La versione breve delle sculture di P. Caillé

Maria Antonietta Gulino, Alessandra Marica, Alessia Asti, Sara Bartoli, Laura Biagini, Chiara Contini, Nausica Gerbi, Elena Nesi, Valentina Pancallo, Elisabetta Vignali

Riassunto. Questo articolo presenta una versione abbreviata delle sculture di Philippe Caillé. L’utilizzo della scultura in campo relazionale ha acquisito nel corso del tempo un ruolo molto importante tra le tecniche psicoterapeutiche e diversi autori ne hanno fatto uso con obiettivi e modalità diverse, sfruttandone la flessibilità e la sua intrinseca possibilità di essere adattata a differenti destinatari (coppia, famiglia, gruppi). Infatti, la sua essenza analogica favorisce l’esplorazione dei livelli emotivi più profondi spesso oscurati dal pensiero razionale e stimola la produzione di nuovi significati nella costruzione del processo terapeutico. La versione breve delle sculture di Caillé, attraverso una riduzione dei tempi, contrasta il rischio di colludere con la tendenza omeostatica della coppia ed esalta il potere autotrasformativo della relazione proponendo, a differenza della chiusura controparadossale di Caillé, una conclusione nuova attraverso l’uso della narrazione.

Parole chiave. Scultura, narrazione, relazione, livello rituale e mitico, linguaggio analogico, intreccio di coppia.


Summary. The short version of P. Caillé’s sculptures.
This article shows a condensed version of Caillé’s sculptures. In the course of time the use of sculpting in the relational field gained a very important role among psychotherapeutical techniques and several authors used it for various purposes and in different ways, exploiting its flexibility and its intrinsic potential to be adapted to different kind of recipient (couples, family, groups). In fact its analogical essence supports the exploration of the deepest emotional levels frequently obscured by the rational thinking and it stimulates the creation of new meanings during the therapeutic process-building. The short version of Caillé’s sculptures, by means of time reduction, contrasts with the risk to collude with the couple’s homeostatic tendency and it gives a boost to the relationship’s self-changing power presenting, unlike Caillé’s counterparadoxical closure, a new conclusion through the use of narration.

Key words. Sculpture, narration, relationship, ritual and mythical level, analogical language, couple muddle.


Resumen. La versión breve de las esculturas de Caillé.
Este artículo presenta una versión breve de las esculturas de Caillé. El utilizo de la escultura en ámbito relacional ha adquirido a lo largo del tiempo un papel muy importante entre las técnicas psicoterapéuticas y distintos autores la han utilizado con objetivos y modalidades distintas, aprovechándo de su intrínseca posibilidad de ser adaptada a diferentes destinatarios (pareja, familia, grupos). En efecto su esencia analógica favorece la exploración de niveles emotivos más profundos a menudo obscurecidos por el pensamiento racional estimulando la producción de nuevos significados en la construcción del proceso terapéutico. La versión breve de las esculturas de Caillé, a través de una reducción de los tiempos, contrasta el riesgo de colisión con la tendencia homeostática de la pareja y evidencía el poder autotransformativo de la relación proponiendo, a diferencia de la conclusión contraparadoxal de Caillé, un final nuevo mediante el uso de la narración.

“Avere un corpo vuol dire essere guardati,
guardarsi, essere visibili”
Merleau Ponty, Il visibile e l’invisibile


PREMESSA
Nella pratica clinica relazionale l’uso della scultura ha assunto negli anni un ruolo sempre più importante tra le tecniche psicoterapeutiche. Il linguaggio analogico, saltando la mediazione e i vincoli della logica razionale, tocca direttamente i livelli emotivi più profondi, mobilita la specificità dei vissuti dei singoli, apre ad una polivalenza di significati e quindi stimola un’elaborazione creativa da parte del paziente, della famiglia e del terapeuta, promuovendo la costruzione del processo terapeutico [1].
Si struttura così uno spazio intermedio tra terapeuta e famiglia, con un codice comunicativo intorno al quale si sviluppa spontaneamente un processo dialogico che rende possibile rivisitare la propria storia per aprire la strada ad una nuova narrazione [1].
In questo modo si dà voce al silenzio del corpo, introducendo nuovi significati nell’apparente oscurità delle manifestazioni somatiche dove si intrecciano strettamente componenti biologiche, psicologiche, interpersonali, socioculturali [2].
La metafora, “punto di congiunzione” tra due linguaggi, nel processo terapeutico funziona come ponte tra corpo e mente [3], producendo un aumento dell’intensità emotiva e favorendo una libera espressione dei “dialetti del corpo” attraverso cui sono narrate le storie delle relazioni familiari [2].

Questo articolo propone una “versione breve” della scultura di Caillé. Gli scopi sono prevalentemente due:
1) ridurre i tempi di intervento del protocollo di Caillé per esaltare la capacità trasformativa della tecnica in terapia di coppia e aggirare eventuali difese collusive con la tendenza omeostatica del non cambiamento;
2) proporre una diversa conclusione dell’intervento con la coppia mediante l’uso della narrazione: i due soggetti coinvolti nella scultura producono materiale simbolico diverso, spesso intriso di conflittualità, che viene inquadrato dentro ad un progetto comune di coppia, fatto di costi e benefici, di con-posizione di ruoli manifesti e mitici. La novità del nostro intervento è nella restituzione finale che apre la possibilità di dare alla coppia, a seguito del materiale raccolto, un senso condiviso da cui muovere, nel tentativo di superare l’impasse, verso una nuova ristrutturazione cognitivo-emotiva.

La storia della scultura
Con il termine scultura (lat. ‘sculptura’ da ‘sculptor’ scultore) si indica sia il prodotto finale, cioè qualsiasi oggetto tridimensionale creato come espressione artistica, sia l’arte di dare forma ad un oggetto.
È una tecnica molto antica che permette di esprimere l’intuizione artistica per mezzo di materiali diversi (pietra, legno, marmo, etc.) in relazione all’epoca e all’ambiente storico.
Le espressioni artistiche, puntando a trasmettere “messaggi” di natura emotiva, non costituiscono un vero e proprio linguaggio digitale e quindi vengono interpretate soggettivamente.
L’essenza analogica rende la scultura uno strumento flessibile utile anche in ambiti diversi da quelli per cui è stata originariamente pensata.
In campo psicologico è stata ripresa in Arteterapia come tecnica riabilitativa e/o di sostegno attraverso il modellamento di materiali, e in Psicoterapia come tecnica terapeutica attiva e non verbale che permette di esplorare il livello emotivo, tramite il “modellamento” degli atteggiamenti del sistema relazionale.
Da D. Kantor a L. Onnis: uno sguardo sistemico sulla scultura
In ambito sistemico la tecnica della scultura è stata concepita da David Kantor [4] e sviluppata al Boston Family Institute. 
L’autore attraverso la scultura della famiglia adotta un linguaggio terapeutico omogeneo al linguaggio del sintomo e indaga al contempo l’immagine mitica, condivisa dai membri, che il sistema familiare ha di sé. Per descrivere eventi e processi simbolici propri della famiglia attraverso analogie spaziali, il terapeuta fa sistemare i membri della famiglia in posizioni che rappresentino le caratteristiche delle loro relazioni. I familiari assumono pose, gesti e movimenti suggeriti dallo scultore e li rappresentano. Lo schema dei movimenti e delle interazioni viene ripetuto alcune volte in modo che il terapeuta possa pervenire al modello del sistema. Alla fine della rappresentazione gli “attori” danno il loro feedback [5].
Sempre negli USA la tecnica della scultura della famiglia è stata utilizzata da Virginia Satir [6] con l’obiettivo di produrre un aumento dell’intensità emotiva e favorire nuove possibilità di incontro tra i membri della famiglia oltre che “di vedere vecchie situazioni con occhi nuovi”, per ripensare la propria storia e trovare la capacità di “rinarrarla”.
Il metodo consiste nella riproduzione da parte dei membri della famiglia delle abituali modalità di interazione reciproche; talvolta nella scultura viene introdotto anche il movimento per enfatizzare certe sequenze di interazione. Si lascia che la drammatizzazione si sviluppi fino a far emergere emozioni e parole, come espressione dei vissuti personali di ciascuno.
Virginia Satir aveva spesso un ruolo attivo durante la scultura, avvicinandosi a turno ai vari membri della famiglia, per avere con loro un contatto emotivo, o ponendosi fisicamente tra due persone per interrompere un’interazione sterile e facilitare emozioni e risposte più positive.
Peggy Papp [7] riprende e modifica la tecnica della scultura familiare di D. Kantor e di V. Satir, focalizzando l’attenzione sulla dinamicità delle relazioni emotive.
Per questo motivo adotta l’espressione “coreografia familiare” riferendosi ad un processo che implica movimento.
Si propone di rivelare problematiche emotive soggiacenti esperite da individui, coppie, famiglie o altri gruppi, compresi quelli di training formativo, proponendosi di riorganizzare le relazioni all’interno del nucleo familiare, tracciando ed interrompendo circoli viziosi in modo da fornire una rappresentazione chiara delle sequenze che conducono all’escalation del problema.
Generalmente i membri della famiglia sono invitati a fornire una rappresentazione fisico-visiva del modo in cui vedono il funzionamento attuale. Successivamente viene richiesto di mostrare come vorrebbero che fosse la propria situazione familiare (“desiderio di cambiamento”).
Il terapeuta dirige e assiste i familiari durante la rappresentazione aiutandoli ad esplorare soluzioni alternative attraverso ulteriori movimenti e ne rileva le emozioni.
Le sequenze disfunzionali delle relazioni vengono ripetute finché la scena non risulta aderente al vissuto emozionale dei soggetti coinvolti [8].
Un’ulteriore variazione al metodo consiste nel chiedere ai clienti di immaginare prima gli altri e poi se stessi come animali od oggetti. Le persone devono pensare ad una scena che coinvolga questi animali od oggetti, descrivendone azione, colori, luce, spazio. Di seguito viene chiesto al gruppo di assumere le posizioni descritte ed attuare la scena.
Sue Walrond-Skinner [9] definisce la scultura della famiglia “una tecnica con cui vengono ricreate le relazioni tra i familiari attraverso la formazione di una rappresentazione fisica”. Questa rappresentazione vivente simboleggia la posizione emotiva di ciascun membro in relazione agli altri.
Walrond-Skinner utilizza tale tecnica per molteplici scopi: come procedura diagnostica, chiedendo ai familiari (durante il primo colloquio) di scolpire le loro diverse visioni della famiglia anziché parlare dei loro problemi; per aiutare un membro della famiglia ad entrare in contatto con emozioni represse in relazione ad un parente morto o fisicamente assente; per raggiungere gli obiettivi di trattamento della famiglia, chiedendo ai membri di descrivere i cambiamenti che vorrebbero scolpendo la loro visione idealizzata della famiglia stessa. Inoltre la scultura può essere impiegata per far fronte alla schiacciante resistenza alla terapia di alcune famiglie o per “dare un taglio” alle intellettualizzazioni di alcuni gruppi familiari molto prolissi. Infine essa può essere un utile strumento quando il terapeuta nel corso della terapia “si sente bloccato” ed ha bisogno di utilizzare un nuovo canale comunicativo.
Il metodo consiste nella scelta da parte del terapeuta di un membro che agisca da scultore mentre l’altro o gli altri diventano la sua “argilla umana”. Una volta avvenuta la consegna, lo scultore inizia a creare la rappresentazione ed il terapeuta assume il ruolo di osservatore, commentatore e interprete intraprendendo un dialogo continuo con lui, incoraggiandolo nei momenti di difficoltà, chiedendo se ogni persona è posizionata nel modo in cui intendeva e domandando cosa ogni gesto e posizione rappresentano.
Quando lo scultore ha concluso, il terapeuta gli chiede di trovare una collocazione per se stesso nella scultura, posizionando realmente se stesso o scegliendo qualcuno o qualcosa che lo rappresenti (anche il terapeuta) [10].
Bert Hellinger [11], a partire dagli anni ’80, applica la tecnica delle sculture ai suoi seminari. Viene chiesto ai partecipanti se qualcuno è disposto a mettere in atto la propria“costellazione familiare” ossia a mettere in scena il campo d’influenza della propria famiglia (campo morfico o morfogenetico). 
L’obiettivo è quello di rappresentare le interdipendenze esistenti tra i componenti di una famiglia o di un gruppo, permettendo in tal modo di evidenziare le dinamiche inconsce che producono sofferenza in molti aspetti della vita: relazioni affettive e professionali, rapporto con il denaro e con la salute.
Secondo Hellinger la vita di ognuno è condizionata da destini e sentimenti che non sono veramente propri, ma potrebbero essere dovuti a “irretimenti” del sistema-famiglia e, attraverso il processo delle “costellazioni familiari”, possono essere portati alla luce.
Per quanto riguarda la modalità di svolgimento, una volta che il terapeuta (conduttore-facilitatore) ha verificato chi fra i presenti intende mettere in atto la propria costellazione, questi sceglierà dal gruppo dei partecipanti un rappresentante di se stesso e di ogni suo familiare e li disporrà nello spazio in relazione l’uno con l’altro. I presenti parteciperanno riportando le rappresentazioni interne della costellazione che ciascuno porta dentro di sé. Il conduttore ha un ruolo attivo nella rappresentazione della costellazione cambiando posto ai partecipanti, chiedendo loro feedback, etc. Attraverso, quindi, un misurato e graduale cambiamento di posizioni spaziali ed emotive, la “costellazione” evolve verso livelli generali di maggiore comprensione.
In Italia la tecnica della scultura è stata ripresa e sviluppata da Luigi Onnis [12] con particolare riferimento alle famiglie psicosomatiche, con le quali egli ha iniziato a sperimentare il proprio modello. Attraverso il metodo delle “sculture del tempo familiare”, Onnis adotta un linguaggio terapeutico omogeneo al linguaggio del sintomo per evidenziare il blocco evolutivo della famiglia ed analizzare il linguaggio del corpo, la specificità degli individui, i miti ed i fantasmi familiari, la relazione terapeutica. La valorizzazione del canale comunicativo analogico, che stimola la creatività di pazienti e terapeuta, consente di esplorare i livelli emotivi profondi al fine di ridefinire il sintomo (corporeo) come metafora familiare e reintrodurre la dimensione del tempo in un sistema che sembra averla persa. Infatti, l’elemento di originalità del modello proposto da Onnis consiste nell’accostare alla metafora spaziale, tipica della scultura, la dimensione diacronica del tempo. In particolare, a ciascun componente viene chiesto di rappresentare la propria famiglia in tre fasi temporali: nella scultura del “presente” ogni membro rappresenta la famiglia come lui/lei la vede al momento attuale; in quella del “futuro” come la immagina nel futuro (ad esempio dopo 10 anni); infine, nella scultura del “passato” la famiglia è rappresentata attraverso la ricostruzione di un evento del passato particolarmente impresso nella memoria dello scultore [3].
Indagando dunque, assieme ai membri, il livello mitico della famiglia, il terapeuta entra in un mondo ricco di allusioni ed emozioni che stimola la ricerca di una nuova visione del problema e di nuove soluzioni [13].
La tabella 1 evidenzia che, qualunque sia il metodo e l’ambito di intervento, finalità comune delle sculture sistemiche è quella di portare la famiglia, la coppia o il gruppo ad una nuova consapevolezza della propria storia familiare, di coppia o personale. La “messa in scena” facilita la capacità di sentire, dire, ascoltare ed essere ascoltati e permette di aprire una nuova finestra su relazioni, avvenimenti e vissuti del passato, costruendo una punteggiatura alternativa di schemi comportamentali o conflittuali, ormai diventati ridondanti o non più tollerabili.




IL PROTOCOLLO INVARIABILE DI CAILLÉ
La tecnica del Protocollo Invariabile sviluppata da Caillé è stata elaborata a partire dal lavoro con famiglie psicosomatiche ed a transazione psicotica. In questa sede ci limitiamo a presentare due dei principali fondamenti teorici, che a nostro avviso lo hanno guidato nel suo modello.
In primo luogo l’esperienza che Caillé ha accumulato negli anni lo ha portato a ritenere fondamentale cercare di cambiare la prospettiva con cui la coppia guarda se stessa, passando da un’ottica individuale e lineare, quella appunto dell’uno più uno fa due, ad una sistemica e circolare, in cui la relazione è la protagonista attiva, uno più uno fa tre. Questo cambiamento di paradigma permette di scoprire aspetti inattesi anche in situazioni ampiamente rigide e stigmatizzate, producendo una radicale trasformazione nella percezione del mondo: la relazione di coppia diviene così un terzo attivo e partecipe, che influisce ed è a sua volta influenzato dai membri che la compongono [14].
In questa ottica la crisi, da momento negativo e di stallo, può divenire un’occasione per far emergere la rappresentazione condivisa che i membri della coppia hanno della loro relazione e che ne struttura il sentimento di appartenenza e di identità individuale. Tale rappresentazione, definita come assoluto di coppia, si organizza su due livelli: quello rituale/fenomenologico, che descrive gli scambi comportamentali tra i partner, ed il livello mitico, che riassume le credenze difese dal sistema.
Il modello ipotizza una ricorsività logica tra i due livelli, che si legittimano vicendevolmente: vi è una lealtà intrinseca al sistema tale per cui ogni partner deve compiere la “sua parte di rituale” per essere fedele al modello organizzativo della coppia.
In secondo luogo Caillé fa proprio il pensiero di Mara Selvini Palazzoli, utilizzando il concetto teorico di paradosso in un duplice momento: sia nello svelare alla coppia il suo assoluto relazionale, prescrivendo compiti destinati a fallire, sia nel concludere la terapia esplicitando l’impossibilità di un cambiamento.
L’intervento paradossale viene costruito da Caillé facendo sperimentare alla coppia la difficoltà anche del più piccolo cambiamento: il fallimento del compito prescritto mette così in crisi le spiegazioni di ognuno, dando una nuova lettura dell’assoluto di coppia. Questo crea le premesse per l’intervento contro-paradossale finale, basato su un down terapeutico, che rimanda l’idea dell’impossibilità di cambiare, così da sfidare il sistema stesso.
La finalità dell’intervento è quella di fornire un cambiamento di prospettiva alla coppia, che apra le porte, usando il linguaggio di Bateson, ad un apprendimento di II livello (o eventualmente di III) in modo da dare alla diade una nuova lettura del modello relazionale: la coppia diviene consapevole del suo assoluto, sia a livello fenomenologico sia a livello mitico, dandosi la possibilità di uscire dallo stallo e dalla realtà banale, portata in terapia.
Nel Protocollo Invariabile l’uso privilegiato del canale analogico permette un’espressione dei vissuti più autentica, meno controllabile ed emotivamente più significativa: queste caratteristiche lo rendono particolarmente adatto a coppie con problemi relazionali, che privilegiano il linguaggio verbale e presentano un elevato livello di razionalizzazione. Caillé, inoltre, sottolinea l’importanza di proporre le sculture solo quando la coppia ha raggiunto la consapevolezza di aver escluso dalla propria riflessione la relazione stessa ed è pronta a farla rientrare in seduta come “terzo attivo”.
Nel corso degli anni il Protocollo è stato applicato sia a coppie singole sia a gruppi di coppie ed anche a famiglie con sintomatologia psichiatrica o con membro tossicodipendente [15].
Dopo aver proposto alla coppia un contratto, in cui si specificano il tipo di percorso, lo scopo ed il tempo richiesto per il lavoro, il Protocollo Invariabile di Caillé si articola in 10 sedute, delle quali 4 sono comuni e 6 individuali, con frequenza che può essere quindicinale o mensile; al termine è previsto un follow-up di controllo a distanza di 10/14 mesi.
Le prime due sedute hanno l’obiettivo di mettere in evidenza il modello organizzativo della coppia tramite la “Scultura Vivente” ed il “Quadro del Sogno”, entrambi preceduti da una consegna volta ad introdurre e spiegarne l’applicazione. La metafora ed il linguaggio analogico permettono di dare voce al silenzio del corpo, introducendo nuovi significati e prospettive, con cui leggere il malessere della coppia [16].
In prima seduta viene proposta la “Scultura Vivente”: ciascun individuo utilizza il proprio corpo e quello del partner per “scolpire” i comportamenti abituali della relazione, come lui o lei percepisce ciò che avviene tra di loro in quel determinato momento della loro vita di coppia.
Il terapeuta, prestando attenzione ai segnali analogici, farà iniziare per primo colui che appare meno collaborativo; nel caso in cui entrambi mostrino un buon grado di collaborazione si lascia loro la scelta, ricordando che nella seduta seguente inizierà l’altro.
Terminata questa prima fase, viene chiesto allo scultore di immaginare e mettere in atto un movimento nella sua rappresentazione: si genera in questo modo la composizione di una sequenza dopo l’altra (scultura-movimento-scultura), fino al momento in cui il partner lascia il campo.
Dopo aver ripetuto tutta la scultura, il secondo membro viene poi invitato a rappresentare la propria scena; al termine della seduta viene raccomandato di non parlare di quanto avvenuto, chiedendo di evitare anche il minimo cambiamento nella relazione.
Nella seconda seduta viene proposto il “Quadro del Sogno” dove ognuno dei membri dovrà esprimere il modo in cui concepisce la natura stessa della relazione, l’essenza del loro rapporto dando, come accade spesso nel sogno, una rappresentazione simbolica al partner e a se stesso.
Dall’analisi di quanto emerso, sarà possibile ricavare rispettivamente il livello fenomenologico dalle Sculture Viventi ed il livello mitico dai Quadri del Sogno.
Le tre successive sedute consistono in colloqui individuali con ciascun partner: lo scopo è quello di indagare esclusivamente il contenuto della scultura di ciascuno, individuando e prescrivendo un compito di cambiamento, pur minimo che sia, in grado di modificare il comportamento abituale, con il fine di mettere alla prova le capacità di rinnovamento presenti nella coppia.
Per la scelta del compito vengono integrate le informazioni ricavate dalla Sculture Viventi con gli antecedenti familiari e le abitudini dei partner: lo scopo è quello di introdurre un “contro-rituale” in grado di contrastare gli schemi relazionali presenti nella coppia. Le prescrizioni devono essere ripetute con tempi precisi e definiti (da un minimo di un quarto d’ora ad un massimo di mezz’ora) per tre volte la settimana, annotandone accuratamente i dettagli: il compito viene riproposto per tre sedute, con lo scopo di evidenziare come la sua mancata o parziale realizzazione sia indice di un ostacolo reale e non casuale.
La sesta seduta è comune per permettere di riflettere sul potere del modello organizzativo di coppia, attraverso il confronto delle reciproche esperienze. Entrambi portano la stessa difficoltà: quella di voler cambiare e di non poterlo fare, pertanto l’obiettivo della seduta è di far comprendere che la ragione del fallimento non è rintracciabile esclusivamente nell’altro.
Nella seconda serie di sedute individuali si insiste sulla ricorsività tra la Scultura Vivente di un partner ed il Quadro del Sogno dell’altro. Da tale intreccio emerge la lealtà di entrambi i coniugi all’assoluto di coppia: ciascuno dipende dall’idea mitica che l’altro ha della relazione tanto da non avere altra scelta che compiere la sua parte di rituale.
L’ultima seduta è nuovamente comune: si sottolinea non solo che malgrado gli sforzi la situazione resta confusa, ma anche che la coppia in realtà non desidera affatto cambiare il proprio modello organizzativo. Il terapeuta ha così messo in crisi il sistema e allo stesso tempo ha lanciato una sfida alle possibilità auto-trasformatrici della coppia, alleandosi paradossalmente al non-cambiamento.
Il follow-up, a distanza di 10/14 mesi, consiste in un’unica seduta comune e prende atto delle trasformazioni avvenute nella coppia, siano esse in direzione di un consolidamento o di una rottura.
Il Protocollo Invariabile [17], date le sue caratteristiche intrinseche, non deve essere considerato uno strumento “inerte” e non può essere distaccato né dal potere creativo spontaneo della coppia né da quello del terapeuta: questo permette di adattarlo alle diverse esigenze, che si possono incontrare in ambito terapeutico.

VERSIONE BREVE DELLE SCULTURE DI CAILLÉ
Guidati dai medesimi presupposti teorici, dagli ultimi aggiornamenti nell’ambito della più recente letteratura scientifica e sfruttando la flessibilità che ha reso il Protocollo Invariabile applicabile anche nell’ambito delle organizzazioni aziendali [18], abbiamo sviluppato una forma che meglio si adatta al nostro approccio terapeutico ed alla tipologia di coppie che incontriamo in ambito clinico.
Le principali differenze consistono in un numero ridotto di sedute, in una modificata formulazione delle consegne che precedono ciascuna scultura, nell’assenza di prescrizioni, in una diversa elaborazione del contenuto delle sedute individuali e in una conclusione narrativa, non più controparadossale come previsto da Caillé, che apre ad una nuova ristrutturazione cognitivo-emotiva della coppia.
I livelli simbolico, cognitivo ed emotivo vengono ad intrecciarsi dentro ad una nuova storia, che tiene conto della precedente, ma che apre verso nuove possibili narrazioni. Come? Con l’uso della scultura versione breve raccogliamo il materiale simbolico, gli diamo un significato relazionale, operando gli intrecci tra le personali rappresentazioni dei coniugi ed infine restituiamo un senso condiviso attraverso la narrazione [19].
Bruner [20] sostiene che la narrazione nella vita quotidiana aiuta a superare i conflitti: infatti dare senso ad un’azione, apparentemente strana o incomprensibile, favorisce “l’intersoggettività”.
In ‘Storie permesse storie proibite’ [21], Valeria Ugazio dice “l’azione, in virtù del suo inserimento in una trama narrativa, viene restituita ad un universo semantico condiviso”.
La conclusione narrativa della versione breve potrebbe assomigliare, utilizzando il linguaggio della Ugazio, ad una nuova struttura di salienza della coppia, su cui la coppia stessa lavorerà e che verrà approfondita nel follow-up.
In sintesi abbiamo ridotto il numero di incontri previsti da Caillé, passando da 10 a 5 sedute a cadenza quindicinale, più un follow-up dopo 6 mesi. L’esperienza clinica ci ha dimostrato che la versione breve da noi proposta aiuta il terapeuta a ridurre il rischio di colludere con la coppia o di sostituirsi ad essa nel processo di presa di coscienza del cambiamento, rinforzando le capacità autotrasformative della coppia stessa. 
La versione breve mantiene l’alternanza del lavoro di coppia con quello individuale e si articola nel seguente modo:
1. seduta comune: livello rituale della relazione di coppia (Sculture Viventi);
2. seduta comune: livello mitico della relazione di coppia (Quadri del Sogno);
3./4. sedute individuali: interdipendenza del livello rituale e mitico;
5. seduta comune: intreccio ricorsivo del modello relazionale di coppia;
6. follow-up: dopo sei mesi circa.
Come nel Protocollo Invariabile, si utilizza questa tecnica con coppie che tendono a sottovalutare la dimensione emotiva degli eventi, privilegiandone gli aspetti cognitivo-razionali, comunque dotate di buona capacità di astrazione ed immaginazione. L’esperienza ha dimostrato che è sconsigliabile proporre le Sculture a coppie che hanno già sperimentato tecniche basate sul linguaggio non verbale: il rischio, a nostro avviso, è di ridurre l’impatto emotivo e l’unicità dell’esperienza vissuta tramite la modalità analogica.
Il Protocollo di Caillé diviene un momento chiave del processo terapeutico, in cui, oltre la fase anamnestica e la definizione del problema, vengono approfondite le storie della coppia e delle rispettive famiglie di origine (talvolta con prescrizioni di compiti). Solo dopo questa prima fase viene proposta alla coppia la scultura, che viene introdotta come momento centrale e solenne, utilizzando un tono di voce pacato, parlando lentamente e favorendo un clima il più possibile rilassato e collaborativo, all’interno del quale sia facilitato l’uso del canale non verbale.
Riportiamo qui di seguito la consegna:
“Vogliamo paragonare la vostra coppia ad una casa, una grande casa dove si sentono degli scricchiolii, dei rumori che provengono dalla cantina; possiamo usare diverse strategie per non sentire più i rumori: si spostano i mobili per coprire gli scricchiolii, si alza il volume della radio o della televisione, si insonorizzano le stanze. Questi sono tutti espedienti validi ed efficaci, anche se dispendiosi, che non fanno sentire i rumori, però non ne eliminano la fonte. In questa esperienza, che faremo insieme, vi proponiamo un’ulteriore soluzione, che richiede un lavoro più complesso: scendere in cantina per capire cosa succede, cosa sono questi rumori”.
Come per Caillé, le prime due sedute sono dedicate, rispettivamente, alle Sculture Viventi e ai Quadri del Sogno: entrambe sono precedute da una consegna, più breve e snella rispetto a quella proposta dall’autore francese, dove viene esplicitato con maggiore precisione il tema di ciò che verrà rappresentato. Diversamente da Caillé, che indica chi per primo tra i partner dovrà iniziare la scultura, il nostro Protocollo prevede di lasciare alla coppia la responsabilità di questa scelta. Nel caso in cui ci fosse incertezza, si farà notare che entrambi dovranno eseguire la scultura e che nella successiva seduta inizierà inevitabilmente l’altro.
Per la Scultura Vivente viene detto:
“Oggi ognuno di voi sarà uno scultore e avrà come creta da plasmare il proprio partner. Dovrete modellare tutto, la direzione dello sguardo, la posizione degli arti, la collocazione nella stanza: avete a disposizione tutto lo spazio e tutto ciò che esso contiene. Dopo aver plasmato il partner, anche lo scultore dovrà trovare posto all’interno della scultura e collocarvisi.
Il tema della scultura è: ecco che cosa sta succedendo in questo momento alla nostra coppia, ecco che cosa sta succedendo tra noi.
Oggi vi chiedo di usare un canale diverso da quello verbale, vi chiedo quindi di non parlare assolutamente, ma di agire, è necessaria la massima collaborazione e concentrazione.
Vi lascio qualche minuto per pensare alla vostra scultura, chiudete gli occhi… Vi ripeto il tema: ecco che cosa sta succedendo oggi alla nostra coppia, ecco che cosa sta succedendo tra di noi”.
Seguendo le indicazioni di Caillé, viene lasciato lo spazio alla coppia con il terapeuta in disparte. Quando il primo scultore termina di posizionare il partner, gli viene chiesto di inserirsi a sua volta nella scena e di mantenere tale posizione statica per un minuto. Successivamente viene chiesto allo scultore di introdurre un eventuale movimento, mantenendo il nuovo stato per un minuto; egli, infine, dovrà ripetere la sequenza dalla fase statica a quella dinamica (scultura-movimento-scultura). Prima di passare all’altro partner, viene proposta una pausa di cinque minuti, in cui entrambi tornano a sedersi e viene ripetuto nuovamente il tema della scultura, invitando alla concentrazione.
Al termine della seconda rappresentazione, dopo aver ringraziato la coppia ed essersi complimentati per l’originalità dei loro lavori, come indicato da Caillé, viene chiesto ai partner di non parlare assolutamente di quello che è accaduto in seduta, in quanto argomento delle sedute successive.
Il Quadro del Sogno viene così introdotto:
“Pensando alla coppia mi viene in mente l’immagine della luna: la luna ha due facce, una visibile illuminata dal sole e un’altra non visibile. La volta scorsa abbiamo visto la parte più visibile della vostra coppia, oggi sempre attraverso il canale non verbale ne vedremo l’aspetto più profondo e nascosto.
Vi trasformerete in pittori. Sarete pittori senza pennello e tela. Dovrete dipingere un quadro. Il tema del quadro è: ecco cosa rende unica ed irripetibile la nostra coppia, diversa da tutte le altre. Dovrete immaginare il rapporto di coppia dentro a un quadro, ciascuno di voi potrà assumere le sembianze di qualsiasi cosa animata e non, tranne se stesso.
Vi lascio qualche minuto per concentrarvi e vi ripeto il tema: ecco cosa rende unica ed irripetibile la nostra coppia, diversa da tutte le altre”.
In questo caso viene chiesto al pittore di descrivere con parole il quadro che si è immaginato: è importante che il terapeuta si mostri particolarmente curioso, invitando il paziente a descrivere minuziosamente il maggior numero di dettagli possibile. Successivamente, come per le Sculture Viventi, viene chiesto ai partner di rappresentare fisicamente il quadro, mantenendo la posizione per circa un minuto, senza introdurre la variante del movimento.
Nelle sedute individuali emergono le differenze più significative tra il Protocollo Invariabile ed il modello da noi proposto: se Caillé prevede due serie di sedute individuali, in cui viene rispettivamente preparato e prescritto il contro-rituale ed esplicitato il modello organizzativo di coppia, il nostro Protocollo presenta un’unica seduta individuale per partner. In questo colloquio, senza alcun tipo di prescrizione di compito e richiesta di non cambiamento, si procede al progressivo “disvelamento” dell’ intreccio ricorsivo del modello di coppia, attraverso l’analisi congiunta ed incrociata della Scultura Vivente di un partner con il Quadro del Sogno dell’altro.
In questa fase è particolarmente delicato il ruolo del terapeuta, che non relegherà la coppia in una posizione di ascolto passivo, ma creerà le condizioni per un processo di co-costruzione, in cui i membri della coppia sono attivi nel dare un significato nuovo alla propria storia.
Durante la seduta individuale viene esplorata sia la propria Scultura Vivente, approfondendone significato ed emozioni suscitate, sia il Quadro del Sogno dell’altro, di cui si chiede di ipotizzare un’interpretazione. Lo scopo ultimo è quello di promuovere la riflessione personale del paziente, portandolo alla consapevolezza dell’assenza di alternative al proprio modo di stare nella relazione, perché così protegge l’assoluto di coppia e l’identità stessa del proprio partner. Qualsiasi comportamento, per quanto patologico, determina non solo svantaggi, ma anche vantaggi per entrambi, quindi è allo stesso tempo temuto e contrastato, perché in grado di mettere in crisi l’omeostasi del sistema.
Al termine viene chiesto ancora una volta di non parlare di quanto accaduto, poiché verrà fatto nell’ultima seduta congiunta, generalmente prevista a distanza di tre settimane per dare modo ai coniugi di elaborare il lavoro svolto.
Durante l’ultima seduta, si invita ciascun partner a spiegare all’altro l’aspetto più saliente del proprio Quadro del Sogno, rileggendo quanto emerso e collegando ancora una volta le caratteristiche della scultura di uno con il quadro dell’altro e viceversa.
Quanto emerso diviene materiale prezioso per una nuova lettura dell’assoluto di coppia. L’intreccio così creato viene restituito alla coppia in fase conclusiva, con una restituzione finale, un racconto metaforico o la fiaba. Tale scelta non è casuale, ma dettata da un’attenta riflessione sul materiale raccolto e sull’eventuale presenza di un sufficiente contenuto simbolico. Quando possibile, riteniamo importante rimanere nell’ambito del linguaggio metaforico, comune a tutto il lavoro delle Sculture, così da non perderne l’efficacia comunicativa.
Con Berger e Luckmann [22] diciamo che “la realtà della vita quotidiana appare sempre come una zona chiara dietro la quale c’è uno sfondo di oscurità. Mentre alcune zone sono illuminate, altre sono in ombra”. È la realtà per eccellenza, quella dominante della vita quotidiana, che cerchiamo di mettere in discussione anche con l’uso della scultura, per consentire a quella non manifesta, ovvero quella mitica, di trovare posto e autorizzare la trasformazione, la ristrutturazione e quindi la riorganizzazione della coppia.
Nell’esperienza clinica la fiaba è stata efficace con quelle coppie in cui non si rilevava una crisi particolarmente profonda e strutturata e in cui i sentimenti reciproci, nonostante lo stallo, erano ancora presenti. L’intervento così costruito, infatti, permette il manifestarsi degli aspetti più “romantici” della storia comune, rievocando emozioni troppo spesso dimenticate.
Lo scopo dell’intervento finale, qualunque ne sia la forma, è quello di porre i partner davanti ad un bivio: continuare a proteggere a tutti i costi l’idea mitica di coppia, anche se vuol dire mettere in atto comportamenti disfunzionali o tentare un difficile cambiamento, che inevitabilmente porterebbe entrambi a rimettersi in gioco come individui e come coppia.
Diversamente da Caillé, che conclude sottolineando l’impossibilità di cambiare, non viene proposta alla coppia questa affermazione paradossale come una verità assoluta: il loro modello relazionale è una rappresentazione della realtà profondamente radicata, difficile ma non impossibile da modificare. Lo scopo di un intervento così strutturato è quello di rendere la coppia responsabile della scelta di un eventuale processo di cambiamento: la strada che decideranno di percorrere diverrà argomento di discussione e di verifica nella seduta di follow-up finale, prevista dopo circa sei mesi. Il permanere della coppia in una fase di stallo od un ulteriore peggioramento non farà altro che confermare la difficoltà nell’attuare un cambiamento concreto, che implichi l’abbandono degli abituali schemi relazionali. Il miglioramento della relazione dimostra che il lavoro terapeutico svolto attraverso le Sculture ha permesso loro non solo di modificare le modalità relazionali, ma anche di interiorizzare i nuovi significati costruiti.

CASO CLINICO
“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro,
ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.
(Lev Tolstoj, Anna Karenina)
 
Elisabetta, 38 anni e Giorgio, 35 anni, sono moglie e marito da 8 anni, hanno una figlia Carla di 5 anni e chiedono una terapia in seguito alla scoperta fatta da Giorgio di una relazione extraconiugale della moglie, che va avanti da diverso tempo.
Entrambi fanno risalire l’inizio dei problemi coniugali alla nascita della figlia, in seguito alla quale Giorgio, completamente preso dall’accudimento della bambina, aveva sviluppato attacchi di panico e forte ansia che lo avevano portato ad una psicoterapia individuale andata a buon fine, ed Elisabetta ad una prescrizione di lieve supporto farmacologico, mai portato avanti, per sintomi depressivi, attribuiti al senso di inadeguatezza provocato dal comportamento del marito e dall’iperprotettività dei nonni.
Dalla prima seduta emerge da parte di entrambi un senso di confusione: Elisabetta dice di aver scelto di restare col marito razionalmente e non “di pancia”, Giorgio dice che non ha dubbi sul suo amore, ma proprio la razionalità lo sta bloccando. Entrambi comunque sono disponibili a mettersi in gioco e nessuno dei due sembra intenzionato a separarsi. La nostra ipotesi è che la decisione di avere una figlia sia stata la risposta ad un mandato delle famiglie d’origine, mentre tra di loro non c’era un’intesa sufficiente visto che entrambi si stavano ancora svincolando dalle rispettive famiglie. Decidiamo di effettuare alcune sedute di approfondimento delle storie individuali e della loro storia di coppia, e, vista la difficoltà, soprattutto da parte di Elisabetta, di dare espressione ai vissuti emotivi, stabiliamo di usare la tecnica delle sculture fenomenologiche per fare emergere la parte più nascosta e fondante della loro unione.

1. Seduta del Protocollo - Sculture Fenomenologiche
Scultura di Giorgio: Giorgio posiziona due sedie una davanti all’altra e mette Elisabetta seduta di traverso sulla prima sedia, lasciando vuota la seconda su cui lei poggia il braccio. Poi con l’aiuto del terapeuta che chiede precisazioni gira un po’ di più il busto di Elisabetta, le accavalla le gambe e la fa sorridere.
Terapeuta: “Si posizioni anche lei nella scultura”.
Giorgio si mette in piedi dando le spalle a Elisabetta, che lo guarda (sembra tenere in mano un valigia) (figura 1).



Il terapeuta chiede a Giorgio se è soddisfatto, alla risposta affermativa fa tenere la posizione per circa un minuto.
Movimento: Giorgio si muove, mentre Elisabetta rimane ferma: aggiunge una terza sedia davanti alle altre due e va a sedersi su quella centrale, sempre dando le spalle a Elisabetta e poggiando le mani sulla sedia davanti.
Scultura di Elisabetta: Elisabetta prende una sedia e fa sedere Giorgio a cavallo con un braccio alzato con la mano aperta. Il terapeuta fa qualche domanda per precisare la posizione di Giorgio la direzione dello sguardo, l’espressione e invita Elisabetta ad inserirsi nella scultura (lei non si era pensata nella scena).
Elisabetta si mette in piedi e tocca con la mano aperta la mano aperta di Giorgio: si guardano negli occhi (figura 2).



I due ridono (specialmente lei ha difficoltà a sostenere lo sguardo di Giorgio).
Movimento: Elisabetta fa abbassare le braccia di Giorgio che sembra tenere le briglie di un cavallo, mentre Elisabetta resta in piedi e abbassa il braccio, ritirandosi un po’ dalla scena.

2. Seduta del Protocollo - Quadri del Sogno
Quadro del Sogno di Elisabetta: Giorgio è un principe, seduto sul trono, è vestito di azzurro, ha un’espressione divertita, soprattutto gli occhi. Elisabetta è un giullare, vestito di porpora con il tipico cappello con punte e sonagli. Si trovano da soli nella sala del castello, c’è una luce calda intorno, perché è il tramonto. Il giullare è davanti al principe, girato di ¾ in modo tale che si veda bene il volto sorridente con gli occhi spalancati e le mani contratte (la posizione è simile a quella di uno scalatore sulla parete di roccia), ma si vede anche il volto del principe che ride solo con gli occhi. Entrambi sono sorridenti.
Rappresentazione: Elisabetta fa sedere Giorgio su una sedia con le mani sulle gambe, gli dice di sorridere, ma a bocca chiusa e lei si mette davanti a lui per fare il giullare tenendo le mani contratte come per aggrapparsi e un piede sollevato, anche lei è sorridente.
Quadro del sogno di Giorgio: ci sono Lady Marian e Robin Hood a cavallo, lei ha un vestito turchese con le maniche a sbuffo, con la gonna e il velo, lui la classica tenuta verde con la calzamaglia, il cappellino a punta e la spada; lei sta dietro e lo abbraccia; stanno scappando dal castello e si dirigono verso la foresta di Sherwood. Il castello è in alto, lontano, illuminato dal sole, vuoto. Siamo in primavera, ci sono i fiori. Entrambi sono sorridenti, felici, stanno per entrare nel fitto del bosco, non si vede la fine, ma Robin Hood conosce bene quella foresta e non si perde.
Rappresentazione: Giorgio mette due sedie vicine, fa sedere Elisabetta su quella dietro, lui si siede davanti, dando le spalle a Elisabetta; Giorgio prende le mani di Elisabetta e se ne cinge la vita; entrambi hanno espressioni sorridenti; Giorgio precisa che l’espressione di Elisabetta deve essere anche sorpresa, estasiata.

3. Seduta del Protocollo - Seduta Individuale di Giorgio
T: All’inizio della scultura voleva rappresentare la famiglia invece della coppia, come mai? ci ha pensato?
G: Sì… ho messo la famiglia perché è l’unica che… condivido.
T: Si spieghi meglio.
G: Ciò che rende unica la nostra coppia è nostra figlia Carla… coppia completa in quella situazione… io ho sempre ricondotto tutto a mia figlia e ho perso di vista la coppia…
T: Se non ci fosse stata Carla?
G: Ci saremmo divertiti di più.
T: Vostra figlia è il frutto… non è la coppia. Cosa c’è di unico e di irripetibile nella sua coppia, me lo dica usando una parola.
G: Felicità, divertimento.
T: Crede che fra i tentativi di animazione di sua moglie ci sia anche il tradimento come tentativo di riportarla dalla famiglia alla coppia?
G: Sì, è vero, ero mancato nel rapporto di coppia… ma non so quanto possa essere stato… sì lo vorrei sapere.
T: Si era già fatto questa ipotesi?
G: Sì, quando lei ha detto che il suo comportamento voleva essere scoperto.
T: La coppia è fatta da due persone e da due identità. Sua moglie animatrice, lei controllore. Sua moglie per natura ha questa tendenza ad animare. C’è però il rischio che più lei sta fermo più Elisabetta si anima. Questo per una necessità di Elisabetta, per sua natura. Il nostro lavoro è mettere insieme le vostre idee di coppia e farne un intreccio che scaturisce da tutto quello che vi portate dentro.
Per concludere (intreccio ricorsivo tra scultura di lui e quadro del sogno di lei): il suo comportamento, principe sul trono, ha dentro la coppia la funzione di proteggere l’idea che sua moglie ha della coppia. Questo è quello che succede: lei è un principe seduto per permettere ad Elisabetta il movimento… non è detto che questo sia utile per la coppia. Quanto è venuto fuori oggi lo terrà per sé fino all’ultima seduta che abbiamo pensato fra tre settimane.

4. Seduta del protocollo - Seduta Individuale di Elisabetta
T: Le do la possibilità di parlare di quello che abbiamo fatto nelle ultime due sedute. Cosa ha voluto rappresentare?
E: Mio marito a cavallo, io a terra, quando mi passa accanto io gli do il cinque..
T: Cosa ha voluto rappresentare?
E: Quello che lui è: animo da principe, né fiaba né film, una persona seria… l’ho conosciuto quando lui aveva 24 anni e io lo chiamavo zio… io sono più allegra, aperta… l’incontro è stato qualcosa di scoppiettante.
T: Come c’è stata, dentro la scultura?
E: Io mi ci vedo proprio… lui arriva serio e io nonostante la sua figura imponente… io con la mia allegria, lui più rigido..
T: La scena partiva con l’incontro, poi c’è il movimento, cosa accade?
E: Lui prosegue il suo percorso... era un incontro e io lo vedo passare… Quale era la domanda?
T: Oggi alla vostra coppia cosa succede?
E: Incontro fra due persone opposte che si compensano, non è una cosa morbosa… Solo all’inizio eravamo più appiccicati… a me però dà fastidio…
T: Vuol dire che c’è incontro e poi libertà individuale?
E: Sì…
T: Proviamo a collegare la sua scultura con il Quadro del Sogno di Giorgio: non è che lei permettendo l’incontro fra due opposti permette a Giorgio di prendere le distanze dal castello, cioè dalla sofferenza di coppia, dandogli così l’autorizzazione verso il nuovo?
E: Può darsi… però non capisco cosa rende la coppia unica…
T: Provi a collegare il suo dare il via a Robin Hood che scappa verso qualcosa di diverso…
E: C’è sicuramente un ripartire, ritrovare un punto d’incontro… ora mi lascia stare.
Per concludere (intreccio ricorsivo tra scultura di lei e quadro del sogno di lui): nella sua scultura il movimento di dare il via permette a Giorgio di riprendere le redini e quindi lo autorizza a portarla via a cavallo dal castello, proteggendo così l’idea di coppia di Giorgio e la sua stessa identità. Poi però lei vorrebbe fare da sé, anche in modo confuso (tradimento) per uscire dal castello vuoto (cioè dalla sofferenza della coppia)... ma rifà il movimento per autorizzare Giorgio a continuare nel suo percorso di principe che vorrebbe condurre, segnalato negli anni in maniera confusa dai sintomi ansiosi.

5. Seduta del Protocollo - Conclusione - Restituzione dell’intreccio di coppia
In questa ultima seduta Giorgio ed Elisabetta appaiono molto più capaci di analizzare la loro storia e i problemi che hanno avuto, tanto che quasi non occorre l’aiuto del terapeuta per ricostruire il senso del lavoro fatto: si confrontano sulle Sculture e sui Quadri del Sogno, chiedendosi a vicenda spiegazioni e iniziando a farsi nuove richieste. Si riporta uno stralcio relativo al Quadro del Sogno di Elisabetta e ai possibili significati della figura del giullare, dove emerge il gioco di coppia, portato in luce dal lavoro svolto:
T: Quando il giullare non fa il giullare, che fa?
E: Aspetta che passi Robin Hood…
T: Che è il principe?
E: No… si è detto che se qualche volta il principe facesse Robin Hood andrebbe bene e che se qualche volta il giullare non facesse il giullare potrebbe aspettare che arrivi Robin Hood... e che quindi diventi una figura più passiva.
T: Mi sembra che lei stia facendo una richiesta, la può chiarire?
E: Sì… Devo fare degli esempi?
G: Che vuoi da me?
E: “Pimpare”… (cambia discorso)
T: Che significa “pimpare”…?
E: Più iniziativa…
T: Faccia un esempio pratico…
E: In realtà lo sta già facendo… non ho un esempio…
T: Ci pensi...
E: Secondo me va bene quello che fa… fine settimana, giornate, il ponte del primo di giugno…
T: Ci metta il caricone…
E: No va bene così perché il problema più grosso era quello di non considerarci come coppia… una giornata da soli, il fine settimana…
T: È soddisfatto Giorgio della spiegazione del “pimpare” che ha dato sua moglie?
G: No… (rivolto a lei) fai uno sforzo…
T: Ci ha pensato?
E: Sì, ma non mi vengono in mente altre cose sul pimpare… avrei un desiderio, vorrei essere lasciata più stare... sono una che va tenuta sotto controllo e poi mollata… questo è quello che sento maggiormente… sul pimpare…
T: È particolare questo… perché tante donne avrebbero approfittato per proporre una lista di cose da dire… ma questo vi rispecchia… questa domanda l’ha messa in difficoltà perché è lei di solito quella che fa, che si muove… Prima suo marito l’ha protetta e vi faccio notare perché... ha interrotto la domanda ed è intervenuto lui al posto suo: l’ha protetta dalla difficoltà che lei ha di rispondere… Ci avete mostrato il vostro protettivo gioco di coppia…”.
A conclusione di tutto il percorso terapeutico, abbiamo deciso di scrivere la restituzione finale in forma di fiaba (utilizzando le immagini del principe e della principessa, emerse spesso dai colloqui con la coppia), di cui si riporta lo stralcio relativo all’intreccio:
“la principessa (Elisabetta), con la sua vitalità, la sua solarità, la sua innata voglia di movimento, era l’anima della coppia (giullare), e permetteva al principe (Giorgio) di poter controllare, immobile, dal suo trono, l’andamento del castello e l’andamento della vita di coppia, ma anche di rapirla talvolta (Robin Hood), sul suo cavallo bianco, per fuggire insieme da un castello che sembrava vuoto. Questo però aveva comportato il fatto che la principessa, per sua natura incontenibile, fosse fuggita dal castello da sola e lo avesse fatto soffrire (= relazione extraconiugale). Il principe, d’altra parte con la sua statica solidità aveva dato alla principessa una base sicura a cui fare ritorno, ma l’aveva anche fatta sentire oppressa e sola. Come dunque avrebbero potuto adesso cambiare per stare meno male ed essere nuovamente felici?” .

Fin dalle prime battute la coppia presenta delle immagini dell’altro cristallizzate e rigide, ma in crisi: entrambi affermano di aver messo il coniuge su un piedistallo, di averlo idealizzato, di non accettarne difetti e debolezze.
Il lavoro attraverso le Sculture porta alla luce contenuti più profondi ma altrettanto immutabili, che riguardano l’immagine che ognuno ha dell’altro, ma soprattutto della coppia e del suo funzionamento: per questo Elisabetta è per il marito una principessa piena di vitalità e vorticose energie, mentre Giorgio è per la moglie un principe solido ed affidabile, ma immobile. Il funzionamento della coppia vede lei continuamente in movimento fino all’agitazione, mentre lui si mantiene fermo, fino alla passività ed al controllo estremo (e dunque alle crisi di ansia e attacchi di Panico).
Entrambe queste immagini si presentano come atemporali, avulse dalle situazioni concrete, rigide ed incapaci di modellarsi in base ai vari momenti della vita quotidiana e più in generale del ciclo vitale della coppia/famiglia.
Durante l’ultima seduta ed il follow-up dopo sei mesi emergono significativi aspetti di cambiamento: i coniugi raccontano di aver lavorato a scambiarsi ruoli, capacità e compiti, ritrovando una serenità ed un equilibrio da tempo dimenticati. Elisabetta, che ha cambiato colore di capelli e ha qualche chilogrammo in più, si può permettere di dire che la sera non ha voglia di uscire o che non le piacciono alcuni hobby del marito, mentre Giorgio ha ritrovato il piacere di organizzare le uscite della famiglia e si può permettere delle dimenticanze di poco conto, segno tangibile di una riduzione dell’ansia e del controllo.
Si rendono conto che scambiarsi i ruoli non significa perdere la propria identità, ognuno resta quel che è, ma con maggior elasticità.
La terapia di coppia ha portato alla luce il fatto che le caratteristiche di ognuno, abbandonate le rigidità, tornano ad essere risorse e non più freni per la crescita: il marito ha in sé la capacità di essere propositivo (rappresentata dal cavallo nella sua Scultura Fenomenologica) se riesce ad abbandonare il ruolo di principe controllore e la moglie ha la capacità di aspettare e di stare ferma (vedi la sua Scultura Fenomenologica), se può lasciare il rigido ruolo di animatrice.

CONCLUSIONI
In “C’era una volta”, Philippe Caillé scrive: “restituire significa raccontare una storia e, all’interno dei vincoli imposti dal racconto, far apparire in filigrana altre possibilità tra le quali la coppia o la famiglia possono effettuare le scelte, far emergere altre storie” [16].
Abbiamo spiegato come la nostra versione breve delle sculture di Caillé non debba essere applicata “a tappeto”: infatti ha una migliore efficacia se rivolta a coppie prolisse e resistenti a livello non verbale, difese emotivamente, che credono ancora in un progetto di coppia, che vivono il periodo di crisi come blocco e i cui sentimenti, positivi o negativi, chiari o confusi, siano ancora ai nostri occhi di terapeuti sinceri e coinvolgenti.
Riteniamo che in coppie in cui esiste un’alta ed esplicita conflittualità o in cui è avviato un reale processo di separazione, le sculture possono non essere uno strumento utile di chiarificazione terapeutica.
Il ruolo del terapeuta è certamente più attivo soprattutto durante la fase finale dell’intervento, poiché egli assume la responsabilità di proporre una storia alternativa, emotivamente intensa, ricca di contenuti simbolici, che favorisce di solito rapidi cambiamenti e che produce una nuova coerenza di coppia.
Il concetto centrale di “intreccio di coppia” tanto caro a Caillé quanto a noi, si spiega bene con le parole di Forster [23]: “Ogni azione, ogni parola dovrebbero aver valore in un intreccio: esso perciò ha da essere costruito in economia e tenersi allo stretto necessario; anche se complesso, avrebbe sempre da essere organicamente pensato”.
La versione breve della scultura, senza sacrificare i contenuti innovativi di una pratica terapeutica consolidata, consente di rendere più fluido e meno ridondante il percorso terapeutico, esaltando il potere autotrasformativo della relazione con tempi più brevi, ma principalmente si adatta a contesti diversi da quelli originali, dalla Norvegia all’Italia, e favorisce una contaminazione teorico-pratica con modelli di intervento strutturali, strategici e narrativi.

BIBLIOGRAFIA
 1. Onnis L, Di Gennaro A, Cespa C, et al. Sculpting present and future: a systemic intervention model applied to psychosomatic families. Family Process 1994; 33: 341-55.
 2. Onnis L, Barbàra E, Bernardini M, et al. L’immagine del corpo ed i suoi riflessi: uno sguardo sistemico. Psicobiettivo 2006; 26: 2.
 3. Onnis L, Bernardini M, Giambartolomei A, Leonelli A, Menenti B, Vietri A. The use of metaphors in systemic therapy: a bridge between mind and body languages. Department of Psychiatric Sciences University of Rome “La Sapienza”, 1994.
 4. Piercy FP, Sprenkle DH, Wetchler JL. Family therapy sourcebook. New York: Guilford Press, 1996.
 5. Kantor D, Duhl FJ, Duhl BS. Learning, space and action in family therapy: a primer on sculpture. Techniques of Family Therapy. New York: Grune and Stratton (Ed. Bloch, D.A.), 1973, pp. 47-63.
 6. Onnis L. Il linguaggio delle emozioni: Virginia Satir e la sua concezione della terapia. Terapia Familiare 2002; 68.
 7. Sherman R, Fredman N. Handbook of structured techniques in marriage and family therapy. New York: Brunner/Mazel,1986.
 8. Papp P. Family choreography. In: Guerin P. Family therapy: theory and practice. New York: Gardner Press, 1976.
 9. Barker P. Basic family therapy. Hoboken: Blackwell, 1998.
10. Walrond-Skinner S. Family therapy: the treatment of natural systems. New York: Routledge & Kegan,1976.
11. Arcelloni T, Gaspari G. Lavorare con i grandi gruppi: la terapia sistemica di Bert Hellinger. Connessioni 2001; 143-54.
12. Onnis L. Il tempo sospeso. Milano: Franco Angeli, 2004.
13. Onnis L. La terapia sistemica e i suoi attuali sviluppi nella teoria e nella pratica. In: Onnis L, Galluzzo W (a cura di): La terapia relazionale e i suoi contesti. Roma: NIS, 1994.
14. Caillé P. Uno e uno fanno tre, quale psicoterapia per la coppia di oggi. Roma: Armando Editore, 2006.
15. Cancrini L, Barboni C. Sculture della famiglia e controparadosso in un caso grave di tossicomania. Terapia Familiare 1985; 18: 25-37.
16. Caillé P, Rey Y. Costruzione del racconto sistemico. Rapporto col metodo delle sculture. In: C’era una volta. Milano: Franco Angeli, 1998.
17. Caillé P. Il rapporto famiglia terapeuta. Roma: NIS, 1990.
18. Gulino MA, Mingione E, Troisi G. Che ci fanno tre psicoterapeuti con dei promotori finanziari? Ovvero l’uso delle sculture nel lavoro con le organizzazioni. Ecologia della mente 2008; 2: 125-40.
19. Manfrida G. La narrazione psicoterapeutica. Invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale. Milano: Franco Angeli, 1998.
20. Bruner J. Acts of Meaning. Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1990. Trad. it. La ricerca del significato. Torino: Bollati Boringhieri, 1992.
21. Ugazio V. Storie permesse storie proibite. Torino: Bollati Boringhieri, 1998.
22. Berger PL, Luckmann T. The social construction of reality. New York: Doubleday, 1996. Trad. it. La realtà come costruzione sociale. Bologna: Il Mulino, 1969.
23. Forster EM. Aspects of the novel. London: Edward Arnold, 1927. Trad. it. Aspetti del romanzo. Milano: Mondadori, 1986.