Il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale compie cinquanta anni

Francesco Colacicco1 intervista Luigi Cancrini2

1Didatta del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, direttore dell’Istituto Dedalus, Roma.

2Presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, Roma.

PROLOGO

La terapia familiare nasce negli anni Cinquanta in America, innestandosi sul filone robusto della psicoterapia psicoanalitica relazionale. Il discorso di Freud era stato elaborato già in precedenza da H.S. Sullivan all’interno di una teoria e di una pratica che mettevano l’accento sulla interdipendenza dei comportamenti umani e sulla necessità di lavorare a livello del contesto interpersonale di appartenenza per ottenere modificazioni significative di tali comportamenti. Dopo le inevitabili incomprensioni del primo periodo, si può oggi affermare che la tradizione scientifica dei moderni terapeuti familiari fa riferimento prima di tutto alla lezione di Freud sul dinamismo psichico sottostante al manifestarsi del sintomo e, successivamente, alla riflessione sistemica sulla interdipendenza dei comportamenti [1].

«[…] Per inspiegabili motivi, intorno agli anni Cinquanta un certo numero di terapeuti iniziò a occuparsi di intere famiglie, spesso senza essere a conoscenza di tentativi simili da parte di altri ricercatori. Molti non scrivevano per riviste specializzate né partecipavano a convegni e il loro lavoro era quindi conosciuto, se pure lo era, soltanto a una ristretta cerchia. Stranamente, anche dopo una decina d’anni, molti terapeuti della famiglia, con alle spalle anni di esperienze di questo tipo, non si erano ancora incontrati» [2].

«I rapporti fra psicoanalisi e terapia della famiglia sono, fin dal principio, complicati e controversi. Accanto a terapeuti familiari che non esitano a dirsi, con orgoglio, psicoanalisti, c’è una maggioranza che proclama la propria irriducibile alterità. Comunque, la psicoanalisi è, per la terapia della famiglia, il terreno di coltura, la condizione necessaria della sua stessa esistenza. Il movimento psicoanalitico, nel corso della sua storia, ha prodotto idee, oltre che prassi di lavoro, che si avvicinano a ciò che intendiamo attualmente quando parliamo di terapia familiare» [3].

Fino agli inizi degli anni Sessanta, la terapia della famiglia era una “cosa” tutta americana [4]. Fra i pochi europei che andarono negli USA a formarsi ci fu il tedesco Helm Stierlin, che dopo aver letto le opere di Sullivan decise di trasferirsi allo Sheppard Enoch Pratt Hospital, dove Sullivan aveva lavorato con i pazienti psicotici. Nel decennio successivo anche noi italiani andammo ad apprendere la terapia familiare attraverso l’insegnamento vivo dei suoi fondatori: «[…] All’interno di un clima molto diverso da quello che si viveva negli Stati Uniti però perché da noi era in atto la rivoluzione di Franco Basaglia e perché particolarmente grave fu qui la crisi di identità dello psicoanalista solo parzialmente formato che si disperava per la distanza tra i discorsi letti sui libri e la pratica della psichiatria e che non riusciva a provare piacere nei riti celebrati dai personaggi sempre più stanchi, defilati e depressi dell’Istituto di psicoanalisi. Trovando entusiasmi terapeutici nuovi nel contatto con i libri di D.D. Jackson e con l’insegnamento vivo di Paul Watzlawick, Jay Haley e Sal Minuchin» [5].

LA STORIA DEL CENTRO STUDI DI TERAPIA FAMILIARE E RELAZIONALE DI ROMA ATTRAVERSO LE PAROLE DEL SUO FONDATORE, LUIGI CANCRINI

Il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale compie cinquanta anni.

Ne parliamo con Luigi Cancrini. Un’intervista appassionata, piena di riferimenti storici, ricca di contenuti. Il racconto che fa Luigi, che ho avuto il piacere di intervistare, è avvincente. Parla del passato, di questo mezzo secolo, e ascoltandolo ti riempie di entusiasmo.

È una bellissima intervista rilasciata a La notte stellata (la rivista di psicologia e psicoterapia dell’Istituto Dedalus) [6]. Luigi si concede, parla con lo slancio e il trasporto che lo hanno sempre caratterizzato e io ne “approfitto”, lo lascio parlare senza porgli limiti di tempo. Lo ringrazio per la generosità, per il regalo che ha voluto farci e con lui concordo di suddividere l’intervista in due capitoli.

Nella prima parte (p. 3) ci racconta quando e come nasce il Centro Studi. Illustra il suo indirizzo culturale, la tradizione scientifica, il contributo originale allo sviluppo dell’approccio sistemico e relazionale. Narra del lavoro con le famiglie psicotiche, affette da tossicomanie e disturbi alimentari. E poi l’intervento a Palermo, le famiglie dai tanti problemi, le infanzie infelici. L’incontro con Basaglia, con Haley, Minuchin e la Benjamin.

Chiude questo capitolo con un discorso sulle prospettive della psicoterapia contemporanea, sull’unità della psicoterapia. Discorso avviato fin dai tempi di “Grammatica e sintassi”5, sulla ricerca delle costanti in terapia.

Nella seconda parte (p. 13) rievoca come è nato in Italia il riconoscimento delle scuole di psicoterapia. Parla delle nostre sedi e di come il Centro Studi ha promosso lo sviluppo delle associazioni delle scuole sistemiche e relazionali. Illustra l’organizzazione del Centro e il nostro modello formativo, spiegando come effettuiamo la supervisione diretta e quella indiretta.

Torna sul rapporto tra psicoterapia e politica, partendo dalla sua esperienza personale. Dice la sua sulla guerra sostenendo che «noi terapeuti siamo quelli che si occupano degli individui, delle loro vicende. Tra noi e la guerra c’è incompatibilità».

Conclude l’intervista con un consiglio ai “naviganti”, ai terapeuti più giovani e a quelli meno giovani: stare attenti ai propri limiti. Il nostro è un gran bel lavoro, ma difficile e impegnativo. Dobbiamo sempre misurarci con i limiti dell’essere umano.

Quella che segue è la trascrizione dell’intera intervista, che La notte stellata ha deciso di pubblicare in due parti, sui due numeri di quest’anno [6].

PRIMA PARTE

Nascita, crescita del Centro Studi e nuovi sviluppi della terapia familiare, sistemica e relazionale

Colacicco: Ciao Luigi, sono veramente contento di poter fare questa intervista con te e cominciare a festeggiare i 50 anni del Centro Studi. Una specie di nozze d’oro tra Lady Psicoterapia e Mister Centro Studi. Sembra veramente un matrimonio d’amore…

Raccontaci del Centro Studi, di quando e come nasce, il suo indirizzo culturale, la tradizione scientifica…, quale contributo originale ha dato all’approccio sistemico e relazionale.

Cancrini: Siamo nel ’72. Ma in realtà la targa del Centro Studi l’abbiamo messa a via Val di Cogne già dal ’71. Il ’72 è l’anno in cui andiamo davanti al notaio e facciamo il riconoscimento dell’Associazione. Nel ’71 quello che era accaduto è che una parte dei ricercatori che avevano partecipato allo studio fatto per la Fondazione Agnelli, Fattori Sociali e Familiari della Tossicodipendenza degli Adolescenti decide di aprire uno spazio per vedere queste famiglie. Nel corso della ricerca eravamo arrivati a suddividere le situazioni degli adolescenti, dei giovani tossicodipendenti, in due grandi categorie: quelli che avevano una famiglia convocabile e con la quale si poteva lavorare, con molte possibilità in più per aiutarli seriamente, e quelli invece che venivano da famiglie ormai completamente disgregate, più lontane, non raggiungibili. Con i ricercatori quindi decidemmo di suddividere i fondi restanti, quelli con i quali avremmo dovuto pagarci la ricerca, in due investimenti: uno per l’affitto del locale dove cominciammo a fare la terapia familiare e l’altro, invece, per aprire una comunità, una piccola comunità per i ragazzi che erano senza casa, senza tetto, senza famiglia (anche questa in un appartamento in affitto, vicino a piazza Bologna). Il team di ricerca si suddivise così in due gruppi, il gruppo dei terapeuti che lavoravano a via Val di Cogne e il gruppo degli operatori un po’ più coraggiosi, che si impegnavano in un lavoro più pesante e difficile. Erano tempi in cui la legge che prevede il diritto alla cura dei tossicodipendenti non era ancora nata. Anzi, io credo che quello che noi facemmo allora diede un notevole impulso al fatto che il diritto alla cura venne poi riconosciuto… Far andare avanti queste operazioni era difficile; in particolare, quello della comunità fu un piccolo tentativo che durò 7-8 mesi. Avevamo un accordo con il RUD [Raggruppamento Unità Difesa] dei Carabinieri e con il Ministero della Sanità che ci aveva permesso di partire, ma il commissariato di zona a un certo punto ci disse anche che dovevamo chiudere perché i problemi erano troppo grandi. Problemi suscitati da una contraddizione di fatto: offrivamo cure a persone che, detenendo droghe, erano invece passibili di arresto, di processi con condanne obbligate, perché all’epoca bastava una detenzione a qualsiasi titolo per essere condannati. Quindi l’esperimento comunità si esaurì in breve tempo. Fu vissuto molto drammaticamente da tutti quanti. Mentre l’esperienza fatta nel centro di terapia familiare andò a meraviglia, le famiglie cominciavano a venire. Poi ci fu anche una coincidenza interessante, che ci aiutò molto: la RAI, in particolare nella persona di Sergio Zavoli che si interessò a queste cose che facevamo e nella trasmissione TV7, che ci dedicò un servizio. Zavoli mi chiese aiuto per trovare delle testimonianze. Ci fu una intera serata fatta su un unico canale, allora, della RAI. Questa trasmissione, che tra l’altro ogni tanto danno ancora adesso, fu realizzata da un grande giornalista come Zavoli. Furono affascinati da questo nostro tentativo e dopo il grande servizio se ne immaginò un altro sulla terapia familiare. Che cos’era la terapia familiare da presentare su TV7? C’era allora una RAI molto diversa da quella attuale. Bernabei era il grande capo e i testi dell’intervista che Zavoli ci fece, prima di essere presentati su TV7, furono visti e approvati parola per parola da Bernabei. Zavoli mi convocò per un pranzo in cui mi disse quali erano le frasi che non potevamo dire: per esempio la parola “sociale” era un po’ ardita. Comunque, il servizio andò in onda e per realizzarlo ci aiutarono a mettere in piedi la sala con lo specchio unidirezionale che montammo a via Val di Cogne, dove furono girate alcune scene. Lo specchio era della RAI, che poi ce lo lasciò.

Colacicco: Abbiamo così ricostruito la storia della prima stanza di terapia familiare, con il classico setting: lo specchio, il citofono, l’impianto di videoregistrazione. Fantastico!

Cancrini: Sì, il primo specchio unidirezionale ce lo diede la RAI. È stato interessante. E anche quella prima trasmissione fu bella. La terapia familiare balzò agli onori della notorietà, fu un riconoscimento a livello del grande pubblico. La televisione, allora, attraverso un suo unico canale, esercitava una influenza importante.

Colacicco: Questa esperienza in Italia, che tu cominci a costruire insieme al tuo gruppo, segue il periodo in cui vai negli Stati Uniti?

Cancrini: No, quello viene dopo, nel 74.

Colacicco: Raccontaci un po’ dell’incontro con gli americani…

Cancrini: Io avevo la fortuna di agire contemporaneamente sia con il Centro Studi che con l’Università. Allora ero assistente universitario e avevo un ruolo nell’Unità Esterna dell’Istituto di Psichiatria, a viale di Villa Massimo. Cominciammo a fare degli inviti. Watzlawick fu uno dei primi a venire perché il suo libro, “Pragmatica della comunicazione umana” [7], era stato da noi studiato e un po’ divorato in lunghe serate. Già nel primo anno di riunioni ci vedevamo la sera, ognuno di noi aveva la sua attività. Poi la sera c’era la passione. Due, tre volte a settimana ci incontravamo nel Centro Studi, vedevamo le famiglie… E poi le discussioni infinite e tutti insieme a leggere “Pragmatics of human comunication” che ancora non era stato tradotto. C’era Gianni Fioravanti, che adesso non c’è più, che conosceva bene l’inglese, meglio di tanti di noi, che traduceva a vista. Discutevamo sull’inevitabilità della comunicazione e dei teoremi della comunicazione. Diciamo che era un tempo quasi da carbonari, queste riunioni di sera, con la pizza e l’aranciata. Era vicino a casa mia, io facevo sempre tardi. È stato un tempo veramente meraviglioso. Tu mi chiedevi prima dell’originalità del progetto. Eravamo un gruppo allora molto politicizzato. Gran parte dei partecipanti: mia sorella Grazia, Gianni Fioravanti e Maurizio Coletti erano stati impegnati nel movimento studentesco. Alcuni di loro non erano ancora laureati: il principio del no professional… e questo impegno politico si collocava all’interno di quella che era la vicenda, in quegli anni, sempre in primo piano sui giornali. Anche qui per merito di Sergio Zavoli, l’Espresso, sempre di questi giornali progressisti. “L’istituzione negata” di Basaglia uscì nel ’68 [8] e, negli anni ’72-’73, il dibattito era molto forte tra i sostenitori della necessità di superare gli ospedali psichiatrici e quelli che resistevano su antiche posizioni. Il nostro discorso sulla terapia familiare si collocava dentro a tutto questo. Eravamo chiaramente dalla parte di quelli che volevano superare gli ospedali psichiatrici, però avevamo anche l’idea che portare il paziente fuori dall’ospedale psichiatrico, o evitare che ci entrasse, doveva significare anche dare risposte diverse, qualificate, positive nell’ambito del suo luogo di provenienza, quindi della sua famiglia, il luogo sociale di riferimento. La terapia familiare noi la vedevamo come un corollario naturale del superamento dell’ospedale psichiatrico. Come principio culturale dicevamo che la persona che andava dentro un manicomio non era più pazza di quelle che restavano fuori, così come scrivevano sui loro cartelli i matti di Basaglia. D’altra parte però davamo anche importanza a tutta una serie di polemiche che erano legate ai problemi proposti dalle deistituzionalizzazioni. Tutte le volte che Basaglia mandava fuori i suoi pazienti c’erano polemiche nei paesi in cui questi arrivavano, tra Gorizia e Trieste, e naturalmente questo chiedeva un grande impegno. Mi ricordo quando Franco Basaglia mi diceva che a suo carico c’era presso diversi tribunali italiani un enorme numero di cause per persone che aveva fatto uscire, che poi costituivano un grande peso, oppure avevano compiuto atti criminali. Problemi a tanti livelli. Ecco, quello che noi pensavamo è che sarebbe stato importantissimo intervenire con strumenti nuovi. Alcuni dei basagliani, tra cui Giovanni Jervis e tanti altri che lavoravano sul territorio… Marsi ad Arezzo, Jervis a Reggio Emilia. Quando un paziente usciva dall’ospedale psichiatrico, che allora era a Modena (era interprovinciale, Modena - Reggio Emilia), usciva dall’ospedale per tornare in un piccolo paese e l’attività del Centro di Salute Mentale di Jervis era quella di mobilitare il paese: c’era un’assemblea cittadina ad accoglierlo. Noi pensavamo che questa fosse sicuramente una cosa importante, però pensavano anche che l’assemblea cittadina non vivesse con il paziente, con i suoi problemi, ma la famiglia sì. Era importante aiutare la famiglia. Abbastanza stranamente questo tipo di discorso non veniva accettato dagli psichiatri basagliani. Lui sì. Franco aveva stima del lavoro che facevamo, venne a viale di Villa Massimo ad assistere dietro lo specchio a una terapia familiare di un ragazzo autistico grave a restò con noi a discutere. Lo vedeva come importante, però molti dei suoi seguaci non avevano questa posizione. Noi cercammo una alleanza con Jervis, andammo a vedere il lavoro che faceva… E poi c’erano due allieve, Maria Ponzi e Giovanna Todini, medici, che lavorarono con lui per un certo tempo, e una terza, la Cogliati, che andò a Trieste con il fratello che lavorava con Franco. Erano medici che avevano fatto la tesi con me su queste tematiche, fondamentalmente di collegamento sulle tecniche di terapia familiare e relazionale e la rivoluzione politica della psichiatria. Quindi la caratterizzazione più forte del gruppo, secondo me, in quegli anni della sua fondazione, è quella di vivere come non solo collegate, ma profondamente unitarie le ragioni della politica e quelle della terapia.

Colacicco: Il rapporto con la psicoanalisi in quegli anni?

Cancrini: Il rapporto con la psicoanalisi in quegli anni è meno forte di quanto sarebbe stato successivamente. Io venivo da un’esperienza psicoanalitica che portavo avanti dentro di me e lo sforzo di conciliare era notevole. In quel periodo, per me fu molto importante il fatto che la mia analisi personale didattica, come si diceva a quel tempo, continuasse. Nel ’72 andavo da Ignacio Matte Blanco. Credo ancora 4 volte a settimana, poi diventarono 3. La mattina prestissimo, alle 7,45 arrivavo a via dei Colli della Farnesina.

Colacicco: Eri un paziente molto motivato, alle 8 di mattina vanno in terapia i “migliori”.

Cancrini: Sì, tre volte a settimana, e la quarta alle ٢ del pomeriggio, nell’intervallo di pranzo. Il pranzo lo facevo allo Hungaria, mangiando un panino.

Colacicco: Lo Hungaria, per chi ci legge, è uno storico bar di piazza Ungheria, a Roma.

Cancrini: … E far tardi la sera e presto la mattina. Era una fase di iperattività maniacale. Dal punto di vista del rapporto con la psicoanalisi, la cosa molto importante per me fu che Matte Blanco era d’accordo con quello che facevo, era molto incuriosito e mi spingeva a continuare. A un certo punto volle che io raccontassi quello che vedevo in terapia familiare all’Istituto di Psicoanalisi di via Salaria. Al Seminario, però, dei didatti anziani c’era solo lui, la gran parte degli analisti didatti… Tagliacozzo, Geringer e Soavi, erano ancorati a una visione ortodossa, un po’ settaria della psicoanalisi. Tutte queste ansie di novità non le coglievano. Era una posizione un po’ strana allora la mia. Una parte dei miei coetanei che erano in analisi didattica maturò una scontentezza nei confronti dell’ortodossia di via Salaria, che sfociò in una rivolta: uscirono tutti insieme dall’Istituto, scrivendo un libro. Uno degli autori fu Massimo Fagioli e con lui Nicola Lalli, Giorgio Sassanelli e altri. Il meglio degli allievi uscì, io invece no, finii il mio training, cominciai a fare anche le supervisioni. Poi semplicemente ho staccato, ma senza clamori, perché, secondo me il discorso non era andare contro la psicoanalisi, così come veniva gestita, ma cercare di prendere il buono e tenerselo per sé, però dentro. Non c’era molto spazio per spiegazioni psicoanalitiche quando lavoravamo con le famiglie. Cercavamo altri punti di riferimento. Quindi diciamo che, nella vulgata della terapia familiare del tempo, la psicoanalisi era vista come il vecchio da cambiare. C’era la polemica anti-psicoanalitica, per esempio quella di Jay Haley, piena di ironia; anche Watzlawick criticava la tendenza psicoanalitica volta a ottenere, diceva lui, che aveva seguito una psicoterapia junghiana, una persona perfetta, senza più scarti emozionali o cambiamenti di umore, una specie di umanità particolare. Dentro la terapia familiare la polemica contro la psicoanalisi era un po’ l’eco di quello che stava succedendo negli Stati Uniti: anche lì l’ortodossia psicoanalitica rifiutava le nuove idee e il potere degli psicoanalisti negli ambiti culturali era molto forte e i terapeuti familiari erano in lotta contro la psicoanalisi. Qui in Italia avevamo altre cose da fare, collocarci accanto alle lotte contro l’esclusione psichiatrica, questo era il riferimento per me e il nostro gruppo.

Colacicco: Hai cominciato il tuo racconto parlando dell’esperienza con i tossicomani. Raccontaci ora come ci siamo mossi. Noi abbiamo lavorato molto in ambito pubblico, a differenza anche di altre scuole del nostro stesso approccio. Ci siamo sempre caratterizzati molto per lo sforzo di stare in ambito pubblico… E come si arriva poi alle infanzie infelici. Il lavoro tuo più recente.

Cancrini: C’erano i tossicomani ereditati dalla ricerca. Però io lavoravo nell’Istituto di Psichiatria e quindi vedevo pazienti anche molto diversi e l’affascinamento era sui disturbi schizofrenici. In queste situazioni il lavoro di terapia familiare, secondo quanto ci insegnavano gli americani, era di fondamentale importanza. Il caso che fu “girato”, sempre con le dovute precauzioni, al tempo della trasmissione sulla terapia familiare con Zavoli non era sulle tossicodipendenze, ma su un disturbo schizofrenico. Poi cominciammo a vedere i bambini. La terapia familiare, importata dagli Sati Uniti, riguardava i disturbi psicotici e i problemi dei bambini. Il gruppo di Bateson a Palo Alto, con Jackson e Haley si occupava soprattutto di disturbi psicotici; mentre Minuchin e Ackermann erano neuropsichiatri infantili e parlavano dei disturbi dei ragazzini e degli adolescenti. Il discorso sui tossicodipendenti per noi è il punto di partenza concreto. Anche se, chiaramente, da allora in poi ce ne siamo sempre occupati, non era l’oggetto fondamentale del nostro lavoro: è stato un punto di partenza. Tu poi lo sai, io ho lavorato a lungo anche con le comunità per tossicodipendenti, vedo ancora pazienti con questo tipo di problema e le loro famiglie. Però sin da subito nel Centro Studi noi vediamo anche gli altri due “capitoli” della terapia familiare: i disturbi psicotici e le difficoltà dei bambini, dei ragazzini, delle famiglie che non ce la fanno coi loro bambini. Cominciammo, per esempio, a vedere molto in terapia familiare i disturbi del comportamento alimentare, seguendo le indicazioni classiche di terapia familiare e l’insegnamento, in particolare, di Mara Selvini. C’era tanta letteratura. Insomma, il fatto di essere dentro l’Università e l’Istituto di Psichiatria assicurava una varietà di incontri con situazioni diverse. Inizialmente abbiamo avuto un affascinamento verso i disturbi schizofrenici, sicuramente è stato così. Poi dipendeva dagli ospiti che invitavamo: nel ’72, nel ’73 e nel ’74 invitiamo Watzlawick, Jay Haley e Minuchin. Sono tre grandi personaggi che vengono, stanno con noi dei giorni e ci insegnano, fanno terapia con noi. Noi facevamo l’invito e li pagavamo per l’insegnamento che ci facevano al Centro Studi, però facevo anche uscite pubbliche per l’Istituto di Psichiatria che pagava il loro viaggio. Era una situazione bella, usavamo l’Università per ottenere una diffusione dell’incontro. Usavamo invece la nostra struttura per sapere come si faceva questa psicoterapia. Nel ’74 poi sono andato a Philadelphia ospite di Minuchin. Sono stato lì due settimane, un po’ meno, perché poi mia moglie è stata male e ho dovuto accelerare il ritorno. Lì, nella Philadelphia Child Clinic c’era lui, con Haley, che si era staccato da Palo Alto, così anche lui, lavorando con Minuchin, si occupò di famiglie, con adolescenti, bambini e giovani adulti.

Colacicco: Stai parlando di Minuchin, del lavoro con le famiglie, con i bambini e gli adolescenti. La memoria mi porta a Palermo. L’esperienza fatta insieme… È stata un’esperienza fondante, di base e fondamentale per la mia formazione. Eravamo anche lì partiti per un progetto, un progetto per la città di prevenzione sulle tossicodipendenze; poi aprimmo il centro per l’infanzia, il lavoro sui minori. Spiegaci un po’ come nasce questo collegamento dal punto di vista delle cose da fare, del lavoro, perché lì c’è stata un’impronta geniale da parte tua che ha permesso di mettere in piedi una attività straordinaria, non solo sul piano della clinica. Un aiuto molto forte a queste famiglie ma anche di insegnamento su come fare formazione. Ancora oggi ci sono molti colleghi che lavorano in quella città. Non solo, quel progetto lo esportammo anche in altre città d’Italia, l’esperienza che poi hai fatto nella città di Barcellona. Raccontaci un po’ quegli anni lì, che a me sembrano degli anni davvero importanti.

Cancrini: Siamo nell’anno ’89. Succedono un po’ di cose. Il Centro Studi ormai è una realtà consolidata con tutte le sue sedi in diverse parti d’Italia, i suoi didatti, la sua struttura, che poi sarà riconosciuta ufficialmente nel ’94, in forza della legge che nel frattempo Ossicini era riuscito a far nascere sul riconoscimento dell’insegnamento della psicoterapia e sulle scuole di psicoterapia. In quel periodo avevo continuato a essere attivo politicamente e rispetto alle tossicodipendenze, dopo che era stata approvata la legge che sanciva il diritto alle cure, era rimasto un fronte di battaglia politica abbastanza impegnativo. Quando arriva al governo Craxi, che propone una controriforma sulla legge delle tossicodipendenze, arriviamo a uno scontro forte politicamente tra lui e Berlinguer, socialisti e comunisti. Il tema delle tossicodipendenze diventa importante, perché il governo Craxi propone ufficialmente una legge che torna indietro rispetto a quella del ’75. In quella fase Occhetto mi chiede di partecipare al “governo ombra”, governo ombra dell’allora PDS (ci sono state tante trasformazioni, il PCI è diventato PDS) e quindi assumo una posizione importante su questo fronte. Divento bersaglio di attacchi molto forti da parte dei socialisti, in particolare l’Avanti era pieno di attacchi, anche personali. Ma questo conta poco, quello che conta invece è che Leoluca Orlando, sindaco della “primavera palermitana”, decide di mettere in piedi un progetto per la prevenzione delle tossicodipendenze (questo, sicuramente, anche all’interno di una sua valutazione più politica riguardo al rapporto con il mio partito). Io vado a Palermo, studio la situazione dei servizi, conosco persone, poi però mi rendo conto del fatto che la caratteristica principale di Palermo è quella che non ci sono servizi che riguardano i minori. Non ci sono assistenti sociali a Palermo. Ce ne sono solamente due ma lavorano negli uffici. Quando il Tribunale dei Minori chiede l’indagine psicosociale sul minore per i suoi provvedimenti manda le carte al Comune, il Comune le manda alle ASL, le ASL le rimanda al Comune dicendo: “non è di nostra competenza”. Il Comune non fa niente e il Tribunale dei Minori non riceve nulla. Questa situazione un po’ paradossale dell’Italia di quegli anni mi sembra che debba essere un punto di riferimento e dico a Orlando, nel consiglio comunale di Palermo, che se volete fare prevenzione sulla tossicodipendenza dovete lavorare sulle situazioni di infanzia trascurata, infelice, sbagliata. Perché si diventa tossicodipendente, si corre il rischio di diventare tossicodipendente se si proviene da un’esperienza personale di questo tipo. Questa è, dal punto di vista culturale, una innovazione profonda. Quello che io propongo è un progetto in cui si lavora per cogliere il disagio dei bambini che in una città, come quella di Palermo, è sì un disagio personale di alcuni bambini ma, soprattutto, un disagio sociale.

Colacicco: Un disagio da intercettare il più precocemente possibile.

Cancrini: Sì, un disagio da intercettare il più precocemente possibile. Tu c’eri, ti ricordi bene. Quello che noi facciamo è istituire dieci punti di ascolto per le famiglie, per le situazioni in difficoltà, nei quartieri più disagiati di Palermo, dallo Zen… Sono dieci quartieri. Credo che lì, tra l’altro, c’è una cosa, secondo me bellissima, da insegnare, perché noi partiamo dall’idea che è molto relazionale, che è quella di attivare risorse, non portare soluzioni. Nella ricerca delle sedi in questi dieci punti noi mandiamo piccole équipe di 3 persone nei quartieri scelti e loro debbono trovare le sedi, mettendosi in contatto con tutte le realtà associative del quartiere: sezioni di partito, parrocchie, centri di aggregazione. Tempo un mese si parte con dieci sedi. Penso che ti ricordi di quelle meravigliose riunioni all’Istituto Gonzaga, dove ci avevano dato la possibilità di incontrare i nostri… il Comune fa la sua parte perché ci permette di assumere 140 persone, giovani entusiasti con voglia di fare.

Colacicco: Facemmo un enorme lavoro di formazione.

Cancrini: Subito pensiamo che i casi che vengono da queste dieci realtà devono essere visti a un livello più professionale, nel centro dove facciamo le terapie, a via del Noviziato, dietro il Tribunale di Palermo. Poi ci mettiamo anche in moto per avere rapporti con le varie istituzioni: il carcere, il tribunale dei minori, facciamo mille cose. Per esempio, secondo me, resta straordinario, esemplare, il lavoro che facciamo sulla evasione scolastica con l’aiuto del Provveditorato, con l’appoggio di Sergio Mattarella, che allora era Ministro della Pubblica Istruzione e che noi incontrammo a Palermo. Il Provveditorato di Palermo ci fornì le liste degli inadempienti scolatici delle scuole dell’obbligo e noi siamo andati casa per casa riacchiappandoli tutti, e mandando a scuola tutti quelli che non ci andavano. È stata una cosa straordinaria. Dal punto di vista culturale la cosa bellissima quale è stata? Il fatto che quello che noi affermavamo è che la lotta alla prevenzione delle tossicodipendenze si gioca a livello dei problemi dell’infanzia. Questo ci ricollegava naturalmente alla terapia familiare e questo è stato poi, dopo Palermo, il centro del lavoro fatto a Barcellona, quasi contemporaneamente, per un paio d’anni. Invece a Roma, con il Centro Aiuto per il bambino…

Colacicco: Parliamo del lavoro con le infanzie infelici.

Cancrini: Lì comincia, comincia a Palermo. Quella che si aggiunge, rispetto all’esperienza fatta da Ackerman, è la dimensione socioculturale. Lui lavorava con le famiglie andando a casa loro, ma erano tutte famiglie che si potevano permettere le cure e invece a noi, sulla linea di quello che avevamo capito con la nascita del Centro Studi, a noi interessa anche la politica, nel senso più stretto: i rischi collegati alle diseguaglianze, i danni che ricevono i bambini quando sono esposti agli effetti di queste diseguaglianze. In Sicilia, anche allora, la pesantezza dell’organizzazione mafiosa che entrava nella vita delle persone era a livelli insostenibili. Noi siamo costretti ad andar via da Palermo un po’ prima della fine del progetto, ma per fortuna lasciando i frutti che ancora oggi lì sono in piedi, ci vogliono bene per quello che è stato fatto. Quattro anni fa Orlando mi ha dato la cittadinanza onoraria della città di Palermo, nel ricordo di tutte quelle cose che comunque sono rimaste. Però andiamo via un po’ prima e senza audience, anzi con molti attacchi sgradevoli per l’azione congiunta dei socialisti di Craxi e delle mafie cittadine.

Colacicco: Già, lo possiamo dire: le mafie cittadine.

Cancrini: Così è andata. Ti ricordi dell’assessore Scoma? Mi parlò del proiettile nella busta che riguardava me e lui… E poi ci fu l’ANSA, alla quale qualcuno chiese di diffondere la notizia della mia morte. È stato un periodo abbastanza difficile da questo punto di vista. Perché le mafie sulle diseguaglianze prosperano, perché governano il mercato del lavoro, il mercato delle case. Se i servizi sociali esistono è difficile che le case vengono assegnate dai capi bastone, così li chiamavano allora.

Colacicco: C’era anche tutta la questione degli istituti religiosi.

Cancrini: Tutto il lavoro per far uscire i bambini (erano 450!) dagli istituti. Ti ricordi? Tutto il lavoro che facemmo per aiutarli con gli studi, con le cooperative del lavoro giovanile. Tante cose, davvero molto belle e che rappresentano bene l’idea che la prevenzione dei grandi disturbi è legata a una igiene mentale dell’infanzia, che è il lavoro con le famiglie, come ai tempi della fondazione del Centro Studi, oppure delle Comunità, con strutture che possano sostituire le famiglie ma in modo sufficientemente ordinato ed efficace.

Colacicco: A Roma fu grande l’eco di quella esperienza, di grande valore, ma qui non è stato semplice realizzarla. Quando ti muovi, soprattutto per introdurre dei cambiamenti… I cambiamenti mettono sempre tanta ansia, tanta inquietudine. Le difficoltà sono sempre enormi, si attivano puntualmente resistenze dovute a interessi di qua e di là, mi sembra qualcosa che ritorna sempre nel nostro lavoro.

Cancrini: Poi le vicende della politica. Il Centro Aiuto del Bambino Maltrattato e della Famiglia a Roma è volontà esplicita di Francesco Rutelli, forse il miglior sindaco che abbiamo avuto negli ultimi 20 anni e che ci permise, con l’assessore Piva, di partire… Veltroni lo ha poi ancora supportato, anche se con meno presenza, con meno attenzione secondo me… Poi abbiamo resistito alla furia di Alemanno, perché la vice sindaco, Sveva Belviso, che era una psicologa, ci diede comunque una mano e così siamo andati ancora avanti, fino a quando è arrivato il ciclone Raggi. Raggi per Roma è stata una bufera, in questa bufera anche il centro è finito nel nulla. Quando è arrivata la Raggi non ci sono stati più riferimenti, nessuno con cui parlare.

Colacicco: Non credo che il Centro Aiuto sia finito nel nulla. È rimasto tanto di questo lavoro, tu hai scritto tante cose, fai un lavoro formativo, tanta gente porta avanti adesso il lavoro con i bambini sulla base dei tuoi insegnamenti.

Cancrini: Qui a Roma però è molto debole. Adesso i servizi sociali sono rimasti debolissimi. I tempi per un loro intervento sono di mesi e mesi. A Roma abbiamo seminato meno che a Palermo. Peraltro avevamo un compito istituzionale meno preciso, svolgevamo un servizio, ma non avevamo la possibilità di intervenire sulle politiche del comune.

Colacicco: Senti, dal punto di vista clinico e anche degli insegnamenti e nella formazione, tutto il tuo lavoro sulle infanzie infelici rimanda tanto all’incontro che hai avuto, che il Centro Studi ha avuto, con Lorna. Ci dici qualcosa?

Cancrini: Prima c’è un’altra cosa. Prima c’è Domus de Luna a Cagliari, perché l’invito di Ugo Bressanello a lavorare come direttore scientifico di Domus mi permette, rispetto ai bambini, un avanzamento ulteriore, che poi è quello che trovi negli ultimi libri. Perché lì noi abbiamo la possibilità di fare un lavoro psicoterapeutico con i bambini dove le famiglie sono inesistenti. Ci rendiamo conto del fatto che, a differenza di quello che accadeva molti anni prima con i tossicodipendenti che venivano da famiglie dissestate ma erano già grandi e difficili da aiutare, con i bambini che non hanno il supporto della famiglia invece si può fare moltissimo. La psicoterapia dei bambini che vivono situazioni di maltrattamento e abuso non rimediabile a livello familiare è stata una grande conquista per me, anche teorica, nel momento di questo lavoro a Cagliari. Mentre io sono già a Cagliari c’è l’incontro con Lorna e la cosa che mi sembra straordinaria, ed è una grande novità per me dal punto di vista culturale, è il fatto che le infanzie infelici ricostruite da Lorna, nel corso del suo lavoro con i pazienti che soffrono gravi disturbi di personalità – il primo libro di Lorna in particolare, “Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità” [9] – quelle infanzie infelici corrispondono esattamente, terribilmente, a quelle dei bambini che sono ricoverati; e questo, dal punto di vista teorico, rappresenta uno straordinario contributo, perché propone l’idea di una conseguenza logica: dal maltrattamento sui bambini, dall’infanzia infelice, dalla tipologia e dalle caratteristiche di queste infanzie infelici nascono i grandi disturbi di personalità che, coerentemente con quello che avevamo cercato di dire, di sostenere e di vivere a Palermo, possono essere curati. Curati, non solo in termini di intervento sociale, ma anche in termini di elaborazione del trauma. In questo senso il lavoro di Cagliari fa un passo avanti rispetto a Palermo. A Palermo avevamo descritto le sofferenze dei bambini, eravamo rimasti colpiti, pietrificati a volte, ma con un senso anche profondo di impotenza… e di dover solo evitare che si ripetessero situazioni di quel tipo. A Cagliari invece, a Domus, i bambini che hanno vissuto quelle situazioni noi li curiamo, così come in parte si era cominciato a fare anche a Roma, esercitando la terapia del bambino traumatizzato. E qui nasce un discorso su quello che è il futuro dei servizi. Lorna rappresenta dal punto di vista teorico una chiave di lettura di straordinaria importanza per collegare la tipologia delle infanzie infelici con quella dei disturbi di personalità.

Colacicco: Hai cominciato il tuo racconto sul Centro Studi raccontandoci le tue prime esperienze cliniche, la ricerca, lo studio, il rapporto con Basaglia, con la psicoanalisi, con Haley, Minuchin, Watzlawick. Adesso con Lorna… passando per il tuo analista Matte Blanco… E io ricordo il tuo libro che, secondo me, l’ho sempre pensato, è il libro di maggiore contenuto che tu hai prodotto, scritto, “Grammatica e sintassi” [5]. Lì si vede lo sforzo che hai fatto, fin dall’inizio… costruito nel tuo lavoro, nella ricerca che tu chiami “delle costanti”. Le costanti in campo psicoterapico, le costanti che prescindono dalle distinzioni grammaticali dei singoli approcci… e poi il congresso di Torino, tutto centrato sull’unità della psicoterapia. Siamo approdati a sviluppare un pensiero più compiuto su tutto questo. Vogliamo completare questa parte dell’intervista soffermandoci sul concetto di unità di psicoterapia?

E io credo…, se hai voglia di farlo…, mi farebbe piacere proseguire la nostra intervista soffermandoci sulla formazione, sulla formazione del Centro Studi. Il rapporto con gli altri Istituti sul piano internazionale. Vorrei chiudere questa prima parte, se tu sei d’accordo, concludendola su questo tema, dell’unità della psicoterapia. Quello, sul quale, come Centro Studi, i nostri didatti si riuniranno a Catania nei prossimi mesi.

Cancrini: Un libro che è uscito da poco, “Individui, coppie e famiglie. L’unità relazionale della psicoterapia” [10]. L’ho scritto con altri tre didatti, Sonia Di Caro, Massimo Pelli e Francesco Bruni, che è anche l’autore del libro che raccoglie le esperienze vissute a Torino in un Convegno dedicato proprio all’unità della psicoterapia e in cui ci incontrammo con terapeuti di formazione diversa. Questo è un po’ il punto di arrivo per me, partendo proprio, come dicevi tu, da “Grammatica e sintassi” [5]. La psicoterapia è una e deve presentarsi unita in un grande confronto con tutte quelle che sono le violenze proposte da una psichiatria incolta. I vecchi psichiatri venivano definiti da Jay Haley “pitecantropi”. Purtroppo, i pitecantropi ci sono ancora, sono quelli che rispondono solo con diagnosi e farmaci. È una psichiatria “pitecantropica”, che fa tanti danni. Per me è terribile continuare a vedere come tutta la formazione psichiatrica e anche quella accademica dello psichiatra infantile siano fondate su teorie basate sul nulla, stupide, come quelle dei no-vax, chiacchiere, al termine delle quali ci sono dei provvedimenti terapeutici sbagliati. Allora noi abbiamo bisogno di una psicoterapia capace di lottare per affermare se stessa, il suo diritto di occuparsi di salute mentale, entrando nei servizi, ma entrando soprattutto nella cultura comune. Il grande avversario è l’industria farmaceutica? Certamente, sono potentati economici forti, però anche se a piccole dosi i farmaci servono e noi dobbiamo riuscire invece a far entrare l’insegnamento della psicoterapia nelle università. Battaglia persa finora, io sono uscito dall’università perché era impossibile. Il sogno di Basaglia – raccontato in un libro, “Il giardino dei gelsi”, che pubblicò Einaudi [11] – era quello che la nuova psichiatria diventasse materia di insegnamento fondamentale un po’ dappertutto, per quelli che si occupano di salute mentale. Debole, nel ragionamento di Basaglia, era però pensare che la cultura da trasmettere fosse quella che maturava nel territorio. Quello che penso io è che trasmettere a tutti è la cultura che è maturata in un secolo e più di psicoterapia.

Colacicco: La cultura che è maturata in un secolo e più di psicoterapia.

Cancrini: E questo è il compito di generazioni future… E io credo che la nostra scuola è quella che per tradizione antica, proprio per le circostanze legate alla sua nascita, per il suo impegno e di tutti quelli che ci hanno creduto, la nostra scuola rappresenta molto più di altre sia l’unità relazionale della psicoterapia sia l’importanza di collegare la psicoterapia all’iniziativa politica.

Colacicco: Luigi, per il momento fermiamoci qui. La tua intervista così piena di passione, di riferimenti culturali… È stato un piacere per me ascoltarti, farti domande. È una cosa nuova anche tra me e te, pur avendo lavorato così tanto insieme. Immagino che sarà un piacere per tanti seguire questa intervista, la trovo così piena di cose e di opportunità che sento il bisogno di proseguirla. Oggi ci fermiamo qui. Abbiamo parlato del Centro Studi, come è cresciuto, le sue attività, delle iniziative più importanti messe in campo.

Vorrei dedicare un altro capitolo, portando avanti l’intervista così come abbiamo fatto oggi, prendendoci il tempo che serve, su come è andata la formazione nel Centro Studi, il rapporto con gli allievi, i didatti, le diverse modalità con le quali ciascuno di noi porta il proprio contributo all’interno del Centro Studi.

Cancrini: Molto volentieri, alla prossima.

SECONDA PARTE

L’approccio ecologico del Centro Studi, le sue sedi e la formazione nel training

Colacicco: Luigi, riprendiamo la nostra intervista. Nella prima parte ci hai illustrato l’indirizzo culturale del Centro Studi, la tradizione scientifica, il contributo originale, specifico del Centro Studi allo sviluppo dell’approccio sistemico e relazionale. Ci hai narrato del lavoro con le famiglie psicotiche, poi le tossicomanie e i disturbi alimentari, ti sei soffermato sull’intervento nella città di Palermo con le famiglie dai tanti problemi, quindi le infanzie infelici. È stata una intervista lunga, attenta, con tanti riferimenti alla storia del Centro Studi. Ci hai parlato di Basaglia, di Minuchin e poi ancora della Benjamin e hai concluso sulla psicoterapia contemporanea, sull’unità della psicoterapia. Oggi ti chiedo di partire da qui, per fermarti un po’ sul nostro modello formativo, su come è organizzato il Centro Studi, le supervisioni dirette e indirette, le sedi… Ecco, vorrei partire da qui. Raccontaci anche come il Centro Studi ha aderito, ha dato il proprio apporto, alle società nazionali e internazionali dei sistemici relazionali.

Cancrini: È una storia abbastanza lunga. Nei primi anni non c’è un riconoscimento ufficiale della formazione in psicoterapia. Questo arriva molti anni dopo che la legge Ossicini venne approvata, ci sono voluti più di 10 anni. Nel ’90 ho chiesto un incontro al Ministero e ho rappresentato questa esigenza, che si desse vita a una commissione che doveva preparare il riconoscimento delle Scuole per la formazione in Psicoterapia. All’epoca il Ministro del governo Craxi era Antonio Ruberti, già Rettore all’Università di Roma, che avevo conosciuto in quella sede, collaborando con lui, soprattutto per il ruolo politico che avevo in quella fase in Regione. Lui era un ingegnere sistemico, una persona intelligente, capace, onesta, in un periodo in cui in politica non ce n’erano molte. Prese sul serio questa cosa, mi sconsigliò di far parte personalmente della commissione per il ruolo politico che avevo, purtroppo, secondo lui, troppo evidente. Così mi chiese di indicare un nominativo, e indicai Luigi Onnis, che allora era un esponente importante del nostro Centro Studi. Si formò questa commissione e i sistemici erano rappresentati da Gigi… C’erano poi i rappresentanti delle altre grandi scuole di pensiero psicoanalitico, grandi e piccole. La commissione fece un buon lavoro e all’inizio degli anni ’90 ci fu il bando per il riconoscimento. Le scuole cominciarono a scrivere per essere riconosciute e una delle prime fu il Centro Studi di Terapia Familiare. Abbiamo lavorato tanto con Francesca in quel periodo, per preparare carte, per ragionare sulle situazioni che presentavano le caratteristiche necessarie per essere riconosciute e arrivammo a una decisione che poi è quella su cui si è fondato il Centro Studi di oggi, cioè quella di una associazione culturale che avrebbe agito attraverso una serie di sedi, alcune delle quali erano a Roma e altre in diverse città italiane. Il riconoscimento arrivò nel ’94. Riguardava questa possibilità, che il Centro Studi agisse attraverso le sedi. Ognuna delle sedi aveva una autonomia assoluta per ciò che riguarda gli aspetti economici della gestione: gli allievi pagavano la sede e la sede metteva a disposizione i docenti e tutto ciò che è necessario per lo svolgimento del training.

Colacicco: È ancora così.

Cancrini: Dal ’94 è ancora così.

Colacicco: È stato un modello efficace?

Cancrini: Mi sembra di sì, siamo riusciti a mantenere una unità importante nella diversità, siamo riusciti a restare abbastanza amici tutti lavorando insieme. Certo, con inevitabili attriti, momenti di tensione, però più o meno abbiamo mantenuto questo assetto. Quello che è successo poi è che quando fu possibile aprire nuove sedi a Palermo e quella di Dedalus, il Ministero ci disse che la nostra organizzazione era troppo grande e che era opportuno che queste sedi facessero le domande direttamente, in modo autonomo, e così è stato. Dedalus e il centro di Palermo, il Centro Studi Relazionale Mediterraneo, sono state riconosciute e abbiamo stabilito un rapporto con loro, sono entrate a far parte della famiglia del Centro Studi a tutti gli effetti, anche se fanno una relazione al Ministero per conto loro. In effetti stiamo lavorando nello stesso modo, abbiamo mantenuto un assetto secondo me a livello universitario con particolare attenzione alle valutazioni finali. I nostri allievi dopo i 4, 5 anni (su questo c’è una certa libertà di valutazione da parte delle sedi, il minimo sono 4 anni per legge, ma molti dei nostri allievi fanno 5 anni), a conclusione del training, fanno un esame. Un esame serio: debbono preparare due tesi, una relativa al lavoro che fanno in supervisione diretta e l’altra relativa alla supervisione indiretta, e queste tesi vengono scritte e discusse con il docente di riferimento e sottoposte a una valutazione di 5 didatti, di cui 4 non sono della sede che ha formato l’allievo. Il livello di queste tesi è generalmente abbastanza alto. Ci teniamo molto, costringiamo gli allievi a un viaggio a Roma, tranne adesso che c’è stato il covid, perché pensiamo che questa piccola cerimonia dell’esame sia un aspetto importante per la loro formazione.

Colacicco: È un valore aggiunto al percorso formativo.

Cancrini: Io penso di sì. Ci sono molte università telematiche e scuole che concedono il titolo con modalità molto più sbrigative. Noi forse siamo un po’ pesanti in questa procedura, però penso che questo garantisca il livello della formazione che forniamo. L’altro aspetto importante, secondo me, è che questi corsi si sono strutturati nel corso degli anni, sempre sulla base del modello che abbiamo presentato, ma in modo sempre più preciso, suddividendo il corso in tre fasi: la prima fase è quello del lavoro sulla persona, è un anno in cui l’allievo presenta il suo genogramma, discute la sua storia familiare, entra in contatto con se stesso, con la sua storia, come dopo farà con i pazienti. Un anno è poco, certo, non fanno un’analisi personale come gli allievi che fanno il corso presso l’Istituto di psicoanalisi, che sono tenuti a fare la propria analisi personale didattica, però, l’impressione che io ho, è che in effetti la presentazione al gruppo del proprio genogramma e la discussione che ne consegue ha un valore formativo molto alto. È una possibilità, una occasione di riconoscere in se stesso quelli che saranno, a parte gli ostacoli che verranno dal proprio lavoro, gli ostacoli che vengono dall’interno e dall’altro, conoscere le proprie risorse. Farlo in gruppo ha un significato, una forza particolare. In questo anno, accanto a questi aspetti più centrati sulla persona, ci sono molte attività teoriche che li mettono in contatto con le grandi potenzialità della psicologia. La seconda fase, che dura due anni, è quella che, sempre in gruppo, si svolge sotto forma di supervisione diretta. Gli allievi iniziano a lavorare. Lo sguardo del supervisore e del gruppo gli consentono di vigilare su se stesso… perché la formazione su se stesso va avanti sempre, mentre lui apprende ad affrontare con un minimo di sicurezza le situazioni problematiche delle coppie, delle famiglie, delle persone che chiedono aiuto. In questa fase la gestione delle terapie, sia l’invio sia la gestione dell’invio e la gestione del rapporto economico con le famiglie, è affidata alle sedi. L’allievo impara da questa situazione, non ha la responsabilità personale, totale della situazione. Il responsabile della terapia è il supervisore. La fase successiva è quella della supervisione indiretta, gli allievi cominciano a portare le situazioni in cui sono coinvolti come terapeuti o nei tirocini o nella loro pratica personale. Questa ultima fase ha una durata più variabile. Nel mio pensiero i due anni sono necessari, alcuni si accontentano di un anno. La supervisione indiretta è una fase fondamentale perché l’allievo deve impiantare il proprio lavoro, deve organizzarsi per ricevere delle situazioni da curare. Nel tempo c’è stato su questo una evoluzione, nel senso che all’inizio degli anni ’90 vedevamo soltanto famiglie, poi abbiamo cominciato a vedere molte coppie. L’insegnamento di Caillé è stato fondamentale, poi di Canevaro e di altri.

Colacicco: Anche Grazia e Lieta nei primi anni con le coppie hanno dato…

Cancrini: Lo stavo per dire. Grazia e Lieta hanno dato un impulso soprattutto da dentro al Centro Studi, con bellissimi libri, con la presentazione di un protocollo fondato sul “potere in amore”. È il titolo del libro [12]. Poi anche altri, Patrizia Angrisani, Maurizio Barone, Marisa Malagoli Togliatti hanno presentato un protocollo di intervento sulle coppie, insomma c’è stata una grande esplosione del lavoro con le coppie. Questo è un aspetto interessante. Contemporaneamente abbiamo cominciato a vedere le persone da sole, il modello è sempre più chiaro. Il ciclo vitale della famiglia è il riferimento per un lavoro relazionale: esistono situazioni in cui è opportuno che non si veda tutta la famiglia, ma si veda solo la persona, la persona che rimane sola dopo un divorzio, il giovane adulto in fase di organizzazione della propria vita, quelle situazioni in cui una persona di una certa età, che non ha formato una famiglia, vive nel suo mondo e deve affrontare i vari problemi che gli si pongono. Il ciclo vitale della famiglia permette di considerare la possibilità di studiare, di volta in volta, di orientare il proprio lavoro o sulla coppia, o sulla famiglia o sull’individuo. Il libro che abbiamo presentato adesso è un po’ una summa del Centro Studi perché il nostro obiettivo di oggi, come formatori, è che la persona che esce dalla nostra scuola sia in grado di lavorare con individui, coppie e famiglie. È interessante pensare che questo è un processo che negli anni abbiamo vissuto e progressivamente riconosciuto come nostro, ma esisteva fin dalle origini del nostro lavoro. Uno dei nostri maestri fondamentali è stato Jay Haley, che aiutò Milton Erickson nella stesura del suo lavoro più importante, “Individui, coppie e famiglie”, tre volumi [13-15] in cui si raccontano le terapie di Erickson. Siamo ritornati un po’ alle origini. È chiaro che Erickson era una persona lineare, con una straordinaria capacità di muoversi in situazioni e contesti molto diversi e Haley lo ha conosciuto e lo ha aiutato a scrivere sulle sue terapie durante una fase un po’ matura. Erickson aveva una formazione eclettica, aveva una formazione psicoanalitica, aveva una formazione relazionale molto auto-costruita se vogliamo, non derivata da altri, è stato piuttosto un maestro. Il problema è che quando si lavora con un individuo invece che con una coppia o con una famiglia in effetti ci sono delle modalità di approccio del lavoro terapeutico che debbono essere diverse. Quando si lavora con un individuo, ad esempio, è chiaro che la dimensione legata alla relazione terapeutica, il movimento transferale e il controtrasfert del terapeuta nella accezione più ampia del termine, debbono essere oggetto di un’osservazione. Con le coppie il rischio di schierarsi è un rischio un po’ speciale.

Colacicco: Il triangolo.

Cancrini: Con le famiglie invece il terapeuta ha una modalità più da direttore d’orchestra nella gestione della situazione terapeutica, soprattutto quando ci sono di mezzo dei bambini. Preparare la persona a lavorare con individui, coppie e famiglie, insomma, chiede all’interno della formazione lo sviluppo di un discorso molto articolato, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista anche della sperimentazione clinica. Quando i primi anni vengono le persone in supervisione indiretta e spesso portano situazioni di individui, il lavoro sul modo in cui le emozioni del terapeuta condizionano lo sviluppo della terapia può essere molto importante. Quando si lavora con le famiglie, stare dietro lo specchio per intervenire puntualmente sul qui ed ora può essere molto più significativo.

Colacicco: Anche la supervisione cambia.

Cancrini: Le modalità della supervisione certo sono molto diverse.

Colacicco: Anche in diretta, soprattutto in diretta.

Cancrini: Soprattutto in diretta. Diversa nel senso che c’è un problema di stile del terapeuta, di tipologia di famiglie, famiglie multiproblematiche con bambini piccoli, lo stile è un po’ più direttivo, “minuchiniano”.

Colacicco: Più strutturale.

Cancrini: Quando con le famiglie c’è, come diceva Bowen, una massa indifferenziata dell’Io, il disturbo si fa più psicotico, spesso l’approccio è più dialogico. Su questo stanno lavorando Laura Vittori, Francesca De Gregorio, Sara Gentilezza e tanti altri. È un approccio importante e che in qualche modo riporta alle situazioni originali. Era dialogico l’approccio del gruppo di Bateson con i disturbi schizofrenici… Sono modi abbastanza diversi da quelli di oggi. Insomma, quello che sento è che noi abbiamo accettato quelle che per altri vengono viste come contaminazioni culturali, siamo stati sempre molto aperti a cose che ci sembravano importanti e interessanti. L’insegnamento della Benjamin, per esempio, è arrivato da noi abbastanza casualmente. Il libro della Benjamin [9] me lo indicò una psicoterapeuta che veniva dalla scuola di Scilligo, che ne era stato il referente italiano prima degli anni ’90. Soprattutto, quando ho letto questo libro sono rimasto folgorato dalla sua forza. Parlandone insieme, tu, Francesco, ne sei diventato l’interprete più attento, più ricco. La Benjamin è entrata nel nostro modo di lavorare, una contaminazione fertile, estremamente importante.

Colacicco: Ci siamo resi conto di quanto lei sia, per la verità, profondamente sistemica.

Cancrini: Sì, però anche con un occhio molto attento alla storia personale del suo paziente. La “famiglia nella testa” alla fine ce l’aveva anche Freud quando ricostruiva l’infanzia dei suoi pazienti, anche se non si esprimeva così. Ci sono come delle grandi novità che spesso sono dei grandi ritorni, è un ragionamento un po’ a spirale quello che va avanti nel tempo. Dico questo perché il lavoro che abbiamo fatto in questi 50 anni, prima del riconoscimento e dopo, è un lavoro in cui c’è una fondamentale unità del discorso relazionale e però c’è una apertura molto grande, e forse un po’ differente da altre scuole, a quelle che sono le novità significative che emergono dalla letteratura e dalle esperienze di altri.

Colacicco: Proprio questa nostra originalità… Come ha contribuito il Centro Studi allo sviluppo, alla nascita, alla costruzione delle associazioni dei terapisti familiari? Penso in Italia alla SIPPR, penso all’EFTA in Europa. Abbiamo avuto un ruolo importante sin dalla loro nascita.

Cancrini: Sì, fondamentale, più che importante. La Società Italiana nasce da una iniziativa nostra, io e Marisa Malagoli Togliatti in contatto con Boscolo e Cecchin, Andolfi e Saccu e Vella e Loriedo, da cui viene fuori il primo incontro della Società Italiana. È una cosa soprattutto voluta da noi. Nel breve periodo in cui sono stato Presidente della SIPR sono riuscito a far entrare anche i “selviniani”. Io a questo credo: credo nella unità nella diversità.

Colacicco: È una impostazione “berlingueriana”.

Cancrini: Sì, la politica ci ha insegnato molto da questo punto vista: evitare i settarismi dentro a quello che è un movimento culturale.

Colacicco: Hai scritto su questo, sul rapporto con la politica, nell’ultimo numero di Ecologia della Mente [16]. Mi è stato recapitato questa mattina e gli ho dato uno sguardo. Il rapporto con la politica è stato fondamentale.

Cancrini: È un po’ quello che è stato il ruolo che ho avuto io. Non voglio sembrare presuntuoso su questo, ma per una serie di combinazioni ho avuto un ruolo in politica come Consigliere e Assessore Regionale, ma anche all’interno del PCI, lavorando alla rivoluzione psichiatrica di Basaglia. Io ho sempre pensato alla politica come a un luogo in cui si diffonde e si rende accessibile al più grande numero di persone la cultura che cresce. Un professionista che fa politica… Chiaro che quando stai lì ti devi occupare di tante cose, ma ti occupi di tante cose dentro un coro di persone che parlano venendo da esperienze diverse. Quello che devi testimoniare è ciò che hai visto tu, nella tua vita professionale, e far crescere le cose in cui credi. La diffusione della psicoterapia è stata un obiettivo fondamentale del mio impegno politico.

Colacicco: Stiamo facendo questa intervista quando si parla di guerra in Europa. Se ne parla anche con i pazienti. Fino a qualche giorno fa il tema era la pandemia; alla grande paura legata al virus adesso si soprappone la paura legata alla guerra, su che cosa può succedere. Tutto questo arriva nella stanza di terapia… Credo che il fatto di essere in qualche misura contaminati, non dico dal rapporto con i politici, ma vivere la politica, credo che sia a completamento dell’abito dello psicoterapeuta, perché significa stare nelle cose che guardano alla sopravvivenza nostra, alla vita nostra, alla vita delle persone. Di questo si parla con i nostri pazienti, arrivano oggi con queste nuove paure. Nuove e arcaiche, contemporaneamente.

Cancrini: Secondo me, per chi si occupa di psicoterapia, la guerra è soltanto dolore e lutto. Siamo abituati, per il lavoro che facciamo, a essere sempre molto attenti alle ragioni degli altri, a cercare in terapia di aiutare le persone, quando si trovano dentro dei conflitti, a interrogarsi sulle ragioni dell’altro, sulla relatività delle proprie posizioni, sulle incertezze, sul dubbio da cui dovremmo essere sempre attanagliati nel momento delle tensioni, dei conflitti. È chiaro che in una situazione di guerra tutto questo diventa un lusso, non si può fare, se ti bombardano non ti puoi interrogare sulle motivazioni, devi difenderti. Dico questo sulla base della mia esperienza umana. Avevo 4 anni e i primi ricordi della mia vita sono quelli dei bombardamenti prima a Roma e poi a Treviso ed erano bombardamenti che non erano fatti dai cattivi, cioè dai tedeschi, ma erano fatti dagli alleati che ci dovevano liberare… Però se la bomba ci fosse caduta addosso saremmo morti tutti, essere liberati da una bomba che ti cade addosso è difficile. A Treviso, nell’aprile del ’44, su 30.000 abitanti ne sono morti 10.000. Era un bombardamento a tappeto fatto anche per terrorizzare la popolazione.

Colacicco: Penso ai genogrammi dei nostri allievi. Scorrendo il diagramma attraverso le generazioni incontri sempre la guerra, ora anche la pandemia, così come l’influenza agli inizi del Novecento.

Cancrini: Dividere il mondo in buoni e cattivi è relativo. Lo sconcerto del ricordo che ho io è questo: nel giardino della casa dove abitavamo a Treviso c’era una collinetta, un dosso… Cominciarono ad arrivare degli aerei che sapevo essere degli alleati americani, inglesi, pensavamo all’America come il grande riscatto, quindi io e Tonia, mia sorella, correvamo su questa piccola collinetta salutando con le mani questi aerei. Dopo qualche minuto è arrivata una pioggia di bombe e una è cascata nel giardino. Siamo tutti quanti qua per un miracolo, fortuna, come la vuoi chiamare, a 10 metri da casa. Eravamo sotto un tavolo di legno per ripararci dalle schegge, le finestre si tenevano aperte perché le schegge potevano essere pericolose, i vetri potevano scoppiare per il movimento d’aria… Il bene e il male, gli aggressori e gli aggrediti. È chiaro che poi nel corso della storia, degli studi su quello che è accaduto veramente, si capisce che probabilmente, come quella bomba di Hiroshima, che tanto più danno ha fatto rispetto a quella che cadde nel mio giardino, ci sono finalità che trascendono dalle vicende individuali, e noi terapeuti siamo quelli che si occupano degli individui, delle loro vicende. Tra noi e la guerra c’è incompatibilità.

Colacicco: Direi proprio di sì.

Cancrini: Quando ho fatto il militare, ho fatto l’allievo ufficiale, abbiamo fatto una esercitazione perché dovevano insegnarci a usare le armi. Ho preso la pistola e mi sono fatto male a un dito. Così ci ho rinunciato subito. Non ero in grado. Le armi neanche come giocattoli. Penso che quell’esperienza iniziale da bambino mi abbia segnato.

Colacicco: Ti abbia segnato, certo.

Cancrini: Adesso, vedere le famiglie nei bunker come stavamo noi, nelle cantine…

Colacicco: Impressionante!

Cancrini: Impressionante! Avendole vissute in prima persona ti colpiscono profondamente, poi…

Colacicco: Le città ucraine che vengono citate in questi giorni mi hanno riportato alla mente i racconti di mio padre. Fece la campagna di Russia e venne ferito sul Don. Si salvò perché si congelò, ferito in terra… Evitò il dissanguamento perché congelato. Le città russe che nominava sono oggi in Ucraina, prima era un unico territorio e ora sono bombardate dai russi. Quando morì aveva ancora nella gamba quel proiettile che non gli avevano mai estratto e ogni volta che pioveva aveva delle fitte alla gamba, fitte che ogni volta gli ricordavano che aveva rischiato di morire e che era riuscito a sopravvivere. Quella ferita, quel proiettile, se li è sempre tenuti dentro.

Cancrini: Un po’ come questo proiettile nella gamba di tuo padre, c’è forse l’idea che chi ha vissuto questa esperienza di guerra si rende conto che la guerra ha segnato il limite della salute mentale dell’essere umano. Siamo tutti potenzialmente molto malati e la guerra è il trionfo della malattia mentale. La malattia mentale non dichiarata, l’incapacità di risolvere i conflitti. Questi esistono e l’intelligenza dell’uomo dovrebbe essere tale da permettere di affrontare la violenza dei condizionamenti economici e la violenza dei condizionamenti interni, delle pulsioni più aggressive, delle rabbie. Tutte le volte che succede qualcosa di questo tipo vediamo quanto è limitato l’uomo. E questa è anche la lezione del lavoro psicoterapeutico. Ci rendiamo conto della relatività delle nostre ragioni.

Colacicco: Luigi, hai detto che noi lavoriamo con la parola, usiamo molto la parola, ma noi scriviamo anche tanto. Ci dici qualcosa della nostra rivista? La rivista, che anch’essa ha una lunga vita: Ecologia della Mente.

Cancrini: La nostra rivista ha un titolo, secondo me, straordinario, preso da Bateson: “Ecologia della Mente”. Voluto da Grazia, è nato insieme a lei, discutendo, ragionando. L’entusiasmo verso l’ecologia a quel tempo era meno diffuso. Noi crediamo che la mente umana possa essere ecologica, che può aiutare l’uomo a evitare dei disastri… Poi arriva la guerra in Ucraina e ti sembra che smentisca questo pensiero. Però noi dobbiamo avere fiducia nella mente dell’uomo. Una vera ecologia passa attraverso la capacità di pensare, di studiare, di capire. È chiaro che nel lavoro che facciamo noi ci occupiamo della ecologia a piccole dimensioni, non della ecologia mondiale, della ecologia del bambino e dell’ambiente dove cresce, della sua ecologia fondamentale, se cresce in una famiglia “sana”, tra virgolette. Credo che noi dipendiamo dai contesti in cui viviamo in termini di universo, di pianeta e di microcontesti. Dobbiamo imparare questo, migliorare i contesti di vita è lo scopo fondamentale dell’intelligenza dell’uomo, dovrebbe essere lo scopo fondamentale… E che questo si verifichi a livello di pianeta… Anche qualcosa di più che a livello di micro, di ambiente, fisico e psicologico. Ecologia, sono convinto che la terapia può dare un contributo.

Colacicco: A conclusione di questa straordinaria intervista… Consigli ai naviganti, ai giovani naviganti, ai terapisti in formazione e ai più vecchietti, da un maestro della psicoterapia quale sei tu.

Cancrini: Penso che abbiamo due responsabilità fondamentali: una è quella di prepararsi con grande pazienza e sempre con grande diffidenza rispetto alle cose che sentiamo, con una grande prudenza verso le nostre emozioni. Lo sforzo costante di miglioramento, di studio, ogni incontro con un paziente è una occasione di studio e di riflessione. L’altra cosa, secondo me, è che chi ha la fortuna di fare un lavoro così bello deve avere anche sempre il sentimento di quanto è importante diffonderlo. Non basta avere uno studio avviato e una buona professione, bisogna testimoniare nella vita, nel dibattito pubblico, nel dibattito culturale, politico. L’importanza di questa capacità dello psicoterapeuta di rendersi conto che anche l’altro ha le sue ragioni, che non ci sono solo le nostre. La relatività dei nostri punti di vista. Lo psicoterapeuta ha un dogma fondamentale: restare aderente, attraverso un esercizio continuo e faticoso di autocritica, di riflessione, di confronto con la realtà, con il discorso con l’altro. Penso che il dubbio sia il dubbio come lo celebrava Brecht. Secondo me dovrebbe essere un po’ il manifesto di chi fa il terapeuta. Al tempo stesso l’orgogliosa affermazione del fatto che portare avanti la riflessione su se stessi rappresenta per te e per l’altro la strada per risolvere i conflitti e per aderire alla vita per una ecologia, nel senso che dicevamo prima, per lo star bene nostro e di chi ci sta intorno, con tutti i limiti, di cui dobbiamo avere grande consapevolezza. Ecco, se dovessi dire, secondo me, tendenzialmente, uno psicoterapeuta bravo è anche una persona un po’ malinconica perché si rende conto di quante cose si rovinano in un momento, quante occasioni si sprecano in un momento… E anche di quanto lui stesso contribuisce a far sì che queste occasioni si sprechino. Vorrei dire ai giovani che questa è una professione difficile, faticosa, il cui senso profondo sta nell’essere continuamente attenti al limite proprio, al limite dell’essere umano. Non so se è un messaggio confortante, forse no, però è una professione difficile e bellissima.

Colacicco: È una conclusione splendida per questa tua intervista. Credo che non ci possano essere parole più appropriate di quelle che qui hai utilizzato per definire la cornice del nostro lavoro.

Luigi, ti ringrazio, sei stato generosissimo, ti ringrazio a nome di La notte stellata. Così come, ne sono certo, ti ringrazieranno tutti coloro seguiranno e ascolteranno questa intervista. Grazie, grazie ancora.

PER CONCLUDERE

La storia della psicoterapia è fatta di liti concettuali e personali, che hanno dato origine a un numero incredibile di scismi e scuole. Il tentativo di volare un po’ più in alto, al di sopra del settarismo e delle reciproche squalifiche [17], alla ricerca di ciò che dovrebbe essere salvato come utile per il lavoro che tutti abbiamo scelto di fare, è sempre stato per Luigi Cancrini, come per me e gli altri didatti del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, elemento fondante di una seria formazione degli studenti. Cercando di offrire loro un ampio repertorio di informazioni ed esperienze che gli consenta di utilizzare un eclettismo intelligente, ragionevole e soprattutto utile (per loro e per i loro pazienti). Rendendoli capaci di modulare i propri interventi al variare degli ambienti, insegnando loro a lavorare con i singoli, le coppie e le famiglie.

BIBLIOGRAFIA

1. Colacicco F. La mappa del terapeuta. Roma: Scione Editore, 2013.

2. Haley J. Fondamenti di terapia della famiglia. Milano: Feltrinelli, 1980.

3. Bertrando P, Toffanetti D. Storia della terapia familiare. Le persone, le idee. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2000.

4. Colacicco F. Il giocatore di scacchi. Una metafora per le relazioni interpersonali. Roma: Alpes, 2017.

5. Cancrini L. Psicoterapia, grammatica e sintassi. Roma: La Nuova Italia Scientifica, 1987.

6. Intervista disponibile su: www.lanottestellata.it

7. Watzlawick P, Beavin JH, Jackson DD. Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1978.

8. Basaglia F (a cura di). L’istituzione negata. Torino: Einaudi, 1968.

9. Smith Benjamin L. Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: LAS, 1999.

10. Bruni F, Cancrini L, Di Caro S, Pelli M. Individui, coppie e famiglie. L’unità relazionale della psicoterapia. Roma: Alpes, 2021.

11. Venturini E (a cura di). Il giardino dei gelsi. Torino: Einaudi, 1979.

12. Cancrini MG, Harrison L. Potere in amore. Un viaggio fra i problemi di coppia. Roma: Editori Riuniti, 1986.

13. Haley J. Conversazioni con Milton Erickson. Cambiare gli individui (Vol. 1). Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1987.

14. Haley J. Conversazioni con Milton Erickson. Cambiare le coppie (Vol. 2). Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1987.

15. Haley J. Conversazioni con Milton Erickson. Cambiare i bambini e le famiglie (Vol. 3). Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1988.

16. Cancrini L. A 50 anni dalla sua fondazione, il Centro Studi va avanti. Ecologia della Mente 2021; 44: 119-20.

17. Colacicco F. Systemic approaches to therapy manuals: family situation mapping and systemic-relational assessment of treatment for families, couples and individuals. In: Mariotti M, Saba G, Stratton P (eds). Handbook of Systemic Approaches to Psychotherapy Manuals. European Family Therapy Association Series. Berlino: Springer, 2022.