L’orientamento relazionale-sistemico come approccio unitario?

Umberta Telfener1

1Psicologa clinica e per la salute, didatta del Centro milanese di terapia della famiglia, è nel board dell’European Association of Family Therapy, Training Institute Chamber (EFTA-TIC), già Docente Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute della Sapienza Università di Roma.

Riassunto. Ritengo la psicoterapia uno strumento della salute mentale e non una professione a sé stante, un contratto “specialistico” che non è sempre necessario: a volte una consulenza, un intervento domiciliare, la presa in carico da parte di più operatori di servizi diversi possono risultare più processuali ed evolutivi. Penso alla psicoterapia come una relazione in un tempo sospeso che implica operazioni riflessive di secondo livello e la messa in discussione delle premesse con cui il cosiddetto cliente chiede aiuto, premesse che sono le stesse che mantengono il sintomo florido. La psicoterapia impone al sistema osservante di fare e far fare, di mettere in discussione le premesse per ampliare i livelli di libertà; è una danza che si balla assieme per un tempo definito. Rispetto all’unitarietà tra i modelli, credo che il processo ricorsivo sia simile, cambia l’attenzione ai particolari e il modo di descriverla.

Parole chiave. Orientamento relazionale-sistemico.

Summary. The relational-systemic orientation as a unitary approach.
I like to think of psychotherapy as a possible tool within the mental health among others, rather than a profession on its own. It is a second order contract not always necessary: at times a consultation, a home visit, connecting multiple professionals that work on the same “case” results more evolutive. Psychotherapy is a special reflexive relationship in which the premises that have created the problem are questioned. It implies doing together and deconstructing the premises in order to amplify the degrees of freedom. It is a dance that we dance with others within a definite suspended time. With reference to the unity of the different models, the recursive process can also be similar but the way of explaining what is happening changes very much as well as what is considered in the foreground and what is left in the backwards.

Key words. Relational-systemic orientation.

Resumen. La orientación relacional-sistémica como un enfoque unitario.
Me gusta pensar en la psicoterapia como una posible herramienta del profesional de la salud mental, una herramienta entre otras, más que una profesión por sí sola. Es un contrato de segundo orden que no siempre es necesario: a veces una consulta, una visita al hogar, quedando en una intervención de primer orden que involucra a toda la institución con resultados más evolutivos. La psicoterapia es una relación reflexiva especial en la que se cuestionan las premisas que han creado el problema. Implica hacer juntos y deconstruir las premisas para amplificar los grados de libertad. Es un baile que bailamos con otros en un tempo definito e suspendido. Con referencia a la unidad de los diferentes modelos, el proceso recursivo también puede ser similar, pero la forma de explicar lo que está sucediendo cambia mucho, así como lo que se considera en primer plano y lo que queda en la parte posterior.

Palabras clave. Orientación relacional-sistémica.


«In principio è la relazione».
Gregory Bateson

INTRODUZIONE
La copertina del disco The dark side of the moon dei Pink Floyd mostra un raggio di luce che attraversa un prisma e nel passarlo fa emergere i diversi colori da cui il raggio è composto. La psicoterapia potrebbe essere descritta nello stesso modo: un raggio di energia/informazione introdotta in un contesto che ne fa emergere le risorse, le potenzialità che erano già presenti ma non erano visibili. Perché fare psicoterapia significa far emergere gesti e parole non apparse prima, risorse non prese in considerazione e connessioni mai proposte; rendere esplicite narrazioni che erano implicite, dar parola a concetti che non erano ragionati ma c’erano già in fieri, sottolineare gesti che emergono dalla danza. Un costante processo di divenire (becoming), per far emergere capti2 inascoltati, liberare aspetti vitali e potenzialità generative, spingendo oltre il limite.
La psicoterapia è un atto creativo basato su un’etica e un’estetica che definiscono un’affermazione di differenze e fanno emergere un sistema osservante nel quale lavorare, al fine di perturbare lo status quo.
Al convegno a Torino – di cui questi sono gli atti – ci è stato chiesto se ritenevamo la psicoterapia un processo unitario oppure se pensavamo che ogni modello oltre che la propria storia, proponesse differenze incommensurabili. Se ci fosse la possibilità di un dialogo tra modelli oppure se questo dialogo non fosse necessario/utile. Personalmente – e desidero definirlo ab initio – ritengo il dialogo tra modelli fondamentale, non tanto per arrivare ad una visione unitaria del funzionamento dell’umano né per proporre come punto d’arrivo un unico modello di terapia che li accorpi tutti, ma per permettere il dialogo tra gli operatori che lavorano su una stessa situazione clinica. I modelli a mio parere mantengono delle differenze incommensurabili e va bene così, perché è l’embricazione tra le differenze che ci permette quella profondità di campo che ci fa lavorare bene, mantenendo un mistero sul funzionamento del nostro meraviglioso lavoro.
Tutti i modelli mostrano alcune caratteristiche comuni: l’attenzione al contesto e alle relazioni che danno significato a ciò che viene portato in terapia; la relazione clinica come focus della danza; la capacità diagnostica e differenziale come strumento per scegliere come intervenire (i sistemici forse senza crederci troppo); la necessità di una presa in carico puntuale e definita; un’analisi della domanda e un contratto più o meno espliciti; un’intenzionalità perturbativa; una buona fede etica da parte del professionista. Trasversalmente ai modelli la terapia andrebbe inoltre sempre considerata un’operazione di secondo livello, riflessiva: perché la pratica diventi una “buona” pratica è necessario “prendersi cura del processo di cura”, ovvero sottoporsi ad una costante valutazione ricorsiva3, una costante riflessione sulle categorie utilizzate e sulle scelte fatte [2].
Le diverse terapie trattano della costruzione di uno spazio “fra”: valori e idee, nuovi e vecchi copioni, tra le storie che vengono portate e i temi specifici dei clienti, tra le persone presenti in seduta e quelle che gravitano attorno allo stesso problema, tra i contesti presentificati e quelli che stanno sullo sfondo, tra tutti questi spazi interattivi e le storie e non solo… Ogni modello propone una prassi in cui si mette in atto un circuito ermeneutico di interpretazione e azione su cui si fondano tutti gli affari umani: storie, gesti, interazioni che si esplicitano attraverso parole e azioni.
Potremmo immaginare una griglia per leggere il processo terapeutico, per far emergere le differenze, i pregiudizi di noi clinici oltre che le regole che abbiamo appreso, i comportamenti che mettiamo in atto, le incongruenze che rischiamo. Una griglia uguale che verrà compilata in maniera diversa in base a ciascun modello adottato. Tale griglia deve tener conto del livello epistemologico che fa da cornice a tutte le azioni e le operazioni successive: realismo versus costruzionismo è la differenza che fa una differenza. Secondo aspetto da considerare è il modello dell’umano: qual è il modello proposto della mente, dello sviluppo, quale idea organizza il rapporto tra umano e contesto che abita, il rapporto tra individuo e società, come vengono prese in considerazione le teorie della personalità? Ci si occupa di cervello e di mente, di individui e/o di relazioni? Abbiamo poi una teoria del modello clinico: quali strutture dissipative si pensa possano introdurre disordine e conseguentemente nuovo ordine; qual è il modello del cambiamento adottato, quale la teoria della relazione. Si è dentro il sistema oppure come professionisti si opera da un livello esterno e un punto di osservazione ideale, dalla giusta distanza? Qual è la genesi e lo sviluppo della psicopatologia, il sintomo ha un significato oppure è un accadimento fortuito e come tale va trattato? Infine una teoria della tecnica che anch’essa muta da modello a modello: quale setting si propone, come viene utilizzato il tempo, la durata e la frequenza delle sedute, la lettura o meno del contesto, la processualità e la progettualità cambiano. Ci si occupa dell’inconscio e si crea un setting specifico per farlo emergere oppure no?
Sono questi i possibili livelli di osservazione del processo terapeutico, alcuni tra tanti; ci aspettiamo che ogni singolo modello mostri una coerenza tra questi livelli, mostri una gestalt che permette una coesione tra pensiero e azioni (Tabella 1).
Ci sono comunque importanti differenze tra i modelli, differenze sottili, legate alla storia e alle persone che li hanno implementati, ai capi-gruppo che li hanno fondati e nutriti, agli allievi che li hanno scelti e ai contesti in cui il modello è fiorito, ai contesti che ha impattato. Si tratta di differenze di azioni e di intensità, di stile e di cartografia delle scelte permesse e di quelle proibite, di emotività percepita e di libertà di azione; di ruolo, di attenzione al verbale e al non verbale, di rispetto della danza in atto, di attenzione agli aspetti malati oppure sani di ogni persona presente.
In questo breve articolo intendo parlare della cornice sistemica che mostra una sua singolarità e ribadisce in maniera forte e chiara le sue specificità, pur avendo dato origine a modelli molto diversi tra loro, non necessariamente coerenti tra loro. I sistemici differenziano rispetto agli altri modelli il rapporto figura/sfondo, mutano il focus dell’attenzione, hanno come mandato la complessità, le relazioni e i processi; ogni scuola sistemica sottolinea poi alcune caratteristiche rispetto ad altre. Le scuole sono molte, in questo scritto mi riferirò agli insegnamenti della scuola di Milano di cui sono una didatta.
IL MODELLO SISTEMICO
«Propongo di considerare la sistemica come una posizione,
un modo di osservare, un atteggiamento conoscitivo».
Heinz von Foerster

Venendo al mio modello d’adozione, ci tengo che si parli di “ottica sistemica”, che comprende anche la psicoterapia ma non solo. Come sistemici condividiamo un’osservazione e delle prassi che rispettano la complessità – il nostro mandato istituzionale – che possiamo mettere in pratica in contesti anche non terapeutici, seppure votati al cambiamento. Non ci identifichiamo solo con la psicoterapia né prestiamo attenzione principalmente alle famiglie. Rispettare la complessità significa tessere insieme i dati presenti senza mai semplificare, gestire le differenze e le possibilità, non necessariamente fare psicoterapia quanto piuttosto proporre azioni perturbative in contesti quali un ospedale, la scuola, le Istituzioni della salute mentale o le aziende, un campo profughi, il tribunale nei casi di affido o nelle cause per la gestione dei figli. Sto riferendomi a un modello evolutivo e generativo che considera ogni evento come singolare, frutto delle possibili relazioni tra contesti, tra mente e corpo come unità necessaria, tra operatori che lavorano in realtà distanti, tra persone che sono legate da parentela oppure no. Mettiamo in campo operazioni di primo livello in cui è tutto il contesto istituzionale a diventare terapeutico, quando si può operare senza una domanda specifica; rispondiamo anche professionalmente a domande di psicoterapia, attraverso interventi di secondo livello, specialistici, organizzati da un tempo e da una richiesta puntuale, da un contratto e un setting definito.
Come tutti gli altri modelli, la sistemica implica inevitabilmente una pratica riflessiva, un processo di secondo ordine. È però differente il posizionamento rispetto al sapere dell’operatore sistemico che non solo “sa” e riflette su ciò che mette in atto e che avviene nella danza interattiva: due o più soggetti di conoscenza che devono accettare la loro reciproca esistenza e l’impossibilità di conoscersi a fondo. Come sostiene Heinz von Foerster le situazioni con cui siamo confrontati come clinici sono indeterminabili e i problemi imprevedibili [3]. Il professionista sistemico non sa di più e meglio del paziente: le sue teorie, le sue ipotesi, le sue narrazioni non sono né vere né false, sono plausibili esattamente quanto lo sono quelle del paziente. Ciò che le differenzia, piuttosto, è il fatto che le ipotesi del clinico debbono porsi e mantenersi ad un differente ordine logico rispetto a quelle del paziente: non al livello dei contenuti di conoscenza, bensì dei processi che costruiscono conoscenza; non al livello di primo ordine del ‘conoscere’, bensì al livello di second’ordine del “conoscere il conoscere”. L’operatore sistemico deve provare a mantenere la sua riflessività sulle condizioni di possibilità, proteggendo una visione generativa finalizzata alla creatività, orientata al futuro anziché al passato, accedendo alla resilienza. Le nostre azioni stimolano inoltre un processo non solo razionale, consapevole, sotto il controllo del clinico. Sappiamo di sapere ma sappiamo anche di non sapere e pertanto prendiamo in considerazione la possibilità che ciò che accada sfugga al nostro controllo. Ci sono processi che rispettano la finalità cosciente (sapere di sapere) e altri che vi sfuggono e ci portano ad agire per intuizione, utilizzando ciò che la vita ci ha insegnato (non sapere di sapere), rendendo in questo modo il nostro lavoro anche un processo artigianale e artistico. Ci sono cose che inevitabilmente ignoriamo (sapere di non sapere), con cui entriamo in risonanza [4]; ci sono eventi, accadimenti, dichiarazioni e gesti rispetto ai quali siamo ciechi (non sapere di non sapere), con i quali inevitabilmente colludiamo, mettendo in atto processi che rischiano di mantenere lo status quo e che eliminano la percezione delle differenze [5].

Quello che mettiamo in atto non è un processo istruttivo, lavoriamo sul qui e ora di ciò che ci viene portato, attenti a non semplificare e a rimanere generativi. Intendo riproporre i diversi livelli della griglia, per identificare alcune specificità del modello sistemico cui intendo riferirmi.
Come negli altri modelli dobbiamo fare una scelta dell’atteggiamento che scegliamo di tenere verso la realtà (livello epistemologico). Come Scuola di Milano ci definiamo costruttivisti, cioè pensiamo che la realtà terapeutica sia co-costruita all’interno di un setting in cui noi clinici abbiamo la responsabilità di ciò che accade. Proponiamo posizioni multiple nei confronti del mondo: c’è il livello epistemologico che ci permette di riflettere sulle mappe e sulle lenti con cui decodifichiamo il mondo ma contemporaneamente c’è un livello politico-ontologico in cui diamo valore ai contesti in cui operiamo e alla realtà delle storie che ci vengono raccontate. Quando parlo di ontologia [6] mi riferisco ad una svolta metodologica, una tecnica di descrizione etnografica in cui si attribuisce la massima importanza all’essenza dell’Altro e della sua singolare storia. Non mi riferisco alla ricerca della natura della realtà, non sto proponendo che esista una realtà data una volta per tutte, propongo di permettere ai soggetti che incontriamo di dichiararci chi sono, neutralizzando i pericoli che i nostri presupposti ci portino a percorrere solamente vie già conosciute, sempre uguali. Sto parlando del problema epistemologico di come vedere il mondo, che diventa la domanda ontologica di cosa ci sia da vedere [7].
Il modello dell’umano che condividiamo come sistemici predica un umano sempre in movimento, curioso e mai statico, in relazione costante con gli altri. I sintomi hanno sempre un significato e una coerenza all’interno del sistema relazionale almeno trigenerazionale che il paziente designato ci porta; altre volte i sintomi sono accadimenti casuali che vanno presi in considerazione per le dinamiche che esplicitano. La nostra specificità relazionale ci permette di allontanaci in maniera forte dalla patologia e dalla biologizzazione: l’attenzione alla patologia è fluttuante, ogni comportamento è frutto di un inganno relazionale che va sbrogliato come una matassa, un inganno che non comporta buoni e cattivi ma vittime sacrificali inconsapevoli, più o meno penalizzate dal gioco in atto. Siamo interessati al processo che si ripete in maniera isomorfa nei diversi contesti e nei confronti del clinico. Come sistemici ricerchiamo il pattern che connette gli aspetti fisici con quelli psichici ma anche la danza che unisce persone e contesti diversi, operatori differenti.
La teoria del modello clinico sottolinea l’importanza di considerare le risorse come inderogabili nel processo di costruirsi come sistema osservante. Il punto importante diventa incontrarsi e superare le identità separate, considerarsi catalizzatori e partecipanti attivi a un sistema che si auto-organizza e che evolve. Il fine diventa quello di negoziare un’operatività che sia coerente con i bisogni e le aspettative in campo. Proponiamo un’enazione generativa [8], una creazione selettiva nell’interazione tra mente, corpo e ambiente. Il nostro scopo è quello di decostruire più che co-costruire ipotesi. Come operatori dobbiamo mantenere la fiducia nell’evoluzione, non posso sapere dove andrà il sistema, quale sarà il suo punto di arrivo, ma che è necessario perturbare, dando voce ad aspetti inascoltati, non colludendo con le prassi e le idee che ci vengono portate. Per rimanere perturbativi è necessario continuare a riflettere sul processo a cui si sta partecipando e analizzare le narrazioni che emergono, costruendo una workable reality.
La teoria del modello propone un professionista organizzato da un atteggiamento dubitativo: non è l’esperto di ciò che viene portato, si trova in un posizionamento paritario anche se in posizione asimmetrica, è interessato alle microtransizioni (più che al cambiamento), non riduce tutto al solo linguaggio, chiede di fare e far fare. E’ importante che lo psicoterapeuta non perda la propria capacità perturbativa, questo avviene lavorando con il sistema e promuovendo le capacità auto-organizzative del nuovo sistema osservante.
Gli aspetti etici/estetici e politici sono espliciti e tenuti in grandissimo conto. Il rischio non è quindi che il terapeuta ignori qualcosa dell’oggetto di conoscenza, questo è inevitabile e salutare. Il rischio è che ignori le caratteristiche costitutive di potenzialità del nuovo sistema osservante, le potenzialità e i vincoli in cui naviga. Il pericolo è che ignori la propria ignoranza e sottovaluti le proprie modalità conoscitive in rapporto a quelle dei clienti. Questo confondere i propri mezzi conoscitivi con la realtà è la radice di ogni possibile rischio di un danno collusivo e iatrogeno.
A livello di teoria della tecnica noi assumiamo positioning diversi in base alla fase del ciclo del lavoro che stiamo portando avanti; anche i nostri clienti ci danno positioning diversi che possiamo accettare oppure rinegoziare. I rapporti sono parziali e multipli: mettiamo in atto operazioni al fine di cooperare, collaborare, co-creare, sfidare, co-evolvere… perché dobbiamo cambiare anche noi mentre chiediamo agli altri di cambiare.
Come dice Maria Esther Cavagnis [9], il modello sistemico accetta l’alterità e gli equivoci come condizioni necessarie; è post-strutturale: non crede alla gerarchia né alla forma; è azione politica vitalista, si basa più sullo sperimentare che sulla rappresentazione; è una pratica cartografica: permette di creare nuove relazioni e nuovi territori; è una clinica dei piccoli gesti.
NEL MONDO IPERMODERNO TUTTO CAMBIA
«Tutto scorre, niente rimane uguale».
Eraclito

Ho ragionato fin qui sulle differenze che la cornice sistemica apporta alla clinica, vorrei introdurre ora un altro elemento che ha creato non poche differenze nell’operatività terapeutica in senso trasversale: la società nella quale viviamo, i tempi che stiamo attraversando. Viviamo un tempo che viene definito “ipermoderno” [10] caratterizzato da un individualismo esasperato, l’isolamento dal sociale, una spinta al godimento immediato, un’accelerazione costante del tempo che porta a vivere un presente perpetuo, un culto esasperato del nuovo, l’iper-consumismo. Siamo nell’epoca dei legami liquidi in cui si riscontra una forte dicotomia tra idealizzazione dell’amore e delle relazioni e vita reale, in cui la solitudine e l’isolamento sono rischi dietro l’angolo. Assistiamo anche alla sperimentazione di nuove tipologie di rapporto (gruppi intergenerazionali di persone che co-abitano, bambini che vengono da lontano e devono adattarsi alla cultura consumista dell’occidente, trippie) e nuovi sintomi (hikikomori, neet, donne molto capaci inderogabilmente sole, persone che a priori rinunciano alle relazioni – vegetalists – oppure alla sessualità, nuove solitudini, vecchiaie prolungate che diventano epidemie) che sfidano la famiglia tradizionale e creano alternative anche creative.
Assistiamo ad una diffusione e diluizione dei concetti psicologici, che vengono utilizzati malamente, per cui i pazienti tendono ad arrivare con più diagnosi fatte, con interpretazioni offerte anche da conoscenti, generalizzazioni e banalizzazioni di ciò che sta capitando loro. L’accesso alle informazioni è diventato esagerato e fa si che le persone arrivino in terapia piene di idee molto radicate circa i loro problemi: hanno sentito già più di un parere – a volte anche di persone assolutamente poco competenti in materia; sono andati in internet a cercare informazioni, hanno preso contatti con esperti in rete e arrivano con troppe teorie già inquinate e idee preconcette non disponibili a modificarle. Le persone che vengono da noi hanno fatto tanti percorsi (più terapie con persone diverse), vanno a farsi aiutare da più di una persona. L’osteopata, lo psicologo, il pranoterapeuta, l’omeopata rischiano di diventare figure intercambiabili, tutte con un simile atteggiamento verso il mondo. L’atteggiamento all’ottimismo a priori della New Age (positività tossica, oppressiva, falsa, come viene chiamata), porta inoltre a cercare a tutti i costi una ridefinizione di ciò che ci viene portato, spesso una ridefinizione troppo precoce che rischia di banalizzare i problemi, di diminuirne la complessità, a volte incistandoli proprio per questo4. Così la confusione tra psicoterapeuti, coach e counsellor ha rischiato di banalizzare la psicologia ancor più, dando agli utenti la sensazione che qualsiasi intervento abbia lo stesso valore e che gli interventi psicologici siano interventi oggettivi e reificati e non dipendano dall’incontro, dalla motivazione e dalla domanda.
Operatori con più training “uniscono” tecniche prese a prestito un po’ ovunque e verificano anziché falsificare i loro risultati. Abbiamo poi operatori giovani che tentano di intervenire per poi magari interrompere il lavoro perché non sanno dove mettere le mani, lasciando i clienti abbandonati con la sensazione di essere “molto gravi”. Segnalo anche il primato della psicoterapia come panacea di ogni male, proposta per sommatoria (individuale + di coppia + familiare) seguendo l’idea, molto medica, che tre terapie fanno meglio di una.
Come sistemici questi tempi non ci hanno lasciato indifferenti. Abbiamo perso nel tempo alcune caratteristiche del modello che avevamo scelto, per guadagnarne altre. Abbiamo perso la rigidità di seguire un modello pedissequo a favore di una cornice per leggere gli accadimenti e per intervenire. Abbiamo perso l’urgenza di interpretare a favore del fare ipotesi e a volte vivere le situazioni senza il bisogno di comprendere troppo presto e in maniera troppo netta. Contemporaneamente abbiamo scelto di abbandonare il seguire e l’attendere i tempi dei clienti a favore del perturbare, un’azione attiva e concreta che ci porta a scegliere i temi da trattare in seduta e le domande da fare, che ci porta a incalzare a volte oltre la reticenza dell’altro. Abbiamo perso la paura di esistere nel setting, a favore della curiosità e dell’irriverenza. Così abbiamo smesso di credere all’obbligatorietà lineare delle narrazioni: la ricostruzione storica non sempre serve, a volte diventa una lista di eventi in sequenza mentre ci sembra più utile fare incursioni nel passato e nel futuro a partire dal qui e ora.
I tempi nuovi ci portano anche a rivedere alcune prassi che sono negli ultimi cento anni state date per scontate. Ci sono delle domande che dobbiamo cominciare a farci perché il processo fin ora utilizzato sembra a volte anacronistico rispetto alla rapidità dei tempi nuovi: la nostra teoria della tecnica è in costante modifica. Si tratta di cambiamenti che stanno già accadendo in alcune parti del mondo, in sperimentazioni sulla psicoterapia con modalità di tempi e processi diversi. Al Malborough Family Service di East London si è cominciato – per esempio – con risultati molto buoni a vedere le famiglie abusanti e le anoressiche ogni giorno anziché una volta alla settimana. Il setting é meno diffuso, gli interventi più focalizzati, la presenza di un perturbatore e di un supporto più vicine: tutti i giorni per tre mesi in atteggiamento non giudicante, coinvolgendo la presenza delle persone che condividono la vita col paziente designato. Così con i border possono essere utili incontri più frequenti, non solo di presenza ma usando strumenti telematici, anche tutti i giorni e non necessariamente con un solo operatore. I cognitivisti hanno sperimentato proponendo due operatori con funzioni diverse, uno più focalizzato sulle faccende pratiche di vita quotidiana, uno più centrato sul lavoro sulle premesse.
Setting diversi, più attivi, possono anche venir offerti agli adolescenti, a chi non sembra capace di restare in relazione per un tempo codificato dall’esterno a priori. Interessante che i colleghi dell’Estremo Oriente hanno raccontato della loro necessità di intervenire con sedute singole perché i preconcetti sulla malattia mentale in Corea, Vietnam e Cina sono ancora così tanto radicati che le persone tendono a fuggire da un setting tradizionale, per paura di venir etichettati come devianti. Così stanno sempre più funzionando le co-narrazioni condivise in gruppo e i gruppi di mutuo-auto aiuto in situazioni straordinarie di calamità naturali; i colleghi devono anche imparare a funzionare bene in setting contaminati quali un campo profughi, un campus eretto in emergenza in situazioni in cui è necessario prestare attenzione a traumi collettivi [11].

Il raggio di energia che nella copertina del disco dei Pink Floyd attraversa il prisma (il setting) e si allarga facendo emergere i diversi colori da cui è composto (le risorse, la danza, le azioni e le parole scambiate insieme) è in costante movimento: cambiano i tempi e cambia il modo di fare interventi, di fare terapia, perché cambiamo anche noi come clinici, l’umanità che ci abita, la curiosità che ci spinge, l’energia e l’accettazione verso i comportamenti degli altri. Perché, come diceva il mio mentore – Heinz von Foerster –, “A sta meglio se B sta meglio”.


2 È Ronald Laing colui che suggerisce di chiamare i “dati” “capti” in quanto sono presi e scelti dall’osservatore [1].
3 “Questa frase è composta da… lettere” è una frase ricorsiva in cui le lettere che si aggiungono vanno contate per rendere la frase corretta. La stessa cosa succede con il terapeuta la cui entrata nel sistema spariglia le regole del gioco e che deve considerarsi parte della descrizione.
4 Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i depressi nel mondo sono circa 300 milioni, numero che sta crescendo sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi. La malattia mentale non è un fenomeno privato bensì legato agli aspetti socio-economici del Paese in cui si manifesta.



BIBLIOGRAFIA
 1. Laing R. The Self and Others. Further studies on sanity and madness. London: Tavistock, 1962.
 2. Bianciardi M, Telfener U. Ricorsività in psicoterapia, riflessioni sulla pratica clinica. Torino: Bollati Boringhieri, 2014.
 3. Von Foerster H. Sistemi che osservano. Roma: Astrolabio, 1987.
 4. Elkaïm M. The use of resonance in supervision and training. Human Systems 2008; 19: 16-25.
 5. Telfener U. Apprendere i contesti. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2011.
 6. Barbetta P, Telfener U. The Milan Approach, history and evolution. Family Process (in press).
 7. Viveiros de Castro E. Who is afraid of the Ontological Wolf? The Cambridge Journal of Anthropology 2015; 33: 2-17.
 8. Varela F. Principles of biological autonomy. Amsterdam: North Holland, 1979.
 9. Cavagnis ME. Relazione al Convegno EFTA-SIPPR di Napoli, settembre 2019.
10. Telfener U. Letti sfatti. Firenze: Giunti, 2018.
11. Barbetta P, Telfener U. Psicoterapia e complessità. L’eredità di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019.