Il futuro del Centro Studi e della psicoterapia relazionale

Giuseppe Vinci1

1Psicologo e psicoterapeuta, didatta CSTFR, Istituto Change, Bari.

Riassunto. Questo contributo vuole sottolineare: 1. gli aspetti che assicurano alla prospettiva relazionale un futuro “luminoso” sul piano teorico e scientifico, alla luce delle convergenze in atto tra discipline diverse (neuroscienze, fisica e psicoterapia), accomunate dalla condivisione della qualità relazionale di ciò che è reale; 2. l’incertezza che accompagna la complessità del reale, e dunque l’imprevedibilità del futuro delle piccole e grandi organizzazioni sociali; 3. la necessità per la vita del nostro Centro Studi di rinnovarsi organizzativamente riflettendo sulla propria operatività e sul suo rapporto con la realtà politica circostante.
parole chiave. Salute mentale, psicoterapia, teoria relazionale, sistemi complessi, Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale.
Summary. The future of the Centro Studi and of the relational psychotherapy.
This article aims to highlight 1) the aspects that ensure a “bright” future to the relational perspective on a theoretical and scientific level, in light of the ongoing convergences among different disciplines (neuroscience, physics, and psychotherapy), linked by the sharing of the relational quality of what is real; 2) the uncertainty surrounding the complexity of reality, and therefore the unpredictability of the future of small and big social organizations; 3) the need for our Centro Studi’s well-being to renew its organization, reflecting on its own efficiency and operativity, and on its relationship with the surrounding political reality.
Key words. Mental health, psychotherapy, relational theory, complex systems, Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale.
Resumen. El futuro del Centro de Estudios y de la psicoterapia relaccional.
Este artículo pretende subrayar: 1. los aspectos que garantizan un futuro “brillante” a nivel teórico y científico para la perspectiva relacional, a la luz de las convergencias que existen entre distinctas disciplinas (neurociencia, física y psicoterapia), que presentan el intercambio de calidad relacional de lo que es real; 2. la incertidumbre que acompaña a la complejidad de la realidad y, por lo tanto, el futuro imprevisible de las organizaciones sociales pequeñas y grandes; 3. la necesidad de renovar la vida organizativa de nuestro Centro de Estudios reflexionando sobre sus operaciones y su relación con la realidad política local.

Palabras clave. Salud mental, psicoterapia, teoría relacional, sistemas complejos, Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale.


Questo piccolo contributo è volutamente schematico, allo scopo (o nel tentativo) di essere il più chiaro possibile. Penso che il futuro della psicoterapia relazionale sia luminoso, poiché tutto è relazionale, come ci insegnano antichi saperi e attualissime scoperte, tra loro in meravigliosa e impressionante convergenza. Penso che il futuro del Centro Studi, protagonista e testimone storico della psicoterapia relazione in Italia, sia al contrario incerto. È secondo me indispensabile essere pienamente consapevoli sia della luminosità dell’approccio che dell’incertezza dell’organizzazione, e trarre dalla luminosità la forza per risolvere l’incertezza che potrebbe far da remora o, peggio, da blocco alla navigazione del Centro Studi.
LA TEORIA RELAZIONALE DESCRIVE LA REALTÀ, SEMPLICEMENTE
Per la fisica la realtà tutta, nei suoi aspetti più materiali e in quelli più spirituali, è intimamente relazionale. Ce lo hanno dimostrato le acquisizioni della fisica quantistica e delle particelle elementari, che ci spiegano come tutto sia il frutto di relazioni tra una manciata di tipi di particelle che possono scegliere di esistere oppure no, dando vita a tutto ciò che conosciamo, dalle galassie ai sorrisi delle ragazze, citando Carlo Rovelli [1].
Anche dal punto di vista della biologia siamo relazioni: il nostro corpo, il nostro sistema nervoso in particolare, è la cosa più complessa dell’universo conosciuto proprio per le sue sorprendenti interrelazioni tra ogni sua parte, a cominciare da quelle (ancora in parte misteriose) che riguardano il complesso cervello/mente/corpo. “Siamo il nostro connettoma” [2], cioè ciò che si svolge tra le innumerevoli connessioni che legano ogni cellula nervosa alle altre; connessioni che nascono e si modificano incessantemente.
La realtà è relazionale per il pensiero filosofico. Sempre Rovelli, argomentando di Nagarjuna – un filosofo e monaco buddista vissuto diciotto secoli fa – ha sottolineato la stupefacente sovrapposizione tra ciò che si è scoperto solo ora dei fondamenti della materia e ciò che sulla base dell’intuizione filosofica sosteneva il remoto autore, e cioè che: «Nulla esiste in sé, tutto esiste in dipendenza da qualcos’altro, in relazione a qualcos’altro. “Io” non è che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro» [3].
Anche per le scienze sociali, ovviamente, il mondo è quel che è in forza delle relazioni tra gruppi e classi sociali, a loro volta dipendenti dagli elementi ambientali e storici in cui prendono corpo.
Abbiamo dunque titolo a concludere, serenamente, che nulla si può immaginare al di fuori delle relazioni, e di fatto siamo relazioni e pensiamo relazionalmente: ogni pensiero è sistemico e relazionale.
LE PSICOTERAPIE SONO TUTTE RELAZIONALI
A questo punto è anche chiaro che in realtà tutte le terapie, e tutti i terapeuti, sono relazionali, anche quando non lo si ammetta, o non lo si sappia. Allo stesso modo in cui non può esistere un bambino senza una madre, non può esistere una psicoterapia che non consideri la persona che l’ha richiesta all’interno della sua rete di relazioni: remote e fondative, o attuali, queste ultime variamente discendenti delle prime. Potremmo anche aggiungere che se una psicoterapia non parte da lì non è una psicoterapia ma altro, da definirsi di volta in volta.
Oggi sappiamo sempre più e sempre meglio che ciò che tra loro differenzia le psicoterapie (oltre la diversità tra i protagonisti) è la qualità della relazione tra terapeuta e paziente, ben oltre le differenze tra gli approcci seguiti (o dichiarati come seguiti) dai diversi terapeuti. La qualità della relazione è anche il principale fattore terapeutico, anche in questo caso ben oltre le differenti tecniche utilizzate dal terapeuta. Essere psicoterapeuti relazionali, cioè persone che consapevolmente si definiscono e propongono come tali, è solo un (grande) valore aggiunto, che rende subito coscienti del proprio essere dove non si può non essere, nelle relazioni, dunque nel cuore della realtà delle cose. Non è d’altronde un caso che lo psicoterapeuta relazionale formato dal Centro Studi (ma non solo dal Centro Studi, ovviamente) possa lavorare agevolmente con gli individui, con le coppie, con le famiglie, nello studio privato, nei servizi, nelle comunità, insomma nella realtà delle relazioni umane, a ogni livello e in ogni tipo di sistema o gruppo, essendo la sua formazione centrata, meglio che in altri approcci, sull’essenza del funzionamento umano, le relazioni di cui è parte ab ovo.
IL FUTURO INCERTO DEL MONDO (E DI NOI IN ESSO)
Siamo sistemi complessi dentro altri più vasti sistemi complessi: individuo, famiglia, sistema sociale, ambiente geografico, mondo... La teoria dei sistemi complessi ci ricorda come la loro prima proprietà sia l’imprevedibilità: il loro equilibrio può essere modificato anche da piccole perturbazioni, che danno vita a reazioni il cui esito finale non può essere previsto con precisione, e può essere persino del tutto diverso da ciò che potrebbe essere ragionevolmente considerato come probabile. Qualsiasi previsione non può contemperare l’infinità degli elementi che concorrono al risultato finale e, per definizione, non può mai tener conto dell’elemento spesso davvero decisivo: il caso. La vita di ognuno di noi e la vita del mondo straripa di esempi: dalle circostanze della nostra nascita agli incontri che ci hanno cambiato, per esempio, oppure dal funzionamento dell’economia globale agli sviluppi politici in uno Stato. Il Centro Studi è un sistema complesso, e il suo corso è soggetto al principio dell’imprevedibilità: può succedere di tutto, nel bene e nel male, ed è meglio saperlo ed essere attivi nel prevenire – nella misura del possibile – condizioni e sviluppi indesiderati, conservandosi attenti e critici.
Poiché tutto è in relazione, e il Centro Studi è nel mondo, sarebbe meglio avere uno sguardo “panoramico”, per essere consapevoli dell’aria che tira, e che dunque respiriamo. Viviamo un’epoca strana, in cui si incrementano e si polarizzano tendenze opposte. Molte cose vanno molto meglio, in particolare in quella specie di giardino dei privilegi storici e dei diritti conquistati che è l’Europa (da settant’anni niente guerre!), ma non solo qui: aspettativa di vita in costante incremento ovunque; negli ultimi anni, ogni giorno 325mila persone in più hanno avuto accesso all’energia elettrica; ogni giorno 200mila in più hanno ottenuto l’acqua corrente; nel 1981 a vivere con due dollari al giorno era il 42% degli abitanti della Terra, poco meno di uno su due, oggi sono uno su dieci; i dati sulla mortalità infantile, per quanto inaccettabili in sé e dunque sempre troppo alti, continuano a calare sensibilmente di anno in anno (dati assai interessanti su https://ourworldindata.org/). L’affermazione: «Se avessimo potuto scegliere un’epoca per essere vivi, non avremmo potuto trovare un periodo migliore di questo» [4] è dunque tanto fondata (almeno nel cosiddetto mondo occidentale) quanto poco presente nella consapevolezza comune.
Sulla polarità opposta, quella delle cose che nel mondo vanno peggio, basti citare il riscaldamento globale e l’improbabilità di correggerlo in tempo, o pronunciare un nome, Trump (o i suoi epigoni locali – Salvini – ed esteri – Bolsonaro), come rappresentante della feroce tendenza a semplificare in modo terribile e violento cose che meriterebbero delicatezza, cautela, rispetto, impegno, incrocio di sguardi, solidarietà. Sta cambiando – per effetto della sommatoria tra crisi economica, crisi culturale, uso condizionato dei social e tramonto di vecchie leadership che non hanno saputo guardare al di là del proprio naso – il senso e la pratica di ciò che a lungo abbiamo chiamato “democrazia”. Siamo ora all’avvento delle “democrature”, cioè di sistemi solo formalmente democratici e sostanzialmente populisti e/o autoritari, con tendenza all’involuzione e alla compressione progressiva di libertà e diritti.
La stessa polarizzazione tra opposti la ritroviamo nel campo della salute mentale: da un lato maggiore disponibilità e qualità della psicoterapia, connessa all’accumulo di acquisizioni scientifiche e di buone pratiche e di maggiori convergenze all’interno di tanta parte dell’ambiente umanistico, come accennato all’inizio di questo intervento. Dall’altro lato, però, registriamo un aumento della pressione e del consumo di psicofarmaci e degli psicosemplicismi, cioè di quegli approcci riduzionistici presenti sia nel campo della psicoterapia riconosciuta e della psichiatria (complice il DSM 5), sia nel vasto e incontrollato campo di chi, senza titolo, ma semplicemente inventando una definizione di una funzione (counselor, coach, ecc.), usa strumenti psicologici che non sa usare (se stesso, per incominciare) per proporsi come risolutore di difficoltà personali di altri. Niente a che vedere con ciò che per sua natura la psicoterapia – la relazione d’aiuto più complessa e difficile – in realtà è: complessità e discernimento, lentezza e accoglienza, rispetto e senso del limite, cooperazione maggiorante (Vannotti) ed ethos, virtù (come abilità a esistere – Natoli) e virtuosismi.
Le polarizzazioni accennate, per diversi ma convergenti aspetti, impongono a chi sceglie di svolgere la professione umanistica per eccellenza, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, la consapevolezza assoluta del proprio essere nel mondo, assumendo, secondo la propria sensibilità e la propria energia, la responsabilità sociale intimamente connessa alla professione. Lo psicologo, in altri termini, non può non essere consapevole del ruolo civile, e dunque politico, della sua professione e della dimensione di homo civicus che essa gli impone di riconoscersi. Sia chiaro: il mondo non sarà salvato dagli psicologi, né dai medici o dagli ingegneri o dagli infermieri, o dagli amministratori. Sarà salvato, se lo sarà, dai cittadini che si assumeranno la propria responsabilità civile, con ciò dando spessore alla propria esistenza e fertilizzando le proprie comunità.
IL FUTURO INCERTO DEL CENTRO STUDI (E DI NOI IN ESSO)
Ogni futuro è per definizione incerto, perché i sistemi viventi sono tutti segnati da un comune destino: l’estinzione. È bene ricordarlo sempre, un po’ come usavano i frati trappisti, salutandosi con un affettuoso «Ricordati fratello che devi morire», e non per intristirsi e restare schiacciati dal sentimento della fine, ma per la ragione opposta, ossia per vivere più sensatamente e intensamente. Il Centro Studi ha una meravigliosa storia alle sue spalle, fatta di un fondatore di assoluto e meritato prestigio, Luigi Cancrini, di appassionati pionieri e di tanti e tanti ottimi professionisti che hanno svolto e svolgono un ruolo importante nei servizi e nella cultura della salute mentale in Italia; mai da soli, s’intende, ma con una presenza riconoscibile, sensibile e con una competenza generalmente riconosciuta. Il Centro Studi merita dunque di vivere a lungo, ma affinché ciò accada è necessario che sia oggetto di regolari manutenzioni ordinarie e straordinarie, di cure incessanti e attive, e le sue cellule, i suoi componenti essenziali, siano costantemente soggetti a rigenerazione, come accade in natura.
Il Centro Studi è un ulivo, sempre verde e in movimento, con i suoi rami (le sedi) e con un tortuoso e solido tronco in cui sono scolpiti i volti di tutti coloro che l’hanno fatto grande. L’ulivo, in condizioni favorevoli e ben curato, può essere millenario; diventa maturo a cinquant’anni e a differenza di tutte le altre piante continua a produrre allo stesso modo anche quando è vecchissimo. Ma se lasciato a se stesso, soprattutto se non potato con ferrea regolarità, si trasforma in un grosso cespuglio, diventa infruttifero e facile preda di parassiti, mentre il tronco – pur maestoso – si ammala e si fa secco. A quel punto, i polloni gareggiano disordinatamente tra loro nel trovare lo spazio e la luce che serve per vivere. L’ulivo è come siamo e come dobbiamo essere se vogliamo continuare a vivere, ad avere un futuro che sia degno delle origini, e perciò fruttuoso, meritevole di essere vissuto.
Non dobbiamo andar troppo lontano, per trovare futuro e vita: nell’incontro appena vissuto qui a Torino abbiamo visto dov’è il futuro che ci serve: sì, nelle plenarie in cui hanno preso la parola le persone ancora vive che hanno fatto la storia del Centro Studi e che ben lo rappresentano, ma molto di più nelle sessioni parallele, quelle in cui le energie fresche e appassionate ci hanno mostrato il gusto sincero del vivere la meravigliosa professione che svolgiamo. Basta creare per loro gli spazi giusti, e considerare il ricambio (le potature e la slupatura) come una festa della vita che si rinnova e si trasforma per aderire ai tempi, e a ciò che in quei tempi è bellezza.
BIBLIOGRAFIA
1. Rovelli C. Sette brevi lezioni di fisica. Milano: Adelphi, 2017.
2. Rossi A. La materia dell’anima: il “connettoma”. MicroMega 2015; 5.
3. Rovelli C. Lezioni di fisica buddhista: le cose sono solo relazioni. In: Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza. Milano: Edizioni Corriere della Sera, 2018.
4. Max Roser su https://ourworldindata.org/