Una ragazza in cerca della sua famiglia

Fiamma Cocchi1

1Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale, Prato; tesi di specializzazione in supervisione indiretta. Supervisore: Giuseppe Roberto Troisi.

Portiamo avanti con la storia raccontata da Fiamma Cocchi la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.

With the story by Fiamma Cocchi we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.

En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Fiamma Cocchi. Un grupo de didactas evalúan la eficacia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.

INTRODUZIONE

I tempi della mia tesi

Sono trascorsi ormai quasi 15 anni da quando ho terminato la scuola di specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale e più volte mi sono chiesta perché non abbia concluso tale percorso sostenendo l’esame finale immediatamente dopo la conclusione del corso.

Non so darmi una risposta precisa, tuttavia posso affermare con certezza come la principale ma più superficiale motivazione abbia un fondamento pratico: ebbi infatti la fortuna di essere subito coinvolta in concrete attività professionali, trovando impiego presso una Clinica Psichiatrica dove fui subito travolta da un mondo di nuove emozioni e sfide e dove vi è la possibilità concreta di cimentarsi ogni giorno con casi diversi, spesso fra i più gravi in quanto, in clinica psichiatrica, arrivano casi che richiedono un ricovero immediato e un percorso riabilitativo di mesi.

Poi ci sono i casi della vita. Ho intrapreso, anni fa, senza sperare in alcun esito favorevole, un percorso di richiesta di un bambino in affido. Mi sono trovata magicamente, nel breve arco di soli due mesi, una ragazzina di dodici anni e non in affido, ma in adozione. Un’esperienza estremamente coinvolgente, se non perfino travolgente, che è al limite tra impegno personale e professionale e dove ho dovuto dare tutta me stessa per poter, nel più breve tempo possibile, recuperare i dodici anni persi, prima che fosse troppo tardi. Senz’altro il più grande successo e la più grande soddisfazione della mia vita, che mi ha arricchito sotto ogni profilo.

Queste in breve le principali “scuse” che ho trovato per giustificare il grande ritardo. Ma in verità vi è più. Mi chiedo oggi se sia stato meglio o peggio concludere questo percorso dopo tanti anni e dopo aver trascorso un lungo periodo sul campo, cimentandomi in una sorta di tirocinio pre-esame.

Scopro così oggi di presentarmi a questo importante appuntamento del mio percorso professionale con una maturità e una consapevolezza infinitamente più profonde di quelle che avrei potuto proferire da giovane inesperta all’indomani del completamento del corso.

Oggi porto un bagaglio di esperienze umane e confronti relazionali incommensurabile rispetto a quelli che avrei potuto offrire quindici anni fa, quando ero ancora completamente acerba e forse nemmeno pienamente consapevole del significato e delle potenzialità che offre la psicoterapia.

Oggi sento di essere in grado di trasmettere emozioni e di entrare in connessione empatica con il paziente grazie a delle precise tecniche apprese nel percorso didattico della scuola, ma anche messe in pratica in anni di esercizio con la guida accorta di supervisioni diverse, che mi hanno conferito ricchezza e riflessione, facendo maturare il mio approccio e rendendolo senza dubbio più consapevole.

In definitiva credo inconsciamente di avere sempre rimandato, ritenendo di non essere mai pronta per questo importante appuntamento della mia vita professionale.

La scelta del caso

Decine e decine sono i casi che sarebbero stati meritevoli di essere portati qui in questa analisi approfondita e dunque riesaminati e sviscerati perché veramente tante sono le terapie che ho potuto seguire e tante sono le bellissime storie di vita e di tragiche vicende personali che ho ascoltato e in parte anche vissuto insieme ai miei pazienti.

Fra le tante ho scelto la storia di Emily, perché è quella di una giovane che mi ha colpito, nella quale ho rivisto me stessa in certi frangenti della mia giovinezza e nella quale ho ritrovato alcune dinamiche, dalle quali ho inteso difendere e mettere in guardia anche la mia figlia adottiva.

C’è dunque nella storia di Emily qualcosa di me che voglio ricordare e portare nel cuore. Quella di Emily è anche una terapia fra le più recenti, il che ha reso più facile poter approfondire alcune sfumature che magari nel tempo si sarebbero potute perdere.

PRESENTAZIONE DEL CASO

Silvia, 46 anni, mi telefona dietro indicazione di una collega psichiatra che la segue in terapia farmacologica da circa sei mesi per sintomatologia depressiva.

Con voce concitata, mi chiede una terapia familiare su richiesta della figlia Emily, che ha 27 anni, è laureata in chimica e da due anni è andata a vivere da sola.

Il marito Andrea ha 49 anni ed è dentista. Ci sono altri due figli: Niccolò di 23 anni, che ha interrotto gli studi e al momento è disoccupato, e Sofia di 16 anni, che frequenta la terza presso il liceo scientifico.

Silvia è casalinga e in passato ha avuto problemi alcol-correlati che l’hanno portata ad avere atteggiamenti di aggressività verbale e violenza psicologica verso Emily, quando quest’ultima era ancora piccola; atteggiamenti ora rinfacciati dalla figlia come causa di disagi attuali non ben precisati.

Ne ha parlato anche con Niccolò che, pur ricordandosi di quando la madre alzava la voce, non ha saputo aggiungere altro.

La sua voce al telefono è molto agitata, quasi sconvolta; le chiedo come siano i rapporti con il marito e lei risponde “di reciproca accettazione, in passato abbiamo fatto una terapia di coppia e adesso abbiamo trovato un nostro equilibrio”.

Inoltre, aggiunge: “Sono stanca di sopportare questi sensi di colpa, perché adesso sono cambiata, sono uscita totalmente dall’uso patologico dell’alcol e con l’ultima figlia è stato tutto diverso”.

Dopo aver verificato che tutti i membri siano disponibili, convoco la famiglia al completo per il primo appuntamento.

Modello terapeutico utilizzato

Il modello seguito nella presa in carico della famiglia è stato quello narrativo proposto da Gianmarco Manfrida [1]. Riprendendo Berger e Luckmann (1966), si afferma che «fra le molteplici realtà ce n’è una che si presenta come la realtà per eccellenza: la realtà della vita quotidiana. La sua posizione privilegiata le dà diritto alla designazione di realtà dominante […]. Paragonate alla realtà della vita quotidiana, altre realtà appaiono come sfere di significato circoscritte, situate inevitabilmente all’interno della realtà dominante […] la coscienza fa sempre ritorno ad essa come da un’escursione».

Tali sfere di significato circoscritte rappresentano «sottomondi sociologici non direttamente illuminati dalla coscienza, ma che si rivelano attraverso la comparsa nei racconti di elementi incongrui, di discrepanze più o meno sottili dalle versioni proposte, noncuranti, banali e standardizzate».

Compito del terapeuta è identificare tali discrepanze per dare spazio a storie alternative che siano plausibili, ovvero accettabili dalla persona e dai suoi altri significati; convincenti, quindi volte a sovvertire le precedenti opinioni; esteticamente valide, in quanto capaci di coinvolgere la persona, rendendo più emozionante e meno banale la sua realtà quotidiana.

La famiglia ha raccontato una realtà banale dominante, costellata da incomprensioni, paure delle proprie emozioni e solitudine esperita da ogni membro, che hanno creato tra di loro quel conflitto relazionale, apparentemente insanabile, sfociato poi nella richiesta della terapia familiare.

Il lavoro terapeutico ha permesso di dare un nuovo senso alla storia di questa famiglia, facendo emergere quelle discrepanze attraverso cui poter narrare una realtà alternativa da cui ripartire a scrivere un nuovo capitolo della loro narrazione.

Processo terapeutico

Gli incontri sono stati 11 nell’arco di circa sette/otto mesi a cadenza quindicinale, per poi passare a un incontro ogni tre settimane.

All’interno delle varie sedute, è stato possibile individuare difficoltà e obiettivi raggiunti così da procedere nel processo terapeutico.

In particolar modo, si è potuto assistere a vari movimenti altalenanti nel rapporto tra i vari membri della famiglia: a piccole conquiste ottenute sono seguiti rallentamenti che però hanno condotto a una buona risoluzione del percorso.

Gli incontri di supervisione sono stati quattro.

È stato, inoltre, possibile effettuare un incontro di follow-up dopo un mese e mezzo dalla fine della terapia.

LA PRIMA SEDUTA

Il giorno prima dell’incontro, Silvia mi contatta perché Emily pare essere contraria a coinvolgere i fratelli; accetto questa richiesta della ragazza, perché sento il bisogno di accogliere le sue difficoltà. Successivamente, infatti, Emily esprimerà l’iniziale titubanza a far affrontare certe tematiche dolorose del passato ai suoi fratelli, facendo di fatto emergere il suo bisogno di proteggerli, senza considerare che non sono più così piccoli e indifesi da essere totalmente esclusi dal sistema familiare.

Come da programmi arrivano Silvia, Andrea ed Emily: questa si siede subito in mezzo ai genitori, dandomi una prima possibile indicazione sull’organizzazione strutturale della famiglia. [2] Dopo le presentazioni e alcune informazioni generali, chiedo chi vuole iniziare a spiegare il motivo che li ha condotti da me.

Inizia il padre, viste le difficoltà di Emily e il temporeggiare di Silvia, che pare in realtà trattenersi dal desiderio di inondare di parole la stanza di terapia e me.

Andrea riferisce così che la figlia attribuisce a loro il motivo del suo continuo malessere.

Anche lui, come Silvia al telefono, non riesce a essere molto preciso al riguardo. Silvia, allora, sembra prendere coraggio e afferma che Emily l’accusa di aggressività verbale subita da piccola a causa dei suoi problemi con l’alcol; provo, quindi, a stimolare Emily nel definire questo suo malessere, ma pare essere in grande difficoltà. Chiedo come mai proprio adesso abbia sentito il bisogno di un incontro familiare, visto che sembra siano passati tanti anni da quando Silvia è riuscita a smettere totalmente di assumere sostanze alcoliche, grazie a un percorso specifico effettuato in passato.

Emily, in maniera diretta e puntuale, risponde: “Sono sempre stata assorbita dallo studio, forse anche per non pensarci, ma da quando sono andata a vivere per conto mio, insieme a un’altra mia amica, ho come una sensazione di vuoto, una difficoltà a provare emozioni, né gioia né tristezza, talvolta rabbia che non riesco a gestire e mi sento inadeguata in mezzo agli altri, fino a isolarmi. Ho avuto qualche storia con due ragazzi, ma brevi e terminate entrambe per mia difficoltà di comunicazione e condivisione”.

Al mio ulteriore domandare come mai abbia chiesto una terapia familiare e non un’individuale, visto che adesso non abita più con loro, Emily, ancora più schiettamente, afferma che l’unica cosa che ha capito è che tutte le sue difficoltà sono nate “proprio con loro”.

Emerge poi che circa quattro anni prima c’è stato un unico confronto tra lei e i genitori in cui era riuscita a esprimere tutta la sua rabbia e amarezza fra i pianti e le urla della madre. Pare che tale episodio non abbia modificato i loro rapporti che, anzi, si sono inaspriti ancor di più fino a quando Emily ha deciso di andare a vivere da sola, con grande sollievo della madre.

Cosa è successo allora perché questa ragazza, apparentemente autonoma, si sia ritrovata a chiedere una terapia familiare per dare risposta a questo suo malessere che non è riuscita a superare?

Chiedo quindi ai genitori quale messaggio, secondo loro, possa nascondersi dietro questa sua richiesta: la madre risponde di non saperlo e di essere stanca dei sensi di colpa che lei le fa venire, aggiungendo che “se vuole che mi ammazzi che lo dica”! Tutti sembrano in atteggiamento di difesa.

Procedo cautamente chiedendo ad Emily che cosa potrebbero fare ora i suoi genitori per tranquillizzarla e lei risponde che non lo sa. Mi sposto, quindi, su padre e madre disponibili alla mia domanda, tanto che Andrea è “disposto a tutto” e Silvia, inizialmente titubante sul da farsi, diviene concreta affermando di “prendere più farmaci e ad andare più spesso dalla sua psichiatra”, se necessario.

Emily, in maniera un po’ provocatoria, le rinfaccia che non può uscirne così senza pagarne un prezzo.

Ma, quando chiedo quale sia questo prezzo, nessuno sa rispondere.

Silvia continua a ripetere che Emily non può sempre continuare a rinfacciare il passato, mentre la figlia non smette di ricordarle i momenti in cui beveva, se la prendeva sempre con lei che era la maggiore e papà non c’era mai in casa.

Ciò che mi si propone di fronte ha l’aria di essere una vera e propria escalation simmetrica [3] tra madre e figlia, mentre il padre rimane più periferico [2] rispetto al conflitto tra le due donne.

Il rischio di perdere i panni della terapeuta e indossare quelli dell’arbitro è dietro l’angolo, quindi opto per ridefinire in positivo [4] gli scambi comunicativi che mi si stanno presentando sotto gli occhi e propongo la mia ipotesi: “Forse Silvia, Emily in questo momento ha bisogno di capire che lei le vuole bene e, anche se c’era l’alcol di mezzo, il bene non veniva meno. Andrea, forse sua figlia le sta chiedendo di esserle più vicino per capire che lei non è indifferente, non è passivo; anche se lavora tanto, quando è a casa è in grado di prendere una posizione”.

Il padre a queste parole si difende, affermando che Emily si lamenta sempre del suo comportamento, poiché gli rinfaccia, da una parte, la sua intenzione di trasformarla in figlia perfetta e, dall’altra, il suo ignorarla totalmente. Noto che Andrea si sente un po’ sotto accusa e tende a mettersi sulla difensiva; penso che lavorare sul corpo possa aiutarli ad aggirare questo schema. Rischio, quindi, facendo una domanda all’apparenza banale, ma che per molti rappresenta una grande difficoltà. Chiedo, infatti, se abbiano mai provato ad abbracciarsi.

Emily riprende la parola, dicendo di no… Per lei è un grande problema, ha sempre provato disagio ad avere un contatto fisico con loro, soprattutto con mamma, che lo ha sempre evitato, forse anche per non farla sentire che aveva bevuto, nonostante se ne accorgesse sempre; aggiunge, inoltre, che da quando ha smesso di bere in casa il clima familiare è sicuramente cambiato, ma la distanza tra loro è rimasta.

La mamma tende a giustificare quei momenti come attacchi d’ira improvvisa causati dal suo bere patologico per eccessivo stress, in un temperamento nervoso e depressivo quale era il suo; tendeva a ritualizzare con la figlia maggiore ciò che aveva sempre subito dal padre, ma non riesce ad aggiungere altro quando le chiedo i suoi rapporti oggi con quest’ultimo.

Ho rischiato e ho fatto bene! Perché questo ha permesso di aprire uno spiraglio sulla storia trigenerazionale di Silvia, così da inserire un nuovo tassello nella narrazione che questa famiglia mi sta raccontando.

Riprendendo il Gruppo di Milano (S. Cirillo, M. Selvini, A.M. Sorrentino) «se la diagnosi sistemica valuta il qui e ora della famiglia nel suo aspetto sincronico […], il modello trigenerazionale si focalizza sull’aspetto diacronico, cioè sulla storia e sui processi di trasmissione di tratti e comportamenti attraverso le generazioni» [5].

È molto importante, quindi, conoscere questa informazione relativa a Silvia e suo padre, anche perché, aggiungono gli autori appena citati, «i molti modi possibili in cui quella persona che incontriamo come genitore avrà vissuto ed elaborato la sua posizione di figlio eserciteranno di sicuro un’influenza decisiva sulla sua identità genitoriale e quindi anche sulla sua genitorialità» [5]. Provo ad avere un quadro più chiaro, chiedendo ad Andrea se abbia mai assistito a questi episodi tra la moglie e suo suocero, ma lui nega, specificando che non ha mai visto tali scontri nemmeno tra la moglie e la figlia. Tornando tardi la sera, Silvia aveva già smaltito la sbronza e la vedeva solo stanca e talvolta nervosa; si rimprovera di essersene accorto forse troppo tardi, anche se crede di aver fatto il possibile e di essersi poi subito rivolto a un SerD, iniziando anche un percorso di coppia in contemporanea ai colloqui specifici sull’alcol per Silvia.

Emily interviene puntualizzando che non ne ha mai voluto parlare e non ha mai chiesto il perché a mamma, subendo e basta. In quei momenti provava rabbia e paura, ma solo ora viene a sapere della depressione di mamma e degli stessi comportamenti del nonno.

Tutti e tre ora si aspettano di avere tra loro una migliore comunicazione, attraverso la terapia familiare. Concludo così la seduta:

“Quello che mi avete portato, e che è solo una piccola parte della vostra storia, mi fa capire che siete una famiglia che si vuole bene, ma che non è capace di dirselo. Emily ha tentato di andare via di casa e di mettere una barriera con voi, ma solo fisicamente. In realtà il suo cuore è dentro casa, in fondo vorrebbe essere con voi, sapere cosa state facendo, ma non è capace di dirvelo se non attraverso la richiesta di prendersi cura di lei che sta male. È un modo un po’ contorto di dire: “Vi voglio bene e ho bisogno che anche voi me lo dimostriate”, ma è l’unico che lei conosce. Cara Emily, mamma ti sta dicendo attraverso il suo dolore quanto le dispiaccia e quanto tenga a te, il passato non può cancellarlo, ma può imparare a fare qualcosa di diverso nel presente, se tu glielo permetterai. E papà ti sta comunicando “dimmi cosa vuoi che io faccia, sono disposto a tutto, ma tu ci devi anche accettare per ciò che siamo stati e per ciò che siamo”.

Dopo la restituzione, condivido quanto sia importante vedere anche i fratelli e sentire cosa pensano di questa situazione, altrimenti la loro esclusione potrebbe limitare nuovamente la comunicazione di questa famiglia.

Emily, anche se ancora un po’ perplessa, appare comprendere meglio la necessità di coinvolgere Niccolò e Sofia, ormai non più bambini bisognosi di essere protetti; sembra più tranquilla nel chiamarli per la prossima seduta che vedrà, quindi, la famiglia la completo.

Considerazioni post-seduta

Riflettendo su questa famiglia, osservo che si trova in una fase del ciclo di vita [6] in cui uno dei figli tenta di attuare lo svincolo familiare, che in realtà è uno svincolo apparente [7]: sembra più una fuga tramite la quale Emily tenta di diventare autonoma.

Il sintomo “malessere” di Emily potrebbe avere la funzione di riportare a casa la ragazza senza minare la sua autostima: così lei si sente “costretta” a riavvicinarsi ai suoi genitori, fonte del suo malessere, per saldare i conti con loro e potersene finalmente andare via. Emily non riesce a staccarsi totalmente, ma ha bisogno di tornare da loro e sentirsi capita nel suo disagio: il suo “loro hanno sbagliato, devono pagare il conto e capire come cambiare” suona come una manifestazione reprogressiva, citando Canevaro quando parla dei cormorani che indietreggiano, prima di spiccare il volo [8].

Allo stesso modo, sembra che Emily coinvolga i suoi genitori, preferendo la terapia familiare a quella individuale, per far pagare loro lo scotto del suo disagio e ottenere il lasciapassare per dedicarsi alla sua vita da adulta.

Ha 27 anni, non è più una ragazzina, si nasconde anche da un suo processo di maturazione e responsabilizzazione.

Le scelte che una ragazza della sua età si trova di fronte appaiono essere:

• crescere e separarsi definitivamente dai suoi genitori, avendo anche il coraggio di mandarli a quel paese;

• avere ancora bisogno di loro e del loro contatto, magari anche attraverso lo scontro; il rischio è quello di confermare la sua dipendenza, così come quando subiva l’aggressività verbale dalla mamma a causa dei suoi problemi alcol-correlati, ma ne restava attaccata per paura di perderla.

Oscilla tra il polo autonomia (il vivere e mantenersi da sola) e il polo dipendenza (rincorrendo genitori ideali che così non sono, come non lo è nessuno) e propone il dilemma, in linea con la sua età, tra i due bisogni fondamentali di ogni essere umano, quello di appartenenza e quello di differenziazione [9].

La terapia individuale, che mi dice aver seguito in passato, ha probabilmente fatto emergere la sua rabbia, senza superarla, anche perché effettuata per brevissimo tempo.

Di fronte alle difficoltà incontrate nello svincolo, pare che si sia sviluppata una sorta di Sindrome da Indennizzo [10], con una continua ricerca di un risarcimento emotivo da parte della sua famiglia.

In terapia familiare questo si traduce con il rischio molto alto di colpevolizzare i genitori [11], assumendo un atteggiamento giudicante, totalmente inutile ai fini terapeutici. Di conseguenza, mi dico di stare molto attenta affinché questo non avvenga e chiedo fin da subito la supervisione.

La prima supervisione

Con il mio supervisore riflettiamo sugli obiettivi terapeutici da seguire con questa famiglia e ciò che emerge è quanto segue:

• avere altre informazioni sulle rispettive famiglie di origine, sul rapporto con i fratelli, sulle amicizie e i legami sentimentali di Emily, sulla funzione del suo sintomo;

• aiutare questa famiglia a esprimersi, comunicare i propri bisogni anche attraverso i propri malesseri;

• aiutarli a prendere consapevolezza che il malessere possa essere il punto di partenza per un cambiamento e non un raccoglitore di accuse reciproche;

• aiutarli a non temere le emozioni, portandoli magari proprio durante una seduta ad agire un abbraccio, cioè un nuovo contatto fisico in cui ci sia fiducia e affidamento reciproco.

Potrebbe essere utile uno strumento che utilizza un linguaggio non verbale, come ad esempio le sculture di Caillé [12], ma sicuramente è presto, sia perché siamo all’inizio del rapporto di alleanza terapeutica sia perché non credo di essere pronta nemmeno io.

Il supervisore mi fa notare, infatti, che sarebbe una scelta terapeutica troppo prematura, da non escludere comunque per sedute successive. Mi allerta, inoltre, che dovrò stare subito molto attenta nella successiva seduta con la famiglia al completo, in particolare alla relazione tra Emily e i fratelli minori e tra i genitori con tutti e tre i figli, annotandomi anche i vari linguaggi non verbali, per esempio come si disporranno nelle varie sedute.

LA SECONDA SEDUTA

La prima cosa che noto durante quest’incontro è proprio l’ultima indicazione ricevuta in supervisione: quando la famiglia arriva al completo, i due figli minori si siedono da un lato accanto al padre, vi è poi Emily in mezzo e infine la madre.

Eseguo subito una manovra strutturale [13], facendo spostare Emily e invito il papà a sedersi accanto alla mamma, stimolando implicitamente la ragazza a sedersi accanto ai fratelli.

Il mio intervento ha lo scopo di togliere fisicamente Emily dal ruolo di paziente designato [4] che sta nel mezzo alle dinamiche familiari e al contempo accolla su di sé la funzione di protezione dei fratelli da tali dinamiche.

Inoltre, questo mi permette di iniziare a stabilire i confini tra i sottosistemi familiari [2]: da una parte vi è quello genitoriale e dall’altro quello dei figli, in cui Emily è al pari dei suoi fratelli e non uno scudo che si frappone tra i genitori e loro, troppo piccoli per coinvolgerli nei problemi di casa.

Questa manovra li sorprende, ma tutti accettano senza chiedere niente. Io, forse sbagliando, scelgo di non dare spiegazione alla famiglia.

L’incontro procede e vengo a conoscenza di un disagio di Niccolò, il secondo figlio, che dai 13 ai 16 anni ha sofferto di cefalea con isolamento dai suoi coetanei, apatia, abulia, scarso slancio vitale e conseguentemente perdita anche di un anno scolastico. Riferisce, infatti, di aver passato più di sei mesi tra specialisti e cure varie, così tra assenze e fatica fisica è stato bocciato.

È difficile anche per lui, così come per Emily, ricostruire la storia di tale malessere, ma aggiunge: “Mi ricordo solo che il giorno prima del primo attacco di cefalea era appena morta d’infarto la nonna paterna a cui ero molto affezionato”.

Quel periodo, però, è stato caratterizzato anche da altri eventi critici, come la diagnosi di epilessia della sorella Sofia, che hanno portato lei e la madre a trascorrere molto tempo in ospedale per due anni e mezzo.

Niccolò parla con un forte distacco emotivo, anche se percepisco tristezza e solitudine connesse a quel periodo; mi viene da pensare che un tema comune in questa famiglia sia proprio la solitudine. Emily si è sentita spesso sola perché maltrattata, non capita e con la responsabilità della sorella maggiore che doveva dare il buon esempio ai fratelli minori. La mamma, quando beveva e tendeva ad agire il suo nervosismo e aggressività verbale verso Emily, si sentiva sola, triste e con un forte senso di vuoto dovuto all’essere orfana di madre a soli 4 anni, maltrattata e non compresa da un padre alcolista e neanche da quella figlia che piangeva e non si rendeva conto di “quanto fosse comunque fortunata ad avere una mamma”.

Silvia condivide un vissuto tanto doloroso quanto fondamentale per il nostro lavoro in stanza di terapia: “Quando Emily piangeva o faceva la capricciosa mi suscitava una rabbia fortissima, a me nessuno mai aveva insegnato come essere madre e non avevo avuto la possibilità di impararlo nemmeno da un’esperienza indiretta”.

Le parole di questa mamma descrivono come sia difficile proporsi come una base sicura [14], quando non se ne ha avuta una da cui poter imparare ad esserlo. Al contrario, diviene naturale mettere in pratica quei processi di copia derivati dall’interiorizzazione delle figure di attaccamento e riproposti nei propri pensieri, emozioni e comportamenti, individuati da Lorna Smith Benjamin in: identificazione, per cui il figlio si comporta come il genitore; ricapitolazione, per cui il figlio agisce come se il genitore fosse ancora qui e avesse il controllo; introiezione, per cui il figlio tratta se stesso come faceva il genitore [15].

Silvia ha dato modo di comprendere quanto abbia influito il suo perdere precocemente la madre e ricalcare l’esperienza da alcolista del padre. Mentre ancora conosco poco della famiglia di origine di Andrea, per questo procedo allargando lo zoom sul passato di questi due genitori.

A ogni modo, sembra che ogni membro di questa famiglia abbia vissuto in solitudine il proprio malessere, senza preoccuparsi di capire le proprie o altrui emozioni e rinchiudendosi nelle rispettive infanzie infelici [16].

Silvia inizia il suo racconto rispetto alla famiglia dicendo che sua madre è morta di un tumore quando aveva solo 4 anni e per questo non la ricorda per niente. Il padre era un uomo molto freddo, burbero, beveva forse anche per non pensare al lutto della moglie, probabilmente mai elaborato. Da ubriaco diveniva molto aggressivo verbalmente sia con lei che con la sorella, cresciute per la maggior parte da sole. Quando ha incontrato Andrea è stata attratta dal suo silenzio e dalla sua calma, tanto da “scappare di casa”. Dopo la nascita di Niccolò, ha sofferto l’esser sempre sola a casa con i due bambini ed è come se avesse rivissuto ciò che provò il padre quando rimase solo con lei e la sorella.

Andrea ovviamente non era morto, ma era sempre occupato a lavoro, un grande studio da portare avanti e non voleva deluderlo, chiedendo aiuto. Così il vino è diventato il suo migliore amico, perché l’aiutava a non pensare, ad avere inizialmente più energia ma soprattutto a non sentirsi sola.

Silvia, attraverso le sue parole, conferma ancora di più quanto stesse riproponendo ciò che aveva vissuto nel rapporto con suo padre, aggiungendo però: “Non mi ero certo accorta che stavo prendendo la strada di mio padre. Emily era la maggiore e sicuramente su di lei tendevo a sfogarmi ingiustamente”.

Nei processi di copia citati poco fa si tende, infatti, a trattare se stessi, gli altri o a farsi trattare così come si è stati trattati, andando contro il semplicistico senso comune dell’imparare da ciò che si è dolorosamente subìto.

Sposto l’attenzione su Andrea, che definisce i suoi genitori come persone brave ma poco affettive; lui è figlio unico e non ha mai conosciuto i nonni.

Aggiunge che non ha mai visto i suoi litigare, ma in alcuni momenti aveva l’impressione che non ci fossero, perché non gli chiedevano mai niente e lui si rifugiava nello studio. Adesso i rapporti con loro sono sporadici, ogni tanto vanno a trovarli, ma a casa loro vengono molto poco.

Che gran tristezza penso tra me e me: mi viene quasi da abbracciarli per cui in maniera forse un po’ troppo impulsiva invito loro a farlo.

Timidamente provano a stringersi ma si vede che non l’hanno mai fatto. Chiedo come si siano sentiti e rispondono tutti con un frettoloso e imbarazzato “bene”.

Incalzo domandando provocatoriamente: “Quindi non succede niente di strano se provate ad avere un contatto tra di voi?!”.

Percepisco che c’è difficolta da parte di tutti ad avere un contatto fisico e attraverso ulteriori domande emerge che, dopo la fase di allattamento, questi bambini non venivano mai presi in collo.

Questi due genitori hanno ricevuto così poche carezze da non riuscire a darne ai loro figli e forse nemmeno a loro stessi. Emily a questo punto cerca subito di “rompere” questo breve momento di affettività ritornando sulle mancanze da parte dei genitori, mentre io cerco di bloccare questa escalation di rabbia [2] e di effettuare una ridefinizione in positivo [4].

Concludo con una restituzione in cui propongo loro una prescrizione [4]:

“Penso, Emily, che in realtà tu abbia avuto una bella forza a riunire tutta la tua famiglia; certo, è un prezzo un po’ caro da pagare: devi star male per fare in maniera che gli altri si accorgano di te, ma hai avuto il coraggio e oggi avete iniziato a comunicare tra di voi e ad abbracciarvi anche se c’è bisogno di allenamento. Vi do allora un compito: visto che voi, Emily, vi vedete una volta alla settimana, quando siete tutti insieme alla stessa ora vi riunite attorno a un tavolo e a turno per circa 10 minuti dovete dire quello che pensate non venga capito o fatto reciprocamente. Mentre ognuno parla, gli altri devono ascoltare e nessuno deve mai intervenire. Finiti i 10 minuti non dovete dire niente tra di voi di tutto ciò”.

Sperando nella messa in pratica del compito, li congedo.

Considerazioni post-seduta

Se la manovra strutturale effettuata a inizio seduta con lo spostamento dei vari membri da una sedia all’altra ha avuto l’obiettivo di ridefinire i confini tra il sottosistema genitoriale e quello dei figli, la prescrizione del compito finale è stata volta ad aiutare questa famiglia ad ascoltarsi reciprocamente nei loro bisogni senza giudicarsi.

La terapia, intesa come costruzione di una nuova realtà di significati, ha inizio dal primo incontro, per cui il terapeuta, fin dal primo momento in cui si mette in relazione con il paziente, sia esso individuo, coppia o famiglia, può già avviare un processo di cambiamento [17].

L’abbraccio che mi è venuto spontaneo di chiedere in quel preciso momento è stato il tentativo di produrre un’emozione. Forse sono stata troppo frettolosa, ma mi sono voluta giocare le emozioni che questa famiglia mi stava trasmettendo: con la loro rigidità posturale è come se mi stessero chiedendo aiuto a lasciarsi andare, a respirare, a riscaldarsi.

Il non verbale di questa famiglia è stato, infatti, molto significativo: inizialmente si sono seduti quasi tutti in una posizione molto statica con aspetto di chiusura; solo Niccolò si è posto in un atteggiamento di sfida e indifferenza, quasi sdraiato sulla sedia [18].

Gradualmente, nel corso della seduta il linguaggio del loro corpo si è modificato, sono tutti apparsi più rilassati e Niccolò si è un po’ ricomposto. Osservare i segnali sia verbali che non verbali e la loro decodificazione è veramente fondamentale, tutto è comunicazione [3].

La seduta si è rivelata particolarmente importante anche per comprendere quanto in questa famiglia «l’amore, in quanto gioco relazionale psicologicamente nutriente», citando Linares [19], abbia incontrato sui cammini di questo padre e questa madre ostacoli che hanno necessariamente influenzato il loro essere genitori: Silvia con la perdita precoce della propria mamma e l’alcolismo violento del padre e Andrea con i silenzi dei suoi genitori e quel distacco di cui tuttora parla e che comunque non l’hanno fatto sentire accolto e visto.

LA TERZA SEDUTA

La famiglia è al completo e noto con piacere che si siedono come li avevo fatti spostare precedentemente: la coppia genitoriale da una parte e i figli dall’altra.

Emily riferisce che hanno eseguito il compito anche se con un’iniziale difficoltà, ma pian piano ha avuto la sensazione di far parte di questa famiglia; tutti hanno iniziato a provare varie emozioni rassicuranti, ma ancora talvolta sconosciute.

La mamma appare un po’ più dubbiosa e spaventata, mentre il padre aveva paura delle discussioni di sempre, ma è stato rassicurato dall’avere una regola di tempo; Niccolò si mostra ancora rigido, mentre Sofia, sempre molto solare, è stata bene.

Andrea condivide un vissuto che si lega a ciò che è emerso nella precedente seduta: “Io ho sempre sentito di non essere ascoltato né dai miei genitori né da questa famiglia; non sono mai stato abituato a parlare delle mie emozioni e quindi non l’ho nemmeno insegnato ai miei figli”.

Silvia aggiunge: “Io non ho mai potuto piangere la morte di mamma con papà, perché lui non mi ascoltava ed era spesso ubriaco, nervoso e irritabile”.

Come si fa a capire i bisogni degli altri se nessuno ha mai ascoltato i tuoi?

Da questo momento in poi ho quindi cominciato a lavorare sui bisogni di ciascuno, su quello che ognuno avrebbe voluto dall’altro e che a sua volta sarebbe stato disposto a fare.

Ho assegnato così a ciascuno un compito: Silvia avrebbe dovuto avvicinarsi di più a Emily, facendole per esempio una torta, portandogliela a casa, dove però sarebbe rimasta per poco tempo per non invadere i suoi spazi. Emily, dal canto suo, avrebbe dovuto provare a essere più accogliente. Niccolò avrebbe dovuto mettere in ordine la sua camera e la mamma avrebbe dovuto tenere un atteggiamento meno critico e non prevenuto. Sofia avrebbe dovuto aiutare di più in cucina e il papà avrebbe dovuto condividere un momento di interesse con ognuno dei tre figli individualmente.

Questi compiti hanno l’obbiettivo di far provare a tutti i membri di questa famiglia situazioni diverse dal solito, un’esperienza emotiva differente: il prendersi cura l’uno di un bisogno dell’altro e accogliere le differenze di ciascuno come una risorsa. In questo modo è possibile distaccarsi da una realtà banale dominante, caratterizzata da esclusivo dolore, pretese e accuse reciproche, per scoprire che come membri di una famiglia si può essere anche altro da come ci si è sempre percepiti [1].

LA QUARTA E QUINTA SEDUTA

L’assegnazione dei vari compiti è stata vissuta con una sensazione di nuova tranquillità, nonostante le difficoltà individuali. Di seguito, i commenti di ogni membro durante la quarta seduta.

Andrea: “Io non ho mai avuto grandi problemi, perché sapevo che eravamo un po’ tutti sulla stessa barca; dovevamo tutti sforzarci”.

Silvia: “Io ho avuto molta paura, temevo sempre di fare un movimento sbagliato, ma ci ho provato ugualmente e ho cercato di essere più gentile e meno lamentosa”.

Emily: “Io ho sentito che erano più attenti a me e, anche se sapevo che si stavano sforzando di essere più carini, mi sembravano davvero preoccupati di farmi piacere”.

Niccolò: “Non so quanto le cose possano cambiare così all’improvviso; io sono stato più ad osservare”.

Sofia: “Io sono stata bene”.

Emerge comunque che l’ostacolo più grosso sia proprio quello di riferire ciò che ognuno prova per paura di fraintendimenti e scarsa abitudine a esprimersi.

Emerge anche che la coppia ha riscoperto una propria intimità e Andrea ha cominciato a prendere più posizione ed essere meno periferico; ho notato molta attenzione da parte di tutti anche nel seguire le mie prescrizioni.

La quinta seduta è stata dedicata a tirare le fila del lavoro fatto insieme fino a ora attraverso la stesura e conseguente lettura alla famiglia della restituzione:

“Attraverso i vari compiti che vi ho dato state iniziando a sperimentare situazioni ed emozioni diverse da quelle che voi conoscete bene; ora però è arrivato il momento di responsabilizzarvi, dovete quindi cominciare da soli a trovare il modo più utile per soddisfare i vostri bisogni.

Quello che abbiamo fatto insieme aveva anche lo scopo di capire le vostre risorse e avete dimostrato di averne tante: si tratta ora di riconoscerle e ricordarle. Non è sempre facile mettersi a confronto con le disponibilità altrui, ma il lavoro è proprio questo, cioè imparare ad ammettere le proprie difficoltà, i propri limiti e poterselo dire con serenità. Proveremo quindi a lavorare su ciò che ognuno di voi può fare e sulla vostra capacità di empatizzare con gli altri. Bisognerà poi cominciare anche a riconoscere le emozioni positive, perché spesso in questa famiglia si riconosce solo quando si sta male. Quindi finora sono state affrontate sole le cose che andavano male, ora bisogna iniziare a valutare anche quelle che vanno bene”.

Decido, quindi, di distanziare le sedute, da 15 giorni a 3 settimane, per dare modo a questa famiglia di accogliere i movimenti che sono riusciti a fare, così da permettere loro di sperimentarsi con essi e farli sedimentare [20].

Supervisioni indirette

Il mio supervisore, con cui ho collaborato per diversi anni presso una clinica psichiatrica in un programma riabilitativo alcologico, mi ha subito fatto notare, fin dalle prime supervisioni, quanto l’avere un problema alcol-correlato possa essere distruttivo all’interno di un sistema familiare, anche solo come clima di violenza psicologica. Ovviamente non si può parlare di un disturbo genetico, ma si tratta di una certa familiarità che ho infatti subito riscontrato in Silvia, cresciuta con un padre alcolista. Silvia stessa, avendo già in precedenza fatto un suo percorso specifico sui problemi alcol-correlati con partecipazione anche a un Club (gruppi ACAT, modello ecologico sociale Prof. Hudolin V.) [21], temeva una possibile tendenza dei suoi figli nel gestire certe situazioni stressanti attraverso l’utilizzo di sostanze alcoliche, soprattutto per Emily, che aveva vissuto in prima persona queste problematiche.

Il supervisore mi ha fatto notare che avrei dovuto dare spazio a queste paure e dubbi, cosicché tra la quinta e l’ottava seduta mi sono focalizzata anche su queste tematiche, nonostante Andrea non si fosse mai realmente reso conto della gravità della situazione e delle paure della moglie.

Emily è riuscita, proprio in questi incontri, a verbalizzare di fronte ai genitori tutte le sue paure e quanto questo clima di incertezza e ansia in casa avesse influito sulla sua vita relazionale, dall’invitare qualche amica a casa il pomeriggio al dover giustificare talvolta i suoi malumori con i suoi compagni di classe. In queste sedute, il supervisore mi ha prontamente spronato a far emergere il più possibile tutte le emozioni e i vari vissuti di rabbia e paura, chiedendo anche esempi di episodi precisi.

In certi momenti, è stato veramente forte il mio controtransfert: alcuni vissuti emotivi avevano attivato dei miei vissuti interiori, non tanto per i problemi alcol-correlati, quanto per la difficoltà relazionale nel far comunicare certe emozioni tra Emily e i genitori.

Mi è stato consigliato di dedicare la sesta e settima seduta ai fratelli senza la presenza dei genitori, anche per notare i loro livelli di comunicazione e la loro condivisione. Inizialmente Emily si è proposta ancora a protezione dei fratelli, con un atteggiamento materno. Stimolando Niccolò a descrivermi la sorella maggiore, e i suoi ricordi di giochi che facevano insieme da piccoli, finalmente sono riuscita a smuovere un po’ Emily, che ha anche affermato di non aver mai chiesto consiglio o aiuto anche solo per piccole cose ai suoi fratelli, ma adesso li vede cresciuti e forse da oggi possono fare più squadra.

Quest’incontro mi ha particolarmente commosso, forse anche perché, da figlia unica, ho sempre un po’ invidiato l’alleanza tra fratelli; essendo in qualche misura riuscita a evidenziare loro questa risorsa, mi sono sentita particolarmente fiera.

Durante l’ottava seduta emerge la paura dei fratelli di sviluppare in futuro una problematica alcol-correlata come la mamma. Ritorna il rischio dell’eseguire quei processi di copia [15] che tanto dolore hanno recato a partire dalla generazione dei più anziani fino ad arrivare ai tempi attuali.

Ma, vista la mia esperienza in questo campo, ho dedicato quest’incontro quasi a una vera e propria formazione e sensibilizzazione sulle problematiche alcol-correlate come stile di vita problematico, di isolamento familiare-sociale e vergogna nel chiedere aiuto.

È stato possibile così rassicurare Emily sulle sue reazioni a eventi stressanti, facendo comunque notare ai due figli più grandi che in generale potrebbero essere più a rischio dei loro coetanei nel cedere al primo bicchiere con modalità consolatoria e autoterapeutica, in quanto comportamento a loro familiare, ma già esserne consapevoli e poter condividere queste paure tra loro è un grande vantaggio. Al momento entrambi si dichiarano, tra l’orgoglio e la paura, totalmente astemi.

LA NONA E DECIMA SEDUTA

In nona seduta viene convocata nuovamente la famiglia al completo, che racconta di novità, definibili a tutti gli effetti come un movimento positivo.

Niccolò aprirà a breve un negozio e verrà aiutato economicamente dai genitori. Emily con l’aiuto della mamma ha trovato un lavoro: “Adesso ho potuto accettare un lavoro proposto da mia mamma, cosa che non era mai successa in passato, forse anche per partito preso”.

Si nota in tutti un nuovo senso di tranquillità e di appartenenza alla famiglia. Anche i fratelli tra loro appaiono più complici, si prendono in giro e finalmente iniziano anche a ridere e scherzare davanti a me.

In decima seduta, mi rivolgo subito a Emily, che appare molto più serena e sorridente e le chiedo quindi se l’obiettivo da lei desiderato fosse stato raggiunto: lei sorride e si commuove, lasciandomi intravedere un reale senso di benessere. Afferma di quanto sia stata necessario e fondamentale ripercorrere certi eventi del passato, ma adesso ha la tranquillità di essere ascoltata, perché “ora se ne può parlare”.

Questa sua serenità sembra stia influenzando positivamente il suo funzionamento globale: esce di più con gli amici, ha meno ansia e sta iniziando a frequentarsi anche con un ragazzo. In lei c’è adesso anche il desiderio di avvicinarsi ancor di più ai fratelli da sorella, senza il bisogno di proteggerli; ad esempio fissando per pranzare insieme senza i genitori una volta a settimana.

A questo, però, percepisco Niccolò un po’ cupo e in difficoltà, cerco quindi di agganciarlo fissando per la successiva volta, un breve colloquio individuale prima di incontrare tutta la famiglia e noto che lui accetta molto volentieri.

UNDICESIMA ED ULTIMA SEDUTA

Quest’incontro avviene prima di Natale e, come deciso nel precedente, Niccolò arriva da solo, raccontandomi con soddisfazione di aver aperto il negozio.

Continua affermando di sentirsi ancora po’ a disagio a parlare delle sue cose davanti agli altri, soprattutto alla presenza dei genitori: riconosce di essersi sentito protetto da Emily, senza però averglielo mai chiesto. Percepisce ancora ansia dovuta all’ambivalenza da parte della madre, ma sa che adesso può contare sul padre, più partecipe alle dinamiche di famiglia.

In passato aveva trovato come strategia il chiudersi sempre di più in se stesso, fino però a sviluppare la cefalea come somatizzazione, a volte usata per vantaggi secondari, anche se di fatto è stato “costretto” a fermare la sua vita per quasi tre anni.

Il negozio gli dona un senso di stabilità e sicurezza: prima si sentiva in colpa verso i suoi genitori per non aver terminato l’università, oggi è più consapevole di sé, dei suoi limiti e comincia ad accettarli.

Gli propongo la possibilità di iniziare un percorso di terapia individuale con un altro terapeuta per accompagnarlo in questo suo nuovo percorso e aiutarlo a colmare quella sensazione di perdita di tempo nel passato. Lui annuisce, sentendosi sollevato all’idea di avere un aiuto tutto per sé.

Dopo questo colloquio, faccio entrare tutti gli altri: manca Sofia, che è in gita con la scuola. Chiedo a Niccolò se posso rendere partecipe la sua famiglia di quanto abbiamo deciso insieme: lui acconsente, addirittura rassicura i genitori.

Anche Silvia appare più distesa e meno ansiosa; traspare in lei una certa malinconia per il tempo passato, le piacerebbe fare delle gite tutti insieme per recuperare il tempo perso. Faccio notare che anche se i figli sono grandi e hanno bisogno di dimostrare di volare da soli, ogni tanto sarebbe bello fare qualcosa tutti insieme: a quel punto Emily e Niccolò iniziano a proporre mille cose diverse, quasi divertiti e complici, tanto da far commuovere i genitori.

Sottolineo il fatto che hanno imparato un modo nuovo di relazionarsi fra di loro, fatto di piccole cose e di ascolto dei bisogni reciproci. Ora sta a loro mostrare costanza e determinazione finché non diventi il loro stile di vita.

Sono riusciti, quindi, ad andare oltre la realtà banale dominante che ha caratterizzato la loro vita per troppo tempo, lasciando spazio a quei sottomondi sociologici attraverso cui dare un nuovo senso alla propria narrazione familiare e attivare risorse inaspettate [1].

FOLLOW-UP

Dopo un mese e mezzo dall’ultima seduta, rivedo la famiglia che dimostra di mantenere un buon livello di comunicazione, fatto anche di piccole cose quotidiane. Non servono, infatti, troppe parole (se si è poco espansivi come Andrea, ad esempio), soprattutto in una famiglia dove proprio il non verbale è stato poco funzionale. Il lavoro che hanno fatto e stanno continuando a fare sembra rispettare le capacità e i limiti personologici di ognuno.

Questa è la differenza rispetto “al prima”: ognuno accetta l’altro per com’è.

Il lavoro del terapeuta è questo: presentare alle persone nuove possibilità che permettano loro di avere di fronte una scelta, laddove prima non vi erano alternative, ma solo un’unica visione.

CONCLUSIONI

Sono molto affezionata a questa terapia, perché mi ha dato la possibilità di analizzare i problemi relazionali di una famiglia legati all’uso patologico dell’alcol.

Infatti, la mia esperienza lavorativa mi ha portato a gestire un reparto residenziale proprio sulle dipendenze da sostanze, sia alcol che cocaina. Il mio lavoro in clinica è sempre stato più focalizzato sul singolo paziente e sulla terapia di gruppo, limitando (purtroppo anche per tempistiche) gli incontri familiari a uno/due, durante l’intero mese di durata del programma riabilitativo alcologico.

Mi sono sempre più resa conto in questi anni di quanto sia fondamentale lavorare sull’intero sistema familiare, soprattutto in presenza di problemi di uso patologico di sostanze. Spesso, infatti, si tende a sottovalutare il concetto, per me fondamentale, che se un membro della famiglia ha un problema con una sostanza, in maniera indiretta anche tutti gli altri membri del sistema hanno a loro volta un problema con la stessa sostanza: quelle bottiglie innescano immediatamente una distanza tra i familiari, rendendo i rapporti più faticosi, freddi, di vetro!

Ecco il potere simbolico dell’alcol, attraverso cui «il paziente veicola un’immagine di sé come di un uomo imprigionato nella bottiglia, all’interno della quale sono rinchiusi anche i suoi familiari, che si muovono attorno alla sua sofferenza» [22], nessuno escluso.

Si creano distanze affettive, senso di vergogna e forte solitudine, non solo nel paziente designato, ma in tutti i familiari; purtroppo spesso si assiste anche a un clima di violenza psicologica verso i figli, sempre più chiusi, ritirati e ansiosi.

Lavorare con questa famiglia è stato un po’ come aiutare tutte quelle famiglie che mi sono passate davanti in questi quindici anni; mi è rimasto dentro soprattutto quanto sia stato utile rassicurare Emily e Niccolò, aiutandoli nel loro processo di consapevolezza e di autonomizzazione.

Il percorso effettuato ha permesso di «dare una risposta alle difficoltà di relazionarsi attraverso memorie non narrabili, implicite, che diventano narrabili con una psicoterapia specifica […], una relazione curante che definisce in modo più ampio la presa in carico» [23].

Ringrazio il dott. Troisi, che mi ha supervisionato passo dopo passo in questa terapia; lo ringrazio anche come mio didatta della scuola di specializzazione perché, nonostante gli anni trascorsi, non mi ha dimenticata e mi ha aiutato nella stesura di quest’elaborato e nella conclusione del mio percorso formativo.

BIBLIOGRAFIA

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2. Minuchin S. Famiglie e terapie della famiglia. Roma: Astrolabio, 1976.

3. Watzlawick P, Beavin JHD, Jackson D. Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.

4. Selvini Palazzoli M, Boscolo L, Cecchin G, Prata G. Paradosso e controparadosso. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1975.

5. Cirillo S, Selvini M, Sorrentino AM. Entrare in terapia. Le sette porte della terapia sistemica. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2016.

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8. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Roma: Borla, 2009.

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10. Gabbard GO. Psichiatria Psicodinamica. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1995.

11. Framo J. Terapia intergenerazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1996.

12. Caillé P. Uno e uno fanno tre, quale psicoterapia per la coppia di oggi. Roma: Armando, 2006.

13. Minuchin S, Fishman HC. Guida alle tecniche della terapia della famiglia. Roma: Astrolabio, 1982.

14. Bowlby J. Una base sicura. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1988.

15. Smith Benjamin L. Terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non agiscono. Roma: Las, 2004.

16. Cancrini L. Le infanzie infelici. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.

17. Watzlawick P, Weakland JH, Fisch R. Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio, 1974.

18. Andolfi M. Il colloquio relazionale. Roma: Collana di Psicologia Relazionale, 2000.

19. Linares JL. Terapia familiare ultramoderna. L’intelligenza terapeutica. Milano: Franco Angeli, 2017.

20. Boscolo L, Bertrando P. I tempi del tempo. Una nuova prospettiva per la consulenza e la terapia sistemica. Torino: Bollati Boringhieri, 1993.

21. Hudolin V. Manuale di alcologia. Trento: Erickson, 1990.

22. Dell’Accio L. L’alcol e il simbolico secondo l’approccio sistemico relazionale. Nuova Alcologia 2021; (44): 71-86.

23. Berni LA, Troisi GR, Trotta P. La psicoterapia del trauma in comunità terapeutica: uno studio su utenti tossicodipendenti e alcoldipendenti. Nuova Alcologia 2021; (44): 87-96.