In ricordo di Mirella Ciucci: l’eredità affettiva
e generativa, tra pensiero e strumenti di lavoro

Simona Fazi1, Valeria Mignacca1

1Psicologa, psicoterapeuta, didatta del CSTFR, Istituto di Psicoterapia Relazionale di Roma (IPR).

Riassunto. Il presente articolo è stato scritto in occasione del decennale della prematura scomparsa di Mirella Ciucci, didatta dell’IPR, scuola del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale. Vuole essere un omaggio alla sua memoria, ricordandola tramite il suo lavoro, vissuto sempre con serietà e passione. Ne è testimonianza lo strumento che viene presentato: il “Sentiero della coppia”, una tecnica di intervento nella terapia di coppia, a cui aveva iniziato a lavorare con uno dei suoi gruppi di training e a cui si è dedicata fino alla fine dei suoi giorni. La descrizione dello strumento consente di introdurre una riflessione più ampia sul concetto di eredità: su ciò che effettivamente lasciamo del nostro lavoro come didatti e clinici, ciò che lo rende un’eredità affettiva e culturale capace di evolvere e rinnovarsi “oltre noi”, tramite la forza generativa che la caratterizza.

Parole chiave. Sentiero della coppia, gruppi di training.

Summary. In memory of Mirella Ciucci: the affective and generative legacy, between thought and work tools.

This article has been written for the 10th anniversary of Mirella Ciucci’s untimely passing. Mirella was a teacher at IPR, part of the Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale (centre for the study of relational and family therapy), and this contribution wants to celebrate her memory, and the passion and integrity she brought to her work. The topic of this article is testament to this. The “Couple’s path” is an intervention technique in couples therapy, which Mirella had started to develop with one of her training groups. She continued to work on this until the very end. Describing this instrument opens the door to a broader reflection on the notion of heritage; what it is that we leave behind in our work as clinicians and teachers, and what makes our work a cultural and affective heritage that can evolve and renew itself beyond us, thanks to its generating strength.

Key words. Couple’s path, training groups.

Resumen. En memoria de Mirella Ciucci: el legado afectivo y generativo, entre pensamiento y herramientas de trabajo.

Este artículo fue escrito con motivo del décimo aniversario de la prematura muerte de Mirella Ciucci, docente de la IPR, escuela del Centro de Estudios de Terapia Familiar y Relacional. Quiere ser un homenaje a su memoria, recordándolo a través de su obra, siempre vivida con seriedad y pasión. Testimonio de ello es la herramienta que se presenta: el “Camino de la pareja”, una técnica de intervención en terapia de pareja, en la que había comenzado a trabajar con uno de sus grupos de formación y a la que se dedicó hasta el final de sus días. La descripción de la herramienta nos permite introducir una reflexión más amplia sobre el concepto de herencia: sobre lo que realmente dejamos de nuestro trabajo como docentes y clínicos, lo que lo convierte en una herencia afectiva y cultural capaz de evolucionar y renovarse “más allá de nosotros”, a través de la fuerza generativa que la caracteriza.

Palabras clave. Camino de la pareja, grupos de formación.

«Non so dove vanno le persone quando scompaiono, ma so dove restano»

Antoine de Saint-Exupéry [1]

Dieci anni fa è venuta a mancare Mirella Ciucci, una tra le prime allieve formatesi nel Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale di Roma, e divenutane poi didatta all’interno dell’IPR (Istituto di Psicoterapia Relazionale) di Roma.

Lo scorso maggio a Catania, in occasione del Convegno “Unità e Multidimensionalità della Psicoterapia. Un viaggio che dura 50 anni”, il prof. Cancrini l’ha ricordata, raccontando come per lei fosse stata istituita la prima borsa studi del Centro, pensata proprio per aiutare allievi/e bravi e promettenti, che non avevano le possibilità economiche per accedere al corso di specializzazione. Si sottolineava quanto poi Mirella, con il suo lavoro, avesse ricambiato quel “dono”, quanto il suo studio e l’impegno professionale negli anni avesse contribuito, insieme a tanti altri didatti, a far crescere il Centro Studi.

Mirella era una persona di grande competenza e professionalità, definita da molti suoi colleghi e allievi come una acuta e brillante terapeuta familiare, oltre che capace e rigorosa didatta.

Mirella non era una persona semplice, forse proprio queste competenze erano anche espressione della sua complessità. A volte era testarda, un po’ “ruvida”, controllante, s’infiammava facilmente e tenerle testa poteva rivelarsi una dura (e spesso vana) performance di resistenza.

Ma quando parlava di clinica, dei suoi pazienti e di didattica aveva la capacità di aprire scenari, di stimolare curiosità, di generare idee e riflessioni.

Di lei ho sempre apprezzato la serietà, il rispetto e la grande umanità che metteva nel fare questo lavoro e nel relazionarsi con i suoi pazienti, e su queste corde ci siamo incontrate e riconosciute.

Mirella non è stata mia didatta durante il training di specializzazione, ma abbiamo condiviso un periodo intenso di lavoro, durato quasi tre anni, a partire dal 2010, e interrotto bruscamente con la sua scomparsa.

Ed è proprio in quel periodo di stretta collaborazione, fatto di incontri e viaggi insieme, rivolto alla organizzazione e realizzazione del master biennale in “Clinica della Relazione di Coppia”6, che iniziò a parlarmi di una tecnica di intervento nella terapia di coppia, che aveva iniziato a mettere a punto con un suo gruppo di training.

Lo strumento era stato chiamato “Sentiero della coppia”.

Era da tempo che pensavo di scrivere questo articolo che parlasse di lei e di questo suo protocollo di lavoro, ma, ovviamente, per deformazione professionale, penso che non sia un caso che abbia deciso di farlo proprio ora, grazie anche alla preziosa e stimolante collaborazione di Valeria Mignacca.

Non mi riferisco solo al fatto che quest’anno ricorra il decennale della sua prematura scomparsa e in virtù di questo ci si ritrovi a riflettere su quanto il tempo, dispettoso compagno di viaggio, si metta ad un certo punto a correre, lasciandoti inevitabilmente indietro, e tu stai ancora lì, con un’espressione tra l’attonito e l’ebetito, a chiederti come sia possibile che sia già così tanto distante da te.

Credo che sia dovuto anche al fatto che, quest’anno, citando il Sommo Poeta, mi sono ritrovata “nel mezzo del cammin di nostra vita” [2] e non ho pensato tanto a come fosse passato velocemente il tempo, ma a cosa effettivamente facciamo in questo nostro tempo, cosa “muoviamo”, come possiamo essere veramente generativi, secondo l’accezione eriksoniana del termine [3].

A dire la verità interrogativi esistenziali che mi accompagnano di sovente, ma che il rinnovato cambio di decina nella mia età anagrafica mi sollecita con una certa persistente e, a volte, molesta insistenza.

Il ricordo di Mirella, rafforzato dall’anniversario della sua scomparsa, si è accompagnato e intrecciato a tali riflessioni. Cosa si può lasciare di sé che abbia veramente carattere “imperituro” in quanto connotato da forza generativa?

In tal senso, ho iniziato a pensare cosa mi abbia lasciato Mirella, cosa di lei continui ad accompagnarmi e “sia restato”, proprio grazie al suo rinnovarsi.

Il pensiero mi ha riportato ai nostri confronti sulla clinica, sulla didattica, insomma alle “idee” espresse con riflessioni e domande che ci siamo scambiate, e che hanno continuato ad accompagnarmi nel mio lavoro.

Per Platone, conoscere è ricordare [4]. Considero il ricordare un’operazione con una forte valenza euristica, in quanto non è mai semplice “recupero”, ma spunto per connettere elementi già conosciuti che si riattivano grazie a stimoli più attuali e da cui si crea un circuito virtuoso di nuove idee.

Per tale ragione, mi viene naturale ipotizzare che ciò di importante che si possa lasciare, sia un’“Idea”, il ricordo di uno scambio di riflessioni, di pensieri.

Un’idea che, però, può diventare effettivamente utile e stimolante solo se ancorata alla relazione significativa da cui è emersa.

“Idea”, quindi, non come mera teorizzazione, ma come cellula di pensiero generata e che può diventare, a sua volta, generativa grazie al valore dato dalle relazioni, dai legami che costruiamo con le persone che decidiamo di “incontrare” e senza i quali resterebbe sterile teoria, destinata ad essere dimenticata.

Credo che questo sia accaduto con lo strumento che vorremmo presentare in questa sede. L’idea di Mirella di questo protocollo di intervento, nata da un’intuizione colta e “coltivata” all’interno della trama relazionale con i suoi allievi, è stata poi condivisa con me durante il Master di cui sopra e affinatasi sempre di più.

Ho fatto mio lo strumento utilizzandolo molto con le coppie che ho incontrato (credo di averlo usato con più di 20 coppie), proprio in virtù del sentirlo come eredità e ricordo. Al tempo stesso, non l’ho applicato nella versione originale pensata da Mirella, l’ho modificato molto nel tempo7, cercando di far tesoro dei feedback che ricevevo dal suo utilizzo con le coppie e plasmandolo maggiormente con il mio modo di lavorare nella stanza di terapia.

D’altronde, come ci ha insegnato Cigoli (a proposito di eredità): Trasmettere, Tramandare e Trasgredire sono azioni e compiti evolutivi che regolano i legami tra le generazioni e che ne garantiscono il rinnovamento e quindi la sopravvivenza nel tempo [5].

Anche per tali ragioni parlo di capacità generativa di un’idea, che passa attraverso le relazioni e come spore può essere trasportata lontano, sopravvivere nelle condizioni più diverse, proprio grazie a un processo di “germinazione per contaminazione” che gli consente di riprodursi, creando nuovi organismi.

Inoltre, azzardo l’ipotesi che la forza e l’utilità dello strumento, che ho avuto modo di constatare nelle terapie in cui l’ho introdotto, siano da ricondurre proprio allo spessore emotivo e relazionale che lo stesso rappresenta per me. Un portato di significati e risonanze affettive che lo arricchiscono, ne ampliano la capacità terapeutica. Un quid che entra nella relazione terapeutica, e che la coppia, a un qualche livello profondo e implicito, coglie, rispondendovi.

ALCUNE NOTE INTRODUTTIVE SUL “SENTIERO DELLA COPPIA”

Lo strumento, che prende ispirazione dal gioco dell’oca di Caillé, consiste nel chiedere alla coppia di ripercorrere la propria storia attraverso una rappresentazione grafico-pittorica della stessa, immaginandola come una strada percorsa dal momento della costituzione fino a quello attuale e caratterizzata dagli eventi significativi (si chiede ad ogni membro della coppia di individuarne otto) che ne hanno influenzato la direzione, l’andamento e la “struttura” stessa.

Si chiede di disegnarla ponendo attenzione a riprodurre metaforicamente i momenti di difficoltà, di cambiamento, di “svolta” determinati anche dagli eventi accaduti (ad esempio strada sterrata, salite, bivi ecc.), ponendo attenzione anche alla scelta di colori e ai dettagli “paesaggistici” che si vogliono introdurre.

Il disegno che ne emerge, ricco di valenze metaforiche, ha un grande impatto sui membri della coppia. Sappiamo bene l’importanza dell’utilizzo dei linguaggi espressivi in psicoterapia, soprattutto del pensare per immagini, ma è sempre molto affascinante constatare la capacità che tali strumenti hanno di creare un clima intimo, “ludico” e di scoperta (o ri-scoperta) che inevitabilmente favorisce l’accesso al registro emotivo8.

Il cimentarsi e il calarsi in un’attività completamente diversa da quella che ci si può aspettare e inusuale per le abitudini di molti, promuove una dimensione creativa e di apertura, che diventa fondamentale anche per “alleggerire” quella cappa di tensione, rigidità, chiusura che accompagna la coppia in crisi e che, molto spesso, arriva alla terapia completamente esautorata dal suo problema e sembra aver perso qualsiasi risorsa generativa.

Il Sentiero della coppia può essere sicuramente considerato un “oggetto fluttuante” [6]: inteso quindi come strumento creativo che si staglia all’interno dello spazio d’incontro tra terapeuta e coppia, “fluttua” tra essi favorendo una sintonizzazione di pensiero ed emozioni tra le parti.

L’oggetto fluttuante, collocandosi a un livello “meta” della relazione terapeutica, stimola e valorizza le capacità di tutti i partecipanti alla relazione e la sua specifica connotazione analogica consente l’emergere di una comunicazione incisiva e un accesso più facile a contenuti intimi. A sua volta, come ci insegna l’approccio narrativo, è proprio l’incontro di più narrazioni che ne favorisce la creazione di sempre nuove.

Infatti, dal confronto di più narrazioni e dalle emozioni che le accompagnano, si sviluppa un potente effetto trasformativo, dato dall’irrompere sulla scena di una pluralità dei significati, grazie ai quali si attivano processi costruttivi e decostruttivi che portano inevitabilmente a modificare alcune trame narrative e renderne pensabile la creazione di altre, realizzando così lo sblocco dalla situazione di stallo.

Il Sentiero della coppia ha il merito di sintetizzare insieme alcuni degli elementi fondamentali che caratterizzano un percorso terapeutico: tra questi, l’importanza data all’aspetto diacronico, l’utilizzo di elementi simbolici e metaforici della relazione tra i membri della coppia e tra essi e il terapeuta, il recupero della dimensione creativa e autopoietica della relazione. Ed è anche per questi aspetti che l’ho sentito da subito nelle mie corde e in sintonia con il mio modo di lavorare. Come accennavo in precedenza, la versione da me attualmente utilizzata, la cui trattazione, però, si rimanda ad altro momento, presenta aspetti diversi da quella originariamente pensata da Mirella. In questa sede, ci dedichiamo alla descrizione dello strumento nella sua veste “originaria”, di seguito illustrata dalla collega Valeria Mignacca.

MAPPE, TERRITORI E… SENTIERI

«Il problema sta nella flessibilità del terapeuta ad adattare

la propria mappa al territorio rappresentato dalla coppia.

In alcuni casi la mappa può andar bene per raggiungere i luoghi

che ci si è prefissati, in altri, sarà necessario utilizzare strade diverse,

che sempre, però, potranno portare allo stesso obiettivo»

Mirella Ciucci (frammenti di supervisione)

Queste è una delle tante frasi di Mirella che abitano la mia mente, che insieme a molte altre riflessioni, confronti e idee hanno costruito la mia mappa e la mia bussola di terapeuta che ancora oggi, a distanza di tanti anni dalla conclusione del training, utilizzo per orientarmi in questo complesso, ma bellissimo lavoro, soprattutto nei momenti di difficoltà in cui la sensazione è quella di perdere la rotta e in cui ciascuno di noi ha bisogno del suo “faro interno” per ritrovarsi.

Quello che i miei didatti, Ilio Masci e Mirella Ciucci, mi hanno insegnato negli anni intensi e faticosi del training, rimane ancora oggi per me inestimabile ricchezza a cui attingere, e mi supporta nei momenti in cui bisogna saper tollerare “il buio della mente” e ritrovare la rotta della terapia.

Tra le tante, ho scelto questa frase perché è quella che, più di tutte, custodisce l’insegnamento forse più prezioso, che fa da base a tutti gli altri: “la mappa non è il territorio” – diceva Bateson [7]; frase che, di per sé, appare molto semplice, ma la cui concreta applicazione richiede l’arte di essere flessibili e di sapere costantemente ripensare il processo terapeutico sulla base di chi abbiamo di fronte, non corazzandosi dietro strumenti e certezze che, purtroppo o per fortuna, in questo lavoro non possono esistere, ma coinvolgendoci con l’Altro in un complesso e meticoloso lavoro di co-costruzione di significati.

La prima terapia affrontata durante il mio training all’IPR, con la supervisione diretta di Mirella, è stata il terreno in cui per la prima volta ho sperimentato tutta la verità di questo semplice, ma allo stesso tempo complesso, rapporto tra mappa e territorio. Ero stata la seconda del mio gruppo ad entrare in stanza e ad “attraversare lo specchio”, piena di ansie, di attese, di timori e speranze, ma con una salda certezza, quella di essere accompagnata dalla guida attenta, scrupolosa e competente della mia didatta, Mirella Ciucci.

Si trattava di una terapia di coppia all’interno di una frastagliata cornice di famiglia ricomposta.

Il territorio della terapia era ricco, complesso, insidioso e la mappa tutta da costruire!

È stato proprio durante questo processo terapeutico che è nata l’idea del Sentiero della coppia, uno strumento che ha rappresentato, in quella fase, la “strada altra” da percorrere, un modo diverso e creativo di ri-narrare la storia della coppia.

Una delle cose che Mirella ci diceva spesso è che quando una coppia arriva in terapia è spesso focalizzata e cristallizzata solo sulla crisi come se esistesse solo quella, come se il tempo della coppia si fosse appiattito solo sul presente. Anche per questo diventa importante accompagnare la coppia verso una riappropriazione della propria storia, di un tempo scandito di fasi, passaggi, emozioni e difficoltà ma anche di scambi e di doni reciproci.

Fu proprio questa suggestione a far nascere in me l’idea di aiutare la coppia a costruire e ricostruire il suo percorso fatto non solo di eventi che lo avevano scandito e rappresentato ma anche di colori, simboli e immagini evocative di emozioni.

Quel giorno arrivai in supervisione proponendo l’inizio molto rudimentale di uno strumento che poi sarebbe stato battezzato da tutto il gruppo come il Sentiero della coppia e su cui successivamente abbiamo lavorato con la sapiente guida di Mirella, nell’ottica di costruire uno strumento più completo e fruibile, che potesse diventare patrimonio di tutto il gruppo ed entrare a far parte della “cassetta degli attrezzi” che andavamo costruendo in quegli anni.

IL PERCORSO DEL SENTIERO: UNO STRUMENTO IN DIVENIRE

«Viandante la strada non c’è

la strada si fa andando»

Antonio Machado [8]

Come si addice a un sentiero che si rispetti, anche questo è stato in continuo divenire.

Non, quindi, una strada già tracciata e definita in origine, ma piuttosto, un percorso che si è snodato nel tempo, in varie tappe e riprese e che, al di là del prodotto finale, si è arricchito dello scambio di idee e confronti che abbiamo avuto la fortuna di condividere con Mirella nella fase antecedente di poco alla sua scomparsa. Ripenso ancora, con piacere e nostalgia, ai pomeriggi passati con il gruppo, a casa sua, a lavorare alla teorizzazione dello strumento. Di quei momenti trascorsi insieme, ricordo il clima caldo, collaborativo e stimolante che si respirava. Mirella era una persona che si aspettava molto dagli altri e da sé stessa, in grado di convogliare e mobilitare le energie del gruppo, di “accendere gli animi”, in tanti sensi. Mi viene in mente la passione che sapeva trasmettere per questo lavoro, la cura dei legami e quella “curiosità” che non si stancava mai di indicare come scintilla vitale che doveva guidare lo sguardo e l’azione del terapeuta.

Penso anche alla determinazione e alla perseveranza che la caratterizzavano, le stesse che ha avuto fino ai suoi ultimi giorni, continuando, nonostante la malattia, ad esserci e ad essere generativa con noi, come testimonia l’ideazione di questo strumento.

La mia era stata una semplice idea, portata un giorno in supervisione, che Mirella ha avuto l’intuizione e la straordinaria capacità di trasformare in qualcosa di fertile e generativo, in uno strumento di lavoro. A ricordo di Mirella e, a nome di tutto il mio gruppo di training, riporto di seguito il risultato di quell’intenso e arricchente lavoro.

LA PRIMA TAPPA: “MODELLO A UNA VIA”

L’idea iniziale del Sentiero è nata e ha tratto ispirazione dalla combinazione di due strumenti: il “gioco dell’oca” di Caillé e un’attività esperienziale “sguardi dall’alto” proposta da Duccio Demetrio nel suo “kit autobiografico” in cui si chiede alla persona di guardare la sua storia dall’alto, come se potesse sorvolarla con un aereo e di rappresentarla graficamente come si trattasse di un percorso, di una mappa [9].

Da questa combinazione è nata l’idea di far costruire ai membri della coppia un sentiero congiunto in cui riportare gli eventi significativi della loro storia (con la modalità proposta dal gioco dell’oca) e che nella realizzazione grafica facesse emergere le caratteristiche peculiari di questo percorso, rappresentative dei passaggi attraversati dalla coppia e del modo in cui ogni partner li aveva vissuti (inserendo all’interno del percorso disegni, simboli, ecc.) [10].

In un secondo momento, tutto il gruppo ha lavorato all’affinamento di questa iniziale proposta di lavoro, sperimentata poi concretamente nella terapia di coppia che seguivamo nel training.

Tutto il gruppo collaborò alla costruzione di uno strumento più complesso la cui applicazione, in questa prima teorizzazione, si articolava in tre fasi che possono estendersi in tre sedute e di cui si dà, di seguito, una breve descrizione.

Prima seduta: consegna e realizzazione congiunta del cartellone

Il terapeuta comunica ai membri della coppia che sarà una seduta diversa in cui verranno coinvolti attivamente nel ripercorrere la strada che fino a quel momento hanno attraversato come coppia.

1° STEP: Lavoro individuale su eventi significativi vissuti dalla coppia

Vengono consegnati a ciascun partner otto cartellini colorati, su cui ognuno dovrà scrivere un evento il cui accadimento ha inciso in maniera significativa sulla storia della coppia (ad esempio: un lutto, un cambiamento di lavoro, la nascita di un figlio, il trasferimento ad altra città ecc.), e di associare poi ad esso l’emozione che lo ha accompagnato.

2° STEP: Confronto e attivazione emotiva

Il terapeuta chiede quindi ai membri della coppia di disporsi uno di fronte all’altro e di leggere, in modo alternato, gli eventi scelti in ordine cronologico e le relative emozioni ad esso associate.

Questa è una fase di forte attivazione emotiva per la coppia, che si ritrova, una di fronte all’altro, a ripercorrere e a scambiarsi i momenti e le emozioni della loro storia. È importante che venga preservato il clima emotivo, evitando le descrizioni degli eventi e i commenti per lasciare spazio solo alla lettura dell’emozione.

3° STEP: Lavoro congiunto, costruzione del “sentiero”

Viene chiesto di scegliere insieme 10 dei 16 eventi scritti, che dovranno poi essere collocati lungo il loro sentiero di coppia, rispettandone la sequenza temporale. Il terapeuta in questa fase può uscire dalla stanza e, avvalendosi dello specchio unidirezionale, può osservare le modalità di lavoro e di relazione della coppia: simmetrica/complementare, collaborativa/competitiva ecc.

In seguito la coppia disegna insieme il proprio sentiero, ponendo attenzione a introdurvi metaforicamente curve, dossi, bivi, ponti e vi colloca i foglietti con gli eventi scelti, arricchendo ulteriormente il percorso di simboli, disegni o scritte.

Seconda seduta: lavoro sul sentiero realizzato

Questa seduta è interamente dedicata al racconto, da parte della coppia, del percorso rappresentato e al lavoro su questo, facendo collegamenti, costruendo significati, condividendo i passaggi significativi della storia, i vissuti e le emozioni implicate.

Il lavoro del terapeuta, in questa seduta, può essere relativo sia al contenuto (eventi scelti, emozioni ecc.) sia al processo (come la coppia è arrivata alla scelta degli eventi, criteri per la selezione e l’eliminazione degli eventi, modalità relazionali osservate ecc.).

Al termine della seduta, viene chiesto ai membri della coppia di portare all’incontro successivo delle immagini, scelte separatamente, che rappresentino simbolicamente gli eventi significativi individuati.

Terza seduta: lavoro sulle immagini

In questa seduta vengono condivise le immagini che ciascuno ha portato e i relativi significati soggiacenti. Al termine del lavoro, ognuno sceglie un’immagine tra quelle portate da donare all’altro.

Il lavoro con le immagini, oltre ad essere molto stimolante e attivante per la coppia, permette al terapeuta di continuare il lavoro terapeutico sul registro metaforico, utilizzando le suggestioni e le immagini proposte dalla coppia stessa.

In particolare, si utilizza il potere evocativo delle immagini e dei simboli come attivatori di significati e di trame emotive in parte riscoperte, nei tanti frammenti di cui si compone una storia, in parte inedite e generate nell’atto stesso di ripensarla, rileggerla, risignificarla.

Come terapeuti sistemici già da tempo abbiamo imparato ad apprezzare il potere delle immagini, il cui uso caratterizza molti degli strumenti già collaudati che possono far parte, a pieno titolo, della nostra “cassetta degli attrezzi”.

Ciò che però caratterizza questo strumento è il margine di libertà e creatività che lascia alla coppia. All’interno del sentiero le immagini non sono fornite dal terapeuta o da stimoli esterni: le immagini sono ricercate e create dalla coppia stessa, attingendo direttamente al bagaglio creativo ed emotivo di ciascun partner, riscoprendolo e svelandolo.

Si ritiene importante insistere su questo aspetto che assegna alla coppia la regia emotiva del proprio processo terapeutico. Tramite la scelta e la ricerca autonoma delle immagini si stimolano i partner a costruire attivamente la scenografia della propria storia relazionale fatta di pensieri ed emozioni, alimentando sempre più la dimensione generativa e creativa della loro coppia.

IN SINTESI…

In questa prima fase di sperimentazione, il Sentiero della coppia è stato pensato come strumento di lavoro con diverse finalità terapeutiche.

Prima fra tutte permettere alla coppia di rinarrarsi, utilizzando una modalità creativa dove è possibile intrecciare insieme il livello più descrittivo degli eventi con quello più emotivo e metaforico dei significati e dei vissuti soggiacenti.

Tale ri-narrazione della storia permette alla coppia e al terapeuta di accedere a nuovi contenuti spesso rimasti in ombra perché offuscati dalla crisi che tende ad appiattire il racconto nel qui e ora come se non esistesse un tempo altro.

Inoltre, il lavoro proposto favorisce un clima di intimità e collaborazione nella coppia, che deve cimentarsi concretamente nella realizzazione del suo percorso, nella scelta di come farlo, permettendo anche al terapeuta di verificare le modalità relazionali utilizzate dai partner.

Per tali ragioni, lo strumento risulta particolarmente utile nel favorire l’identità della coppia e l’emergere del suo potenziale creativo.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

«Non sai bene se la vita è viaggio, se è sogno,

se è attesa, se è un piano che si svolge giorno dopo giorno

e non te ne accorgi se non guardandolo all’indietro.

Non sai se ha senso. Il senso alcune volte non conta.

Contano i legami»

Jorge Luis Borges

Ringrazio molto la collega per aver condiviso il ricordo di come il Sentiero della coppia sia stato pensato in origine. La sua narrazione ha restituito bene il clima relazionale e l’humus che ne ha reso possibile la nascita: un terreno particolarmente fertile, proprio grazie alla fitta trama di idee e affetti tra Mirella e il suo gruppo.

Come accennavo in precedenza, lo strumento che utilizzo nel mio lavoro con le coppie è abbastanza diverso dalla sua idea iniziale, ma non era nostra intenzione soffermarci sulle diverse e possibili applicazioni tecniche di questo protocollo d’intervento, che grazie al suo potenziale creativo ne consente molte.

Noi volevamo ricordare Mirella, e il modo migliore per farlo era parlare del suo lavoro, credo che questo le sarebbe piaciuto.

Il ricordo di Mirella e la sua eredità culturale e affettiva ci ha permesso di condividere una riflessione sul potere generativo di “un’idea”, che proprio grazie alle sue radici emotive sostanzia di valenze terapeutiche uno strumento di lavoro.

E sono proprio tali radici che permettono all’eredità di non estinguersi, ma di continuare ad essere generativa, in virtù di un rinnovamento che la trasforma e la arricchisce.

In tale ottica, passano in secondo piano i diversi aspetti tecnici di uno strumento. Ciò che si vuole sottolineare è che “l’idea” di un operatore, per quanto intuitiva, creativa e data dall’esperienza professionale, possa tradursi in strumento e restare “dopo di noi”, solo grazie alla sua essenza di “dono”, trasmesso e rinforzato dal legame all’interno del quale prende origine.

“Dono” inteso come oggetto di un movimento gratuito, “quasi istintuale” che diventa però, nella trama dei legami, una necessità, un gesto voluto, promosso, praticato.

Il Centro Studi “ha donato” a Mirella la possibilità di proseguire nella sua formazione, Mirella “ha donato” il suo lavoro ai colleghi, ai suoi allievi, questi ultimi a loro volta ci donano i contesti dove possono germinare le nostre idee relative alla didattica e alla clinica.

Il tutto si trasforma in danza virtuosa: la “danza del dono”.

Essa non ha nulla a che fare con la logica dello scambio, non è interessata a riallineare i piatti della bilancia ma, anzi, prende le mosse dagli squilibri come spinta e forza motrice per un suo affermarsi come guida nelle relazioni.

Il concepire all’interno di questa cornice di senso il nostro lavoro e gli strumenti di cui ci avvaliamo influisce nella valenza terapeutica del nostro operato, conferendogli forza e spessore.

Tale riflessione vuole essere, quindi, anche un invito all’apertura, alla condivisione del sapere, al donarsi anche tramite esso. Un invito a superare le sterili disquisizioni teoriche che portano a proliferare recinti e barricate. Un invito a superare l’idea di un possesso del sapere e a guardare l’altro con diffidenza, alimentando la paura del venir defraudati, derubati della propria conoscenza. Tale apertura amplifica le potenzialità del nostro agire terapeutico, in quanto alimenta una cultura dell’accoglienza “dell’altro”, che promuove la creazione di incontri e narrazioni.

Il “movimento del dono” come azione che favorisce la costruzione di una comunità di appartenenza culturale, affettiva, “politica”, sociale e all’interno della quale ci possiamo sentire accolti, riconosciuti e tramite cui possiamo ritenerci “salvi”.

Una comunità che trascenda da noi, ma a cui noi continueremo ad appartenere nel tempo attraverso la nostra eredità culturale ed affettiva, restando nelle menti e nei cuori delle persone che ci hanno voluto bene.

6 Il Master sulla “Clinica della relazione di Coppia” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore venne promosso da Vittorio Cigoli, allora direttore dell’ASAG Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli, e realizzato a Roma, grazie alla collaborazione dell’Istituto IEFCOS e dell’IPR in collaborazione.

7 Il “Sentiero della coppia” che utilizzo attualmente come protocollo di intervento nel lavoro di coppia presenta aspetti diversi da quello pensato da Mirella Ciucci. Ad esempio, propongo una fase di lavoro iniziale in cui ciascun membro della coppia disegna il proprio “Sentiero”, che diventa, poi, oggetto importante di confronto e riflessione all’interno della coppia. In una fase successiva, costituirà stimolo per la realizzazione di un successivo prodotto di lavoro congiunto.

8 Una volta il “lui” di una coppia disse che era la prima volta dai tempi delle elementari che riprendeva in mano un pennarello, e aveva riscoperto il piacere di “giocare con il colore”, attività che aveva fatto riemergere proprio quella sensazione piacevole, un ricordo lontano, carico di affetto.

BIBLIOGRAFIA

1. de Saint-Exupéry A. Il piccolo principe. Roma: Newton Compton Editori, 2015.

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3. Erikson E. Infanzia e società. Roma: Armando Editore, 2008.

4. Platone. I Dialoghi. Torino: Giulio Einaudi Editore, 2020.

5. Cigoli V. L’albero della discendenza. Milano: Franco Angeli, 2006.

6. Caillé P, Rey Y. Gli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistemiche. Roma: Armando Editore, 2005.

7. Bateson G. Mente e Natura, un’unità necessaria. Milano: Adelphi, 1984.

8. Machado A. Viandante non c’è cammino. Machado tutte le poesie. Milano: Mondadori, 2010.

9. Demetrio D. Gioco della vita. Kit autobiografico. Milano: Guerini e Associati, 1999.

10. Bruni F. In viaggio con l’oca. Matrice relazionale, metodi analogici e terapia narrativa. Milano: Alpes, 2022.