Una educativa domiciliare psicologica: il Pepsi.

Premesse e forme d’intervento


Diego Barbisan1


1 Psicologo, psicoterapeuta; operatore consultorio familiare ULSS 2 Veneta; didatta Scuola di Psicoterapia Mara Selvini Palazzoli di Milano, sede di Brescia.


PREMESSA

Pepsi è l’acronimo di Progetto Educativo Psicologico. Si tratta di una forma di educativa domiciliare con obiettivi di ordine psicologico, destinata ad adolescenti con condotte pregiudizievoli per la propria condizione fisica, esistenziale e familiare. Ritiro sociale e scolastico, agiti autolesivi, reati, abuso di sostanze, accesa e protratta conflittualità con i genitori sono comportamenti tra i più frequenti affrontati dall’intervento Pepsi, avviato dai servizi sociali dopo aver verificato la non capacità o disponibilità del ragazzo e dei suoi familiari a un aiuto psicologico nelle forme tradizionali, quali i colloqui di sostegno e terapia negli studi pubblici o privati.

“Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna”: la giudice del Tribunale per i Minori di Venezia avrebbe potuto citare questo motto quando mi chiese perché noi psicologi non ci si sposti dalla nostra scrivania per andare lì dove sono quelli che potrebbero trarre qualche vantaggio dall’essere confrontati sulle motivazioni del proprio fare meno costruttivo. Dei giovani colleghi di Milano hanno raccolto questa sfida con il progetto “Lo psicologo fuori studio”, che prevede l’andare dove sono fisicamente i ragazzi chiusi al mondo per ricondurli a esso e alla fiducia nelle relazioni, compresa quella clinica a cui si cerca di farli accedere per un percorso terapeutico nelle sedi deputate [1]. Il Pepsi cerca di compiere alcuni atti clinici già a domicilio: lettura dei fattori sostenenti il disagio e sua ‘restituzione’ agli assistiti, affinché abbiano contezza delle premesse del proprio agire, sono gli scopi perseguiti dall’operatore che va nell’abitazione dell’adolescente.

Teoricamente, il progetto “Lo psicologo fuori studio” e il Pepsi potrebbero integrarsi in un intervento che veda nell’introdurre già a casa delle letture psicologiche un modo per facilitare l’accesso dell’adolescente al percorso terapeutico. Le forme di intervento assunte dal Pepsi poggiano sulla convinzione che il sottrarsi da parte di famiglia e adolescente all’offerta d’aiuto psicologico dipenda dal fatto che le condotte problematiche, per quanto implicitamente, servono all’adolescente per tenere a bada delle sofferenze e a perseguire degli obiettivi: sarebbe dunque illogico che cercasse o accettasse l’aiuto a rinunciarvi. Dal canto suo la famiglia ha caratteristiche inconsapevolmente favorenti queste forme di difesa. Il Pepsi considera utile al ragazzo e ai suoi congiunti giungere a una maggiore coscienza degli scopi perseguiti con i comportamenti/problema, ricavandone competenza (integrazione) di sé sul piano individuale e delle relazioni intra-familiari.

LE FUNZIONI DELLE CONDOTTE PROBLEMATICHE

Partiamo dall’ipotesi che gli agiti problematici consentano la gestione della sofferenza, permettendone l’espressione e dando nel contempo la possibilità di suo contenimento. Attraverso delle condotte autolesive (per esempio procurandosi dei tagli sulla pelle) una ragazza dà sfogo e quindi sollievo all’incomprimibile angoscia che ha dentro, senza però farsi travolgere da quanto emerge: essendone autrice è anche padrona di una ferita concreta e identificabile [2], analoga e sostitutiva di quella emotiva interna che ha natura ignota e incontrollabile [3]. Le reazioni dell’ambiente circostante a quelle condotte, allarme/attenzioni/biasimo, sono spesso vantaggi secondari anch’essi utili, quali distrazioni e compensi provvisori alle sofferenze emergenti.

Altro esempio: un ragazzo cerca rimedio all’angoscia prodottagli dalla depressione della madre facendola oggetto di pretese eccessive e disubbidendo al papà troppo duro con lei. Otterrà così di risparmiarle degli attacchi attirando su di sé la furia del papà e avrà inoltre una mamma anche lei arrabbiata con lui, ma vitale, per qualche momento non collassata sul divano.


L’impostazione epistemologica del Pepsi è quella adottata dalla Scuola di specializzazione in Psicoterapia Mara Selvini Palazzoli di Milano: le problematiche comportamentali del ragazzo/a su cui si interviene sono interpretate attraverso un doppio canale: la sua personalità, quindi la storia individuale comprensiva di quella delle due generazioni che la precedono, insieme alle dinamiche relazionali del qui e ora, in primis quelle familiari [4].

Ai fattori storici e a quelli relazionali familiari vanno naturalmente aggiunte le contingenze culturali e sociali, aspetti particolarmente condizionanti l’adolescente che, in quanto tale, è proiettato sul mondo esterno alla famiglia, mondo spesso molto diverso da essa, specie nel caso degli immigrati (per un approccio relazionale alle famiglie immigrate vedi per es. Daure et al. [5]). Nell’impostazione qui scelta, passato e presente si integrano in maniera circolare e auto rinforzante nel dare senso alla qualità delle relazioni a cui assistiamo e alle caratteristiche più individuali degli attori sulla scena. Da ciò che ricostruiamo della storia e da quanto osserviamo nell’oggi sviluppiamo delle ipotesi su cosa condiziona il rapporto dell’adolescente con se stesso, con i familiari e con i suoi coetanei: quegli aspetti che si traducono in condotte finalizzate a rimediare al disagio agendo su di sé, come nel caso dei tagli “anestetici”, oppure in maniera meno diretta attraverso la modifica dei comportamenti delle persone vicine più significative, come nel caso del figlio che cerca di condizionare lo stato dei genitori. A queste variabili appartenenti al suo oggetto di intervento l’operatore deve aggiungere la propria persona, cioè i fenomeni generati dalla sua presenza presso ragazzo e famiglia, ulteriore complessità legata alle qualità delle dinamiche relazionali in cui ci si va a inserire e alla nostra stessa personalità.

LA NECESSITÀ CHE LE FUNZIONI SIANO SCONOSCIUTE

Il Pepsi vede nelle condotte problematiche dell’adolescente lo sforzo attivo di impedire ciò che, giungendogli da dentro o da chi sta intorno, gli produrrebbe altrimenti vissuti dolorosi: squalifica, impotenza, angoscia, non-senso, ecc. Emergenti che possono essere combattuti attraverso pensieri/agiti finalizzati a sopirli o a perseguire mete che li compensino. Negli adolescenti tali azioni sono spesso accompagnate e sostenute da immagini abnormi di sé più e meno dichiarate quali: “Sono gli altri ad aver dei bisogni, non io”; “Sono padrone di me, se ho fatto una cosa è perché l’ho scelto”; “Non mi interessa cosa fanno o pensano gli altri”, ecc. Importante considerare il tipo di rapporto tra ragazzo e le sue condotte: se è vero che gli agiti, i ruoli assunti e le concezioni irrealistiche di sé sono funzionali, hanno una utilità, il ‘a cosa servano’ deve restare ignoto allo stesso ragazzo che vi ricorre. Infatti, logica vuole che se avesse consapevolezza delle funzioni di diversivo, di compenso, di anestetico, ecc. del suo comportamento, concependone cioè la natura di “medicina”, avrebbe coscienza o quantomeno interrogativi su ciò a cui la condotta deve rimediare.

Per es., qualora le trasgressioni a casa e a scuola di un ragazzo servissero a distrarre i suoi dai loro conflitti di coppia e per offrirsi un diversivo dalla tensione in famiglia, tali scopi dovranno restare silenti allo stesso che li persegue, pena il suo impattare con ciò che deve essere coperto, cioè la paura e la rabbia provenienti da quelle guerre infinite.

Antonio aveva quattordici anni e creava molto scompiglio con delle opposizioni “insensate”, per esempio nel rispettare l’ora dei pasti; a un certo punto l’ha spiegato lui stesso che lo scopo era provocare del “rumore” che coprisse le urla tra i suoi. Antonio è stato, almeno nell’esperienza dell’autore, un caso raro di capacità/disponibilità a riconoscere il pragmatismo della propria condotta, ma nemmeno lui ammetteva la perturbazione emotiva che gli procuravano quei litigi tra genitori: seppur smentito da pallore e contrazione del viso, alzava le spalle sostenendo di aver altro a cui pensare. Il prendere atto da parte di Antonio e di quelli nella sua condizione del proprio obiettivo di polarizzare su di sé l’attenzione degli adulti, per salvarli e salvarsi, produrrebbe l’impattare con il disagio legato a quella situazione spesso datata e dunque sfinente; inoltre, il riconoscere la necessità di difendersi dall’ambiente familiare significherebbe dover ammettere l’incidenza che esso ha su di lui. Infatti, emergerebbe che pur di cambiare quanto gli accade intorno e depotenziarne gli effetti è disposto a penalizzare se stesso, ad attirarsi biasimo e punizioni dagli stessi genitori, oltre che dagli insegnanti scontenti del suo comportamento e profitto. Dovrebbe dirsi così dipendente dal contesto da essere pronto a vedersi impedire per punizione ciò che va vantando quali propri unici interessi: libertà di uscire, orari di rientro più ampi, cellulare, video giochi, ecc. La percezione di sé quale dipendente dall’esterno risulterebbe doppiamente destabilizzante: 1) smentisce l’autonomia psicologica che quasi ogni adolescente pretende ai propri e altrui occhi, 2) lega il suo benessere a un ambiente evidentemente inaffidabile e privo di una prospettiva credibile di miglioramento.


Più importanti sono le sofferenze passate e attuali a cui il ragazzo cerca compenso, più inquietante gli sarà l’avvicinarvisi e ciò in una fase evolutiva fisiologicamente complessa, instabile perfino per quei ragazzi che hanno la fortuna di godere di una storia e un presente sufficientemente strutturanti. L’adolescente è impegnato dalla dialettica tra interno ed esterno, la questione fondamentale dell’appartenenza versus l’autonomia. Sappiamo del conflitto tra il bisogno di mantenere delle vicinanze e quello di sentirsi indipendente, di integrare la spinta alla sessualità esogamica con l’attaccamento [6]. Ambivalenze riconoscibili nelle altalenanze contraddittorie a cui sono sottoposti gli sconcertati genitori in questa fase, a un punto oggetto di modi scostanti e aggressivi, un momento dopo cercati come interlocutori. Incongruenze esterne che riflettono il dentro sconvolto da spinte inedite per le quali il ragazzo fatica a riconoscere quel che è sempre stato. Per quegli adolescenti che hanno una storia difficile e magari ancor oggi una famiglia confondente, il rapporto con il dentro e chi sta attorno già normalmente complesso è ancor più delicato. Hanno infatti da far i conti con un Sé meno strutturato, non avendo potuto godere di un concepimento psicologico da parte di adulti troppo in difficoltà per offrire una base sicura [7], quella che doveva alimentare la fiducia in sé e le capacità di adattamento al mondo, quindi l’impresa dell’individuazione/separazione incontra particolari difficoltà [8].

Per riassumere, il far accedere alla coscienza le reali utilità dei suoi comportamenti avrebbe la conseguenza per l’adolescente di ‘toccare’ i contenuti emotivi più intensi e disturbanti, proprio quelli che vuole controllare senza esserne travolto; il sapere le funzioni difensive delle proprie condotte gli renderebbe inoltre evidente la propria permeabilità a un contesto perturbativo (imprevedibile, conflittuale, invasivo, abbandonico, ecc.); tutto ciò in una fase evolutiva già fisiologicamente instabile, caratterizzata da una controversia relazionale tra i bisogni di vicinanza e quelli di differenziazione speculare al conflitto interno tra accoglienza e rifiuto di ciò che gli si presenta provenendo da un Sé in rapida evoluzione. Ne consegue la necessità di perseguire gli scopi ‘curativi’, impliciti nelle condotte/problema, senza averne coscienza e dandone ‘non spiegazioni’ quali: “Uso sostanze perché me ne frego delle conseguenze”; “Mollo la scuola, tanto non serve a niente”; “Picchio i miei perché non mi lasciano libero”, ecc.

Anna Maggetti, una collega che in Svizzera lavora da molti anni con adolescenti dalle condotte simili a quelle degli utenti del Pepsi, leggendo le bozze di questo articolo ha osservato che in realtà alcuni suoi giovani pazienti nascondono i loro comportamenti disturbati alle famiglie e a lei palesano la propria amarezza per ciò che si ritrovano a fare di “sbagliato”. Atteggiamenti che smentiscono l’idea che (tutti) gli adolescenti convivano pacificamente con certe proprie condotte e che esse siano indirizzate al contesto: Maggetti fa presente quella parte dei ragazzi che si sentono prigionieri dei propri comportamenti e pensano a chi sta attorno come loro vittime. L’importante precisazione della collega mi permette di richiamare quanto sostenuto in Ragazze anoressiche e bulimiche da Mara Selvini Palazzoli e la sua équipe: il medesimo sintomo può sussistere in personalità diverse [9]. Va quindi precisato che la tipologia di ragazzi a cui qui ci si riferisce spicca per il tono maniacale degli atteggiamenti che sono quasi sempre ego-sintonici, poco passibili di auto critica.

I TENTATIVI DEGLI SPECIALISTI DI CURARE GLI EFFETTI COLLATERALI
DELL’AUTO MEDICAZIONE

Si è detto che certi comportamenti hanno una funzione curativa del “dentro”, il malessere emotivo, nonché del contesto segnato da sofferenze delle persone e delle relazioni tra loro. Quella assunta dall’adolescente è però una medicina di tipo sintomatico, la fonte interna e/o ambientale del disagio rimane spesso intoccata e per il ragazzo si rende necessario continuare a mettere in atto quelle strategie di provvisoria salvezza intra psichica e relazionale. La protratta turbolenza esistenziale che ne consegue si aggiunge alla frequente immaturità di base nel far mancare le competenze che ci si attende da ragazzi di quest’età: non vi è la capacità di tollerare fatiche che hanno premi dilazionati quali il diploma, vengono scelte le compagnie utili solo a fare “casino” e senza un valore relazionale nutritivo, non vi è un coltivare interessi come lo sport o la musica in maniera meno impulsiva e sconclusionata, ecc. Nei casi a cui facciamo riferimento manca la stabilità psicologica necessaria a una costruttività delle attività tipiche della fase adolescenziale, ambienti evolutivi continuativamente caotici interferiscono nello strutturarsi della personalità [10-12] e intervengono anche sul piano cognitivo [13]; abbiamo così le impasse esistenziali, i comportamenti disfunzionali del ragazzo che preoccupano molto famiglia e scuola.

Allertati da queste agenzie o dalle forze dell’ordine, i servizi sociali e sanitari si danno l’obiettivo di affrontare assieme a famiglia e adolescente i fattori del disagio che si immagina giustifichino le condotte problematiche. Gli incontri a cui vengono convocati i ragazzi e le loro famiglie si danno lo scopo di offrire aiuto concreto e indicazioni pedagogiche, ma cercano anche di andare alla radice delle problematiche, ricostruendo gli eventi e gli scenari relazionali che possono averle prodotte. Sulla base dell’ipotesi che le problematiche comportamentali esprimano dei nodi emotivo/relazionali più e meno datati, si vuole risalire a quelli per tentare di scioglierli e liberare le risorse potenziali di ragazzo e famiglia. Il recupero e la elaborazione delle sofferenze gravanti sul nucleo dovrebbe favorirne il superamento con conseguente modifica delle forme genitoriali meno opportune e una decantazione/pacificazione nel ragazzo dei fattori di disagio. Questi però, a ben vedere, sono interventi clinici che prevedono la presenza di importanti capacità in quelli che ne sono destinatari:

• a partire da quello sociale: l’essere oggetto di un intervento è di per sé penalizzante la loro immagine; il fatto che abbiano a che fare con operatori psicosociali lo sapranno gli amici, i vicini di casa, la scuola, saranno una famiglia “che ha problemi”, dei poveretti o dei matti;

• poi, dentro a una cultura puero-centrica quale la nostra, l’intervento che li coinvolge sarà inevitabilmente percepito dai genitori come colpevolizzante: tutti penseranno che se il figlio fa cose strane è perché loro gli sono poco affezionati, lo trascurano o sono incapaci di educarlo correttamente. Poi, la possibilità di essere fautori della sofferenza di un figlio, al di là dello stigma sociale, è comunque una prospettiva durissima da accettare. Per quanto riguarda il ragazzo, giunge a lui che il suo stato dipende dal trattamento dei genitori, che è vulnerabile alla loro condizione, l’idea cioè di un soggetto determinato dall’esterno: immagine infantilizzante e quindi da rifiutare;

• naturalmente, ad alimentare le resistenze degli utenti è anche la penosità emotiva dell’andare a rimestare tra vissuti di sofferenza più e meno datata. Comprensibilmente, quelli a cui lo chiediamo faticano a intravvedere una qualche utilità nel riprovare il dolore di certe esperienze che peraltro, in quanto passate, sono immodificabili;

• affrontare un’analisi della situazione presente significherebbe, inoltre, prendere atto della necessità di fare cambiamenti intuiti come necessari, ma spaventanti: la separazione coniugale, l’assunzione di un farmaco, diventare più normativi con il figlio rischiando che si allontani, ecc.;

• forse però il deterrente maggiore dal ricostruire la propria storia, passaggio spesso necessario per dare un senso diverso ai propri comportamenti e quelli di chi sta vicino, è l’effetto destabilizzante che consegue al cambiare lettura di ciò che abbiamo sempre pensato in un certo modo, uno spaesamento che è percepibile ancor prima di procedere a tale analisi. Guardare a noi e alle figure di riferimento meno positivamente o negativamente toglie certezze su cui poggia la nostra sensazione di controllo e il rapporto, oltre che con gli altri, anche con noi stessi [14].


Un padre che vede nei comportamenti da bullo del figlio solo un segno dei tempi e l’effetto di cattive compagnie dovrebbe giungere a interpretarli come forme esasperate di auto affermazione, un modo per combattere il senso di impotenza che pervade il ragazzo. Per essere meno rabbioso con quel figlio, il papà dovrebbe riconoscere che a quella stessa (!) mancanza di senso lui cerca da sempre compenso attraverso una affermazione professionale per la quale ha brutalmente trascurato la famiglia che si è costruito; cosa che ha spinto sua moglie a cercare presso il figlio una presenza finalizzata ad alleviare la propria solitudine. Una funzione che ha finito per gonfiare l’ego di un ragazzo elevato “a bandiera” della mamma, ma senza un suo reale alimento che avrebbe necessitato di uno scambio madre figlio meno strumentale. La deformazione del rapporto tra mamma e ragazzo, che si concretizza nella permissività della prima, è ciò che il papà/marito biasima in quanto inconsapevole di aver favorito tale stortura, finendo per allontanare ulteriormente da sé moglie e figlio. A questo papà dovremmo chiedere di riesumare il dolore e la rabbia generatigli dalla sua storia personale (la durezza di suo padre con lui non gli ha fatto così bene come afferma) per riconoscere che ha trasformato quei vissuti penosi in volontà cieca di riscatto attraverso il successo e i beni materiali: non solo quindi gli chiediamo di tornare a vedersi nello stato di impotenza che da sempre cerca di esorcizzare, ma anche di trasformare quanto lo rende orgoglioso, le sue imprese economiche, in motivo di vergogna per l’inadempienza genitoriale che sono costate. Eppure, senza questa ammissione di propria fragilità non può riconoscere l’analoga condizione sottostante l’arroganza del figlio e capire l’importanza di rinforzarlo attraverso la propria fondamentale presenza (dinamiche famigliari esitanti in condotte disturbate del figlio adolescente sono descritte per es. in Cirillo et al. [15]).

Non bastasse, vi è una ulteriore variabile a rendere impervio il tentativo degli operatori di ‘restituire’ significati alternativi a genitori e figlio di quanto è loro accaduto e sta succedendo. Per poter accettare tali riletture non c’è solo bisogno di grande forza interna nei pazienti che devono assorbire, restando in piedi, la destabilizzazione emotiva conseguente a queste incursioni in loro stessi, non basta che tollerino la ferita alla propria immagine sociale, vi è bisogno anche di una loro capacità di mentalizzare. Cioè che il loro comportamento possa divenire oggetto di un pensiero critico, occasione per interrogarsi su ciò che potrebbe indicare di sé stessi e dell’altro. È a quella mente che fa da sfondo all’agire che gli operatori psicosociali si rivolgono e con cui vorrebbero dialogare per introdurre nuove letture alternative o complementari a quelle esistenti.

Pensare che il proprio figlio metta a repentaglio la propria integrità fisica, rinunci all’affetto e alla stima dei propri genitori e degli insegnanti, rischi provvedimenti giudiziari perché: “non ha voglia di studiare”, “lo fa così, per spirito di contraddizione”, “non gliene frega niente di noi”, ecc. spesso indica invece una seria difficoltà a interrogarsi sul figlio. Il non cogliere la sproporzione tra la banalità delle cause individuate ed effetti tanto importanti pone in questione la capacità di chi addotta tali spiegazioni nel farsi domande sulla natura dei comportamenti, propri e altrui [16]. D’altronde la capacità di mentalizzazione discende dall’essere stati allevati da persone in grado di concepire il proprio bambino come soggetto dotato di bisogni, emozioni e motivazioni proprie da comprendere e a cui dare risposta. Figure di riferimento che, interrogandosi sul loro piccolo, creano le condizioni affinché egli stesso possa pensarsi percependo almeno una parte del proprio mondo interno, quello che muove i comportamenti. La soggettività che gli è stata riconosciuta permetterà a quel bambino di assegnarla anche alle persone con cui ha a che fare: genitori e poi un giorno amici, partner, figli, ecc. per potersi fare delle (reali) domande sulle loro motivazioni più individuali [17]. La posizione meta su sé e gli altri è quindi lascito di una storia fortunata, non così frequente nelle biografie dei genitori che si incontrano nella pratica clinico psicologica.

Dunque, le speranze di accettazione/efficacia della proposta degli operatori di ricostruire i fattori di sofferenza, al fine di depotenziarli, poggia le sue speranze di riuscita sulla capacità degli utenti di: a) tollerare la ferita narcisistica e sociale derivante da una propria pazientificazione; b) concepire un pensiero e dei vissuti meno descrittivi e più interpretativi delle condotte in oggetto, proprie e di chi sta vicino; c) sopportare lo scuotimento emotivo che deriva dal richiamare certe sofferenze; d) fare quei cambiamenti concreti che più temono.

La necessità di così tante risorse per collaborare costruttivamente con operatori che propongono obiettivi terapeutici fa sì che l’offerta “rimbalzi indietro”. A volte il sottrarsi a questi percorsi da parte del ragazzo e della sua famiglia è dichiarato, in altri a far fallire gli sforzi è una resistenza più passiva. Eppure i cambiamenti meno apparenti e provvisori necessitano del riconoscimento del significato dei comportamenti: l’assunzione di ciò che raccontano di noi ci permette di passare da meri esecutori delle nostre priorità interne a soggetti integrati con tali vettori e quindi maggiormente critici rispetto a essi. Invece la cecità sugli scopi perseguiti impedisce di cogliere la stolidità delle premesse, delle forme e delle possibilità di riuscita dei nostri tentativi che così, non raggiunti da una qualche capacità riflessiva, saranno fatalmente reiterati.

LA PROPOSTA DEL PEPSI

Dunque, abbiamo l’obiettivo di rendere i nostri assistiti “più presenti a se stessi” [18] attraverso la consapevolezza delle premesse del proprio fare; la questione è come tentare di favorire tale necessario processo alla luce delle loro sacrosante resistenze a questa spinta, quelle di cui abbiamo elencato una serie sicuramente incompleta. Resistenze dettate da almeno due sostanziali necessità: quella di conservare una buona immagine di sé e quella di evitare scuotimenti emotivi destabilizzanti il precario equilibrio esistente.

I rischi per loro discendono da una nostra eventuale esplorazione delle sofferenze che sappiamo sottostare ai comportamenti problema; ragazzo e famiglia percepiscono infatti l’essere condotti in tale direzione come una perdita di forza, qualcosa che li infragilisce. Un eventuale nostro imprudente procedere in quel senso dipende dal fatto che dimentichiamo la natura di zattera di salvataggio che hanno quei comportamenti: nel tentativo di ricostruire le radici dolorose delle condotte ci troviamo a tentare inconsapevolmente di bypassare tale funzione salvifica. La questione è così delicata che può essere imprudente già il definire certe condotte dei “salvagenti”, infatti attribuirne quella funzione mette in scena le onde travolgenti e l’abisso che vi sottostà. Però, seppur senza troppo nominare le vulnerabilità da cui discendono, abbiamo comunque da dotare di senso gli agiti affinché non rimangano tali: avvicinare i nostri assistiti a quelle sofferenze è necessario affinché non continuino a esser schiavi della necessità di negarle. Con sufficiente consapevolezza dell’insostenibilità dell’incontro troppo rapido con certi temi emotivi possiamo mirare meglio ciò che andiamo a mettere in evidenza: dovremo evitare le restituzioni che, seppur fondate, abbiamo capito quanto siano indigeribili e scegliere quei significati dell’agito che non abbiano un effetto depotenziante o ritraumatizzante.

Una via ce la può offrire il fatto che i comportamenti in oggetto hanno un doppio ‘perché’: quello storico, le penalizzazioni subite, e quello teleologico, cioè gli scopi perseguiti a fini correttivi delle ferite. Il vantaggio del secondo rispetto alle secche sulla via del primo sta nel fatto che racconta di un protagonista, un soggetto agente, non il bersaglio passivo di ingiustizie o incompetenze che tende a risultare guardando solo la biografia. Privilegiando la seconda identità possiamo rilevare delle condotte la dimensione attiva, determinata, indicativa di forza, spirito di sacrificio fino alla sfida estrema. Ne possiamo esplicitare infatti gli obiettivi più prestigiosi sul piano valoriale per le competenze che richiedono e dichiarare gli scopi più apprezzabili dal punto di vista affettivo/morale. Per esempio, a fronte di quanto fa un ragazzo di eccessivo per ottenere una affermazione di sé nel sociale, modalità che sappiamo voler sopperire a una sua squalifica nell’ambiente familiare, possiamo rilevare il coraggio e la forza che dimostra non lasciandosi immobilizzare dalla difficoltà dei suoi a riconoscergli delle capacità.

Una logica obiezione a questa scelta operativa rileverà che nel dare rimandi esaltanti l’immagine attiva e protagonista dei comportamenti rischia: a) di favorire la negazione delle sofferenze sottostanti che quell’agire cerca inconsapevolmente di compensare; b) rinforza le condotte improprie. Cioè, il ragazzo dell’esempio sarà spinto al prosieguo del suo agire “sopra le righe” perché rimarrà sordo al dolore che gli procurano i suoi e perché quella condotta promuove la sua immagine di “forte”. In realtà l’obiettivo di favorire l’assunzione dei significati più difficili può essere perseguito indirettamente, mostrando il lato della medaglia più splendente in un modo che rimanda a quello più oscuro. Abbiamo scelto per quel ragazzo una restituzione che tace la spinta alla compensazione che hanno in lui gli atteggiamenti genitoriali, cioè la dipendenza delle sue condotte esterne da quanto gli accade a casa, ma abbiamo comunque detto del potenziale effetto depressivo che ha per un figlio il sentir mancare la conferma di sé da parte dei genitori.

Senza enfatizzare l’immagine di reietto che comporta il non sentirsi riconosciuti dai propri familiari, ma combattendo comunque la maniacalità di certi atteggiamenti, abbiamo la possibilità di introdurne la dimensione relazionale: moderiamo così il rischio che siano intesi, sia dal ragazzo che da chi lo guarda, come puramente auto riferiti, indifferenti od ostili in modo fine a se stesso alle figure circostanti. Il rilievo della valenza degli atteggiamenti genitoriali, per es. sottolineando la forza necessaria per resistervi, richiama la dipendenza reciproca tra persone e contraddice, per quanto indirettamente, l’onnipotenza solipsistica. Definendolo completamente in balia del suo ambiente, la restituzione avrebbe un effetto schiacciante l’immagine di sé nel ragazzo (sebbene nel farlo probabilmente ci penseremo empatici), un feed back umiliante che rischia di rendere ancor più necessaria la reazione arrogante. Qualora vi sia il comprensibile scrupolo che così agendo si sia artificiosi, va ricordato che è del tutto reale (anche) la dimensione di lui che gli restituiamo, cioè quella di un combattente che fa appello alle proprie risorse, un’identità che sarebbe ingiustamente mortificata da una restituzione del tipo: “La tua urgenza di essere premiato dal mondo dipende dalle sconfitte che ti sono inflitte in famiglia”. Quest’ultima è un’interpretazione che discende da una visione, quando univoca, scorretta sul piano scientifico ed etico, perché nega una parte fondamentale dell’individuo: l’agency attraverso cui egli trova esistenza anche quando il suo ambiente non gliela riconosce. Così facendo, magari alla ricerca del sentirci protettivi o perché desiderosi di applicare i contenuti della nostra formazione tecnica [19], finiamo per aggiungerci a chi produce nel nostro paziente le ferite narcisistiche che sono alla base delle condotte maniacali che vorremmo ridurre […].

I comportamenti antisociali di una ragazza possono essere connessi al maltrattamento di cui è vittima la madre ed esprimere la sua determinazione a mostrarle un esempio di donna che risponde solo a se stessa, tanto da trasgredire anche la legge, ciò con la speranza, (segreta anche a lei) che la mamma smetta di farsi calpestare dal marito e/o dalla sua famiglia d’origine [20]. Consapevoli che quella ragazza non potrà ammettere la sua dipendenza da un modello di genere così squalificato, visto che è proprio quell’identificazione che rifiuta e combatte, taceremo dell’umiliazione che gliene deriva, ma potremo ammirare la statura del sacrificio in quel modo compiuto: insegnare il riscatto della propria dignità rischiando provvedimenti penali è, al netto delle modalità moralmente e socialmente inaccettabili con cui è perseguito, un obiettivo di per sé ammirevole, possibile solo a uno spirito forte e affezionato, intollerante l’ingiustizia patita da un soggetto debole e caro.

ESPERIENZE COMPIUTE DAL PEPSI

A questo punto prendiamo in considerazione tre delle situazioni fino a oggi affrontate dal Pepsi, così da dare esemplificazione del tipo di intervento in oggetto.


Marvin si è dipinto fin da subito come un lupo ferito. Diceva di voler allontanare quelli a cui si sarebbe potuto legare perché potevano procurargli altro dolore tradendolo in qualche modo; così proteggeva anche loro, vista la rabbia che sentiva dentro e che lo rendeva pericoloso. In effetti era stato accusato di un’aggressione fisica a una ragazza, probabilmente legata a un rifiuto di lei. Assieme a tutto ciò, contraddicendosi, sosteneva di non aver bisogno di vicinanze: “Sono solo da sempre” ed esprimeva la convinzione di essere dotato fin da piccolissimo di enormi poteri. A volte la notte sognava di salvare miracolosamente dei bambini in pericolo, protettivo con loro lo era di fatto nell’attività di volontariato presso un centro ricreativo. Marvin era stato per alcuni anni lontano dai suoi non per loro scelta, anni in cui aveva subito dei maltrattamenti. I fallimenti scolastici si susseguivano presso scuole a cui i genitori lo iscrivevano senza una valutazione realistica del bagaglio nozionistico posseduto dal figlio e della sua capacità emotiva di sostenerne l’impegno. Andando a casa loro, l’educatore ha potuto cogliere la muta sofferenza personale della madre e l’altrettanto silenziosa distanza tra i genitori, entrambi troppo provati da cose loro per ‘restare’ con Marvin e le sue angosce, portati invece a sfuggirle, negandole e pensandolo addirittura particolarmente dotato. A fronte di queste aspettative dei genitori e dei suoi fallimenti nell’adempiervi, all’équipe pareva evidente che fosse impossibile per Marvin sentirsi degno di essere stato ripreso con loro. Andava in qualche modo connessa la prostrazione del ragazzo con quella dei suoi, affinché non continuasse il paradosso per cui ognuno faceva soffrire l’altro pensando al suo bene. Bisognava però evitare che gli adulti si sentissero attribuire mancanze genitoriali (“Pretendete troppo”) e lui finisse per sentirsi paragonato ai piccoli di cui voleva essere tutore (“Non sai stare senza la stima dei tuoi”).

Prima l’educatore a domicilio negli scambi con Marvin e poi gli operatori dei servizi, incontrando genitori e figlio, hanno restituito la determinazione di quest’ultimo a impedirsi di esprimere la rabbia per una infanzia rubata, un’impresa già di per sé eroica a cui riusciva ad aggiungere la disponibilità a donare agli altri la protezione che non aveva avuto. Anche ai suoi genitori Marvin voleva offrire benessere, per questo accettava imprese scolastiche ‘impossibili’ e per questo il non riuscirci lo amareggiava profondamente. Era normale che uno come Marvin, portato ad arrangiarsi e determinato a dare, fosse intollerante al non farcela. Andava perciò aiutato a essere un giudice meno severo con sé stesso, a perdonarsi di non riuscire, altrimenti quella ferita si sarebbe allargata sempre più, riempendolo della rabbia del lupo. La commozione dei genitori e quella di Marvin a questi rimandi ha mostrato che ne riconoscevano i contenuti e che finalmente erano un po’ più esplicite quelle sofferenze che, anziché unirli, li tenevano lontani da se stessi e tra loro.


Luca era la croce dei suoi affidatari, presso cui era già da alcuni anni; la mamma si è ricreata una famiglia dopo aver lasciato suo padre che non smetteva di bere, quest’ultimo ha continuato a farlo assieme a un’altra compagna.  Con il ‘fumo’, consumato e spacciato, Luca sostituiva scuola e lavoro, sebbene facesse continue promesse per evitare di essere allontanato da quella famiglia che l’ospita e da cui si sentiva amato. Naturalmente gli affidatari erano molto delusi dal non sentirsi riconosciuti nel loro affetto sincero e per i sacrifici compiuti: la tentazione di gettare la spugna era in loro molto forte. Psicologa Asl e assistente sociale comunale hanno incontrato tutti più volte genitori e affidatari. Hanno sentito la madre rimproverare a Luca le sue trasgressioni, quelle che le impediscono di prenderlo con sé: ha un bambino con il nuovo marito e non vuole rischiare un intervento della Tutela Minori perché in casa gira droga. Il padre invece si biasimava per la condizione degradata che lo rendeva inadatto a occuparsi del figlio, una situazione economica disastrata che rendeva necessaria la disponibilità di un ulteriore reddito qualora Luca andasse a vivere lì. Per chi osservava, ma anche per lo stesso Luca, era evidente quanto improbabile fosse per lui trovare uno spazio presso di loro, entrambi presi dalle proprie cose. Nonostante questa considerazione, con entrambi i genitori Luca aveva modalità bonarie, molto meno difficili di quelle tipiche alla sua età. Dichiarava all’educatore di essere consapevole e rassegnato rispetto allo stato di cose tra lui e i suoi genitori, ma traspariva molta tristezza e inquietudine.

L’équipe è giunta a ritenere che Luca andasse aiutato a riconoscere i propri bisogni di appartenenza: misconoscendoli non avrebbe potuto elaborarne la frustrazione, cosa che rendeva necessario continuare a cercarne l’anestetico nelle sostanze. Così si è giunti a spiegare agli affidatari, con Luca presente, che lui sapeva quanto i suoi genitori gli volessero bene e non voleva che si sentissero in colpa per non essere stati capaci di evitargli il fallimento familiare per il quale è costretto a vivere altrove. Così, rendendosi inaccettabile, Luca offriva loro la possibilità di dire che è lui con i suoi comportamenti a impedire lo star assieme. Le sue condotte disastrose servivano inoltre a dimostrare che i genitori affidatari non erano più capaci di quelli naturali: sebbene Luca si trovasse molto bene nella famiglia che l’ha preso con sé, sebbene sapesse del loro affetto disinteressato, aveva ben presente la sensibilità dei suoi in questo senso e si premurava di rassicurarli con un cattivo andamento che con loro non stava meglio che a casa propria. Con Luca, anche i suoi affidatari hanno pianto e capito il ruolo che spettava loro: quello di offrirgli una calda e preziosa alternativa alla strada, ciò per il tempo necessario a Luca per accogliere e superare il dolore prodotto dallo spegnersi delle speranze (ora meno implicite). Percorso lungo, che però può farlo giungere a impiegare le sue energie in un progetto meno dipendente e, seppur tristemente, più personale. «Lo stile di vita di una persona con basso livello di differenziazione è l’investimento di energia psichica sul sé di un altro» [21].


L’intervento sulla famiglia di Eva è invece un esempio di ciò che il Pepsi non è riuscito a fare. Anni addietro la ragazza aveva subito un gravissimo maltrattamento da parte di Aldo, l’ex compagno della mamma, uomo a cui Eva si era legata affettivamente. Per questo al momento dell’intervento Pepsi lui era rinchiuso in carcere. Nonostante tutto, vi erano evidenti segni del fatto che la madre continuava a desiderare di ricostituire la coppia con l’ex quando di nuovo libero. In merito alla violenza subita dalla figlia, la signora se ne diceva troppo scossa per poterne parlare, accennava però al fatto che Eva era ancora legata ad Aldo, osservazione che implicitamente ridimensionava l’idea che questi avesse fatto così male alla figlia (e che le permetteva di coltivare la speranza di tornare assieme a lui senza sentirsi una madre snaturata). Operatori dei servizi ed educatrice Pepsi hanno cercato di aiutare la ragazza colpita dal trauma del maltrattamento testimoniandone la pesantezza e offrendo la propria vicinanza empatica. Anche alla madre è stato offerto sostegno, oltre a chiederle una almeno parziale assunzione di responsabilità rispetto all’accaduto: aveva anche altri figli più piccoli e la sua ripetuta disponibilità ad avvicinarsi a compagni inaffidabili li esponeva a pericoli, com’era successo a Eva. Madre e figlia non hanno di fatto accolto questo tipo di aiuto, quello per gli operatori più intuitivo, ma che in realtà non teneva abbastanza conto di quale fosse il punto di vista più soggettivo delle pazienti. Eva si è sottratta agli incontri perché l’abbiamo trattata da vittima, invece lei si sentiva colpevole di essersi legata ad Aldo abbastanza da esporsi ai suoi modi. È stata pensata e trattata da figlia non protetta, ma lei non voleva che sua madre avesse dei sensi di colpa: le era infatti chiaro che la mamma non era in grado di tollerarlo, così come non poteva perdere Aldo. La scelta di Eva di abbandonare il percorso ha legittimato la mamma a fare lo stesso, mancando progressivamente agli appuntamenti che rischiavano di scuoterla eccessivamente, oltre che farle rischiare provvedimenti di messa in protezione dei figli più piccoli qualora emergesse nella sua interezza quella fragilità che lei stessa si attribuiva angosciosamente.

Per dare voce al vissuto di Eva ci si sarebbe dovuti dare un assetto affine alla sua identità da ‘fuga in avanti’, quella di chi non ha riferimenti sufficienti da poter restare bambino e si accolla molto presto nella vita l’onere di bastarsi e addirittura garantire l’adulto. Una salvezza che non si fonda sulla presenza di supporti, ma sulla propria capacità di essere all’altezza delle situazioni, con molto auto biasimo quando non è così. Riconoscendo in Eva questa identità avremmo potuto immaginare e discutere la vergogna dell’essere stata oggetto di maltrattamenti, la sconfitta del non aver saputo impedirli, soprattutto la colpa di averli facilitati con la propria disponibilità affettiva verso l’aggressore. Incapacità che avevano provocato traversie a tutta la famiglia, tra queste la presenza dei servizi sociali, la messa in discussione della mamma come tale e il rischio di interventi sui suoi fratellini. Non facendoci sedurre dal desiderio di essere chi ricuciva le ferite, avremmo potuto aiutarla ad affrontare le sue “colpe”. La vicinanza empatica doveva partire da lì, da quel sentire che i suoi atteggiamenti pur mostravano, ma che era oscurato dalla nostra pena per ciò che aveva patito e dal narcisismo del curante.


Sulla base della sfortunata esperienza con Eva, ribadiamo l’aspetto del Pepsi che più lo caratterizza: concepisce le condotte problematiche come qualcosa che gli operatori devono assumere quale proprio insegnamento delle forme più specifiche e spesso non scontate con cui gli utenti si “salvano” nei loro contesti. Intendendoli come soggetti agenti abbiamo da comprendere qual è la rotta su cui viaggiano, un procedere dettato non tanto dalle esperienze negative attraversate, bensì dalla reazione a esse, nel caso di Eva l’autosufficienza e l’inversione dei ruoli. L’individuazione dei pattern comportamentali e il loro rimando ad adolescente e famiglia costituisce una operatività complessa necessitante una organizzazione capace di unire la raccolta di informazioni con la loro elaborazione per cercarne il senso e scegliere le forme con cui restituirlo.

ORGANIZZAZIONE OPERATIVA

Siccome personalità e dinamiche relazionali non sono temi sui quali i nostri assistiti si pongono sufficienti domande, non possiamo attenderci che accedano agli spazi classici dell’analisi psicologica, dunque sarà casa loro a sostituire il setting clinico tradizionale. Vi sarà un operatore (dotato di formazione psicologica) che in tre/quattro ore settimanali a domicilio non solo osserverà, ma anche vivrà le modalità comportamentali e le forme interattive di ognuno, la quotidianità concreta di ragazzo e famiglia in cui si esprimono i loro mondi interni. Le informazioni via via raccolte saranno oggetto di riflessione e confronto negli incontri mensili di tutti gli operatori: quello domiciliare e quelli dei servizi intervenienti sul caso (nel caso di Brescia assistente sociale del Comune e psicologa Asl) assieme a un supervisore che offrirà un punto di vista esterno e dunque complementare. Quanto elaborato in quella sede potrà dare degli indirizzi (nuove domande, altri temi o attività per il confronto con ragazzo e genitori) ai successivi interventi dell’operatore domiciliare e agli incontri che gli operatori dei servizi hanno periodicamente con la famiglia, anche questi grosso modo mensili. L’impianto siffatto ha lo scopo di sviluppare ipotesi sulle premesse delle condotte e loro funzioni, letture sempre più fondate sugli elementi progressivamente emergenti dall’osservazione che, dopo attenta scelta delle forme comunicative più adeguate, saranno condivise con gli assistiti.

PASSAGGI

– Negli incontri iniziali tra operatori, comprendenti il supervisore, si parte dall’analisi delle informazioni già acquisite nel corso dell’intervento fin lì compiuto dai servizi che hanno conosciuto la famiglia e pensato di avviare il Pepsi: dati biografici, elementi critici e retroazioni ai tentativi di aiuto già effettuati forniscono un primo quadro, a cui aggiungere quanto l’operatore domiciliare inizia a osservare.

– In un tempo relativamente breve i contatti con ragazzo e i suoi congiunti devono permettere all’operatore domiciliare di cogliere le caratteristiche del loro porsi, tra loro e con lui, così da poter scegliere quale proprio atteggiamento sia più sintonico con vissuti e dinamiche relazionali che caratterizzano quel contesto, quelli propri a esso e quelli generati dalla sua stessa presenza. Vi è infatti la necessità di evitare di scontrarci simmetricamente con gli stili a loro fisiologici (per es. proporci come promotori di autonomia in una famiglia ‘inclusiva’ tendente all’invischiamento, oppure come sollecitanti una intimità in quella dove la vicinanza genera disagio) e di sbagliare i tempi (per es., se siamo imposti dal Tribunale, un atteggiamento iniziale troppo empatico può suonare loro come manipolatorio, un insidioso ‘indorargli la pillola’).

– Come in una ricerca/intervento, questi accessi presso gli assistiti otterranno dei feedback informativi da discutere negli incontri mensili tra servizi, operatore domiciliare e supervisore. In quelle occasioni sono da perseguire più obiettivi: 1) vagliare e affinare le letture delle personalità implicate. Comprese quindi, in qualche misura, anche le nostre stesse peculiarità umane e operative che si incrociano con quelle degli assistiti, producendo effetti di cui è bene essere consapevoli; 2) individuare i significati pragmatici delle condotte più e meno problematiche che si congiungono nella trama della dinamica famigliare, cogliere cioè le utilità individuali/relazionali spesso contro-intuitive presenti anche nelle scelte apparentemente solo disfunzionali; 3) utilizzare quanto compreso per ‘entrare’ nella forma mentis degli utenti, quella da rimandare loro attraverso il canale verbale e analogico, magari a frammenti progressivi, interagendo nella quotidianità domestica; 4) scegliere quali posizioni e rimandi siano più opportuni da adottare nell’altro momento di confronto, gli incontri tra servizi e famiglia, presente l’operatore domiciliare.

– In questi incontri, a cui faremo il possibile perché partecipi anche il ragazzo, l’operatore domiciliare porterà alcune osservazioni ricavate nei propri interventi a casa loro. Saranno quelle letture della situazione che avrà prima concordato con il ragazzo stesso e che negli incontri di supervisione il gruppo avrà scelto come più adeguate: perché costruttive di visioni del suo comportamento alternative a quelle imperanti in famiglia, senza però esserne troppo simmetriche. Per es.: «Certi atteggiamenti di Piero sono effettivamente irritanti perché tratta tutti in modo squalificante, ci pare di capire che sia il suo modo di difendersi preventivamente dalle persone in generale non aspettandosi mai nulla di buono da loro, è chiaro che così chi gli sta attorno si sente rifiutato, ma il nostro allontanarci conferma a Piero che fa bene a essere pessimista sulla altrui disponibilità». Una restituzione che legittimi l’esasperazione dei genitori senza però colludere con il loro biasimo del figlio, dando una spiegazione psicologica dei suoi modi [22]. Gli incontri con famiglia e ragazzo dove si parla di lui dicendo qualcosa che identifica alcuni suoi aspetti e ciò che essi generano in chi gli sta attorno (scegliendone la declinazione accettabile per tutti) sono molto importanti, così come è molto incisivo ciò che l’operatore domiciliare può dire ai genitori del ragazzo quand’è nella loro casa: quello che lui sente dire di sé ai suoi ha molto peso, se è effettivamente attinente al suo mondo interno la risonanza emotiva dei contenuti sarà amplificata enormemente dal fatto che sono oggetto del pensiero anche dei suoi genitori. La possibilità di mentalizzare quanto sta nel profondo necessita, fin dalla più tenera età, della presenza di figure affettivamente significative e partecipi. Come detto sopra, nell’evoluzione più fisiologica sono loro a “possedere” la mente del figlio e a donargliela progressivamente; nelle famiglie Pepsi proviamo a offrirla ai genitori, perché lui ve la ritrovi.

– Al termine del percorso di intervento può essere utile lasciare ad adolescente e famiglia uno scritto redatto dall’operatore domiciliare e contenente i fatti più significativi ed esemplificativi delle letture effettuate e già discusse con loro. Uno strumento che può offrire più vantaggi: a) la necessità di stendere idee chiare, coincise e coerenti, costringe gli operatori (collaboranti con il redattore) a un’ulteriore organizzazione dei contenuti; b) la messa nero su bianco di idee e vissuti contribuisce a darne concretezza, quella materialità che è più prossima allo stile dei nostri assistiti; c) l’operatore ha anche nello scritto occasione di esprimere i propri vissuti legati all’esperienza attraversata: sempre densa di implicazioni emotive (la gratitudine, per es.) prodotte dall’intimità che nasce incontrandosi, a domicilio, su temi così sensibili. Un altro contributo alla promozione del mondo emozionale che accompagna l’agito.


In sintesi, il Pepsi si realizza in tre momenti principali: gli accesi domiciliari di un operatore sensibilizzato al pensiero/prassi specifici di questo modus operandi; gli incontri mensili di équipe comprendente operatore, servizi sociali e supervisore; i colloqui anch’essi mensili dei servizi con i genitori, il ragazzo e l’operatore domiciliare.


Ringraziamenti: È in conclusione un piacevole dovere riconoscere che il progetto Pepsi è potuto nascere e svilupparsi grazie alla coraggiosa sperimentazione della Coop “La Vela” di Brescia e alla fiducia offerta da Comune e Asl bresciani. L’autore, nella veste di supervisore, ha potuto contare sulla collaborazione degli operatori ‘impegnati sul campo’ di tutti questi enti. La gratitudine nei loro confronti vorrebbe nominarli tutti, purtroppo non lo consentono comprensibili limiti di spazio.

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