Dettagli Luglio-Dicembre 2010, Vol. 33, N. 2 doi 10.1712/598.6990 Scarica il PDF(254,1 kb) Citazione Benini1 C. Quando le parole non bastano: la vignetta umoristica nella terapia relazionale. . doi 10.1712/598.6990 Scarica la citazione: BibTex EndNote Ris Altro dagli autori Articoli di Chiara Benini1 Quando le parole non bastano: la vignetta umoristica nella terapia relazionale titolo - split_articolo,controlla_titolo - art_titolo Quando le parole non bastano: la vignetta umoristica nella terapia relazionale autori - vau_aut_id Chiara Benini1 testo - art_testo «Scherzando, si può dire di tutto, anche la verità» S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio riassunto - art_riassunto Riassunto. Il lavoro propone una teoria e un’esperienza di utilizzo delle vignette umoristiche nel contesto clinico. Prendendo avvio da alcune considerazioni sull’uso terapeutico della battuta umoristica e sui vantaggi della comunicazione per immagini, vengono proposte alcune vignette riassumendo gli aspetti salienti dei casi in cui sono state impiegate. Il lavoro si conclude con alcune riflessioni sull’impiego di questo strumento in psicoterapia. parolechiave - lingua - vke_key_id Parole chiave. Psicoterapia, umorismo, vignette. abstract - art_abstract Summary. When words are not enough: the cartoon in relational therapy. The work proposes a theory and an experience of use of humorous cartoons in the clinical setting. Taking start from some considerations on the therapeutic use of funny cartoons and on the advantages of the communication for images, some cartoons are proposed summarizing the salient aspects of the cases in which they have been employed. The work ends with some reflections on the use of this tool in psychotherapy. keyword - lingua - vke_key_id Keywords. Psychotherapy, humor, cartoons. resumen - ignora Resumen. Cuando las palabras no son suficientes. La viñeta humorística en la terapia relacional. El trabajo propone una teoría y una experiencia de uso de los dibujos animados en el ámbito clínico. Partiendo de algunas consideraciones sobre el uso terapéutico del golpe humorístico y sobre las ventajas de la comunicación para imágenes, son propuestas algunas viñetas resumiendo los aspectos salientes de los casos en los cuales han sido empleadas. El trabajo se concluye con algunas reflexiones sobre el empleo de este instrumento en psicoterapia. testo - art_testo introduzione Proporre il tema dell’umorismo mette sovente in difficoltà perché sorge la tentazione di farlo, come in una matrioska, in modo umoristico, di dare un saggio di ciò di cui si parla già nel parlarne. Per mia fortuna il tema di questo lavoro mi esime da questo problema, grazie alla specificità del mezzo immagine e al suo distinguersi da motti e battute. Vorrei però sgombrare il campo dall’idea di un approfondito studio che preceda lo strumento terapeutico proposto. In realtà questo articolo costituisce una riflessione che definirei “a posteriori” su uno strumento nato quasi per caso e per gioco e utilizzato poi frequentemente e con grande serietà nel corso delle terapie. LO “SPIRITO” E LE PSICO COSE Breve storia del rapporto tra psicologia e umorismo La discreta mole di pubblicazioni, edite soprattutto negli ultimi decenni, sul tema “psicologia-umorismo” dà conto della vivacità del dibattito su questo argomento, trattato a partire da varie prospettive e con diverse finalità. Senza voler essere esaustiva, cercherò di evidenziare alcuni elementi di questo grande quadro utili alla presente trattazione. Il tema dell’umorismo e dei suoi usi e significati psicologici ha origini lontane: già filosofi quali Aristotele, Platone o Cicerone ne fecero oggetto delle loro riflessioni. Volendo indicare un punto di partenza più vicino alla contemporaneità la mente di ogni psicologo corre rapidamente a Freud e al suo saggio sul Witz, il motto di spirito. La trattazione, che si dipana tra una storiella e l’altra cercando di afferrare l’essenza di questa sfuggente creatura, giunge ad evidenziare come, attraverso la forte penetrazione nel livello inconscio, il motto di spirito permetta il superamento delle barriere della critica, arrecando sollievo e procurando vantaggio in termini di dispendio di energie psichiche [1]. Ai fini della presente trattazione, questo aspetto assume particolare rilievo poiché il superamento del livello critico-razionale è un elemento importante del valore aggiunto che l’umorismo porta quando è usato in un contesto terapeutico. In altri termini l’umorismo è un «mezzo per ridurre le pretese della mente e raggiungere il livello emotivo ottimale» [2] facilitando l’apprendimento, la memoria e la guarigione. Un altro punto di riferimento storico è il seminario che Bateson tenne nel ’52 presso la Macy Foundation, recentemente pubblicato. In questa occasione l’umorismo fu per Bateson uno spunto per parlare più in generale della sua teoria sulla comunicazione, da cui emergono intuizioni tutt’altro che trascurabili ai fini clinici, come l’idea che l’umorismo per funzionare abbia bisogno che gli attori coinvolti abbiano simili premesse di fondo e visioni condivise sulla vita. Spesso si incontrano terapeuti e pazienti con storie e premesse alquanto differenti, ma la necessità di assumere anche provvisoriamente un po’ della visione dei propri pazienti sulla vita è indispensabile per la costruzione di un rapporto efficace; di quella visione un terapeuta sistemico non può infatti che tener conto nello scegliere e nell’applicare i propri strumenti. Un’altra fondamentale osservazione, emersa in quello che fu uno degli ultimi seminari newyorkesi della Fondazione, riguarda il carattere convenzionalmente condiviso di “non pericolosità” dello humour: «l’umorismo è un modo giocoso per cambiare identificazione senza rischi di conseguenze» [3]. Forse proprio per questo «l’umorismo è uno dei pochi “stati” in cui possiamo tollerare la compresenza di diverse epistemologie, di diverse ottiche, senza ridurre tutto ad un solo punto di vista. [...] Si avverte così un distanziamento dalle nostre rappresentazioni usuali e l’emergere di una conoscenza sensibile, eccitante, multipla» [4]. Queste osservazioni non possono che essere significative per chi lotta ogni giorno con la difficoltà di portare a nuovi punti di vista, di far emergere sottomondi in ombra [5], di aiutare l’altro a cambiare la storia in cui si identifica. Più recentemente, nel dibattito sugli usi clinici dell’umorismo e sui rischi ad esso connessi, in una cornice di sostanziale accordo sulle potenzialità in ambito educativo, sanitario e psicoterapeutico, Gullotta esprime le riserve di cautela necessarie a chi vuole responsabilmente utilizzarlo, mettendo in guardia non soltanto dal farne uso con pazienti inadatti ma anche dal valore distruttivo che può avere, quando impiegato consapevolmente o inconsapevolmente, ai danni del paziente che ne esce squalificato e deriso [6]. Tra i contributi recenti è di notevole interesse il testo di Fry che sulle orme di Bateson, di cui era collaboratore, riprende e approfondisce l’assunto secondo cui l’umorismo costituisce una vera e propria forma di comunicazione, caratterizzata dal paradosso, con funzioni relazionali importanti, in cui aspetti impliciti ed espliciti devono necessariamente convivere ed essere condivisi tra i comunicanti. Importante è l’osservazione secondo cui «la comunicazione umana non è tuttavia esclusivamente una benedizione. […] Gli esseri umani infatti possono venire distratti dalle questioni sulla comunicazione primaria (che per la maggior parte è non verbale) a causa delle parole che vengono scambiate» [7]. QUANDO LE PAROLE NON BASTANO Le specificità del mezzo “immagine” «Ci sono momenti perciò in cui il semplice motto non basta, o perde efficacia essendo della stessa sostanza del contesto: annega in fiumi di parole!» L’immagine, dal canto suo, trae forza dall’essere immediata (anche nell’accezione di non-mediata) e di rapida codifica (circa 0,1 secondi), e permane facilmente nella memoria, come ben sanno i colleghi che si avvalgono di tecniche legate all’uso di fotografie o di sculture. La sua forza persuasiva è ben nota e ampiamente utilizzata, dalla pubblicità ai montaggi dei telegiornali. «La comunicazione attraverso le immagini è diventata oggi tanto massiccia da risultare preponderante rispetto alla comunicazione verbale, un fenomeno che si tende a spiegare con la capacità dell’immagine di raccontare, descrivere e sintetizzare in modo più diretto e immediato di quanto riescono a fare le parole» [8]. Per questo suo potere è impiegata anche in ambito psicologico in molti campi, come per esempio nelle tecniche di visualizzazione del gesto atletico “vincente” in psicologia dello sport. Il fatto che il cervello tenda a funzionare allo stesso modo nell’elaborazione di immagini mentali e nel contesto reale ci dà la misura dell’impatto che un’immagine presente nella nostra memoria può avere; Kolossyn parla infatti delle «immagini come abitanti per eccellenza della mente» [9]. Queste immagini, in base alla loro presenza e alla facilità con cui arrivano alla coscienza nel momento in cui cerchiamo una soluzione, ci guidano nelle scelte: è il repertorio delle possibili opzioni che riusciamo a vedere a dare spazio a percorsi alternativi. COMUNICARE SU, COMUNICARE CON Panorama attuale del rapporto psicologi e vignette «Il linguaggio del fumetto è un esempio significativo di utilizzo in contemporanea di due codici di comunicazione, l’immagine e la parola, entrambi inseriti in una struttura che prevede anche l’uso di alcuni accorgimenti grafici per enfatizzare gli atteggiamenti dei personaggi e favorire la percezione emotiva delle situazioni in cui sono ambientate le loro vicissitudini. L’immagine del fumetto riesce a descrivere situazioni, ambienti e azioni in modo sintetico, completo e immediato, di grande facilità di lettura» [8]. Fino ad ora la vignetta, nel nostro settore, è stata utilizzata soprattutto tra professionisti per comunicare con ironia sul proprio lavoro (per esempio, www.psychotherapy.net/humor/) o sui pazienti e le situazioni tipo che si affrontano con loro; tra questi, Recanatini [10] ha recentemente pubblicato un’insolita versione di manuale sui disturbi di personalità codificati nel DSM-IV che rende esempio con estrema chiarezza del diverso potere di penetrazione mentale che, grazie alla sua serie di vignette esplicative, ottiene rispetto alle approfondite, quanto piatte, spiegazioni di molti manuali di psicopatologia. Simili nei contenuti, hanno un potere di coinvolgimento emotivo assai differente, e non si tratta di una questione di semplice piacevolezza, poiché è proprio dall’impatto emotivo che dipende la facilità con cui assorbiamo i contenuti [11]. Tra i contributi più recenti, un insolito utilizzo è invece quello di Bonaiuto e Giannini che da anni si occupano di psicologia dello humour e che sostengono l’ipotesi per cui «l’esame sistematico dei paradossi costruiti dagli umoristi dovrebbe infatti consentire di individuare, a questo proposito, ciò che dà fastidio, ciò che fa piacere, ciò che finisce col denaturare queste attività e ciò che invece rispetta la loro funzione fondamentale» [12]: la vignetta, cioè, nell’evidenziare i paradossi, le incongruenze che la rendono appunto umoristica, svela gli aspetti impliciti, le aspettative di tipicità di ruoli, relazioni e contesti, e per questo – secondo la tesi degli autori – può essere un utile mezzo conoscitivo, a fianco dei classici metodi di ricerca psicosociale. Un cenno all’utilizzo terapeutico delle vignette si può invece trovare in Twerski. Seppure nei suoi libri, legati a filo doppio alle strisce di Schulz, non si tratti tanto direttamente di questo aspetto, quanto, nuovamente, di come il fumetto possa diventare uno splendido illustratore della natura umana nelle sue sfaccettature, nell’introduzione al testo l’autore segnala comunque un uso specifico delle vignette parlando di «psicoterapeuti, che ora utilizzano le vignette di questo autore come materiale di supporto alla terapia» [13]; aspetto purtroppo non meglio approfondito. LA VIGNETTA TERAPEUTICA Come, quando e perché I testi sopra individuati poco analizzano gli aspetti specifici dell’umorismo della vignetta mentre si soffermano abbondantemente su quello verbale. In relazione alla specificità dell’immagine a fumetti, Imbasciati sottolinea il potere prelogico del codice immagine, il rinforzo alla memorizzazione che l’uso congiunto di codice verbale e immagine possono portare se sintonici, e infine, ma non da meno, l’aspetto emotivo, di rispondenza maggiore a «processi mentali inconsci» [14], come emerge anche dall’uso delle vignette quali test proiettivi riportato da Fry [7]. Le funzioni ristrutturanti dello humor, con riferimento, come detto, per lo più all’umorismo verbale, sono descritte in diversi testi in modo più o meno sintetico; per quanto concerne il contesto trattato è possibile sottolinearne alcune specifiche funzioni, quali per esempio: • evidenziare le contraddizioni; • rappresentare una situazione; • aumentare la visibilità di un fenomeno; • rendere accettabile un concetto; • sdrammatizzare/drammatizzare. Oltre a ciò, nel corso di una terapia, l’impiego della vignetta può servire per: • introdurre temi non affrontabili direttamente, in maniera verbale (possono essere troppo pesanti da reggere o innescare reazioni difensive); • riproporzionare una situazione troppo teatralizzata o esasperarne una banalizzata per farla emergere; • fotografare un aspetto in ombra del problema. Si tenga conto che non c’è mai una sola funzione, e neppure una sola interpretazione della vignetta, per cui è bene porre attenzione nella scelta, ancorandola accuratamente al dialogo terapeutico già condiviso. Qualche esempio clinico può chiarire quanto detto finora. Carlo, 36 anni, lavora nel campo della sicurezza e richiede la terapia per una relazione tormentata. Già dalla prima seduta l’attenzione si sposta sul pesante passato di lutti, tragedie familiari e incidenti che hanno segnato la sua storia sin dalla giovinezza. Emerge una forte difficoltà a lasciarsi avvicinare emotivamente, anche dal terapeuta, di cui contrasta gli interventi con sottile arguzia. Nonostante ciò si crea una buona sintonia che permette un contratto chiaro sul desiderio del paziente di rilanciare la propria vita; si giunge, nel corso del lavoro, ad una ricostruzione nuova e condivisa della storia passata, da cui partire per affrontare il più difficoltoso avvicinamento ai meccanismi difensivi che lo mantengono in una vita immobile. La vignetta viene proposta a questo punto come un piccolo regalo e riprende (e rinforza) la metafora del regno già utilizzata in precedenti sedute (Figura 1). Lo scopo del terapeuta è di far emergere la discrepanza evidente tra le manovre di difesa del paziente alla vicinanza emotiva e il suo ostentato non temere nulla e nessuno, evitando però che, messo in discussione su di un nodo particolarmente sensibile, utilizzi nuovamente la sua abilità nel deviare dal tema. Carlo sorride, e dopo averla osservata commenta pensoso: “Ha ragione… mi colpisce molto il fossato … tiene gli altri a distanza”; è dunque lui stesso a riproporre e fare sua l’idea, già affiorata in precedenza ma mai assimilata, della fortezza dentro la quale si è protetti ma anche isolati. Questo piccolo dono, senza attaccare l’immagine ufficiale di un Carlo forte e temerario, permette alla discrepanza tra racconto e azione di delinearsi e di fare il suo ingresso ufficiale nel dialogo terapeutico. A distanza di molti mesi l’evocazione dell’immagine del fossato, senza ulteriori lunghe spiegazioni, diventa punto di partenza per ulteriori “scatti” in avanti. Il punto comune a tutte le diverse funzioni sopra elencate è perciò la capacità di sostenere il terapeuta nell’introdurre una differente lettura che risulti non soltanto sensata ma anche piacevole e accettabile, cioè plausibile, convincente ed esteticamente valida [11]. «L’umorismo, in questo modo, falsifica il processo stesso della definizione o della narrazione – più o meno volontariamente – a favore di una molteplicità di significati o di sensi possibili, proprio dove il “senso comune” propone invece un’ottica univoca. Il presupposto implicito di questa analisi è che possiamo sempre fornire diverse versioni di qualunque situazione, tutte compresenti e tutte ugualmente “accettabili”. Lo studio dell’umorismo diviene così anche l’occasione per riflettere sul modo in cui i contesti sociali creano le loro certezze condivise, e anche come tali certezze possano “dissolversi” e rigenerarsi» [4]. Ovviamente non tutte le diverse versioni che possono essere sostenute con la stessa vignetta sono ugualmente accettabili nel singolo caso; la loro presa dipenderà appunto dal contesto in cui vengono proposte. L’uso di una vignetta non può essere improvvisato, non soltanto per motivi terapeutici (l’umorismo può trarre anche vantaggio da una certa immediatezza), ma per motivazioni soprattutto organizzative: certamente non avrebbe lo stesso impatto se ad un certo punto, mentre il paziente parla, il terapeuta iniziasse a scartabellare in cerca della vignetta giusta, tirandola fuori così, nuda e cruda… come un prestigiatore che toglie al suo numero ogni effetto speciale, eseguendo soltanto un rozzo trucco. Non solo. È un tipo di intervento che non si può usare che una, forse due volte in una terapia. Per questo non è una carta che si può giocare con superficialità: va usata in un momento cruciale del discorso terapeutico, per segnare un passaggio importante o l’acquisizione di una consapevolezza. Un’altra occasione in cui può portare un valore aggiunto è alla fine della terapia o in previsione di un dropout, per evidenziare eventuali rischi residui, lasciando un memorandum di essi che il paziente porta via con sé, o una piccola sfida da affrontare al di fuori del setting terapeutico, come nel caso che segue. Michela, 40 anni, insegnante, chiede un aiuto in relazione a scelte di vita legate al credo religioso, vissute ormai con fatica. Il contratto terapeutico viene fatto sulla risoluzione del dubbio, su come procedere e sul raggiungimento di un nuovo e più sereno equilibrio. Il rapporto terapeutico si caratterizza per la continua alternanza tra un’eccessiva gentilezza e una forte simmetria, specchi rispettivamente di un invasivo “dover essere” (buona), legato alla morale cattolica, e dell’assoluto bisogno di dimostrare di essere speciale, degna di stima e di amore e al tempo stesso di proteggersi da sentimenti non corrisposti e dolorosi, mostrandosi superiore ai bisogni affettivi e sociali. Michela è una donna brillante, dai modi affabili, intellettualmente molto dotata, costretta in ruoli e situazioni limitate rispetto alle sue capacità e vissute come frustranti. Giunta ad un chiarimento delle proprie scelte e posizioni, si evidenzia la necessità di un lavoro più profondo su di sé che, secondo le previsioni del terapeuta, non verrà accettato, proprio per l’impossibilità di Michela di mettere in di-scussione tutto ciò intorno a cui ha organizzato la propria vita ma anche per i pochi punti di contatto che percepisce con le persone significative, non solo familiari, della sua esistenza. Legata a filo doppio ad una famiglia fredda e moralista, Michela non riesce ad uscire dal bisogno continuo di ricercare il loro amore aderendo ai bisogni profondi e contraddittori di genitori di basso ceto che chiedono che la figlia li riscatti ma senza mai spiccare sulla media (è peccato di superbia) e senza smettere di dipendere: Michela infatti, mentre il fratello ne è uscito, è rimasta in casa e ripropone, se non nelle parole certamente nei fatti, il canone an tico della figlia femmina che non si sposa per rimanere a prendersi cura degli anziani genitori. La seduta si svolge nella direzione prevista: il desiderio della paziente di allontanarsi da quella che sente come una forte minaccia prevale sul desiderio, pur presente, di ricercare un cambiamento. A questo punto la vignetta, proposta come dono di commiato, permette al terapeuta di metacomunicare sull’atteggiamento della paziente rispetto alle ambiguità del suo chiedere aiuto, dentro e fuori la terapia, senza che questo sia percepito come tentativo di convincere o finire in una sfida simmetrica poco proficua (Figura 2). Alla presentazione segue un momento intenso e silenzioso, ed una verbalizzazione finalmente “calda” sui significati possibili dell’immagine. L’intento è di lasciarle comunque, oltre i tempi e gli spazi della terapia, uno spunto per osservare le dinamiche che attua nei rapporti con gli altri e segnatamente quelli in cui si trovi in posizione one-down. In questo tipo di situazioni, come emerge dall’esempio narrato, la vignetta ha il grande vantaggio di sopravvivere alla voce del terapeuta, di non essere di-storcibile quanto il ricordo di una frase, magari saltando fuori da un cassetto mesi dopo, in un momento più propizio! ridere di, Ridere insieme La vignetta nei diversi setting terapeutici Gli esempi finora riportati, anche per semplicità esplicativa, riguardano esclusivamente situazioni di terapia individuale. Per quanto riguarda le terapie di coppia o familiari è necessario introdurre alcune ulteriori riflessioni. Il setting individuale è caratterizzato da un rapporto molto stretto tra terapeuta e paziente, un linguaggio che tende ad introdurre immagini e metafore ricorrenti, un certo grado di complicità, almeno nelle fasi di rapporto consolidato di cui stiamo trattando. Tale specificità rende più agevole individuare la giusta vignetta per quella situazione, come anche accoglierla per il paziente. Un’ulteriore specifica funzione può addirittura essere individuata nel ridurre i rischi proprio di tale stretto rapporto. La vignetta infatti, nonostante venga proposta dal terapeuta, non è completamente riconducibile ad esso. Costituisce invece una sorta di presentificazione del “normale”, una vox populi pungente o bonaria sui vizi e le virtù di ciascuno e di nessuno in particolare. Per questo risulta particolarmente utile in questi contesti l’utilizzo di vignette per così dire pubbliche, più che disegnate ad hoc. Il valore socializzante positivo dell’umorismo è riportato da molti testi; tra questi la ricerca condotta da Francescato [15] evidenzia il suo ruolo nella scelta e nella durata dei rapporti affettivi, sia amicali che sentimentali. In relazione al superamento di una crisi, si evidenzia una capacità prognostica favorevole nei casi in cui una coppia o una famiglia riesca a fare un uso condiviso dell’umorismo non solo nel quotidiano ma specificamente nei momenti di difficoltà o di tensione. Ovviamente tanto nella vita quanto nella terapia la funzione positiva del riso, o del sorriso, è legata al fatto che coloro che condividono l’implicita visione della vita, almeno sull’aspetto di cui ridono, si vengono inoltre a trovare in una medesima condizione emotiva, insomma ricevono rassicurazioni su di sé, sulle proprie letture del mondo e sulla reciproca relazione. Questo se si ride insieme. Se invece si ride di la cosa cambia, il riso diventa un modo di farsi forza a spesa dell’altro, si accresce la distanza e gli stati emotivi tendono agli opposti. Non è questa una condizione costruttiva, particolarmente in un setting terapeutico: è quindi necessario porre attenzione all’uso che si fa dell’umorismo nelle terapie individuali e, a maggior ragione, in quelle di coppia o familiari è indispensabile accertarsi che i membri della coppia o della famiglia non lo usino tra loro in questo senso. Partiamo dal caso di una terapia di coppia. Già solo con due pazienti la situazione è più complessa: il primo e più importante fattore di cui tenere conto è certamente l’equidistanza, poiché in questo tipo di situazione, a volte più ancora che nella terapia familiare, il livello di conflitto è alto e spesso il terapeuta viene usato (o almeno ci si prova) contro l’altro e a favore delle proprie rivendicazioni. In un intervento classico in seduta un misurato e controllato sbilanciamento ci può anche stare; diverso è invece se si tratta di qualcosa di fisico, cartaceo, che rimane alla coppia, qualcosa di simbolico ed evocativo come una vignetta, tanto più per il valore di sottolineatura della consegna “ufficiale”. La scelta di utilizzare questo strumento di comunicazione va quindi pensata accuratamente, valutando come ciascuno vedrà (e vivrà) la vignetta stessa. Può essere valutata anche l’ipotesi di due specifiche e distinte vignette, ma generalmente si tratta di una soluzione deteriore. È infatti preferibile una vignetta unica ma che dia alla coppia una comune storia su cui confrontarsi o costruire, piuttosto che due diverse opzioni, che per quanto più estetiche, incisive o sagaci, sono certamente anche più individualistiche. Il caso che segue ne è un valido esempio. Gianni e Lucia, di 46 e 35 anni, convivono da 5 anni e hanno una figlia, Arianna, di 2. Chiedono la terapia per i continui litigi che caratterizzano la loro vita insieme, in particolare dalla nascita della figlia che ha segnato una maggiore presenza dei genitori di Gianni, dettata anche da motivi organizzativi legati al lavoro della coppia che gestisce il bar tabacchi del paese. Sin dal principio il racconto, sia della loro storia sia dei litigi, è condiviso, almeno riguardo ai fatti: ciò che manca alla loro lettura è la comprensione che il conflitto nasce dai differenti significati che ciascuno dà agli stessi avvenimenti. Lucia ritiene il compagno poco attento nel sostenerla con Arianna, sente la presenza dei suoceri giudicante rispetto alle scelte educative e chiede a Gianni “di schierarsi”. Dal canto suo Gianni ritiene Lucia una buona madre, forse un po’ ingrata con i suoceri premurosi, mentre evidenzia una difficoltà di adattamento alle scarse attenzioni rivoltegli dalla moglie e al minor tempo dedicato ai propri interessi. In sostanza ciascuno ritiene di avere diritto a coccole, sostegno e rassicurazione, senza comprendere i motivi per cui l’altro chiede nei fatti altrettanto. Un “classico”, da cui risulta però difficile uscire, bloccati tra egocentrismi e proiezioni. Il lavoro nelle prime sedute fa emergere appunto quanto siano differenti i significati, soprattutto emotivi, che ciascuno attribuisce a ciò che accade quotidianamente tra loro, in relazione alla bambina, al lavoro comune e alle rispettive famiglie di origine. La fatica però rimane e le liti continuano di tanto in tanto, pur con un riavvicinamento reciproco una volta sbollita la rabbia. La vignetta, consegnata a ciascuno, alla settima seduta (a ridosso delle ferie estive) si propone come “memorandum” da consultare in caso di bisogno (Figura 3). Lucia la guarda, senza commentare, mentre Gianni si riconosce nell’uomo sorridente: “Forse a volte – dice – non mi rendo conto dei problemi degli altri, di cosa c’è nella loro testa”. A settembre, Lucia spiega di avere appeso la vignetta in cucina (luogo di molte discussioni) e che in varie occasioni ha dato spunto a racconti e confidenze con le amiche più care, facendole ridimensionare i problemi, o quantomeno la loro importanza. Gianni invece l’ha tenuta sul comodino, racconta che lo aiuta ad avere fiducia e che si sta sforzando di comprendere le ragioni di Lucia ed esserle più vicino. La terapia si conclude positivamente alla decima seduta. Incontrati per caso a distanza di circa un anno le cose procedono bene, la crisi superata ha portato maggiore complicità e l’idea – forse – di un altro figlio. Lavorando con le famiglie gli scenari possibili sono ancora maggiori per la compresenza di distinti sottosistemi. In questo caso è possibile rivolgere la vignetta all’intero nucleo familiare, come anche ad un solo sottosistema, ma senza perdere di vista che il suo potere dipenderà comunque anche dalle reazioni degli altri partecipanti. L’utilità dell’umorismo per la famiglia è comunque importante, come ben chiarito da Solfaroli, secondo cui è efficace nel permettere ai membri coinvolti uno scarico positivo dell’ansia e dell’aggressività, un maggior senso della misura, una comunicazione creativa, un senso di unione familiare e di padronanza delle situazioni [16]. Nel caso illustrato di seguito la vignetta aiuta il terapeuta a cambiare la lettura che la famiglia dà del sintomo, senza connotarlo negativamente o indurre colpevolizzazioni. Arianna ha 12 anni. Da oltre un anno soffre di disturbi gastrointestinali che preoccupano non poco i genitori, una coppia molto attiva sia sul lavoro che nella vita sociale composta da Claudio: 38 anni, imprenditore, e Ilaria: 35 anni, avvocato. La figlia, timida e sensibile, frequenta da poco la seconda media, non senza difficoltà ad adattarsi dopo le elementari fatte a tempo pieno dalle suore. Vengono inviati dalla nutrizionista a cui si sono rivolti dopo vari tentativi falliti di risolvere il problema; chiedono con insistenza consigli e non capiscono bene “che c’entra la psicologa”. L’esplorazione del sintomo e l’osservazione delle dinamiche interne alla famiglia rendono chiaro il significato relazionale dei sintomi della bambina, come anche le resistenze di tutti ad uscire da logiche mediche senza sensi di colpa: Arianna è infatti giunta inattesa e contro il parere delle famiglie di origine, preoccupate che i due giovani non si realizzassero nelle loro ambizioni a causa della figlia. Ultimamente le tensioni familiari sono aumentate per la crisi del settore in cui opera Claudio e con esse i malesseri di Arianna, che risultano efficaci nel richiamare al suo capezzale entrambi i genitori, sedare i conflitti e ridurre le richieste di eccellere. Viene quindi proposta la seguente lettura: “Arianna è molto giudiziosa: sa quanto le vostre professioni siano importanti per voi e fa di tutto per non darvi pensieri. A volte però qualche mal di pancia dispettoso la costringe a farvi mollare tutto e correre al suo capezzale, preoccupandovi – come ogni buon genitore – di capire cosa la faccia stare male. Avete tentato di tutto, ma il linguaggio di questo malessere è rimasto incomprensibile. Mi avete anche detto che è una ragazzina intelligente e sensibile, sempre pronta a sacrificarsi per gli altri ma troppo timida per farsi valere. (Ad Arianna:) Va detto che le sfide che stai affrontando in questo periodo sono molte e mi pare che tu sia anche un po’ preoccupata per papà e mamma che, come dicevi, corrono tutto il giorno e non sorridono più. (Ai genitori:) Vedete, non vi chiederebbe mai di lasciare il lavoro per stare con lei, a coccolarla un po’ come quando era piccina, ad ascoltare le sue preoccupazioni, anzi se potesse vi toglierebbe le vostre! Non è più una bambina piccola, ma forse questo la sua pancia non lo sa! Ilaria, lei si preoccupa molto ma poi, quando siete insieme, lei, sua figlia e il suo mal di pancia, ne approfitta per parlare un po’ ‘tra donne’, per stare insieme, e le piace. E lei, Claudio, quando Arianna non sta bene riesce a tornare prima dal lavoro, a ridimensionare i problemi che ha in ditta, per farle una delle sue ricette magiche, che la fanno stare meglio. Mi sono fatta l’idea che forse la pancia di Arianna creda di sapere ciò di cui la vostra famiglia ha bisogno e si dia un gran daffare per dirvelo, ma non ha voce e così lo fa come può, con dei segnali di fumo di cui non è sempre chiaro il messaggio. Il suo sforzo per aiutare voi e Arianna a crescere prevede un prezzo di dolori, visite e preoccupazioni perciò vi lascio un promemoria perché vi ricordiate di non farli diventare un incendio, questi segnali di fumo, e alle prime nuvolette vi mettiate in ascolto. E se non capite cosa dicono, forse potete provare insieme, ma – mi raccomando – senza strafare, a prestargli la voce… ” (Figura 4). I sintomi di Arianna scompaiono progressivamente nell’arco dei due mesi successivi; la coppia, dopo una prima fase di crisi, si riorganizza secondo nuove priorità legate ai reali bisogni familiari e lavorativi, e con maggiori margini di flessibilità. CASI PARTICOLARI A completamento della rassegna di esempi presentati, si riportano tre casi in cui le vignette sono state proposte in situazioni o momenti in cui è insolito il loro utilizzo. Una vignetta di seconda mano La scelta di una vignetta è soggettiva e legata ad una conoscenza approfondita del paziente e del processo terapeutico; è quindi difficile proporla per interposta persona in terapie condotte da altri. Può succedere comunque che il processo terapeutico e il terapeuta siano ben conosciuti e si possa sviluppare un’idea comune, come nella situazione che segue. Salvatore, 26 anni è in terapia da circa un anno e mezzo, poiché la sua vita si era impantanata in un’inconcludenza sempre più pesante, soprattutto negli studi. Da allora ha finito gli esami universitari e deve preparare la tesi, sta svolgendo uno stage presso una grossa azienda e porta avanti, seppur con fatica e senza mai definirsi, una relazione sentimentale stabile. Con la collega che segue il caso ci sono periodici momenti di scambio professionale; su questo caso lei osserva che nonostante i progressi Salvatore non può mai concedersi una soddisfazione, una vittoria, né può concederne alla terapeuta, perciò in seduta le recriminazioni vengono addirittura ingigantite. Il continuo bisogno di essere pungolato e la paura di perdere il legame con la terapeuta rendono difficile sia migliorare sia accontentarsi. Nasce così l’idea di utilizzare una vignetta che pare calzante: la scelta viene approvata dalla collega e se ne discute l’eventuale utilizzo. Lo scopo è mostrare al paziente il paradosso della sua posizione e introdurre con chiarezza nel dialogo terapeutico le dinamiche tipiche dei suoi legami relazionali e le motivazioni sottostanti. Alcune sedute dopo si verifica la situazione adatta per usare la vignetta scelta (Figura 5). Come immaginato dalla terapeuta il feed-back immediato è di solo parziale accettazione, coerentemente con lo stile del paziente. Ciononostante oltre allo spunto per la seduta contingente, la consegna della vignetta lascia margine perché egli la riconsideri in un secondo momento, senza la presenza della terapeuta. I mesi successivi vedono la soddisfazione e l’orgoglio manifesto di Salvatore per la laurea e una progressiva stabilizzazione nel lavoro. Per un buon contratto L’uso della vignetta è di norma sconsigliato all’inizio della terapia, quando non c’è ancora un rapporto consolidato. Ovviamente ogni buona regola permette qualche eccezione, come nel caso che segue. Nora ha 47 anni, viene inviata dal medico di base per lo stato depressivo che la contraddistingue, tra alti e bassi, da più di 20 anni o forse da sempre, come sottolinea lei presentandosi. Ha già varcato la soglia di numerosi professionisti: psicologi, naturopati, counsellor, psichiatri, erboristi e altre figure di cui non sa neanche lei definire le specificità. La complessità della sua storia clinica ma soprattutto umana richiede tre sedute iniziali di chiarimento prima che ci siano gli elementi per proporre un contratto terapeutico. In fase di definizione del contratto terapeutico il problema che si pone è in primo luogo quello di riportare la richiesta di aiuto dai livelli mitici in cui viene posta ad una più ristretta ma realistica di miglioramento della qualità della vita, viste anche le difficoltà finanziarie e familiari in cui la signora si trova. La scelta della vignetta, presentata come premessa alla proposta di contratto, evidenzia la discrepanza tra richiesta di terapia e aspettative di risoluzione magica di tutti i problemi di una vita, ma anche il vissuto della paziente di essere sempre rimandata a qualcun altro o a qualcos’altro senza mai ricevere risposte chiare (Figura 6). La paziente viene congedata al termine della restituzione con la richiesta di pensarci su fino alla successiva seduta, che viene comunque fissata per non farla sentire respinta o senza appoggio. La settimana dopo Nora telefona per rimandare l’appuntamento: ha un problema di salute, richiamerà non appena starà meglio. In effetti dopo due settimane richiama, fissando un appuntamento. Nel mese trascorso dice di aver molto sofferto, di aver pensato di lasciar perdere, anche vista la contrarietà del marito, ma di essersi infine decisa vedendo gli occhi tristi di Matilde, la figlia di 8 anni, che “merita una mamma migliore”. E aggiunge: “È tanto che giro in cerca di una risposta. L’idea che certe cose non cambiano è dura da ingoiare… non sono sicura di avere tutta questa forza… vorrei che fosse un po’ più facile…”. Il primo obiettivo “realistico” che Nora si dà è di ricominciare a “giocare e ridere con Matilde”. Significati e significanti Le consulenze sono sempre territori variegati in cui in un ristretto numero di sedute si condensano molte aspettative e la delicatezza di un mandato in qualche modo meno pieno. E a volte una certa dose di competizione professionale può complicare le cose. Loretta, 42 anni, chiede una consulenza per le difficoltà che sta incontrando con Vlad, 6 anni, di origine russa, adottato da lei e da suo marito Marco circa otto mesi prima. Mentre tra padre e figlio le cose vanno abbastanza bene, Loretta è impegnata in una continua lotta con il bambino. Inoltre da circa tre mesi Vlad è stato inserito in prima elementare e già due volte ha cercato di scappare da scuola, per questo su invito delle maestre si è rivolta a me. Loretta è pedagogista, aspetto che tiene molto a sottolineare non appena si entra nel territorio di come comportarsi col figlio, rimanendo molto sulla difensiva e rifiutando ogni messa in discussione. In questo panorama il rischio che si va già profilando è che lo stigma di “bambino difficile, problematico” ricada su Vlad. Nella seduta conclusiva, per aggirare le risposte simmetriche della signora viene proposta la vignetta, evidenziando che una buona interpretazione in un contesto può non esserlo in un altro. Si propone inoltre un doppio parallelismo con la situazione presentata: da un lato con la scarsa conoscenza reciproca dei differenti significati che gesti, parole e azioni hanno per Vlad e Loretta, dall’altro con l’intreccio tra piano professionale e materno in cui Loretta deve districarsi per decidere quale ruolo occupare (Figura 7). Il comportamento di Vlad è quindi ridefinito come un tentativo di comunicare ma ricordando che nel suo mondo di provenienza i significati erano diversi. Per questo fino a che non avranno conosciuto ciascuno i linguaggi dell’altro ci saranno degli attriti. La signora Loretta è riconosciuta come brava ed esperta nel suo lavoro ma ciò che come professionista è giusto non è sempre appropriato come mamma: Vlad non ha bisogno di un’altra educatrice e Loretta non ne ha di un altro paziente. L’avventura sarà scoprire i territori nuovi di mamma e di figlio. Loretta ascolta molto seria, guarda a lungo la vignetta, si alza e con la voce che si rompe commenta: “Pensavo che io non li avrei fatti certi errori… volevo essere la mamma perfetta, invece ho fatto un disastro! Mio marito mi dice di rilassarmi, ma come si fa…”. Il vissuto della signora viene accolto ma sconsiglia una proposta di prosecuzione che confermerebbe il senso di fallimento. Al di là della disponibilità per future eventuali necessità, viene indirizzata al gruppo post-adozione territoriale o, in alternativa, ad un’associazione di famiglie adottive e affidatarie. Ad alcuni mesi di distanza, la famiglia è più serena e l’integrazione di Vlad procede positivamente sia a casa che a scuola, dove non si sono più verificati problemi. CONCLUSIONI La prima volta è stato per caso. La necessità di dire in modo diverso si unì alla passione enigmistica fornendomi la soluzione su di un piatto d’argento. Ho così iniziato a tenere da parte gli spunti migliori, accumulandone un discreto numero, ormai abbastanza stabile. Infatti seppure sia ovvio che il continuo evolvere della realtà sociale crea sempre nuove occasioni per vignette di livello “scettico”a e che le diverse conversazioni terapeutiche e i differenti mondi e sottomondi dei pazienti danno vita ad una gamma potenzialmente infinita di ciò che è opportuno usare come “vignetta terapeutica”, è altrettanto vero che nel troppo si rischia di perdersi e perciò nella pratica una certa sintesi è necessaria. In alcuni anni dalla nascita di questa idea, ho raccolto e catalogato per tema una selezione di circa 200 vignette che trovo particolarmente fruibili nell’ambito terapeutico, pur continuando a cercarne di nuove per eventuali ispirazioni specifiche laddove quelle raccolte non soddisfino i criteri necessari. Ovviamente meglio nulla che una vignetta inefficace! È sempre bene tenere a mente infatti che, come ogni tecnica o strumento, per essere utile deve necessariamente connettersi ad un ragionamento terapeutico: l’uso che il terapeuta ne fa «non può essere né “naturale” né “implicito”. Egli deve piuttosto essere consapevole di come applicarlo in determinati modi, ciascuno volto a raggiungere determinati risultati» [7]. Secondo l’esperienza fin qui condotta, tra le molte cautele che si rendono necessarie, è da sottolineare che la vignetta umoristica: • va usata solo nella cornice di rapporti terapeutici consolidati; • deve essere chiaramente pertinente con i temi della seduta o della terapia nel suo dipanarsi; • deve essere utilizzata con parsimonia; • è più efficace se viene proposta con un certo grado di “solennità”. Detto questo è altresì vero che, come sottolinea Watzlawick, «C’è un’immediatezza in un fumetto ben scelto che spesso non può essere uguagliata da pagine di descrizione e analisi verbale» [17]. biblio_titolo - ignora BIBLIOGRAFIA bibliografia - art_bibliografia 1. Freud S. Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Torino: Bollati Boringhieri, 1991. 2. Bokun B. Ridere per vivere: come vincere lo stress. Milano: Mondatori, 1997. 3. Bateson G. L’umorismo nella comunicazione umana. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2006. 4. Casadio L. L’umorismo: il lato comico della conoscenza. Milano: Franco Angeli Edizioni, 2006. 5. Berger PL, Luckmann T. La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino, 1986. 6. Gulotta G. Il comportamento spiritoso: scherzare e ridere di sé, degli altri e della vita. Milano: McGraw-Hill, 2001. 7. Fry WF. Una dolce follia: l’umorismo e i suoi paradossi. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2001. 8. Marchesini I, Miliani M, Ravanelli F. Lettura dell’immagine: la percezione visiva, gli elementi della comunicazione visiva, la composizione, il racconto per immagini, il soggetto. Milano: Hoepli, 2005. 9. Brandimonte MA. Memoria, immagini, rappresentazioni. Roma: NIS, 1997. 10. Recanatini L. Scusate il disturbo!!! Una versione umoristica dei disturbi di personalità. Roma: Alpes, 2008. 11. Manfrida G. La narrazione psicoterapeutica: invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale. Milano: Franco Angeli Edizioni, 1998. 12. Bonaiuto P, Giannini AM. Psicologia dello humour: l’esperienza umoristica, la personalità e il mondo delle illustrazioni. Roma: Kappa, 2007. 13. Twerski AJ. Parliamone, Charlie Brown! Come sopravvivere alla propria famiglia con l’aiuto dei Peanuts. Milano: Mondadori, 2005. 14. Imbasciati A, Castelli C. Psicologia del fumetto. Firenze: Guaraldi, 1975. 15. Francescato D. Ridere è una cosa seria: l’importanza della risata nella vita di tutti i giorni. Milano: Mondatori, 2002. 16. 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