Il drop-out in terapia: spunti di riflessione
nella pratica clinica

Elisabetta Maria Barilaro1, Margherita Carmignani1, Alessandra Cresci1, Martina De Biase1, Alessandra Errico, Elena Fedi1, Michela Lazzarini1,
Anna Lombardi
1, Sara Pelagalli1, Valentina Albertini2, Gianmarco Manfrida3

1Psicologa, specializzanda in psicoterapia presso il Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale di Prato CSAPR.

2Psicologa, Psicoterapeuta, Didatta presso il Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale di Prato CSAPR.

3Psichiatra, Psicoterapeuta, Direttore del Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale di Prato CSAPR.

Riassunto. Il drop-out nel processo psicologico costituisce un fenomeno diffuso e complesso, definito come la fine prematura del lavoro terapeutico senza un accordo condiviso tra paziente e terapeuta, che può avvenire in qualsiasi momento della terapia. Questo lavoro presenta il risultato di una ricerca volta a osservare le variabili più rilevanti di tale fenomeno, relative alle seguenti aree: il drop-out imputabile alle caratteristiche del paziente, del terapeuta e alla relazione terapeuta-paziente. Un questionario costruito ad hoc allo scopo di consentire una riflessione sul tema del drop-out nella pratica clinica è stato somministrato a 331 psicologi psicoterapeuti.

Parole chiave. Drop-out, alleanza terapeutica, processo terapeutico.

Summary. Drop-out in therapy: reflections in clinical practice.

Drop-out during a psychotherapy process is a common and complex event defined as the premature end of therapy without an agreement between patient and therapist. This event can occur at any time during the therapy. This paper presents the results of a research aiming to identify the most important drop-out variables attributable to patients, therapists and patient-therapist relationship. Its data derive from responses collected from 331 psychotherapists to a questionnaire created with the objective of investigating the drop-out event during therapies.

Key words. Drop-out, therapeutic alliance, therapeutic process.

Resumen. Drop-out en terapia: reflexiones en la práctica clínica.

El drop-out en el proceso psicológico constituye un fenómeno generalizado y complejo, definido como el final prematuro del trabajo terapéutico sin un acuerdo entre paciente y terapeuta, que puede ocurrir en cualquier momento de la terapia. Este trabajo presenta el resultado de una investigación dirigida a observar variables de este fenómeno, relacionadas con las áreas características del paciente, del terapeuta y de la relación terapeuta-paciente. Esta investigación ha involucrado a 331 psicólogos psicoterapeutas a través de un cuestionario construido ad hoc con el fin de traer una reflexión sobre el tema del abandono en la práctica clínica.

Palabras clave. Drop-out, proceso terapéutico, alianza terapéutica.

INTRODUZIONE

Il drop-out nel processo psicologico costituisce un fenomeno diffuso, complesso e di difficile definizione unitaria, come sostiene Garfield [1]. Secondo la maggior parte degli studiosi, per drop-out si intende l’interruzione prematura del lavoro terapeutico, che avviene senza un accordo condiviso tra terapeuta e paziente [2,3]. La natura complessa di questo fenomeno ha portato a definire il drop-out in letteratura tenendo conto di diversi elementi:

• il numero di sedute entro le quali avviene, in genere le prime cinque [4,5];

• la decisione di interrompere la terapia da parte del paziente, senza comunicarlo al terapeuta e senza il suo consenso [6];

• l’idea del terapeuta rispetto alla fine della terapia, che non coincide con quella del paziente: ciò si verificherebbe quando gli obiettivi definiti dal terapeuta non sono stati raggiunti oppure quando il paziente interrompe la terapia prima che si sia verificata una riduzione significativa dei sintomi [7-9].

Gli studi sul drop-out hanno individuato tre importanti categorie che influenzano tale fenomeno: i fattori relativi al terapeuta, al paziente e alla relazione tra il terapeuta e il paziente.

Per quanto riguarda i fattori riferiti al terapeuta, la letteratura evidenzia come l’orientamento teorico del professionista non sia una variabile influente rispetto all’abbandono prematuro della terapia, mentre risultano rilevanti gli anni di esperienza di lavoro in ambito clinico e l’atteggiamento del terapeuta. Infatti, terapeuti che hanno una maggiore esperienza lavorativa riportano un minor numero di abbandoni da parte dei pazienti e di fronte a un drop-out reagiscono con minore ansia e senso di colpa, rispetto a colleghi meno esperti [10-18]. Inoltre, terapeuti poco attivi e poco coinvolti emotivamente nella relazione con il paziente, che creano un minor contatto emotivo e che hanno aspettative negative nei confronti del paziente, tendono a registrare maggiori drop-out come ci segnalano Ronald e Abbie [19]. In altre parole, Cirillo, Selvini e Sorrentino [20] sostengono che un terapeuta dovrebbe lavorare su se stesso, trovando quel difficile equilibrio tra onnipotenza e impotenza, tra l’illusione di curare sempre e tutti i pazienti e il giudicare tutti troppo gravi o poco motivati, affinché il potere e la responsabilità di cura siano correttamente ridistribuiti tra terapeuta e paziente. Andrebbero, quindi, gestite alcune reazioni emotive anti-terapeutiche proprie del terapeuta, quali il senso di fastidio, di distacco e di rifiuto da un lato, l’onnipotenza, l’eccesso di empatia e l’iper-coinvolgimento con il paziente e la famiglia dall’altro.

Rispetto alle caratteristiche dei pazienti, la letteratura evidenzia alcune variabili rilevanti per il fenomeno del drop-out: scarsa istruzione, basso livello socioeconomico, ridotta motivazione, aspettativa di ottenere risultati e miglioramenti in tempi veloci [4,19,21-24]. Secondo Ronald [19] e Sharf [25] fin dalle prime sedute, i terapeuti dovrebbero porre attenzione a quei pazienti che hanno un atteggiamento di scarsa fiducia nei confronti della terapia, livelli elevati di negazione e tendenza all’oppositività, perché tali caratteristiche li renderebbero più inclini a un precoce abbandono. Infine, rispetto alla relazione terapeuta-paziente, è fondamentale la qualità dell’alleanza terapeutica: la condivisione degli obiettivi, il senso di sicurezza e la fiducia che il paziente prova nei confronti del terapeuta influenzano positivamente la terapia e la sua durata nel tempo. Da tenere però in considerazione è la possibile messa in discussione dell’alleanza a causa di dinamiche relazionali patologiche del paziente: in altre parole, pazienti con disturbi di personalità, in particolare quelli appartenenti al cluster B (Antisociale, Borderline, Istrionico, Narcisistico), tenderanno ad abbandonare la terapia più facilmente [15,18,26]. A tal proposito, Luigi Cancrini [27] propone una riflessione rispetto a due elementi del controtransfert nella relazione terapeuta-paziente: il primo si riferisce alla reazione inconscia del terapeuta di fronte al transfert del paziente, secondo cui l’espressione diretta dei conflitti propri del professionista verso il paziente potrebbe incidere negativamente sulla relazione terapeutica e sul decorso della terapia; il secondo, invece, riguarda la capacità del terapeuta di comprendere e controllare emotivamente ciò che sente, come utile strumento diagnostico per raccogliere informazioni sulla qualità e sulle tipologie di difese tipiche di quel paziente.

OBIETTIVI

L’obiettivo del seguente lavoro è stato quello di condurre un’indagine sul fenomeno del drop-out, per osservare le caratteristiche che lo definiscono e le variabili più rilevanti per la sua manifestazione, relative a tre aree: caratteristiche del terapeuta, del paziente e della relazione terapeuta-paziente.

STRUMENTI E METODO

È stata condotta una ricerca qualitativa tramite la somministrazione di un questionario semi-strutturato e costruito ad hoc, composto da 35 domande; di queste, 31 sono a risposta chiusa e analizzate in maniera quantitativa, mentre 4 sono a risposta aperta e analizzate in modo qualitativo.

La ricerca è stata condotta nel 2020, durante il periodo del lockdown, e il questionario è stato somministrato tramite i canali social.

Il campione si compone di 331 soggetti, di cui 2 medici e 329 psicologi; di questi ultimi, 248 sono psicoterapeuti, mentre gli altri 81 sono in corso di specializzazione.

La maggior parte dei professionisti che ha partecipato alla ricerca proviene dalla regione Toscana (44,6%), lavora in libera professione (92%) e ha meno di 10 anni di esperienza lavorativa (54%). Inoltre, l’approccio psicoterapeutico predominante è quello sistemico relazionale (50%).

La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di effettuare dalle 6 alle 10 sedute settimanali, mentre una minoranza effettua più di 15 visite nell’arco della settimana (fino a un massimo di 30 sedute).

RISULTATI

Analisi quantitativa

Caratteristiche che definiscono il fenomeno del drop-out

Dall’analisi del nostro campione, come evidenziato dalla Figura 1, meno del 10% dei partecipanti riferisce di non avere avuto drop-out nel corso degli ultimi 12 mesi, a conferma di quanto sia un fenomeno diffuso, mentre la quasi totalità del campione (82,7% degli intervistati), dichiara una percentuale di drop-out compresa tra 0% e 20% nell’ultimo anno. Più della metà degli intervistati riferisce che i pazienti che hanno effettuato un drop-out avevano già avuto esperienze di interruzione premature di terapie precedenti.




All’interno del nostro campione, 235 partecipanti affermano di aver avuto drop-out con disdetta della seduta con meno di 24 ore di preavviso: di questi, 146 dichiarano di non aver richiesto il pagamento della seduta annullata.

Rimanendo sul tema del pagamento, 172 intervistati riportano di non aver avuto problemi a farsi saldare le sedute dopo un drop-out, 63 dichiarano di aver riscontrato difficoltà in alcune occasioni e 87 di aver avuto problemi a farsi saldare le sedute.

Rispetto ai diversi setting di terapia, la Figura 2 mostra un confronto sulle frequenze del drop-out in terapia di coppia, familiare, individuale con adulti, individuale con adolescenti e individuale con bambini. Le risposte pervenute si basano su scala Likert, con punteggi da 1 a 5, dove 1 rappresenta la risposta “per niente frequente” e 5 la risposta “molto frequente”.




Come si evince dalla Figura 2, il setting di terapia in cui il drop-out risulta più frequente è quello della terapia individuale adulti.

Caratteristiche del paziente

In merito all’area delle caratteristiche del paziente, sono state considerate e indagate come predittive rispetto al fenomeno del drop-out le seguenti variabili: caratteristiche di personalità, età, motivazione, diagnosi, livello di scolarizzazione, livello socioeconomico.

Sono state analizzate le risposte del nostro campione su scala Likert da 1 a 5 e i risultati sono visibili nelle Figure 3 e 4.




Come evidenziato dalla Figura 3, i risultati del nostro campione concordano con la letteratura nel ritenere età e diagnosi come fattori non predittivi rispetto al drop-out e nel considerare invece, come variabili predittive, scarsa motivazione e caratteristiche di personalità (tendenza all’oppositività, aggressività, impulsività) [19,21,22,24,25].

La Figura 4 mostra come tutti i partecipanti alla ricerca considerino il livello di istruzione una variabile per niente o poco influente, mentre rispetto al livello socioeconomico le risposte sono discordanti: alcuni partecipanti la valutano come una variabile molto predittiva, altri per nulla.

Questi dati sono quindi in parziale disaccordo con i risultati disponibili in letteratura, che sottolineano invece come basso livello di scolarizzazione e basso livello socioeconomico possano aumentare la probabilità, da parte del paziente, di abbandonare prematuramente la terapia [4,23].

Caratteristiche del terapeuta

Rispetto alle caratteristiche del terapeuta, sono state analizzate due variabili legate al fenomeno del drop-out: gli anni di esperienza e l’errore all’interno del processo terapeutico. Le risposte, espresse su scala Likert da 1 a 5, sono visibili nella Figura 5: gli intervistati concordano con la letteratura nel considerare il drop-out come un evento su cui incidono gli errori del professionista nel processo terapeutico, ma non concordano nel considerarlo connesso agli anni di esperienza professionale [10,13,17].




Caratteristiche della relazione terapeuta-paziente

Le variabili prese in considerazione rispetto alle caratteristiche della relazione terapeutica, legate al drop-out, sono le seguenti: transfert, controtransfert, errori di timing, alleanza terapeutica, altre relazioni terapeutiche interrotte in passato. Le risposte su scala Likert da 1 a 5 sono state analizzate e i risultati sono visibili nella Figura 6.




L’alleanza terapeutica è la variabile ritenuta maggiormente rilevante rispetto al fenomeno del drop-out, con una polarizzazione delle risposte sugli indici 3 e 5 della scala Likert (rispettivamente 105 e 100 risposte). Rispetto al transfert, 175 colleghi lo ritengono un fattore importante, mentre rispetto al controtransfert la maggior parte degli intervistati (180) lo ritiene poco o mediamente rilevante nel fenomeno del drop-out.

Il fattore legato al timing all’interno della terapia, così come le precedenti terapie interrotte, sono valutati come elementi di media rilevanza rispetto a una possibile interruzione prematura.

Altre variabili analizzate

Sono state considerate e analizzate altre variabili come possibili fattori predittivi del drop-out in terapia. Le risposte del nostro campione si basano su scala Likert a 5 punti, dove 1 corrisponde a “per niente” e 5 a “molto”.

La prima variabile indagata è quella della presenza di figure terze (supervisore, altri specialisti, familiari del paziente) nel setting terapeutico.

Osservando la Figura 7, si nota come il rapporto tra terapeuta e supervisore non sia ritenuto dal nostro campione un fattore predittivo rispetto a una maggiore possibilità di drop-out da parte del paziente, così come il rapporto con gli altri specialisti.




Sembra invece che l’invadenza dei familiari nella relazione terapeutica sia considerata maggiormente influente, così come riscontrato in letteratura e a sostegno dell’ottica sistemica.

Avendo condotto la ricerca nel corso del 2020, il campione è stato inoltre chiamato a esprimersi sulla possibilità che eventi esterni, come quello della pandemia, abbiano potuto influenzare l’andamento delle terapie in corso e nello specifico portare all’interruzione prematura di esse: il campione considera la pandemia come un fattore relativamente influente, ma non fondamentale, rispetto al drop-out.

È stata inoltre approfondita una variabile del tutto nuova e non riscontrata in letteratura, quella del passaggio dalla terapia in presenza alla terapia online. Secondo i colleghi intervistati, è una variabile per nulla o poco influente sul fenomeno che stiamo analizzando.

È stata infine presa in esame l’eventualità che, a seguito di drop-out di una terapia familiare o di coppia, il setting potesse trasformarsi in terapia individuale: la maggioranza del campione ha risposto negativamente.

Cosa accade dopo il drop-out?

È stato preso in esame anche che cosa sia successo in seguito all’interruzione della terapia da parte del paziente: poco meno del 50% dei colleghi riporta di essersi rivolto a un supervisore e di aver considerato tale confronto utile.

La maggioranza del campione (232) riporta di esser stata nuovamente contattata dal paziente, ma anche di aver preso l’iniziativa di ricercarlo/a (219); a seguito del contatto telefonico da parte dello psicoterapeuta, il 50% circa dei colleghi riferisce un ritorno in terapia. In generale, gli intervistati affermano che, del totale dei pazienti che hanno fatto drop-out, ritorni in terapia una percentuale per lo più compresa tra 0 e 10 %.

Analisi qualitativa

Attraverso le risposte analizzate in modo qualitativo, è stata ampliata la comprensione di questo variegato fenomeno. Nonostante sia un tema di difficile definizione, la quasi totalità dei colleghi intervistati si considera in accordo con la letteratura nel definirlo “un’interruzione prematura della terapia da parte del paziente, indipendentemente dal numero di sedute effettuate fino a quel momento” [19,25]. I colleghi che hanno espresso invece il loro disaccordo con tale descrizione del fenomeno, hanno posto l’accento sull’elemento temporale legato al processo della terapia, evidenziando l’importanza di considerare non tanto il numero di sedute effettuate, quanto piuttosto la fase della terapia in cui si trova il paziente: alcuni intervistati ritengono che, per considerare un’interruzione come un vero drop-out, è necessario che il lavoro sia in fase iniziale di inquadramento e consultazione (entro la quinta seduta), mentre altri sostengono l’opposto, ovvero che tale fase sia superata (Figura 8).




I colleghi intervistati, rispetto alle motivazioni fornite dai pazienti per sostenere la scelta di interrompere la terapia, riportano con maggiore frequenza problemi contingenti (cambiamenti lavorativi, organizzativi e di orario) e in misura minore problemi economici.

La letteratura riporta che il terapeuta di fronte al drop-out può reagire con ansia e senso di colpa [11-13,15]. Indagando il mondo emotivo dei terapeuti intervistati, è emerso come l’abbandono del paziente abbia suscitato in loro emozioni di tristezza e rabbia. Una rilevante quota di partecipanti (112), inoltre, ha riferito vissuti di senso di colpa, mentre una minoranza riporta sollievo, ansia e vergogna.

All’interno del campione complessivo, solo 39 colleghi hanno fornito la risposta “altro”, dalla quale sono state estrapolate delle sottocategorie: nello specifico, 11 persone hanno riferito di aver provato dispiacere in seguito a un drop-out; altre, dubbio e frustrazione. Solo 9 colleghi hanno riferito di non aver provato alcuna emozione in relazione a uno o più abbandoni prematuri da parte dei loro pazienti.

Alla luce dell’importanza delle caratteristiche del terapeuta nel favorire il fenomeno del drop-out, come riportato in letteratura, è stato indagato ulteriormente il tema chiedendo agli intervistati se alcune loro caratteristiche professionali o personali potessero aver favorito l’interruzione prematura della terapia da parte del paziente: la maggior parte del campione ha risposto negativamente.

Nonostante ciò, 88 intervistati hanno indicato aspetti delle caratteristiche professionali e personali del terapeuta che potrebbero favorire il drop-out. Tra queste si riscontrano l’essere troppo diretti, la disponibilità eccessiva e la rigidità come caratteristiche personali (Figura 9), mentre l’inesperienza legata alla giovane età e all’insicurezza, il timing e la fretta come caratteristiche professionali (Figura 10).




Un dato a nostro avviso interessante riguarda la rilevazione di una terza categoria di risposte: i colleghi intervistati hanno infatti messo in evidenza l’importanza di considerare le proprie caratteristiche personali e professionali in relazione ad alcune caratteristiche peculiari del paziente che hanno di fronte. Emerge quindi come, per alcuni colleghi, vi siano anche aspetti del paziente che aumentano il rischio di drop-out: caratteristiche di personalità, resistenza al cambiamento e scarsa motivazione tra le più citate (Figura 11).




Successivamente è stato chiesto agli intervistati quali eventi possono essere ritenuti fenomeni di drop-out. Sono state fornite cinque opzioni di risposta e ogni partecipante poteva sceglierne più di una:

1. 283 persone hanno scelto la risposta “paziente che interrompe bruscamente la terapia senza dare spiegazioni” (opzione 1);

2. 237 interpretano il drop-out come il “paziente che decide di interrompere la terapia nonostante il lavoro non si possa considerare terminato” (opzione 2);

3. 68 persone vedono nell’opzione “paziente che disdice molti appuntamenti di seguito pur chiedendone sempre di nuovi” (opzione 3) un evento classificabile come drop-out;

4. 2 colleghi hanno scelto la risposta “paziente che dovrebbe farsi sentire per chiedere un nuovo appuntamento ma non si fa più sentire” (opzione 4);

5. 12 persone ritengono drop-out il “paziente che non si presenta in prima seduta” (opzione 5).

Quattro persone hanno risposto “Altro”.

Fra le risposte aperte fornite a seguito della scelta dell’opzione “Altro”, due in particolare sono sembrate degne di interesse. Una di queste è stata: “al momento del contratto non è partita la psicoterapia perché il paziente non ha voluto farla o perché ho deciso che non c’erano le condizioni”. Abbiamo riflettuto sul fatto che talvolta identifichiamo come un’interruzione prematura della terapia anche eventi che non lo sono, ma che invece semplicemente non corrispondono alle aspettative del terapeuta in quel momento o in relazione a quel paziente.

La seconda risposta presa in considerazione è stata: “genitori di un minore in terapia che decidono l’interruzione, non lo dicono al figlio e non accettano un colloquio finale di restituzione”. Questa risposta ha spostato la riflessione sul fatto che esistono casi in cui il drop-out può non dipendere dalla volontà del paziente in carico, ma da membri del sistema di cui fa parte, aspetto certamente rilevante nella pratica clinica e non incluso nelle nostre opzioni di risposta.

Abbiamo successivamente indagato quali siano i mezzi di comunicazione con i quali i terapeuti ricontattano il paziente: Whatsapp (137 risposte), telefonata (103 risposte), SMS (46 risposte), e-mail (26 risposte), seduta conclusiva (43 risposte) e lettera (4 risposte).

Infine, è stato chiesto al campione di raccontare brevemente un episodio di drop-out rimasto particolarmente impresso. Dalle risposte analizzate in modo qualitativo, sono state estrapolate tre macrocategorie: perché, quando e come (Figura 12).




Relativamente alla categoria “perché” (Figura 13), gli intervistati hanno affermato che le motivazioni più frequenti di drop-out hanno a che fare con le resistenze dei pazienti alla terapia e con gli errori terapeutici.




Si riportano di seguito alcune frasi significative dalle interviste:

• “Errore mio: ho spinto troppo, la paziente si è sentita abbandonata, si è arrabbiata con me e mi ha mandato a quel paese via e-mail con lezioncina”.

• “In una terapia individuale, dopo tanti mesi di buon lavoro e discreti progressi, non ho saputo gestire adeguatamente delle tematiche nuove emerse in seguito a dei cambiamenti nella vita di coppia del paziente”.

• “Il non essere riuscita a creare un’alleanza terapeutica con una giovane donna che stava molto male. Per inesperienza… era una delle prime pazienti dopo la specializzazione”.

• “Una ragazza di 16 anni con una storia familiare davvero complicata, che dopo una serie di sedute, andate molto bene, ha improvvisamente fatto un passo indietro e ha chiuso la terapia senza dare spiegazioni. Mi ha colpito molto perché mi sono chiesta se non avessi spinto troppo con delle riletture importanti che legittimavano i suoi vissuti, ponendo però in una posizione critica la figura del padre”.

Per quanto riguarda la categoria “quando” (Figura 14), le risposte degli intervistati confermano quanto riferito dalla letteratura rispetto alla difficoltà di definizione del numero di sedute entro le quali avviene il drop-out. Inoltre, alcuni colleghi hanno evidenziato il periodo della pausa estiva, il periodo natalizio e il lockdown come eventi che potrebbero aver favorito il drop-out.




Di seguito, alcune frasi:

• “Una famiglia fece drop-out proprio in occasione del lockdown, rassicurandomi del fatto che ora che erano tutti insieme a casa i problemi erano spariti”.

• “Paziente difficile che mi ha messo a dura prova per un anno e mezzo, riusciamo a ottenere miglioramenti e in seguito alla pausa estiva decide di interrompere. È tornato dopo due anni”.

Rispetto alla categoria “come” (Figura 15), le risposte dei colleghi evidenziano che la modalità più frequente con cui i pazienti interrompono prematuramente la terapia è il ghosting (“interruzione brusca di tutte le comunicazioni senza avvertimento o spiegazione e ignorando completamente qualsiasi tentativo di contatto”).




A tal proposito, in linea con il primo assioma di Watzlawick [28] “non si può non comunicare”, anche il ghosting assume un valore rilevante che mostra alcuni aspetti relazionali del paziente. Di seguito alcune risposte significative:

• “Un paziente dopo anni di terapia, con cui credevo di avere una buona alleanza, non si è presentato al nostro solito appuntamento e non ha risposto alla mia telefonata. Non l’ho più visto né sentito improvvisamente. Un anno dopo lo incontrai casualmente in un centro commerciale e mi salutò a fatica, come se fosse molto arrabbiato. La mia ipotesi è che si sia arrabbiato perché rifiutai un invito all’inaugurazione della sua attività”.

• “Una persona con derealizzazione che a seguito di un disguido sulla data dell’appuntamento ha abbandonato la terapia, chiudendo ogni comunicazione”.

• “Giovane donna che, a seguito di seduta ad alta emotività, non si presenta alla seduta successiva, senza avvisare né rispondere a chiamate e sms”.

Dalle risposte dei colleghi si evincono, connessi agli episodi di drop-out, vissuti di abbandono, di colpevolizzazione e di inadeguatezza del terapeuta. Rispetto a questa tematica, la frase più significativa:

• “Ragazza trentenne viene in terapia per elaborare la fine di una relazione. Il fidanzato l’ha lasciata via SMS. Concordiamo il secondo appuntamento e non viene, provo a chiamarla ma non risponde. Solo giorni dopo, via SMS, mi dice che non ha intenzione di venire e che ha trovato un’altra terapeuta. Provo a concordare un ultimo incontro di chiarificazione, ma me lo nega… Mi sono sentita lasciata anch’io via SMS! ”.

ALCUNE CONCLUSIONI

Lo studio condotto ha portato ad alcune considerazioni importanti sul fenomeno del drop-out, ma presenta anche dei limiti. In primo luogo, si tratta di un campione disponibile, reperito tramite la circolazione del questionario su canali social di professionisti psicologi e psicoterapeuti, che potrebbe risultare scarsamente rappresentativo della popolazione in generale. La maggior parte dei partecipanti, inoltre, è giovane e con pochi anni di esperienza rispetto a una categoria professionale che per le suddette variabili risulta essere maggiormente variegata.

In conclusione, è possibile affermare che questo lavoro di ricerca abbia portato a riflettere approfonditamente sul fenomeno del drop-out, sottolineando come si tratti di un evento frequente nella pratica clinica, a prescindere dagli anni di esperienza e dall’approccio del professionista, coinvolgendo immancabilmente il mondo emotivo del terapeuta. Infatti, l’abbandono della terapia da parte del paziente non di rado va a toccare delle corde sia personali sia professionali del terapeuta. Tuttavia, secondo Canevaro [29], un abbandono terapeutico non può essere considerato sempre negativo, soprattutto se ha un senso terapeutico positivo, cioè se si cambia per migliorare.

Appare evidente che, nonostante la difficoltà nel definire in maniera chiara questo fenomeno, risulti importante capire come sia possibile affrontarlo in modo costruttivo affinché non venga riduttivamente vissuto né come un abbandono da parte del paziente né come frutto di un errore da parte del terapeuta, ma anche come il prodotto di una relazione che è qualcosa di più della somma delle singole parti, ognuna con le sue caratteristiche peculiari e uniche.

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