Dettagli Gennaio-Giugno 2010, Vol. 33, N. 1 doi 10.1712/514.6132 Scarica il PDF(149,9 kb) Citazione Pedone E. Terapia familiare con l’ausilio dell’EMDR: uno strumento forte per elaborare piccoli e grandi traumi vissuti dai bambini e dagli adulti. . doi 10.1712/514.6132 Scarica la citazione: BibTex EndNote Ris Altro dagli autori Articoli di Esther Pedone Terapia familiare con l’ausilio dell’EMDR: uno strumento forte per elaborare piccoli e grandi traumi vissuti dai bambini e dagli adulti titolo - split_articolo,controlla_titolo - art_titolo Terapia familiare con l’ausilio dell’EMDR: uno strumento forte per elaborare piccoli e grandi traumi vissuti dai bambini e dagli adulti autori - vau_aut_id Esther Pedone riassunto - art_riassunto Riassunto. L’utilizzo dell’Eye Movement Desensitisation and Reprocessing (EMDR) in molte situazioni di Terapia Familiare che ho trattato ha accelerato in modo efficace la risoluzione dei problemi. L’EMDR viene definito dalla stessa ideatrice (Francine Shapiro) come un metodo usato fondamentalmente per accedere, elaborare e portare ad una risoluzione adattiva i ricordi di esperienze traumatiche, ricordi che stanno alla base dei disturbi psicologici attuali del paziente. Presenterò alcuni casi di terapia familiare e, per uno di essi, mi soffermerò su una seduta in cui, con l’ausilio dell’EMDR, ho accompagnato la signora, che chiamerò Giulia, mamma del nucleo familiare in trattamento, nell’elaborazione di un trauma vissuto 16 anni prima: la morte della figlia di 6 mesi. La signora Giulia durante la seduta ha rivisitato il ricordo traumatico esplicitando pensieri, sentimenti e reazioni fisiche legate all’evento. Durante l’elaborazione si è distanziata, si è rivista nel suo dolore e ne ha avuto compassione, poi ha favorito l’accesso di pensieri positivi congelati in tutti questi anni. La cosa sorprendente è quanto accaduto in una singola seduta, tale elaborazione si ottiene in periodi molto più lunghi di psicoterapia. parolechiave - lingua - vke_key_id Parole chiave. EMDR, elaborazione trauma, terapia familiare. abstract - art_abstract Summary. Family therapy with the aid of EMDR: a powerful instrument to process small and big traumas experienced by children and adults. The use of Eye Movement Desensitisation and Reprocessing (EMDR) in several cases of Family Therapy I treated effectively accelerated the resolution of problems. The EMDR is defined by its originator, Francine Shapiro, as a method mainly used to access, process the memories of traumatic experiences, memories that trigger the patient’s current psychological disorders, and to lead to their adaptive resolution. I will describe a few cases of family therapy and, for one of them, I will focus on a session in which, with the help of the EMDR, I accompanied the patient, whom I will call Giulia (the mother in the family undergoing treatment), in the reprocessing of a trauma she experienced 16 years earlier: the death of her 6-month-old daughter. During the session, Giulia revisited the traumatic memory by expressing thoughts, feelings, and physical reactions linked to the event. During the processing phase, she distanced herself, she saw herself again in her pain, felt compassion for it, and then she favored the access to positive thoughts that had been frozen for all those past years. The surprising aspect is that the processing took place in a single session, something that usually requires a much longer psychotherapy treatment. keyword - lingua - vke_key_id Key words. EMDR, trauma elaboration, family therapy. resumen - ignora Resumen. El utilizo del Eye Movement Desensitisation and Reprocessing (EMDR) en muchos casos de Terapia Familiar que he tratado ha acelerado de manera eficaz la resolución de los problemas. El EMDR es definido por su creadora, Francine Shapiro, como un método utilizado fundamentalmente para acceder, procesar y llegar a una resolución adaptiva de los recuerdos de experiencias traumáticas, recuerdos que causan los trastornos psicológicos actuales del paciente. Presentaré unos casos de terapia familiar y, para uno de ellos, me voy a detener en una sesión en la que, con la ayuda del método EMDR, he acompañado a una cliente, que llamaré Giulia (la madre en la familia bajo tratamiento), en el reprocesamiento de un trauma que ella había sufrido hace 16 años: la muerte de su hija de 6 meses. Durante la sesión, Giulia ha revisado el recuerdo traumático expresando pensamientos, sentimientos, y reacciones físicas relacionadas con el evento. Durante la elaboración ella se ha distanciado, ha vuelto a verse en su dolor, por lo que ha sentido compasión, luego facilitando el acceso a pensamientos positivos congelados en todos esos años. Lo que sorprende es que el reprocesamiento tuvo lugar en una sesión, lo que normalmente se logra en períodos de psicoterapia mucho más largos. testo - art_testo INTRODUZIONE Bateson dice: “L’arte è l’abile uso di ciò che è già noto, di ciò che è già nella testa dell’ascoltatore, per dargli modo di aggiungere i particolari mancanti. Lo stato di pre-conoscenza del destinatario di ogni messaggio è una condizione necessaria per qualsiasi comunicazione. Questo libro non può dirvi nulla se non ne conoscete già i nove decimi” [1]. Ed io mi sono domandata più volte, nel pensare questo scritto, come potesse aver senso parlare di qualcosa che per molti è ancora completamente nuova, e ho deciso che la cosa più semplice fosse proporre la mia “nuova” esperienza come terapeuta familiare con l’Eye Movement Desensitisation and Reprocessing (EMDR); e perché parlarne? perché il mio modo di fare terapia ne è stato potenziato. Chiarirò dapprima cos’è l’EMDR e su quali basi si fonda; farò in seguito riferimento alla letteratura che parla della Terapia Familiare con l’ausilio dell’EMDR ed inserirò a tal proposito alcuni casi che ho trattato; di uno riporterò la trascrizione dell’elaborazione con l’EMDR; infine, proporrò la casistica che fa riferimento agli ultimi due anni dei casi seguiti da me e dall’équipe Naven anche durante il training di Terapia Familiare. L’interesse per questo approccio è nato dopo aver letto un libro sull’elaborazione del lutto nei bambini: “Tu non ci sei più e io mi sento giù” scritto da Rita Russo e Anna Rita Verardo, due psicoterapeute che adottano l’EMDR (Figura 1) [2]. Conoscevo Rita Russo da anni come terapeuta familiare e cara amica, ho invitato lei e Anna Rita Verardo a Udine organizzando un Convegno che aveva lo stesso titolo del libro e vedeva loro due come uniche relatrici sul tema affrontato dal libro. Il libro non parla di EMDR ma è una guida importante per aiutare i bambini, e gli adulti che se ne prendono cura, ad elaborare la perdita di una persona importante come può essere un genitore. Grande è stato il nostro interesse quando ci hanno parlato dell’uso che loro fanno dell’EMDR per facilitare ed accelerare l’elaborazione del lutto sia quando l’evento riguarda il singolo nucleo familiare, sia se è legato a situazioni di catastrofi collettive. Come équipe Naven abbiamo poi fatto un corso di EMDR ed abbiamo iniziato ad applicarlo partendo proprio da varie situazioni sull’elaborazione della perdita di un genitore in bambini di varia età. LA CRISTALLIZZAZIONE DEI TRAUMI Tutti noi abbiamo vissuto traumi di piccola o grande portata, gli avvenimenti molto dolorosi lasciano un’impronta profonda nel nostro cervello. Il solo parlare dell’evento, vedere qualcosa o sentire un odore che ce lo ricorda, attiva la parte più profonda del nostro cervello emotivo: 1) la zona dell’amigdala, come attivatore rapido della paura; 2) la corteccia visiva, come se improvvisamente si rivedesse l’immagine disturbante; 3) spesso può essere disattivata in queste situazioni l’area di Broca come una specie di anestesia della parte del cervello responsabile dell’espressione del linguaggio, è come non trovare le parole per descrivere cosa e come si è vissuto il trauma [3]. IL SAPERE È DIVERSO DAL SENTIRE Spesso gli avvenimenti più dolorosi non si cicatrizzano del tutto e continuano a sanguinare anche a decenni di distanza attivando sintomi simili a quelli vissuti durante l’evento traumatico [4]. È esperienza comune di noi terapeuti confrontarci con pazienti che hanno più volte rivisitato l’evento traumatico, che sanno benissimo che non dovrebbero stare così male, sono coscienti che quanto è accaduto ormai fa parte del passato e che ora non sono più in pericolo. Qual è il punto: lo sanno ma non lo sentono; è come se le parti del cervello cognitivo che contengono tutto il sapere adeguato alle circostanze non riescano ad entrare in contatto con le aree del cervello emotivo segnate dal trauma, le quali continuano ad evocare emozioni dolorose. Il lavoro che molto spesso fanno i nostri pazienti è quello di tenere tutto sotto controllo perché non prenda il sopravvento la parte emotiva ma le cicatrici emotive del cervello limbico sembrano sempre pronte e riaprirsi quando la vigilanza del cervello cognitivo e la sua capacità di controllo si allentano anche solo temporaneamente. EMDR L’EMDR è un acronimo e sta per Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari e si basa sulla rielaborazione adattiva dell’informazione che avviene a livello neurofisiologico. Tale paradigma parte dal presupposto che i fenomeni patologici dipendono da esperienze disturbanti del passato, che avviano un modello permanente di emozioni, comportamenti, cognizioni e le strutture di identità che ne conseguono [5,6]. Le informazioni sugli eventi disturbanti vengono immagazzinate in forma disfunzionale nel sistema nervoso e possono essere adeguatamente integrate mediante un sistema di elaborazione e risoluzione adattiva attraverso il protocollo EMDR. Il meccanismo innato di autoguarigione Nell’uomo, infatti, il sistema di elaborazione dell’informazione è innato: normalmente le informazioni vengono elaborate in modo tale da poter essere adeguatamente integrate e utilizzate in futuro; in presenza di esperienze emozionali disturbanti il meccanismo si blocca [4]. L’EMDR interviene proprio su questi blocchi, li risolve attivando il meccanismo innato di autoguarigione. Le esperienze difficili dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta, compresi i modelli genitoriali, possono essere assimilabili agli effetti neuropsicologici del trauma: l’intervento con l’EMDR porterebbe queste esperienze verso l’integrazione e la risoluzione [5-7]. Noi possiamo auto-riparare le nostre ferite sia nel corpo sia nella psiche. Se la ferita è piccola le piastrine del nostro corpo si adoperano per rimarginare la ferita, se la ferita è grande è il medico che, avvicinando i lembi, favorisce il processo di auto-guarigione. Questo accade anche nella psiche (figura 2): se la ferita è grande o reiterata il meccanismo di auto-guarigione si blocca, la persona non riesce da sola ad elaborare l’evento e l’informazione rimane racchiusa in una rete neurale con le stesse emozioni, convinzioni, e sensazioni fisiche che esistevano al momento dell’esperienza originale; questo nel tempo si può generalizzare e provocare sintomi di ansia, depressione, stress ed è lì che interveniamo noi psicoterapeuti [6]. La focalizzazione dell’EMDR è sul ricordo dell’esperienza traumatica che ha contribuito a sviluppare la patologia o il disagio che presenta il paziente. La desensibilizzazione e il cambiamento di prospettiva in ambito cognitivo osservabili durante una seduta di EMDR riflettono l’elaborazione del ricordo dell’esperienza traumatica: il paziente per la prima volta “vede” il ricordo lontano, distante, modifica le valutazioni cognitive su di sé incorporando emozioni adeguate alla situazione ed eliminando le sensazioni fisiche disturbanti. Al termine di una seduta completa di EMDR il paziente è quindi in grado di pensare all’evento traumatico senza alcun disagio emotivo facendo una valutazione positiva su di sé come persona e senza alcun disturbo a livello corporeo [7]. La stimolazione bilaterale alternata L’EMDR si basa sugli effetti che produce la stimolazione bilaterale alternata di alcuni organi di senso (visivi, tattili o acustici) sui due emisferi cerebrali (per un approfondimento sulla ricerca scientifica sull’EMDR cfr. Isabel Fernandez in “EMDR: uno strumento di dialogo tra le psicoterapie” a cura di Marina Balbo [7]). La stimolazione avviene tramite brevi set; tra uno e l’atro il paziente è invitato a dire cosa ha notato durante la stimolazione. Il tutto è inserito in un apposito protocollo diviso in 8 fasi. Il processo di elaborazione dell’informazione che avviene in seduta attiva gli aspetti cognitivi, emotivi, comportamentali e neurofisiologici, e questo lo rende rapido ed efficace (figura 3); infatti, per elaborare l’informazione si accede contemporaneamente alle immagini, alle sensazioni, alle emozioni ed alle convinzioni che il trauma evoca facilitando l’integrazione tra i vari livelli. Cosa c’è di nuovo? Voi direte: “cosa c’è di nuovo, cosa c’è di tanto diverso da quello che normalmente si fa in psicoterapia?” Quello che c’è di diverso è la rapidità con cui questo processo elaborativo ha luogo e la risolutiva desensibilizzazione e ristrutturazione cognitiva che ne deriva, proprio perché la stimolazione bilaterale inserita in un preciso protocollo attiva e velocizza il processo di elaborazione integrato (cognitivo ed emotivo) e ciò che cambia è il “resoconto narrato” o più semplicemente il resoconto di quanto accaduto. Uno dei pilastri su cui convergono vari indirizzi terapeutici è che non sono i fatti in sé accaduti a determinare il nostro equilibrio psichico ma il modo con cui li abbiamo elaborati, e la qualità del racconto che poi nel tempo riusciamo a farne ne è la prova. Il racconto è fondamentale, ma qui il racconto diventa diverso, nel rivisitare un ricordo si introduce una “terza dimensione”, è come se da un racconto in bianco e nero emergessero i colori. È come se la parte attivata dall’emisfero cognitivo non andasse a condizionare il livello emotivo che è libero di esprimersi in tutte le sue forme che rappresentano proprio i colori. Quello che mi ha colpito è la qualità del racconto che il paziente fa dei ricordi a cui accede: è come se si liberasse di alcuni vincoli che gravavano sulla narrazione, loro stessi si stupiscono dei pensieri, delle immagini e delle sensazioni che provano, spesso dicono che è come se lo rivivessero in modo nitido ma pian piano, nel susseguirsi delle stimolazioni bilaterali, è come se cambiasse la tonalità e la qualità emotiva con cui guardano all’evento. L’EMDR come potenziatore della terapia familiare La Terapia Familiare sistemica è forse, tra le varie terapie, quella che più si avvale di diversi strumenti terapeutici, e l’EMDR è uno strumento di cui ci possiamo avvalere qualsiasi sia il modello di psicoterapia cui facciamo riferimento L’efficacia dell’EMDR nelle terapie individuali è dimostrata da un’ampia letteratura e nulla toglie che si può ricorrere all’EMDR anche in terapie individuali sistemiche. In questi ultimi anni alcuni autori hanno riferito dell’utilizzo dell’EMDR in terapie familiari o di coppia. Teresa Inés Martin Burrone [8] considera l’EMDR uno strumento molto efficace per lavorare in terapia di coppia congiunta sostenendo che aiuta a riparare le ferite lasciate dai legami d’attaccamento insicuri, offrendo alla coppia la possibilità di vivere insieme durante la seduta un’esperienza diversa e tangibile di empatia e disponibilità. Inoltre, permette di costruire un senso di fiducia reciproca che gradualmente scioglie le loro difese, in particolar modo l’abitudine di difendersi dall’altro. Anche Mark D. Moses [9] è dello stesso avviso e aggiunge: “Quando la prima volta i partner si incontrano e si innamorano condividono più racconti personali di esperienze tanto positive quanto dolorose e anche le loro paure. Questo può costituire un test di impegno e affidabilità futura, così come un tentativo di accudimento e di accettazione reciproca. Non appena i membri della coppia iniziano a fungere da reciproca fonte di supporto, la loro relazione assume un’ulteriore componente di attaccamento, vale a dire rappresenta un “rifugio sicuro” dove si attua la promessa di reciproca guarigione. Nel corso del tempo però possono avvenire delle ferite (per es., tradimento, abbandono, rifiuto, disconferma e non rispondenza che possono portare ad un conflitto o ad un distanziamento cronico. È possibile che la coppia cerchi aiuto nella terapia, dove la stabilità ed il comportamento di superficie migliorano (cambiamento di primo ordine). Poi si richiede un cambiamento più profondo e di maggior sostegno (cambiamento di secondo ordine). Se si raggiunge un impasse e la coppia rimane bloccata, si prende in considerazione l’EMDR per elaborare problematiche di attaccamento individuali e ricreare un attaccamento tra i due partner. Il lavoro consiste nel focalizzarsi prima sull’attuale ferita di attaccamento e poi esplorando per desensibilizzare e rielaborare ogni ricordo generatore (del passato) collegato. Sempre Mark D. Moses aggiunge: “Lavorare congiuntamente equilibra il sistema dal momento che nessuno dei due partner viene identificato come il “problema”, ed entrambi hanno la possibilità di sperimentare degli insight l’uno nel passato dell’altro. Lavorando congiuntamente, ogni individuo ha la possibilità di accedere alle ferite passate mentre il rispettivo partner può assistere in modo compassionevole e sperimentare in modo vicario il dolore; questo può attivare una sintonizzazione reciproca. L’aumento di empatia e comprensione può accelerare un fondamentale spostamento in quanto vecchi racconti, difficili e disturbanti vengono rimpiazzati da storie nuove più tenere e amorevoli. CASI CLINICI Terapia di coppia: dove il sapere diventa sentire Quando arrivano da noi (terapia trattata durante un gruppo di training del IV anno presso Naven) la prima cosa che ci dicono è che entrambi hanno già fatto un percorso personale di 5 anni lui e di 7 lei ma che non li ha aiutati a vivere meglio la relazione tra loro che anzi, adesso, sta precipitando: lei accusa lui di essere sempre nel suo mondo e di non accorgersi di lei, lui accusa lei di essere tagliente e di ferirlo di continuo accusandolo di tutto e facendolo sentire inadeguato. Ci sono tutti gli elementi per una terapia di coppia. Ci raccontano la storia di coppia e fanno riferimento alle rispettive famiglie di origine sottolineando le problematiche di attaccamento che hanno vissuto da bambini che, a loro dire, hanno così bene elaborato nelle rispettive terapie individuali. Proponiamo le sculture fenomenologiche e mitiche del protocollo di Caillé e quello che notiamo è che, nonostante fossero diventati esperti dei meccanismi che in passato li avevano fatti soffrire, si ritrovavano a riviverli in relazione al partner con la stessa intensità. Il lavoro con l’EMDR sulle situazioni disturbanti del passato (ricordo generatore collegato) ha liberato dalla componente dolorosa i ricordi che più volte erano stati rivisitati e analizzati negli anni del lavoro psicoanalitico: lei ha rivisitato le prime volte in cui ricordava di essere stata pesantemente disconfermata dalla madre al punto di sentirsi di “non esistere”; lui le prime volte in cui il padre si rivolgeva a lui come ad un “inadeguato totale”. L’EMDR ha favorito una desensibilizzazione e una ristrutturazione cognitiva di questi ricordi e del senso di sé ad essi collegato favorendo un’elaborazione adattiva a livello neurofisiologico. A ricavarne un vantaggio diretto è stata la relazione di coppia e la terapia si è conclusa in breve tempo. Kaslow et al. [10] riportano casi di applicazione dell’EMDR entro situazioni di mediazione coniugale sistemica conflittuale, oppure come intervento individuale affiancato quando in una terapia familiare si determina un impasse. Riportano, inoltre, terapie familiari con minori, in cui il genitore affronta, grazie all’EMDR, nuclei problematici risalenti alla propria infanzia che impediscono una buona relazione di attaccamento col bambino. Le autrici esemplificano l’applicazione dell’EMDR entro sedute individuali abbinate a sedute di coppia o con le famiglie, e di solito le sedute risultano “abbinate” sulla base della necessità terapeutica di approfondire un “blocco” emotivo-cognitivo per uno dei partecipanti alla terapia. In tutte le situazioni analizzate si osserva la ricaduta positiva nella terapia familiare in ogni modificazione che avveniva nel corso della sedute EMDR. Va anche ricordato che sedute individuali in alternanza a quelle familiari, ma condotte sempre con un orientamento sistemico, sono usate abbastanza frequentemente in terapia familiare e sono state introdotte per permettere uno spazio individuale di rielaborazione o per completare un percorso di cura con un intervento sistemico individuale dopo un lavoro con la famiglia [10]. L’uso dell’EMDR direttamente con bambini ed adolescenti nella nostra pratica clinica si è rilevato estremamente rapido ed efficace. Isabel Fernandez [11] riporta che negli Stati Uniti l’EMDR è applicato in modo molto diffuso dagli psicologi dell’ètà evolutiva che hanno ottenuto buoni risultati. Con i bambini la tecnica deve venir applicata tenendo presente le condizioni di vita del bambino, il contesto familiare, il contesto scolastico, la motivazione etc. Se il bambino ha vissuto un trauma ed è molto piccolo, lì dove i genitori possono fungere da supporto, è bene che siano presenti ma in questo caso va anche elaborato l’impatto che il trauma ha avuto sui genitori stessi. Il lutto traumatico crea una ferita profonda sia negli adulti sia nei bambini. In questi due anni abbiamo seguito 5 bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni che avevano perso un genitore in modo violento ed improvviso (3 per suicidio e 2 per incidente). È esperienza comune che i bambini tendono a non parlare dell’evento: l’uso dell’EMDR ha permesso che il genitore raccontasse loro quanto accaduto mentre il terapeuta, tramite la procedura, rendeva possibile l’ascolto e la tranquillizzazione. È seguito un lavoro di elaborazione del lutto specifico direttamente con i bambini. Parallelamente si è lavorato con il genitore rimasto per facilitare anche in lui l’elaborazione del triste evento. Morte violenta di un genitore di figli piccoli Una signora, che avevo avuto in terapia di coppia alcuni anni prima, mi contattò per dirmi che il marito era morto da quattro mesi in un incidente con la moto e che, oltre a stare lei molto male, era preoccupata perché i bambini che ormai avevano tre e cinque anni urlavano se lei o altri nominavano il padre e le maestre della scuola materna riferivano che erano notevolmente regrediti e che i disegni svolti durante le attività didattiche presentavano tratti angoscianti. Incontrai dapprima lei da sola e le proposi l’EMDR: in seduta rivisse il momento per lei peggiore dell’evento, ebbe un’abreazione fortissima in cui pianse molto ma poi mi disse: “Pensavo di non avere più lacrime per quanto avevo già pianto mio marito, ma quelle di oggi erano lacrime diverse perché ogni lacrima è come se sciogliesse il macigno che avevo dentro. Certo, la situazione non è cambiata sono sempre una vedova e non avere mio marito è una cosa tristissima, ma mi sento meno persa e più pronta a parlare di lui con i miei bambini ma vorrei farlo qui. La settimana successiva venne con i figli con cui lavorammo prima sull’installazione di una risorsa positiva, il loro posto al sicuro, e poi la mamma raccontò del papà mentre io e una collega facevamo sui bambini una stimolazione bilaterale (il protocollo dell’EMDR ha alcune varianti quando lo si attua ai bambini). I bambini ascoltarono il racconto della mamma con un’accettabile serenità. All’incontro successivo lavorammo con ognuno di loro per elaborare quanto ancora li faceva star male; ne risultarono più rassicurati e questo lo dimostrarono anche con i disegni che fecero sia in seduta che a scuola. Le volte in cui, ad un certo punto del processo terapeutico, abbiamo deciso di introdurre qualche seduta di EMDR con un membro della famiglia per poi tornare a lavorare con l’intero nucleo, quello che ha potenziato la terapia familiare è stato il modo con cui la persona che ha elaborato il trauma si racconta: i fatti sono rimasti gli stessi ma la modalità con cui vengono raccontati ha acquisito una ricchezza diversa: cambia la proprietà di linguaggio, non più stentata, ma consapevole e rassicurante. Come dire: “È vero mi è accaduto questo, perché non mi fa più tanto male!”. Non è mai troppo tardi per sviluppare una storia di vita coerente [12]. Questo è quanto tutti noi sappiamo e facciamo nel nostro lavoro quotidiano; l’ausilio dell’EMDR attiva i processi che aiutano l’integrazione del cervello e facilitano lo sviluppo di una narrazione coerente della propria vita. Non sempre l’evento generatore, collegato alla problematica attuale, è l’unico a dover essere elaborato per ottenere la risoluzione del problema su cui si sta lavorando. Per un’attivata capacità associativa l’EMDR aiuta il paziente ad andare a ricercare gli eventi più significativi e rilevanti che ancora influenzano negativamente il presente. C’era un tacito accordo: “di questo non si parla” Il caso esposto di seguito è stato seguito all’interno di un training di terapia familiare e si è articolato in 15 sedute di cui 11 con l’intero nucleo familiare e 4 individuali con la madre. Le parole che riporto della paziente sono quanto lei dice ad intervalli mentre l’accompagno nel processo di elaborazione nell’arco di una sola seduta. La signora, che chiamerò Giulia, si era rivolta a Naven per un problema con il figlio maggiore, R., di 18 anni, arrestato per detenzione di marijuana e rilasciato dopo poco tempo; l’altro figlio 14enne non presentava particolari problemi. Giulia era separata da 12 anni e l’ex marito viveva all’estero. Per tradizione familiare, ha sempre fatto la ristoratrice. Convochiamo Giulia ed i ragazzi ed iniziamo una terapia familiare. Dopo alcune sedute in cui si procede con un intervento psicoterapeutico strutturale, le relazioni iniziano a funzionare adeguatamente. Giulia è sostenuta da noi nel suo ruolo genitoriale, attiva quanto concordato nelle sedute ma, in un incontro individuale richiesto da lei, emerge il suo problema di autostima, sia nel ruolo di mamma sia lavorativo: ci dice che è d’accordo su ciò che deve fare, ma fa tanta fatica ad attivarsi perché non si sente né capace né adeguata. All’incontro successivo le proponiamo di lavorare su questo tema con l’ausilio dell’EMDR e iniziamo l’elaborazione partendo dalla prima volta in cui ha strutturato questa cognizione negativa su di sé: aveva 13 anni ed era stata costretta dal padre a servire al tavolo di un folto gruppo di militari cosa che le creava notevole imbarazzo - è un ricordo doloroso che attiva grandi emozioni. Parto proprio da questo ricordo con la stimolazione bilaterale alternata e seguono una serie di associazioni e di immagini di lei in età adolescenziale legate sempre al rapporto col padre, con una madre che guardava e non interveniva. Le sensazioni che accompagnano questo percorso sono: peso sul petto, mancanza d’aria, dolore profondo. È proprio da questo dolore profondo che riemerge un ricordo, che Giulia percepisce come scollegato: quando R. aveva 2 anni è morta di morte bianca M., la seconda figlia che aveva solo 6 mesi. Di questa bambina non avevano accennato nel racconto del genogramma, quasi per un accordo tacito tra lei e i ragazzi. Giulia pensava di aver già elaborato questa perdita e si stupiva che venisse fuori questo ricordo così impetuosamente. Ci parla dell’evento con grande sofferenza soffermandosi sul momento peggiore: quando l’ha girata nella culla e la bambina aveva gli occhi chiusi. Il disturbo che prova in seduta è altissimo, ha rabbia, dolore che sente in tutto il corpo, soprattutto in gola, pensa di sé di essere stata superficiale e quindi responsabile di questa morte. Continuo con la stimolazione bilaterale: sta sempre peggio, le sembra che le manchi l’aria e inizia un pianto disperato. Dirà: “Sono anni che mando via questa immagine ed ora l’ho qui davanti”. Mi fermo, ma Giulia vuole continuare l’elaborazione; seguono una serie di associazioni e ricordi che non pensava di avere: – parla della sua rabbia verso R. perché per occuparsi di lui è andata a controllare in ritardo la piccola e non ha ascoltato l’istinto che le diceva “corri da lei”; – parla della sua rabbia nei confronti dell’ex marito che non è stato capace di abbracciarla dopo l’evento e che non ha più voluto parlare della bambina; – parla del terrore che ha che succeda qualcosa ai ragazzi e delle immagini brutte che le passano davanti agli occhi la sera, prima di addormentarsi. Riporto ora di seguito le sue parole: “mi sento in colpa perché non ho voluto più toccarla, non ho voluto più darle neanche un bacio. Perché ho avuto questa reazione?”. Stimolazione bilaterale alternata (SBA) “Forse perché sentivo che non c’era più niente da fare… Che non era più lì… L’abbiamo portata in ospedale ed io sapevo che non c’era più niente da fare… Me l’hanno messa in braccio non l’ho presa io… Non la guardavo neppure… Non era lei”. (SBA) “Le hanno fatto l’autopsia e le hanno aperto la testa e quasi non volevano più farmela vedere, ma lì non ho avuto problemi, ho guardato anche dove l’hanno aperta, tanto non era più lei… Il suo corpo non si muoveva più, lei non c’era più”. (SBA) “Se una persona muore non c’è più, non ha senso piangere sul corpo, no? La persona non c’è più, il corpo c’è ma non te ne fai niente”. (SBA) “Dopo la morte di M. non volevo piangere per me, perché di solito si piange per se stessi, per chi rimane, perché ci manca… manca a noi… È quasi una cosa egoistica, no?… Alla fine è lei che se ne è andata… mi pareva di piangere per me, perché non ce l’avevo più… Mi ha fatto molta confusione quella cosa lì… Mi sono sempre chiesta se stavo piangendo per me o per lei”. Piange e si lascia andare a dei lunghi lamenti. Porta le mani a coprire la faccia, sospira e dopo un lungo silenzio: “Mi sono fatta pena, mi sono vista sola ed ho provato compassione per quella donna che non vuole far vedere agli altri ciò che prova.” (SBA) Compaiono altre immagini: “Ho mille sequenze davanti agli occhi: sono dovuta andare in farmacia per prendere qualcosa per bloccare la montata lattea e il farmacista mi ha richiamata perché toglievo il latte ad un bambino, poi mi ha chiesto di allattare altri bambini ma io non ce l’ho fatta non volevo dare niente a nessuno!”. (SBA) “Spesso penso che sia più doloroso perdere un figlio quando è più grande, perché si ha più tempo per affezionarsi. La cosa terribile è stata questo distacco fisico di colpo… sì, è stato questo”. (SBA) Le chiedo di quantificarmi il livello di disturbo attuale e Giulia mi risponde di sentirsi più leggera e aggiunge: “Quando mi faceva molto male prendevo questo dolore, lo mettevo in una sfera, la chiudevo per bene e la lanciavo lontano… e man mano riuscivo ad allontanarlo sempre di più, faceva troppo male affrontare questo dolore …”. Ad un certo punto, come sempre accade nell’elaborazione con l’EMDR, cominciano a comparire alcuni ricordi positivi e parallelamente c’è un visibile cambiamento della mimica facciale, in quanto la stimolazione bilaterale facilita lo sblocco emotivo ed una sua narrazione fluida, indipendentemente dalla connotazione positiva o negativa del ricordo. Ne riporto alcune frasi: “Pensavo che il dolore per questa perdita fosse stato per tutto questo tempo l’unica cosa rimasta di questa bambina… ma cosa mi viene in mente?… Non ho più pensato ai momenti belli passati con lei ma solo al momento in cui non c’è più stata. È un peccato no? Perché nei sei mesi precedenti qualcosa c’è stato, anzi nei 15 mesi precedenti c’è stato moltissimo”. Per la prima volta Giulia sorride: “Mi viene in mente quando rideva e mi ricordo che anche R. era contento, lo vedevo felice con la sorellina, ci giocava”. La seduta termina con Giulia che dice: “Ora so che voglio pensare a questo e a quanto di bello ci ha dato M. nel breve tempo della sua vita”. Successivamente Giulia ripercorrerà alcune fasi che sono tipiche dell’elaborazione del lutto (apatia depressione, rabbia, malinconia…), ce ne parlerà negli incontri successivi. Ricorreremo all’EMDR ancora due volte. È come se, con l’ausilio dell’EMDR, fossimo andati a lavorare ad un livello “meta” andando a toccare come la persona si percepisce e il suo senso di sé. Questo processo di elaborazione, partito dal tema dell’autostima, è stato quindi generalizzato ai vari ambiti della vita di Giulia ed ha avuto una ricaduta positiva nelle relazioni familiari: Giulia ha ripreso a sentirsi competente ed i figli si sono sentiti maggiormente rassicurati e contenuti. L’uso dell’EMDR si è dimostrato efficace in molti casi trattati negli ultimi due anni. Fino ad ora ho trattato con EMDR 25 casi in terapia individuale sistemica, 8 casi in terapia di coppia e 14 casi in terapia familiare (in molti di questi sono stati trattati con EMDR più componenti dello stesso nucleo familiare). Le problematiche per cui i pazienti si erano rivolti a noi comprendevano: attacchi di panico (11), depressione (4), lutto traumatico (suicidio di un genitore 2, morte per incidente 1), senso di sé in adolescenti adottati (3), abuso sessuale infantile (2), tossicodipendenze e alcolismo (3), alta conflittualità di coppia (5), accettazione in rapporto a malattie invalidanti sopraggiunte (1). Attualmente solo per la metà di questi casi abbiamo un follow-up a 6 mesi e per 10 di questi anche ad un anno di distanza che conferma la positività dell’intervento. Ho inserito il lavoro con l’EMDR valutandone al momento l’opportunità. Mi sento di dire che una volta conosciuto si è imposto naturalmente il suo utilizzo perché si erano create le condizioni ottimali: in tutte queste situazioni la spinta è stata la possibilità di sbloccare una situazione che rischiava di cronicizzarsi bloccarsi o arenarsi. Il numero dei casi è ancora troppo esiguo per risultare significativo da un punto di vista della ricerca, ma penso che noi terapeuti familiari dovremmo insieme conoscere meglio questo strumento, sperimentarlo, per poi elaborare modalità condivisibili di applicazione. biblio_titolo - ignora Bibliografia bibliografia - art_bibliografia 1. Bateson G. Dove gli angeli esitano. Milano: Adelphi, 1989. 2. Russo R, Verardo AR. Tu non ci sei più e io mi sento giù. Roma: CSR, 2006 (reperibile presso il sito dell’Associazione EMDR Italia: www.emdritalia.it). 3. Servan-Schreiber D. Guarire. Milano: Sperling & Kupfer Editori, 2003. 4. Siegel DJ. La Mente Relazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2001. 5. Shapiro F. EMDR. Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari. Edizione italiana a cura di Isabel Fernandez. Milano: McGraw-Hill, 2000. 6. Shapiro F, Silk Forrest M. EMDR. Una terapia innovativa per l’ansia, lo stress e i disturbi di origine traumatica. Roma: Astrolabio, 1997. 7. Balbo M. EMDR: uno strumento di dialogo fra le psicoterapie. Milano: McGraw-Hill, 2006. 8. Martin Burrone TI. Intervento al Congresso Nazionale EMDR di Milano, settembre 2009. 9. Shapiro F. EMDR and Family Therapy Processes. New Jersey: John Wiley and Sons, 2007. 10. Kaslow FW. EMDR in conjunction with Family Systems Therapy. In Shapiro F (ed). EMDR as an integrative Psychotherapy Approach. Whashington, DC: American Psychological Association, 2002. 11. Greenwald R. L’EMDR con bambini e adolescenti. Roma: Astrolabio, 2000. 12. Siegel DJ, Hartzell M. Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta a essere genitori. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2005.