti è quello della “brutta figura” nell’approcciare con l’altro sesso, ciò spinge alcuni ragazzi a bere alcolici per affrontare in modo più “spigliato” l’approccio. Il sentirsi a rischio di “brutta figura” per un eventuale rifiuto rende ciechi i ragazzi verso altri rischi, come la guida in stato di ebbrezza.
Gli interventi di prevenzione sono costruiti in base ai risultati delle ricerche che li hanno preceduti e sono rivolti sia ai gruppi di adolescenti che hanno partecipato alla fase di ricerca sia ai loro coetanei che non hanno partecipato ai questionari e alle interviste.
Tenuto conto che le informazioni vengono processate attraverso le strutture comunicative specifiche, è su queste che si concentrano gli interventi. Non ci si concentra sulle informazioni, anche se capita che gli operatori diano informazioni specifiche laddove richiesto o dove c’è confusione su certi aspetti, come ad esempio riguardo le modalità di contagio da HIV. Negli interventi si cerca di rendere visibili le strutture comunicative rischiogene, per metterle in discussione. Gli interventi hanno l’obiettivo di promuovere una riflessione, cioè una doppia osservazione: far osservare agli adolescenti come loro stessi osservano il mondo. Dal confronto con il punto di vista degli altri emergono le differenze che promuovono la conoscenza di se stessi. Talvolta gli adolescenti riportano un’unica prospettiva, naturale ed inevitabile, perciò conoscere altre posizioni permette loro di scegliere.
Negli interventi si promuove un confronto tra idee diverse, facendo emergere vantaggi e svantaggi nell’utilizzare le diverse strutture comunicative, e introducendo infine il concetto di scelta.
Nel concreto, l’operatore chiede al gruppo di adolescenti di discutere su alcuni temi come l’amicizia, il divertimento, lo sballo e le sostanze. L’operatore presenta al gruppo alcuni cartelloni-stimolo (Tabella 1) che riportano punti di vista degli adolescenti stessi, raccolti in fase di ricerca, con le preferenze sotto forma di percentuali. Nei cartelloni sono evidenziati diversi significati riferiti a parole comunemente usate, come appunto amicizia, divertimento, sballo, ecc.



Mostrando questi cartelli, l’operatore apre una discussione cercando di far emergere le strutture comunicative specifiche di cui si è parlato sopra. Si tenta quindi di promuovere un confronto nel gruppo riguardo ai temi proposti. Si dà spazio a tutti i punti di vista, condividendo la regola che le idee sono criticabili, ma non lo sono le persone che le esprimono. Vediamo alcuni esempi:
• “Non a me”. Molti ragazzi non sono consapevoli di utilizzare sistematicamente questa struttura comunicativa. Negli interventi, quando il gruppo concorda che un’azione è evidentemente rischiosa, l’operatore introduce la domanda: “Secondo voi come pensano quelle persone che rischiano in quel modo?”. Spesso sono i ragazzi stessi a sostenere che quelle persone siano convinte che i danni possano colpire solo gli altri. Altrimenti è l’operatore che testimonia (vedi sotto) riportando storie di ragazzi che si ritrovano in carrozzella per un incidente stradale, i quali descrivono quella loro situazione come impensabile prima, nel senso che mai avrebbero pensato che un incidente li potesse riguardare. Nello stesso intervento può succedere che uno o più partecipanti usino proprio la struttura del “non a me” riferita ad altre azioni. In questi casi sono i ragazzi stessi che criticano l’amico, sottolineando che se l’azione è diversa il modo di pensare è lo stesso. Così il gruppo sposta l’attenzione dall’azione al significato sottostante.
• “Se capita, capita”. Abbiamo visto sopra che tale struttura comunicativa è spesso legata all’osservazione di un eccesso di complessità. Con i ragazzi che usano questa struttura comunicativa specifica è, quindi, utile semplificare la situazione e dare valore alla scelta. Ad esempio l’operatore riporta la sua posizione personale “Per me la cosa più semplice è usare il profilattico: io decido di usarlo, lo uso bene e sono a posto”, inoltre descrive la complessità del non utilizzo, che comporta il coito interrotto, il tener conto del liquido precoitale, la preoccupazione e il senso di colpa per le eventuali conseguenze, il mancato rispetto del partner, la complicata gestione degli eventuali danni, ecc.
Risultano rischiosi gli interventi iper-specialistici di educazione sessuale, dove gli operatori danno ai ragazzi una massa di informazioni (percentuali di rottura del profilattico, scelta delle misure, possibilità di non funzionamento delle precauzioni, ecc.) che aumentano il senso di complessità, l’incertezza e quindi, indirettamente, il fatalismo.
• “Mi fido”. Tale struttura emerge spesso nelle accese discussioni all’interno del gruppo riguardo alla situazione in cui bisogna decidere se salire o meno su un’automobile alla cui guida c’è un ubriaco. Si è visto che se il guidatore è una persona affettivamente vicina, soprattutto le ragazze dichiarano di salire in macchina perché si fidano. Spesso questa fiducia viene messa in di­scussione da una parte del gruppo, “Se il guidatore ricambiasse l’affetto, non metterebbe a rischio la vita degli altri”. Inoltre salire in macchina significa confermare il guidatore, che potrebbe riproporre la stessa situazione in un’altra occasione. Viene introdotta l’idea che il non salire è un atto d’amore, per se stessi ma anche per il guidatore. Il quale, se rimane solo, è costretto a riflettere, magari quando gli è passata la sbornia. In questi casi l’operatore propone di ricercare delle soluzioni per evitare di trovarsi in questa difficile situazione. Viene quindi data importanza alla comunicazione preventiva, cioè viene proposto al gruppo di discutere e di organizzarsi non solo per l’andata, ma anche per il ritorno dai luoghi del divertimento. Lo stesso meccanismo viene proposto per i rischi legati al sesso. L’operatore sostiene l’importanza di comunicare riguardo alle precauzioni affrontando l’imbarazzo: parlare delle precauzioni con il partner è un atto d’amore, perché ci si preoccupa di sé e dell’altro. Alcuni adolescenti hanno proposto, intelligentemente, di far entrare l’utilizzo delle precauzioni all’interno del gioco amoroso, in modo da abbattere l’imbarazzo.
• Strutture pseudo-identitarie. In questi casi si apre una riflessione su come il senso di appartenenza rappresenti, da una parte un obbligo e una mancanza di libertà, e dall’altra solo una scusa per bere. Scusa utilizzata anche in altre zone d’Italia; e quindi dove sta l’identità?
• Riguardo al “divertimento a tutti i costi”, s’introduce l’idea di differenziare il divertimento dallo sballo facendo emergere le caratteristiche dell’uno e dell’altro e promuovendo l’osservazione che spesso i due sono incompatibili. Quando emerge la struttura specifica “non perdere l’occasione”, si apre una riflessione sugli aspetti emotivi nelle scelte, discutendo sul come e sul quando si gestisce un’urgenza pulsionale nei rapporti sessuali.
LO STILE COMUNICATIVO
Gli operatori si trovano nel difficile compito di far emergere, nella comunicazione, prospettive più prudenti, promuovendo l’autonomia di scelta degli adolescenti. Per raggiungere tale obiettivo si utilizza lo stile comunicativo testimoniale [3].
Gli operatori sono formati per mantenere la direzione della comunicazione durante gli interventi, senza cadere nel laissez faire, cioè senza lasciar scorrere a caso la comunicazione, ma evitando anche uno stile educativo che definisca in termini assoluti ciò che è sano e ciò che è patologico, ciò che è sicuro e ciò che è pericoloso, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
L’operatore dà importanza alla scelta consapevole e al fatto che per poter scegliere serve riflettere sulle diverse possibilità. Egli prende posizione ma in termini personali; questo significa che l’operatore si mette in gioco nella comunicazione come persona, con la sua unicità, le sue specificità e le sue esperienze di vita. Utilizzare lo stile comunicativo testimoniale significa per esempio:
• portare la propria posizione, le proprie esperienze personali, le proprie preferenze;
• attuare un comportamento coerente con quanto si dice e con gli obiettivi del progetto;
• riportare esperienze di altre persone utili a promuovere una riflessione;
• dimostrare la propria autonomia personale;
• confermare sempre la persona dell’adolescente, distinguendo la persona dai suoi comportamenti o idee;
• evitare i codici comunicativi convincere/essere convinti, aver ragione/avere torto ed essere nel giusto/aver sbagliato a favore del codice confrontarsi/non confrontarsi.

Questo significa che l’operatore deve essere in grado di selezionare quelle parti della sua esperienza e della sua personalità che siano utili all’intervento. Si è visto, attraverso l’audioregistrazione e l’analisi degli interventi, che lo stile comunicativo testimoniale, da un lato favorisce la discussione all’interno dei gruppi di adolescenti, e dall’altro permette all’operatore di portare le proprie prospettive. In tal modo è più probabile che, in presenza di prospettive di pericolo e/o di sicurezza, l’intervento orienti la comunicazione verso prospettive di rischio (Figura 2), cioè di maggior consapevolezza della correlazione tra possibili danni e decisioni, e quindi risulti evidente agli adolescenti la possibilità di scelta.
LIMITI E POTENZIALITÀ CULTURALI DELLA PREVENZIONE
La prevenzione, in Italia, si scontra con un ostacolo di tipo economico-culturale legato al bisogno di visibilità dei committenti. Si investe poco in prevenzione ed è diffusa la cultura dell’emergenza, quella in cui gli interventi d’urgenza messi in atto a danno avvenuto sono socialmente e politicamente visibili. Al contrario l’attività di prevenzione non è “spettacolare” e, se funziona, i risultati sono invisibili: un ragazzo che non va in coma etilico o un incidente stradale in meno non fanno notizia.
La scelta dell’équipe di basare l’intervento non tanto sull’informazione, quanto sulla messa in discussione delle strutture comunicative rischiogene ha richiesto un continuo confronto per promuovere questo tipo di approccio presso i committenti. D’altra parte questa scelta ha il vantaggio di sviluppare una prevenzione centrata sulla persona e non sulla specifica azione a rischio; questo significa che se un adolescente riconosce e limita la propria modalità del “non a me”, le sue decisioni saranno più consapevoli riguardo il consumo di sostanze ed alcol, la sessualità, la guida e forse, in futuro, anche il lavoro. In merito sarebbe interessante sviluppare una ricerca, per indagare quali strutture comunicative specifiche siano più diffuse tra i lavoratori a rischio.



La metodologia descritta prevede che ogni intervento con gli adolescenti sia diverso da quelli precedenti, quindi gli operatori devono essere competenti nel riconoscere e trattare le strutture comunicative e mantenere la direzione della comunicazione. Questo significa un’adeguata formazione degli operatori. Cosa che, se da un lato ha un costo, dall’altro, una volta appreso lo stile comunicativo appropriato, permette ad un operatore di lavorare in ambiti diversi e di riuscire a gestire i numerosi imprevisti comunicativi, caratteristici degli interventi con gruppi di adolescenti.
Fare prevenzione in questo modo significa, nei limiti del contesto locale, fare promozione culturale. Ciò vuol dire mettere in discussione alcuni presupposti, alcune premesse e alcune strutture comunicative che non riguardano solo gli adolescenti ma sono caratteristiche della cultura nella quale tutti noi siamo immersi.
BIBLIOGRAFIA
1. Giordani M, Noro A (eds). Nautibus. Esperienze e strumenti d’intervento sociale con gli adolescenti. Milano: Franco Angeli Editore, 2004.
2. Luhmann N. (1991) Sociologia del rischio. Milano: Bruno Mondatori, 1996.
3. Ansaloni S, Baraldi C (eds). Gruppi giovanili ed intervento sociale. Forme di promozione e testimonianza. Milano: Franco Angeli Editore, 1996.
4. Mian A. Progetto Nautibus. Gli atti del convegno. Marketing sociale per contrastare il consumo giovanile di alcol. Trento: Provincia Autonoma di Trento, Strumenti per la formazione 2008; 9: 108-14.
5. Bateson G. (1972) Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1977.
6. Arnoldi C. Il mito del montanaro grande bevitore. Le ricerche preliminari. Marketing sociale per contrastare il consumo giovanile di alcol. Trento: Provincia Autonoma di Trento, Strumenti per la formazione 2008; 8: 215-313.