L’altra faccia della luna.
La formazione personale in psicoterapia

Francesco Bruni1, Eliana Bruna2, Tiziana Canavese2, Felicita Gigliotti2, Ilaria Vono2

1Didatta Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, Direttore Istituto Emmeci, Torino.

2Allieva didatta Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale.

Particolarmente dedicato ai medici e agli operatori della salute, l’articolo col­locato in questa sezione risponde a una domanda fondamentale sulla possibilità di utilizzare, fuori dal campo in cui esso nasce, il sapere che origina dal lavoro degli psicoterapeuti.

Especially addressed to practitioners and other health specialists, the article placed in this section answers to the main question on the possibility to make use of the knowledge resulting from the work of psychoterapists outside the field in which it is born.

Dedicado especialmente a los médicos y demás profesionales de la salud, el
artículo presentado en esta sección responde al tema fundamental sobre la posibilidad de utilizar los conocimientos derivados del trabajo de los psicoterapeutas
fuera de su campo original.

Riassunto. La formazione personale ci fa pensare a “l’altra faccia della luna” nel senso che, durante il training, si cura in modo delicato e discreto la maturazione del Sé del terapeuta. Cura che avviene sotto traccia e fa emergere le qualità e le risorse personali come la fragilità e le difese che vengono messe in atto, per poi entrare, nel corso delle esperienze cliniche, nel mondo dei sentimenti del terapeuta, delle risonanze e delle risposte controtransferali. Gli allievi che intraprendono questo percorso approfondiscono la propria storia familiare con il genogramma, insieme ad altre attività creative. L’articolo riporta i risultati della ricerca sulla formazione personale nel corso del training in psicoterapia nelle sedi del Centro Studi, dalla quale emerge una continua attenzione rivolta alla maturazione personale del terapeuta in formazione attraverso attività ed esperienze in continua evoluzione.

Parole chiave. Sé del terapeuta, controtransfert, genogramma, identità di gruppo, differenziazione.

Summary. The other side of the moon. Personal growth in psychotherapy.

Self-work in psychotherapy training could also be defined as “the other side of the moon”, a caring and discreet work to support the personal growth and self-consciousness of in-training therapists. This kind of work allows at first for personal qualities and resources as well as weaknesses and defense mechanisms to come to light, and later during clinical experiences for all other feelings of the therapist in training to emerge: their empathic resonances, and their countertransference.
During the training years, students examine in depth their family history thanks to a wide range of activities and clinical tools, such as the genogram.
This article shows the results of research on the personal growth of the therapist during their training years at Centro Studi, in Italy. The resulting conclusions show the careful and continuous work necessary for the personal growth of in-training therapists.

Key words. Therapists self, countertransference, genogram, group identity, self-differentiation.

Resumen. La otra cara de la luna. La formación en psicoterapia.

La formación personal nos hace pensar a “la otra cara de la luna”, esta imagen porqué durante el training nos curamos de manera delicada y discreta de la maduración personal del terapeuta. Una cura que se desarrolla por debajo y que hace que surjan calidades y recursos peronales como las fragilidades y las defensas que se activan, por después entrar, durante las experiencias clìnicas, nel mundo de los sientimentos del terapeuta y de sus resonancias y movimientos controtransferales. Los alumnos que emprenden este camino profundizan la propia historia familiar con el utilizo del genograma, junto con otras actividades creativas. El artículo ilustra los resultados de la investigación sobre la formación personal durante el training en psicoterapia en las diferentes áreas del Centro Studi. Los datos muestran que hay una constante atención á la maduración personal del psicoterapeuta durante el desarollo de su formación, mediante actividades y experiencias en constante evolución.

Palabras clave. Self del terapeuta, controtransfert, genograma, identidad grupal, diferenciación.

CONOSCERE SÉ STESSI PER AIUTARE CHI SOFFRE

La formazione in psicoterapia comporta un impegnativo lavoro personale riguardante sé stesso, il proprio funzionamento emotivo e le proprie caratteristiche relazionali. Conoscersi permette di conoscere meglio chi ci chiede aiuto, come ci poniamo nei suoi confronti e costruire insieme un’adeguata relazione terapeutica. Nel corso della formazione ci si prende cura di essere psicoterapeuta, si approfondisce il sapere e la sintassi clinica e si seguono terapie per aiutare individui, coppie e famiglie. Con queste premesse si partecipa a un intenso percorso formativo personale e si approfondiscono la teoria e la tecnica nell’ottica dell’unità relazionale della psicoterapia [1].

Il lavoro su di sé rende unica questa formazione perché lo strumento principale della relazione di aiuto è la persona del terapeuta: come egli sta nelle relazioni affettive e come può essere di aiuto, come si pone in relazione con chi soffre, come ne accoglie il malessere e lo aiuta a migliorare i suoi rapporti interpersonali. Conoscere sé stessi diventa un percorso nel percorso per soffermarsi sulle modalità adattive che emergono nelle esperienze interpersonali significative, considerandone la componente emotiva e gli adattamenti impliciti che vengono riportati alla coscienza, per trovare un equilibrio nella vita relazionale ed essere emotivamente preparati per stare in una relazione di aiuto.

Nel corso della formazione personale, il futuro terapeuta diventa soggetto dell’esperienza clinica e applica su di sé il processo terapeutico che apprende; processo del quale approfondisce successivamente la metodologia e le tecniche che utilizzerà con chi soffre. In quanto vi è un isomorfismo fra processo formativo e terapia, nel senso che si utilizzano su di sé le teorie, i metodi e gli strumenti clinici che poi si adotteranno con il paziente. Tramite queste esercitazioni ci si conosce meglio e si comprende profondamente il processo trasformativo a livello emotivo, cognitivo e relazionale e si familiarizza con strumenti e procedure che verranno utilizzate nelle relazioni di aiuto [2,3].

Se in psicoanalisi la formazione del terapeuta passa attraverso l’analisi personale dell’allievo, in terapia familiare e relazionale la sua formazione prevede un approfondimento delle proprie esperienze interpersonali e della propria storia familiare, partecipando ad attività di gruppo, simulando l’interazione con le persone significative della sua famiglia ed esercitandosi nei diversi ruoli di terapeuta e paziente [4], esperienze che vengono elaborate a livello emotivo e cognitivo condividendo le riflessioni in gruppo nel corso del training. Insieme a questa attività impegnativa, diversi allievi che si formano alla terapia familiare si sottopongono a una psicoterapia per affrontare difficoltà personali. Alcuni di essi intraprendono una psicoterapia prima di iniziare la formazione, altri ne sentono il bisogno durante il training clinico o dopo la sua conclusione.

Nella formazione personale, l’allievo si sofferma sul modo di stare in relazione con gli altri, sulle proprie risorse emotive e su come cerca e mantiene il proprio stato di sicurezza e di calma, oltre a come affronta le situazioni di incertezza e le minacce che incontra nelle esperienze interpersonali. Dinamiche che possono presentarsi in terapia e costituire un ostacolo per il buon lavoro clinico che comporta la regolazione affettiva nella relazione terapeuta-paziente come riparazione del Sé [5]. Questo articolato esercizio preliminare serve anche per costruire un contesto relazionale sicuro e accogliente, che facilita la comprensione dei rapporti interpersonali e delle interazioni nell’équipe clinica che si sta formando, come prerequisito per aiutare chi vive una condizione di sofferenza. Approfondire il proprio modo di stare con gli altri e il proprio vissuto, condividendo in gruppo quello che si prova e i pensieri che vi sono collegati, soffermandosi sulle diverse risonanze, permette di costruire un contesto solidale dove l’esperienza comune viene elaborata nel rispetto delle differenze individuali e nella comprensione di come noi ci poniamo nell’accogliere chi soffre. Conoscere la nostra storia familiare e i processi di adattamento relazionali, che agiamo a livello implicito, ci porta ad approfondire il nostro vissuto e i sentimenti che giungono alla coscienza e che ci permettono di accogliere le persone che stanno male per essere ascoltate e aiutate.

I SENTIMENTI DEL TERAPEUTA

Nel corso della storia della psicoterapia, il vissuto del terapeuta e la sua componente emotiva non sono sempre stati considerati fondamentali per la buona relazione di aiuto. All’inizio, i sentimenti erano ritenuti solo indicatori dei conflitti strutturali e del funzionamento patologico, considerati problema clinico e non tanto come componente di base dei processi interpersonali e della relazione di aiuto [6]. Ci si soffermava sulla risposta emotiva del paziente e quindi sui suoi processi transferali. C’è voluto del tempo prima di ammettere che nella vita relazionale e nel corso della terapia i movimenti affettivi non debbano essere trascurati [7].

Un apporto significativo in tal senso lo ha dato Sándor Ferenczi, contribuendo a superare l’errata ipotesi di ritenere i sentimenti del terapeuta e i suoi movimenti controtransferali un ostacolo alla terapia, nel senso di creare confusione nelle sue capacità di osservazione. Nei decenni successivi, altri pionieri della psicoterapia come Sullivan, Winnicott, Searles hanno rivalutato il coinvolgimento emotivo del terapeuta ritenendolo indispensabile per il trattamento e fonte di importanti informazioni sul percorso clinico e sul paziente stesso, scardinando così l’idea che il terapeuta debba essere neutrale e distante emotivamente dal paziente e valorizzandone la sua specificità. Egli, guardandosi dentro, può meglio comprendere il paziente e non essere distante da lui, essendo fatto della stessa materia. Venendo meno la neutralità come posizione difensiva, il terapeuta si trova pienamente coinvolto e per tutelare sé stesso, avere una rete protettiva, ed essere vicino a chi soffre, si sottopone a un approfondito lavoro personale.

A partire dagli anni Cinquanta questo tema si arricchisce con i contributi dei terapeuti familiari che portano nel dibattito l’opportunità di costruire un’alleanza terapeutica con il paziente e con la sua famiglia, come condizione necessaria per una buona relazione di aiuto [1]. In questo quadro ci si sofferma anche sul processo di individuazione, come percorso personale dei terapeuti in formazione, e sulla differenziazione dalla propria famiglia d’origine che costituisce un’esperienza personale di maturazione e che diventa una risorsa per aiutare il paziente, accompagnandolo nel proprio processo di differenziazione.

Nel corso degli ultimi decenni le ricerche cliniche hanno fornito altri contributi significativi; pensiamo alle scoperte nel campo dei processi cognitivi e delle neuroscienze: dalle ricerche sulle funzioni delle emozioni e sul circuito della paura [8] all’integrazione fra processi emotivi e coscienza [9]; dai processi di attaccamento sicuro nel corso della storia relazionale alle esperienze interpersonali nel contesto affettivo primario che costituiscono un ambiente familiare, il quale a livello implicito si attiva quando si vive uno stato emotivo che ricorda quell’adattamento [5]; dalla simulazione incarnata alla regolazione affettiva e all’intersoggettività [10]. Ricerche che confermano la rilevanza dei processi emotivi nello sviluppo mentale, frutto delle esperienze interpersonali, che approfondiscono la conoscenza dei processi relazionali funzionali e disfunzionali e arricchiscono il lavoro terapeutico. Oggi riscontriamo un’ampia condivisione nel ritenere la sintonia emotiva paziente-terapeuta come indispensabile ambiente di aiuto che richiede una buona capacità di ascolto [11] pur nella specificità di ogni trattamento.

CINQUANT’ANNI BEN PORTATI

Quando in Italia viene introdotta la terapia familiare, fra gli anni Sessanta e Settanta, il dibattito clinico oscilla fra contributi legati all’ortodossia psicoanalitica e la difficoltà della psichiatria nell’uscire dall’impostazione manicomiale della salute mentale. Il lavoro con la famiglia introduce idee nuove che portano a considerare la sofferenza psichica come effetto delle esperienze interpersonali e la cura comincia ad essere vista come conseguenza dei processi relazionali [12].

Il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale nasce nel 1972 attorno a Luigi Cancrini e al gruppo di ricerca sulle tossicomanie giovanili. Da subito, il Centro Studi si impegna nella formazione di operatori che sappiano aiutare le famiglie in difficoltà prendendo in carico chi sta male nel contesto interpersonale di vita. Questa nuova prospettiva porta Luigi Cancrini e il gruppo che si costituisce attorno a lui a lavorare a fianco di Basaglia nel contribuire alla chiusura dei manicomi [1].

Nei primi anni di attività, la formazione è intensa e dura un anno e mezzo. Al termine di questo periodo si costituiscono piccoli gruppi di operatori che seguono le terapie. Questa formazione comprende un lavoro personale fatto in gruppo, dove ognuno racconta la storia della propria famiglia d’origine tramite il genogramma per poi simulare, con la partecipazione dei compagni di gruppo, momenti di vita relazionale, ricorrendo alle sculture familiari e ad altri esercizi di psicodramma. Si lavora sulla capacità di relazionarsi con altre persone e di cambiare i propri modelli per leggere la sofferenza come espressione delle dinamiche relazionali1. È una fase di sperimentazione per dare un senso alla psicoterapia e al suo insegnamento [4].

Alla formazione, di quegli anni, partecipano operatori giovani e meno giovani. Questi lavorano nelle relazioni di aiuto a vario titolo avendo acquisito un bagaglio esperienziale nel leggere la sofferenza in chiave relazionale. Operatori che hanno maturato esperienze professionali aperte a nuove interpretazioni e volte a considerare il sintomo e la sofferenza di questi pazienti, non come un’alterazione nel cervello, ma come metafora delle interazioni nella famiglia e a volte nel sistema di aiuto inadeguato [13,14].

Con la costituzione dell’Ordine degli Psicologi nel 1989 e il conseguente riconoscimento delle scuole di formazione in psicoterapia viene regolamentata la professione dello psicoterapeuta e precisato il suo iter formativo, all’interno del quale è collocata la sua formazione personale. Sono cambiamenti normativi accompagnati da un minore interesse degli psichiatri per la formazione in psicoterapia e da una diminuzione dell’età degli psicologi che vi sono interessati. Agli psichiatri viene riconosciuto il titolo di psicoterapeuti senza che seguano una formazione specifica e portando, di fatto, alla loro consistente diminuzione o scomparsa dal training. Mentre gli psicologi desiderosi di fare clinica, una volta conseguita l’abilitazione professionale, si iscrivono a una scuola di specializzazione in psicoterapia. Così accedono al training di specializzazione sempre più giovani, fra i 25 e i 30 anni di età, in prevalenza donne, che vivono una condizione affettiva e sociale instabile e che stanno attraversando una fase di differenziazione della famiglia d’origine. Ciò incide sull’iter formativo e in particolare sulle caratteristiche della formazione personale.

Nel percorso formativo del Centro Studi è centrale e fondamentale il lavoro sul Sé del futuro terapeuta, esperienza che l’allievo ha la possibilità di fare grazie alla presenza di un didatta e del gruppo di training. Interagendo in un contesto relazionale di gruppo si ha la possibilità di evocare o amplificare le emozioni di ognuno sperimentando un apprendimento cognitivo, emotivo e relazionale. Nell’elaborazione della propria storia familiare che ogni allievo sperimenta viene facilitato un apprendimento che si muove su due livelli, emotivo e cognitivo, nel senso che i ricordi affettivi e le emozioni che restano a livello implicito e condizionano la rappresentazione della realtà possono diventare processi espliciti e coscienti e, quindi, trasformabili.

Per questo il genogramma e la rappresentazione grafica delle relazioni familiari sono utili alla conoscenza del funzionamento psichico della persona, con uno sguardo sistemico sulla complessità relazionale e sulla struttura dei rapporti interpersonali, favorendo il lavoro che il terapeuta è chiamato a fare su di sé. Con il genogramma si approfondisce il tema dell’appartenenza alla storia della famiglia, e ci si muove sul sentiero della differenziazione2.

Lavorando sulla differenziazione dalla famiglia d’origine il terapeuta, oltre ad accogliere le dinamiche emotive che si presentano in stanza di terapia, ha la possibilità di individuare e costruire un proprio stile personale professionale [16]. Egli tenderà durante il training a identificarsi con i modelli proposti dai propri didatti in maniera simile a ciò che è accaduto con le proprie figure familiari significative; così come avviene per la famiglia d’origine, anche con i propri formatori si segue un processo di differenziazione, che permette all’allievo di essere creativo e di costruire un modello unico e specifico [17].

Il genogramma è utilizzato nel lavoro personale dell’allievo. Generalmente a questa esperienza sono dedicate una o due giornate per ogni allievo nel primo anno, con alcuni approfondimenti negli anni successivi quando l’allievo porta avanti le terapie, poiché occorre conoscere i propri meccanismi psicologici ed emotivi per potere aiutare gli altri. L’allievo ha l’opportunità di ragionare su sé stesso e sulla sua famiglia, intanto il gruppo conosce e comprende meglio ognuno dei suoi membri. Alla fine dei genogrammi, solitamente, il gruppo risulta più coeso e capace di essere di supporto e sostegno, fattore importante quando toccherà entrare in stanza di terapia. Al genogramma vengono collegati altri strumenti per integrare e completare il lavoro personale dell’allievo, di cui parleremo più avanti.

LA RICERCA SULLA FORMAZIONE PERSONALE

Da questo quadro nasce il bisogno di conoscere in maniera più approfondita il modo in cui, nelle 10 sedi del Centro Studi, si sviluppa il lavoro sul Sé del terapeuta con la tecnica del genogramma e altri strumenti.

La ricerca è avvenuta fra il 2021 e il 2022 a partire dall’idea che il lavoro sul Sé del terapeuta viene considerato oggi, più di prima, centrale e fondamentale poiché si condivide il principio che il terapeuta e il modo in cui si relaziona con chi chiede aiuto sia lo strumento principale. Riteniamo pertanto che il percorso formativo segua un processo evolutivo che occorre conoscere per comprendere le caratteristiche del lavoro sul sé del terapeuta nel training. Nel corso degli anni sono avvenuti cambiamenti significativi fra gli allievi, nel percorso formativo e nell’approccio clinico verso una visione unitaria della psicoterapia. Tuttavia il genogramma continua a rappresentare il modo più abituale per esplorare la storia familiare trigenerazionale nella terapia e nella formazione, avviando un processo volto alla conoscenza dei processi relazionali dei futuri terapeuti.

Ci siamo domandati se vi siano differenze all’interno del paradigma comune relazionale e sistemico e se emergano nuovi spunti e nuove idee che arricchiscono l’esperienza formativa e l’attività clinica.

A partire da queste ipotesi abbiamo posto alcune domande alle sedi del Centro Studi per far emergere il modo in cui si articola la formazione personale del futuro psicoterapeuta in ogni sede. In particolare come viene strutturato il lavoro sulla storia personale e sulla famiglia di origine del futuro terapeuta, partendo dall’uso del genogramma, interessandoci a come il lavoro personale, la conoscenza di sé e la continua elaborazione del proprio vissuto, a partire dal contesto affettivo primario, si manifestino nella pratica clinica.

La ricerca ha coinvolto le 10 sedi del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale3 e si è focalizzata su come si articola la formazione personale del futuro psicoterapeuta e, in particolare, come avviene il lavoro sulla sua storia personale e sulla sua famiglia di origine attraverso il genogramma, evidenziandone le ricadute nella pratica clinica e nel modo in cui il terapeuta conosce sé stesso e la sua storia per saper stare in relazione con chi gli chiede aiuto4.

COME AVVIENE LA FORMAZIONE PERSONALE DELL’ALLIEVO

IPR. È un processo continuo e trasversale ai quattro anni di formazione. Sin dal primo anno le lezioni vengono suddivide in due parti: una parte teorica e una esperienziale. Nella parte esperienziale vengono utilizzate diverse attività (giochi, riflessioni scritte, simulate, ecc.) che hanno lo scopo di rinforzare il gruppo, ma anche e soprattutto sollecitare la conoscenza e la riflessione sul Sé del terapeuta. Alla fine del primo anno si svolge il racconto della storia della famiglia d’origine dell’allievo tramite il genogramma che costituisce uno dei momenti più importanti per il lavoro sul Sé dell’allievo. A seguire, con l’ingresso in stanza di terapia, la supervisione, prima diretta e poi indiretta, continua ad approfondire e analizzare le risonanze del terapeuta e le parti di sé che entrano in gioco nella relazione con i pazienti.

EMMECI. La parte principale della formazione personale avviene al primo anno, scelto come momento in cui la persona comincia a costruire strumenti per sviluppare una relazione funzionale in preparazione dell’esperienza terapeutica. Viene scelto il primo anno per un motivo cronologico sia individuale che di gruppo. Individuale poiché si entra in una dimensione in cui l’allievo/a comincia subito ad acquisire strumenti personali che poi gli permetteranno di entrare in terapia con un bagaglio personale utile. La stessa cosa vale per il gruppo, poiché il coinvolgere tutti i componenti del gruppo ha un effetto strutturante molto importante sul gruppo stesso, il quale andrà a costituire un’identità emotiva e collettiva attraverso la conoscenza sempre più stretta dei suoi membri. Il gruppo è un elemento essenziale nella formazione, in quanto costituisce una fonte di risonanza e di conferma personale, non solo nei rapporti interni al gruppo, ma anche nell’attività terapeutica.

IEFCOS. Noi diamo una grande rilevanza, ognuno con la propria inclinazione personale, a questo momento della formazione personale. L’allievo si accoglie, si guarda nella sua individualità, si colgono le sue prerogative, la sua appartenenza a un albero genealogico e anche la sua individuazione. Servono due giornate intere, all’incirca 12 ore sono dedicate ad ogni allievo. Queste prevedono il disegno e l’illustrazione del proprio genogramma trigenerazionale che comporta una giornata, a volte anche una e mezza. Si resta sui particolari e sulle atmosfere che sono state tramandate all’allievo. Dopo il genogramma mi prendo un tempo per la composizione del diagramma del benessere5. Il genogramma è un racconto corale anche se viene prodotto da un individuo che in quel momento cerca di tenere a mente le trame familiari. Al contrario, nel diagramma del benessere il racconto si fa più strettamente individuale perché coinvolge in prima persona l’allievo che racconta la sua vita nel corso degli anni e nei vari momenti dando un valore al proprio benessere. Questo benessere ha a che fare sia con situazioni che avvenivano nella vita personale, anzi crescendo sempre di più con la vita personale, sia con momenti topici della vita familiare e quindi dalla prospettiva del racconto del genogramma. Il genogramma come racconto di una coralità e poi il diagramma del benessere come voce di sé stesso che si percepisce nello scorrere della propria vita.

CSRM. La formazione personale dell’allievo in training riceve un’attenzione particolare che inizia con la propria presentazione al gruppo nelle primissime fasi del training, continua nel lavoro con il genogramma e viene approfondita attraverso le esperienze cliniche proprie, degli altri componenti del gruppo nella supervisione diretta e nell’indiretta relativamente all’analisi delle risonanze intime e delle reazioni controtransferali.

CHANGE. Il primo anno viene dedicato alla presentazione del corso e al genogramma di ogni allievo.

RANDOM. Il primo anno è centrato sul gruppo e sul futuro terapeuta. Diventa importante la conoscenza personale degli allievi. Utilizziamo una serie di giochi per capire le dinamiche di gruppo e altri che servono per conoscere meglio l’allievo e favorire la coesione di gruppo, che è fondamentale poi per lavorare insieme in terapia. Successivamente utilizziamo il genogramma per il racconto della storia personale dell’allievo e della sua famiglia d’origine. Tutto il primo anno è parte del secondo sono dedicati a tale scopo.

IPRA. Durante il primo anno, oltre al lavoro teorico, alle simulate e al role-playing, si propone il lavoro autocentrato sull’allievo.

CTR. Il primo anno è incentrato sulla trattazione di argomenti teorici e sul lavoro personale con l’allievo, utilizziamo il genogramma, l’ecomappa e diversi role-playing.

I MODELLI DI RIFERIMENTO

IEFCOS. Seguiamo il modello del Centro Studi nella formazione alla psicoterapia; ci riferiamo all’approccio tridimensionale del relazionale e seguiamo il processo evolutivo, ma non solo: riprendiamo l’esperienza del genogramma prima e del diagramma del benessere dopo, la tavola delle corrispondenze di Luigi Cancrini per il quale c’è un’emergenza individuale o un sentore individuale laddove la trama trigenerazionale per qualche motivo si infittisce o ha una smagliatura. Mi piacciono le due cose messe insieme.

DEDALUS. Si parte con la sensibilizzazione all’ottica sistemica, che rimanda ad esempio a un buon utilizzo delle simulate. Per analizzare l’efficacia del training, l’Istituto segue i riferimenti teorici della Benjamin. Si è infatti interessati a verificare se nel corso del training, con una maggiore conoscenza personale, l’allievo riesce a “far pace con le figure significative introiettate”. Questo cammino rappresenta la maturazione del processo dello svincolo, è una chiave di lettura di come il percorso teso allo svincolo si sia evoluto. Questo lavoro viene applicato alle tre fasi del training: alla conclusione del primo anno, dove viene somministrato il questionario formulato dalla Benjamin sulla base della SABS; successivamente viene fatta una valutazione da parte dei didatti al termine della fase della supervisione diretta e infine vengono tratte delle conclusioni al termine del training. È un percorso che dà una buona misura dell’efficacia del percorso formativo.

CHANGE. Per il genogramma si riferiscono a Murray Bowen che nel 1970 ne introdusse l’utilizzo in terapia e a Monica McGoldrik che ne riprese l’importanza e ne precisò il metodo di applicazione.

CTR. La formazione (oltre che sui contributi irrinunciabili di Bateson, Von Bertalanffy, Von Foerster e le diverse tipologie familiari di Beavers, Olson, Wertheim, Minuchin ed altri) si basa prevalentemente sulla terapia strutturale di Minuchin, mantenendo comunque una costante attenzione e ricerca di integrazione con altri approcci del panorama sistemico, e non solo, quali il narrativismo, piuttosto che il contributo della Smith Benjamin sul trattamento dei DP, e via dicendo. Sovente, almeno un paio di seminari mensili nel corso dell’anno sono tenuti da relatori appartenenti ad altra epistemologia al fine di consentire una costante integrazione dei contributi provenienti da altri approcci terapeutici e abituare gli allievi a un dialogo sempre aperto e curioso con modelli diversi.

EMMECI. Il riferimento teorico è quello della formazione del funzionamento della mente, inteso come l’integrazione tra neuroscienze, teoria dell’attaccamento e modello di regolazione affettiva. Gli autori principali che hanno contribuito a questa integrazione sono Benjamin, Siegel, Stern e Schore.

IPR. Non c’è un modello formativo unico. Conta molto lo stile di lavoro del didatta, la sua formazione, la sua esperienza e sensibilità con quello specifico gruppo, in quella fase della formazione, diversa nel corso negli anni, ricorrendo al modello che ritiene più adatto allo scopo.

RANDOM. Nel primo anno il libro “Pragmatica della comunicazione umana” è il testo base. Poi ci si riferisce in particolare ai modelli sistemici di Palo Alto e Bateson.

CSAPR. Per coniugare l’importanza terapeutica del genogramma, in ottica narrativa senza entrare in una relazione che ricordi quella terapeuta-paziente, l’Istituto ha trovato interessante affiancargli uno strumento esperienziale, la scultura della famiglia [18,19] che coniuga la dimensione narrativa e quella emotiva dell’allievo senza che il didatta debba operare interventi di costruzione o decostruzione delle storie.

CSRM. Il modello formativo mira alla consapevolezza di sé, alla capacità di comunicare sentimenti e vissuti, all’accettazione e alla fiducia, all’autostima e alla assertività. Mira a sane interazioni all’interno del gruppo facilitando l’apprendimento dalle esperienze personali e del gruppo. Gli obiettivi sono principalmente correlati alla dimensione emozionale e al “sapere essere”.

IL LAVORO PERSONALE CON IL GENOGRAMMA

EMMECI. Il genogramma, ad oggi, viene utilizzato come un contenitore in cui al centro sono poste le relazioni primarie che la persona ha sviluppato, il contesto in cui si sono sviluppate e le polarità interne di queste relazioni (ad esempio vicinanza-lontananza). Ciò dà una lettura di come la persona entra nelle relazioni, di quali sono i segnali che interpreta come segnali di pericolo e rischio o di conforto e tranquillità. Ciò comporta la riattivazione di meccanismi di memoria implicita che, attraverso questa analisi, vengono in parte tradotti in consapevolezza del modo di stare nelle relazioni, del significato che viene dato alle relazioni e della condizione emotiva di fondo che la persona si porta nelle relazioni. Tutto ciò è parte integrante del ruolo di terapeuta e della relazione terapeuta-paziente e ha lo scopo di costruire relazioni funzionali e utili nel rapporto con i pazienti. Questa relazione, infatti, ha come punto di partenza la costruzione di buoni strumenti relazionali funzionali per creare un’alleanza terapeutica forte, una sintonizzazione emotiva e un rapporto utile che permetta una co-regolazione affettiva.

CHANGE. Il genogramma si svolge all’interno del gruppo di training, di cui fa parte l’allievo, per due incontri consecutivi, uno per la famiglia di origine, l’altro per la famiglia nucleare. Alla fine del secondo incontro si chiede all’allievo di rappresentare con due sculture, una sulla situazione attuale e l’altra su un modello ideale, la famiglia attraverso le emozioni che sono emerse. Tutto questo porta gli allievi a fidarsi degli altri, come avviene in altre scuole (Cirillo, Selvini, Sorrentino) e a costruire il gruppo di training. I modelli di riferimento sono molteplici, già Freud parlava dell’importanza della storia familiare, ma in seguito Virginia Satir, Luigi Onnis e Alfredo Canevaro ne hanno indicato l’efficacia. Il genogramma risulta essere un’esperienza molto importante per la formazione dell’allievo, sia per la carica emotiva, sia per poter vedere con occhi diversi la sua storia familiare e il suo ruolo all’interno della sua famiglia e ciò costituisce, dopo un iniziale disorientamento, la possibilità di riconoscere il suo controtransfert nei confronti dei pazienti.

DEDALUS. Per la formula infrasettimanale, il genogramma si articola in 3-4 incontri per circa tre ore ad incontro e questi si succedono di settimana in settimana. Nel fine settimana invece il lavoro è più intensivo. Ad oggi si riscontrano vantaggi e svantaggi rispetto alle due formule. In particolare si osserva più pressione nell’allievo nel training del fine settimana: la situazione è molto più coinvolgente e il gruppo è al centro. Il didatta deve stare attento a considerare che si sta lavorando in un setting formativo (la tentazione è di spostarsi su un piano psicoterapico, ma questo non può avvenire) e pertanto occorre dosare i suoi interventi.

Il lavoro sulla storia familiare dell’allievo passa, oltre che dal racconto, anche dall’utilizzo delle sculture di Caillé (spesso si lavora con quelle mitiche) e dal diagramma del benessere.

Nel training infrasettimanale i tempi sono più dilazionati. C’è sempre un allievo che fa il quaderno del genogramma. Questo consente la volta successiva di riprendere il lavoro. Da una volta all’altra, talvolta l’allievo fa degli approfondimenti e aggiustamenti. Sono importanti la famiglia che ha in testa e la sua storia. Tra un incontro e l’altro si chiede agli allievi di portare foto, documenti, oggetti, che possono riportarlo alla sua storia e ai suoi familiari. Il materiale circola tra il gruppo.

IPR. Il genogramma viene svolto nell’ultima parte del primo anno. Ogni allievo racconta la propria storia familiare esponendola oralmente al gruppo e rappresentandola graficamente su una lavagna a fogli mobili. Alla fine del racconto il gruppo viene invitato a fare delle domande di approfondimento. Infine viene chiesto all’allievo di svolgere il lavoro della valigia (cosa lasci e cosa porti con te), di identificare un motto, e di scegliere un titolo. I colleghi del gruppo vengono invitati a restituire un feedback al collega sul genogramma e a scegliere, a loro volta, un titolo. All’allievo viene poi chiesto di rinarrare il proprio racconto in forma scritta per poterlo rileggere al gruppo a conclusione dell’esposizione orale di tutti i colleghi, corredato dello stemma/blasone. All’allievo viene chiesto di portare anche delle foto significative del proprio nucleo familiare da poter mostrare e condividere con il gruppo. La ri-narrazione scritta viene effettuata con il didatta che non ha assistito all’esposizione orale (nell’Istituto il training si svolge settimanalmente con l’alternanza di due didatti per tutti e quattro gli anni).

La seconda fase di ri-narrazione scritta dà la possibilità all’allievo di utilizzare una modalità diversa di riproporre il proprio racconto dopo un tempo che ha favorito la sedimentazione e l’incorporazione dei feedback dei colleghi e del didatta. La forma scritta e il tempo consentono di acquisire maggiore consapevolezza di alcuni aspetti e favoriscono la riorganizzazione di un pensiero più coerente sui propri vissuti e sulla propria storia.

La ricaduta in psicoterapia di questo lavoro riguarda la capacità di saper utilizzare uno strumento di lavoro e poter avvertire e riconoscere quelle risonanze o resistenze che in alcuni casi possono rappresentare un blocco in terapia e dare origine a un’impasse del processo terapeutico.

IEFCOS. Da quest’anno con Francesca De Gregorio abbiamo deciso con il gruppo nuovo di cominciare un’ulteriore esperienza introducendo una riflessione del gruppo dopo la presentazione del genogramma e quindi di costituire un gruppo che alla fine della storia pone le proprie riflessioni e pensiamo di fare questo al posto della restituzione del didatta che non fa la riflessione finale ma la farà fare al gruppo, dove ci introdurremo anche noi. Così attraverso le risonanze ognuno di noi potrà aggiungere pensieri ai pensieri, trame alle trame e questo ci deriva dal modello teorico del dialogo aperto che stiamo utilizzando da anni con il nostro gruppo, nella terapia con i pazienti gravi.

RANDOM. Due-tre incontri sono dedicati al genogramma. Faccio iniziare chi ha più voglia e utilizziamo la lavagna per disegnare il genogramma e l’allievo racconta la famiglia con una certa libertà. In seguito faccio domande per aiutare l’allievo a fare delle connessioni tra eventi e situazioni che sono avvenute nella sua famiglia con una visione trigenerazionale. Quindi propongo una riflessione su di sé e sulla sua famiglia in questo modo e poi lascio la possibilità al gruppo di fare delle domande. I riverberi sul gruppo riguardano i punti di contatto che si trovano nelle storie tra gli allievi e questo normalizza certi eventi. Lo scopo sottostante è quello di cominciare a far capire come questo potrà servire nella clinica a raccogliere le storie di chi viene in terapia. L’allievo potrà poi confrontare in maniera isomorfica la sua storia con quella delle famiglie per aiutarlo a normalizzare anche queste ultime. Sono queste le ricadute sulla formazione anche professionale dell’allievo.

IPRA. Abbiamo 10 allievi ogni anno. Ciò permette di dare spazio ad ogni allievo, dedicando una lezione al mese per effettuare il genogramma di ognuno. L’allievo presenta al gruppo, tramite il diagramma, tutte le informazioni di sua competenza rispetto al ciclo vitale della famiglia attuale e alla struttura trigenerazionale del genogramma. Ci si concentra sugli eventi, normativi e paranormativi, sui legami e le separazioni. Così emergono indicazioni sulla rete emotiva e affettiva dell’allievo terapeuta. Finalità: rinarrare la propria storia e focalizzarsi sui nodi critici della storia del futuro terapeuta per entrare in stanza di terapia con consapevolezza. Questo aspetto è rafforzato dal fatto che non è prevista una fase di terapia individuale, ma in caso di bisogno e in seguito al genogramma comunque può venire consigliata.

CSAPR. Per poter descrivere la storia della famiglia dell’allievo, all’interno del nostro centro di formazione, durante un incontro di training specifico viene utilizzata la tecnica del genogramma, metodo narrativo volto a rilevare la percezione individuale delle relazioni familiari, ma anche diagramma che organizza le informazioni sul ciclo vitale del nucleo includendo i legami, gli eventi e le separazioni della famiglia attraverso più generazioni [20]. L’obiettivo del genogramma è favorire la riflessione sulle relazioni e la rappresentazione dei rapporti familiari significativi che hanno accompagnato una persona nel corso della propria vita: il genogramma offre la possibilità di far rivivere il passato proprio e altrui, di suscitare emozioni, di far emergere elementi rimossi o rimasti nell’ombra per indurre le persone alla riflessione e a far emergere nuove considerazioni [21].

Abbinando al genogramma una versione più dinamica della scultura familiare, è possibile far emergere vissuti corrispondenti alle storie familiari interiorizzate ma anche possibilità alternative che restano spesso fuori dalla coscienza: in ogni caso la verità storica sulla propria famiglia che l’allievo ritiene di possedere viene esposta a possibilità alternative fondate su altre ipotesi di motivazioni e di comportamento dei membri della famiglia.

CTR. Il genogramma viene rappresentato nel corso delle lezioni iniziali del primo anno; ad ogni lezione un allievo presenta il proprio genogramma unitamente all’ecomappa. Ovviamente la presentazione avviene in gruppo; è comunque consentito solo ai didatti fare domande e/o commenti, mentre gli altri componenti del gruppo hanno la consegna di una partecipazione attenta, ancorché silenziosa.

CSRM. L’articolazione del lavoro con il genogramma prevede due incontri/tempi con ciascun allievo dove la partecipazione del gruppo assume rilevanza per il valore fornito nell’aiutare la riflessione individuale sui nodi emotivi e sulle transizioni significative della propria storia familiare e delle relazioni. Il primo incontro/tempo-storico è dedicato alla narrazione della propria storia familiare, alla descrizione di accadimenti e personaggi coinvolti, alla possibilità di accedere alle generazioni precedenti e alla lettura di ciò che è emerso in termini di risorse, valori e tradizioni, miti, eredità familiari, e culturali, segreti nel tempo, funzioni e ruoli personali nella propria famiglia; il secondo incontro/tempo-cura mira a rilevare attraverso le domande e le riletture del didatta in termini diretti e con l’ausilio di varie tecniche ciò che è stato ed è ancora significativo e rappresentativo nel processo evolutivo di ciascun allievo relativamente ai propri pensieri, emozioni e comportamenti: è la ricerca delle connessioni tra la famiglia che l’allievo si porta in testa, la storia narrata ed eventi descritti che partendo dal presente, attraverso il passato, riceve indicazioni e va verso un percorso/processo di “conoscenza e cambiamento”. La funzione delle tecniche utilizzate con la partecipazione del gruppo è fortemente didattica/formativa: facilita l’apprendimento dei concetti fondamentali e contemporaneamente sollecita il pensare sistemico attraverso la reciproca conoscenza e la costruzione di un apparato mentale e relazionale contraddistinto nella propria unicità. Le ricadute formative incidono profondamente sulle relazioni e sulla persona del terapeuta che dal genogramma metterà in moto un processo trasformativo di sé preparandolo ad essere “strumento” nell’incontro con le famiglie e le loro problematiche.

Generalmente gli allievi ricostruiscono la storia della famiglia d’origine tramite il genogramma nel corso del primo anno di formazione, e i contenuti e le sollecitazioni vengono ripresi negli anni successivi quando l’allievo segue le terapie prima in supervisione diretta e poi nell’indiretta. Si arriva al genogramma quando si è creato un sufficiente clima di collaborazione e di fiducia con il didatta e tra gli allievi.

Si effettua prima dell’ingresso in stanza di terapia con le famiglie proprio per poter analizzare e lavorare sulla storia personale dell’allievo e avere maggiormente chiara qual è la base affettiva e relazionale da cui l’allievo si muove per entrare in relazione con l’altro. Nelle supervisioni si approfondiscono gli elementi controtransferali, pertanto aver strutturato prima, grazie al genogramma, un rapporto con l’allievo, risulta di grande aiuto: ci si conosce, il didatta empatizza di più con l’allievo, ci si vuole bene.

Possiamo così sintetizzare le ragioni di questo lavoro personale: conoscere la narrazione che l’allievo fa di sé, della propria famiglia e della relativa storia attraverso tre generazioni, in modo da poter noi disporre di una cornice/contesto che dia senso al comportamento (nella sua accezione più ampia) dell’allievo, favorire la conoscenza e l’accettazione reciproca all’interno del gruppo di formazione, anche in considerazione delle ridondanze rintracciabili nelle storie personali degli allievi.

COME I DIDATTI VENGONO COINVOLTI NEL LAVORO SUL GENOGRAMMA

CHANGE. Il secondo anno viene seguito dal trainer che ha condotto il genogramma, il quale terrà presenti le informazioni derivate dal lavoro personale affinché il giovane terapeuta consideri le risonanze che gli derivano dalla storia del paziente. Nel caso in cui il trainer non sia lo stesso, può attingere informazioni dalle relazioni che gli allievi svolgono a conclusione della loro sessione per lavorare sugli elementi controtransferali dell’allievo in formazione.

DEDALUS. Il didatta che si occupa del genogramma seguirà poi l’allievo nel corso della supervisione diretta. Non esiste per l’Istituto una divisione in questo senso. Il passaggio c’è solo nella supervisione indiretta. Di questa si occupano il prof. Cancrini e il dott. Colacicco.

Per il didatta non si tratta solo di una questione di dati e di raccolta di informazioni, ma bensì di legame, di un rapporto personale che si crea e si va a instaurare tra allievo e didatta, che sarà un valore aggiunto in stanza di terapia. Si attiva tra i due un legame di affiliazione, che ha un risvolto positivo nel processo di apprendimento dell’allievo.

IPR. Entrambi i didatti che seguono il gruppo dal primo al quarto anno partecipano al genogramma dell’allievo, l’uno nell’esposizione orale e l’altro nell’esposizione scritta, e supervisionano l’allievo nella terapia diretta e/o indiretta. Inizialmente, infatti, la scelta di proporre queste due modalità era nata proprio dalla necessità di rendere partecipe anche il didatta non presente. Nel tempo ci si è resi conto del valore aggiunto che aveva per l’allievo la possibilità di rinarrare la propria storia in forma scritta come occasione di rielaborazione e riorganizzazione del proprio romanzo familiare.

IEFCOS. I didatti che portano avanti il genogramma seguono anche la supervisione diretta, ma non sono gli unici perché nella supervisione diretta ci sarà un didatta che fa supervisione indiretta con loro: sono due situazioni di diverso attaccamento. L’attaccamento con il secondo didatta avviene più lentamente e forse rimane meno intenso e questo aiuta anche la differenziazione dell’allievo. Io (Vittori) non mostro esplicitamente la correlazione con il genogramma nella supervisione indiretta. Non do questo sfondo perché non lo amo tanto e preferisco stare nel qui e ora e non avere l’occhio del detective e quindi notare che un nodo attuale è uguale a un nodo della generazione precedente perché questo non mi aiuta, non mi fa vedere il futuro. Il didatta con cui l’allievo non ha fatto il genogramma trova un modo per conoscerlo con un racconto metaforico o porta degli oggetti per fare in modo che l’allievo si faccia conoscere con un racconto nuovo. In fondo, il genogramma è dell’anno prima e se lo riporto al nuovo didatta e intanto sono avvenuti dei cambiamenti nella vita dell’allievo, egli li racconterebbe diversamente. Io preferisco che un nuovo racconto venga prodotto perché in ogni caso è il racconto di un anno nuovo durante il quale delle cose sono accadute.

RANDOM. Nella supervisione diretta l’allievo viene seguito dal didatta con cui elabora il genogramma, mentre nella supervisione indiretta lavora con uno diverso. Il didatta, partecipando al genogramma dell’allievo, ha la sua storia in testa e quindi, durante le supervisioni, potrà chiedere all’allievo come quell’aspetto abbia toccato un punto nevralgico, quali risonanze abbia avuto quel particolare evento, quella persona con la storia dell’allievo. In seguito, capita spesso che l’allievo chieda di fare una sua terapia personale.

IPRA. Viene svolto in due fasi; una prima fase di ascolto della narrazione, una seconda fase di apertura a domande rispetto ad aspetti poco chiari della storia, le quali non hanno valore interpretativo o di giudizio. Successivamente i didatti chiedono all’allievo e al gruppo di realizzare le sculture del passato, del presente e del futuro. Nella fase successiva avviene la restituzione da parte del gruppo, talvolta anche attraverso tecniche psicodrammatiche (canzoni, poesie, sculture). Può capitare che il tempo di una lezione non sia sufficiente per cui il gruppo si riunisce nella lezione successiva per presentare la propria restituzione. Al termine della restituzione del gruppo, anche i didatti propongono il loro feed-back. Interessante la doppia visione dei didatti che partecipano in compresenza.

CTR. Nell’attuale organizzazione, all’esposizione del genogramma e dell’ecomappa partecipano tutti i didatti che si rapporteranno con gli allievi in misura significativa nel corso del processo formativo, ad eccezione del didatta del quarto anno e della supervisione indiretta.

CSRM. Il didatta che ha seguito l’allievo nel genogramma lo seguirà nell’esperienza della supervisione diretta perché lo saprà aiutare meglio a individuare processi isomorfi, risonanze, reazioni controtransferali, nell’incontro con gli aspetti disfunzionali, con le problematiche e le difficoltà che le famiglie presentano. Il didatta che segue gli allievi nella supervisione indiretta, al quarto anno, non partecipa al genogramma ma viene a conoscenza del percorso personale di ciascun allievo dal didatta che lo ha seguito attraverso una scheda di valutazione, accompagnata da un resoconto verbale che descrive bene le risorse individuali e i punti di fragilità sui quali l’allievo deve ancora lavorare. La supervisione indiretta mira al riconoscimento e al superamento dei punti ancora fragili e a una consapevolezza maggiore per raggiungere l’autonomia.

EMMECI. Durante il lavoro personale svolto nel primo anno, un componente del gruppo scrive un quaderno che riguarda l’esperienza del/della compagno/a che lavora su sé stesso/a. Alla fine del primo anno ci sarà un insieme di quaderni per ciascun allievo. Successivamente, viene organizzato un incontro tra il didatta che ha seguito i genogrammi al primo anno e i didatti che si occuperanno della supervisione diretta al secondo e terzo anno in cui vengono esposti gli aspetti significativi della storia degli allievi.

IL TEMPO DEDICATO ALLA FORMAZIONE PERSONALE

Nel corso dei quattro anni di formazione il lavoro personale viene ripreso continuamente nel corso delle supervisioni.

CTR. Non è possibile stabilire un tempo, non esiste un tempo precostituito, al di là di qualche ora dedicata alla presentazione del genogramma, nell’arco di tutto il percorso formativo la storia personale dell’allievo costituisce, per il didatta di riferimento, un focus di attenzione continua. Non di rado, sia nei confronti che precedono e seguono il singolo incontro di psicoterapia, sia, pur se occasionalmente, quando si affrontano aspetti teorici, vengono proposte (frequentemente dallo stesso allievo) connessioni con quanto emerso dal genogramma.

DEDALUS. Lo strumento più importante in stanza di terapia è il terapeuta stesso, pertanto conoscersi attraverso il genogramma è indispensabile per muovere i primi passi in stanza di terapia, supportato da qualcuno con cui hai condiviso la tua storia che ti ha aiutato ad elaborarla.

L’aiuto proposto all’allievo continua dopo la fine del training. Dedalus ha deciso di prendere altre due sedi per permettere ai giovani terapeuti di incominciare a fare terapie, anche durante il periodo della supervisione indiretta (in cui è necessario portare diversi casi in supervisione).

L’avvento della pandemia è stato sicuramente un evento che ha messo in crisi il processo formativo, ma dal quale sono emerse anche molte opportunità. Attualmente si sta quindi sempre più articolando il percorso formativo con nuovi strumenti, che sono adesso più alla nostra portata (si sono scoperte nuove cose su vantaggi e svantaggi della formazione online).

IPRA. Il genogramma viene ripreso alla fine del terzo anno con un lavoro scritto proposto a ogni allievo e che è propedeutico all’esame di fine anno dal titolo: “Il cambiamento dell’allievo terapeuta in relazione al genogramma e all’incontro con le famiglie”. Anche durante la fine del primo anno viene richiesta la stesura di una relazione finale relativa al genogramma, questo consente una prima rilettura.

CSRM. È possibile dire che il tempo dedicato alla formazione personale degli allievi dura per tutto il tempo del training: il genogramma, in una forma diversa, viene rivisto da ciascun allievo nelle parti che erano state identificate come quelle da rivisitare o quelle più a rischio; e questo avviene sempre o su sollecitazione del didatta o attraverso un racconto spontaneo della percezione di sé durante la terapia con i pazienti, mettendo in rilievo ancora “l’handicap del terapeuta”.

IPR. La formazione personale dell’allievo riguarda, come è logico, l’intero periodo di svolgimento del training, in quanto in ogni singolo incontro il didatta lavora su ciascuno individualmente e sull’intero gruppo di formazione. È vero però che ci sono passaggi fondamentali: il genogramma, l’ingresso in stanza e la supervisione diretta, l’esposizione del suo caso clinico nella supervisione indiretta: in quei momenti il focus è sull’allievo.

LE RICADUTE SULL’ALLIEVO E SUL GRUPPO

EMMECI. Ogni allievo/a si mette in gioco ed entra in una dinamica di curiosità e ricerca riguardo al proprio funzionamento. Ciò avviene con la partecipazione del gruppo, andando ad attivare dinamiche di identificazione, solidarietà, comprensione e partecipazione attiva. Questa esperienza contribuisce a costruire l’identità di gruppo.

CHANGE. Il genogramma risulta essere un’esperienza molto importante per la formazione dell’allievo, sia per la carica emotiva, sia per poter vedere con occhi diversi la sua storia familiare e il suo ruolo all’interno della sua famiglia e ciò dà, dopo un iniziale disorientamento, la possibilità di riconoscere il suo controtransfert nei confronti dei pazienti

DEDALUS. Il lavoro è centrato sull’allievo, che quando racconta la sua storia è il protagonista. Il gruppo sta in una posizione di ascolto. Si lavora molto sul clima emotivo, per permettere all’allievo di stare in un contesto dove c’è partecipazione e condivisione. Si lavora molto sul piano analogico.

Vi è un’attiva partecipazione del gruppo nella realizzazione delle sculture e nell’analisi di queste. C’è quindi un grosso lavoro anche dal punto di vista esperienziale.

Al termine del genogramma si chiede all’allievo di organizzare due contenitori: uno è il contenitore di ciò che gli piace di sé e l’altro di ciò che gli piace meno e che vorrebbe cambiare. In questa analisi si esplora da chi l’allievo ha preso questi aspetti e come li ha fatti propri. Questo avviene per dar modo all’allievo di riconoscersi nella sua storia e di rappresentarla, ma anche per capire dove dovrebbe andare il cambiamento e cosa di sé si vorrebbe modificare. Tutto questo permette al giovane terapeuta di conoscersi meglio.

IPRA. Per l’allievo il genogramma rappresenta un importante momento di autoconoscenza. La trasformazione avviene nel tempo, a partire dai feed back che l’allievo riceve, che risultano potenti proprio perché spesso vengono realizzati tramite tecniche psicodrammatiche. Il genogramma risulta anche un ottimo strumento per creare il gruppo, per riscaldarlo e rintracciare quell’unitarietà che è poi profondamente necessaria al lavoro di équipe. Inoltre si generano risonanze e storie condivise che permettono a tutti i partecipanti di elaborare una propria parte.

CTR. Molto spesso il lavoro sul genogramma aumenta la consapevolezza dell’allievo sugli snodi problematici della propria storia e facilita in misura significativa la lettura delle inevitabili risonanze che tutti, prima o poi, incontriamo nella nostra pratica clinica.

CSRM. Il lavoro sul genogramma ha molti effetti sull’allievo: è l’inizio di un percorso di crescita personale e professionale che coinvolge sé stesso e il gruppo intero che diventa esperto di dinamiche e funzionamento gruppale ma anche individuali sistemiche che in termini isomorfi affronterà lo svolgimento delle terapie.

IPR. Spesso l’allievo riporta il suo cambiamento dopo l’esposizione del genogramma. Con il contributo dei didatti e del gruppo vede cose nuove, rivisita rapporti passati e presenti, e non è raro che possa scoprire e sperimentare nuovi modi di relazionarsi a figure significative della sua famiglia. Tutto questo ha un effetto positivo sul gruppo, che sperimenta sia la validità dello strumento, sia i cambiamenti determinati dalla sua applicazione.

Nelle terapie riemergono le riflessioni fatte in occasione della presentazione del genogramma. Ad esempio quando il paziente ha un problema con un genitore, si ripresentano risonanze nell’allievo terapeuta; il didatta e il gruppo, conoscendo la sua storia, sono in grado di aiutarlo a riflettere.

RANDOM. Dopo il genogramma si vede un cambiamento nell’allievo e nel gruppo e il cambiamento avviene in seguito alla decisione di fare una terapia. “Ho visto e riconosciuto certe mie fragilità e voglio andare a lavorarci”. Sul gruppo si vede l’effetto nella coesione e nel fatto che riconoscono certi isomorfismi tra la storia dell’allievo e della famiglia. Sanno leggere certi eventi alla luce di questi isomorfismi e si ricordano della storia dell’allievo.

IEFCOS. È sempre un momento molto emozionante, soprattutto per l’allievo. Il movimento emotivo è sempre grande e serve nella dinamica di formazione dello psicoterapeuta: perché quando si perde stabilità ci sono grandi movimenti emotivi per ritrovare nuovi equilibri. Da una parte c’è una maggiore consapevolezza nell’allievo di corde che si muovono sempre rispetto alla propria famiglia d’origine e dall’altra c’è la consapevolezza di trovarsi in una condizione di fragilità in mezzo agli altri e che si può essere sostenuti dal gruppo: da quel momento si diventa un po’ fratelli, aumenta la coesione nel gruppo.

ALTRE TECNICHE

CHANGE. Oltre al genogramma, alla fine dell’ultimo anno, si utilizza il rituale terapeutico dello “zaino” secondo la tecnica di Canevaro, che aiuta il giovane terapeuta nello svincolo dalla sua famiglia con la possibilità di acquisire una diversa e più definita immagine di sé. Il lavoro sulla persona è uno dei nodi essenziali dell’allievo, nel percorso che si svolge in stanza di terapia intervengono vissuti personali, emozioni, motivazioni che rendono la costruzione dell’alleanza terapeutica più efficace.

DEDALUS. Non vengono utilizzate altre tecniche. Tuttavia è bene sottolineare che nei gruppi è spesso presente la figura dell’allievo didatta, che è estremamente importante. Per gli allievi vi è la possibilità di avere una figura ponte all’interno del gruppo, come uno “zio” al quale si può fare qualche confidenza. Questo aiuta a creare un clima molto familiare, che risulta una costante nel processo di formazione.

EMMECI. Il primo strumento è apparentemente leggero, ma significativo: viene chiesto ai componenti del gruppo di individuare due caratteristiche di maggior felicità e/o funzionalità relazionale della persona e altre due caratteristiche che indichino l’attivazione di meccanismi difensivi. Questa richiesta viene fatta subito ed elaborata dal gruppo successivamente, tentando di effettuare dei collegamenti tra come questa persona viene percepita nei primi scambi relazionali e quella che è la sua storia relazionale. Il secondo è quello del colloquio che l’allievo/a ha con la sua famiglia: si tratta di una simulazione di colloquio familiare, rispetto a una situazione reale successa a quella famiglia, scelta dall’allievo/a. L’allievo/a conduce la seduta nella quale i compagni interpretano i componenti della famiglia, compreso l’allievo/a stesso. Lo scopo è quello di mettere l’allievo nella condizione di vedere la sua famiglia dall’esterno, di cogliere i meccanismi del funzionamento familiare dall’esterno, di attivare tutte le dinamiche emotive che questa situazione comporta, dando la possibilità di esplorare meccanismi interni di ciascun componente della famiglia e valutare i feedback che si ricevono. Facendo ciò si va a costruire un significato complesso delle dinamiche familiari. Inoltre, al termine della seduta l’allievo si mette dietro ogni componente della famiglia, dicendo a voce alta quello che non è stato, secondo lui, esplicitato a parole. Ciò permette all’allievo di immedesimarsi nell’altro e uscire da una cristallizzazione di rapporti e del modo fisso di leggere l’altro, attraverso un’identificazione emotiva e cognitiva che attribuisce un significato differente all’interpretazione del comportamento altrui.

IPRA. Al momento della restituzione vengono utilizzate tecniche psicodrammatiche, non definite in quanto scelte dal gruppo di allievi in base a quanto emerso durante la narrazione del genogramma. Vengono utilizzate sempre, successivamente alla narrazione, le sculture del passato, del presente e del futuro, le quali hanno la finalità di far emergere, attraverso il non verbale, aspetti critici della storia di vita dell’allievo, aumentandone la consapevolezza. Talvolta si utilizza anche la tecnica psicodrammatica del doppio, per aiutare gli allievi a vedersi dal di fuori.

CTR. Unitamente al genogramma viene utilizzata l’ecomappa, una rappresentazione grafica dei rapporti più significativi (in positivo o in negativo) dell’allievo con persone, attività, idee. Inoltre, si specifica, per ogni rapporto, la reciprocità o meno dello scambio, e se lo scambio fa riferimento prevalentemente ad aspetti affettivi, economici, intellettuali e di aiuto generico.

CSRM. A volte, dopo il lavoro sul genogramma, si ritiene utile qualche colloquio/spazio individuale con la finalità di aiutare l’allievo a entrare più in contatto con alcune parti di sé e a rivederle per attivare il cambiamento o se invece necessita di avviare una terapia personale.

IPR. Oltre al genogramma durante la formazione si utilizzano altre tecniche e strumenti seppur in modo meno strutturato del genogramma (che si svolge alla fine del primo anno).

Ad esempio, a volte si utilizzano le tecniche della simulata e del role-playing, soprattutto nei primi anni, con varie finalità: sia per favorire l’apprendimento dei fondamenti della teoria sistemica attraverso una parte “pratica/esperienziale”, sia per lavorare sul gruppo al fine di aumentare la conoscenza di sé e degli altri, facilitare l’esposizione di sé, favorire l’attenzione al comportamento analogico.

Queste tecniche e strumenti permettono ai partecipanti del gruppo di sperimentare modalità relazionali diverse, differenti stili comunicativi, i possibili effetti sul comportamento e l’impatto sui vari sistemi e contesti di riferimento. Consistono nell’impersonificare parti e ruoli differenti, passando in modo graduale da situazioni di simulazioni a contenuto non clinico fino a simulare possibili terapie con il paziente, in modo da permettere all’allievo-terapeuta di mettersi nei panni del terapeuta. Ciò consente ai didatti/supervisori di lavorare sulla crescita del Sé dell’allievo-terapeuta.

Le altre tecniche vengono valutate di volta in volta sulla base degli obiettivi formativi e della fase in cui si trova il gruppo. Ad esempio, ci è accaduto di utilizzare il disegno congiunto con il gruppo di training del primo anno, con l’obiettivo di effettuare un lavoro condiviso e allo stesso tempo fornire una rappresentazione grafica e simbolica del loro stare all’interno del gruppo.

Molto utilizzate sono le metafore, per diverse finalità: fornire una visione figurativa di come gli allievi intendono la terapia, il loro essere terapeuta, o di come si sentono all’interno del gruppo di training o nella fase del ciclo vitale in cui si trovano. Anche le sculture sono state utilizzate per dare una rappresentazione di come sono le relazioni all’interno del gruppo di training oppure per mostrare quelle all’interno del gruppo familiare. E ancora, gli “oggetti fluttuanti” [22], come ad esempio l’utilizzo del “gioco dell’oca” per raccontare in modo altro il percorso formativo a un duplice livello: di gruppo ma anche individuale nella prospettiva di ciascun allievo.

Un altro strumento utilizzato sono le carte “Dixit” per individuare i fattori “facilitanti” e “ostacolanti” nel percorso di crescita personale e professionale dell’allievo durante il training.

E infine, numerose sono state le occasioni in cui abbiamo fatto ricorso all’utilizzo di tecniche e di strumenti di tipo narrativo. Basti pensare alla ri-narrazione che l’allievo fa del proprio genogramma, alla scrittura di racconti terapeutici, lettere e biglietti, sulla falsa riga di M. White, con l’obiettivo di esercitarsi per possibili racconti terapeutici con i pazienti. Questo strumento è stato utilizzato soprattutto durante il primo anno della formazione. Sono solo alcune delle tecniche e degli strumenti usati, in momenti e in fasi diverse a seconda delle finalità e degli obiettivi formativi.

Non escludo che durante gli anni passati, nei diversi gruppi di formazione, i vari didatti abbiamo utilizzato con i gruppi anche altre tecniche e strumenti oltre a quelli precedentemente menzionati che spesso adottiamo anche con i nostri pazienti in terapia.

RANDOM. Altre tecniche sono le sculture, nel primo e secondo anno, e tantissime simulate. Utilizzo due modi di fare le simulate: come se fosse una seduta normale, un allievo dentro e gli altri dietro lo specchio, oppure nella stanza di training dove il gruppo è presente e ricorro al filone della drammatizzazione: se il terapeuta si sta bloccando, uno degli altri del gruppo può dare il suo suggerimento o portarlo al posto del terapeuta.

IEFCOS. Prima facevamo molte sculture, invece quest’anno sperimenteremo maggiormente momenti di riflessione.

METAFORE SULLA FORMAZIONE PERSONALE

IPR. Condensare tutto quello che ho raccontato sul genogramma in una metafora non è semplice, ma potrebbe molto avvicinarsi alla metafora di una “finestra”.

Spesso, durante la seduta con il paziente, appendiamo il genogramma su una parete, e in qualche modo è come guardare in una finestra “speciale” poiché offre una visione di insieme delle complesse dinamiche familiari del paziente, in grado di dare senso e significato alle relazioni e ai comportamenti, alla possibile funzione relazionale del “sintomo” (o più in generale al motivo della richiesta di aiuto) nel “qui ed ora” attraverso il vedere ciò che è successo nel “là e allora”. Tutto questo, spesso, genera nuovi racconti di vita, offre la possibilità di ridare significato a quanto vissuto, di posizionare il paziente in una prospettiva futura diversa, e tanto altro.

CSRM. La mamma e il territorio. Ogni fiume ha un’origine. Il racconto dei racconti. Storia di noi.

CHANGE. “L’altra faccia della luna”, che non riusciamo a vedere anche se sappiamo che c’è.

DEDALUS. La mente torna alla madre di tutte le metafore per il terapeuta sistemico: “il pesce sul bagnasciuga”. Se ti incammini sulla spiaggia e ti imbatti in un pesciolino che è schizzato fuori dall’acqua, non capisci quei movimenti, che ti sembrano privi di senso. Se lo prendi e lo metti in acqua, osservi che improvvisamente quei comportamenti acquistano subito senso. Questo ci rimanda al paziente designato, in cui, all’interno del sistema familiare, i comportamenti apparentemente insensati acquistano un significato. Per noi questa è la metafora che meglio rappresenta il nostro lavoro con le famiglie.

EMMECI. Al giorno d’oggi si parla tanto di fibra ottica. Possiamo, quindi, immaginare una connessione tra l’interno implicito dell’allievo/a e la sua mente. Si tratta di un’emersione di alcune parti implicite che altrimenti si muoverebbero in maniera automatica. È presente, inoltre, una connessione tra la mente strutturata del/della terapeuta e del/della paziente a livello emotivo e cognitivo, con il fine di costruire significati più complessi.

IPRA. Cambiamento, maturazione.

IEFCOS. Nell’ultimo periodo sto usando poche metafore, ho una disabitudine: sarà perché ultimamente mi sto confrontando con pazienti molto gravi. Però quello che posso dire di questo lavoro con il genogramma forse non è una metafora ma un augurio ai ragazzi di poter sperimentare la gentilezza degli altri, del resto del gruppo e quindi di poter sviluppare una gratitudine dopo aver fatto questo lavoro. È un augurio di gentilezza e di gratitudine.

RANDOM. Ritengo che il percorso di terapia e formazione sia un viaggio meraviglioso che intraprendi sapendo che vuoi arrivare in una bella terra ricca e rigogliosa, ma per arrivarci devi faticare, sudare, lavorare, camminare, a volte ti devi anche fermare e riposare avendo sempre in mente la terra e l’obiettivo che sai che con tutte le tue forze puoi raggiungere. A volte devi fermarti ma devi sapere che puoi sempre ripartire.

UNA FORMAZIONE IN CONTINUO DIVENIRE

La formazione personale in psicoterapia ci fa incontrare “l’altra faccia della luna”, quella parte interna che risuona nelle relazioni di aiuto e che proviamo a conoscere. È un processo che incomincia con il primo anno di training e prosegue con modalità diverse per quattro anni. Nel primo anno parte un’avventura nelle relazioni di aiuto e nel proprio mondo interpersonale utilizzando il sapere psicoterapeutico, che si consolida cammin facendo. Per tutte le sedi, la formazione personale è una costante, un filo rosso che lega tutti gli anni di formazione, e va oltre, come cura di noi stessi nel corso della vita professionale. Nel training, gli strumenti utilizzati sono molteplici e agiscono a un livello di elaborazione e apprendimento sul Sé più profondo, accompagnando l’allievo verso una sempre maggiore e graduale maturità, come processo continuo e trasversale. Entrare in stanza di terapia, iniziare a prendersi cura di chi chiede aiuto, contiene i vissuti di questa esperienza relazionale, che richiamano modalità adattive apprese nel corso della propria storia, le quali vengono analizzate in gruppo e con il didatta per proseguire la formazione personale. Le risorse, i nodi critici, le risonanze, il controtransfert, insieme alle difese messe in atto, diventano concretamente osservabili e l’allievo può esaminarle e lavorarci con il gruppo e il didatta che conoscono il suo genogramma. Una nuova narrazione di sé, in chiave terapeutica, cresce durante il percorso e si acquisisce una maggiore consapevolezza delle proprie risorse e delle difficoltà che si incontrano rileggendole come proprie modalità adattive su cui lavorare nel proseguimento del training e dell’attività professionale.

Al genogramma, come spazio dedicato al lavoro personale prima di iniziare a condurre una terapia, è dedicata, tranne poche eccezioni, la seconda metà del primo anno, dopo la costruzione di una prima conoscenza di base dei principi teorici di riferimento e mentre si coltiva una storia come gruppo di allievi basata sull’ascolto, la condivisione e il rispetto delle differenze individuali. La scelta di questo tempo rivela alcuni intenti: preparare l’allievo all’entrata in stanza di terapia, consentire al gruppo di rafforzarsi collaborando e “scoprendo alcune carte” che sollecitano il senso di appartenenza a un contesto di gruppo, dove ognuno possa sentirsi accolto, per poi diventare un’équipe clinica, in vista delle prime terapie da seguire, e stabilire una conoscenza più approfondita con i didatti che seguiranno le terapie in supervisione.

Si propone il genogramma, con alcune differenze dovute alla creatività delle diverse sedi. Possiamo dire che il tempo dedicato ad ogni allievo, nel primo anno, è indicativamente di due lezioni: la prima più narrativa, la seconda maggiormente rielaborativa. Il focus della narrazione è rivolto agli aspetti trigenerazionali della storia familiare, ai vincoli di lealtà e ai miti, ai meccanismi di difensivi che si ripresentano da una generazione all’altra, ai processi di attaccamento, alle modalità adattive per contrastare le minacce e superare le difficoltà, senza trascurare la dimensione emotiva che si respira “nelle case” degli allievi. Inoltre ci si sofferma sugli eventi normativi e paranormativi di cui le storie sono portatrici, così come i legami e le separazioni, le alleanze e le triangolazioni.

Durante lo svolgimento del genogramma, gli allievi possono ritrovare concretamente i principi teorici visti durante la prima parte dell’anno, rileggendoli alla luce della loro esperienza, dai contributi di Beateson e della scuola di Palo Alto, a quelli di Watzlawick, di Bowen, di Minuchin. Sempre più frequente è il riferimento a Lorna Smith Benjamin con i meccanismi di copia e la “famiglia in testa” che rimanda alle figure introiettate. Uno spazio viene dedicato al funzionamento della mente integrando esperienze interpersonali e neuroscienze, teoria dell’attaccamento e il modello della regolazione affettiva.

Ricapitoliamo i motivi che inducono le sedi a utilizzare il genogramma nella formazione personale:

a. far sperimentare all’allievo uno strumento estremamente utile e potente del modello sistemico;

b. promuovere una riflessione e una maggiore consapevolezza sulla propria storia e sulle connessioni inter e intragenerazionali;

c. far riconoscere eventuali blocchi emotivi legati a esperienze particolarmente sfavorevoli;

d. rinforzare la collaborazione e il senso di fiducia all’interno del gruppo;

e. valutare e promuovere la capacità di esporsi e mettersi in gioco dell’allievo, rilevare nodi cruciali e blocchi, risorse e potenzialità;

f. comprendere le basi relazionali ed affettive entro le quali il futuro terapeuta si muove;

g. costruire un legame solido con il didatta che seguirà l’allievo in supervisione.

Pensiamo a cambiamenti che si registrano sempre a lungo termine, che non possono essere frutto di una singola attività, ma richiedono un lavoro costante basato sulla costruzione di una relazione sicura, anche nel corso della formazione, e di rilettura della propria storia personale che apre a nuovi orizzonti di elaborazione. Orizzonti che si ridefiniscono nel lavoro come terapeuta, nell’incontro con la famiglia e nell’ascolto delle proprie risonanze. Il genogramma rappresenta un profondo momento di autoconoscenza, l’allievo vede cose nuove, rivisita rapporti passati e presenti, e non è raro che possa scoprire e sperimentare nuovi modi di relazionarsi a figure significative della sua famiglia. Ogni allievo/a si mette in gioco ed entra con un atteggiamento di curiosità e di ricerca del proprio funzionamento nelle interazioni con gli altri. Ciò avviene davanti al gruppo andando ad attivare dinamiche di identificazione, solidarietà, comprensione e partecipazione attiva. Si costruisce così l’identità di gruppo, con il ruolo attivo di ogni allievo all’interno del gruppo di ascolto, portando alla comprensione dell’altro e facendo emergere somiglianze e differenze con la propria storia.

Durante questo percorso insieme al genogramma si utilizzano altre tecniche. Spesso nella seconda fase del racconto della propria storia vengono proposti strumenti analogici che attivano alcuni processi impliciti che portano a un livello di autocoscienza emotiva e favoriscono processi di cambiamento. Pensiamo alle sculture familiari, realizzate con i compagni di gruppo, in modo da far emergere, attraverso il non verbale, aspetti critici della storia di vita dell’allievo, aumentandone la consapevolezza [23,24]. Un altro strumento è il rituale dello zaino, che si focalizza sullo svincolo dell’allievo dalla sua famiglia di origine. Anche la possibilità di effettuare simulate sulla propria famiglia in terapia permette all’allievo di vedere la sua famiglia dall’interno e dall’esterno, di cogliere i meccanismi del funzionamento familiare dall’esterno, di attivare tutte le dinamiche emotive che questa situazione comporta, dando la possibilità di esplorare meccanismi interni di ciascun componente e valutare i feedback che si ricevono. Facendo ciò, si costruisce un significato complesso delle dinamiche familiari.

Si ricorre anche al diagramma del benessere che consente di accogliere la narrazione personale dell’allievo/a nel percorso verso l’individuazione, integrandosi con il genogramma che si configura come racconto corale. Con il genogramma si cerca di tenere a mente le trame familiari, mentre con il diagramma del benessere il racconto si fa più strettamente individuale perché coinvolge in prima persona l’allievo che racconta la propria storia in riferimento allo stato di benessere che ha vissuto. In alcune sedi vengono utilizzati alcuni oggetti fluttuanti: dal gioco dell’oca alle maschere, dalla sedia vuota al blasone familiare.

Nel corso della nostra vita e per tutta l’attività professionale dobbiamo sempre fare i conti con l’altra faccia della luna, vale a dire che è indispensabile approfondire la conoscenza di noi stessi e curare la nostra formazione personale. Gli avvenimenti della nostra della vita e le esperienze professionali possono alterare il nostro equilibrio e rendere difficile il lavoro clinico, al punto che in diverse relazioni di aiuto ci si potrebbe trovare in una condizione di impasse senza riuscire a costruire una buona relazione terapeutica. Per questo la formazione personale nel corso del training è indispensabile e rappresenta l’inizio di un continuo lavoro su di sé che ci porta a ritrovarci nelle trame dei rapporti interpersonali.

1 Dalla testimonianza di Giovanni Costanzo: «Nell’ottobre del 1976, quando iniziò il mio training, alcuni membri del gruppo cominciarono contemporaneamente a “esercitare” presso la cattedra di Psicologia Clinica (Facoltà di Magistero, corso di laurea in Psicologia) tenuta da Luigi Cancrini che aveva il suo studio presso l’Unità Esterna di Psichiatria (Facoltà di Medicina) e dove si svolgevano le Esercitazioni con piccoli gruppi di 15 studenti di Psicologia. Nel 1977, come collaboratori di cattedra iniziammo a far parte delle commissioni di esame. Sempre nel 1977, alcuni di noi iniziarono a frequentare l’Ambulatorio dell’Unità Esterna dove lavoravano Grazia Cancrini, Patrizia Angrisani, Gigi Onnis e Sandra Foglino facendo psicoterapia familiare. Potevamo partecipare alla visione della terapia e alla discussione che ne seguiva. La frequenza di due mattinate a settimana durò due anni, oltre agli impegni del training, e si concluse con una relazione a un convegno scientifico dal titolo: “Ambulatorio senza farmaci”, successivamente pubblicata. In pratica, in quel periodo, fatta eccezione per il volontariato presso l’ospedale psichiatrico di Roma, tutto ruotava intorno alla terapia familiare e alla pragmatica della comunicazione. Nel mio gruppo c’erano Giulia Cespa, Luciana Villa, Anna Lanza, Compagnoni e Ortu».

2 Si tratta di due concetti centrali nella teoria di Bowen, il quale introduce il diagramma del genogramma e fonda gran parte del suo lavoro clinico sul processo di differenziazione, suggerendo così limprescindibilità del percorso di conoscenza delle proprie relazioni familiari al fine di attivare la differenziazione, una tensione perennemente in atto che ci accompagna durante tutto il ciclo di vita, nel percorso di crescita in famiglia e nella società [15].

Abbiamo contattato i vari Istituti e chiesto la disponibilità per unintervista da parte del didatta che si occupa della formazione personale degli allievi. Per alcuni è avvenuta in forma scritta, per altri in video, per altri ancora come colloquio telefonico e videoregistrazione. Una sede ci ha indicato un articolo scritto su questo argomento.

4I risultati della ricerca sono stati elaborati e presentati nel convegno di Catania del 27 e 28 maggio 2022. Di seguito riportiamo i contenuti emersi.

5 Laura Vittori è venuta a conoscenza di questo strumento quando era allieva didatta di Francesco Colacicco, che lo utilizzava per accogliere la narrazione personale dell’allievo/a e lo ha trovato molto interessante soprattutto quando faceva seguito al genogramma.

BIBLIOGRAFIA

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10. Ammaniti M, Gallese V. La nascita della intersoggettività. Lo sviluppo del Sé tra psicodinamica e neurobiologia. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014.

11. Cancrini L. La psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Carocci Editore, 2002.

12. Bruni F, Defilippi PG. La tela di Penelope. Origini e sviluppi della terapia familiare. Torino: Bollati Boringhieri, 2007.

13. Cancrini L (a cura di). Verso una teoria della schizofrenia. Torino: Boringhieri, 1977.

14. Cancrini MG, Harrison L. La trappola della follia. Roma: Scione, 2013.

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19. Vallario L. La scultura della famiglia. Teoria e tecnica di uno strumento tra valutazione e terapia. Milano: Franco Angeli, 2011.

20. McGoldrick M, Gerson R. Genograms in family assessment. New York: Norton & Company, 1985.

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22. Caillé P, Rey Y. Gli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistemiche. Roma: Armando Editore, 2005.

23. Caillé P. Viaggio nella sistemica. Il terapeuta, le domande di aiuto, la formazione. Roma: Alpes, 2015.

24. Onnis L. Teatri di famiglia. La parola e la scena in terapia familiare. Torino: Bollati Boringhieri, 2017.