Commento all’articolo di Benedetta Longhi

Francesca Romana De Gregorio1

1Università degli Studi Guglielmo Marconi, Roma.

«Quando vi dicono che avete qualche cosa come i reni malati o l’ipertrofia di cuore e voi cominciate a curarvi, oppure quando vi dicono che siete un pazzo o un delinquente, vale a dire, in una parola, quando la gente tutto ad un tratto rivolge la sua attenzione su di voi, sappiate allora che siete caduti in un cerchio fatale da cui non uscirete più. Più vi sforzerete di uscirne e più ancora vi smarrirete. Rassegnatevi, perché non vi sono più sforzi umani che vi possano salvare. Così mi sembra»

Anton Čechov (“La camera numero 6”, 1892) [1]

Leggendo l’articolo di Benedetta Longhi “La psicosi: uno stato adattivo, in risposta alla realtà ostile percepita. Un viaggio fra psicoanalisi e scuola sistemico-relazionale, attraverso la storia di Leonora Carrington” mi viene subito in mente quanto affermato da Jaakko Seikkula nel suo ultimo libro “Il dialogo guarisce. Ma perché?” [2].

Seikkula sostiene che «La psicosi non è una condizione psicopatologica o una malattia, ma un’azione attiva della mente umana in una situazione estrema. Una persona che soffre di psicosi non è una vittima impotente della sua malattia, ma dispone delle risorse per superare la crisi».

Tale affermazione, che può sembrare persino provocatoria ad alcuni di noi, mentre apparirà ad altri forse scontata, ci porta inevitabilmente a riflettere sulle questioni della malattia, in questo caso della psicopatologia, della diagnosi e della terapia, ma ci porta, a mio avviso, a riflettere anche sul concetto di “psichiatrizzazione” [3].

Per quanto riguarda la malattia, l’autrice sembra scegliere la prospettiva della risposta adattiva della mente, come l’esito di una mente funzionante, che ricorre a tutte le sue risorse, pur di salvarsi dalla “morte psichica”. È una prospettiva sulla quale personalmente concordo, anche se lascia aperto il quesito del perché di fronte ad una situazione estrema, alcune persone “scelgono” la risposta adattiva della psicosi e altre no.

Diverse teorie, da quelle di orientamento più neurofisiologico a quelle di orientamento più psicoanalitico, interpersonale o relazionale, alcune di queste citate dall’autrice, partendo da Melanie Klein e Donald Winnicott e fino ad arrivare alle teorie di Luigi Cancrini sulle fasi dello sviluppo e dello svincolo dalla famiglia di origine, hanno provato a rispondere a questo quesito.

Tali prospettive, dalle quali i diversi autori guardano alla psicopatologia sono anche quelle che hanno consentito di differenziare le diverse condizioni psicopatologiche parlando di struttura o di funzionamento della personalità.

Il primo a parlare di disturbi psicotici in modo chiaro, come ci ricorda Luigi Cancrini nel suo libro “Un lungo viaggio nella mente” [4], secondo quella che sarebbe poi stata la nosografia psichiatrica, è stato Emil Kraepelin. Nel suo trattato di psichiatria Kraepelin propone l’esistenza di due grandi disturbi psichiatrici: la dementia praecox e la ciclotimia, ovvero la psicosi maniaco-depressiva. L’esigenza ci dirà Cancrini più avanti, nasceva dal voler arrivare a distinguere i disturbi che avrebbero potuto guarire da quelli che si sarebbero cronicizzati nel tempo.

Credo personalmente che sia proprio qui che si determina la grande differenza tra la psichiatria tradizionale e l’approccio dialogico ai disturbi psichiatrici. Quando parliamo di diagnosi e di categorie diagnostiche, inevitabilmente togliamo tanta della curiosità per le storie dei pazienti, come ha affermato anche Tom Arnkil nell’ultimo incontro internazionale di Dialogo Aperto che si è tenuto a Roma alla fine del mese di agosto 2023, ma anche, a mio avviso, in qualche modo cerchiamo di prevedere-predeterminare quello che sarà l’evoluzione del percorso della persona, evitando in questo modo di tollerare l’incertezza sulla possibile evoluzione del disturbo e, al tempo stesso, dando il nostro contributo al processo di psichiatrizzazione. Il dialogo avrebbe potuto aiutare Leonora Carrington? Può essere…

Un’interessante definizione del concetto di psichiatrizzazione è quella che troviamo nell’articolo di Timo Beeker et al. “Psychiatrization of Society: a conceptual framework and call for transdisciplinary research” [3] L’articolo suggerisce infatti che la psichiatrizzazione è un processo complesso di interazioni tra: individuo, società e psichiatria, attraverso il quale le istituzioni psichiatriche, la conoscenza e la pratica psichiatrica, raggiungono un crescente numero di persone, plasmano sempre maggiori ambiti della vita, dando ulteriore importanza alla psichiatria nella società.

Ed è proprio all’interno di questo processo complesso di psichiatrizzazione che possiamo inquadrare, a mio avviso, la storia di Leonora Carrington e di tante altre situazioni estreme diagnosticate come psicosi. Un processo complesso quello della psichiatrizzazione che, secondo gli autori dell’articolo sopra citato, prevede due livelli: un livello “Top-down” e un livello “Bottom-up”. Nel processo di primo livello “Top-down” troviamo gli psichiatri, gli psicoterapeuti, le case farmaceutiche, le polizze assicurative e le politiche socio-sanitarie che alimentano il processo con le categorie diagnostiche e i servizi sanitari; mentre troviamo all’interno del secondo livello “Bottom-up”, i cittadini, i pazienti e i clienti con le loro richieste di aiuto, supporto, risorse, spiegazioni. Tutto questo porterebbe, sempre secondo gli autori, ad un aumento costante dell’incidenza del disturbo psichico, ad un aumento dell’utilizzazione dei servizi, ad un’espansione delle categorie diagnostiche, ad un patologizzazione dei disturbi minori del benessere, ad un’impennata dell’utilizzo degli psicofarmaci, ad una ristrutturazione dei servizi di salute mentale ed a un utilizzo quotidiano dei concetti e del linguaggio psichiatrico. Gli autori concludono affermando che: «Sebbene la psichiatrizzazione abbia effetti altamente ambivalenti, la sua rilevanza deriva probabilmente da questi rischi: mentre individui soggetti a disturbi minori del benessere posso essere diagnosticati e trattati per disturbi più gravi, il processo di psichiatrizzazione può anche contribuire a minare l’assistenza sanitaria nei servizi di salute mentale per i malati più gravi, promuovendo l’adattamento dei servizi ai bisogni e ai desideri dei clienti meno gravi. Ad un livello sociale, il processo di psichiatrizzazione può portate ad aumentare gli interventi di tipo medico che responsabilizzano i pazienti per il loro stato di salute anziché incoraggiare strategie politiche a lungo termine.

Concludo riflettendo su questo delicato processo e sulla grande responsabilità che abbiamo come psicologi e psicoterapeuti, categoria alla quale appartengo insieme all’autrice dell’articolo Benedetta Longhi, responsabilità che credo sia ancora maggiore quando parliamo di interventi psicologici in senso lato, proposti da remoto, perché spesso le richieste che arrivano on-line sono meno filtrate di altre dal sistema socio-sanitario e proprio per questo propongono a chi le riceve una responsabilità maggiore nel primo intervento, soprattutto come possibilità di attivare risorse.

Bibliografia

١. Čechov A. Racconti e Novelle. Firenze: Sansoni Editore, 1955.

2. Seikkula J. Il dialogo guarisce ma perché? Lecce: Pensa Multimedia, 2023.

3. Beeker T, Mills C, Bhugra D, et al. Psychiatrization of society: a conceptual framework and call for transdisciplinary research. Front Psychiatry 2021; 12: 645556.

4. Cancrini L. Un lungo viaggio nella cura della mente. Firenze: Giunti, 2023.