La psicosi: uno stato adattivo, in risposta alla realtà ostile percepita.

Un viaggio fra psicoanalisi e scuola
sistemico-relazionale, attraverso la storia
di Leonora Carrington

Benedetta Longhi1

Riassunto. Partendo da un importante interrogativo riguardante la vera natura della patologia mentale, si tenta di osservare come e in che misura determinate manifestazioni psichiche rappresentino in realtà un adattamento naturalmente necessario per la sopravvivenza psichica di un individuo. A rigore della completezza dell’ipotesi proposta, si analizzerà il caso specifico di Leonora Carrington, un’artista e autrice surrealista a cui fu diagnosticato il disturbo di psicosi cicloide, o psicosi di Kleist. A tal fine, è stato elaborato un itinerario teorico che ha inizio con l’esposizione dei postulati psicoanalitici di Freud e Winnicott sulla genesi della psicosi, la rottura con la realtà e l’esperienza individuale e fantasmatica dei suoi sintomi. Tale excursus terminerà inevitabilmente nel bacino delle teorie più rilevanti e significative della scuola sistemico-relazionale, grazie ai testi di autori come Luigi Cancrini e Maria Laura Vittori. Attraverso questa ricerca si spera di diffondere consapevolezza sull’odierna e infestante incomprensione della psicopatologia, fornendone un’interpretazione che la concepisce come la manifestazione della completa messa in atto di tutte le risorse psichiche di un individuo. L’ipotesi che motiva l’intera ricerca è che la patologia, in ogni sua forma, possa rappresentare la messa in atto di tutte le risorse mentali che l’individuo ha a disposizione, attivata ad hoc, per fuggire dalla disintegrazione psichica. Il presente studio mira a una connotazione economica e positiva della patologia, che acquisisce il ruolo di “naturale decorso psichico”, affine alla fuga dalla morte mentale.

Parole chiave. Quesito psicopatologico, risorsa psichica, svincolo, psicopatologia, Leonora Carrington.

Summary. Psychosis: an adaptive state, in response to perceived hostile reality. A journey between psychoanalysis and systemic-relational school, through the story of Leonora Carrington.

Starting from an important question concerning the true nature of mental pathology, we try to observe how and to what extent certain psychic manifestations represent a natural adaptation, necessary for the psychic survival of an individual. Strictly speaking, the proposed hypothesis will be analyzed, we will analyze the specific case of Leonora Carrington, a surrealist artist and author who was diagnosed with Cycloid psychosis disorder, or Kleist psychosis. To this end, a theoretical itinerary has been elaborated that begins with the exposition of the psychoanalytic postulates of Freud and Winnicott on the genesis of psychosis, the rupture with reality and the individual and phantasmatic experience of its symptoms. This excursus will inevitably end in the pool of the most relevant and significant theories of the systemic-relational school, through the essays of authors such as Luigi Cancrini and Maria Laura Vittori. Through this research it is hoped to spread awareness about today’s infesting misunderstanding of psychopathology, providing an interpretation that conceives it as the manifestation of the complete implementation of all psychic resources of an individual. The hypothesis that motivates the entire research is that pathology, in all its forms, can represent the implementation of all the mental resources that the individual has available, activated ad hoc, to escape from psychic disintegration. The present study aims at an economic and positive connotation of pathology, which acquires the role of “natural psychic course”, akin to the escape from mental death.

Key words. Psychopathological question, psychic resource, release, psychopathology, Leonora Carrington.

Resumen. Psicosis: un estado adaptativo, en respuesta a una realidad hostil percibida. Un viaje entre el psicoanálisis y la escuela sistémico-relacional, a través de la historia de Leonora Carrington.

Partiendo de una importante cuestión relativa a la verdadera naturaleza de la patología mental, intentamos observar cómo y en qué medida determinadas manifestaciones psíquicas representan realmente una adaptación naturalmente necesaria para la supervivencia psíquica de un individuo. Para asegurar la exhaustividad de la hipótesis propuesta, analizaremos el caso específico de Leonora Carrington, artista y autora surrealista que fue diagnosticada con psicosis cicloide o psicosis de Kleist. Para ello se ha desarrollado un itinerario teórico que comienza con la exposición de los postulados psicoanalíticos de Freud y Winnicott sobre la génesis de la psicosis, la ruptura con la realidad y la vivencia individual y fantasmática de sus síntomas. Este excursus desembocará inevitablemente en el contexto de las teorías más relevantes y significativas de la escuela sistémico-relacional, gracias a los textos de autores como Luigi Cancrini y Maria Laura Vittori. A través de esta investigación esperamos difundir la conciencia sobre el malentendido generalizado de la psicopatología en la actualidad, proporcionando una interpretación que la concibe como la manifestación de la implementación completa de todos los recursos psíquicos de un individuo. La hipótesis que motiva toda la investigación es que la patología, en todas sus formas, puede representar la implementación de todos los recursos mentales que el individuo tiene disponibles, activados ad hoc, para escapar de la desintegración psíquica. El presente estudio apunta a una connotación económica y positiva de la patología, que adquiere el papel de un “curso psíquico natural”, similar a la fuga de la muerte mental.

Palabras clave. Cuestión psicopatológica, recurso psíquico, liberación, psicopatología, Leonora Carrington.

“AMABILE STREGA”: LEONORA CARRINGTON

Nata nel Lancashire, a Claytown Green (Inghilterra), nel 1917, figlia di Harold e Maureen Carrington, Leonora rappresenta una delle più grandi esponenti delle donne intellettuali all’interno del movimento del Surrealismo [1].

Un’artista che si è servita di molteplici strumenti per riuscire a trasmettere le sue idee politiche, sociali e poetiche: letteratura, scultura, fotografia e pittura. In tutte queste forme, è riuscita a seguire i principali postulati del movimento surrealista, mescolandoli con la propria visione personale, già ricca di numerose rivelazioni rispetto alla realtà oggettiva [2].

Nonostante l’educazione molto severa che suo padre, un importante industriale, le imponeva, non mancava mai di infrangere le tradizionali aspettative sociali, mettendo in evidenza l’assurdità di queste stesse, attraverso comportamenti bizzarri o fuori luogo per una giovane donna dei suoi tempi.

Sin da quando era piccola Leonora ricorda di essere costantemente entrata in conflitto con le ammonizioni e le pretese di Harold, che coglieva spesso l’occasione per ribadirle che i compiti di una donna consistevano semplicemente nell’essere piacevole, docile e disponibile [2].

Ogni tentativo di individuazione da parte della giovane artista sembrava venir costantemente contrastato dal rifiuto del padre e dal silenzioso consenso della madre alle sue severe pretese [1].

Questa lotta che Leonora ha dovuto costantemente portare avanti, sembra averla motivata a cercare soluzioni sempre più provocatorie e originali per contrastare gli ideali soffocanti di suo padre, avvicinandosi a diverse forme di espressione come la scrittura di piccoli racconti, la pittura e più avanti la fotografia.

Sin dalle sue prime produzioni scritte e pittoriche, infatti, ricorre una forte presenza di figure femminili, spesso divine e molto autobiografiche, poste continuamente in contrasto con l’immagine caricaturale dell’uomo, caratterizzato come un omuncolo, in molte sue opere come una vera e propria grottesca parodia del padre [1].

Nonostante le resistenze della famiglia, Leonora riesce a studiare pittura all’accademia d’arte Amédée Ozefant di Londra dal 1936, studi che si interrompono quando decide di scappare, nel 1937, con il pittore surrealista Max Ernst, di cui era innamorata [1].

Da notare la grande differenza di età tra i due, di circa ventisei anni, elemento che ricorre in tutte le relazioni mantenute dall’artista nel corso della sua vita. Questo fatto potrebbe essere interpretato come una tendenza della giovane Leonora a cercare una figura, in un certo senso, paterna che possa confermare, riconoscere e valorizzare la sua identità, cosa che il suo vero padre non è mai riuscito a fare nel pieno della fase di costruzione di questa stessa.

Tuttavia, ben presto, si rese conto che in realtà, anche all’interno del circolo dei surrealisti, intellettuali per definizione anticonvenzionali, vigevano ideali piuttosto riduttivi riguardo alla figura della donna, considerando quest’ultima come fonte d’ispirazione, oggetto di ammirazione e contemplazione [3].

Leonora, infatti, nonostante fosse una grande artista con messaggi fortemente controversi e ricchi di significato, era riconosciuta come la donna “pazza e sensuale” di Ernst. Ancora una volta la sua identità veniva delineata in funzione di quella di un uomo con più prestigio e riconoscimento intellettuale di lei, subendo le soffocanti restrizioni degli stereotipi vigenti [1].

Ricorre dunque l’eco del mancato riconoscimento del padre: altre figure maschili esprimono un giudizio nei suoi confronti, sminuiscono il suo essere, il suo contributo intellettuale, filosofico e artistico e la confinano all’interno di avvilenti e frivole categorie.

IL TRACOLLO, I SINTOMI E LA FUGA

Il momento che ha rappresentato l’inizio del declino mentale ed emotivo di Leonora corrisponde alla seconda detenzione di Ernst da parte delle truppe naziste, nel 1940. La stessa autrice ricorda che, a seguito di tale evento, sperimenta un profondo collasso emotivo arrivando a mettere in atto comportamenti autodistruttivi, con il fine di alleviare il dolore estremo che stava vivendo [4].

Da questo momento in poi, qualsiasi azione compiuta da lei stessa, o dalle persone intorno a lei, sarà integrata solo attraverso un’importante carica simbolica, a contenuto mistico, delirante ed esoterico [5].

Uno dei primi elementi rilevabili è l’identificazione di Leonora con il mondo esterno.

La mistica identificazione caratterizzata da una forte autoreferenzialità, elemento che possiamo riscontrare nelle stesse memorie di Leonora, riguardo ai primi momenti del collasso: «Il mio stomaco era dove la società si stabiliva… Lo specchio della terra, il cui riflesso è reale come la persona riflessa. Ho dovuto togliere da questo specchio – il mio stomaco – gli spessi strati di sporcizia…» [5].

I prodromi del collasso psicotico iniziano a manifestarsi dapprima molto subdolamente, con l’insorgenza di uno stato di eccitazione psicomotoria, quasi come se si trovasse nel pieno di uno stadio ipomaniacale.

L’intera realtà per Leonora si stava trasformando, stava sperimentando un’epifania che le aveva permesso di capire che lei aveva il compito di purificare la società, che doveva lottare contro l’uomo malvagio, anzi gli uomini malvagi che avrebbe incontrato lungo il suo percorso [4].

Al centro delle idee persecutorie e deliranti dell’autrice, risalta in maniera lampante quest’importante dinamica.

In diversi momenti della sua reclusione, ma anche nei pochi momenti che la precedono, Leonora si ritrovava sistematicamente vessata e perseguitata da figure maschili maligne, a cui spesso, anche nelle sue memorie, associava il proprio padre: «[…] era mio padre, il mio nemico e il nemico degli uomini […]» [5]

All’acuirsi del processo di distorsione della realtà, questo inizia a fondersi in maniera centrale con le idee persecutorie deliranti dell’autrice, che si ricrea nella convinzione che gli uomini potenti fossero la causa diretta del male che si stava diffondendo nel mondo.

Leonora si immerge in una realtà che si connota per l’alternarsi di stati di forte angoscia persecutoria e di immensa gioia mistica e rivelatrice. Sistematicamente, l’artista si allontana da qualsiasi integrazione oggettiva degli eventi che sta vivendo e passa da una dimensione esclusivamente mistica, ultraterrena, a una persecutoria. Date le dimensioni del collasso psichico che stava vivendo, Leonora fu ricoverata in un centro psichiatrico a Santander dal dottor Morales.

È allora che inizia un’osservazione clinica e sistematica dei sintomi di Leonora, che porta alla diagnosi della psicosi di Kleist, ora meglio conosciuta come disturbo psicotico acuto con sintomi schizofrenici o psicosi cicloide [4].

Nei quattro mesi di permanenza, Leonora viene sottoposta a trattamenti denigratori e crudeli, basati su dosi di cardiazolo e sedute di elettroshock; per questo motivo, i suoi stessi genitori decidono di chiederne il trasferimento in un’altra struttura a Lisbona, ma Leonora, durante lo spostamento, riesce a eludere i controlli e fuggire nell’ambasciata messicana [4].

Analizzando ciò che i sintomi psicotici hanno rappresentato per Leonora, sembra che, in un momento di totale mancanza di controllo e sensazione di impotenza nei confronti di ciò che stava vivendo, Leonora generi una realtà alternativa e una Leonora divina alternativa in cui convergono tutte le energie e i poteri di una divinità contro la quale si scaglia, sotto diverse vesti, il padre [4].

Ricorrente è, infatti, il tema dell’uomo che minaccia e schernisce la potente figura femminile e non la riconosce nella sua integrità e potenza.

La simbologia risulta evidente. Leonora, durante l’infanzia e la sua prima adolescenza, ha lottato duramente per poter costruire l’immagine del proprio Sé, che non fosse confinata all’interno dei canoni che le imponeva il padre e a cui, silenziosamente, acconsentiva la madre [1].

Il padre Harold ricorre, difatti, in ogni manifestazione creativa della mente di Leonora – opere pittoriche, opere letterarie e ideazioni psicotiche – con il ruolo di incombente carnefice e punitore [1].

Se si volesse quindi fornire una sintesi degli elementi centrali che hanno infestato i contenuti e le cognizioni di Leonora, dal momento in cui ha avuto inizio suddetto crollo psichico, si potrebbe fare, rimarcando due temi centrali: l’uomo e la donna.

Ripercorrendo in ordine cronologico i fatti e le interpretazioni che Leonora si è data rispetto a questi, risulta evidente la ricorrenza di questi due temi. L’uomo, infestante, subdolo e maligno – suo padre – torna costantemente a tentare di minacciare la sua integrità, il suo essere donna potente e magnifica, sotto diverse vesti.

Se si considerano almeno superficialmente le relazioni che caratterizzano il sistema familiare di Leonora, risalta la sistematicità con cui il progressivo processo di distorsione della realtà, in realtà, sembri coerente con il vissuto soggettivo di queste stesse transizioni affettive primarie.

Apprendendo tali nozioni relative al vissuto psicotico di Carrington, osservando la naturalità degli eventi e delle esperienze psicopatologiche da lei sperimentate, sorge spontaneo il quesito: la psicopatologia rappresenta una risorsa o un’anomalia?

LA PSICOPATOLOGIA: RISORSA O ANOMALIA?

Attraverso lo studio e l’osservazione dei rapporti umani e grazie alla singolarità del caso di Leonora, si è andato a sedimentare con sempre più forza e centralità un ansioso quesito che nasce anche dalla percezione della poca empatia e comprensione che provano le persone nei confronti degli altri.

È difatti impressionante come, a livello mediatico, informale, scientifico, accademico e sociale emerga spesso una visione delle difficoltà altrui per lo più categorizzante, spietatamente convenzionale.

Soprattutto, quando si analizza un fenomeno o un avvenimento che mette sotto osservazione diretta la psicopatologia, quest’ultima, ancora nel XXI secolo, sembra continuare a essere confinata in una semantica pericolosamente nociva e, per questo, emarginata, destinata a una perenne ed equivoca interpretazione.

La psicopatologia, infatti, è al centro di molte iniziative di sensibilizzazione che, spesso ironicamente, contribuiscono alla nascita di celle sempre più strette e incalzanti per l’individuo.

Si tenta di lottare contro la stigmatizzazione e i pregiudizi, fornendo un numero maggiore di categorie, con l’intenzione paradossale di rendere giustizia all’individualità delle persone che vivono una psicopatologia. In questo frangente, in questo particolare momento storico e sociale, il quesito prende sempre più forma e timidamente inizia a porre la sua prima perplessità: al giorno d’oggi, è stata realmente compresa la natura della psicopatologia?

Come si è giunti infatti all’attuale sistema di diagnosi e di comprensione del disturbo mentale? Da cosa nasce l’errore secondo cui la conoscenza della psicopatologia possa ridursi a etichette ben specifiche e, quindi a sintomi, comportamenti e reazioni standardizzati?

Procedendo, a ritroso, verso l’origine dello studio della malattia mentale, si giunge presto all’esigenza ultima che ha contribuito alla nascita della psichiatria, della psicologia – ma, analogamente, delle scienze in generale – ovvero il desiderio di conoscere e riconoscere una matrice razionale che conferisca un ordine ben preciso a ciò che viene osservato dall’uomo in natura [6].

Questa ricerca porta quindi al riconoscimento dell’esistenza di un ordine, di una linea ben marcata che separi ciò che rappresenta la norma da ciò che rappresenta un’anomalia.

I fattori di quest’equazione – la norma e l’anomalia – sono chiari e delineati da elementi e valutazioni principalmente socioculturali, e non puramente scientifici, o meglio, fenomenologici.

Ciò che si distoglie quindi da quanto viene considerato culturalmente normale, sano, corrente, ordinario, acquisisce immediatamente il senso di anomalo [7].

La psicopatologia difatti, sin dagli albori dei primi studi medico-biologici inerenti la ricerca della nosologia patologica, ha rappresentato un’anomalia, ovvero, un fenomeno da “correggere” attraverso l’identificazione delle maligne cause che provocano la deviazione da un corretto progredire mentale [6].

Quanto più si definiva la patologia, più forza e normatività acquisiva il concetto di sanità, contribuendo alla nascita e alla connotazione sempre più definita della pratica clinica, intesa come insieme di azioni che puntano alla cura, alla reversibilità del fenomeno patologico in corso [7].

È possibile evincere alcuni principi latenti, leggi, che sembrano soggiacere a questo sistema interpretativo, concepite verità nascoste in cui molti credono e che hanno acquisito progressivamente sempre più forza, validità e consenso:

• la psicopatologia è la manifestazione di un malfunzionamento della mente umana, non più solo da un punto di vista biologico, ma anche dello sviluppo. Il processo di cura, infatti, ne prevede il ritorno al funzionamento normativo;

• le etichette diagnostiche non sono solo etichette, ma entità cliniche patologiche, con maggiore protagonismo rispetto al vissuto soggettivo della patologia, quindi rispetto all’individuo stesso;

• il mandato terapeutico è contaminato dai primi due principi e dalla certezza che esistano esclusivamente individui malati e individui sani.

Con queste premesse, sorge una seconda perplessità: qual è la vera funzione dell’etichetta diagnostica?

È chiaro che l’iter di scoperta, studio e ricerca dei disturbi mentali sia stato necessario in ogni sua componente, dagli albori al giorno d’oggi. Non si rinnega quanto sia stato scoperto anche dai primi passi acerbi e stigmatizzanti.

Tuttavia, sorprende come l’etichetta diagnostica, ancora oggi, confonda non solo la gente comune, ma anche coloro che lavorano in contesti clinici. La nomenclatura e il sistema di diagnosi, che porta sempre a una dicitura, sono tutti strumenti che devono essere al servizio dell’approfondimento della conoscenza di un vissuto psicopatologico, non il suo esito.

La diagnosi è un mezzo attraverso il quale iniziamo la conoscenza e la comprensione del perché il soggetto abbia sperimentato l’insorgenza di quella esperienza psicopatologica. L’elemento di studio dovrebbe partire dalla domanda: come mai l’individuo, per salvarsi da un elemento di conflitto, ha deciso – non in termini di consapevolezza – di attivare tale schema difensivo?

Si giunge così al quesito principale, il perno dello studio che ha dato vita all’intera revisione sistematica: può la psicopatologia essere considerata una risposta adattiva della mente, e quindi in sé, rappresentare per l’individuo l’esito di una mente funzionante che ricorre a tutte le sue risorse pur di salvarsi dalla morte psichica?

L’obiettivo dello studio è, infatti, scandagliare a fondo tale interrogativo, per giungere allo stabilirsi di un dibattito scientifico e non ideologico, al cui centro si trova la psicopatologia come un naturale e funzionante processo di adattamento dell’individuo.

Per poter rispondere, si è considerato necessario conoscere i tre elementi principali di quest’equazione:

1. L’individuo. Che fattori bisogna considerare, come si connotano? Quali sono gli elementi protagonisti dello sviluppo dell’identità dell’individuo da considerare?

2. La minaccia di morte psichica. Che significa morte psichica? Cosa può rappresentare tale minaccia? In che momenti può manifestarsi? Si può essere più o meno vulnerabili a tale fenomeno?

3. La modalità difensiva. Che si intende per modalità difensiva? Che difesa mette in atto l’individuo? Come mai? In che particolare momento?

Ovvero, bisogna riuscire a comprendere in maniera schematica quali sono le risorse psichiche, relazionali, identitarie e affettive che l’individuo ha sempre avuto a disposizione e come le ha messe in atto, al momento dell’insorgenza del vissuto psicopatologico.

L’ipotesi che motiva l’intera ricerca è che la patologia, in ogni sua forma, possa rappresentare la messa in atto di tutte le risorse mentali che l’individuo ha a disposizione, attivata ad hoc, per fuggire dalla disintegrazione psichica.

Allo stesso modo in cui si inizia a nuotare, se si precipita in mezzo al mare, la mente attiva le proprie difese, per evitare l’annegamento mentale. Tale ipotesi quindi, mira a una connotazione economica e positiva della patologia, che acquisisce il ruolo di naturale decorso psichico, affine alla fuga dalla morte mentale.

Con l’obiettivo sopra indicato, sono state prese in considerazione le prospettive cliniche di alcuni autori che sembrano aver favorito l’approdo a questa particolare visione. Nello specifico, si è presa come patologia di riferimento la psicosi, considerata la natura dei suoi sintomi e segni che contribuiscono a una sua erronea interpretazione e comprensione, clinica e sociale.

L’obiettivo è riuscire a comprendere gli elementi che compongono l’esperienza psicotica di una persona: in concreto si tenterà di interpretare il funzionamento psicotico di Leonora, attraverso l’ausilio di diverse nozioni importanti.

LA PSICOSI COME ROTTURA CON LA REALTÀ

Il primo passo che avvicina la psicopatologia al particolare esito interpretativo proposto è stato fornito dallo psicoanalista Sigmund Freud, che costruisce una particolare dialettica teorica descrivente il disturbo mentale come linguaggio enigmatico e complesso, attraverso il quale l’inconscio manifesta le sue inquietudini e i suoi conflitti interiori [8]. L’autore, infatti, pone al centro della comprensione dell’eziologia patologica un conflitto psichico che agisce nell’istanza più profonda della mente di un individuo e che provoca la messa in atto di particolari meccanismi di difesa. Dipendendo dalla maturità di suddetti meccanismi, l’esito dell’azione fisica e mentale a cui portano può essere la nevrosi, oppure, nel più grave dei casi, la psicosi [9].

Dietro all’insorgenza di una psicosi e dei suoi sintomi, infatti, si celano spesso i meccanismi di scissione e di proiezione, due particolari difese che ricordano un funzionamento mentale non maturo, ma primordiale. L’individuo psicotico subisce una rottura del legame con la realtà circostante e il suo Io tenta allora di recuperare tale vincolo, sostituendo suddetta realtà con un’altra, meno spiacevole [9].

Secondo Freud, la rottura si verifica a causa di un’incapacità di accettare il mondo esterno ormai divenuto minaccioso e di un’impossibilità di viverla correttamente, senza soffrire a causa di profonde frustrazioni.

In questo modo, insorge lo stato psicotico, stato che si basa su un profondo e terrificante senso di angoscia, che guida le azioni psichiche nel tentativo di domare tali sentimenti e di recuperare la serenità. Il disturbo è nel nesso, nel nodo che lega il Sé e il mondo esterno e rappresenta il prodromo della disintegrazione dell’essere, del totale e irrecuperabile allontanamento dalla realtà [9].

Così, la psicosi agisce attraverso due principali azioni: l’invalidazione delle percezioni attuali e future dell’individuo e quella del tesoro mnesico delle percezioni precedenti, licenziando così la realtà ormai divenuta troppo spiacevole.

Da questa ristrutturazione del legame con il mondo esterno e degli elementi emotivi che lo permeano, l’individuo ha bisogno di sperimentare percezioni che ne confermino la vera esistenza; da quest’esigenza ha origine l’allucinazione [9].

Tuttavia, il mondo alternativo in cui la persona si immerge è comunque legato a emozioni profondamente spiacevoli come angoscia, paura e forte terrore, come un’imposizione di quanto l’individuo in realtà vorrebbe rifiutare, ma che continua a perseguitarlo, condannandolo a una continua e perenne fuga.

La patologia è quindi una comunicazione camuffata. Un segnale. Ma non è il conflitto stesso, piuttosto il modo in cui quel particolare individuo se ne difende.

LE DIFESE: LE RISORSE DELL’INDIVIDUO, I FRUTTI DEL SUO SVILUPPO
E DELLE SUE RELAZIONI

Melanie Klein, autrice e psicoanalista, partendo dagli importanti postulati freudiani, senza timore se ne allontana, addentrandosi nel mondo delle prime fasi dello sviluppo infantile per analizzarne i meccanismi e le caratteristiche da un’altra prospettiva.

Le conclusioni kleiniane mostrano sotto una particolare luce le difese che Freud afferma si celino dietro al meccanismo psicotico, rivelando come queste, in realtà, siano protagoniste delle relazioni primarie caratterizzanti le precoci fasi dello sviluppo psichico [10].

I meccanismi psichici infantili sembrano essere piuttosto analoghi a quelli posti in atto durante il vissuto di questa particolare psicopatologia. Klein pone al centro dello sviluppo psichico l’elemento relazionale, sottolineando l’importanza della figura del genitore – lei, in concreto, parla della madre – come principale oggetto che riempiva il mondo psichico del bambino, aiutandolo nelle successive fasi di comprensione dell’alterità e dell’identità [10].

Lo sviluppo del bambino si compone di posizioni che questo stesso assume rispetto all’oggetto primario, sottolineando la natura relazionale di questo fondamentale processo.

L’infante vive le prime fasi di vita bersagliato da sentimenti di angoscia e beatitudine che si alternano in continuazione. Un momento è sereno grazie alla disponibilità dell’oggetto primario, il seguente è in preda alla disperazione e al terrore per la sua assenza.

Il bambino si trova in una posizione schizoparanoide rispetto alla realtà, ovvero questa stessa viene letta in maniera scissa ed estremizzata, poiché per l’infante rappresenta l’unico modo per poter conciliare i propri sentimenti contrastanti verso l’oggetto. Per sopravvivenza, l’infante mette in atto l’unico meccanismo di cui dispone psichicamente, meccanismo analogo a quello che soggiace gli stati psicotici [10].

Dando seguito all’assunzione di una posizione schizoparanoide, il bambino si libera dall’istinto di morte verso l’oggetto, proiettandolo verso l’esterno, attraverso un meccanismo di identificazione proiettiva, creando così dei fantasmi persecutori. Se da questa posizione si matura progressivamente, si giunge a una finale integrazione del tutto-buono e tutto-cattivo come co-esistenti in un unico oggetto, assumendo una posizione depressiva rispetto alla realtà esterna [10].

Queste considerazioni vanno prese in esame tenendo conto di altri aspetti che la stessa Klein mette in evidenza. La posizione schizoparanoide e quella depressiva non sono semplici fasi dello sviluppo psichico: l’individuo transitoriamente, e non necessariamente a causa di una patologia, può assumere suddette posizioni nel corso della sua vita, dato il loro contenuto altamente difensivo e adattivo da un punto di vista soggettivo.

Inoltre, l’altro elemento da tener presente è il fatto che ogni meccanismo – anche quelli che soggiacciono a un funzionamento psicotico – si attiva per svolgere una funzione difensiva, sia nell’individuo non patologico, sia nell’individuo a funzionamento psicotico, e adempie adeguatamente a questo compito [7].

Alla luce di queste osservazioni, la psicopatologia non rappresenta più il risultato diretto di un conflitto intra-psichico pulsionale: è piuttosto il fallimento delle posizioni di sviluppo menzionate da Klein che può generare punti di fissazione di futuri funzionamenti patologici.

La connotazione kleiniana della psicopatologia cessa di biasimare la vulnerabile psiche di una persona e pone al centro della questione la profonda analisi del suo legame con il suo oggetto primario, primo ausiliare per lo sviluppo dell’infante, elemento organizzatore del vincolo con la realtà circostante [10].

DONALD WINNICOTT: PSICOSI E MANCANZA DI INTEGRAZIONE DELL’IDENTITÀ NELL’INFANZIA

Subentrano le considerazioni di Donald Winnicott, che pone al centro del processo di sviluppo psichico e identitario la relazione oggettuale, concentrandosi principalmente sull’utilizzo della facoltà creativa dell’infante [11].

Secondo la sua teoria riguardante l’oggetto transizionale e il fenomeno transitorio, l’individuo, sin dal suo primo contatto con l’oggetto, inizia a sviluppare la facoltà di immaginare, cioè di ricreare questo oggetto nella propria mente, al fine di compensare la sua mancanza fisica e oggettiva [12].

Nell’elaborazione di questa fantasia, il soggetto non confonde l’immaginazione con la realtà, allevia semplicemente l’angoscia per l’assenza di questo oggetto, immaginandolo. Questo costituisce il concetto di fantasia creativa, che influenza la facoltà di produzione artistica della persona secondo Winnicott e che costituisce una risorsa non patologica della persona, quando si tratta di compensare determinate mancanze [12].

Quando, invece, queste frustrazioni fanno sì che le fantasie del soggetto rimangano fisse, durante lo sviluppo di una persona non ha luogo un processo ottimale e, da ciò, sorgono nuovi modi di connettersi con il mondo circostante all’individuo che possono favorire la ricorrenza di comportamenti e meccanismi, come i sintomi di una psicosi [12].

La mancanza di risposta dell’oggetto transizionale verso i bisogni che il bambino presenta sembra essere un elemento chiave per la comprensione della predisposizione dell’individuo allo sviluppo di sintomi psicopatologici. Da questo approccio, la comprensione dell’origine del disturbo psicotico viene reindirizzata alle fasi infantili del soggetto, dove non è riuscito a stabilire un rapporto di fiducia con i primi oggetti, diventando, quindi, incapace di compensare quei bisogni di base, fondamentali per un’integrazione dell’identità.

Quando questo processo è influenzato dal suddetto uso improprio dell’oggetto transizionale, allora si raggiunge una disintegrazione dell’identità della persona, che implica una relazione disfunzionale con l’ambiente e una grave disconnessione con il proprio mondo interiore; quando si parla dello studio della genesi della psicosi, i legami paterno e materno-filiali sono riconosciuti come elementi di grande rilevanza [12].

La madre – la madre sufficientemente buona – dovrebbe avvicinare il bambino ai diversi oggetti transizionali, per migliorare le sue facoltà creative e relazionali, favorendo una corretta integrazione dell’essere. Il fallimento di questo supporto potrebbe costituire un fattore di rischio, a fronte di una disintegrazione e perdita del senso della realtà nell’età adulta. Il soggetto che soffre di psicosi, infatti, sperimenta una disgregazione dell’essere, una disconnessione con la realtà, vissuta in modo confuso e disorganizzato [11].

Questa azione di falsificazione della realtà va di pari passo con il concetto di falso Sé. Una parte dell’identità che è responsabile della protezione del vero Sé da qualsiasi minaccia psichica, ma che lo assorbe completamente, causando la disintegrazione della mente dell’individuo [12]. Ciò che nasce come risorsa della psiche, finisce per comprometterne l’equilibrio.

Questo importante deterioramento limita notevolmente le facoltà dell’individuo; tuttavia lo stesso Winnicott afferma che, anche nella sofferenza di una tale patologia, la persona non perde la sua “parte creativa”. Questa sostituzione della realtà può infatti rappresentare un campione della capacità creativa di una persona, che, perdendo il sentimento di continuità esistenziale in una realtà, ne genera un’altra in cui può sentirsi reale [12]. Le azioni manifestate sono il risultato di questa ricerca di reintegrazione.

IL FUNZIONAMENTO PSICHICO E LO SVINCOLO

Se il sintomo sorge come particolare comunicazione, in linea con la dialettica del sistema familiare a cui l’individuo appartiene, occorre allora conoscere con esattezza tale nucleo familiare.

In particolare, che tipo di maturità ne caratterizza le comunicazioni, le interazioni e soprattutto che livello di supporto questo è in grado di dare, in risposta alle necessità individuali del paziente designato, lungo le diverse tappe del suo sviluppo. Tutto questo è possibile grazie alle teorizzazioni principali del professor Luigi Cancrini.

Cancrini ha intuito infatti la necessità di integrare gli elementi appartenenti al mondo intrapsichico e al mondo relazionale, al fine di comprendere il funzionamento psicopatologico. Partendo dalla chiarezza in merito alla nomenclatura e alla definizione teorica che la debbono costituire, dà inizio a una rivoluzione nosologica e interpretativa del funzionamento patologico [10].

Egli si dimostra sensibile verso i molteplici fattori che influenzano i fenomeni psichici come il dolore personale, il sistema familiare, le transazioni emotive e relazionali che si vivono all’interno di esso, la cultura e la società dentro la quale l’individuo si muove. Si sofferma sul carattere dinamico del funzionamento psichico, affermando che ogni individuo può regredire o avanzare a diversi livelli di funzionamento durante l’intero arco della propria vita [7].

Ne identifica tre principali modelli: il funzionamento psicotico, quello borderline e quello nevrotico. Il funzionamento psicotico fa riferimento a una relazione con la realtà esterna caotica e primitiva, caratterizzato dall’utilizzo di meccanismi difensivi primitivi, in particolare la scissione, favorendo l’instaurarsi di stati di completo distacco dalla realtà [7]; il funzionamento borderline si qualifica come un livello di soglia abbastanza alto da non perdere il contatto con la realtà, se non in momenti di forte stress, ma comunque abbastanza basso da caratterizzarsi per un criterio scisso di lettura della realtà; poi viene il funzionamento nevrotico, che invece riesce a mantenere un livello di individuazione e integrazione dell’identità, ma che comunque potrebbe regredire ad altre soglie di funzionamento.

Il funzionamento normale, secondo Cancrini, si alterna spesso a quello nevrotico e non si caratterizza per la totale assenza di momenti di peggioramento della qualità di vita psichica. Questa teorizzazione permette di identificare l’esperienza psicopatologica come uno scorrimento, o scivolamento del funzionamento psichico di una persona, dovuto a ragioni di economia psichica della mente e non come l’espressione di una vulnerabilità [7].

Cancrini, in particolare, dedica molta attenzione allo sfondo familiare a cui l’individuo appartiene, ai movimenti che tutti i membri fanno, alle transazioni emotive, comunicative e sistemiche che lo caratterizzano. In particolar modo, si concentra sul tipo di supporto che la famiglia può dare, e ha dato, sino al momento dell’insorgenza di sintomi, affinché il paziente designato adempisse ai diversi compiti evolutivi che richiedevano le diverse fasi di sviluppo [7].

Lo sviluppo del singolo va, difatti, di pari passo con quello dell’intero sistema familiare. Partendo da queste certezze, l’autore comprende che la lettura della psicopatologia può avvenire attraverso l’osservazione della maturità – intesa come qualità del superamento e adempimento delle diverse fasi di sviluppo – della famiglia, la maturità degli individui che la compongono e quella del paziente designato.

L’individuo è immerso in un sistema di relazioni che assumono un ruolo fondante nel processo di organizzazione psichica, favorendo – oppure ostacolando – il processo di identificazione.

In particolare, individua come momento critico, che coincide spesso con l’insorgenza di un funzionamento psicotico, lo svincolo [10].

Visto come la fase in cui tutto ciò che viene risolto nelle prime fasi di sviluppo, questo risente di tutto ciò che è stato effettivamente assolto sin dall’infanzia. Lo svincolo, o separazione, rappresenta l’esito di un processo che ha inizio dalle prime fasi di individuazione e avviene attraverso il definitivo distacco di un membro dalla sua famiglia di origine, come individuo [7].

Tale movimento richiede non solo un’azione del singolo interessato, ma si avvale di un movimento congiunto, da parte di tutti i membri del sistema, a favore di questa sana fuoriuscita dal nucleo familiare. Compreso ciò, Cancrini tenta di scoprire quali siano le tendenze possibili di modalità di risposta e di organizzazione familiare rispetto alla possibilità di svincolo di uno dei figli, e individua quattro possibilità che possono favorire l’instaurarsi di un funzionamento patologico.

1. Lo svincolo si definisce impossibile se, a partire dalle prime fasi di sviluppo, un individuo ha mostrato evidenti difficoltà nei processi di coesione e formazione di un’identità integra. Tale diffusione identitaria ostacola l’uscita del giovane adulto dal proprio nucleo, favorendo l’insorgenza di sindromi dissociative. Lo svincolo impossibile, generalmente, si verifica in famiglie a transazione borderline da parte dei genitori, chiaramente legato a un sistema comunicativo caratterizzato dalla presenza di doppi legami [7].

2. Lo svincolo inaccettabile o impensabile, invece, fa riferimento alla non capacità della famiglia di concepire l’idea della possibile emancipazione affettiva di uno dei figli. In questo tipo di organizzazione il figlio spesso non riesce ad adempiere tale funzione evolutiva, nonostante le transazioni familiari siano spesso conflittuali. I genitori si caratterizzano per un funzionamento borderline con regressioni psicotiche a causa di un recondito profondo terrore nei confronti della disintegrazione e frammentazione dell’Io familiare. Il giovane non riesce a portare a termine processi di individuazione del Sé, poiché ostacolato dall’adesione al mito dell’unità familiare [10]. Impossibilitato in questa fase delicata, lo svincolo non avviene perché il giovane inizia a manifestare sintomi “negativi”, spesso indice d’insorgenza di schizofrenie catatoniche, sollecitando implicitamente la sua presa in carico da parte dei genitori.

3. Lo svincolo apparente, invece, si caratterizza per il tentativo del figlio di sottrarsi alla triangolazione familiare che caratterizza il suo sistema d’origine. Tali tentativi però vengono costantemente ostacolati da un richiamo alla lealtà familiare, attraverso queste stesse alleanze transgenerazionali (ovvero coalizioni, spesso nei confronti di un altro membro). L’identità del giovane è spesso confusa con la missione di non abbandonare i propri genitori, probabilmente legato alla fusione dell’Io del giovane con l’Io familiare, come teorizzato anche da Bowen. Il giovane, quindi, non vuole lasciare i genitori in balia delle loro stesse angosce di frammentazione e, per questo motivo, sviluppa un sintomo [7]. Quest’ultimo consente al giovane di non rinnegare il proprio desiderio di uscire dal proprio nucleo familiare, permettendogli però di rimanere vincolato ai genitori. Dunque, i tentativi di svincolarsi dalla famiglia d’origine culminano spesso in «clamorosi ritorni indietro sulla scorta di fragorosi episodi sintomatici».

4. Cancrini delinea anche lo svincolo di compromesso, definendolo come quello in cui il giovane svincolando tenta di uscire dal proprio sistema familiare assumendo un progetto di vita basato sulle aspettative dei propri genitori, o della propria figura di riferimento. Tale azione è spesso apparentemente proficua: difatti può articolarsi in momenti di benessere, alternati però ad altrettanti di profonda crisi. Si caratterizza per l’evidente alternanza fra idealizzazione e delusione nei confronti della realtà. La speranza che questo svincolo abbia un esito positivo è che lo svincolando si confronti con la realtà dei fatti, assumendo una posizione depressiva, quindi di integrazione dei molteplici aspetti del mondo esterno, e ripartendo da lì. Nel caso in cui tale riassestamento non abbia luogo, l’individuo resta vincolato sempre di più a una visione scissa della realtà, in balia dell’oceano borderline. Ritorna il significato fortemente sistemico della patologia. In tutti i modelli dei tipi di svincolo, Cancrini descrive una chiara strategia semantica del sintomo all’interno della sintassi patologica familiare. Il sintomo non è più solo comunicazione dell’individuo, ma è intriso di contenuti sistemici, familiari, relazionali risalenti all’intera maturità e dinamica del sistema familiare [7].

Nello svincolo impossibile, per esempio, il sintomo indica il maggior grado di gravità psicopatologica, poiché l’individuo sviluppa sintomi negativi, indice di un profondo stato di frammentazione dell’Io, la cui identificazione non è stata supportata dal sistema genitoriale. Il giovane si auto-annulla, entra in una dimensione tale di incapacità e disconnessione dalla realtà che porta i genitori a doversi occupare di lui, impedendo così il suo stesso svincolo [7].

Nei casi dello svincolo inaccettabile e apparente, invece, il sintomo assume un ruolo più strategico. Sembra che sorga, in entrambi i casi, per impedire la frammentazione dell’Io familiare o per proteggere i genitori dalla propria frammentazione psichica. Il figlio si immola per mantenere un sistema familiare stabile, rigido nella propria organizzazione psichica, relazionale e affettiva.

In ognuno dei casi studiati da Cancrini, il sintomo è veicolo di una strategia, affine all’evitamento della disgregazione dell’identità e al mantenimento dell’equilibrio sistemico familiare ormai vigente.

LO SVINCOLO DI LEONORA

Come già analizzato, il rapporto della giovane con la figura maschile sembra aver sofferto del mancato riconoscimento, da parte della figura paterna, della propria identità.

Sembrerebbe che la giovane tentasse già di ricostruire e reinventare tale legame legandosi inconsapevolmente a figure maschili ben più grandi di lei, coetanei del proprio padre, come Max Ernst.

La mancanza di possibilità di individuazione nel corso della sua infanzia, dovuta alla continua ostilità del padre verso ciò che interpretava come irriverenza continua da parte di Leonora, potrebbe essere considerato un fattore che ha portato o favorito la comparsa di sintomi psicotici, nella sua età adulta.

L’assenza dello sviluppo di un’identità coesa e stabile e sostenuta dalle figure di riferimento potrebbe aver contribuito alla maggiore vulnerabilità di Leonora, verso una disintegrazione del legame con la realtà [4].

Per analizzare lo svincolo, assume un ruolo centrale la relazione conflittuale con il padre Harold [4]. Si può ipotizzare che l’intero processo di coesione e integrazione dell’identità dell’autrice si sia basato interamente sull’opposizione a quanto Harold desiderava vedere nella figlia.

Leonora ha vissuto le prime fasi di individuazione sentendosi costantemente bersagliata dalla figura paterna, esplicitamente dichiaratasi delusa da ogni suo comportamento, non conforme ai canoni sociali di quel tempo, non per una “fanciulla”. Considerato il contesto anche sociale e culturale dell’epoca, la giovane artista non ha ricevuto un supporto attivo, né tantomeno combattivo, né da parte della madre, né da parte dei tre fratelli che però, indirettamente, appoggiavano la rigidità dell’approccio educativo del padre.

Leonora sembra comunque riuscire a “svincolarsi” dal nucleo familiare, poiché già in giovane età si trasferisce a Parigi per frequentare un’accademia di arte. Riesce a uscire fisicamente dal contesto, ma occorre analizzare, da qui in poi, la successione dei fatti che caratterizzano il suo crollo psichico, attraverso una modalità retroattiva.

Infatti, nonostante lo svincolo sia avvenuto, ed effettivamente, prima del suo crollo psichico trascorrano diversi anni, l’insorgenza del sintomo, la sua semantica e la sua possibile funzione risultano fortemente vincolati a un mancato completamento dell’emancipazione affettiva e identitaria di Leonora [4].

Lei sembra vivere questo conflitto attraverso l’innalzamento dei termini di questo stesso, portandolo a un piano più magnifico più esistenziale, più esoterico rappresentandosi e rappresentando lo scontro fra l’uomo e la donna [1].

Altro elemento di grande rilevanza è la tempistica dell’insorgenza dei primi sintomi di questo stato psicotico.

Leonora vede portare via Max Ernst per la seconda volta dalle truppe naziste e sembra che questa possa essere l’ultima volta in cui lo rivede.

Al veder perdere un importante riferimento, al riflesso del quale aveva potuto ricostruire la propria identità come artista, come surrealista e come creativa, Leonora sembra aver perso un importante ausilio, senza il quale non sa più come proseguire. Non sa più chi è, e ritorna nella sua stanza d’hotel e, lì, si manifesta il primo sintomo.

Questi elementi rendono possibile l’ipotesi che lo svincolo di Leonora si sia basato sulla individuazione di un Sé non completo, non stabile, né integro, vulnerabile a situazioni critiche. Sembra che la giovane si sia lanciata nell’avventura parigina vivendo al massimo delle sue possibilità l’esperienza dei circoli surrealisti, in maniera disinibita e sregolata, quasi come per contrassegnare progressivamente la maggior distanza dal modello ideale verso cui la spingeva la famiglia [4].

Ciò indica quindi una costituzione identitaria frammentaria, fragile nei confronti di situazioni di forte stress. Sembra quindi che, rispettando la terminologia di Cancrini, lo svincolo dell’artista abbia caratteri in comune con lo svincolo di compromesso, ma “per opposizione”.

Il compromesso che Leonora accetta è con sé stessa che, ferita dalle continue vessazioni paterne, decide di cercare il suo Sé, di trovarsi, al lato opposto di quanto convenzionalmente le si chiede di fare.

Dal momento in cui, una volta trovata l’apparente stabilità, l’elemento portante di questa stessa viene portato via, la mente di Leonora decide di proteggersi, prevenendo la frammentazione psichica, utilizzando ogni risorsa in suo possesso, generando una realtà fittizia in cui, per la prima volta, senza bisogno di altri riferimenti, senza l’ausilio di nessuno, lei ha il potere, lei è dea [4].

CONCLUSIONI

Cos’ha costituito l’esperienza di questi sintomi psicotici per Leonora?

Speranza, opportunità di salvarsi e di fuggire al totale annichilimento psichico. Leonora si è aggrappata a ciò che aveva a disposizione, per poter difendere la propria identità. Ciò è stato visto nelle sezioni precedenti, fornendo diversi paradigmi d’interpretazione, progressivamente approdando alle considerazioni di Luigi Cancrini, considerate cardinali per l’orientamento degli obiettivi di questo studio.

L’autore ha fornito le basi per un rovesciamento della visione della psicopatologia, e l’analisi condotta seguendo anche i suoi costrutti teorici ha portato a una reinterpretazione del vissuto psicopatologico di Leonora. Da manifestazione disordinata e folle di un conflitto interiore, a stato adattivo della mente.

“Liberazione dello spirito” [5] la chiama lei e, per diversi aspetti, in effetti i sintomi sembrano averle permesso di liberarsi da una zavorra affettiva, psichica e relazionale che l’ha tenuta per lungo tempo vincolata a una esistenza non del tutto completa. La sua identità sembra, infatti, essersi consolidata e integrata, anche attraverso l’esperienza dei suddetti sintomi. Tali conclusioni, in merito al caso di Leonora, aprono però delle questioni collaterali in merito alla risoluzione del quesito psicopatologico che ha dato inizio a tale studio.

Come risultato di queste conclusioni, vale la pena evidenziare una possibile linea di ricerca futura, che mira a comprendere il sintomo in base alle caratteristiche individuali del paziente, al fine di rilevare quale scopo adattivo o di sopravvivenza possono avere nel caso specifico.

Sulla base di queste conclusioni, viene evidenziata una questione che costituisce una sfida per lo psicologo clinico: la ridefinizione e l’aggiornamento dello sguardo con cui il paziente viene osservato e dei sintomi che presenta. Al momento di sperimentare una rottura con la realtà e il tentativo di riprendersi da essa, la persona si trova in uno stato in cui non può più comunicare con il suo ambiente, come ha sempre fatto.

L’incapacità di mantenere un modo di connettersi con la realtà e comunicare con gli altri in un modo considerato e percepito come normale contribuisce a una stigmatizzazione di questo tipo di patologie.

Ciò evidenzia l’importanza di ridefinire il compito di uno psicologo, che non dovrebbe porre al centro dell’attenzione la manifestazione della difficoltà di riconnettersi con la realtà, ma la difficoltà stessa, comprendendone le origini (purché non si tratti chiaramente di un disturbo di origine organica).

In merito alla questione psicopatologica affrontata all’inizio dell’elaborato, risulta doveroso esporre le relative riflessioni. Il caso di Leonora Carrington è risultato essere gravosamente significativo e allegorico in relazione al dibattito sulla natura della psicopatologia. La grinta e la disperata foga che si percepiscono dall’osservazione del decorso dei sintomi da lei vissuti si considerano di estremo valore ai fini di una ri-connotazione della patologia.

La speranza è che il presente lavoro riesca a portare a una considerazione del vissuto psicopatologico che non sia meramente meccanica, ma che riesca a congiungere la visione clinica a quella filosofica e fenomenologica. Un atteggiamento psichico, comportamentale, cognitivo, relazionale, affettivo e inevitabilmente intriso di quelle necessità emozionali e identitarie non soddisfatte durante le prime fasi di sviluppo. Tale considerazione sintetizza ciò che si è cercato di dimostrare attraverso questa lunga revisione teorica che parte dalla scuola psicoanalitica sino all’approdo alle brillanti teorie del paradigma sistemico-relazionale.

In merito a tale metodologia, si ritiene che ritornare ad attingere alle teorie che hanno dato inizio ai primi rovesciamenti scientifici, culturali e sociali alla comunità intellettuale, sia sempre rivelatore e necessario per poter proseguire con l’avanzamento nello studio e nell’elaborazione di ulteriori postulati teorici, che possano ridefinire anche i connotati del mandato psicoterapeutico e clinico.

Se cambia la nozione di ciò che sinora era concepito come “anomalia” è chiaro che anche il tipo di interventi che mira a riparare tale disfunzione debba cambiare. L’intero ragionamento scientifico alla base dell’elaborazione di tali teorie deve essere ripetuto seguendo, però, altri principi e, soprattutto, altri fini.

Dunque, le conclusioni del presente studio tenteranno di fornire una sintesi inerente a quanto osservato grazie a questo denso viaggio all’interno dell’universo psichico di Leonora, guidati dai paradigmi psicoterapeutici considerati più coerenti con gli obiettivi da voler raggiungere.

L’osservazione dei suoi sintomi ha portato luce sulla vulnerabilità di una mente, che paradossalmente ha sfoderato ogni sua risorsa per poter evitare di affrontare la morte psichica e la totale perdita del contatto con la realtà e che, contro i pronostici che erano stati elaborati al tempo, è riuscita a sopravvivere [5].

Il viaggio intrapreso attraverso i contenuti dei sintomi psicotici di Leonora, gli elementi salienti, significativi della sua vita, hanno reso visibili il limite e la finitezza di un approccio esclusivamente categoriale o meccanico nell’ottica della comprensione del fenomeno psicopatologico.

Le teorie studiate e riportate nella seconda sezione del lavoro forniscono un iniziale avvicinamento verso una completa e profonda interpretazione della psicopatologica, ancora tutta da studiare e da rendere “misurabile”.

Grazie ai postulati riportati, si è elaborata un’osservazione dell’artista che potesse rendere la multifattorialità e l’intrinseca soggettività del vissuto psicopatologico di Leonora, emergendo così un avvincente e intenso percorso di liberazione, verso il recupero della differenziazione del Sé.

Le conclusioni di questo lavoro sono in realtà elaborate per lasciare aperto l’invito al proseguimento nell’avanzamento dello studio di teorizzazioni che possano rendere misurabile, ma soprattutto comprensibile, la psicopatologia. Si spera di poter contribuire all’approdo verso una realtà clinica e scientifica, che prosegua nella riscoperta di ciò che sembrava caratterizzare la vulnerabilità della psiche, ma in realtà ne risalta la viscerale forza e tenacia.

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