Il peso del passato, la ribellione del futuro:
l’ascolto e la scrittura come strumenti per
interrompere il circuito intergenerazionale

dell’abuso


Antonella Ciurlia1, Paola Maione1


1Psicologa e psicoterapeuta, Didatta del CSTFR, Istituto di Psicoterapia Relazionale (IPR).

2 Centro di secondo livello convenzionato con il Comune di Roma nato nel 1998 grazie al Prof. Cancrini che ne è stato il direttore scientifico fino al 2018.

Centro si è occupato della presa in carico valutativa e terapeutica di casi di abuso e maltrattamento all’infanzia, lavorando in rete con i Servizi Sociali territoriali.


Riassunto. L’articolo si propone, attraverso il racconto di un caso clinico nella forma del diario, di analizzare il potere e gli effetti transgenerazionali del trauma. Le situazioni di abuso sessuale non dichiarate, affrontate e curate possono compromettere lo sviluppo armonico della personalità e ostacolare la realizzazione di un’adeguata funzione genitoriale. L’ascolto empatico e partecipe del terapeuta come “testimone” e la scrittura vengono individuati come due principali strumenti per affrontare l’elaborazione del trauma e aiutare il paziente e la sua famiglia a riemergere dall’abisso di paure, sensi di colpa e angosce.


Parole chiave. Psicoterapia, abuso sessuale, trauma intergenerazionale.


Summary. The weight of the past, the rebellion of the future: listening and writing as instruments to interrupt the intergenerational circuit of abuse.

The article aims, through the story of a clinical case in the form of a diary, to analyze the power and transgenerational effects of trauma. Not declared, faced and treated situations of sexual abuse can compromise the harmonious development of personality and hinder the fulfilment of an adequate parental function. Empathic and participant listening of the therapist as a “witness” and writing are identified as two main tools to dealing with the processing of trauma and helping the patient and his family to emerge from the abyss of fears, guilt and anguishes.


Key words. Psychoterapy, sexual abuse, transgenerational trauma.


Resumen. El peso del pasado, la rebelión del futuro: la escucha y la escritura como instrumentos para interrumpir el circuito intergeneracional del abuso.

El artículo se propone, a través de la narración de un caso clínico en la forma del diario, analizar el poder y los efectos transgeneracionales del trauma. Las situaciones de abuso sexual no declaradas, tratadas y cuidadas pueden comprometer el desarrollo armónico de la personalidad y obstaculizar la realización de una función parental adecuada. La escucha empática y participativa del terapeuta como “testigo” y la escritura son identificadas como dos instrumentos principales para afrontar el tratamiento del trauma y ayudar al paciente y a su familia a salir del abismo de miedos, sentimientos de culpa y angustias.


Palabras clave. Psicoterapia, abuso sexual, trauma transgeneracional.

INTRODUZIONE

«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno,

vi era in me un’invincibile estate»

Albert Camus


La storia che abbiamo scelto di rinarrare è la storia di due donne legate da un filo rosso che non è, purtroppo, solo quello dell’amore profondo che unisce una madre e una figlia. Il segreto che Claudia, a 16 anni, decide di rivelare porta alla luce una vicenda che affonda le proprie radici in esperienze ben più lontane della sua tenera e fragile età.

Il cammino di terapia intrapreso porterà Claudia e sua madre a rivisitare luoghi lontani, a dialogare con personaggi e figure più o meno disperse alla ricerca di risposte, di spiegazioni, di affetto.

Ritornando agli orrori dell’infanzia e rivivendo, attraverso i ricordi, le sensazioni dolorose, entrambe provano a riappropriarsi del loro presente e del loro futuro, rivendicando il diritto di essere due donne libere di amare ed essere amate.

Le narratrici sono anch’esse due donne, due colleghe, due psicoterapeute. Un connubio di stima e fiducia reciproca, un confronto e un sostegno continuo nei momenti di confusione e di smarrimento, un rinforzo vicendevole nei primi passi in avanti e un abbraccio solidale per lo spiraglio di luce filtrato in fondo al tunnel.

La storia inizia in una calda estate...

CASO CLINICO

Agosto 2012

Paola. Sono all’estero, la telefonata di una collega mi avverte che chiamerà un suo conoscente: si tratta della figlia, unicogenita, adolescente che ha fatto a lui e alla moglie una rivelazione. Mi chiama quasi subito: una voce maschile, dolce incrinata dall’ansia e dall’urgenza, mi stringe il cuore. Mi parla di Claudia, la loro unica figlia di 16 anni, che ha fatto loro una confessione, un segreto custodito da anni, vuole essere aiutata. Rientro a Roma e fisso un appuntamento per lui e la moglie.


Settembre 2012

Paola. Li incontro, due persone affrante, la madre smarrita, congelata, persa dietro immagini lontane. Il padre consapevole dell’urgenza di aiutare Claudia, dolorosamente compreso dal suo ruolo di genitore, ora deve aiutare una figlia che non ha saputo proteggere.

Mi raccontano la “storia”: l’orco ha il volto di un coetaneo, il fratello che Claudia avrebbe voluto, il compagno di giochi del piano di sopra, il bambino cresciuto a casa loro come un figlio, abusava di lei fin da piccola. Lo sconcerto, lo sbalordimento, l’incredulità, il dolore. Il senso di colpa, terribile, sarà uno dei protagonisti della terapia; come è possibile non aver visto?

Mi pare subito necessario lavorare in due su questa situazione. Claudia non vuole stare in stanza con i genitori per il momento. Penso subito ad Antonella, al suo prezioso lavoro al Centro Aiuto, al suo feeling con le adolescenti, al nostro lungo sodalizio. So che accetterà di vederli.


15 Ottobre 2012

Incontriamo la famiglia al completo.

Antonella. Claudia entra incerta e titubante. Si guarda intorno sospettosa. I suoi occhi verdi si posano immediatamente su di me. Il suo sguardo è profondo, acuto, vivo, nonostante tutto. Accetta l’idea di un percorso suo, anzi è lei che lo chiede.

Paola. Anche i genitori si guardano intorno, smarriti, hanno bisogno di un appiglio, aggrapparsi a qualcosa che non li lasci affogare, perché tirati giù dal peso della loro colpa, che renda loro giustizia, che doni loro speranza. Accettano gli incontri separati, io con loro, Antonella con Claudia.


Ottobre-dicembre 2012

Antonella. Claudia viene puntuale tutte le settimane, accompagnata dal padre. È educata, intelligente, cordiale. Studia l’ambiente, studia me, non sa bene cosa deve fare. Le situazioni incerte la mettono a disagio. Si vede da come si muove sulla sedia, da come agita le mani. Gli occhi sfuggono a uno sguardo più attento. Il suo intercalare, “scialla”, “tutto bene”, serve a tranquillizzare lei, a rassicurare me che il peggio è passato, che lei ha superato tutto. Cerca conferma in me che sia davvero così. Avvicinarla è difficile. Se vai un po’ oltre scappa spaventata, se sei un po’ più distante pensa che di lei non ti importa e si chiude. È un balletto di cui stiamo pian piano imparando i passi. Fra tentativi ed errori si apre uno spazio di comunicazione più autentico.

Paola. Vengono puntuali alle sedute, mi dicono che la terapia è la loro ora di aria, come due ergastolani, trascinano le catene che li inchiodano alla cecità che ha impedito loro di vedere e di sapere, complici come gli autori di un delitto. Cominciano a fare ipotesi: Claudia era la loro principessa, voluta, attesa così tanto a coronare la loro storia d’amore fatta di fughe bucoliche, amore per gli animali, lettere, poesie dedicate. Credevano di essere fuggiti dalle loro sofferte storie familiari, una malattia psichiatrica nella famiglia di lui, il lutto precoce del padre e gli abusi in quella di lei.

Claudia era la loro dolce tiranna, vivace, attenta, sensibile, brava a scuola, era lei che decideva tutto in famiglia; la loro vita ruotava intorno a lei, ma andava troppo veloce perché si rendessero conto del disastro che si stava consumando. Le sedute si snodano nel toccare questa madre, come una grande ustionata, chiusa in una depressione che ha sempre cercato di nascondere anche a se stessa, nel cercare di restituire al padre la sua dignità di uomo e di padre schiantato sotto una colpa che non si può neanche guardare.

La madre mi porta decine di album dell’infanzia di Claudia, libri di disegni, foto, filastrocche inventate da lei, da Claudia, in un carosello di colori, di poesie, di favole, a voler dire che Claudia era una bambina seguita e felice. Era questa la grande menzogna in cui non si accorgevano di essere immersi. Era anche questo il “gong” della scissione che risuonava nella stanza di terapia.

Gennaio 2013

Antonella. L’alleanza si è rinsaldata, comincio a intravedere e sfiorare delicatamente le ferite ancora sanguinanti. Il dolore è sommerso, coperto da strati di pesante cemento.

Claudia trova nello scrivere un modo, seppure inizialmente filtrato, per cominciare ad aprire una finestrella sul passato e mi scrive:

“Alla fine c’è riuscita!! Sto scrivendo, e le ho anche detto nel messaggio di ricordarmi di darle questo foglio perché altrimenti di mia iniziativa non glielo avrei mai fatto leggere […]. Ho capito che le cose che non riesco a dirle per me sono un vero peso e spero che alla fine di questo foglio sarò riuscita a scriverle. Mercoledì sono venuta con sette tagli sulle gambe e glieli avrei fatti vedere, perché erano tanto profondi quanto le cose che non potevo dire. Ne ho fatto più o meno uno a sera, ho provato le stesse emozioni di tanto tempo fa; ogni goccia di sangue è un modo di tirare fuori quello che è sepolto dentro. Venendo da lei mercoledì ho voluto spostare l’attenzione sui tagli perché parlano per me. Si è mai sentita così sola e fragile che un soffio di vento avrebbe potuto spezzarla? Nonna per me inizialmente era tutto, sì i miei non li consideravo come genitori, ma come due sconosciuti che abitavano in casa mia e lei era una delle pochissime persone a cui volevo veramente bene. Da un giorno all’altro ho visto una donna leonessa diventare una donna macchina, cioè legata alle sbarre del letto e riempita da tubi e medicinali. Era forte e non mollava mai, ma in un solo momento i suoi occhi si sono velati di grigio e la persona che mi dava protezione è diventata quella da proteggere. Da quel giorno mi sono congelata, niente più emozioni […].

Gli anni sono passati e sono finita al liceo. Lì per la prima volta ho confessato ai miei migliori amici di Marco, ma non hanno saputo far altro che boccheggiare inermi e rimproverarmi per i tagli. Ai miei amici sono successe cose terribili, a Flavio è morta la mamma, a Beatrice è morto un fratello, a Rossella il papà. Il dolore provocato da un ragazzino che, sdraiato su un letto che non era il mio, si muove sopra di me mentre io fissavo il vuoto o le sue mani sul e nel mio corpo respinte ma non abbastanza , avrebbe mai potuto competere con questi lutti?

[…] Troppe volte davanti a una terrazza o un balcone ho desiderato lasciarmi andare, non so cosa mi abbia sempre trattenuto, forse l’idea che anche a me potesse spettare un futuro migliore. Ma come faceva lei davanti al senso di vuoto? Quello che ti priva di ogni calore interiore, quello che non ti lascia nessun suono vivo dentro tranne quello del battito ritmico di un cuore che si muove solo per non morire…”.

Paola. Anche la mamma si pone domande: “Bisogna conoscere la propria madre prima di poter davvero conoscere se stesse? Mamma mi soffocava con le sue ansie e le sue paure. Diceva di me “è un agnello in un mondo di lupi”. E poi a casa ricordo lotte spietate tra fratelli per primeggiare nel suo cuore e gelosie mai sopite”.


Luglio 2013

Antonella. Si avvicina la separazione estiva, adesso che la relazione si è fatta più intensa i timori sono tanti. In realtà all’ultimo incontro Claudia riesce ad arrivare a fatica, presenta delle parestesie alle braccia e alle gambe. Vuole sedersi in un angolo della stanza, per terra e io mi accomodo accanto a lei. Lì si sente più sicura, protetta. Mi consegna un quadernetto sulla cui copertina è rappresentata una barca a vela in un mare scuro, si intravedono le pinne degli squali e il cielo è plumbeo. Dentro sono riportati stralci di libri per lei importanti come “Il piccolo principe”. Infine suoi pensieri e poesie.

“Lo so che il percorso non è finito, anzi è appena iniziato per alcuni aspetti, ma la volevo ringraziare perché con il suo dolce sorriso e con la sua forte determinazione mi ha permesso di affacciarmi alla vita reale, e mi piace perché mi fa capire che non sono destinata a morire per il dolore che mi morde dentro, ma posso cercare il modo migliore per vivere. Lei è la prima persona che ha illuminato la mia vita non scappando davanti a ciò che mi è successo, ma restando accanto a me anche nei momenti più neri, anche se non sono riuscita a condividerli a pieno… perché è vero che non ho mai mollato con la scuola e con le amicizie, ma ho mollato me stessa volendo morire per più volte, e cercando di trasformare quel desiderio in realtà… […]. Ho un po’ paura di questo mese, ma sono anche felice perché ci rivediamo a settembre. Buone vacanze”.


Paola. I sintomi di Claudia, in prossimità della pausa estiva, inducono un’accelerazione alle sedute; la madre è in crisi, chiede di intensificare gli incontri, ed è all’interno di una di questi che torna sulla sua storia, raccontando degli abusi subiti da bambina, dopo la morte del padre, da parte di un adulto del paese, durante la festa del santo patrono; l’uomo fu alla fine arrestato perché colto in flagrante ai danni di un’altra bambina. Non ne aveva parlato con nessuno, non con la propria madre, né con altri adulti, solo più tardi al marito. E in questo momento, quasi in contemporanea con la figlia, comincia a scrivere riflessioni sulla sua vita passata, stralci di autobiografia, dove la relazione terapeutica è rappresentata come contenitore e riconoscimento dei suoi bisogni, come rispecchiamento del legame fusionale di coppia.


Agosto 2013

Antonella. Uno scambio di messaggi mantiene aperta la comunicazione tra di noi.

Paola. Uno scambio di messaggi con i genitori mi permette di esserci per loro anche a distanza.


Settembre 2013

Paola. Tornano, rasserenati, hanno passato una parte delle vacanze con Claudia al mare dai parenti, portano una foto di loro tre, Claudia sorride tra mamma e papà, hanno respirato l’annuncio di una rinascita.

Antonella. Dopo alcuni incontri dal rientro dalle vacanze affrontiamo la difficoltà di Claudia di condividere le emozioni. Il suo racconto è completamente edulcorato e ripulito di qualsiasi vissuto emozionale. Così un giorno arriva in seduta e mi porta un piccolo coniglietto di peluche bianco accompagnato da uno scritto di cinque pagine di cui riporto alcuni passaggi.

“Le affido questo peluche che rappresenta la mia parte stupida e indifesa, quella che non si è mai mossa né ha fatto rumore, con lei è al sicuro, almeno non le ripete continuamente che è un’idiota. Si occupi di lei perché continua a pensare che quel coniglio avrebbe potuto fare qualcosa contro un piccolo ma devastante pterodattilo [...]. Lo protegga dal passato ma non glielo faccia dimenticare, voglio che sia al sicuro tra le sue braccia che non hanno artigli ma sono così calde e forti [...]. Glielo spieghi che non è colpa sua, non capirà e per paura si difenderà replicando che non è stata tanto forte da tirare fuori le armi migliori, ma le spieghi che i conigli non hanno armi e che non può farsene una colpa; glielo spieghi con dolcezza, come se stesse accarezzando una bolla di sapone, ha paura di tutto, ha paura anche di me quando la tratto male [...]. La protegga da me perché la tratto male come sono stata sempre trattata, ma la verità è che non se lo merita [...]. La culli nelle notti di pioggia perché quando vede il cielo che piange gli fa spesso compagnia, le mostri colori sgargianti e figure d’amore perché i suoi occhi non vedono altro che ombre nere e mani cattive. Gliela affido perché voglio che qualcuno possa davvero volerle bene, mi aiuti ad amarla ma intanto la protegga e la “ami”...e non lasci troppo sola me perché non voglio perdere la forza di andare avanti [...]. Io lotto, sono una tigre ma le due parti di me separate non possono andare tanto lontano; voglio essere forte e fragile ma non voglio che una parte prevalga sull’altra, voglio essere di nuovo solo io”.


Prendo in affido temporaneamente quel coniglietto bianco perché ha bisogno di un luogo sicuro, quello che la nostra relazione terapeutica sta diventando. Ma Claudia ha l’urgente bisogno di integrare le sue parti scisse, di ritrovare unità per potersi riconoscere e accettare nella sua interezza.


Novembre 2013

Claudia mi consegna un altro quaderno che contiene stralci di libri per lei significativi e alcune poesie scritte da lei. Una dedicata a me.

“Inspiravo silenzio ed espiravo paura, lei come l’acqua ha lavato le mie ferite, spazzando via i residui di sporche impronte di mani, levigando teneramente l’armatura di dura roccia che soffocava il mio cuore, lei come il vento ha soffiato via la nebbia dei tetri ricordi.

Lei come il fuoco ha riscaldato ogni mio arto per permettergli di muoversi da solo.

Lei come il sole mi ha illuminato la strada più ardua ma bella da seguire.

Lei come lei stessa, mi ha dato la forza di vivere e non di vivere per morire”.


Claudia sta investendo molto nella nostra relazione, ma sta anche idealizzando il nostro rapporto. Pensa che sia io il motore del suo cambiamento, sente di potercela fare solo grazie a me. Questo genera in lei sentimenti conflittuali e anche in me.


Gennaio 2014

Antonella. La nostra relazione si è rinsaldata e Claudia ha uno strenuo bisogno di controllarla. Inoltre, sente forte il bisogno di riparazione e questo rischia di diventare una pretesa nella relazione con l’altro. La necessità di essere compresa, il bisogno di controllo e conferme, la rendono avida. Allo stesso tempo la paura di perdersi, di diventare dipendente, di essere rifiutata o abbandonata la rendono a tratti arrabbiata e inafferrabile.

È tempo di contenimento e frustrazione, un connubio che Claudia non ha praticamente mai sperimentato con i genitori. È tempo di interrompere la relazione “abusante”.

È arrivato il momento di poter investire qualcosa di se stessa e ricominciare a credere di possedere qualcosa di buono. Non basta che ci creda io, non posso lavorare per entrambe.

Mi “ribello”, come lei in passato non ha potuto fare, ristabilisco i confini della nostra relazione, come lei ha avuto paura di fare, comincio a rendere esplicito che lei ce la può fare anche senza di me, quello che lei non ha mai creduto. Claudia si arrabbia, si sente tradita, piange, è delusa, pensa che anch’io le sto voltando le spalle. Ma non è così, posso dimostrale che io continuo ad esserci, che la nostra relazione continua a esistere ma in un modo più sano e funzionale.

Sembra incredibile, ma tutto questo attiva un’energia bloccata che diventa vita.

Paola. I genitori portano una stanchezza della tirannia, sembrano più pronti a porre dei confini all’espandersi di Claudia, ancora spaventati nel proporsi come genitori, ma decisi a uscire dalla paralisi della colpevolizzazione, per andare incontro alla pesante corona della genitorialità. Portano la consapevolezza e la possibilità di dover guardare avanti. È Claudia che lo chiede.


Marzo 2014

Antonella. Claudia prepara con il padre i biscotti che mi offrirà nell’incontro successivo, decide di iscriversi a scuola guida per prendere la patente, parla e si confida con i suoi migliori amici per piangere con loro, si rivolge a suo padre e sua madre dando loro la possibilità di provare a essere bravi genitori.

Paola. La madre afferma “Mi è chiaro che non devo legare Claudia a me con i sensi di colpa e con il pensare di essere per lei indispensabile. La devo aiutare a crescere nell’autonomia, mettendo da parte la mia ansia e le mie paure”.


Maggio 2014

Antonella. Dopo la “tempesta” emotiva che l’ha travolta Claudia scrive: 

“Grazie davvero, perché adesso riesco a vivere per me. Prima credevo che lei potesse darmi una vita migliore ma credo anche che le cose non vadano per forza come vogliamo noi e che invece di distruggere ciò che è guasto, la cosa migliore sia quella di provare ad aggiustarlo. Mi sono detta che la mia vita sarebbe stata sicuramente migliore se lei ne avesse fatto parte, soprattutto quando ero piccola, ma poi ho anche pensato che io una famiglia ce l’ho; per quanto possa essere distrutta e fragile è la mia famiglia e devo smetterla di cercare fuori ciò che non ho avuto da loro. Alla fine non scegliamo noi chi avere accanto ma possiamo scegliere se fare qualcosa per rendere migliore ciò che non lo è o buttare tutto, e io ho deciso di rischiare, di mettermi in gioco, per questo ho deciso di parlare con i miei e di chiedergli di provare strategie migliori per essere bravi genitori e loro se la stanno cavando discretamente”.

DISCUSSIONE

Abbiamo deciso di condividere questa storia perché parla di famiglia, di donne, del dolore e della speranza che può unire una madre e una figlia, della fiducia e della passione per il proprio lavoro che può unire due colleghe. La forma del diario ricalca la modalità di relazione e di dialogo che ha caratterizzato questa terapia. La forza deflagrante delle emozioni e dei vissuti di Claudia e della madre hanno spesso trovato nella forma scritta - lettere e poesie - un modo per essere esternate, per essere tradotte e ascoltate.

Claudia ha proposto anche a me di utilizzare un quaderno che di tanto in tanto ci scambiavamo, per poter scrivere pensieri e riflessioni sull’altra e sulla nostra relazione. La scrittura ha consentito a Claudia di ripercorrere i momenti più dolorosi della sua vita e le ha permesso di potersi riavvicinare a essi da una prospettiva diversa.

Questa terapia è stato il lento riavvolgimento di un nastro per rientrare nella stanza degli orrori e poter ripercorrere insieme quanto accaduto. Per Claudia è stato molto difficile e doloroso ritornare agli anni degli abusi, ai silenzi e ai sensi di colpa, alla confusione e allo smarrimento di quel periodo e contattare i suoi vissuti. Si trattava del suo compagno di infanzia, un ragazzino poco più grande di lei, che nella loro stanza dei giochi da bambini si tramutava nel suo aguzzino. Le manipolazioni, le minacce, la solitudine, il silenzio di una bambina che non capiva il confine tra realtà e fantasia, tra giusto e sbagliato, tra gioco e abuso. Sapeva solo che lei dopo provava vergogna, senso di colpa, si sentiva sporca e non in grado di riferire a nessuno il suo terribile segreto.

Anche io e Paola in quel periodo ci scrivevamo spesso per condividere pensieri e riflessioni, a volte prima di andare a dormire per fermare quel pensiero o quella sensazione ed evitare che svanissero nell’oblio notturno.

Il tema del maltrattamento e dell’abuso sessuale infantile è un argomento scottante, di fronte al quale il professionista deve muoversi con grande attenzione e cautela. Spesso è un argomento celato che si svela nel dipanarsi di una terapia anche quando il sospetto è lontano, ma chi ha consapevolezza delle “infanzie infelici” ha sempre le orecchie aperte, lo sguardo attento e il cuore trepidante nel cogliere quei piccoli segnali che ci conducono davanti a quel portone sbarrato. Oltrepassarlo vuol dire avventurarsi su un percorso irto di ostacoli e sofferenze, ma non desistere apre alla possibilità di decodificare e risignificare il disagio della persona che abbiamo davanti regalandole la possibilità di riscattare il proprio futuro.

Claudia è una bambina e poi un’adolescente che, all’apparenza, non mostra alcun tipo di disagio; il suo tormento è interno, nascosto, la logora giorno dopo giorno togliendo colore e vitalità alla sua esistenza. I suoi legami di attaccamento - soprattutto quello con il materno - è segnato dall’impossibilità di essere adeguatamente vista e contenuta. La madre è anch’essa fragile, segnata a sua volta dall’esperienza dell’abuso e incapace di riconoscere nella figlia quei segnali di sofferenza a lei così familiari. Il padre, figura un po’ di sfondo in questa vicenda, non riesce a entrare in questo rapporto fusionale madre-figlia e resta sulla soglia a osservare le donne della sua vita trascinarsi nel quotidiano, in un gioco di proiezioni e aspettative reciproche, senza riuscire a comprendere e decifrare il loro linguaggio così intimo ed escludente. Per Claudia il peso del suo segreto si fa, alle soglie della maggiore età, così pesante da non riuscire più a essere mistificato. I tagli parlano al suo posto e i genitori non possono più far finta di non vedere.

Claudia si sta affacciando al mondo adulto e il rapporto con la madre comincia a starle stretto, non può continuare a proteggerla, da sola non è più in grado. La depressione della madre l’ha portata a non percepire in lei una figura di appoggio e sostegno. Con lei si è però confusa, caricando sulle sue fragili spalle il peso di soccorrerla e consolarla, non riconoscendo più i suoi confini identitari e i suoi bisogni. La rivelazione dell’abuso diventa anche un modo, inconsapevole, di separarsi dalla madre, per differenziare il loro sentire, per guardarsi con una nuova distanza, quella che ti consente davvero di riconoscere l’altro per quello che è. Il rapporto sembra andare in crisi, ma in realtà è un movimento funzionale che consente a entrambe di entrare in contatto con se stesse, con il proprio dolore e la propria solitudine. La rivelazione mobilita allo stesso tempo la figura del padre che si sente chiamato in causa e corresponsabile con la madre di quanto accaduto. Finalmente può svolgere un ruolo attivo ed è lui che costruisce la richiesta di aiuto. Da questo momento la sua relazione con Claudia acquista sfumature diverse, di maggiore sostegno e complicità.

Questi movimenti si realizzano con enorme rumore, rappresentano un passaggio che attiva emozioni potenti e distruttive come la rabbia, il risentimento, la paura, il senso di colpa e di solitudine, che spaventano e disorientano il paziente così come il terapeuta. È stato molto importante, particolarmente in questo delicato momento, essere in due a seguire la terapia. Ognuna di noi ha svolto una funzione di rispecchiamento e contenimento dell’altra, ha mobilitato risorse per poter sostenere l’intero sistema terapeutico nella consapevolezza di non essere sole a bilanciare il carico emotivo della famiglia.

Negli anni di lavoro intenso e appassionante al Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia diretto da Luigi Cancrini2 avevamo sperimentato quanto fosse importante di fronte a queste situazioni essere una coppia e poi anche un gruppo. La portata emotiva e la complessità delle storie, le connessioni intergenerazionali, le reazioni transferali e controtransferali travolgono e avviluppano il terapeuta in un vortice su cui è difficile avere il controllo e da cui si rischia di essere risucchiati. Lo sguardo dell’altro è un salvagente nella tempesta, una bussola da utilizzare per ri-orientare il proprio lavoro. In questo caso non si è trattato di un rapporto terapeuta-supervisore, né di una coterapia tout-court, ma piuttosto di un percorso fatto in parallelo su due assi relazionali e generazionali differenti, ma intersecati. È stato molto interessante mettere insieme i propri punti di vista e le proprie sensazioni per creare connessioni nuove da utilizzare in modo incrociato.

Claudia presentava le caratteristiche del funzionamento borderline di personalità e si avviava verso la strutturazione di un disturbo psicopatologico quando la incontriamo. Rifacendoci a Lorna Smith Benjamin [1] nella storia di Claudia riscontriamo: a) un caos familiare legato alle vicende coniugali dei genitori, che nel corso degli anni alternano momenti di pace a duri scontri e poi terrificanti periodi di silenzio, con una delega dell’educazione della figlia a figure parentali quali ad esempio la nonna materna; b) una storia evolutiva caratterizzata da fasi di cure affettuose a momenti di abbandono, che Claudia vive quando la madre attraversa lunghi periodi di depressione; c) una storia in cui il bambino è stato oggetto di un amore discontinuo ma autentico, in cui si sente legato a una figura fondamentale che soffre però dei movimenti di autonomia del bambino e della sua ricerca di appoggio in figure esterne alla famiglia. La madre di Claudia soffre, infatti, quando la figlia non la riconosce come suo unico punto di riferimento; d) una storia evolutiva in cui il bambino impara che “l’infelicità e la malattia attirano l’amore e la preoccupazione”, motivo per cui da adolescente e da adulto tenderà ad aspettarsi che chi si cura di lui tenda a dagli di più se sta male e soffre [2].

Indubbiamente nella storia di Claudia la figura della nonna materna costituisce quel fattore protettivo che le consente di mantenere un certo equilibrio e che le garantisce un buon livello di resilienza. Intendiamo in questo caso resilienza nell’accezione fornita da Cancrini [2], secondo il quale, in queste situazioni, possiamo intenderla come “il risultato di una situazione in cui qualcuno ha saputo evitare al bambino che la solitudine dell’abbandono, il conflitto di lealtà e l’abitudine a cercare affetto con lo star male diventassero tratti stabili e in qualche modo obbligati della sua organizzazione di personalità”. Non è un caso che il malessere di Claudia si acuisce quando la nonna si ammala e perde la sua funzione consolatoria e accudente per diventare essa stessa bisognosa di cure e di supporto.

Il lavoro parallelo di recupero della funzione genitoriale materna e paterna svolto da Paola con la coppia aiuta Claudia ad avere accesso a delle figure parentali più equilibrate e consapevoli.

Nel lavoro terapeutico con Claudia è stato molto difficile sostenere le sue richieste, correvo sempre il rischio di non sentirmi mai abbastanza capace di darle aiuto, o di non dargliene a sufficienza. Le sue richieste erano sempre più audaci, mettevano in continuazione alla prova la relazione per poi attaccare il legame, spaventata dall’intensità che andava acquisendo e dallo spettro di un possibile abbandono. Solo continuando a rimanere accanto a lei in questa tempesta emotiva e trovando nel confronto con Paola una possibilità di rispecchiamento e di riflessione ho potuto rileggere e metacomunicare su quanto accadeva tra noi, fornendo a Claudia un nuovo modello per poter stare in relazione con l’altro in una “giusta vicinanza”.

Il circuito intergenerazionale dell’abuso

Questa esperienza terapeutica ha sicuramente messo in evidenza quanto il trauma infantile non elaborato possa portare un individuo in età adulta, e soprattutto nella sua funzione genitoriale, ad agire comportamenti non protettivi nei confronti della prole.

Uno dei primi a dichiarare l’esistenza di una trasmissione intergenerazionale dell’abuso fu Ferenczi [3] nel 1933, definendo il trauma come uno scambio di contenuti intrapsichici fra due inconsci, quello della vittima e quello dell’aggressore, e ritenendo che fosse connesso con il tramandarsi di storie familiari, dove vigeva “la legge del silenzio psichico”, ossia la proibizione di pensare.

L’infanzia è un momento fondamentale per la salute fisica e mentale del futuro adulto, ed è per questo che è molto rilevante la formazione di un legame di attaccamento fra il bambino e chi si prende cura di lui [4]. Man mano che la crescita va avanti, il bambino tende a identificarsi e cerca per questo un contatto più attivo con i genitori. L’aspetto di frammentazione dell’identità genitoriale fornisce al bambino un rispecchiamento deformato che influisce sulla strutturazione della sua personalità e sulla qualità della relazione.

Le scienze dell’attaccamento e le neuroscienze ci vengono in aiuto per capire la trasmissione traumatica intergenerazionale. Gli studi hanno infatti evidenziato che esperienze positive nell’attaccamento hanno effetti a lungo termine sull’asse ipotalamo-ipofisario-adrenocorticale, che gioca un ruolo decisivo sia nella regolazione tra organismi che nel singolo organismo. Questo processo è più intenso nella prima fase di vita del bambino, quando il cervello è nella massima crescita e formazione. La funzione del caregiver è pertanto fondamentale per lo sviluppo dell’individuo, poiché la madre funziona da regolatrice dello sviluppo socioemozionale durante i primi anni di vita [5]. Poiché al momento della nascita del bambino nella madre si “riattiva il sistema dell’attaccamento”, cioè quei modelli operativi interni che hanno regolato il suo attaccamento ai genitori, è semplice comprendere che l’accudimento del piccolo dipenderà molto da come il genitore è stato a sua volta allevato e da come si è sentito nelle braccia di chi lo ha accudito [6].

Un genitore gravemente depresso o eccessivamente ansioso sarà deprivante o non rassicurante o spaventato nell’accudimento genitoriale. È stato rilevato che anche se il bambino non viene maltrattato, ma ha una madre con traumatizzazioni e lutti non “risolti”, nella fase dell’accudimento il piccolo introietta “le aree dissociate” della madre, come se ci fosse stato maltrattamento. Questo perché in certi momenti il bambino rimane solo, senza un aiuto, una rassicurazione, e si spaventa di quella assenza del genitore. Immaginiamoci cosa succede nella mente di un bambino la cui madre è depressa, o assente o malata o costantemente arrabbiata e aggressiva, e i suoi segnali non possono essere accolti, ma è dal filtro e dalla regolazione di quei segnali che per quel bambino si sviluppa la vita e la conoscenza di quello che sarà e del proprio Sé.

Quindi l’esistenza di un trauma non risolto implica per il genitore una difficoltà a prendersi cura del bambino, e quel trauma diventa il fardello per il figlio che deve gestire un attaccamento disorganizzato, che metterà a rischio le sue relazioni future, la sua capacità di reazione ad altri eventi difficili della vita, oltre a poterlo condurre verso lo sviluppo di una patologia [5].

Secondo Mucci [6] nel caso dei disturbi di personalità è sempre riscontrabile “il primo livello traumatico”, ossia la dissintonia madre-bambino con, in aggiunta, “il secondo livello traumatico”, cioè il trauma dovuto ad attivo maltrattamento e abuso. Questi maltrattamenti conducono a due esiti fondamentali: la disregolazione affettiva, che fa sì che il sistema mente-corpo-cervello cerchi sollievo e cerchi di autoregolarsi con il cibo o il vomito, con i tagli, con le droghe, con l’alcol, con autodistruttività di vario genere, incluso soldi e tempo, e con in aggiunta la dinamica, a livello di comportamento, dell’identificazione con l’aggressore, per cui si instaura un circuito di colpa, vergogna e aggressività che esita in distruttività verso se stessi oppure verso l’altro.

Quanto appena detto è evidente in Claudia, infatti l’abuso si aggiunge come elemento traumatico a un trauma precedente, quello relazionale collegato alla storia di attaccamento discontinua e frammentata con la madre.

La traumatizzazione viene quindi passata da una generazione all’altra, in una catena di morte e violenza, se non viene riparata prima possibile. Per tale motivo Cancrini [2] sottolinea l’importanza di considerare le problematiche interpersonali, traumatiche e intergenerazionali delle madri o dei caregiver che non sono in grado, purtroppo, di rispondere in modo “sufficientemente buono” al compito immenso delle cure e dello sviluppo armonioso del bambino. Se non viene interrotto, il ciclo della ripetizione intergenerazionale consegna la propria eredità da una generazione all’altra, da un padre a un figlio, da una madre a una figlia, e l’accudimento riattiva il sistema dell’attaccamento, rendendo attuali vecchie ferite.

Gli effetti del trauma hanno natura circolare e, come scrive Galli, «La trasmissione transgenerazionale è un modello operativo che vede l’individuo come un anello di una catena operativa, la famiglia, che può venire in contatto con elementi che non gli appartengono direttamente, ma riguardano un membro della famiglia di una generazione precedente [...]. Le reazioni del singolo individuo traumatizzato e le risposte del sistema familiare sono collegati in un processo circolare. La misura in cui la famiglia può supportare l’individuo è legata al modo in cui i membri della famiglia gestiscono le proprie reazioni al trauma, mentre le caratteristiche specifiche del trauma, della vittima e della sintomatologia a loro volta influenzano l’impatto del trauma sulla famiglia» [7].

Ascolto e scrittura

L’ascolto e la scrittura sono stati i due elementi peculiari di questa terapia e di come è possibile intervenire in situazioni così compromesse e frammentate attraverso un lavoro complesso di contenimento, ricucitura e rinarrazione.

Come ricorda Mucci, «Laddove si opera con vittime di violenze domestiche e familiari [...], di guerre, di persecuzioni politiche e di eccidi e stermini il nemico più temibile è il silenzio che, come aveva intuito Ferenczi, ha una mortifera capacità di rendere l’evento sempre reale ed “eternamente presente”. Una “terra di nessuno”, quindi, ma anche “una terra senza tempo”» [6].

Tra i primi ad attribuire valore terapeutico alla narrazione è Jerome Bruner [8], che ne mette in evidenza il carattere internazionale, transtorico e transculturale, sottolineando che la vita stessa è storia. Bruner ipotizza l’esistenza di due differenti modalità di conoscenza e quindi di pensiero, autonome ma complementari: il pensiero paradigmatico e quello creativo. Il primo tenta di essere quanto più “scientifico” e formale possibile, è dunque orientato alla risoluzione dei problemi pratici; più astratto è invece il secondo, che va a costruire un significato che è incentrato sul narrarsi a sé e all’altro, caratterizzato dal significato attribuito alle proprie esperienze di vita, nasce così il racconto.

La validità terapeutica del narrare risiederebbe proprio nella possibilità di scrivere e riscrivere la propria storia adeguandola alle esperienze vissute; si fonda quindi sulla continua ridefinizione di un’identità; così come un sistema che si auto-organizza, strutturalmente determinato e volto a mantenere la sua unità.

Guidano [9] ritiene che i significati personali attribuiti agli eventi si costruiscano mediante processi di consequenzialità di eventi emotivamente significativi che portano alla visione unitaria di sé attraverso la creazione di una storia. Il sentimento di sé coincide con la coerenza interna di questa storia a cui il protagonista deve in qualche modo adattarsi, imprevisti compresi, in quanto parti integranti di ogni vissuto. Quando un evento non può essere assimilato si assiste alla genesi del sintomo psicopatologico e l’obiettivo della psicoterapia diventa quello di integrare gli eventi critici mediante continue riorganizzazioni del mondo interno.

Il più importante esempio di terapia narrativa si ritrova nel pensiero di Michael White [10], che è arrivato a costituire un vero e proprio metodo di lavoro che si sviluppa all’interno di una metafora narrativa. Il racconto della propria vita non è solo descrizione di fatti, ma anche strumento di ristrutturazione di presente, passato e futuro. Spesso è un’unica storia a essere dominante, quella che ci raccontano gli altri, a discapito dell’autenticità della persona.

In terapia il paziente racconta o agisce storie: le storie raccontate riguardano quanto viene detto dal paziente, mentre quelle agite vanno oltre, si tratta delle drammatizzazioni dei due ‘attori’ coinvolti, paziente e terapeuta, ovvero i sentimenti di transfert. Il terapeuta può così’ restituire al paziente una ipotetica ricostruzione della storia, sostenuta dalle varie parti emerse, attraverso l’enfatizzazione di somiglianze o di temi prevalenti e tenendo presente le storie raccontate dai sogni. Il fine ultimo è rendere consapevole il paziente dei propri schemi e copioni interni aumentandone il senso di padronanza.

Demetrio [11] sostiene che avere la possibilità di ri-costruire la propria storia è necessario non solo per avere una storia, ma anche per avere gli strumenti necessari a riconnettersi a essa.

Albasi [12] evidenzia che, per emergere, i pensieri hanno bisogno di un’interlocuzione, ovvero il confronto con i pensieri di un testimone, reale o immaginario. Avere percezione che la propria storia esista nella mente di qualcun altro permette di sentire cosa sta accadendo nell’esperienza, “ascoltando attraverso le sue orecchie” e “vedendo attraverso il suo sguardo” la storia che si sta raccontando [13].

Il contesto in cui ha luogo lo scongelamento di alcuni ricordi, attraverso il raccontare a un testimone, è quello della soggettività di due persone profondamente coinvolte nel cercare la realtà e il senso di un’esperienza di vita, persone che hanno a disposizione la loro mente, mente che ha a disposizione il potente strumento della narrazione. La narrazione consente di collegare parti di sé attraverso il tempo, prima e dopo il trauma, e consente un processo consolatorio poiché attivata e ascoltata da un testimone responsivo e partecipe [13].

La narrazione offre, dunque, la possibilità di verbalizzare fatti, sentimenti, pensieri che possono costruire e ricostruire significati distrutti nello sradicamento e nella solitudine esistenziale.

Oltre alla narrazione orale, l’uso della narrazione scritta occupa in letteratura un vasto campo di studi. Scrivere sulle proprie esperienze emotive è, secondo Pennebaker, un processo psicoterapeutico capace di elicitare cambiamenti fisici e mentali [14].

Ricordare, in psicoterapia e nel processo di scrittura, significa rinarrare la propria storia e il ri-narrare indotto e offerto dalla scrittura consente la configurazione del proprio passato, come descrizione e ritrascrizione del romanzo familiare che si modifica, si amplia, si arricchisce di tutti quegli elementi che riguardano e hanno a che fare con il proprio essere protagonista “attivo” di questo racconto e di quel romanzo. La scrittura diventa il tentativo di capire, comprendere più in profondità il perché di certe esperienze angosciose e traumatiche, nella speranza di poterne fare qualche cosa di costruttivo.

Il narrare di sé diventa allora una sorta di rituale introspettivo, che porta e offre la possibilità di accorgersi di aver vissuto, di essere riusciti a sopravvivere persino alle situazioni più disastrosamente traumatiche.

Per seppellire realmente un trauma paralizzante attraverso una nuova traduzione accettabile occorre però prima affrontare davvero quel trauma, riviverlo grazie anche al potere rievocativo della scrittura legata al ricordo; altrimenti, esso tornerà come “oggetto” ingombrante vuoto e privo di quel senso e significato salvifici a ingombrare la mente e il corpo della vittima.

Nel caso di memorie infantili di un trauma è ancora più difficile capire per un adulto: esse, infatti, sono costituite, paradossalmente, proprio da ciò di cui il bambino ha fatto esperienza, senza il beneficio di una conoscenza adulta, e in un corpo diverso da quello di un adulto. Per un bambino le linee di demarcazione fra vita e morte, realtà usuale e realtà inusuale, fra le dimensioni dell’esistenza interna e quella esterna sono molto più fluide e sfocate rispetto a come diventano in fasi successive e più mature della vita. La violenza sessuale conduce a una scissione delle diverse componenti in frammenti separati di memoria e queste memorie non riguardano solo l’evento traumatico, ma anche la risposta del corpo a esso. Nel bambino queste si mescolano alle sue informazioni incomplete e parziali di ciò che generalmente viene considerato il solito e l’ordinario, e alla sua conoscenza non verbale del trascendente, per creare memorie di terrore e impotenza che si rivelano essere contemporaneamente disgustose e paralizzanti. Così, affinché le memorie infantili del trauma possano diventare “memoria” socialmente accettata e riconosciuta, dotata di senso narrativo, il salto da ciò di cui si è dovuto fare esperienza traumatica a ciò che si è in grado di dire a riguardo risulta spesso enorme e pauroso da affrontare [15]. Occorre allora ripercorrere il percorso a ritroso e la scrittura, allora, appare come l’unico mezzo per rendere l’inconscio conscio, i frammenti di memoria legata al corpo – e quindi nel bisogno fondamentale ed essenziale di essere resi linguaggio – presenti non più in forma caotica, bensì in uno stile disciplinato e necessariamente organizzato a livello sintattico. La scrittura, dunque, come occasione di rinascita per un sé brutalmente danneggiato e menomato, come “ponte” che unisce le due dimensioni del trauma e che consente, come oggetto transizionale, il passaggio dal silenzio alla parola, dal corpo alla mente, consentendo una rielaborazione protetta di vissuti terribili come la vergogna e la colpa.

In molte ricerche si è tentato di indagare il rapporto tra racconto autobiografico e salute individuale per constatarne il potenziale terapeutico.

Un’osservazione costante degli studi che hanno utilizzato il paradigma della scrittura espressiva è che la possibilità di parlare o scrivere di argomenti emotivi influisce sul modo in cui le persone pensano al trauma, alle loro emozioni e a se stesse. In particolare, alcuni risultati evidenziano che la scrittura potrebbe essere più efficace per le persone che hanno sperimentato esperienze traumatiche di cui è difficile parlare con gli altri.

Il potere della scrittura non è dovuto solo alla mera espressione emotiva nel senso dello sfogo catartico o liberatorio, ma alla possibilità di accedere all’evento traumatico e riconoscerlo attraverso la narrazione dei pensieri, dei fatti e delle emozioni a essi associati.

Nel corso dei suoi studi Pennebaker è andato convincendosi che i benefici della scrittura espressiva siano da ricondurre non solo all’espressione verbale di pensieri e stati d’animo, ma più in particolare alla loro organizzazione in forma di storia [16]. D’altro canto ognuno di noi comincia ad ascoltare e conoscere storie sin dall’infanzia e l’acquisizione dell’abilità di stabilire nessi causali e formare storie è una tappa di sviluppo molto importante che favorisce lo sviluppo di una vita emozionale coerente [17].

La costruzione di un racconto permette di collegare tutti i cambiamenti intervenuti nella nostra vita in una storia ampia e completa. Inoltre, quando un avvenimento complesso viene organizzato nel formato di una storia, esso viene semplificato e la mente non ha più bisogno di attivarsi per conferirgli una struttura e un significato.

L’effetto finale di una costruzione di una storia è che il ricordo degli eventi emotivamente carichi può subire una trasformazione. Le nostre esperienze complesse divengono più comprensibili e la traduzione verbale della sofferenza ci aiuta a elaborarla. Senza trascurare il fatto che organizzare e ricordare gli eventi in modo coerente, integrando pensieri e stati d’animo, dà un senso di prevedibilità e controllo sulla propria vita. Quando l’esperienza acquisisce una struttura e un significato, i suoi effetti emozionali diventano più gestibili, una sorta di senso di “risoluzione” che si accompagna a una riduzione della ruminazione mentale.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il circuito intergenerazionale dell’abuso e il potere terapeutico dell’ascolto e della scrittura sono le due direttrici attraverso cui abbiamo cercato di rileggere la terapia svolta, e hanno mostrato una significativa interrelazione. La madre di Claudia con il suo carico di silenzio circa l’esperienza di abuso ha trovato nello spazio psicoterapeutico le “parole per dirlo”, per risignificare la propria esperienza infantile, ma anche per comprendere e perdonare la propria cecità di fronte al dramma che sua figlia aveva vissuto. Dal canto suo Claudia ha ripercorso quel doloroso periodo di abusi e di solitudine in cui sentiva che i suoi genitori non potevano contenere e gestire quello che le stava accadendo. Attraverso il racconto e la scrittura dei ricordi che pian piano e con fatica riaffioravano nella sua mente, e affondavano le unghie nella sua pelle, ha potuto ricontattare le sue emozioni e rielaborarle, conferendogli una strutturazione più coerente e riempiendo quei vuoti di significati che rendevano quell’esperienza angosciante e totalmente fuori controllo.

L’ascolto di quelle parole da parte di qualcuno che finalmente era lì per accogliere senza giudicare e senza spaventarsi e scappare, la condivisione di quel dolore e la possibilità di depositare un fardello così pesante per selezionare e decidere cosa portare con sé nel cammino futuro, hanno determinato un passaggio cruciale nel percorso di recupero sia per Claudia che per la mamma. Entrambe nel corso della terapia hanno potuto parlarsi con parole nuove, osservarsi con sguardi diversi e confrontarsi in una dimensione più ricca di consapevolezze.

Per me e Paola è stata un’esperienza coinvolgente e arricchente, a tratti saturante, sia sul piano emotivo che relazionale. Solo a distanza di tempo abbiamo potuto riguardare al lavoro fatto per inquadrare il percorso terapeutico in una cornice, anche teorica, più ampia e più densa di significati.


2
 Il Centro si è occupato della presa in carico valutativa e terapeutica di casi di abuso e maltrattamento all’infanzia, lavorando in rete con i Servizi Sociali territoriali.

bIBLIOGRAFIA

 1. Benjamin Smith L. Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Roma: LAS, 1999.

 2. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.

 3. Ferenczi S [1933]. Diario Clinico. Gennaio-Ottobre 1932. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1988.

 4. Bowlby J. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1989.

 5. Mucci C. Trauma e perdono. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014.

 6. Mucci C. Corpi borderline. Regolazione affettiva e clinica dei disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2020.

 7. Galli M. La famiglia e il trauma. La notte stellata. Rivista di psicologia e psicoterapia 2019; 1: 69-91.

 8. Bruner J. La ricerca del significato. Torino: Bollati Boringhieri, 1992.

 9. Guidano VF. Il Sé nel suo divenire. Torino: Boringhieri, 1992.

10. White M. La terapia come narrazione. Roma: Casa Editrice Astrolabio, 1992.

11. Demetrio D. Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Raffaello Cortina
Editore, 1996.

12. Albasi C, Ferrero V. Racconto dialogico e testimonianza terapeutica: dimensioni narrative del trattamento, trauma e dissociazione in una prospettica psicoanalitica relazionale. Psichiatria e psicoterapia 2013; 32: 339-59.

13. Stern DB. Witnessing across time: accessing the present from the past and the past from the present. Psychoanal Q 2012; 81: 53-81.

14. Pennebaker JW. Tradurre in parole le esperienze traumatiche: implicazioni per l’abuso infantile e per il mantenimento della salute. Psicologia della salute 1999; 2: 32-48.

15. Merz E. La scrittura come occasione di percorso terapeutico in Dorothy Allison, Fredrica Wagman e Marie Cardinal. Università degli Studi di Trento - Dottorato in Letterature Comparate e Studi Culturali. A.A. 2010/2011.

16. Lo Iacono G. Lo studio sperimentale della scrittura autobiografica: la prospettiva di James Pannebeker. Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria 2016; 16: 34-60.

17. Mancuso JC, Sarbin TR. The narrative construction of emotional life: developmental aspects. In: Mascolo MF, Griffin S (a cura di). What develops in emotional development? Emotions, personality and psychotherapy. New York: Plenum Press, 1998.