Giorgio Parisi, Ignacio Matte Blanco e il buio della mente

Luigi Cancrini1

Il progresso scientifico si muove su due tipi di movimenti solo apparentemente contrapposti: quello delle ricerche, che tende a verificare ipotesi già formulate, e quello preparato dai dati che esso non spiega, portando alla formulazione delle nuove ipotesi. Inevitabile all’interno di una comunità professionale percepi­re come rassicuranti e lodevoli le prime, come pericolosi e da osteggiare i secondi. Sceglieremo per questa rubrica, all’interno di una letteratura ormai vastissima e spesso ripetitiva sulla terapia, lavori del secondo tipo. Parlando di “idea nuova” ne supporremo sempre il significato propositivo. Sperando di dare un contributo al­lo sviluppo di una scienza realmente “riflessiva”: capace cioè, nel senso di Bateson, di comprendere se stessa nel campo della propria osservazione.

Scientific progress moves along two lines which are only apparently in contradiction: one belongs to research which aims at verifying hypotheses already for­mulated, the other being prepared from data which the hypotheses do not explain and leading to no formulation of new. Inevitable, for the professional community to perceive the former as encouraging and praise worthy and the latter as dangerous and hostile. For this section, a careful selection has been made from the literature on therapy, today very extensive and often repetitive, concerning works of the second type. Referring to a “new idea”, we will always take it as a proposal while at the sa­me time we hope to bring a contribution to the development of a really “reflexive” science: that is, capable, as Bateson says, of looking carefully into itself.

El progreso científico evoluciona en dos direcciones opuestas: una lleva a realizar investigaciones que tienden a verificar hipótesis ya enunciadas y la otra a reali­zar investigaciones que formulan nuevas hipótesis. Es inevitable que la comunidad de profesionales considere el primer tipo de estudios más confiables y elogiables mientras que los segundos, se consideren peligrosos y generadores de hostilidad. En esta sección han sido seleccionados solo trabajos del segundo tipo, dada la amplitud y a menudo la repetición de la literatura dedicada a la terapia. Al hablar de una “idea nueva” lo haremos siempre desde un punto de vista de propuesta, esperando poder contribuir al desarrollo de una ciencia realmente reflexiva que, en el sentido de Bate­son, sea capaz de auto observación.

In un bel libro [1] si interroga Giorgio Parisi, Nobel di quest’anno per la fisica, sul funzionamento del pensiero, sui rapporti fra conscio e inconscio, fra attività della mente di cui siamo consapevoli e attività che si svolgono al di fuori della nostra consapevolezza. Applicate al campo della ricerca nelle scienze dure, dalla matematica alla fisica, dalla chimica alla biologia, le sue osservazioni hanno convergenze importanti con quelle cui molti di noi sono arrivati lavorando nel campo delle scienze deboli, non sempre passibili, almeno a oggi, di verifica e di dimostrazione matematica.

L’analogia, come vedremo, è assai evidente e a me piace qui sottolinearla, anche perché Parisi nota efficacemente nel suo libro [1, pp. 90-91] il modo in cui le analogie fra fenomeni anche assai diversi che vengono alla mente nel campo vasto della ricerca scientifica possono avere e spesso hanno un valore “fertilizzante” per le discipline a cui fanno riferimento: come a noi terapeuti sistemici è spesso acceduto di verificare riflettendo sugli scritti di Gregory Bateson o di von Bertalanffy*.

Diamo la parola, ora, a Parisi:

«Da dove vengono le idee? Come si formano, nella testa di un fisico teorico come me? Quali tipi di procedimenti logici utilizziamo? Non intendo parlare esclusivamente delle grandi idee, quelle che modificano la storia dell’umanità, la storia del pensiero; voglio invece parlare di quella che è stata chiamata “microcreatività”, ovvero delle piccole idee di tutti i giorni, che nell’ambito scientifico sono cruciali per fare progressi. Per me un’idea è un pensiero inaspettato, sorprendente, assolutamente non banale.

Vorrei partire da Henri Poincaré e Jacques Hadamard. I due matematici, vissuti a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, hanno ripetutamente descritto i modi in cui nascevano le loro idee matematiche e hanno un punto di vista simile. Entrambi affermano che nella loro dimostrazione di un teorema di matematica si possono identificare più fasi.

• C’è una prima fase di preparazione in cui si studia il problema, si legge la letteratura scientifica, si fanno i primi infruttuosi tentativi di soluzione. Dopo un periodo che può essere compreso tra una settimana e un mese, questa fase si esaurisce in quanto non vengono fatti progressi.

• C’è poi un periodo d’incubazione in cui il problema viene abbandonato (almeno consciamente).

• L’incubazione termina di colpo con un momento d’illuminazione; questa avviene spesso in una situazione non correlata al problema che si vuole risolvere, ad esempio parlando con un amico, anche di argomenti non connessi.

• Alla fine, dopo l’illuminazione che indica le linee generali con cui affrontare il problema, bisogna fare effettivamente la dimostrazione. Questo può essere un periodo molto lungo: si deve verificare se l’illuminazione era corretta, se la strada è davvero percorribile, eseguire tutti i passaggi matematici necessari per esplicitare la prova.

Ovviamente ci sono casi in cui l’illuminazione si rivela sbagliata: assume la validità di passaggi che non si possono dimostrare. E allora bisogna ricominciare da capo.

La descrizione è molto interessante e suggerisce un ruolo prominente del pensiero incoscio. Anche Einstein era d’accordo su questo ruolo: infatti in varie occasioni ha sottolineato l’importanza che aveva per lui il ragionamento inconscio. Non ci sono dubbi che sia molto comune il procedimento di accantonare un problema difficile, far sedimentare le idee, affrontarlo a mente fresca e risolverlo. Il proverbio “La notte porta consiglio” esiste in tantissime lingue: Consiliis nox apta; Night is the mother of counsel; Die Nacht bringt Rat; Il est utile de consulter l’oreiller; Antes de hacer nada, consúltalo con la almohada (l’oreiller e la almohada sono il cuscino); La note xe la mare d’i pensieri» [1, p. 93].

L’idea della notte è importante, perché quando dormiamo l’inconscio lavora liberamente. Quello che è importante notare, però, è che l’inconscio è in attività anche durante il giorno. Einstein, ci ricorda Parisi, «sosteneva che l’essere completamente consci è un caso limite, che non avviene mai: nel pensiero c’è sempre una parte inconscia». Il che vuol dire in pratica che la nostra mente si occupa del problema che ci assilla anche quando pensiamo ad altro, facciamo altro, ci preoccupiamo di altro.

Di giorno e di notte, dunque il nostro inconscio lavora e non ci sono altri modi di spiegare come a volte (anche se non è sempre così, purtroppo...), dopo un periodo di vera e propria “incubazione”, esso ci mette di fronte (noi ci troviamo di fronte), in modo inaspettato, alla soluzione, inutilmente cercata dalla mente cosciente, di tale problema.

IL BUIO DELLA MENTE

Avevo intitolato al “buio della mente”, in un libro del 1987 dedicato alla grammatica e alla sintassi della psicoterapia [4], il capitolo in cui parlavo della necessità, per il terapeuta che ascolta, di fare appello, distraendo la mente dalle cose che il paziente gli porta, alle risorse del suo inconscio per arrivare a intendere il senso, il significato più profondo della comunicazione che riceve. Dopo aver riflettuto su quello che accade nella mente non consapevole del matematico di Musil, di Proust che riconosce il sapore delle madeleinettes e nel vortice dei processi mentali immaginato da Hofstadter per il suo modello di intelligenza artificiale, proponevo l’importanza del lavoro che l’inconscio può fare, per aiutarlo, allo psicoterapeuta che si confronta con l’illogicità e con la stranezza delle comunicazioni ricevute dal suo paziente. «Il buio della mente – scrivevo ragionando sul lavoro del terapeuta – va accettato. È il prerequisito della risposta giusta. Saperlo non basta, tuttavia, soprattutto finchè si è all’inizio della propria esperienza di lavoro. Un bisogno molto pressante per i terapeuti più giovani è quello, infatti, del controllo “razionale” dei propri ragionamenti e dei propri interventi» [4, pp.67-68].

IL PENSIERO INCONSCIO E LA BILOGICA DI MATTE BLANCO

Confrontiamoci di nuovo, a questo punto del nostro ragionamento, con riflessioni di Giorgio Parisi. Notando che noi abbiamo sempre bisogno di pensare usando parole, formulando frasi, egli si chiede se la mente può funzionare, senza che noi ce ne rendiamo contro, anche in altro modo.

«Formalizzare i pensieri attraverso le parole è estremamente importante; le parole sono potenti, si concatenano l’una all’altra e si attirano tra loro. Hanno in fondo la stessa funzione dell’algoritmo in matematica. Come l’algoritmo porta avanti quasi da solo il ragionamento matematico, così le parole hanno una vita loro, evocano altre parole, ci permettono di fare astrazioni, deduzioni, utilizzare la logica formale. Forse la formulazione conscia in parole del pensiero conscio è anche utile per ricordare quello che abbiamo pensato: se non formalizziamo i nostri pensieri attraverso le parole potrebbe essere più difficile ricordare.

Tuttavia il pensiero verbale deve essere preceduto da un pensiero non verbale. Quest’affermazione non è cosi strana se consideriamo che il pensiero è storicamente molto più antico del linguaggio: il linguaggio umano dovrebbe avere qualche decina di migliaia d’anni, ma resta difficile credere che gli uomini, prima del linguaggio, non pensassero (e anche che gli animali o i bambini piccoli, che ancora non parlano, non abbiano una qualche forma di pensiero).

Sfortunatamente è molto difficile capire che tipo di logica segua il pensiero non verbale, anche perché la logica fa riferimento al linguaggio ed è quasi impossibile studiare un pensiero non verbale utilizzando gli strumenti del linguaggio. Tuttavia il pensiero inconscio è cruciale per formulare idee nuove» [1, pp. 94-95].

Come funziona, tuttavia, questa particolare forma di pensiero che si sviluppa nel buio, al di fuori di un controllo cosciente? Scrive Parisi che «è quasi impossibile studiare un pensiero non verbale utilizzando gli strumenti del linguaggio», ma la risposta a quel “quasi” forse c’è se si tiene conto del percorso di ricerca portato avanti da Ignacio Matte Blanco, uno psicanalista cileno che si è posto questo problema negli anni ’70 del secolo scorso: con l’aiuto di una matematico della Sapienza, Lucio Lombardo Radice, di cui anche Parisi probabilmente ha frequentato i corsi e ammirato la capacità di collegare il rigore dello scienziato con la vastità dell’impegno culturale e politico. Il pensiero inconscio, secondo Matte Blanco, utilizza infatti una sua logica particolare e diversa da quella razionale di cui parliamo dal tempo di Aristotele; e le manifestazioni (o le costruzioni) della nostra mente sono molto spesso il risultato di una sovrapposizione (o di un continuo mescolarsi di due logiche diverse. Sottotitolato come “essay on bilogics”, il suo libro lo dimostra in modo affascinante e insieme assai convincente [5].

Alessandra Ginzburg lo riassume così:

«Utilizzando una chiave di lettura di tipo logico-matematico Matte Blanco aggiunge alle cinque caratteristiche dell’inconscio individuate da Freud (assenza di contraddizione e di negazione, spostamento, condensazione, assenza di tempo, sostituzione della realtà esterna con quella psichica) altre peculiarità fondamentali, quali la compresenza di contraddittori, la predominanza della relazione di somiglianza, la congiunzione di alternative. Tutti questi elementi distintivi vengono da lui visti come parte di un sistema logico coerente, anzi addirittura di un modo di essere che viene denominato simmetrico, come si è detto, a partire dal suo attributo più significativo, quello che consiste nel trattare come reversibili tutte le relazioni, anche quelle che in logica non possono essere considerate tali. Nella logica simmetrica, quindi se Pietro è padre di Giovanni, Giovanni può essere detto padre di Pietro. Sono appunto queste particolari proprietà e i loro corollari che impediscono l’accesso alla coscienza e che fanno definire a Matte Blanco l’inconscio come un modo di essere, ritenendo questa definizione più ampia di quella riferita ai principi logici del pensiero» [6, p. 6].

Sin qui Matte Blanco, che ci parla dell’esistenza di una logica, diversa da quella di cui ci rendiamo conto, che è la logica prevalente nel sogno, infatti, nel pensiero dei pazienti schizofrenici ma anche nell’inconscio di tutti noi. Quando studiamo il modo in cui lavora la nostra mente inconscia, in tutte queste situazioni, tuttavia, quello di cui ci rendiamo conto è che essa utilizza la logica simmetrica insieme a quella asimmetrica. Da Freud in poi, quando parliamo del sogno, infatti, o del modo in cui l’inconscio introduce delle incoerenze di comportamento (i lapsus) nella vita quotidiana di ognuno di noi [7], abbiamo imparato a considerare del tutto naturale il fatto che, al loro interno (all’interno del sogno, cioè o del prodursi di un lapsus), trovano applicazioni quel principio di simmetria e quel principio di generalizzazione che sono naturalmente esclusi dal nostro ragionamento cosciente. Quello con cui anche ci siamo confrontati, però, è il modo complesso in cui il nostro pensiero dimostra di saper raggiungere anche nel sogno, nell’atto mancato o nel lapsus alcune sue finalità riconoscibili in termini di logica razionale: c’è una logica nella sua apparente follia, infatti, quando esso maschera, per esempio, e tuttavia conserva (custodisce) dei contenuti (fatti, parole, pensieri o emozioni) che attivano o riattivano un’angoscia e che sarebbero dunque “scomodi” per la mente cosciente. In modo ugualmente “misto”, utilizzando tutte e due le logiche, d’altra parte, si comporta spesso il pensiero cosciente di cui Freud e l’analisi ci hanno insegnato quanto spesso le cose che pensiamo e diciamo siano “sovradeterminate” da motivazioni pulsionali non consapevoli che obbediscono, senza che noi ce ne rendiamo conto, alle regole della logica simmetrica.

Dobbiamo pensare a questo punto che il pensiero inconscio e quello cosciente utilizzano abitualmente una miscela di due logiche differenti. Con una differenza quantitativa e non qualitativa fra le due forme di pensiero perché lo spazio assunto dalla logica simmetrica è evidentemente molto più ampio per il ragionamento inconscio che usa in modo molto più libero il principio di simmetria e quello di generalizzazione, ma chiarisce bene la Ginzburg nel glossario del suo libro in cui «struttura biologica stratificata è la struttura dove i due modi co-esistono, in salute come in malattia. Anche quando non siamo di fronte ad una patologia, infatti solo la struttura bi-logica del nostro pensiero permette di osservare i prodotti mentali tenendo conto delle diverse porzioni di asimmetria e di simmetria che ognuno di tali prodotti contiene» [6, p. 251].

UN’IPOTESI SEMPLICE

L’ipotesi che possiamo fare a questo punto è relativamente semplice. Nel momento in cui siamo di fronte a un problema difficile e apparentemente irrisolvibile per la mente cosciente, affidarsi all’inconscio (al buio della mente) potrebbe permettere a quest’ultimo, infatti, di iniziare un percorso basato su un’utilizzazione della logica simmetrica più ampia di quella abitualmente consentita al ragionamento della mente cosciente: con l’aiuto, in particolare, del Principio di Generalizzazione (PG), quello per cui l’inconscio tratta una cosa individuale, persona, oggetto o concetto, come se fosse un membro o elemento di un insieme o classe che contiene altri elementi con cui essa viene scambiata o sostituita. Come accade continuamente nel sogno, nelle emozioni, nel transfert o nelle metafore senza virgolette dello “schizofrenese”**. La possibilità si apre, infatti, a questo punto, per l’inconscio cui la mente cosciente ha affidato la sua difficoltà (ci siamo detti che il ricercatore, lo scienziato è assillato/turbato dal problema che non riesce a risolvere) di sperimentare, nel buio della mente, tutta una serie, al limite infinita, di accostamenti nuovi, basati appunto sul PG, cui la mente cosciente accede con molta maggiore difficoltà. Poiché la mente inconscia utilizza il pensiero simmetrico, ma è in grado, al tempo stesso di esercitare un certo controllo, basato su una logica asimmetrica e sul principio di non contraddizione, quello che possiamo, tuttavia, pensare è che essa possa scegliere, fra tutti gli accostamenti permessi dall’utilizzazione del PG, quelli di cui riconosce o immagina (sente) il valore in termini di significato pertinente: trattenendoli in memoria e affidandoli poi alla mente cosciente.

Si rifletta, per rendersi conto della complessità di questo lavoro, sulla ricerca, in analisi, del significato di un sogno. Quello che emerge da tale ricerca, da Freud [8] in poi, è che l’utilizzazione della logica simmetrica (e del PG) permette di mascherare alcuni contenuti che la mente cosciente non può accettare. L’utilizzo della logica simmetrica, dunque, è governato da una regia, che spinge da una parte o dall’altra la trama del sogno, cercando di bilanciare, di volta in volta, la forza del desiderio dell’impulso e il bisogno di controllarlo: mantenendo l’equilibrio della persona.

L’idea che il sogno obbedisca a una logica che può essere riconosciuta (smascherata) dal sognatore sveglio è utile in realtà per spiegare fenomeni fra loro molto diversi. Ognuno di noi, dice Parisi, ne ha fatto una qualche esperienza incontrandosi al mattino con la soluzione di un problema che non aveva risolto prima di addormentarsi. A un livello di maggiore complessità, qualcosa di simile accade però anche a livello di produzione (o creazione) artistica.

A notarlo, proponendoci un’altra analogia assai interessante, è in particolare D.R. Hofstadter, uno studioso di intelligenza artificiale che ci parla dello “scrittore” che sta cercando di esprimere certe idee che possiede sotto forma di immagini mentali.

«Egli non è del tutto sicuro di come queste immagini si armonizzino fra loro nella sua mente e sperimenta, esprimendo le cose prima in un modo e poi in un altro; infine si ferma su una particolare versione. Ma egli sa da dove tutto ciò proviene? Solo vagamente. La maggior parte della sua fonte, come un iceberg, è immersa profondamente sott’acqua, non visibile, ed egli lo sa» [9, p. 774].

Anche lo scrittore, infatti, si rende conto solo vagamente del lungo lavoro per tentativi ed errori, svolto a livello inconscio da una mente “bi-logica”, che precede l’incontro con la formulazione che lui “sceglierà” sentendola come giusta in quanto più chiaramente in armonia con l’insieme complesso delle aspettative e dei bisogni di comunicare che costituiscono le premesse interne del suo scrivere.

La “scelta” di cui parla Hofstadter può essere considerata simile a quella dello scienziato che aderisce alla spiegazione che emerge dal lungo lavoro per tentativi ed errori del suo inconscio, riconoscendola in linea con il suo desiderio di risolvere il problema che lo sta tormentando? Io penso proprio di sì. Di che cosa è preoccupato, tuttavia, il regista occulto scegliendo e permettendo poi quella che sembra la scelta consapevole dello scrittore e del ricercatore?

A un certo livello, il discorso su quelle che noi sentiamo e pensiamo come “scelte” merita una riflessione di cui Hofstadter si occupa in modo particolarmente interessante [9, 4 pp.64-67]. Quello che è possibile pensare oggi tuttavia è che la regola generale cui si attiene il regista occulto sia, nel caso dello scrittore, e più in generale nella creazione artistica, una regola che ha a che fare con l’armonia e i principi individuati da Kant come fondamenti comuni dell’esperienza estetica.

Quella con cui ci possiamo confrontare ragionando sull’idea illuminante che emerge dall’inconscio del ricercatore, invece, è una regola che si collega all’armonia più in generale (e in vario modo misterioso) delle corrispondenze fra la logica formale delle parole e degli algoritmi (le parole sono, per il ragionamento, come gli algoritmi per la matematica, scrive Parisi) e la realtà dei fenomeni che osserviamo.

Ma il discorso si fa troppo complesso e trascende i limiti in cui questa riflessione deve essere invece contenuta.

* Della “fertilità” delle analogie ha dato ampia dimostrazione Gregory Bateson, in origine un antropologo, nel momento in cui si occupò di etologia e di psichiatria, studiando prima la comunicazione fra i delfini e poi quella caratteristica delle famiglie con un paziente schizofrenico: verificando che la comunicazione apparentemente incomprensibile del paziente schizofrenico era in realtà pertinente all’interno del suo sistema famigliare, il gruppo da lui guidato a Palo Alto diede in effetti un impulso di straordinaria importanza agli studi su questo terribile disturbo. Grande importanza ebbe ugualmente, per i terapeuti della famiglia, la riflessione di un biologo come von Bertalanffy sui sistemi aperti: offrendo loro la possibilità di utilizzare concetti come quello della equifinalità o del cambiamento per crisi, nati in contesti molto diversi, nel loro lavoro con quelli che fu possibile da allora considerare come dei veri e propri “sistemi famigliari” [2,3].

** Schizofrenese è, nelle osservazioni del gruppo di Bateson a Palo Alto, il linguaggio particolare del paziente schizofrenico in cui, secondo Matte Blanco, la logica simmetrica è abitualmente utilizzata.

BIBLIOGRAFIA

1. Parisi G. In un volo di storni. Milano: Rizzoli, 2021.

2. Bateson G. Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1977.

3. Bertalanffy L. Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Milano: Mondadori, 2004.

4. Cancrini L [1987]. Psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Carocci Editore, 2002.

5. Matte Blanco I [1975]. The Unconscious and Infinite Sets. trad. Il. L’inconscio come Insiemi Infiniti. Torino: Einaudi, 1981.

6. Ginzburg A. La stoffa di cui sono fatti i sogni e le emozioni. Roma: Alpes, 2020.

7. Freud S [1902]. La psicopatologia della vita quotidiana. DSF vol. 4. Torino: Boringhieri, 1966.

8. Freud S [1901]. L’interpretazione dei sogni. Torino: Bollati Boringhieri, 2011.

9. Hofstadter DR [1979]. Godel, Escher e Bach: un’eterna ghirlanda brillante. Milano: Adelphi, 1984.