Commento all’articolo di Iolanda D’Ascenzio


Massimo Pelli


Il trattamento individuale di giovani adulti ha ormai radici consolidate nell’approccio sistemico e la stessa autrice cita i precedenti “illustri” a partire dal lavoro di Boscolo e Bertrando, all’esperienza e alle teorizzazioni di Alfredo Canevaro, di Luigi Cancrini e di L.S. Benjamin. Contestualizzare le difficoltà portate da chi chiede aiuto a uno specifico passaggio di ciclo vitale è uno dei cardini fondamentali dell’approccio sistemico e ci aiuta a definire il contesto dell’intervento (se familiare, di coppia o individuale): qual è il sistema da prendere in considerazione? “Apparentemente” facile se la domanda è fatta da una famiglia o da una coppia, la riflessione diventa meno scontata a fronte di una domanda individuale, soprattutto di un giovane adulto in fase di organizzazione. La teoria che guida il terapeuta sistemico in questa scelta dice che l’equilibrio psichico dell’individuo è connesso con l’equilibrio del sistema di relazioni significative in cui si sviluppa e in cui vive e quindi con la posizione che occupa nella rete di relazioni, che ha preso e che gli è stata data. Ciò che siamo oggi è anche il risultato di questa storia relazionale che custodiamo dentro di noi e di come questa storia “impatta nel qui e ora” delle nostre relazioni attuali nei diversi contesti che abitiamo: nella famiglia, nella coppia, nel lavoro e, quando succede, nella terapia. Il conflitto tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione è il perno attorno a cui ruota la possibilità di crescita del giovane adulto e che trova il suo apice, giustamente, nella fase dello svincolo. Quando questa maturazione non riesce, vuol dire che “qualcosa è andata male”, non necessariamente o non soltanto nella testa del giovane adulto, perché il suo movimento è connesso ricorsivamente con i movimenti che anche gli altri membri della famiglia dovrebbero fare per accompagnare questo processo. Ma se la famiglia è troppo rigida, se la fiducia in sé è troppo debole, se la posizione e la funzione del figlio sono troppo importanti per poterne fare a meno, scattano movimenti omeostatici che boicottano le possibilità evolutive.

Ci ricorda A. Canevaro, citando Framo, che “forze transgenerazionali influenzano le relazioni di oggi e le difficoltà attuali sono spesso l’esito degli sforzi per riparare, distanziare, controllare le situazioni difficili che abbiamo vissuto nella famiglia di origine, o per adattarsi a queste situazioni”.

L’esperienza clinica raccontata da Iolanda D’Ascenzo conferma che una strategia terapeutica efficace che aiuti il giovane adulto a sciogliere le “lealtà invisibili”, “le forze centripete” provenienti dalla famiglia di origine che ne impediscono le possibilità di crescita, deve poter recuperare, de-costruire quella storia e co-costruirne una nuova, affinchè possa essere rinarrata aprendo nuovi significati che ridiano scopi e funzioni a ciò che veniva vissuto come “fallimento o pazzia”, silenziata dal sintomo perché inesprimibile e a volte silenziata da una diagnosi. Questo lavoro di decostruzione e ricostruzione non va condotto “contro” la famiglia, ma piuttosto salvaguardando il senso di appartenenza, che è un bisogno altrettanto fondamentale del bisogno di individuazione. Le “parentectomie” hanno il fiato corto, ma anche quando ci rendiamo conto, per esempio nelle gravi situazioni psicotiche, che è necessario l’allontanamento del figlio dalla FO, questo non può che essere fatto se non con la condivisione del progetto con la famiglia.  Conosciamo quanto sia lungo e faticoso il lavoro necessario per arrivare a condividere con una famiglia a transazione psicotica la necessità per il figlio di cominciare un percorso di autonomia in una comunità.

Queste sono le premesse teoriche dell’esperienza clinica che ci racconta Iolanda D’Ascenzo, la nostra epistemologia. Rilevante per chi legge è la coerenza con cui la dimensione del sapere (la competenza teorica) si esprime nel lavoro clinico attraverso una competenza pragmatica, il saper fare, come ci ricorda A. Canevaro “chiarezza nell’esplicitazione della strategia terapeutica e coerenza tra quello che si pensa e quello che si dice, e tra quello che si dice e quello che si fa”. Le strategie e le tecniche che strutturano il lavoro clinico sono come un ponte che ci trasporta dalla richiesta di aiuto al raggiungimento dell’obiettivo: sono le procedure, la capacità operativa: le arcate sono le strategie (cosa fare); i mattoni sono le tecniche (come farlo), ma ciò che rende solida la struttura è la stabilità della relazione terapeutica, che è un saper essere (nella relazione): è la capacità relazionale (l’uso del sé come strumento terapeutico) che essenzialmente è costruzione e mantenimento di un’alleanza terapeutica che assume così il duplice significato di essere il principale strumento di lavoro, ma anche oggetto di osservazione del terapeuta.

Un secondo aspetto rilevante del “metodo” sta nella consapevolezza che la relazione terapeutica è una relazione asimmetrica in cui il terapeuta è responsabile non solo della teoria, ma anche conduttore attivo del percorso terapeutico che accompagna il paziente all’incontro con se stesso: il terapeuta è esperto della sua teoria e quindi responsabile del trattamento, così come il paziente è esperto della sua famiglia. Il terapeuta deve costruire un percorso che accompagna il paziente a un incontro emozionale. I pazienti e le famiglie sono esperti nell’evitamento (dei conflitti e delle emozioni), e il terapeuta deve fare propria la responsabilità e il coraggio di condurre non solo per mantenere la sequenza del percorso terapeutico, ma anche per creare momenti di forte intensità emotiva, saper cogliere il momento giusto (il Kairòs), fare la domanda giusta nel momento giusto, che apra a nuove domande e a una risignificazione che interrompa la sequenza ripetitiva che costringe il paziente, la coppia o la famiglia a ritrovarsi sempre nello stesso “vicolo cieco.” J. L.Linares ci ha invitato a rivalutare questa posizione di responsabile del terapeuta sistemico, dichiarata fondamentale nella prima fase storica della terapia familiare, e poi incrinata, stemperata nelle più moderne riflessioni costruttiviste.

La proposta terapeutica di Iolanda D’Ascenzo ci trasmette chiaramente questa esigenza di coerenza tra teoria, metodo e procedure e di consapevolezza del terapeuta come conduttore e responsabile del processo, per costruire un percorso che attraverso obiettivi intermedi (le arcate del ponte, il metodo) accompagna il paziente dalla “con-fusione con la propria famiglia” a una progressiva individuazione di sé . Potremmo parlare di protocollo se questa parola non avesse assunto nel tempo un significato riduttivo e di rigidità, trasformandosi troppo spesso in un letto di Procuste. Questo saper fare (cosa fare e come farlo) richiede un saper essere che non è solo empatia, necessaria ma non sufficiente, ma la capacità di co-costruire un’alleanza che rende stabile il ponte. Una capacità relazionale che scaturisce da una conoscenza di sé, delle proprie risonanze e reazioni controtransferali che permettano al terapeuta di comprendere il vissuto del paziente, ma anche, attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni, di elaborare strategie che evitino, per quanto possibile, il boicottaggio della terapia, l’evitamento del conflitto e delle emozioni (in cui pazienti e famiglie sono esperti), l’abbandono da parte del paziente, la rottura della relazione. Ancora una volta ci confrontiamo con l’isomorfismo tra formazione e terapia, suggerito anche dall’autrice nella riflessione finale su come il percorso di individuazione del terapeuta possa influire sul percorso di individuazione del paziente e come questo rimandi all’importanza della formazione del terapeuta.

Sia nella terapia che nella formazione c’è una richiesta di cambiamento, in entrambe c’è la necessità di costruire una relazione di dipendenza per poi attivare un movimento di autonomia, in entrambe si tratta di amplificare il proprio repertorio attraverso una maggior conoscenza di sé, in entrambe di costruire un percorso di revisione del proprio comportamento e della propria storia personale.

Nel percorso di formazione del futuro terapeuta è necessario poter accedere alla consapevolezza di questo bagaglio interiore per non restare intrappolati nelle risonanze, per non colludere con il paziente e la famiglia, diventare consapevoli del nostro “punto cieco” formato dai nostri pregiudizi, districare la con-fusione tra famiglia reale e famiglia interna, avendo consapevolezza delle risonanze che si riattivano nell’incontro con la famiglia.

Dalla frequenza con cui al terapeuta sistemico arrivano domande di terapia individuale è nata e cresciuta, nel tempo, la terapia individuale sistemica. Iolanda D’Ascenzo cita con accuratezza gli autori (Boscolo e Betrando, Canevaro e Cancrini) che ci hanno fatto ragionare sulle scelta di quale sistema convocare e sulle situazioni nelle quali è possibile per il terapeuta relazionale accettare una domanda individuale di un giovane adulto, che essenzialmente sono quelle che riguardano un giovane adulto competente, relativamente autonomo, che denuncia una sofferenza e una difficoltà nel portare avanti un suo progetto personale di vita e/o relazioni affettive stabili e soddisfacenti. Avremo quindi a che fare con la famiglia rappresentata, piuttosto che con quella reale, il che è assolutamente possibile e corretto.

D’altra parte come terapeuti sistemici conosciamo il potenziale di risorse che la famiglia possiede. Nel sapere e nel saper fare del terapeuta c’è la consapevolezza che nel lavoro sistemico il terapeuta deve avere in mente che non lavora solo con il sistema presente (individuo, coppia, famiglia), ma “con il più largo contesto relazionale che comprende anche chi non c’è, perché include aspetti intergenerazionali, interpersonali e sistemici”. “Quale sistema prendere in considerazione” è una domanda ineludibile anche all’interno di una terapia individuale. Nella storia della famiglia troviamo le ragioni della sofferenza, ma troviamo anche le risorse che possiamo rendere disponibili se riusciamo a “volgere la famiglia a favore dell’intervento terapeutico”. Canevaro ci parla di questa strategia nel suo testo “Quando volano i cormorani”, di come questo incontro può arricchire la comprensione della storia e del presente, chiarire malintesi, permettere riconciliazioni, capire l’umanità dei genitori, ma soprattutto “permettere un incontro emozionale che recuperi quel nutrimento affettivo e quella conferma del Sé” di cui quel giovane adulto ha ancora bisogno.

Il coinvolgimento dei familiari in una terapia individuale non è facile. Cito dal testo: “Credo che sia indispensabile che il terapeuta abbia una visione di fiducia e di speranza rispetto alla possibilità di un incontro congiunto e che questa visione sia trasmessa nel modo adeguato”. Il terapeuta deve essere responsabile del suo sapere e del suo saper fare e “coraggioso” nel definirsi, nel non evitare l’incontro emozionale e chiarificatore che può aprire al cambiamento.

Una prima difficoltà sta nel “quando” condividere con il paziente l’idea di convocare la famiglia. Il timing della proposta di convocazione è importante perché può avere credibilità quando la relazione di alleanza tra terapeuta e paziente si è costruita sufficientemente affinchè il paziente abbia fiducia e possa sentirsi sicuro. Nelle tesi dei giovani allievi, attraverso i racconti dei giovani terapeuti in supervisione o anche  riflettendo sulla mia stessa esperienza, trovo forti analogie tra i timori e le ansie del paziente e i timori e le ansie del terapeuta rispetto alla convocazione dei familiari. Il timore del paziente che il suo spazio personale venga invaso da una famiglia giudicante e colpevolizzante e sprezzante è lo stesso del terapeuta che può vivere nello stesso modo l’arrivo dei familiari. Il timore del paziente di non fare una buona figura di sé e/o della sua famiglia di fronte al terapeuta è lo stesso del terapeuta che non si sente abbastanza capace di “reggere” e contenere la famiglia del paziente senza esserne travolto. Il timore del paziente che la sua alleanza con il terapeuta venga “minata” dalla famiglia e venga triangolato dalla famiglia è lo stesso del terapeuta che teme di non saper mantenere una equidistanza tra paziente e famiglia e di essere vittima di triangolazioni, in una parola di non saper essere “alleato di tutti e complice di nessuno”. E potremmo continuare: ad esempio il bisogno di protezione del paziente verso la famiglia è analogo al bisogno di protezione del terapeuta verso il paziente, il bisogno del paziente di mantenere una distanza fisica con la propria famiglia può trovare una risonanza nel “taglio emotivo” che lo stesso terapeuta ha agito con la propria.

Ecco perché condividiamo con l’autrice che il terapeuta debba essere coraggioso e responsabile nell’accompagnare il percorso di trasformazione del paziente, che deve diventare a sua volta responsabile della propria storia, della sua richiesta di cambiamento e protagonista del suo percorso di individuazione, così come il terapeuta è stato protagonista del proprio percorso di trasformazione nella sua formazione di allievo terapeuta. Il didatta come il terapeuta non ha la funzione di trasferire il proprio sapere, piuttosto ha la funzione di attivare nell’allievo (così come il terapeuta nel paziente) quelle risorse cognitive ed emozionali volte alla costruzione della propria e unica identità come terapeuta.

Questa identità si sviluppa attraverso un’integrazione tra una capacità operativa che si basa sulla fiducia in se stessi, sulla chiarezza del proprio modello teorico, sull’abilità a costruire una buona alleanza con una capacità relazionale che è empatia, tolleranza alla sofferenza psichica, coraggio di non evitare l’incontro emozionale. Per citare Canevaro si costruisce nell’integrazione tra il Sé professionale e il Sé personale. Immaginiamo un terapeuta che non è solo “perturbatore” di vecchie certezze, ma “conduttore” di un percorso che è sostenuto essenzialmente da un incontro cognitivo-emozionale.

Questo mi sembra il contributo centrale della proposta della dr.ssa D’Ascenzo: la  coerenza tra sapere, saper fare e saper essere e anche del saper divenire (E. Goldbeter), l’uso del Sé come strumento terapeutico, come fattore di innesco che mobilizza energie bloccate dalla ripetizione della stessa sequenza (mi arrabbio perché bevi, bevo perché ti arrabbi) e che suscita nuove domande, mettendo in dubbio una descrizione che porta sempre nello stesso vicolo cieco. Lo svelamento, costruito col paziente, del “gioco familiare” in cui si è trovato incastrato,  il “disorientamento” del paziente, l’irrompere dell’insolito a fronte di una nuova lettura passa essenzialmente attraverso un incontro emozionale che il terapeuta dovrebbe non lasciarsi sfuggire, perché non è facile che si ripresenti, è “una delle chiavi” che aprono porte verso il nuovo. È in questi momenti che il terapeuta riesce a funzionare da fattore di co-evoluzione (G. Bateson), perché è il ricevente che crea il contesto e attraverso l’attribuzione di un contesto dà significato a ciò che avviene. Quello a cui dobbiamo fare continuamente attenzione è che questa attribuzione di contesto e di significato va co-costruita e condivisa con tutti, nel riconoscimento dei bisogni e delle aspettative di tutti, nel rispetto delle esigenze del paziente e della famiglia di stabilità e di cambiamento, del bisogno di appartenenza e bisogno di autonomia.