Il guardaroba del terapeuta*


Carlos Lamas Peris1



1 Co-direttore del Centre de Teràpia Relacional i Familiar de Tarragona.


Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un rac-conto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, un’informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.



One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.



Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpreta-ción del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “La página literaria” es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.


Introduzione

di Stefano Cirillo

 

Introduco volentieri lo scritto del mio amico fraterno Carlos Lamas, che mi ha chiesto di farlo per dare un po’ più di dignità accademica a un articolo che gli pareva troppo leggero…

A me in realtà non sembrava che servisse.

Nell’evoluzione personale di uno psicoterapeuta ultrasessantenne (ahimè) i lettori più giovani possono scoprire le tappe successive del percorso della terapia sistemica: all’inizio esclusivamente familiare, in sedute sempre congiunte, passando per la fase del lavoro con i soli genitori nell’interesse del figlio (in un’ottica clinica ben lontana da una prospettiva psicopedagogica), fino all’autorizzazione a rimanere sistemici anche nella terapia individuale. E i lettori più anziani potranno ritrovarsi in tali vicissitudini. Di più, i vestiti via via indossati da Lamas suggeriscono in modo efficace il cambiamento nel tempo di questo specifico terapeuta, ma anche quello di ciascuno di noi (con le nostre particolari varianti). L’identità di partenza per lui è quella psichiatrica, mentre per molti di noi è stata quella dello psicologo psicodinamico, ma in ogni caso l’ottica abbracciata era comunque rigorosamente individuale, fino al momento in cui la nostra “conversione” ci conduce a un salto concettuale rivoluzionario, l’adesione al paradigma sistemico, che allora era centrato sulla comunicazione, sul doppio legame batesoniano, sul paradosso.

Il passaggio successivo, indubbiamente meno radicale, è l’abbandono dell’approccio paradossale per aderire prima alla prospettiva strategica di Minuchin e poi all’ottica di Mara Selvini Palazzoli, centrata sul gioco familiare, modelli terapeutici accomunati dall’impiego di un atteggiamento marcatamente direttivo in seduta.

In un movimento a pendolo, il superamento di ogni velleità manipolatoria, in una scelta di massima trasparenza che si ispira a Yalom, e una disposizione interpersonale che con la maturità si fa meno assertiva e più empatica, rappresentano una correzione e un arricchimento, che si completano con l’esplorazione dei Modelli Operativi Interni che ci vengono offerti dalla teoria dell’attaccamento.

Eppure lo sforzo dello psicoterapeuta (psichiatra o psicologo che sia) di trovare delle tecniche che possano rapidamente aiutare il paziente a contenere il proprio sintomo non può essere abbandonato, ritornando in qualche modo al punto di partenza (ma a un livello più elevato, come nella nota metafora della spirale ascendente…).

Il trauma, infine, rappresenta un organizzatore teorico e clinico assolutamente nuovo e in qualche modo addirittura – di nuovo –rivoluzionario. E certamente questo non sarà l’ultimo passo nel cammino di Carlos (e nostro) per esplorare sempre più a fondo il mistero della sofferenza umana e per mettere a punto strumenti ogni volta maggiormente efficaci per alleviarla.


Questo racconto è una ricognizione del mio lavoro di psicoterapeuta dai miei esordi fino a oggi. Inizio con una contestualizzazione storica: sono nato nel 1957, ho finito l’università nel 1980 e iniziato la mia formazione e il mio lavoro come terapeuta nel 1982. Il mio percorso universitario e la mia giovinezza furono segnati dalla caduta della dittatura franchista nel 1975 e dalla costruzione della democrazia spagnola, dal suo consolidamento e dal passaggio pacifico dal potere di un governo di destra a uno di sinistra nel 1982. Ho avuto l’enorme fortuna di crescere in un ambiente pieno di speranza e di tentativi, nel quale si sono costruiti un’istruzione e una sanità pubbliche per tutti. In questo periodo si è fatta una riforma parziale dei servizi psichiatrici e la creazione da zero dei servizi sociali, di tutela, di cura delle tossicodipendenze, ecc.


Nel 2012, la rivista spagnola di terapia familiare Mosaico mi ha proposto di scrivere sulle diverse maschere del terapeuta, ma per me è molto meglio la metafora del guardaroba.

Solitamente i nostri clienti dispongono di un guardaroba di modeste dimensioni, oppure proprio non ce l’hanno, motivo per cui devono indossare sempre lo stesso abito. Alcuni si vestono da vittime, pochi da carnefici, molti da salvatori e via dicendo. Tutti i vestiti sono utili in determinate circostanze, ma può essere pericoloso disporre di un solo capo o di un guardaroba eccessivamente ristretto: la vittima finisce per diventare irritabile con chi ha attorno, il salvatore sentire deficitario tutto ciò che tocca e il carnefice trova forti ragioni per adempiere la sua missione. La metafora nasce dalla brillante idea di J. L. Linares: perché possiamo vivere bene la nostra identità dev’essere semplice ma ben articolata, accompagnata da una vasta narrativa che ci permetta di mascherarci, farci un maquillage in modo tale da mostrare agli altri, così come a noi stessi, il nostro viso migliore a seconda della situazione.

La prova definitiva per qualsiasi teoria che si consideri in grado di descrivere efficacemente i pazienti è che sia applicabile anche ai professionisti: non siamo infatti tutti umani? Sono così andato al mio guardaroba tecnico per osservare i miei vestiti da psicoterapeuta. Li descriverò partendo dal più vecchio, leggermente tarmato ma molto comodo, anche se veste un po’ stretto (è vero che ho preso peso, ma sono sicuro che è il tessuto che si è ristretto), fino ai più recenti, coi quali mi sento maggiormente a mio agio. Terminerò infine con l’abito che ho già commissionato, ma che il sarto ancora non mi ha consegnato (nonostante la crisi è rimasto lento e meticoloso).

A ventitré anni terminai la carriera universitaria. Mi conferirono la laurea in Medicina e Chirurgia, un titolo pomposo e decisamente vago. Iniziai guardie mediche e sostituzioni indossando il camice bianco, che ben si sposa con l’estate e la pelle abbronzata. Sicuramente mia madre doveva essere orgogliosa di suo figlio, tuttavia io non mi sentivo a mio agio con quel vestito. Il bianco mi ricorda le macchie di sangue e di altri liquidi corporei, ma sopratutto sottolinea ostentatamente la differenza fra paziente – un insieme di sintomi e dolori – e medico – detective di malattie – possessore di incomprensibili strumenti di guarigione, dotato di un linguaggio criptico che lo rende ancor più inaccessibile. Per me la distanza fra medico e paziente era abissale.

A venticinque anni lasciai così il camice bianco e indossai il mio primo vestito su misura. Lo ordinai a Palo Alto (non che conoscessi molti sarti, ma quello in particolare mi piacque assai) da un certo Watzlawick e Coll., con un inconfondibile aroma di cibernetica (a Reus, la mia città, nel 1982, era il massimo della tendenza). Mi vestii quindi da “terapeuta della comunicazione”. Il motto era ed è: “la verità trionferà”. Riunivo le famiglie, sedevo con loro e li incoraggiavo a parlare. Li incoraggiavo con il mio entusiasmo giovanile, e certamente l’entusiasmo muove le montagne. Le terapie avevano abbastanza successo. Gli eroinomani e gli alcolisti con i quali lavoravo raccontavano della loro sofferenza e dei sintomi compensatori che li trascinavano verso un circolo vizioso di fallimenti. Una volta spiegati ai familiari, questi ultimi dovevano accompagnarli, proteggerli, ma allo stesso tempo assumersi la parte di responsabilità che spettava loro, proteggersi e lasciarsi accompagnare a loro volta dagli altri. Un programma di psicoterapia “giovane” che risultava estenuante per tutti, marcato a fuoco dai fallimenti e riscattato dai successi, dai riconoscimenti e da nuovi apprendimenti.

Giunsero i trent’anni. Mi ero già formato a Barcellona alla Scuola di Juán Luis Linares e Carmen Campo, in Messico, dove ho fatto la famiglia d’origine del terapeuta, e a Roma, alla Scuola di Luigi Cancrini. Ero addirittura docente per alcuni colleghi e supervisore in alcuni servizi. Cosicché arrivò il momento di vestire un altro capo, quello del “terapeuta saggio”. Un po’ pretenzioso, certo, ma ero ancora giovane. Il terapeuta saggio sa come funzionano le famiglie e perché i membri si fanno del male a vicenda. Pertanto inizia a dire cosa si deve fare. Aiuta ed esige che la famiglia cambi davanti ai suoi occhi. Il padre deve sedersi di fianco alla madre e questa deve prendere al figlio entrambe le mani per dirgli di iniziare a studiare, smetterla con le minacce e comportarsi come un ragazzo della sua età. Il terapeuta saggio dice al giovane di prendere in mano e assumersi la responsabilità della propria vita. Il terapeuta saggio simpatizza e comprende che il figlio fa da terapeuta di coppia ai suoi genitori, da confidente della madre e che, in nome di quest’ultima, si oppone al padre. Ma questa nobile impresa è impossibile da realizzare, aggiunge il terapeuta saggio (e lo dice col cuore, poiché ha provato lui stesso a suo tempo con la propria famiglia di origine, fallendo). Congeda e avvia dunque il figlio verso la festa della vita e rimane con i genitori per occuparsi della loro relazione di coppia.

Il vestito da terapeuta saggio è maestoso e imponente, ma richiede un gran sforzo. Finisce sempre inzuppato di sudore. Il terapeuta pensa, a volte, di essere in realtà un terapeuta-muratore mascherato da saggio e quanto il suo compito sia simile a costruire muri, mattone dopo mattone. Avrete riconosciuto il sarto in Salvador Minuchin. Ancora oggi la miglior pubblicità della sua sartoria è lui stesso che, a novant’anni, continua ad alzare muri. Ora con più dolcezza che energia.

Così ai 35 anni ordinai un vestito più elegante e signorile. Quale posto migliore di Milano? Tagliato e cucito da Mara Selvini Palazzoli e dai suoi numerosi aiutanti, consegnato al momento, impeccabile. Mi regalarono l’abito del “terapeuta stratega”. Il suo motto: “conosco talmente il gioco familiare da distinguere il punto di maggior fragilità di tutta l’impalcatura. Agirò con decisione e demolirò il castello della sofferenza. Porrò fine ai sintomi, alle bugie e alle mezze verità. Sarò io a dire in quale momento e con quale intensità si andrà svelando il gioco familiare. Il mio nemico è la disfunzionalità relazionale. Non avrò pietà. La studierò a fondo e vincerò. Da quelle ceneri nascerà una nuova forma di relazionarsi, una nuova famiglia”.

Un giorno spiegai a mio fratello, di professione ingegnere, il mio nuovo abbigliamento. Il potere che emanava lo spaventò e mi raccomandò di andare a riguardarmi “L’Apprendista Stregone” di Walt Disney. È vero, fa paura tanto potere! Ma il ruolo di investigatore, di osservatore distante, di architetto di strategie, di interventi opportuni e precisi è brillante e necessario. Lancia arpioni alle balene della sofferenza. Apparentemente non accadeva nulla. L’appuntamento successivo era fissato dopo tanto tempo affinché l’arpione avesse effetto e le famiglie si trasformassero con le proprie risorse. Mara Selvini Palazzoli diceva: “Se non puoi fare di meglio per i tuoi clienti che amarli, amali! Ma è meglio se li curi”.

Un abito apparentemente spietato, efficace, elegante e aristocratico. Non sono buoni aggettivi per descrivere la Milano di quei tempi? È forse il vestito che ho maggiormente indossato e, per il suo buon taglio, quello che maggiormente si è evoluto via via che veniva utilizzato. Si è impregnato di altri odori, perdendo nel tempo la sua asepsi per diventare un capo più umano, più affettuoso, più vicino, più cooperativo.

Ai quaranta, ordinai un abito umile, quasi una vestaglia da casa, assemblata con ritagli della mia esperienza di supervisore, di docente e personale. Supervisionare significa anche prendere coscienza di come un altro professionista si sia dibattuto in mezzo a un problema emotivo carico di sofferenza. E non si smette di chiederci: “come uscirà da quella situazione? Quale prezzo pagherà?”. Noi psicoterapeuti abbiamo a che fare con processi dolorosissimi e poche armi.

Come docente ho imparato che, per quanto mi sforzi, insegno meno di quanto mi piacerebbe. Vorrei trasmettere ai miei studenti tutta la mia esperienza, tutte le mie conoscenze professionali e tutta la mia maturità personale, ma ognuno di loro deve costruire il proprio cammino. Forse io sono, nel migliore dei casi, un bastone su cui appoggiarsi. O addirittura solo un panino da tenere nello zaino. Come persona ho cresciuto una famiglia. Crescere e condividere è qualcosa di difficile e meraviglioso.

Così il mio nuovo vestito era quello del “terapeuta umile”. Il motto era: “le risorse esistono nella famiglia e le troveremo. Il mio compito è ricordarlo, dimostrarlo e aiutare ad attivarle”.

È un abito comodo, quasi una vestaglia, come ho già detto. Lo ha cucito il sarto all’angolo della strada. Io ho portato la stoffa, l’ho aiutato a tagliarlo e imparato a cucirlo. È stato il primo vestito ad aver considerato quasi mio, sebbene tale sensazione sia probabilmente ingiusta, tante sono le mani invisibili che mi hanno aiutato, dei cui nomi voglio ricordarmi.

A cinquant’anni ho dovuto scegliere tra una Ferrari rossa (non avevo tanti soldi), un’amante esotica (mia moglie è fantastica e la bigamia non fa per me) o un cambio di look. Era il momento dell’ “ora o mai più”. Dunque ho ordinato a Yalom un vestito straordinario, quello del “terapeuta trasparente”.

È un bel vestito col quale lavoro in modo onesto e impegnato, dal momento che il processo terapeutico stesso è il copione del trattamento. Ciò che i miei occhi vedono e che la mia pancia sente è più rilevante di ciò che mi viene riferito. È stato come tornare adolescente, quando abbandonai la mia vocazione di veterinario per quella di psichiatra. E l’ho fatto perché volevo essere un professionista in grado di comprendere le manifestazioni e le cause sottostanti la pazzia, il modo con cui la gente cerca di sopravvivere e di guarire e, non riuscendo nell’impresa, si ritrova con un’infinità di diagnosi e piena di psicofarmaci. Volevo comprendere l’Altro, e per farlo dovevo capire me stesso così come il processo che condividiamo.

Il vestito del terapeuta trasparente è l’ideale per il trattamento individuale. Vero che si tratta di un abito che protegge poco e se ne esce feriti o, nel migliore dei casi, “toccati”. Tuttavia, i clienti apprendono a conoscersi, a superarsi e a rassegnarsi. E io sono presente a tale trasformazione con gli occhi spalancati, rendendomi conto che in quel processo doloroso e creativo, angosciante e liberatorio, io partecipo come persona. Per questo volevo essere psichiatra. È un abito che amo molto.

Passati i cinquanta, mi ritrovai nel guardaroba un regalo di Bowlby e dei suoi collaboratori. Non avevo ordinato il vestito da “terapeuta madre”, ma mi calzava a pennello, anche se mi faceva somigliare più a un nonno che a una mamma. Contenere, appoggiare, aspettare, leggere la mente dei miei pazienti, essere disponibile fisicamente e psicologicamente, nonchè restare a bocca aperta a ogni loro nuova scoperta su se stessi e sul mondo sono cose che mi vengono (ora) bene. Spero di essere abbastanza bravo come psicoterapeuta da fornire un sostegno incondizionato ai miei pazienti. Devo queste qualità ai molti anni di lavoro coi bambini. In primo luogo all’esperienza coi minori allontanati dalle loro famiglie grazie a misure di tutela dell’infanzia. Sono bambini che suscitano compassione per le loro terribili vite, e che sorprendono per la loro generosità. Erano fieri di avere uno psichiatra che li ascoltava, che riconosceva il loro valore come sopravvissuti e poneva un freno alle loro strategie disadattive. Attraversavano la strada per salutarmi e presentarmi i loro amici. Sentivo che quei bambini avevano bisogno e meritavano una famiglia estremamente competente e che noi professionisti gli davamo solo briciole. Ricordando le parole di J. L. Linares: dobbiamo essere modesti ecologicamente e orgogliosi professionalmente, fieri di ciò che facciamo per i nostri pazienti. Così li ringraziavo dei loro sorrisi e cercavo di fare meglio.

Poi, nel Centre de Teràpia Relacional i Familiar de Tarragona iniziai a vedere i bambini coi loro genitori. Cambiai il mio modo di agire, non li lasciavo a casa o a scuola, bensì li utilizzavo come leva per il cambiamento. I bambini sono spesso brillanti cognitivamente, emozionalmente e pragmaticamente. Parlano con il corpo e con le parole, sono esperti dei loro genitori e della famiglia allargata. Riescono a tirar fuori il meglio da noi stessi. I bambini mi fecero sentire un buon terapeuta. Mi affidavano la cura dei loro genitori, mi indicavano le loro ferite, si offrivano essi stessi come fonte di energia, di aiuto e di amore per ottenere i cambiamenti.

L’abito da terapeuta-mamma mi aiuta a contenermi e a sostenere la mia stessa crescita, a sperare, a fidarmi di me stesso e della mia saggezza che mi viene dai genitori miei e altrui, dagli adulti che mi aiutarono a crescere e a conoscermi, che mi consolarono e applaudirono. E a tutto questo dobbiamo aggiungere una fata madrina che mi ha regalato qualche piccolo dono.

Infine, compiuti i cinquantacinque anni, ho commissionato un abito da “terapeuta mago”. Avevo pensato alla sartoria di moda “Neuroscienze e associati”, ma a quest’età si diventa maggiormente conservatori e si apprezzano meglio i vecchi amici e i vecchi idoli, così ho riposto la mia fiducia in Milton Erickson. Ancora mi risuonano le sue raccomandazioni quando ricevette l’ordine: “il vestito da terapeuta mago devi utilizzarlo poco, ma senza paura. Nell’indossarlo devi agire con convinzione e sicurezza. Ma stai attento a non abusarne, o tutti gli altri vestiti spariranno dal tuo guardaroba”.

Così ricomincerò ancora una volta da capo, a parlare di sintomi, a patteggiare la loro scomparsa e a eseguirne la dissoluzione. Non vedo l’ora che arrivi il nuovo vestito, anche se ne ho un po’ paura, motivo per cui mi sto esercitando con il manuale di istruzioni del Controllo dei Sintomi. Spero che il vestito non sia un camice bianco ma, conoscendo Erickson, chi può dirlo.

FINALI POSSIBILI: Scegli ciò che più ti piace, caro lettore.

E ora, prima di ogni seduta, apro il guardaroba e scelgo un vestito. Non è semplice, richiede tempo prendere una decisione. A volte sbaglio e devo cambiarmi a metà seduta. Così che alla fine mi son ritrovato spogliarellista. E non mi va male!

Ecco i miei costumi, le mie maschere. È stato un piacere condividerli con voi. E se avete bisogno di uno di essi, non esitate a chiedermelo. Non c’è niente di meglio per un abito, per una maschera, di essere indossato e, come per gli esseri umani, non vi è peggior dolore che essere dimenticato.

E qui mi congedo.


Carlos Lamas Peris. Co-direttore del Centre de Teràpia Relacional i Familiar de Tarragona. E grazie a tutto questo, e nonostante tutto, un normale nevrotico.

Pubblicato su Mosaico, novembre 2012, n. 53, pp. 66-70.

Appendice

Estate 2015. Milton H. Erickson non mi ha mandato il vestito del controllo dei sintomi, bensì un biglietto da visita che recita:

Carlos Lamas Peris

Psichiatra

Dopo aver rigirato più volte il messaggio, sono giunto a una conclusione. Il biglietto mi ricorda che, nella mia adolescenza, scelsi di essere psichiatra. Quel giovane supponeva che uno psichiatra cercasse di capire il “diverso” e alleviarne le sofferenze. L’immersione nella “pazzia” dei pazienti mi affascinava e spaventava, ma l’idea di placare la sofferenza mi dava forza. Erickson mi stava consigliando di riconciliarmi con la mia professione e dimenticare il mantello da mago. Così da allora ho smesso di presentarmi come “sono psicoterapeuta con il diploma di psichiatra”, per sentirmi comodo in entrambi i ruoli. Mi obbliga tuttavia a cambiare la mia vecchia priorità da aiutare il “matto” a saltare il muro del manicomio, a sedermici accanto e costruire un racconto coerente che gli restituisca la sua umanità, intrecciando la sua confusione e saggezza vitale con la mia esperienza professionale e personale, senza dimenticare di aiutarlo nella lotta contro i sintomi.

Il lavoro con la malattia mentale grave mi obbliga a combinare le funzioni di uno psichiatra con tutto il mio guardaroba da psicoterapeuta, tuttavia sentivo di aver ancora bisogno di un vestito specifico. Ho scelto quello da guaritore di traumi. Si tratta di una muta con molte tasche (necessarie per i molti strumenti che mi devo portare), che mi copre tutto il corpo (mi protegge dai morsi dei demoni che attaccano i miei pazienti), comodo (devo essere agile giacchè il cammino che percorro è pieno di pietrisco, fossati e trappole) e confortevole (trovo anche luoghi sicuri che meritano di essere goduti). Ha molte cuciture, ed è stato perfezionato dalle mani esperte di molti sarti. Judith Hermann, Gianni Liotti e Peter Fonagy sono stati i principali.

Il primo passo che io e il paziente (che ora non è più un cliente o un utente) compiamo è quello di costruire un luogo sicuro, un rifugio dal quale apriamo le porte dell’inferno (il luogo dove il paziente è cresciuto e ancora torna di frequente) e parliamo dei suoi traumi. Alcuni vengono dal passato, anche se si manifestano nell’oggi, altri vengono subiti nel presente e rappresentano espiazioni inefficaci, alcuni convertono la persona in vittima, altri al contrario in carnefice. Nell’inferno del paziente convivono molti di questi traumi. Un’unica esperienza traumatica infatti crea un purgatorio, non un inferno.

Al termine della seduta chiudiamo le porte degli inferi come possiamo, tornando al nostro rifugio sicuro. Sebbene contusi e bruciacchiati dal viaggio ci sentiamo più saggi perché la nostra relazione ci ha permesso di restare umani in mezzo agli orrori. I pazienti mi riferiscono che le loro sensazioni sono maggiormente sopportabili quando le raccontano con qualcuno al loro fianco. Pur viaggiando e accompagnando sempre i miei pazienti in un inferno che non è il mio, a me la discesa sembra sempre terrificante. Non voglio e non posso immaginare cosa significhi crescere e restare soli in tali luoghi.

Nel 2016 mia figlia è rimasta incinta, così, in onore di mio nipote, ho letto tutta la psicologia evolutiva, la psicopatologia infantile e i suoi derivati. Ciò che davvero mi ha appassionato e mi appassiona è stato poter combinare tutti i miei costumi precedenti e rivendicare la mia infanzia e creatività. Mi è venuta voglia di iniziare a mettere ordine nella mia vita professionale e personale. Un bambino ha bisogno di molto ordine e chiarezza, per lui la vita è già piena di sorprese. Un terapeuta somiglia molto a un bambino, la vita professionale riesce ogni giorno a sorprenderci. Adoro fare il nonno e leggere nella mente di mio nipote. Mi piace osservare come si consolida una rete di relazioni intorno a lui, che somiglia maggiormente a una tribù che a una famiglia. Così sono diventato esperto di tribù, nel trasmettere saggezza e nell’avere molta pazienza. Se si ha pazienza, si presenta sempre l’opportunità di iniziare in buone condizioni un’attività.

Ho scritto, in collaborazione con i miei giovani colleghi, un articolo dove si trova un’ampia bibliografia.


(Traduzione a cura di Leone Hangeldian)


*Dedicato all’équipe del Centre de Teràpia Relacional i Familiar di Tarragona, che mi ha convinto che potevo diventare un buon terapeuta.

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