Il lavoro con il sogno nella psicoterapia relazionale. Spunti teorici ed esperienze cliniche

Stefano Ramella Benna1

1Psicologo e psicoterapeuta, professore a contratto di Psicologia Sociale all’Università del Piemonte Orientale.

Riassunto. Oggetto al contempo ambìto e temuto, il sogno incontra raramente i percorsi formativi dei futuri terapeuti sistemici, anche quando l’interesse si rivolge alla psicoterapia individuale. A partire da spunti teorici e attraverso esemplificazioni cliniche, si intende interrogarsi sulla possibilità che il materiale onirico possa essere considerato alla stregua di altri “oggetti terapeutici”, allontanandosi dalla classica funzione di svelamento dei contenuti inconsci. Se utilizzato senza percorrere arbitrari tentativi di teorizzazioni antipsicoanalitiche, esso può farsi strumento per ampliare e rafforzare la conoscenza di Sé in senso relazionale, per favorire lo scioglimento di nodi e passaggi critici e per intensificare la dimensione empatica tra paziente e terapeuta.

Parole chiave. Sogno, psicoterapia relazionale.

Summary. Work with the dream in relational psychotherapy. Theoretical ideas and clinical experiences.
The dream, as an aspired and, at the same time, feared object, rarely encounters the training of systemic therapists, even when the therapy is individually focused. According to some theoretical suggestions, and through clinical examples, the possibility of considering the onyric contents as a “therapeutic object” is investigated, taking a distance from classical practice of revealing unconscious elements. When used without trying to strongly criticize the psychoanalytic approach, the dream can become an instrument to reach a wider and stronger awareness, in a relational sense, to untie knots and critical passages and to deepen empathy between the therapist and the patients.

Key words. Dream, relational psychotherapy.
Resumen. Trabajar con el sueño en terapia relacional. Ideas teorícas y experiencias clínicas.
Al mismo tiempo objeto codiciado y temido, el sueño rara vez cumple con los caminos de entrenamiento de los futuros terapeutas sistémicos, incluso cuando el interés se dirige a la psicoterapia individual. A partir de claves teóricas y ejemplos clínicos, nos preguntamos aquí sobre la posibilidad de que el material del sueño pueda considerarse como otros “objetos terapéuticos”, alejándose de la función clásica de revelar contenidos inconscientes. Si se usa sin intentar teorizaciones antipsicoanalíticas, el sueño puede ser un medio para ampliar y fortalecer el autoconocimiento en un sentido relacional, para facilitar la disolución de nudos y pasajes críticos y también para intensificar la dimensión empática entre pacientes y terapeuta.

Palabras clave. Sueño, terapia relacional.
INTRODUZIONE
Il tema che il congresso del Centro studi di Terapia familiare e relazionale ha scelto è quello dell’unità della psicoterapia, un tema da sempre caro a Luigi Cancrini, la cui affermazione “La psicoterapia è una” risuona da molti anni dentro di me, ancor prima che la pratica clinica personale diventasse significativa, grazie al lavoro con molti pazienti in terapia individuale, di coppia o familiare, e attraverso riflessioni e percorsi di ricerca oggetto di precedenti pubblicazioni [1].
Oggi, a distanza di anni, credo sempre a questo assunto, anche se, personalmente, troverei più consono alla mia modalità di lavoro pensare che la psicoterapia non sia in realtà una sola, ma che le tante, diverse psicoterapie siano accomunate dalla finalità di aiutare i pazienti a conoscersi e a risolvere i nodi più critici della loro esistenza, individuandone le radici e comprendendo come essi influenzano il loro modo di stare nel mondo e di affrontare i compiti del vivere quotidiano, cercando così di raggiungere un livello di benessere soddisfacente. In questo senso, la relazione con i pazienti e l’uso di essa ai fini terapeutici si dimostra la chiave attraverso cui poter interpretare in senso univoco il lavoro di tanti terapeuti, provenienti da estrazioni diverse e disponibili, si spera sempre più, a superare appartenenze e modelli rigidi, a favore di una conversazione produttiva tra approcci e tra strumenti di intervento.
Con questi presupposti, pensando a un elemento che potesse caratterizzare un modo di lavorare relazionale, ma attento agli apporti trasversali che possono essere utili a un efficace e ricco lavoro terapeutico, intendo qui prendere in considerazione il sogno come oggetto, strumento e ambito di lavoro clinico, sia per la particolare natura preziosa che racchiude, sia per le numerose esperienze acquisite con il suo utilizzo.
Anche per via della mia individuale esperienza analitica, utilizzo il sogno da sempre nel lavoro con i pazienti. E talvolta non solo in terapie individuali, ma per esempio, sebbene più raramente, anche nel lavoro di coppia. Al momento, se dovessi raccogliere tutti i sogni ascoltati e riportati nei miei diari clinici, potrei collezionarne, immagino, tra i millecinquecento e i duemila. È quindi difficile entrare nel merito di questo tema in modo sintetico ed efficace, ma proprio per il vasto materiale disponibile tenterò di formulare alcune considerazioni generali sull’argomento, per poi soffermarmi su alcuni momenti clinici a carattere esplicativo.
Non sarò quindi assolutamente esaustivo, e forse neppure molto organico, poiché il presente lavoro ha lo scopo di sollecitare interessi e curiosità, non certo di fornire un metodo. Sulla stessa linea, mi sembra si siano mossi alcuni colleghi di formazione sistemica che, negli ultimi vent’anni, hanno scelto di dedicare al sogno la loro attenzione e di riflettere sul suo utilizzo nel lavoro terapeutico di matrice relazionale, anche se alcuni, come avrò modo di riportare, si sono spinti verso intenti di modellizzazione e teorizzazione che, a mio modo di vedere, poco si adattano alla natura del sogno come ambito di lavoro clinico.
LA LETTERATURA
Le fonti bibliografiche da cui è possibile trarre riflessioni e studi sull’uso dei sogni nel terapeuta relazionale sono molto esigue, se si prendono in considerazione i terapeuti con una formazione e un orientamento chiaramente sistemici. Ne citerò comunque alcuni, ognuno dei quali, tuttavia, non trascura di fare espliciti riferimenti alla psicoterapia psicoanalitica relazionale, e in particolare a quella corrente che, emergendo dalla teorizzazione kohutiana, si spinge verso la concezione più radicale di una psicologia bipersonale e pluripersonale. La figura di Jim Fossage, che peraltro studiò approfonditamente il punto di vista dal quale Heinz Kohut interpretava i sogni, è forse la più significativa a riguardo, essendosi successivamente dedicato a lungo proprio a rivedere e a ripensare la funzione interpretativa del sogno da parte dell’analista [2,3]. Insieme a Fossage, molto di quanto oggi sappiamo rispetto a una teoria relazionale del sogno si deve ai padri dell’intersoggettività, come Stolorow, Atwood e, non ultimo, Lewis Aron. Ad Aron, poi, si deve il merito di aver riflettuto anche sull’uso dei sogni che il terapeuta fa sul paziente, e sull’eventuale comunicazione degli stessi, nella cornice della self disclosure così come concepita dalla psicoanalisi relazionale [4].
Mi sembra quindi irrinunciabile tenere in considerazione l’importanza, per ogni terapeuta sistemico, di non prescindere dalla conoscenza e dall’esperienza degli psicoanalisti che, dopo la cosiddetta “svolta relazionale”, hanno saputo rivedere l’uso dei sogni in terapia, allontanandosi dalla concezione più ortodossa e tradizionale (eppure irrinunciabile, naturalmente) della metapsicologia freudiana e post-freudiana. Il fatto che il tema dell’onirico rimanga per lo più escluso dalla formazione degli psicoterapeuti sistemici rappresenta, mi sembra, un limite per chi è destinato a lavorare con la storia e con la mente delle persone e dei sistemi che esse compongono. Proprio quando, anche in un’ottica di unità della psicoterapia, si insiste sulla complementarietà e sull’integrazione dei saperi (sistemici, psicoanalitici, cognitivisti, neuroscientifici), stupisce dover prendere atto dell’esclusione del lavoro sul sogno da questa operazione di ripensamento del “fare psicoterapia”.
Nel pensiero sistemico, si tende a trascurare il fatto che il sogno non sia più generalmente considerato, alla stregua della psicoanalisi più classica, la via regia per l’accesso ai contenuti inconsci della mente. Questo scopo essenziale dell’operare terapeutico non solo risulta limitante per l’oggetto “sogno”, ma lo è anche per la psicoanalisi di oggi. Rendere conscio l’inconscio non è più il pensiero fisso, l’obiettivo di un trattamento analitico, a favore invece di una conoscenza più complessiva del Sé e dell’acquisizione di strumenti per pensare, agire, rappresentarsi e rappresentare la realtà.
Tuttavia, mi sembra che vi sia anche un’altra ragione, alla base di questa diffidenza verso il sogno come oggetto da utilizzarsi in terapia, e che questa risieda nella scarsa considerazione di esso dal punto di vista scientifico, come se appunto rappresentasse qualcosa che esula dalla significatività sul piano clinico. Proprio in questa natura parzialmente ambigua del sogno, tuttavia, si trovano la sua ricchezza e la sua complessità, nonché la difficoltà con cui un terapeuta sistemico può considerare la produzione onirica alla stessa stregua di altre “opere” della mente del paziente.
Rimarrei, allora, sinteticamente sulla letteratura, prima di riprendere queste considerazioni. Mi riferirò innanzitutto allo studio di Laura Colangelo [5], il cui lavoro sull’uso dei sogni nella terapia individuale sistemica nasce dalle riflessioni con cui l’autrice congiunge aspetti tecnici riguardanti il lavoro sui sogni con il pensiero di Valeria Ugazio [6] sulle polarità semantiche familiari.
Le principali considerazioni di Colangelo si aggregano attorno all’assunto che quanto si conosce sul sogno nel lavoro sistemico individuale debba riferirsi essenzialmente alla biografia della persona e, in particolare, al Sé. Sebbene l’autrice non vi faccia riferimento, nell’evoluzione della teoria e della tecnica psicoanalitiche l’attenzione agli stati del Sé emergenti dalla vita onirica si ha già con Kohut [7] e con la psicologia psicoanalitica del Sé, poiché le interpretazioni kohutiane del sogno sono sempre, o quasi, basate sull’esplicitazione di stati del Sé, il che è di per sé più semplicemente rivelatorio di una condizione, o al limite di una compensazione, anziché di una difesa, o di un contenuto rimosso, o anche di elementi transferali che riguardano la relazione con il terapeuta o analista.
Inoltre, coerentemente con il proprio indirizzo costruzionista, Colangelo considera il racconto del sogno come un elemento conversazionale, come ponte tra storie vissute e storie narrate e come scrigno potenzialmente ricco di metafore per la connessione di storie e parti di storia che compongono il Sé del paziente. In sintesi, Colangelo considera il sogno come metafora riorganizzatrice della narrazione che il paziente compie all’interno della relazione terapeutica.
In particolare, sei sono le funzioni che, in termini concreti, Colangelo individua come traduzione di questa potenzialità riorganizzatrice del sogno. La prima è una funzione comunicativa, in grado cioè di favorire la plausibilità e l’incisività del reframing; la seconda è una funzione di feedback, cioè di segnalazione degli esiti che gli interventi terapeutici possono avere sul paziente. Seguono poi una funzione proattiva, che riguarda la possibilità che il terapeuta utilizzi il sogno per individuare o spingersi verso nuove aree di lavoro con il paziente, e una funzione di periodizzazione, cioè di monitoraggio sulle fasi attraverso cui il processo terapeutico sta procedendo. Infine, vanno rilevate una funzione prospettica, che rende pensabili possibilità difficili da concepire come realistiche per il paziente, e una funzione maieutica, cioè generatrice di cambiamento.
Mi sembra che l’analisi di Colangelo possa essere condivisa in ogni suo punto da chi, nella propria pratica clinica, faccia uso dei sogni in chiave relazionale, e quindi non soltanto da terapeuti sistemici. In generale, infatti, nella chiave di una psicoterapia unitaria non ha più molto senso differenziare ciò che un approccio può utilizzare e ciò che rimane appannaggio di un altro.
Anche gli psicoanalisti utilizzano, per esempio, il sogno come sonda del procedere terapeutico, sia in termini di cambiamenti e di remissioni dai sintomi, sia in termini di legame e rapporto con il terapeuta (sia che definiamo ciò in termini di transfert e controtransfert, sia che lo inscriviamo in una cornice intersoggettiva, sia ancora che sia semplicemente descritto attraverso il concetto di relazione terapeutica). Anche gli psicoanalisti, inoltre, fanno sì che da sogni particolarmente ricchi possano dischiudersi vissuti nuovi circa possibilità, svolte, cambiamenti, o che grazie a essi possano essere toccate aree del proprio desiderio e della propria vita che possono essere raggiunte solo con difficoltà.
Quanto Colangelo afferma rispetto alla ragione per cui la letteratura sistemica sul sogno appare così scarsa è dunque senza dubbio condivisibile: una via di lavoro che si origina da chi affermava che “guardarsi dentro rende ciechi” certo non potrà mai essere friendly nei confronti del sogno come ambito di lavoro clinico. Tuttavia, personalmente credo che le ragioni siano più profonde: il sogno, a mio parere, è il territorio sul quale si gioca più fortemente la sfida del saper comunicare con chi ha un approccio terapeutico differente dal proprio. Per la sua particolare natura di confine tra rappresentazione, azione e pensiero, esso costituisce il territorio in cui le specificità di ogni formazione e di ogni indirizzo psicoterapeutico si fanno in assoluto più diffuse e meno significative, e in cui diventa, quindi, irrinunciabile saper utilizzare molto bene noi stessi, il nostro Sé, come terapeuti, per poter gestire la relazione con il paziente che porta il proprio sogno a noi.
In qualche modo assimilabile al lavoro di Colangelo è il contributo di Resicato et al.[8], dal quale si evince la considerazione del sogno essenzialmente come storia, e quindi come materiale trasformabile, manipolabile, rimaneggiabile con scopo terapeutico, da parte di una coppia di co-sceneggiatori, il terapeuta e il paziente, che collaborano per il raggiungimento dei loro obiettivi all’interno della metafora filmica. In assoluto, i colleghi autori sembrano distanziarsi da un approccio di tipo interpretativo, tanto da intendere che le interpretazioni possano essere espressione di un approccio “positivista”, contenendo esse «la presenza di un significato oggettivo del sogno da svelare al cliente» [8]. Mi sembra chiaro che proprio in affermazioni di questo genere possa ritrovarsi la paura di andare oltre i confini della propria singolarità di approccio, opponendosi a un movimento unificante del sapere e del fare psicoterapeutico. È infatti ovvio che ogni interpretazione sia del tutto relativa, assolutamente non oggettiva, ma da intendersi parziale, ridefinibile e valida all’interno di una dimensione relazionale.
Sul piano metodologico, gli autori tendono poi a sistematizzare il loro modello di intervento individuando sostanzialmente due tipologie di intervento, ognuna delle quali può trovare espressione in differenti modalità di porre domande e di proporre risposte al materiale onirico portato dai pazienti. Gli interventi definiti “di approfondimento” sono volti ad affrontare i temi e i contenuti emersi dallo scenario onirico e si traducono in domande sugli affetti provati dal paziente durante il sogno, in domande “di soggettivazione”, cioè volte a far emergere particolarmente il proprio punto di vista sul sogno, e in domande triadiche o circolari. Gli interventi costruttivi, al contrario, sarebbero volti a intervenire sullo scenario o sulla narrazione onirica, riscrivendone la storia e risceneggiando, con il terapeuta, la storia stessa del sogno. Cambiare lo scenario o la collocazione temporale del sogno, invertire il ruolo dei protagonisti, evidenziare parti del sogno particolarmente significative e ipotizzare finali alternativi: sono tutti interventi, questi, che gli autori ritengono plausibili per utilizzare il sogno a fini trasformativi e costruttivi, all’interno della relazione terapeutica.
Ciò che mi pare si possa evincere da questo genere di contributi è soprattutto una tendenza all’utilizzo pragmatico del sogno, aspetto che è presente in molta parte della pratica clinica sistemica e che, pur potendo essere estremamente efficace e utile in molti contesti, rischia di rivelarsi riduttivo nei confronti di un ambito come quello del sogno, che racchiude componenti metaforiche e simboliche per la comprensione delle quali non si può prescindere da considerazioni più profonde e connesse alla dimensione inconscia della mente.
Più attento a questi aspetti mi pare il recente lavoro di Giovanni Madonna [9], che si preoccupa di esplorare, con il contributo di colleghi esperti, aspetti culturali e mitologici legati al sogno, per giungere a una teoria sistemico-relazionale sui sogni. Madonna si muove all’interno del pensiero di Gregory Bateson, il quale, come noto, aveva inevitabilmente preso in considerazione il sogno come elemento dello psichico, considerandolo parte della totalità ecologica attraverso la quale egli formulò la sua visione della mente [10]. In particolare, Madonna si riferisce alla possibilità di considerare il sogno come storia con potenzialità autoriparative, cioè come ponte tra istanze interne al sistema costituito da ogni mente individuale, e specialmente come connessione tra desiderio e desiderio. Ma, non dimentichiamolo, questo è esattamente quanto già scriveva Fosshage nel 1983, sottolineando le capacità ristrutturanti e riorganizzatrici che il sogno possiede nei confronti del pensiero diurno.
Le radici della teorizzazione cui Madonna si riferisce, come egli specifica, sono da ritrovarsi nell’antica attribuzione al sogno di valenze predittive e sciamaniche, nonché alla natura spirituale che anima la comprensione dei sogni come fenomeno che sfugge al controllo cosciente dell’essere umano. Dunque, non si può non pensare a un parallelismo tra il lavoro di Madonna – cui l’autore attribuisce, in maniera forse un po’ ardita, la natura di teoria – e quella modalità di lavoro clinico che Carl Gustav Jung dedicava ai sogni, intendendoli non solo come manifestazione dello scenario archetipico, ma anche come espressione della natura alchemica riguardante la nostra mente [11].
In sintesi, per quanto molto ricco, anche il lavoro di Madonna sembra difendersi dalla possibilità di far riferimento, pur lavorando sistemicamente sul sogno, a un linguaggio e a costrutti che sono tipici di un orientamento psicoanalitico e psicodinamico, sebbene l’autore sia pronto, come si evince, a parlare più spesso di interpretazione. Ancora dunque siamo, sul terreno dell’onirico, nel paradosso di un incontro tra modelli e scuole di pensiero che non può prescindere dal riconoscimento alla psicoanalisi di aver già detto, in tema di sogni, tutto ciò che le voci sistemiche tentano di ridefinire e riaffermare.
IL SOGNO È DAVVERO UN OGGETTO TERAPEUTICO?
Alla luce di queste brevi considerazioni sulla letteratura, mi pare naturale domandarmi quali siano le reali differenze, per come mi sembra di osservarle, tra un approccio relazionale sistemico e uno relazionale psicoanalitico, nell’uso del materiale onirico con i pazienti.
Penso innanzitutto a un aspetto che riguarda la collocazione stessa del lavoro con i sogni, all’interno della tecnica terapeutica. Se la psicoanalisi adotta l’uso del sogno come prassi, poiché lo prescrive in quanto intrinseco al metodo di trattamento, nell’approccio relazionale sistemico esso può essere utilizzato e proposto a seconda delle situazioni, in fasi particolari del trattamento, esattamente come si è soliti applicare tecniche più familiari ai terapeuti sistemici.
Un esempio di ciò può essere ritrovato nel lavoro di Philippe Caillé [12] sui quadri di sogno, relativamente alla terapia della coppia, ma se vogliamo anche nella tecnica delle sculture di coppia o familiari, o nell’uso di immagini artistiche per facilitare associazioni sul piano emotivo e affettivo [13]. In ognuno di questi casi, si tratta infatti di lavorare su un’immagine, che possiamo accomunare al lavoro sul sogno in quanto, anche quando non sottoposta a un processo strettamente interpretativo, si basa comunque sull’utilizzo del pensiero simbolico, oppure di quello metaforico, oppure di entrambi. A questo proposito, quindi, credo sia importante sottolineare come ogni terapeuta che intende lavorare sui sogni abbia l’innegabile necessità di imparare a utilizzare con scioltezza una lettura simbolica e metaforica dei messaggi e delle comunicazioni del paziente. In particolare, quando si parla di sogni, questa possibilità si acquisisce - credo - solo quando c’è, o c’è stato, qualcuno che abbia lavorato a lungo sui sogni del terapeuta, nel corso di un’analisi o quanto meno di un percorso terapeutico basato sul profondo.
Come avrò modo di illustrare in seguito, non solo il sogno può essere utile per parlare delle proprie relazioni familiari (così come è utile, a riguardo, l’utilizzo delle maschere come oggetto fluttuante, per rimanere all’interno del contributo di Caillé e Rey [14]), ma anche per uscire da nodi critici e da fasi statiche delle terapie, o infine per segnalare elementi utili nella relazione intersoggettiva tra il terapeuta e i pazienti.
È chiaro che, per utilizzare il sogno con individui e coppie (mentre con le famiglie è più raro e complesso applicare questa pratica), è necessario che lo si prescriva, lo si chieda e lo si dichiari come elemento utile al lavoro terapeutico. Ciò non significa, però, chiedere ai pazienti di svolgere un compito, ma piuttosto di disporsi con atteggiamento attento e curioso a quanto potrebbe emergere dal profondo teatro onirico, per poterci lavorare nel corso delle sedute. Proprio su questo particolare punto sorge la domanda che mi pongo in questo lavoro: è possibile considerare il sogno come oggetto terapeutico, così come inteso nel senso della psicoterapia sistemica?
Punto chiave per il lavoro con il sogno in chiave relazionale è la sensibilità del terapeuta (e del paziente) a cogliere gli aspetti analogici del messaggio che vi è contenuto, non tanto modificando o trasformando il contenuto, così come suggerito da Resicato e colleghi, nel contributo sopra citato, ma piuttosto “spingendo”, per così dire, l’attribuzione di un significato verso la direzione e la linea terapeutica che si intendono tenere, senza snaturarne lo scenario, poiché se un paziente sogna qualcosa in un certo contesto spaziale e temporale, ciò significa che quello è il contenuto da considerare. Si rischia altrimenti di esercitare una sorta di violazione, in un certo senso una hybris, nell’applicare quanto suggerito dai colleghi. Inoltre, naturalmente, ogni lavoro sul sogno prevede che un significato e una interpretazione siano possibili solo alla luce della clinica del paziente, del suo momento personale e terapeutico, delle sue relazioni attuali e passate.
In accordo con i contributi citati, invece, ritengo che il sogno possa essere strumento per restituire al paziente elementi che più difficilmente si potrebbero comunicare, senza il suo aiuto. Tuttavia, attribuire al sogno la stessa valenza di altri oggetti terapeutici, sistemicamente intesi, appare a mio avviso un azzardo. Il sogno, piuttosto, va considerato come un materiale emergente dalla dimensione inconscia, non controllata, non diretta da un intento produttivo e performativo.
Pertanto, tenterei di rispondere in questo modo alla domanda che dà il titolo a questo paragrafo. I sogni dei pazienti rappresentano certamente un oggetto terapeutico, ma nel lavoro con essi il terapeuta dovrà mantenersi in tensione tra tre polarità: una strettamente osservativa e descrittiva, per favorire il dispiegarsi del contenuto e per darvi testimonianza e cittadinanza; la seconda, di matrice prudentemente interpretativa, basandosi sulle domande orientate a comprendere quali significati hanno gli elementi del sogno per il paziente stesso; infine, la terza di natura trasformativa e indicativa, riconoscendo al sogno la potenzialità di svelare strade e narrazioni innovative nella vita dei pazienti stessi.
In concreto, la prima polarità qui riportata può tradursi nel racconto del contenuto: “Dove si svolge la scena del sogno? Chi sono i protagonisti? Cosa fanno e cosa dicono? Cosa accade loro? Qual è la sequenza temporale degli eventi? Se vi sono più sogni raccontati nella stessa seduta, quale è stato sognato prima e quale dopo? Quali stati d’animo prova il paziente nel sogno?”.
La seconda polarità si traduce, poi, nell’esplorazione del significato personalmente attribuito al sogno da parte del paziente, alla luce della sua storia: “Che ruolo ha un determinato elemento nella sua vita? Se ad esempio un paziente sogna di trovarsi a Praga, che cosa significa Praga per lui o per lei?”. In seguito a questa indagine, il terapeuta potrà, con modalità misuratamente interpretative, suggerire l’esistenza di un significato simbolico o metaforico, relativo alla vita del paziente, sugli elementi del sogno: “Forse potremmo pensare che il sogno esprima questo particolare sentimento che lei prova… Forse possiamo ipotizzare che il suo rapporto con X si stia trasformando… Sembra che questa parte del suo Sé (per esempio aggressività, creatività, desiderio, ecc.) stia trovando spazio per esprimersi e voglia essere presa in considerazione...”.
E ancora, secondo la terza polarità, il sogno potrà diventare elemento indicativo di desideri, di slanci, di progetti che non riescono a emergere completamente nella vita diurna: “Il sogno sembra indicarci una strada…; forse è importante per lei cominciare a pensare che… o a fare in modo che… Il sogno sembra arrivare proprio nel momento in cui stiamo parlando di questo aspetto della sua vita e pare indicarci una strada possibile per cambiare le cose…”.
Tutto questo, naturalmente, è applicabile sia rispetto ai nodi problematici della vita del paziente, sia rispetto ai suoi sintomi, sia ancora nei riguardi della relazione che intercorre con il terapeuta, cioè al campo intersoggettivo che riguarda il terapeuta stesso e il paziente nel corso delle sedute.
ESEMPI CLINICI
Passerei ora a una serie di vignette cliniche, con lo scopo primario di presentare su quale tipo di materiale tendo a lavorare e, solo parzialmente, per illustrare il modo con cui si procede tecnicamente, poiché ciò dipende molto dalla situazione specifica.
Parliamo innanzitutto di una giovane donna, di 29 anni, studentessa universitaria, che viene da me con molte resistenze, per la sua impossibilità di avviare e mantenere una relazione sentimentale e sessuale con un uomo. Attratta dai ragazzi, lei stessa piuttosto attraente, questa ragazza non pare affatto consapevole del notevole contrasto tra la sua inibizione totale e l’impressione di seduttività imponente che trasmette agli altri, talvolta incutendo addirittura un senso di timore e di soggezione, per quanto tale maschera sia prorompente. Alle radici della sua vita, una storia totalmente al femminile. Una madre e due sorelle, di cui una gemella, e un padre molto svalutante e aggressivo, allontanato dalla madre durante l’infanzia della mia paziente, e con cui le figlie non hanno pressoché alcun contatto. Il padre, peraltro, poche settimane prima del racconto del sogno, sembra aver espresso con parole terribilmente offensive il suo disinteresse verso le figlie, rinnegando ogni scampolo della sua motivazione nell’averle concepite. Il lavoro con questa giovane prosegue non senza difficoltà, e talvolta risulta frustrante per entrambi, poiché per lei sarebbe essenziale giungere a un cambiamento, alla concrezione di una nuova esperienza, che, per lo meno, possa intanto sdoganarla da una verginità sentimentale e sessuale diventata insopportabile, ma che lei stessa non riesce a lasciar andare. Dal mio punto di vista, ogni tattica di comprensione, spiegazione e trasformazione del suo problema, anche in connessione con l’assetto relazionale passato e attuale, viene sì accolta, ma risulta anche insufficiente a toccare nel profondo il nucleo originario del suo problema.
Ecco, allora, il sogno che si presenta dopo qualche mese di lavoro terapeutico.
«Sono in auto con mio padre e mia madre. Anche le mie sorelle ci sono, ma io non le vedo. Ci troviamo in una zona boscosa di P.2 e ci stiamo dirigendo verso il basso, verso un locale. I miei genitori si parlano, seppur con un certo astio. Io domando: “Ma voi, a un certo punto, vi siete amati?”. Mio padre risponde che, in realtà, si erano trovati bene fra loro. Ma mia madre mi pare irritata dalla risposta e sembra sentirsi irritata, fragile, troppo esposta. Quando arriviamo al locale, io e mio padre rimaniamo fuori. Mi sembra che lui sia un uomo giovane e affascinante. Sento il desiderio di dirgli che sono felice di averlo incontrato, e che sto anche facendo una psicoterapia, ma a quel punto mio padre prende a investirmi con parole svalutanti e aggressive, spegnendo ogni mia speranza di relazione. Allora io comincio a piangere con intensità e non posso più parlare. Quando entro nel locale, mi sento piena di vergogna».
Un’interpretazione psicoanalitica classica, centrata sulla primarietà del complesso edipico, tratterebbe questo sogno come scrigno di un contenuto comprensibile proprio in tale direzione. Al contrario, quello che colpisce me e la paziente, e che emerge internamente al triangolo delimitato dalle tre polarità sopra descritte, è la domanda che essa pone al padre, domanda che contiene la chiave per comprendere e aprire la porta, fino a quel momento inaccessibile, del personale valore che questa ragazza attribuisce a se stessa. Preoccupata da sempre di fare il meglio, solo apparentemente convinta del suo fascino e di poter accedere all’esperienza intima con un uomo, la paziente veicola attraverso il sogno la sua preoccupazione centrale: da dove vengo? Che cosa mi ha generato? È infatti nelle parole «a un certo punto» che ci sembra racchiuso il significato più denso, quello che si riferisce esattamente a “quel punto”, cioè al momento del rapporto sessuale fra i genitori che è stato fonte del suo concepimento. Solo sentendo, profondamente, che almeno in quel momento, l’incontro intimo tra un uomo e una donna è stato qualcosa di positivo, di bello, e cioè che lei viene da un momento bello, diventa possibile contemplare la possibilità di vivere in prima persona l’esperienza della sessualità. Il conflitto permanente nella paziente, conflitto che la blocca e le impedisce di portare a termine ogni tentativo di esperienza sessuale, sta quindi nella presenza confusiva di due obiettivi, di due bisogni: il primo, quello di conoscersi come donna adulta, genitale, attraverso il sesso con un uomo che le piace; il secondo, quello di trovare l’amore della sua vita. È chiaro, cioè, che la paziente cerca una cosa ponendosi nell’assetto appartenente all’altra, così creando una sorta di cortocircuito emotivo, affettivo, motivazionale all’interno del Sé e della relazione con l’altro. Cerca occasioni di fare sesso come si cerca un’occasione per fare l’amore. È dunque interessante cogliere che il sogno rappresenta qui, così come esprime Madonna [9], un ponte tra desiderio e desiderio. Inoltre, le terribili parole del padre hanno bisogno di essere in qualche misura smentite, depotenziate, perché diventi possibile pensare di essere stata desiderata, e che almeno il momento preciso dell’atto sessuale abbia rappresentato una fonte di piacere per coloro che l’hanno vissuto. Come si intuisce, manca purtroppo nella paziente la possibilità di lasciarsi andare all’incontro fisico con un altro senza temere di essere inghiottita dal dramma di una relazione che fa soffrire, che separa, essendo invece molto importante per lei sentirsi forte di una identità buona, in grado di piacere e di provare piacere.
Tutti questi elementi sono stati estremamente facilitati, nella loro esplorazione, dalla presenza di questo prezioso sogno, dal quale si evince, infine, un’ultima area di lavoro, ancora più intuibile di quelle citate. Mi riferisco alla presa d’atto, da parte della paziente, della rappresentazione idealizzata del padre, sostitutiva della realtà, alla quale spera di affidarsi, per poi rimanere delusa nell’incontro con la verità. Il parallelismo con gli oggetti fluttuanti, qui, è evidente: a cadere è la maschera che il Sé ha avuto bisogno di creare, anche secondo quanto teorizzato da Kohut nel 1971, per sostenere un narcisismo altrimenti troppo ferito dalla mancanza di investimento e di orgoglio paterno.

Le trasformazioni interne, e talvolta esterne, che subiscono le immagini dei genitori sono un’altra importante evidenza che può emergere dai sogni in corso di terapia e che, come espresso anche nel caso precedente, può diventare oggetto di preziose riflessioni in seduta. Per illustrare questa funzione del lavoro sul sogno in chiave relazionale, riporterò uno stralcio del caso di Alida, per me un’esperienza terapeutica estremamente importante e, proprio per questo, oggetto di illustrazione in alcuni seminari clinici tenuti nel corso degli ultimi anni3.
Alida, donna di circa 35 anni, piena di risorse, estremamente intelligente ma molto preoccupata per la sua disregolazione emotiva e per le frequenti crisi di angoscia, spesso con matrice abbandonica, attraversa nel corso della sua terapia una progressiva trasformazione della rappresentazione di sua madre, paziente psichiatrica molto trascurante da sempre, nei suoi confronti. Con il procedere del lavoro psicologico, molto fruttuoso, passiamo evidentemente da una rappresentazione della madre piena di disgusto, a tratti di orrore, a una trasformazione progressiva della figura interna ad Alida, fino a una maggior sicurezza di poter sentire e trattare la madre come una persona in grado di darle cose buone, di proteggerla e di capirla, anche se solo fino a un certo punto, cioè con una fallibilità un po’ più che normale, ma comunque contemplabile nell’umano, in ciò che si può comprendere ed accettare. Tutto questo si vede molto bene dai sogni, e in particolare dalla loro evoluzione. Qui ne riporto tre, brevi, che avranno bisogno di pochi commenti.
Primo sogno. Ci troviamo nei primi mesi di terapia. «Sono con la mia storica amica D. nella casa di via M. a Milano. La mia stanza di ragazzina è sporchissima, infestata da ragnatele. Ci mettiamo a pulire, ma si palesa un enorme e disgustoso scarafaggio. Io cerco di fuggire, disgustata, e chiedo alla mia amica di ucciderlo, ma D. mi spiega che non si può e, quindi lo chiude in un barattolo, forzandolo per le eccessive dimensioni dell’insetto. Quando D. tenta di depositarlo in cucina, io le chiedo di metterlo sul balcone, per evitare che possa tornare».
Alida non può completare il processo di acquisizione del suo materno buono senza andare oltre le immagini terrificanti della madre. Inoltre, Alida sta capendo sempre più quanto il suo «funzionare come la madre» rappresenti non tanto una realtà, ma un timore e, al tempo stesso, quando accade, una sorta di identificazione con l’invasione che opera su di lei la madre stessa. D’altro canto, in assenza di questa invasione, Alida non avrebbe potuto averla affatto, una madre. Quindi, dire ad Alida che sta mettendo lo scarafaggio fuori di lei significa aiutarla a essere se stessa (o a differenziarsi, nel linguaggio sistemico boweniano [15]) e anche a liberare la madre dalla maschera terrificante che, inevitabilmente, le si è appiccicata addosso.
Nel secondo dei sogni selezionati, intervenuto pochi mesi dopo, si osserva proprio il processo attraverso il quale comincia a diventare possibile vedere le parti buone che la madre le ha dato e, al contempo, sentire di possedere un valore maggiore. Nel sogno la paziente «si trova in un mercato affollato, dove scorge su una bancarella una borsetta costellata di gemme. Decide allora di acquistarla, per farne dono alla madre, e la apre, scoprendo che dentro di essa vi è contenuto uno scarafaggio riprodotto con pietruzze verdi e preziose, che si apre a metà, come un gioiello».
La complessità del simbolo, che si ritrova nello scarafaggio, è il veicolo attraverso il quale Alida potrà dare respiro alla consapevolezza che, dentro di lei, ciò che pareva immutabile si può invece trasformare, fino a diventare prezioso. Ciò non significherà, naturalmente, lasciarsi andare ad attese irrealistiche nel rapporto con la madre, ma poter sentire che anche in un gesto maldestro, o trascurante, possiamo ritrovare il seme di quella funzione materna che, al tempo, era l’unica che quella madre potesse esprimere verso di lei.
Questa progressiva trasformazione si fa ancor più chiara nel terzo sogno.
«Anche in questo caso c’è un insetto, uno scarafaggio che però la paziente definisce a metà tra un ragno e una grossa formica. Si trova nella casa di via M. e siede sul suo letto di ragazza insieme alla madre; una madre relativamente sana. L’insetto esce velocissimo da sotto la tapparella abbassata, la raggiunge e la punge sulla gamba. Allora la madre lo cattura e le dice: “ora lo buttiamo via”. È però ancora incauta nel gettarlo semplicemente nella spazzatura, tanto che l’insetto esce di nuovo e vola ancora verso Alida, che a quel punto si sveglia».
Ci sembra chiaro, parlando del sogno in seduta, come la madre, dentro di lei, stia diventando qualcuno che ci prova, anche se maldestramente, a proteggerla dalle sue angherie, dalle sue richieste e dai dolori della vita, cioè dalle cose che pungono e che feriscono.

Come si può vedere, l’interpretazione in chiave simbolica e il movimento di svelamento della chiave inconscia del sogno sono molto marginali, a tratti minimi, talvolta del tutto assenti. Sono invece presenti interventi che sostengono o stimolano gli obiettivi della terapia, che possono riguardare la risoluzione di conflitti interni o esterni, il processo di soggettivazione, differenziazione e svincolo, l’elaborazione di un lutto, e così via. In questo utilizzo del materiale onirico, è allora necessario tenere presente che, comunque, esso si genera da uno spazio almeno parzialmente inconscio del paziente e, soprattutto, è messo in campo senza un’operatività cosciente e attiva del soggetto (come si fa quando, invece, si svolge un compito o si utilizza una tecnica). Sarebbe dunque rischioso attribuire al sogno un contenuto o un significato semplicemente utili alla terapia, ma disconoscendolo come fonte di informazione e di scoperta di elementi che non erano conosciuti o presenti sulla scena. Come sopra espresso, dobbiamo saperci collocare tra questi poli, uno più speculativo, più favorevole alla lettura del sogno in termini strumentali, a seconda di dove desideriamo portare il paziente, l’altro più liberamente osservante e, quindi, esclusivamente aperto ad accogliere ciò che emerge, «senza memoria e senza desiderio», e l’altro ancora capace di offrire al paziente una lieve interpretazione, poiché permettere a chi ci sta di fronte di portarsi a casa qualcosa che viene da noi, come terapeuti, è altrettanto importante che riconoscere ai pazienti stessi di essere i veri generatori del proprio cambiamento.

Concluderei con un terzo, breve esempio di come il sogno possa contribuire allo sviluppo del lavoro terapeutico, per evidenziarne la natura intersoggettiva, o se vogliamo transferale (anche se il termine è ormai un po’ superato, nel linguaggio di una moderna psicoterapia relazionale). Vi sono cioè sogni che, leggibili sul piano delle difese o delle componenti ansiose e angosciose, o ancora generalmente come sogni sullo stato del Sé, si collegano anche a qualcosa che è accaduto in terapia.
Michele, paziente di circa venti anni, che conosco da quando era appena entrato in adolescenza, ha affrontato in varie fasi della terapia (fasi peraltro discontinue, come è normale per i pazienti giovani) il problema di un rapporto abbastanza disturbato con la madre, e in generale colmo di disagio per la relazione critica tra una madre inibita, ma viva e vivace, e un padre decisamente amorfo, privo di capacità di pensiero e scarsamente capace di comprendere e comunicare i suoi sentimenti. Inizialmente attraversato da un occupante disturbo di natura ossessivo compulsiva, Michele ha tuttavia scoperto, gradatamente, di poter parlare con me della sua presunta omosessualità. Un tema che mi appariva chiaro da subito, ma che avevo custodito per anni, nella mia mente, per poi provare a introdurlo con molta gradualità, attraverso ipotesi e domande, proprio perché sentivo che il paziente non era affatto pronto a prendervi contatto. Terminata la scuola superiore, peraltro brillantemente come previsto, si impone la necessità di parlare di questo aspetto della sua vita, che Michele aveva pensato, per molto tempo, di poter accantonare e negare, convinto che fosse possibile per lui orientarsi a una relazione eterosessuale, al fine di costruire una famiglia e rispondere a un modello socialmente e familiarmente atteso, ma anche più rassicurante per lui.
Vorrei chiarire, a questo proposito, che non ho mai negato a Michele il diritto di operare questa scelta, né ho mai sottovalutato la credibilità delle sue ipotesi, non solo perché credo nella libertà di vivere come si vuole e come si può, ma anche perché quella che Michele proponeva rappresenta una scelta che molte persone fanno, quando non sanno con precisione come orientarsi oggettualmente. Talvolta, questa strada risulta effettivamente la migliore possibile. Mi sono invece preoccupato quando ho osservato il mio paziente in procinto di un evitamento complessivo della sessualità e dell’affettività, non potendo stare con nessuno senza sentire di pagare prezzi troppo elevati. A quel punto del lavoro terapeutico si collocano alcune sedute durante le quali impedisco a Michele di allontanarsi dal problema, sentendolo spaventato ma desideroso di muoversi verso fasi nuove della sua vita. Il sogno che ora riporterò segue una seduta particolarmente significativa in questo senso.
«Sono con mio padre e i miei nonni in un negozio di ricambi di auto. Devo uscire, ma prendo un ascensore che mi porta, senza via di uscita, all’interno di un palazzo, con tante porte, nessuna delle quali mi permette di andare via. Nessuna porta è chiusa a chiave, ma tutte aprono su balconi o terrazze, per cui non posso mai lasciare quel luogo. A un tratto mi ritrovo su un terrazzo ampio, senza ringhiere, che mi pareva l’uscita tanto cercata, ma che in realtà si trovava molto in alto. Ci sono altre persone e in particolare una, non so se uomo donna ma direi donna, che si sposta con pattini a rotelle su questo terrazzo. Si distrae usando il telefono e quindi precipita senza protezione, distruggendo un’auto. Io inizialmente mi tappo le orecchie per non sentire il tonfo, poi provo a gridare per chiamare la polizia, ma non mi esce la voce. Non credo che la persona sia morta. Al termine del sogno, sopraggiunge mia madre in un momento indefinito».
La lettura di questo sogno, basata sulla componente empatica verso un paziente così familiare, a me profondamente legato e attraversato da sentimenti di smarrimento e paura nel sentirsi “braccato” da me, ha contribuito ampiamente a far sì che Michele si sentisse invece compreso, accettato e sostenuto nel faticoso percorso di accettazione di ciò che è inevitabile, cioè dar voce, almeno internamente, a qualcosa di sé che esiste.
La terapia, che Michele vede come un negozio di pezzi di ricambio per il suo Sé un po’ meccanico, lo conduce a poter aprire molte porte, ma senza permettergli di fuggire, fino a quando è inevitabile incontrare questa parte giovanile, viva e spensierata, ancora indefinita sessualmente, che pattina, la quale però, se si esprime, e se si rivolge al mondo esterno (attraverso l’uso del cellulare), rischia di cadere e di farsi molto male, anche se probabilmente non di morire, e di danneggiare proprio un’auto, generando ulteriore bisogno di pezzi di ricambio... cioè di psicoterapia.
Il sogno si è quindi rivelato un mezzo attraverso il quale Michele esprimeva la sua paura di rimanere intrappolato in una psicoterapia che, procedendo verso lo svelamento, lo rendesse ancora più bisognoso e fragile. L’apertura graduale di Michele all’approfondimento del suo problema, e alla comunicazione con altri amici e amiche, ci ha condotti abbastanza velocemente alla sua “rinuncia a rinunciare”, cioè alla consapevolezza che la paura di cadere, pattinando, può essere contenuta sia grazie all’uso di ringhiere protettive (gli altri, il terapeuta), sia evitando di scappare dalla terapia, azione che Michele di tanto in tanto prova a realizzare, senza tuttavia mettere in atto questa idea.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Se tutto ciò che è avvenuto, nel tempo, in queste terapie, sia veramente attribuibile all’uso del sogno come oggetto, o no, non ci è dato saperlo, non almeno fino in fondo. Personalmente, diffido di tutti i percorsi che riescono ad attribuire in modo univoco e certo un effetto a una determinata causa, anche se è importante interrogarsi e trovare risposte credibili su quali siano i fattori che contribuiscono alla riuscita o meno di un progetto terapeutico. Credo che, tuttavia, le terapie citate – e molte altre, per me – non avrebbero lo stesso stimolo e la stessa capacità di evolvere se fossero assenti i sogni. E d’altra parte, quando si ha a che vedere con pazienti per cui non è possibile sognare, si ha quasi sempre a che vedere con situazioni più complesse e meno elastiche.
Consentire a un paziente di scoprire che è capace di sognare, infine, rappresenta un mezzo per dotarlo di un valore e di una risorsa preziosi, perché sognare vuol dire elaborare e lavorare sul proprio materiale psichico, con una parte di se stessi che prescinde dalla volontà e che, quando parla, ci fa sentire più vicini a quella circolazione armonica dei propri nuclei che Kohut definiva un sano Sé coesivo e integrato [16,17]. Sia quando lavoriamo in una terapia individuale, sia quando si svolge un buono e profondo lavoro con più persone in stanza, aiutare i pazienti a raggiungere questo stadio deve rimanere, io credo, il nostro principale obiettivo.




2 Luogo di origine della paziente. Ogni riferimento alla realtà dei fatti è mascherato per motivi etici.
3 Mi riferisco a esperienze formative e seminariali presso l’Associazione studi relazionali di Torino (febbraio 2019) e presso l’Istituto Emmeci, sede torinese del CSTFR (giugno 2019).
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