50 anni del Centro Studi: identità e appartenenza tra Prato e Roma

Gianmarco Manfrida1

1Psichiatra, psicologo, Past President Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (SIPPR), direttore del Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale (CSAPR) di Prato.

La storia del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale di Roma (CSTFR) è stata più volte raccontata: perché quindi mi sono offerto di scrivere qualche pagina anch’io, che sono il direttore della sede formativa di Prato, il Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale (CSAPR)? Si sa che gli storici lavorano malvolentieri sulla contemporaneità, trovando troppi ostacoli nella raccolta di documenti, nella diffusione di dati, nella parzialità degli intervistati e nella autoreferenzialità delle autobiografie. All’epoca del tardo Impero romano, vi erano specifici personaggi incaricati a pagamento di scrivere panegirici in lode dell’imperatore che poi venivano letti in occasioni ufficiali in ogni angolo dell’impero. Oggi se ne possono trarre informazioni sulle campagne belliche e sulle leggi promulgate da Giustiniano, ma all’epoca dubito molto che il pubblico non prendesse tali opere con beneficio di inventario. Credo che il racconto di diverse esperienze e storie personali faccia meglio capire che cosa ha rappresentato e ancora rappresenta il CSTFR: attraverso la soggettività di diverse fonti i futuri interessati potranno farsi un’idea. Pensate come sarebbe prezioso oggi avere il diario di un cittadino greco, e al valore che viene dato alla raccolta di documenti e lettere di civili e di militari dalle guerre napoleoniche in poi.

Allora, per cominciare, i miei contatti con il CSTFR non sono partiti da Prato: era il 1979, avevo concluso l’ultimo anno della specializzazione in Psichiatria e anche il servizio militare e preso contatto con Pierluca De Luca, primario del servizio di Psichiatria, a cui era affidata la zona del Chianti e il relativo Quinto Reparto dell’ospedale psichiatrico. Il mio lavoro era iniziato come volontario e poi proseguito come medico a contratto mal definito. In realtà si trattava di realizzare la legge Basaglia, riportando nella zona di provenienza i ricoverati che erano stati lì residenti, riavvicinandoli alle famiglie e ai parenti prossimi e lontani, a vecchi amici e conoscenti dei loro paesi: anche nel caso non fossero tornati, dopo decine di anni di ricovero, in casa con un familiare, ci si sforzava di reinserirli dove ancora poteva sussistere qualche radice sociale e di appartenenza. Era un lavoro che richiedeva notevoli abilità relazionali con i pazienti, spesso timorosi di lasciare il certo, seppur oppressivo reparto, per l’incerto mondo esterno a cui erano estranei anche da oltre 30 anni, e ancor più con i familiari, che spesso manifestavano diffidenza, temevano responsabilizzazioni, avevano bisogno di appoggio per riprendere contatti e fiducia. Per realizzare questo progetto, il dottor De Luca aveva organizzato un gruppo molto eterogeneo che aveva chiesto al CSTFR una formazione in psicoterapia familiare da svolgersi nei locali della ASL e nel Centro Pubblico di Terapia Familiare di San Casciano da lui realizzato. Del gruppo facevano parte: un pedagogista, quattro infermieri, due assistenti sociali, una suora e infine un medico, il sottoscritto. Era un’epoca in cui non c’erano ancora parametri di legge per entrare in un training in psicoterapia, e tutti i membri del gruppo si pagavano, senza illusioni in proposito, la formazione per un interesse ideale a svolgere meglio il proprio lavoro. Facevamo terapie in supervisione diretta con la didatta inviata dal CSTFR, Sandra Foglino, e anche senza di lei ci alternavamo dietro lo specchio e facevamo pratica quotidiana in tutti i possibili contesti con individui e famiglie.

Noi del gruppo organizzato nel servizio pubblico eravamo del tutto ignari che un gruppo di psicologi e medici svolgesse la formazione a Prato con altri didatti del CSTFR e nessuno ci invitò mai a prendere contatti. Tuttavia questo aspetto di funzione sociale del lavoro sulle relazioni interpersonali è rimasto per me una rivelazione legata al CSTFR, un punto fondamentale che va al di là della pura funzione psicoterapeutica per assumerne una di auspicabile cambiamento in senso relazionale, alla lunga, della società. Tuttora sono convinto di avere avuto un impatto maggiore a livello sociale formando 600 psicoterapeuti giovani, soprattutto toscani, per fare un lavoro effettivo ed efficace di prevenzione primaria piuttosto che svolgendo per anni l’incarico apparentemente prestigioso e sostanzialmente vuoto e improduttivo di primario psichiatra nei servizi pubblici.

Al termine della formazione in questo gruppo periferico del CSTFR e dopo la prematura morte della nostra didatta Sandra, cambiavano anche le indicazioni di legge e solo a me venivano riconosciuti i titoli per lavorare da psicoterapeuta; dopo cinque anni di precariato entravo inoltre di ruolo nei servizi psichiatrici della USL 10 H Chianti Fiorentino. A quattro anni dalla fine del training sentivo però la mancanza di un confronto, di un’appartenenza. Per questo partecipai al primo reclutamento di allievi didatti del CSTFR, senza minimamente aspettarmi un futuro da didatta, solo per il desiderio di conoscere altri come me e continuare a crescere come psicoterapeuta. Per questo in assenza di treni Freccia di vario colore partivo in Ciao Piaggio la mattina alle 5 per andare alla Stazione di Firenze e sbarcare a Roma alle 12, fermandomi poi fino alle 17 o 18. Portai anche una famiglia fiorentina con una ragazza anoressica di 37 kg in via di Villa Massimo per una supervisione diretta: qualche settimana fa l’ho rivista con la madre che presentava disturbi confusionali… però è stata quest’ultima a ricordarci questo episodio di 32 anni fa e anche l’indirizzo! Ancora non ero mai stato a Prato, neanche sapevo dell’esistenza del CSAPR; ricorsi quindi al CSTFR come a una famiglia, di cui ero un parente un po’ lontano, snobbato da alcuni ma ben accolto da Gigi Onnis, Luigi Cancrini, Maurizio Coletti, Francesca De Gregorio, gentile e sorridente allora come adesso, segretaria alla RANDOM. Ci trovai più di quanto non sperassi, perché il CSAPR, che era stato costituito come una delle prime sedi esterne, attraversava una profonda crisi dopo che diversi soci avevano concluso la formazione e si erano allontanati. Il contratto di affitto era in scadenza, dal tetto entrava acqua quando pioveva, non c’erano richieste di formazione… Mi venne chiesto da Maurizio Coletti e da Luigi Cancrini se volevo occuparmene io: è stata l’unica notte insonne che ho passato in vita mia. Riuscii a reclutare rapidamente un nuovo gruppo di allievi, che avremmo seguito Maurizio ed io: una, iscritta come me a Psicologia a Roma, la incontrai in treno mentre andavamo a fare esami, altri arrivarono al termine della specializzazione in Psichiatria, alcuni erano rientrati dopo anni di studi fuori sede (il corso di Psicologia all’Università di Firenze ancora non c’era). Alcuni allievi in via di conclusione appartenenti al gruppo precedente entrarono più avanti nella gestione e nella didattica: Gabriella Spallone, Alessandra Melosi, Lamberto Scali parteciparono così al rilancio del CSAPR.

Io intanto lavoravo nei servizi di Psichiatria, anche nel centro di terapia familiare a San Casciano, andavo a congressi a Bruxelles, frequentavo seminari, facevo periodi di studio a Londra… e il CSAPR andava bene, gli allievi non mancavano, io finivo la didattica, organizzavo collaborazioni con Rodolfo de Bernart, convinto come me che dovessimo far affluire più acqua nel canale comune della terapia relazionale sistemica piuttosto che tirare a fregarla al vicino. Maurizio Coletti smise di venire a Prato, dopo di lui Simona De Simone, mia ex compagna di didattica, e Mirella Ciucci vennero a fare supervisioni agli allievi e ai nuovi didatti Ilio Masci, Maria Antonietta Gulino, Roberto Troisi, Marco Venturelli e altri, qualcuno tuttora presente, qualcuno che ha abbandonato.

Luigi Cancrini ha sempre dato fiducia alle capacità di autoorganizzazione e autogestione della nostra sede, e appoggiato le iniziative che abbiamo preso negli anni al CSAPR per organizzare seminari e congressi e partecipare alla Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale; Luigi Onnis mi ha sempre incoraggiato in queste attività condotte in autonomia. Altri hanno in passato considerato la nostra sede troppo indipendente, poco coinvolta e partecipe nel CSTFR, quasi eretica per l’interesse in approcci costruzionisti sociali narrativi con cui lavoriamo, pur compatibili con i tradizionali approcci strutturali, strategici, paradossali.

Quel che unisce oggi al CSTFR me e i miei colleghi del CSAPR non è solo quanto abbiamo condiviso in un lungo e glorioso passato, ma il senso di appartenenza che sentiamo e che vogliamo costantemente ricreare nei nostri allievi: desideriamo non solo condividere e promuovere in loro i valori sociali e la tradizione clinica dei soci del CSTFR, ma anche la spinta originaria a costruire qualcosa di originale, di creativo, di utile e anche bello per nostro conto. Vogliamo essere fedeli allo spirito del CSTFR, non solo esservi uniti da un passato in molte occasioni condiviso e da una quantità di bei ricordi, di unioni e di perdite, uno splendido album di fotografie che ci emoziona e intenerisce ma non ci basta. Vogliamo soprattutto vivere e trasmettere ad altri quello spirito di speranza, di fede in un mondo migliore, più consapevole dell’importanza delle relazioni interpersonali, che il CSTFR ci ha fatto scoprire e trasmesso: a lungo duri il CSTRF, e che continui a vivere sempre in chi lo incontra tramite nostro al CSAPR!