Pandemia e salute mentale: impotenza, paura, angoscia e stato depressivo

Lamberto Scali1

1Didatta del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, Roma.

«Si sta come d’autunno

sugli alberi le foglie»

Giuseppe Ungaretti

Ho creduto opportuno far precedere la mia riflessione su pandemia e salute mentale da una cronaca (apparsa su una pubblicazione locale e redatta dal mio amico Massimo Manetti[1]) con lo scopo di mantenere ben presente alla nostra memoria alcuni passaggi significativi del primo periodo dell’attuale pandemia.

Pandemia Coronavirus Covid-19.

Per non dimenticare, per non illudersi.

di Massimo Manetti

Oramai le date riferite al coronavirus covid-19 nella sua insorgenza e nel suo progredire sono tristemente note a tutti. Proviamo a ripercorrere date ed accadimenti affinché non vengano dimenticati.

Il 31 dicembre 2019 le autorità cinesi riferiscono all’OMS l’emergenza di diversi casi di una misteriosa polmonite. L’epicentro è a Wuhan, città cinese di 11 milioni di abitanti nell’Hubei. In pochi giorni si conteranno 41 casi. Molti di loro lavorano al mercato del pesce e animali vivi di Huanan, nel centro della città.

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Il 7 gennaio 2020 le autorità cinesi identificano il nuovo virus chiamato 2019-nCoV, facente parte della famiglia dei coronavirus, come la SARS ed il coronavirus.

Nel Mondo - Casi totali: 59; Decessi: 0.

Il 20 gennaio 2020 esperti cinesi rivelano che il virus si trasmette da uomo a uomo. OMS crede a questa versione in attesa di prove. Prima della conferma della trasmissione uomo-uomo milioni di cittadini di Wuhan lasciano la città per il capodanno cinese.

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Il 30 gennaio 2020 l’Italia sospende tutti i voli da e per la Cina. Questa scelta verrà in seguito criticata perché viene perso il tracciamento di chi arriva in Italia dalla Cina. Chi vuole venire in Italia lo può fare facendo scalo in altri paesi. È tuttavia probabile, per quanto emerso successivamente, che il virus fosse già nel nostro paese.

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Il 31 gennaio 2020 il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, conferma i primi due casi di contagio riscontrati in Italia: si tratta di due turisti cinesi. Il Primo Ministro dichiara l’emergenza sanitaria nazionale.

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Il 7 febbraio 2020 muore il medico Li Wenliang, il medico che per primo aveva cercato di dare l’allarme sulla presenza di un nuovo ceppo di coronavirus e che era stato silenziato dal governo cinese con l’accusa di diffondere notizie false. Il 2 aprile Wenliang verrà dichiarato eroe nazionale.

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L’11 febbraio 2020 l’OMS annuncia di avere modificato il nome del nuovo virus: non più 2019-nCoV ma SARS-CoV-2. Anche la malattia causata dal virus ottiene, per la prima volta, una denominazione ufficiale: “COVID-19”, acronimo di Co (Corona); Vi (Virus); D (“Disease”= malattia); 19 (l’anno di identificazione del virus).

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Il 19 febbraio 2020 allo stadio San Siro di Milano si gioca Atalanta-Valencia, partita valida per la Champions League. Cinquantamila Bergamaschi allo stadio. Atalanta vince 4 a 1. Alcuni immunologi e la Protezione Civile ipotizzano che sia stata la “partita zero” e che abbia contribuito alla diffusione del contagio quando ancora non era noto che il virus fosse arrivato in Italia. È anche un momento dal valore simbolico: una grande gioia sportiva per una città che presto sarebbe stata la più colpita dal virus, con migliaia di vittime.

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Il 21 febbraio 2.020 un uomo di 38 anni residente a Codogno risulta positivo al coronavirus: è il paziente numero 1. Nel giro di poche ore vengono registrate le positività di altre 14 persone.

La prima vittima italiana per covid-19 è Adriano Trevisan, di 78 anni. L’uomo residente a Vo’ Euganeo muore nella terapia intensiva dell’ospedale di Schiavonia, a Padova.

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Il 23 febbraio 2020 inizia la colorazione dei territori dell’Italia in base alla gravità della pandemia. Si comincia con l’indicazione come “zone rosse” dei comuni tra Lombardia e Veneto, tra cui Codogno e Vo’ Euganeo. Viene istituito il divieto di accesso o di allontanamento dal territorio comunale e la sospensione di manifestazioni, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale. Parla in conferenza stampa Angelo Borrelli, il capo della Protezione Civile. Comincia un rituale quotidiano che ogni sera alle 18 attira l’attenzione di decine di milioni di Italiani per seguire il “bollettino” con i numeri dei nuovi contagi.

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Il 27 febbraio 2020 Nicola Zingaretti, Segretario del PD, partecipa ad un aperitivo con i giovani Dem sui Navigli. Il messaggio è: “niente panico”. Sala, Sindaco di Milano, rilancia con l’hashtag #milanononsiferma. Messaggio simile dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Sono i giorni in cui non c’è ancora una reale percezione della gravità della situazione che sta per esplodere.

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Il 28 febbraio 2020 il Presidente americano Donald Trump spiega che il virus è una “bufala dei democratici” e lo paragona a una banale influenza, asserendo che un giorno “sparirà” come un “miracolo”.

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Marzo 2020

La situazione precipita. I casi si moltiplicano. I decessi anche. Il governo blinda la Lombardia e poi tutto il resto del Paese. Il 4 marzo 2020 il Governo annuncia la sospensione delle attività scolastiche in tutta Italia, estendendo a tutto il paese le misure che erano già in vigore nelle regioni del nord a partire dal 22 febbraio 2020. Nel Mondo - Casi totali: 93.332; Decessi: 3.202

Il 9 marzo 2020 il Governo estende le misure di contenimento in tutta Italia: l’intero Paese è ora in lock down, il primo fra gli stati occidentali ad adottare misure così severe e restrittive.

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11 marzo 2020: la preoccupazione delle conseguenze economiche globali a causa del virus investe mercati finanziari. Il MIB della borsa di Milano chiude le contrattazioni con una flessione del 16,92%, mettendo a segno la peggiore seduta della sua storia, un ribasso mai registrato prima.

Due giorni dopo la borsa di Wall Street segnerà il peggior calo giornaliero dal 1987: -12%.

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Il 12 marzo 2020, il Regno Unito annuncia che il suo piano per fronteggiare la pandemia prevede il raggiungimento della cosiddetta “immunità di gregge”: oltre il 60% dei britannici dovrà contrarre il coronavirus e, come annuncia il Primo Ministro Boris Johnson, i cittadini dovranno rassegnarsi all’idea “di perdere molti cari”.

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Il 16 marzo 2020 su Scienze viene pubblicato uno studio della Columbia University di New York che sottolinea il ruolo degli asintomatici nella diffusione del virus e la loro ampia percentuale tra i contagiati. L’OMS fino a quel momento non lo aveva considerato un problema. Cambia l’approccio. La scoperta di una ampia quota di asintomatici rende più importante l’utilizzo delle mascherine per bloccare il contagio ed i test diffusi, non solo a chi ha sintomi.

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Il 18 marzo 2020 una colonna di camion militari trasporta le bare di decine di vittime del covid-19 verso i cimiteri di oltre città per la cremazione; l’immagine diventa simbolo delle sofferenze di una città, quella di Bergamo, tra le più duramente colpite dal virus.

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Il 22 marzo 2020 le misure del Governo diventano più stringenti: con un nuovo Dpcm, Palazzo Chigi sospende quasi tutte le attività produttive e vieta cittadini di spostarsi in un “comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano”. Solo due giorni prima erano stati chiusi i parchi e vietato lo sport se non quello in prossimità della propria abitazione.

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Il 24 marzo 2020, dopo giorni di esitazione, il premier giapponese Shinzo Abe ed il CIO annunciano il rinvio di un anno delle Olimpiadi di Tokyo 2020. La stessa sorte era toccata, la settimana prima, agli Europei di calcio.

Sara poi la volta del torneo di tennis di Wimbledon, del Giro d’Italia di ciclismo, degli Europei di atletica e di un numero sterminato di altre manifestazioni sportive, a tutti i livelli.

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Nella settimana dal 21 al 27 marzo 2020 negli Stati Uniti oltre 3,3 milioni di lavoratori fanno richiesta di sussidi di disoccupazione. È un numero enorme, che non ha precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti. Cinque volte di più del precedente massimo di 695.000 che risale all’ottobre del 1982. È il primo significativo dato governativo a riflettere appieno l’impatto sull’economia della pandemia. Il Congresso e la Casa Bianca varano un piano da 2.000 miliardi di dollari per soccorrere l’attività economica accanto al sistema sanitario.

Lo stesso giorno in una piazza San Pietro vuota e sferzata da una pioggia battente, Papa Francesco prega per l’Umanità e riflette sulla pandemia. “Da settimane sembra scesa la sera”, dice. “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi”.

L’Italia registra 86.000 casi superando il numero totale comunicato dalle autorità cinesi. Nello stesso giorno in Italia i morti sono 969: è il numero più alto dall’inizio dell’epidemia. Da quel giorno inizierà una lenta discesa. Quello del 27 marzo resterà un drammatico record.

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Il 28 marzo 2020 gli Stati Uniti diventano il paese con il più alto numero di contagi registrati al mondo, superando anche l’Italia.

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Aprile 2020

In Italia la curva dei contagi comincia a scendere, ma molto lentamente. L’Italia è ancora chiusa in casa, e con lei tutta l’Europa.

Il 12 aprile 2020, dopo 7 giorni di ricovero di cui 4 di terapia intensiva, il premier inglese Boris Johnson viene dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato e dichiara: “Il sistema sanitario nazionale mi ha salvato la vita!”. Un mese prima aveva caldeggiato il principio dell’immunità di gregge, prevedendo il 60% di popolazione contagiata e che i britannici avrebbero dovuto rassegnarsi all’idea “di perdere molti cari”. Adesso, invece, ringrazia il sistema sanitario nazionale che gli ha salvato la vita; è facile rassegnarsi all’idea “di perdere molti cari” quando a morire sono gli altri.

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Il 24 aprile 2020, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, durante una riunione con la sua Task Force anti-coronavirus, definisce “interessante” l’opinione di “iniettare disinfettante” nei pazienti affetti da Covid-19. L’affermazione suscita sdegno nella comunità medico-scientifica.

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Maggio 2020

Quando è arrivato il virus in Europa? Non il 21 febbraio 2020, quando c’è stata la prima evidenza a Codogno, ma diverse settimane prima. In Francia, nell’ospedale di Jean-Verdier di Bondy, nella banlieue di Parigi, i medici analizzano nuovamente i tamponi fatti a pazienti con polmoniti a dicembre 2019: uno era già positivo il 27 dicembre. Prima che la Cina comunicasse all’OMS le polmoniti anomale. Anche in Italia ci sono evidenze di casi positivi diverse settimane prima di quelli noti. Un lavoro del Policlinico di Milano, pubblicato su “medRxiv”, dimostra come ad inizio epidemia 1 donatore di sangue su 20 (4,6%) a Milano avesse già sviluppato gli anticorpi, percentuale salita al 7,1% ai primi di aprile.

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Il 31 maggio 2020, Alberto Zangrillo, intervistato da Lucia Annunziata, dichiara durante la trasmissione televisiva “Mezz’ora in più” in onda su Rai3, che “il coronavirus dal punto di vista clinico non esiste più”.

Il direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano diventa il portavoce di una teoria, condivisa da alcuni scienziati italiani, secondo la quale il virus si è ormai indebolito e potrebbe non esserci una seconda ondata.

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Il 10 luglio 2020 la “Fase 3” diviene sempre più estesa e cadono altri vincoli. La Lombardia, regione tra le più colpite al mondo dalla pandemia, riapre le discoteche e autorizza gli sport di squadra, di contatto ed individuali. Nel resto d’Italia tornano le riviste dai barbieri, e si può giocare a carte nei bar e nei centri anziani. Nel Mondo - Casi totali: 12.291.676; Decessi: 550.888

Il 24 luglio 2020 Matteo Salvini dichiara in conferenza stampa alla Camera che: “Non c’è nessuna emergenza sanitaria in corso, chi vuole prolungare lo stato di emergenza è solo un nemico dell’Italia”.

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Il 29 luglio 2020 è senz’altro il giorno migliore, da quando è esplosa la pandemia. I ricoverati in terapia intensiva sono “solo 38”. Il giorno peggiore rimane il 3 aprile 2020 quando i ricoverati erano 4.068.

Agosto 2020

Ferragosto 2020 è un giorno incredibile per Wuhan, focolaio della pandemia. Le immagini che arrivano dalla città dell’Hubei raccontano che il contagio è alle spalle.

Intanto cresce l’attenzione sui vaccini, con Usa e Russia che provano ad azzardare date.

- Trump annuncia il vaccino entro il 2020.

- in Russia somministrano un vaccino chiamato Sputnik V.

15 agosto 2020

Wuhan, primo focolaio di questa pandemia, è ormai fuori dal tunnel. E a testimoniarlo arrivano le immagini di un Ferragosto all’insegna della normalità. Le immagini di centinaia di persone che ballano in piscina fanno velocemente il giro del mondo.

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Il 29 agosto 2020, con “1 solo” morto, è il miglior giorno per l’Italia dal punto di vista dei deceduti, dall’inizio della pandemia.

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Il vaccino contro il coronavirus messo a punto dall’azienda farmaceutica americana Pfizer e della tedesca BioNTech è efficace al 90%. È un dato superiore alle aspettative, che arriva dalla conclusione delle sperimentazioni sugli uomini. L’annuncio arriva dal Presidente della Pfizer, Albert Bourla.

Dopo quello di Pfizer, arriva l’annuncio di un altro vaccino anti covid, questa volta da parte di Moderna: l’azienda biotecnologica americana ha reso noti i dati di fase 3 di sperimentazione sull’uomo per il vaccino mRNA-1273 dal quale risulta un’efficacia che sfiora il 95% (94,5%).

Primi giorni di ottobre 2020

Ricordo che stavo passeggiando per le vie del centro di Prato, alla ricerca di un non meglio identificato prodotto per la casa da acquistare in negozio. Sul marciapiede opposto a quello in cui stavo camminando, intravedo una persona che, man mano che si avvicinava, mi risultava sempre più familiare.
Ho sempre avuto problemi ad imparare a memoria qualunque cosa: tipo le poesie, le formule matematiche. Per chiarire: se le formule matematiche le capivo non me le dimenticavo più, se dovevo impararle a memoria non ci riuscivo.

Per trasporre questo concetto sulle persone: i nomi delle persone spesso me li dimentico, i volti, una volta memorizzati, non me li scordo più.

E quel volto man mano che si avvicinava mi risultava sempre più familiare: infatti si trattava di un mio carissimo amico di studi universitari che non vedevo da molti anni.

Naturalmente gli abbracci erano vietati, quindi per iniziare grandi sorrisi coperti dalle mascherine, e poi grasse risate quando abbiamo cominciato a rivangare gli studi fatti insieme all’università e poi i primi anni di inizio della professione.

Il discorso scivolò ben presto, purtroppo, sulla pandemia e sul maledetto coronavirus covid-19.

Il mio vecchio amico si dimostrò ben presto molto ottimista e mi disse: “Hai sentito le novità di questi giorni? Hanno scoperto e testato più di un tipo di vaccino contro il covid-19. Adesso inizieranno le vaccinazioni ed entro Dicembre sarà tutto finito”.

Gli risposi: “Dicembre, … di quale anno?”.

Negli ultimi cinquant’anni ho assistito alla comparsa di varie epidemie: la Hong Kong del 1968, il colera a Napoli nel 1973, l’AIDS dal 1983, la peste polmonare in India nel 1984, l’encefalopatia spongiforme bovina nel 1986, la SARS nel 2002, infine l’Ebola nel 2007 e 2014. Oltre alle citate epidemie vissute direttamente, negli ultimi cento anni, a partire dalla Spagnola del 1918, si sono succedute ben cinque pandemie influenzali. Tutte queste epidemie e pandemie evidenziano che noi, esseri umani, conviviamo da centinaia, forse migliaia di anni, con tali fenomeni.

Convivere con tali fenomeni ci stimola a combatterli e a studiarli per coglierne le differenze e le specificità; sicuramente, quello che colpisce dell’attuale pandemia e che la rende così pericolosa sono vari aspetti: la diffusione a livello planetario, l’alto indice di letalità e la carenza di mezzi, di profilassi sanitaria per contrastare e contenere la diffusione del virus.

Nessun centro di ricerca scientifica o università, a livello mondiale, è stato capace di prevedere quello che sarebbe successo, tutte le nazioni più ricche e avanzate del mondo si sono trovate impreparate ad affrontare un fenomeno che ha avuto ripercussioni dannosissime in ambito economico, sociale, culturale e soprattutto in ambito sanitario, con compromissioni gravissime di salute fisica e mentale.

La salute mentale e i relativi servizi, in Italia, non sono più area prioritaria di intervento da tantissimi anni, anzi sono diventati la cenerentola della politica sanitaria nazionale; non a caso, mentre Germania, Francia e Inghilterra riservano alla salute mentale il 10-15% della spesa sanitaria, noi le riserviamo solo il 3%; per cui non c’è da meravigliarsi se i servizi di salute mentale, spesso, lascino molto a desiderare e rarissimi siano quelli che offrono prestazioni di eccellenza.

Il virus covid-19 colpisce le persone sia a livello fisico che mentale e la dott.ssa Devora Kestel del Dipartimento di Salute Mentale dell’OMS sottolinea come «l’isolamento, la paura, l’incertezza, le turbolenze economiche, tutti questi elementi causano o potrebbero causare sofferenze psicologiche» e aggiunge che «la salute mentale e il benessere di intere società sono stati gravemente colpiti da questa crisi e sono una priorità da affrontare con urgenza». Partendo da queste considerazioni è ragionevole aspettarsi, nel prossimo futuro, un aumento del numero di persone che soffrono di disturbi psichici ed ecco perché la promozione della salute mentale dovrebbe diventare area prioritaria di intervento.

Noi italiani, dopo la città di Wuhan in Cina, siamo stati il primo Paese occidentale a fare i conti con la diffusione del virus SARS-CoV-19, siamo stati i primi che si sono dovuti confrontare con un nemico pericolosissimo, del quale si sapeva ben poco, siamo stati i primi a dover sperimentare un lockdown, un blocco quasi totale delle attività produttive, commerciali, sportive, culturali e sociali.

Le considerazioni che seguiranno sono frutto di un vissuto soggettivo, sono la descrizione di alcuni aspetti emotivi, affettivi e riflessivi della mia storia personale, vissuta durante il primo lockdown dell’attuale pandemia. Mi auguro che la loro lettura fornisca una possibile comprensione delle implicazioni antropologiche e psicologiche connesse al disagio esistenziale e allo stato depressivo favorito dall’attuale pandemia.

Nella vita ho avuto la sfortuna di imbattermi, più volte, in situazioni molto gravi di compromissione della salute, ovvero situazioni in cui una persona sente molto vicino il fantasma della morte. Tanti anni fa, in conseguenza di un incidente, mi sono ritrovato al pronto soccorso dell’ospedale con la clavicola, il bacino e sette costole rotte, oltre a un’insufficienza respiratoria dovuta al polmone sinistro invaso completamente da un ematoma. Ricordo che ero in uno stato di semi incoscienza, i dolori allucinanti che provavo venivano amplificati tutte le volte che il medico e gli infermieri muovevano e giravano, come fosse un oggetto, il mio corpo per poterlo radiografare. Ricordo che mi lamentavo, urlavo per il dolore, ma ero incapace di opporre qualsiasi resistenza di fronte alle pratiche diagnostiche; a un certo punto, addirittura, lanciai una serie di grida perché il dolore era insopportabile e il medico disse: “Basta, basta, altrimenti questo lo perdiamo!” e, subito dopo, mi fece una serie di iniezioni, che nel giro di poco tempo annullarono tutto il dolore. Ricordo che, dopo un sospiro di sollievo, chiesi al medico cosa mi avesse fatto e lui sorridendo rispose: “Marcaina, non ti preoccupare, ora pensa a dormire”; un’infermiera mi carezzò la testa e poi scivolai in un sonno profondo. Dopo ventiquattr’ore mi svegliai in un letto di terapia intensiva della rianimazione; il medico di turno e gli infermieri, con molta gentilezza e professionalità, mi misero al corrente della situazione. Rimasi in prognosi riservata per una settimana, prima di essere trasferito nel reparto di ortopedia. Ricordo che fin dai primi momenti dopo il risveglio in rianimazione, una specie di forza vitale si era impossessata del corpo e della mente. I pensieri erano tutti orientati alla vita, alla guarigione, alla voglia di ritornare a muovermi autonomamente e fare, il prima possibile, un bel tuffo nelle acque limpide della Feniglia. In tutti i giorni che si susseguirono, fatti di cure e di riabilitazione, non c’è mai stato un momento in cui abbia riservato un pensiero al fantasma della morte. Questa reazione vitale, frequente in molte persone politraumatizzate, non credo abbia a che fare con un meccanismo psicologico di difesa, con conseguente negazione della morte, non credo nemmeno che riguardi il coraggio o la forza d’animo di una persona, ma credo sia più legata a qualcosa di profondo, con radici che affondano in aspetti etologici, legate all’istinto di sopravvivenza e salvaguardia della propria specie.

Invece, durante il primo lockdown della primavera 2020, nessuna reazione vitale, anzi, giravo per casa con un profondo senso di inquietudine, uscivo solo per fare piccole commissioni ed essendo single avevo il piacere di vedere i miei figli solo poche ore la settimana, per cui sentivo la solitudine, il vuoto, la mancanza di un confronto, di un dialogo; facevamo lunghe telefonate, ma non era la stessa cosa. La giornata trascorreva cercando di leggere un buon libro o davanti alla televisione e con una certa frequenza mi capitava di incontrare il fantasma della morte che mi diceva: “Occhio Scali, se il covid-19 ti pizzica, non hai scampo, perché sei vecchio, soffri di asma, di bronchite cronica ed hai altre complicanze; rientri sicuramente fra quei soggetti che non ce la possono fare!”. In quel periodo mi fu chiesto di fare volontariato nei gruppi della Salute Mentale, ma rifiutai perché mi rendevo conto di quanto fosse difficile mettersi in relazione con gli altri se non si è capaci di prendersi cura di se stessi. Sdraiato sul divano del salotto vivevo momenti di profonda impotenza, mi sentivo impossibilitato a prendere qualsiasi iniziativa. Il top della paura giunse dopo quindici giorni: la mattina presto ero andato al supermercato perché avevo finito tutte le provviste ed ero stato costretto a fare quarantacinque minuti di fila al freddo, con un vento che, nonostante si fosse in primavera, sembrava proprio invernale. Gli effetti della frescata, della mattina al supermercato, si fecero sentire nel primo pomeriggio quando la febbre segnava già trentasette e mezzo e una serie di sintomi influenzali cominciarono a manifestarsi. Decisi di non prendere nessun antipiretico per monitorare l’evoluzione dello stato febbrile, andai a letto presto e in piena notte mi svegliai madido di sudore: la febbre era molto alta, ma non ebbi il coraggio di misurarla; mi cambiai la biancheria, il pigiama e feci di tutto per cercare di riaddormentarmi, ma purtroppo non ci riuscivo. Non saprei dire quante ore rimasi sveglio, so solo che, in pochi minuti, l’ansia si trasformò in paura e questa successivamente in angoscia. Mi giravo e rigiravo nel letto cercando di pensare a chi, oltre al medico di famiglia, mi avrebbe potuto aiutare, ma non trovavo pace fino a quando credo di essere crollato, addormentandomi. Al risveglio, per fortuna, mi sentivo abbastanza bene, misurai la febbre che era scesa a trentasette, chiamai il medico che mi dette i consigli del caso: controllare la febbre nella speranza fosse dovuta alla frescata e qualora si fossero ripresentati i sintomi richiamarlo per valutare sul da farsi, farmaco consigliato paracetamolo. L’ansia mi accompagnò tutto il giorno e riuscii a rilassarmi solo la sera, verso le sette, perché tutto era andato per il meglio e la febbre, fin dalle undici di mattina, era completamente scomparsa.

Ero contento per lo scampato pericolo, ma il disagio e l’inquietudine si sono protratte per giorni, per settimane. Due erano le cose che più mi mettevano in difficoltà: la prima era l’impossibilità di parlare con i miei figli, perché non convivevano con me, ma soprattutto perché non volevo farli preoccupare più di quanto non lo fossero già, vista la gravissima situazione in cui versava il nostro Paese. La seconda cosa che mi pesava come un macigno era il profondo stato di impotenza, il sentirmi incapace di poter intraprendere qualsiasi iniziativa, l’essere costretto a non fare niente, solo le normali azioni quotidiane: lavarsi, vestirsi, fare le piccole spese, mangiare qualcosa, leggere e mettermi in poltrona a guardare la televisione. In tutta la mia vita non avevo mai vissuto uno stato così totale di impotenza. Una mia amica infermiera, anche lei single, parlando del primo lockdown, mi disse: “Meno male sono stata costretta a lavorare, perché lavoravo con la paura di essere contagiata, ma almeno ero impegnata per otto/dieci ore al giorno; se fossi rimasta a casa, da sola, sarei sicuramente impazzita!” Questo suo ragionamento mi colpì molto, perché credevo di essere stato fortunato ad andare in pensione proprio pochi mesi prima della pandemia, ma riflettendo sulle parole della mia amica non so cosa fosse peggio augurarsi.

Per mesi mi sono chiesto perché avessi avuto una reazione così angosciante, quando in fondo, nella pandemia, facevo parte di quel gruppo di persone privilegiate che non doveva temere per il proprio reddito, visto che tutti i mesi la pensione mi veniva erogata dall’Inps. Inoltre, vivevo in un appartamento confortevole e potevo disporre di tutte le necessità senza il minimo sforzo. Riflettevo sul fatto che aver avuto mio figlio Francesco e la sua fidanzata, malati di covid e per giunta bloccati in un miniappartamento a Milano, con la ASL del tutto indifferente alla loro situazione, invece di aver peggiorato il mio stato d’animo lo aveva scosso, come un sonoro ceffone e, paradossalmente, sembrava che mi avesse fatto bene. Per mesi ho cercato, senza riuscirci, di trovare una causa o un motivo che giustificasse il senso di malessere provato, lo stato di angoscia che, metaforicamente, mi faceva venire in mente l’immagine di un uomo vestito con giubbotto salvagente che, disgraziatamente, cade in mare durante una traversata notturna e nessuno degli altri componenti dell’equipaggio si accorge dell’accaduto. La sensazione era quella di un uomo impotente, impossibilitato a nuotare perché privo di punti di riferimento verso cui dirigersi, impossibilitato a fare qualsiasi cosa tranne il lasciarsi trasportare dalle correnti, nella speranza che il sorgere del sole potesse portare qualcosa di buono.

Nel maggio-giugno, dell’anno scorso, la situazione del contagio migliorò per cui mi concessi il privilegio di trascorrere una bella vacanza al mare e quando si è ripresentata la seconda ondata della pandemia, pur profondamente dispiaciuto e amareggiato, sono stato in grado di affrontarla con uno spirito totalmente diverso. Le domande sul perché avessi vissuto in maniera così angosciante il primo lockdown continuavano a girare e rigirare nella mia mente, fino a quando non mi sono imbattuto nella lettura del libro di Gehlen “L’Uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo”[2], nel quale l’autore si chiede perché la specie Homo Sapiens domini il mondo; perché un essere che nasce incompleto, prematuro, privo di qualsiasi forma di specializzazione, infatti non possiede né vista, udito, olfatto particolarmente acuti, non possiede una corporatura particolarmente possente e agile e nemmeno una pelle coriacea o coperta da una confortevole pelliccia, dunque, come ha fatto un essere così vulnerabile a colonizzare tutto il globo terrestre? Su quali capacità ha potuto fare affidamento? Evidentemente questo essere così fragile ha delle risorse specifiche e delle caratteristiche che lo rendono profondamente diverso dagli altri esseri viventi.

La prima caratteristica che risulta essere la diretta conseguenza della sua vulnerabilità è che l’Uomo ha bisogno di cure, tantissime cure, molte di più di qualsiasi altro mammifero che viva sulla terra. La relazione di cura che l’adulto esercita sul cucciolo d’uomo, e il conseguente attaccamento che si instaura fra cucciolo e adulto, dà vita a un legame affettivo potentissimo che, nel bene e nel male, durerà per tutta la vita [3]. Tutto questo non avviene in nessuna altra specie animale. Inoltre, il legame affettivo nell’uomo supera la durata stessa della vita e prescinde dalle relazioni familiari, perché include la relazione con l’altro, la relazione con chi inizialmente gli è estraneo. In questa relazione il prendersi cura è reciproco e può produrre legami di amicizia ancora più forti dei legami di sangue. Un ulteriore aspetto significativo è il legame che si struttura con la propria comunità e con il luogo di residenza.

Credo che molte persone, nella loro vita, abbiano potuto constatare la soddisfazione che esprime un bimbo di pochi mesi quando prova la pulsione attrattiva verso un oggetto che luccica o che si muove sospeso sulla propria culla, spesso accompagnato dalla musica del carillon: il bimbo mostra un eccitamento che pervade tutto il suo corpo e le manine si protendono subito in avanti per afferrare l’oggetto e, qualora l’oggetto non sia all’immediata portata, protende tutto il corpo in un’azione orientata dove mani corpo e vista sono impegnate nell’azione stessa.

Sicuramente la sensibilità delle mani, la loro capacità di presa, forte e robusta, ma anche delicata e leggera, degli oggetti fragili o degli oggetti che richiedono morbidezza, rendono la capacità manipolativa, motoria e senso-motoria dell’uomo particolarmente spiccate.

Il cucciolo dell’Homo Sapiens costruisce la sua mente agendo e manipolando il mondo che lo circonda; dunque, oltre alla cura e al prendersi cura, l’azione, l’agire sulle cose per valutarne le peculiarità è un altro aspetto fondante e costitutivo della mente umana.

Inoltre, la statura eretta rende libere le mani rispetto ai possibili spostamenti, qualità che non troviamo nelle scimmie antropomorfe. Le mani libere e la statura eretta consentono una coordinazione ottimale fra vista e uso delle mani: in questo l’uomo è un essere veramente specializzato e non stupisce la sua capacità di usare le cose che lo circondano, come strumenti, utensili, manufatti utili al lavoro di trasformazione delle cose, di trasformazione del mondo.

Un ulteriore aspetto che marca la differenza fra l’uomo e gli altri esseri viventi è il linguaggio formale astratto e la produzione di simboli utili a descrivere e raccontare il mondo, utili a descrivere l’agire nel mondo, utili a descrivere la dimensione etica e estetica del suo mondo, del suo essere al mondo. Il linguaggio rende la dimensione sociale dell’uomo particolarmente ricca, favorendo un’infinità di possibilità relazionali e, di queste, particolarmente importante diviene la dimensione riflessiva e autoriflessiva rispetto al mondo, al proprio operato e all’operato dell’altro. In parole semplici, potremmo dire che attraverso l’interazione con l’ambiente e il dialogo con i propri simili l’uomo modifica, trasforma il mondo e contemporaneamente costruisce un’immagine della propria identità [4]. Infatti, gli animali, anche quelli più evoluti, come le scimmie antropomorfe, vivono nel mondo e sono determinati dai loro istinti che decidono il periodo dell’accoppiamento, della costruzione del nido, dello svezzamento e della migrazione. L’uomo, invece, non è condizionato da istinti che determinano il suo agire, non vive nel mondo come gli altri esseri viventi, ma lo abita e riempie il mondo delle sue abitudini, esercita un’azione continua sul mondo per renderlo utile alle proprie pulsioni, ai propri bisogni. L’azione trasformativa del mondo inizia agli albori della nostra era attraverso la costruzione di utensili, la capacità di manipolare il fuoco e l’invenzione dell’agricoltura, per poi, nel susseguirsi dei secoli, produrre tecniche e scienze sempre più raffinate e potenti.

Partendo dalla ricchezza degli studi antropologici di Gehlen, credo si possa affermare che l’essere umano abbia una doppia natura: da una parte è un essere naturale, che segue una crescita e una trasformazione guidata da aspetti biologici ed etologici specifici della propria specie, dall’altra è eminentemente un essere culturale che alimenta e sviluppa il proprio sapere trasformando il mondo e trasformando se stesso attraverso la sua capacità riflessiva e autoriflessiva sul proprio agire e sul modo di abitare il mondo.

Tutte le cose del mondo, dai minerali ai vegetali, dagli animali all’uomo, possono essere definite in maniera chiara e inequivocabile, ma esiste una differenza fondamentale fra tutti gli esseri del mondo e l’uomo: i primi possono essere solo come sono, mentre l’uomo è l’unico essere vivente che si progetta; infatti, solo nell’uomo si manifesta l’esistenza, l’uomo ex-siste attraverso il progettare e l’autoprogettarsi [5]. Solo l’essere umano anela e realizza la propria trascendenza attraverso un divenire trasformativo e generativo continuo, dove l’esistenza può realizzarsi nello sviluppo della propria soggettività seguendo l’indicazione socratica di conoscere se stesso oltre al mondo e che Heidegger chiama “autenticità” [6], oppure può perdersi nella maschera, nell’adesione acritica al conformismo sociale, rinunciando a sviluppare la propria soggettività, il proprio “Sé” [7].

Qualsiasi essere umano si presenta al mondo attraverso un’espressione di dolore, il pianto. Il comportamento del pianto è sicuramente innato e durante il primo mese di vita di un neonato, basta un rumore improvviso, un po’ più forte del solito, che il neonato reagisce contraendo tutto il corpo, per poi scoppiare in un dirotto pianto. Lo spavento, il trauma scatenano il pianto e, di contro, l’abbraccio rassicurante di chi si prende cura tranquillizza, rilassa, concilia la ripresa del sonno, concilia l’abbandonarsi al riposo. Solo dopo un mese di cure fatte di baci, carezze, abbracci, parole e suoni dolci, al neonato compare il sorriso, compare il comportamento del ridere che non è un comportamento innato, ma acquisito, strettamente legato alle cure amorevoli ricevute. Più ricche e appropriate sono le cure, più si facilita l’espressione del sorriso; più deficitarie e carenti sono le cure, più si ritarda l’espressione del piacere, della gioia espressa attraverso il comportamento del ridere, del muovere le mani e il corpo con movimenti eccitati e ritmici.

Heidegger individua due modalità di abitare il mondo: una emotiva, caratterizzata dalla paura e dall’angoscia, l’altra cognitiva, caratterizzata dalla comprensione del mondo e dalla possibilità di essere abitato [6]. La paura non va confusa con l’angoscia, come spesso viene fatto, interpretandola come un fatto quantitativo, ritenendola una specie di paura fortissima, una specie di terrore. La differenza dei due termini in realtà non è quantitativa, ma qualitativa, dal momento che nella paura, come nell’esempio del neonato spaventato da un rumore improvviso, c’è una minaccia esterna o interna, tipo un dolore del corpo, che crea sofferenza, che crea la paura che il nostro corpo o la nostra vita possa subire un danno: il nostro vivere è minacciato da qualcosa che ci fa paura. Nell’angoscia, invece, l’uomo vive la perdita di significato, la perdita di senso della propria vita [6] e se lo stato d’angoscia si protrae per lunghi periodi, la sofferenza diventa talmente dolorosa e pesante da sopportare, che può orientare alla ricerca volontaria della morte, al suicidio. L’angoscia determina una specie di estraniamento rispetto al mondo, a se stessi e al proprio destino nel mondo; è come se l’angoscia fosse il frutto della perdita di anelito alla trascendenza, alla possibilità del divenire; tutto diventa fermo, bloccato, statico, non ha senso l’agire e qualsiasi tipo di azione perché non si intravede nessuna possibile trasformazione di se stessi e della realtà che ci circonda. Non ha senso nemmeno immaginare il sogno, la speranza, perché l’angoscia pervade tutti gli ambiti dell’esistenza e getta l’uomo in un tempo di eterno presente, dove il passato evapora, perché ha perso il senso utile dell’esperienza, e il futuro non esiste, non è niente. Il vissuto dell’angoscia evoca il nichilismo più assoluto e l’anelito al nulla, alla morte [8].

L’altra modalità di abitare il mondo è quella della “comprensione”, che consente all’uomo di capire le cose e i fenomeni che riguardano il mondo, oltre al dar vita ai propri progetti, per poter creare cose utili a rendere più confortevole e piacevole l’abitare il mondo.

La riflessione sulla dimensione emotivo-affettiva, e la ricerca di dare un senso al proprio esistere, porta l’uomo a fare bilanci rispetto alle pulsioni creative e distruttive che lo abitano, porta a fare bilanci rispetto alla propria storia e a intravedere le possibilità future, le azioni future che favoriscono il divenire, il trascendere, il progettare.

Queste considerazioni mi hanno reso più chiaro l’origine del malessere vissuto e il suo perdurare per quasi tutto il periodo del primo lockdown (9 marzo-18 maggio 2020). Durante le epidemie più recenti, mi riferisco alla SARS-CoV-19, Ebola, ma anche alla comparsa dell’AIDS, il fenomeno pandemico dava la sensazione di essere circoscrivibile o a un’area geografica specifica più colpita, tipo Asia e Africa, o a gruppi di persone con comportamenti sessuali poco prudenti. Comunque, rispetto a queste pandemie, la maggior parte delle persone era in grado di sapere cosa fare per proteggersi, o perché la minaccia non riguardava le nazioni ricche e potenti, o quando le riguardava, come nell’AIDS, qualsiasi persona sapeva come agire o cosa fare. Passato il primo anno di panico che coinvolse, in particolare, tutte le comunità gay e l’area dei giovani che facevano uso di eroina, la conoscenza approfondita del virus dimostrò come il virus non avesse niente a che vedere con le problematiche di genere o fosse legato all’uso di sostanze stupefacenti, ma, al contrario, la sua diffusione fosse strettamente legata a rapporti sessuali promiscui, effettuati senza alcuna protezione e riguardasse tutta la popolazione, incluso il mondo sanitario delle cure ematiche. Credo sia chiaro a tutti quanto il contagio ematico dell’AIDS risulti molto più facile da contenere e combattere rispetto all’attuale contagio del covid-19, che si diffonde eminentemente per via aerea. Durante i primi mesi della pandemia, gli scienziati e i ricercatori non avevano ancora ben chiaro quale fosse la modalità privilegiata di diffusione del virus: era tanto tempo che non vivevamo una condizione di così profonda ignoranza rispetto a un organismo che si stava diffondendo con grandissima velocità e iniziava a produrre i primi quadri clinici gravissimi con frequenti decessi, in particolare, nella popolazione anziana. Quando fu deciso il lockdown, scelta rivelatasi a posteriori lungimirante e corretta, nessuno sapeva con sicurezza quando questa scelta avrebbe dato i frutti sperati. Tutti ci auguravamo che questo avvenisse il prima possibile, ma in quel periodo siamo stati settimane su settimane ad aspettare il calo degli indicatori della curva del contagio e il conseguente calo della mortalità e dei ricoveri ospedalieri.

L’alto indice di mortalità fra i medici e gli operatori sanitari amplificava enormemente il vissuto di paura ed era una chiara dimostrazione dell’inadeguatezza della risposta sanitaria e delle scienze mediche. La sottovalutazione della gravità pandemica, manifestata in alcune regioni d’Italia, Lombardia in primis, unita a una carente risposta sanitaria territoriale, ha favorito la corsa agli ospedali e al loro ingolfamento e se, a questo, si aggiunge una totale sottovalutazione dei rischi rispetto alla vita comunitaria nelle Residenze Sociali Assistite (RSA), non possiamo meravigliarci di essere fra i Paesi con il più alto indice di decessi nel mondo. In una situazione nazionale così difficile, molte persone, incluso il sottoscritto, cominciarono a toccare la morte con mano perché, sempre più frequentemente, morivano: amici, parenti, vicini di casa, colleghi di lavoro. Al dramma della morte e del dolore per la perdita di una persona cara si aggiungeva una dimensione che raramente vive un essere umano, ovvero l’impossibilità di accompagnare la persona amata al trapasso, l’impossibilità di toccarla, di vederla, di darle l’estremo saluto, di celebrare una funzione religiosa e di recarsi al cimitero. L’impossibilità di agire questi comportamenti e di attuare certi riti rendono il lutto particolarmente doloroso e angosciante. Il massimo di angoscia personale giunse quando la televisione mostrò le immagini dei camion militari che portavano via le bare dalla città di Bergamo, nella notte del 19 marzo. Ricordo di essere rimasto fermo, attonito, seduto sul divano davanti alla televisione, incapace di piangere e impossibilitato a condividere, con le persone amate, quella dimensione drammatica, mai vissuta e nemmeno lontanamente immaginabile. Mi sentivo come un uomo del tutto impotente, incapace di fare qualsiasi cosa, qualsiasi azione, qualsiasi progetto, un uomo in balia della quotidianità, che non poteva prendersi cura delle persone che amava e che, nemmeno, poteva permettere alle persone che lo amavano di prendersi cura di lui. In quel periodo era concesso solo fare qualche telefonata, uscire di casa per fare la spesa, mangiare un boccone, leggere un libro e vivere alla giornata. Anche gli animali vivono alla giornata e, nello scorrere del tempo, vivono con una sola preoccupazione: cacciare per non morire oppure non farsi cacciare per non morire. Però, un uomo che vive isolato, in una città che, di fatto, è diventata improvvisamente una città fantasma, in una casa trasformatasi in una tana dove ripararsi e proteggersi dai pericoli, che vive con l’unica preoccupazione di non farsi contagiare dal virus, un uomo che vive così non vive da uomo, ma da animale; un uomo che vive così, vive nel mondo, ma non lo abita, perché si nega la dimensione trascendente, creativa, progettuale e di condivisione relazionale con i propri simili. Quando nella vita di una persona capita di imbattersi in eventi tragici di questa portata, non ci si deve meravigliare né tantomeno vergognare di aver paura, di sentirsi a disagio, di soffrire, di provare un profondo senso di angoscia e di amplificare il proprio stato psicopatologico depressivo; tutte queste non sono altro che reazioni emotivo-affettive di adattamento. Certo, però, è anche nostro dovere cercare di trarre insegnamento rispetto a quanto è accaduto per fare in modo che nel prossimo futuro tutto questo non si ripeta e per correggere quelle storture che stanno nel nostro modello di sviluppo.

BIBLIOGRAFIA

1. Magnini S, Scali L (a cura di). Scritti al tempo della pandemia: i nostri vissuti fra storia, scienza e arte. Prato: APS-Aurora, 2021.

2. Gehlen A. L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo. Milano: Mimesis Edizioni, 2010.

3. Bowlby J. Costruzione e rottura dei legami affettivi. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1982.

4. Moscovici S. Le rappresentazioni sociali. Bologna: Il Mulino, 2005.

5. Galimberti U. Psichiatria e fenomenologia. Milano: Feltrinelli, 1999.

6. Heidegger M. Essere e tempo. Milano: Arnoldo Mondadori, 2006.

7. Heidegger M. Identità e differenza. Milano: Adelphi, 2009.

8. Galimberti U. L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Milano: Feltrinelli, 2007.