Infanzia e adolescenza nel mondo virtuale

al tempo dell’incertezza*

Francesca Romana De Gregorio1

1Psicologa, psicoterapeuta, didatta del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale.

Introduzione

La presenza diffusa, in tutto il territorio nazionale, di strutture pubbliche o convenzionate in cui psicoterapeuti esperti danno risposte ai minori vittime di maltrattamento o di abuso ed alle loro famiglie dovrebbe essere considerata un obiettivo fondamentale di una moderna politica sanitaria. Dare risposte adeguate a tutti i bambini e a tutti gli adolescenti che vivono situazioni di questo tipo integrando il loro diritto alla psicoterapia è indispensabile, infatti, per colmare una delle lacune più gravi del nostro sistema sanitario.

All’inizio del terzo millennio, in un tempo in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e tutti gli Osservatori, nazionali e internazionali, segnalano la crescita continua dei disturbi psichiatrici, il dovere fondamentale di noi psicoterapeuti è quello di segnalare con forza che la presenza capillare sul territorio di tali centri contribuirebbe in modo decisivo, curando i minori in difficoltà, ad una prevenzione, altrimenti impossibile, di tali disturbi che hanno origine, Freud lo insegnò per primo e noi lo verifichiamo giorno dopo giorno da allora, nei primi anni di vita del bambino.

Politici ed amministratori non lo sanno, e tocca a noi spiegarglielo, che lavorare a dei programmi di prevenzione di questo tipo è importante anche dal punto di vista economico. Curare in tempo i bambini costa davvero poco e può dare un contributo molto grande, nel tempo, al contenimento di una spesa sanitaria in continua e spesso inutile espansione.

È per tutti questi motivi che abbiamo deciso di dare spazio su Ecologia della Mente alla pubblicazione di questo documento. Nato dalla passione di una socia del nostro Centro, Lisa Petruzzi, lo statuto del Centro Crisalide di Pistoia può essere considerato un modello da seguire in tutte le realtà del nostro paese in cui i terapeuti relazionali che da noi si sono formati e continuano a formarsi hanno la possibilità di proporre la costituzione di centri analoghi alle amministrazioni o agli enti del terzo settore.

Luigi Cancrini

Uno studio della rivista dell’American Academy of Child & Adolescent Psychiatry del 2020 riporta, nelle sue conclusioni, l’idea che i bambini e gli adolescenti hanno maggiori possibilità di sperimentare alti tassi di depressione e molto probabilmente ansia, dopo la fine dell’isolamento forzato imposto dalla pandemia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci dice, d’altra parte, che in questo momento, nel mondo, un adolescente si suicida ogni 13 minuti.

Naturalmente, bambini e ragazzi hanno affrontato la pandemia in situazioni molto diverse fra loro dal punto di vista familiare e organizzativo, come ci ha già ricordato questa mattina Stefano Cirillo. I bambini che si sono trovati in situazioni altamente conflittuali tra i genitori o in situazioni di violenza domestica hanno vissuto esperienze estreme.

L’investimento nella realtà virtuale è stato, per molti di loro, un elemento importante, rinforzato attraverso un’infinità di strumenti virtuali diversi a disposizione: dalle chat ai videogiochi, ai social, alle piattaforme che hanno consentito la prosecuzione della didattica a distanza e così via… c’è chi ne ha fatto poi una professione anche molto redditizia come gli influencer.

Personalmente ho vissuto l’uso di questi strumenti come una grande libertà durante tutto il periodo pandemico e certamente noi tutti li abbiamo trovati utili in quella circostanza; mentre quando la necessità di utilizzarli in modo esclusivo è venuta meno, ognuno di noi ha dato voce alle ragioni che li sostengono e/o a quelle che li avversano.

Vorrei iniziare quindi da un’immagine che risale a quest’estate, che ho ancora molto presente. Eravamo in Calabria, a Diamante, per il matrimonio di una collega e amica. Giornata meravigliosa, mare meraviglioso, nelle prime ore del pomeriggio la spiaggia era quasi deserta, io stavo leggendo sotto l’ombrellone. Alzo gli occhi e davanti a me c’è una ragazza, adolescente, carina, la quale gesticola e balla da sola in acqua riprendendosi con il suo cellulare. Sicuramente, penso io, vuole fare qualche video da mettere su TikTok o su qualche altro social. Ma il pensiero mi va subito al perché non farsi una nuotata in quel mare meraviglioso? A parte il rischio che il cellulare cada in acqua ma davvero c’è così bisogno di testimoniare prima che di vivere le proprie esperienze? Questo è quello che personalmente sento come più difficile. Mi scopro a pensare, sempre più spesso e con un certo fastidio, che dovrei riprendere quello che faccio, i luoghi dove mi trovo o gli eventi ai quali partecipo, oppure che da troppo tempo non vado sul mio profilo FB o Linkedin, come fanno ormai la maggior parte delle persone.

Molti strumenti digitali sono interattivi e hanno il grande privilegio di poter mantenere le relazioni interpersonali anche a distanza e in situazioni di isolamento forzato, come è stata la pandemia. Altri invece, richiedono un maggior investimento sul Sé, come i social con i loro follower.

Glen O. Gabbard [1], nel libro “Il disagio del narcisismo”, parla di Generation Me e di un fenomeno culturale che nasce da un atteggiamento parentale più permissivo e da un’educazione centrata sull’autostima da parte di quelli che lui definisce dei “genitori elicottero”, dove l’investimento dei figli sul Sé è prevalente e dove la caratteristica più frequente di questi “narcisisti generazionali” è che tutto gli sia dovuto.

Credo che questo sia, in linea con quanto descritto magistralmente da Christopher Bollas [2], in “Tre caratteri” come il “vuoto narcisistico”, ovvero l’assenza di interiorizzazione delle relazioni oggettuali, da parte della personalità narcisistica: «Quando il bambino – sostiene Bollas – nei suoi primi anni di vita, non è in grado di ricercare oggetti che nutrano il Sé e creino un legame continuo con il mondo oggettuale. Si tratta di uno scambio vitale che implica una relazione fluida tra realtà esterna e mondo interno che, a sua volta, consente alla vita soggettiva di fornire un contributo al reale. Normalmente la storia di uno scambio di questo tipo diventa una struttura interna attraverso la quale il Sé comunica con gli oggetti e si identifica empaticamente con essi, conquistando in questo modo, la ricchezza che può essere reperita nel mondo oggettuale […] Quindi il vuoto narcisistico non è il risultato di un’effettiva deprivazione, bensì della mancanza di una struttura interna. Una modesta quantità di pensiero è indirizzata alla vita interna e la realtà è sostituita dal mondo virtuale».

Il rischio di sviluppare, attraverso il web, conoscenze amichevoli piuttosto che amicizie intime, con lo scopo di soddisfare un’immagine del Sé, più che di stabilire una relazione di amicizia profonda, può diventare ad esempio particolarmente rischioso, nel periodo di latenza e durante l’adolescenza che, come tutti sappiamo, è un periodo cruciale per l’idealizzazione del Sé così come per il timore di emarginazione.

Come sostiene Pellizzari, infatti, emerge sempre più la consapevolezza che l’adolescenza sia il crocevia essenziale, “il cuore stesso della vita dell’uomo” per la riorganizzazione e la formazione della personalità adulta.

D’altra parte, sostengono Normandin et al. [3] in “Adolescenti con gravi disturbi di personalità”, «oggi si predilige una definizione di adolescenza in termini di compiti di sviluppo. È un processo complesso, caratterizzato da modificazioni somatiche, vicende intrapsichiche e dinamiche psicosociali, che sono inestricabilmente intrecciate e interdipendenti. Lo scopo ultimo consiste nel consolidamento della propria identità (senso di sé e senso di sé in relazione agli altri significativi) e nel raggiungimento di una certa autonomia dal contesto di origine. Il concetto di identità, in ultima analisi, fa riferimento all’esperienza che l’individuo ha della propria unità, continuità nel tempo e distinzione rispetto agli altri».

Che dire quindi della solitudine di una generazione iperconnessa alla quale la pandemia sembrerebbe aver dato un suo contributo?

Guardandomi intorno vedo molti bambini e ragazzi che hanno ripreso a viaggiare, andare allo stadio, ai concerti, al cinema, alle feste, fare sport ecc.; non parliamo poi della quantità di matrimoni di persone, anche giovani, ai quali non ricordo di avere assistito mai in precedenza. Come se la pandemia avesse funzionato per loro come costrizione dalla quale si sono finalmente liberati. All’estremo opposto abbiamo invece quelli che si sono chiusi nella loro stanza. Non abbiamo dati per affermarlo con certezza ma i casi di Hikikomori potrebbero essere aumentati?

Se l’identità virtuale può quindi rappresentare un passaggio anche costruttivo per lo sviluppo di una rappresentazione del Sé nell’infanzia e nell’adolescenza, perché alcuni ragazzi rimangono intrappolati dal web?

Personalmente non credo che il problema sia capire se chi si è trovato in situazione di isolamento per cause di forza maggiore come la pandemia o perché si auto-confina nella sua stanza, facendo un abuso di strumenti digitali, svilupperà una depressione o una sindrome ansiosa oppure una sindrome di Hikikomori, quanto piuttosto quello di riuscire a ripristinare in quel bambino o in quell’adolescente la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri pensieri, delle proprie esperienze e della proprie relazioni interiorizzate per evitare lo sviluppo di un futuro disturbo di personalità in età adulta. Ripristinare il dialogo verticale (con sé stesso) e orizzontale con la sua rete di appartenenza vuol dire aiutarlo a vivere le proprie esperienze prima che a rappresentarle e questo è possibile, come abbiamo sperimentato tutti, sia in presenza che da remoto.

Caso clinico

All’inizio della pandemia Simone aveva quindici anni e viveva in casa con i due genitori. Il padre era spesso all’estero per lavoro prima della pandemia mentre la mamma, medico ospedaliero, molto impegnata anche nell’attività di un’associazione nel settore di cui si occupa, fuori dall’ospedale, ha continuato a lavorare molto anche durante la pandemia.

Quando la pandemia volge ormai al termine, i genitori chiedono aiuto perché Simone vive praticamente chiuso nella sua stanza, da dove segue i suoi studi in DAD. Con loro, dicono, è aggressivo. Proibito per loro entrare in quella stanza, da dove il figlio è in contatto soprattutto con persone che non conosce direttamente. Non mangia con loro. Se loro cercano di forzare la comunicazione può diventare verbalmente violento.

Quando finalmente accetta di venire in seduta Simone è tutt’altro che timido e spiega con dovizia di particolari il perché della sua difficoltà ad interagire con i genitori.

Racconta che quando aveva otto anni, la madre, dopo un litigio con i propri fratelli, interrompe il rapporto con loro e decide di prendere in casa la propria madre malata. La stanza in cui la nonna andrà a vivere è la stanza di Simone che, da quel momento in poi, vivrà e dormirà nel soggiorno fino a quando, all’inizio della pandemia, la nonna muore e lui riprenderà possesso della sua stanza. Racconta ancora Simone, che la lite della madre con i propri fratelli lo ha costretto ad interrompere bruscamente i rapporti con i cugini che erano i coetanei che frequentava più spesso.

Quando il figlio racconta queste cose, i genitori reagiscono con grande stupore. Non avevano mai pensato che Simone avesse sofferto tanto per le cose che adesso sta raccontando.

Dopo due incontri con Simone, la terapia proseguirà con i genitori. Simone che si è sentito visto e riconosciuto nelle sue difficoltà, riprende a vivere una vita più “normale”, torna a scuola, rinunciando alla possibilità di rimanere in DAD, fa un viaggio con un amico e riprende con i genitori un rapporto meno conflittuale. Le due sedute insieme a lui hanno permesso di uscire da una situazione di stallo che stava degenerando e avrebbe potuto diventare pericolosa.

Questo esempio clinico ci riporta alla tematica del Congresso “Psicoterapia e qualità della vita: il mondo secondo noi” facendoci vedere come lo psicoterapeuta possa contribuire a ripristinare una qualità di vita migliore in alcuni pazienti, particolarmente colpiti dalla pandemia.

Per quanto riguarda poi la qualità di vita degli psicoterapeuti, vorrei concludere aprendo sulla sessione successiva: “La formazione che verrà”.

Prossimamente, insieme a Maria Laura Vittori, concluderemo un primo anno di training in psicoterapia familiare e relazionale presso il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale di Roma.

Nel corso di questo primo anno, gli allievi hanno proposto i loro genogrammi familiari nel corso di due sessioni ognuno. La prima prevedeva l’esposizione del genogramma familiare vero e proprio mentre, nella seconda, la storia di ognuno di loro veniva ripercorsa attraverso il diagramma del benessere. Al termine dell’esposizione di ogni genogramma e di ogni diagramma del benessere, gli altri partecipanti al gruppo hanno fatto un gruppo riflessivo su quello che avevano ascoltato.

Abbiamo così avuto modo, grazie al reflecting team, di accedere al mondo interno e alle relazioni interiorizzate degli allievi che saranno quelle che emergeranno nelle loro self disclosure, durante i gruppi riflessivi in psicoterapia.

*Relazione presentata al Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale. “Psicoterapia e qualità della vita: il mondo secondo noi”, Napoli 17/19 novembre 2022.

BIBLIOGRAFIA

1. Gabbard GO, Crisp H. Il disagio del narcisismo. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019.

2. Bollas C. Tre caratteri. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2022.

3. Normandin L, Ensink K, Weiner A, Kernberg OF. Adolescenti con gravi disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2022.

4. Lancini M (a cura di). Il ritiro sociale negli adolescenti: la solitudine di una generazione iperconnessa. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019.

5. Seikkula J, Arnkil TE. Metodi dialogici nel lavoro di rete. Trento: Erickson, 2013.