Psicoterapia online e approccio dialogico
nella clinica e nella formazione


Francesca Romana De Gregorio1


1Psicologa, psicoterapeuta; Presidente della Associazione Bambini nel Tempo; Allieva didatta del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, Roma; Facilitatore Pratiche Dialogiche nelle Organizzazioni Complesse.


Anche noi, come tutti, ai primi di marzo 2020 ci siamo trovati di fronte al lockdown. Per quanto mi riguarda non avevo mai fatto psicoterapia da remoto e anzi, dal 2017, insieme a Maria Laura Vittori e a Sara Gentilezza stavamo praticando un approccio dialogico, l’Open Dialogue, che molti di voi conosceranno, con le famiglie in cui si verifica un esordio psicotico.


La pratica del Dialogo Aperto ha come caratteristiche fondamentali:

1. un sistema di cura integrata basata sulla Comunità locale, che coinvolge i familiari e le reti sociali sin dal primo momento in cui è richiesto aiuto;

2. una pratica dialogica, una forma di colloquio terapeutico all’interno della riunione di cura.


Le riunioni di supervisione con Jorma Ahonen avvenivano presso il Dipartimento di Salute Mentale di Frascati, periodicamente, in una grande stanza dove tra familiari e operatori arrivavamo a essere anche 40 persone e lo stupore che ricordo di aver provato le prime volte era proprio quello che i pazienti non sperimentavano nessun imbarazzo a parlare davanti a tanti professionisti, molti dei quali si presentavano loro per la prima volta. L’entusiasmo per questo approccio ci aveva portate a sperimentarlo anche nella formazione con il nostro gruppo di training, che arrivava a conclusione proprio nell’autunno del 2019. L’esperienza era stata davvero entusiasmante, a tal punto che spesso parlavamo di voler eliminare la barriera dello specchio unidirezionale e così pensammo di continuare con il gruppo successivo di secondo anno, che iniziò alla fine del mese di febbraio 2020. Giusto il tempo di fare insieme un gioco per conoscerci (avevano avuto un’altra didatta nel primo anno) e poi subito la prima famiglia inviata da una collega psichiatra. Il paziente era ancora ricoverato in una clinica romana. Bellissima prima seduta con 4 membri della famiglia, inviante, due terapeuti, facilitatori e un gruppo riflessivo di 4 persone. Totale 11 persone in una stanza. Diamo alla famiglia un secondo appuntamento.


Lockdown. Panico. Che fare?

Per quanto tutto questo potesse apparire inconciliabile con il collegamento da remoto che era già per noi difficile da immaginare, oltre tutto in un contesto di formazione, presto abbiamo scoperto che proprio la connessione da remoto ci consentiva di rispettare al meglio i 7 Principi del Dialogo Aperto.


1. Quale aiuto può essere infatti più immediato di quello che arriva dov’è il paziente evitando spostamenti?

2. Quale opportunità più grande di coinvolgimento di tutta la rete sociale e il sistema curante? Le persone possono connettersi da luoghi diversi e anche molto distanti tra loro.

3. Flessibilità e mobilità del sistema di cura non potrebbero essere più grandi perché ognuno arriva nei luoghi di vita e di lavoro dell’altro.

4. La responsabilità di non lasciare solo il paziente e la sua famiglia è stata assicurata in questo modo durante il lockdown e durante la positività al covid dei pazienti, dei terapeuti e degli allievi, così come durante le quarantene alle quali ognuno di noi è stato sottoposto quando è entrato in contatto con una persona positiva.

5. La continuità psicologica è stata assicurata solo in questo modo. Tornando alla nostra prima terapia del gruppo di secondo anno, bruscamente interrotta dal lockdown, il paziente ha chiesto di essere seguito via Skype individualmente al suo rientro a casa in famiglia, e così è stato. Ai primi di maggio, appena ne ha avuto la possibilità, è tornato in presenza e ancora lo sto seguendo.

6. La tolleranza dell’incertezza si esprime a 360 gradi e non è solo quella di ciò che accade in seduta, ma anche quella di ciò che accade di volta in volta durante il collegamento. La sensazione è quella che una connessione riuscita sia già una parte importante di un percorso di cura che testimonia la volontà di esserci del paziente, del terapeuta e di tutto il sistema curante e della rete sociale.

7. Infine il dialogo e la polifonia sono maggiormente garantiti perché è stato riscontrato, da più parti, che le persone si interrompono meno e si ascoltano di più attraverso l’uso delle piattaforme che non in presenza. Questo consente a ognuno di esprimere il proprio punto di vista, ma soprattutto di ascoltare il punto di vista dell’altro in un dialogo che risulta davvero polifonico.


Insomma, ci siamo resi conto rapidamente che, anche da remoto, riprendendo un’espressione di Carlo Rovelli e della fisica quantistica si “crea un campo” di esperienza condiviso, un campo attraverso il quale le parole pronunciate dai pazienti e ripetute dai terapeuti e dal gruppo riflessivo riescono a essere rilanciate attraverso domande aperte e riflessioni e che questo consente di comprendere – rubando ancora una volta un’espressione di Rovelli – la “tessitura profonda” di ciò che accade.

Quella che si crea attraverso lo spazio fisico della piattaforma è, in altre parole, una “realtà consensuale” nella quale tutti i protagonisti si trovano coinvolti in un processo di cambiamento nel quale l’apporto di ognuno è importante.

Vado a concludere brevemente raccontandovi quanto questa esperienza di lavoro da remoto si è connessa profondamente dentro di me con l’approccio dialogico. Recentemente ho fatto una riunione di rete via Zoom per una famiglia che sto seguendo privatamente con la neuropsichiatra della ASL, la terapeuta individuale della ragazza e le educatrici domiciliari che se ne stanno occupando. Al termine di questa riunione ho chiesto a tutti gli operatori di poter invitare anche la famiglia alle nostre prossime riunioni. Parlare insieme alle persone invece che parlare delle persone in loro assenza è ormai per me imprescindibile e l’avvento delle nuove tecnologie è un’opportunità che ci ha aperto la strada e “facilitato” in questa direzione come mai era accaduto prima.