Le terapie familiari: alcune riflessioni sistemiche

Rita D’Angelo1

1 Psicologa e psicoterapeuta, didatta del CSTFR, Direttrice Centro Studi Relazionale Mediterraneo (CSRM) Palermo.

Riassunto. Il modello familiare ha attraversato molte trasformazioni e cambiamenti aprendosi a un dibattito sull’evoluzione e sulle implicazioni degli sviluppi teorico clinici della terapia familiare. Il sistema-famiglia è una metafora che fa riferimento al metodo di osservazione e non all’oggetto di osservazione. L’approfondimento teorico del concetto di “famiglia” nell’ambito della terapia familiare sistemica ha necessitato di una rielaborazione epistemologica e il modello terapeutico ha incluso l’intreccio delle dinamiche interpersonali con i processi sociali, le interazioni, le relazioni, i sentimenti e le emozioni. Seguendo la prospettiva della complessità abbiamo riconosciuto come necessaria la pluralità di modelli di “interpretazione” del reale ricercando connessioni e integrazioni, “pattern che connettono”, incontrando altri approcci che curano il rapporto tra soggettività e intersoggettività. La specificità dell’incontro terapeutico va dall’individuo al sistema ed è nella relazione terapeutica che si crea lo spazio mentale per nuove elaborazioni, per la ricerca di significati, per la valorizzazione di pensieri e di esperienze, per la facilitazione delle risorse.

Parole chiave. Epistemologia, evoluzione del modello sistemico familiare e relazionale.

Summary. Family therapies: some systemic reflections.
The family pattern went through many transformations and changes, opening to an evolution debate on theoretical – clinical implications of family therapy. Family-system is a metaphor that refers to method of observation and not to object of observation. Thereotical deepining of the concept of family in Systemic Family Therapy necessitated an epistemological revision and therapeutic model has included the interweaving of interpersonal dynamics with social processes, interactions, relations, feelings and emotions. Following this complexity perspective we found it necessary the plurality of reality interpretation models, seeking connections and integrations, “patterns that connect”, following other approaches that treat the relation between subjectivity and intersubjectivity. The specifity of the therapeutic interaction moves from the individual to the system and in the therapeutic interaction creates a mental space for new elaborations, for researching of meanings, thoughts and experience valorization, facilitation of resources.

Key words. Epistemology, evolution of the family and relational systemic model.
Resumen. Terepias familiares: algunas reflexiones sistémicas.
El modelo familiar ha pasado por muchas transformaciones y cambios, abriéndose a un debate sobre la evolución y las implicaciones de los desarrollos teórico-clínicos de la terapia familiar. El sistema familiar es una metáfora que se refiere al método de observación y no al objeto de la observación. La profundización teórica del concepto de “familia”, como parte de la terapia familiar sistémica, requirió una revisión epistemológica y el modelo terapéutico incluyó el entrelazamiento de la dinámica interpersonal con procesos sociales, interacciones, relaciones, sentimientos y emociones. Al seguir la idea de la complejidad, nos dimos cuenta de que la pluralidad de modelos de “interpretación” de la realidad es necesaria cuando se buscan conexiones e integración (es decir, patrones de vinculación), al tiempo que se encuentran otros enfoques que se ocupan de la correlación entre subjetividad e intersubjetividad. La especificidad de la reunión terapéutica va del individuo al sistema y es en la relación terapéutica donde puede crear el espacio mental para nuevas elaboraciones, la búsqueda de significados, la apreciación de pensamientos y experiencias y la facilitación de recursos.

Palabras clave. Epistemología, evolución del modelo sistémico familiar y relacional.
Parlare di terapia familiare porta a ripercorrere le linee dell’epistemologia sistemica, e tornare alle origini di quel movimento culturale proposto da Bateson [1] che fa parte della storia formativa di ogni terapeuta familiare, sistemico, relazionale: torniamo alle origini, con quegli studi straordinariamente anticipatori, riscoprendo una lezione fondamentale per ampliare il campo di indagine, rendendolo in grado di considerare la complessità dei sistemi. La proposta del modello batesoniano guida verso la lettura della realtà soggettiva che acquisisce senso all’interno del contesto relazionale che «[…] ci fornisce una indicazione metodologica: nessun fatto può essere spiegato senza considerare l’intreccio delle circostanze entro cui tale fatto emerge e si sviluppa […]». E l’idea di contesto è stata in questo senso una idea generativa di modalità di intervento innovativa. Nelle riflessioni che propongo, condivido alcuni aspetti epistemologici che ritengo non siano stati sempre utilizzati nello sviluppo del modello della terapia familiare nel corso del tempo, ma necessari, in un tempo evolutivo attuale che viene definito da Linares «ultramodernismo» [2], per rivalutare la particolare flessibilità con cui l’ottica sistemica affronta la complessità dei sistemi, nella ricerca di connessioni/relazioni fra le parti mentre ne osserva il funzionamento. Questo a tutto vantaggio di interventi terapeutici che ripropongono la prospettiva relazionale ponendo il focus sulla complessità della famiglia. La “stanza della terapia familiare”, la tecnica e “la stanza del terapeuta” sono luoghi costituiti da livelli complessi per le tante parti che interagiscono fra loro costruendo in cooperazione un sistema quale quello terapeutico che assume varie forme nell’evoluzione di uno specifico progetto terapeutico. Potremmo dire che “i volti” della terapia familiare, vale a dire le forme e le espressioni che assume, sono tanti quanti sono i contesti nei quali opera un terapeuta sistemico relazionale e «il volto è più che altro il luogo in cui si giocano tutte le dinamiche dell’uomo» nell’incontro con l’altro [3].
Il modello familiare ha attraversato molte trasformazioni e cambiamenti, aprendosi costantemente, in tanti anni, a un dibattito sull’evoluzione e sulle implicazioni degli sviluppi teorico clinici della terapia familiare. È la storia stessa della terapia della famiglia che sottolinea l’eterogeneità di questa “tecnica psicoterapeutica”: «[…] la terapia della famiglia è nata come un movimento policentrico con molti punti di origine, molti sviluppi, talvolta interconnessi altri indipendenti, e molti, comunque non definitivi, punti di arrivo». Infatti, possiamo dire che la terapia della famiglia è un insieme di diversi modelli di intervento accomunati dall’idea che «la famiglia costituisca un fondamentale contesto di sviluppo nel quale i componenti si prendono cura delle relazioni che in essa si realizzano» [4]. Le trasformazioni che le famiglie hanno registrato negli ultimi anni del Novecento hanno “sfidato” la comunità scientifica in nuovi studi sulle dinamiche e sui processi familiari. Ormai le forme familiari si differenziano per composizione: famiglie ricomposte a seguito di seconde unioni coniugali, famiglie monogenitoriali, famiglie separate e post-separazione; per il genere dei componenti della coppia: a quelle eterosessuali si affiancano coppie omosessuali ormai riconosciute socialmente; per l’appartenenza etnica con famiglie di immigrati o con coppia mista o con figli adottati da altri paesi attraverso i canali internazionali. Il panorama è inoltre costellato di un numero crescente di famiglie con figli non biologici, o di famiglie alla ricerca di nuove forme di convivenza e nuovi stili di vita. Nel far fronte alle nuove situazioni delle diverse circostanze della vita, le famiglie adottano registri comportamentali che oscillano tra vecchie e nuove modalità di funzionamento, cercando nuovi equilibri che rispecchiano una difficile stabilità che si manifesta nell’avvicendarsi di conflitti, nella sperimentazione di nuove regole, nel passare dalla condivisione all’isolamento, alternando momenti di vicinanza emotiva ad altri di separatezza. Sistemi familiari che con difficoltà permettono la differenziazione dei propri membri nelle loro più patologiche espressioni di invischiamento o di disimpegno dove ognuno si muove scollegato dagli altri mostrando disinteresse e apatia alternate a brevi esplosioni di rabbia e aggressività [5]. La ricerca di nuovi modi relazionali che siano adattivi rispetto alle specifiche circostanze individuali, interpersonali, gruppali e sociali in cui i membri di una famiglia si vengono a trovare, pone gli psicoterapeuti di fronte a un’importante responsabilità teorico-metodologica. A partire dalla considerazione di questi variegati scenari familiari, talvolta multiproblematici, l’approccio sistemico alla terapia familiare si è evoluto ampliando l’immagine di quella che abbiamo considerato per tanto tempo famiglia tradizionale, nucleare, composta da genitori e figli biologici. L’approfondimento teorico del concetto di “famiglia” nell’ambito della terapia familiare sistemica ha necessitato di una rielaborazione epistemologica e il modello terapeutico ha incluso aspetti importanti di cui ci occupiamo e di cui siamo consapevoli: l’intreccio delle dinamiche interpersonali con i processi sociali, le interazioni, le relazioni, i sentimenti e le emozioni. In questo senso la terapia sistemica della famiglia continua a configurarsi come un intervento che si prende cura delle relazioni familiari in tutte le loro articolazioni: individuale, interpersonale e sociale [6].
Eredità di un patrimonio che evolve: la terapia familiare
relazionale
La riflessione che si propone rimanda a una epistemologia con la quale tenta di giungere alla conoscenza di un fenomeno, in una prospettiva operativa che tiene conto dell’organizzazione, delle sue caratteristiche e delle individualità che a essa si correlano. Il sistema-famiglia è una metafora che fa riferimento al metodo di osservazione e non all’oggetto di osservazione. Il percorso di riflessione epistemologica è partito negli anni Cinquanta dalla individuazione della famiglia come nuovo oggetto unitario di analisi, ed è arrivato negli anni Novanta a metodologie di intervento che considerano le persone in quanto parte di contesti familiari. Particolare è il modo in cui si concilia con altri differenti approcci, tendendo all’integrazione di teorie e modelli che condividono l’orientamento relazionale e curano il rapporto tra soggettività e intersoggettività. Ciò ha reso i setting clinici più flessibili, perché adeguati ai cambiamenti teorici e alle trasformazioni sociali. La pratica clinica dei terapeuti sistemici si è trasformata: basti pensare a tutti i campi di applicazione del modello per immaginare la varietà dei setting dove dar vita a processi di cura specifici. Modifiche tecniche hanno creato un arricchimento alle tipologie di intervento e della prassi terapeutica, contribuendo a far emergere nuove prospettive.
Un ritorno alle origini della visione sistemica rintraccia la “tradizione” batesoniana di espansione di studi e interessi scientifici verso altri campi e teorie, rivitalizzando l’anima dei sistemici: il dialogo con altre teorie e modelli ha reso il modello sistemico adatto a diverse situazioni, muovendosi con grande flessibilità e sensibilità in specifici interventi. Rappresenta la sfida attuale: «appartenere ad un paradigma clinico, lavorare in diversi setting clinici, saper dialogare con altri paradigmi» [7]. Da un punto di vista terapeutico e di intervento abbiamo integrato l’appartenenza all’ottica sistemico relazionale con la psicoanalisi relazionale, con la teoria dell’attaccamento, il cognitivismo, le neuroscienze, la biologia, costruendo un dialogo interno all’orientamento relazionale; seguendo la prospettiva della complessità abbiamo riconosciuto come necessario la pluralità di modelli di “interpretazione” del reale ricercando connessioni e integrazioni, “pattern che connettono” dialogando fra loro. Ci siamo arricchiti con contributi importanti per approfondire e migliorare la conoscenza dei livelli multipli di organizzazione familiare e del funzionamento dei sottosistemi per meglio definire i trattamenti: sottolinea Luigi Onnis: «in una concezione circolare non esiste per definizione “colui che sa”, ma ognuno si alimenta del sapere dell’altro» riferendosi ai modelli separati, limitati in una concezione autoreferenziale. Utilizzando una posizione “meta” il terapeuta mette insieme modelli e tecniche utilizzate, sia in contesti terapeutici privati che pubblici, sia in contesti “non terapeutici”, valuta il “paziente”, la famiglia, l’individuo, il servizio, le risorse, il contesto sociale, le strategie terapeutiche, se stesso: le variabili, in tal modo, sono numerose e complesse. L’azione del terapeuta si caratterizza con l’uso costante della riflessione sul proprio modo di operare, cioè di agire con una consapevolezza epistemologica che tiene conto della pluralità dei saperi, mantenendo il proprio modello. L’approccio sistemico/relazionale considera la persona nei diversi contesti in cui è inserita e rappresenta «lo strumento concettuale che consente di scegliere meglio quale tipo di lavoro sia più utile, collegando efficacemente il modello da utilizzare al tipo particolare di problema umano che si ha di fronte» [8]. Se per molto tempo è stato trascurato questo concetto chiave con conseguenze di frammentazione sui modelli di intervento, oggi la terapia familiare ha riportato alla centralità il percorso clinico nel quale la scelta del modello di intervento non è casuale o rigida, ma si rende eclettica, creativa, per incontrare quella particolare situazione, quella specifica realtà contestuale: il modello risponderà ai diversi aspetti di molte componenti interpersonali: «[…] persone e gruppo sono permeabili a certi metodi piuttosto che ad altri e ciò in relazione ai bisogni, convinzioni, valori, stili di pensiero degli stessi […]» [7].
La terapia familiare/relazionale e individuale
È evidente che la matrice sistemica interdisciplinare mette in dialogo esperienze nate in contesti diversi con un confronto che vivacizza le diversità culturali e scientifiche che hanno aperto a nuovi sviluppi. “Le terapie familiari sono tante” e complesso è poter parlarne tenendo conto di tutte le differenze delle situazioni dove trovano applicazione, comprendendo le tecniche di intervento mirate; penso che si siano specializzate aumentando la loro forza terapeutica quando considerano gli aspetti psicopatologici delle relazioni e dei singoli individui. Addentrandosi nel multiforme mondo della fisiologia del familiare, i terapeuti familiari/sistemici rimangono fedeli al principio sistemico della complessità mentre integrano altri approcci. Con l’approccio sistemico-relazionale abbiamo risposto alla necessità di leggere gli eventi con una chiave di lettura della realtà articolata di diversi livelli tra loro interconnessi. In tal senso teniamo conto della complessità delle situazioni con le quali interveniamo, con un approccio che concilia soggettività e pluralità. E qui si intende per soggettività la particolare organizzazione difensivo/adattiva che il soggetto struttura per fronteggiare gli eventi della sua vita basati sui propri modelli operativi interni (MOI) e dalla forma di attaccamento con le figure di riferimento importanti. Quella sistemica relazionale è una cornice meta-teorica all’interno della quale includere altre teorie per leggere gli eventi: intesa in questo senso, si tratta di una griglia che consente lo sviluppo di strategie specifiche per problematiche specifiche, che partendo dall’epistemologia sistemica definisce le procedure di intervento. Siamo sollecitati dalla nostra epistemologia a cercare correlazioni e connessioni tra le dinamiche intrapsichiche e le esperienze relazionali e interpersonali, incontrando il mondo interno familiare e il mondo interno di ciascun individuo che si snoda in un continuum tra appartenenza e individuazione: processi evolutivi, questi, che sottendono al dinamismo della storia. La dimensione del tempo e della storia hanno restituito valore alla ricostruzione del passato e come terapeuti lavoriamo insieme alle persone per trovare il senso agli accadimenti della loro vita accompagnandoli in percorsi, spesso tortuosi, nelle dolorose esperienze che hanno bloccato l’evoluzione individuale all’interno di relazioni vincolanti: «Siamo il prodotto di una storia e, da questo punto di vista, il passato nel quale si è svolta l’esperienza relazionale definisce la personalità. Ma la storia è continuamente riscritta e riformulata nel presente, per cui è possibile ridefinire il passato» [2]. Il sistema familiare è il contesto relazionale significativo per l’evoluzione del Sé, che determina lo sviluppo dei propri contesti relazionali nelle diverse fasi della vita attraverso livelli di esperienza su di sé e sull’altro: la capacità di apprendere dall’esperienza e l’autoriflessione, indicatori della qualità della relazione e di sintonizzazione affettiva. La trasmissione intergenerazionale e il funzionamento della mente sono connesse in una visione contestuale relazionale. Da un punto di vista sistemico-familiare “analizziamo” un singolo individuo nel momento in cui lo si consideri non isolatamente dall’ambiente a cui appartiene, bensì come parte di una rete interdipendente di relazioni, il cui valore è legato sia alla pratica dei rapporti che ai significati attribuiti a tali rapporti. In questo senso la terapia familiare relazionale non si distingue da altri approcci psicoterapeutici perché viene condotta con gruppi familiari anziché con individui, quanto piuttosto perché considera gli individui inseriti in sistemi di relazione significativi invece che individui isolati e auto-contenuti. Da questo punto di vista la distinzione tra interventi individuali e interventi familiari rimanda ad aspetti epistemologici e metodologici: la distinzione non riguarda il tipo di soggetto con cui l’intervento viene condotto, ma i principi che organizzano e guidano l’agire del terapeuta. Quindi la scelta di condurre un intervento terapeutico con tutta la famiglia è una questione di opportunità terapeutica che riguarda uno specifico progetto, e non l’obbligo di un modello. Può accadere che un terapista si trovi nelle condizioni di non potere vedere tutta la famiglia, ma farà un’analisi del caso secondo una prospettiva sistemico-familiare, che si sviluppa nell’analisi dell’interdipendenza che collega una persona al suo sistema significativo: cioè l’analisi di quel processo attraverso il quale le persone che interagiscono influenzano reciprocamente esperienze, motivazioni, comportamenti, ma anche la definizione che esse danno della loro relazione, della loro identità, della situazione in cui sono coinvolte e del contesto più ampio all’interno del quale sviluppano i loro rapporti. Discende da Bateson l’indicazione della terapia individuale: l’individuo è un sistema complesso che definisce la propria soggettività e singolarità nelle proprie esperienze all’interno della relazione; la natura della mente è relazionale, è un sistema complesso che ha un’organizzazione e un funzionamento coerente alla qualità delle relazioni e al contesto in cui si sviluppa e interagisce [9]. E ancora troviamo nel concetto batesoniano della schismogenesi l’idea che le persone sono modellate e definite dalla relazione (verso una teoria della schizofrenia): individuo e relazione si definiscono reciprocamente in forma ricorrente, definendo la personalità dell’individuo stesso. Possiamo definire la personalità come una «dimensione individuale dell’esperienza relazionale accumulata, in un dialogo tra passato e presente, inquadrata nel substrato biologico e nel contesto culturale» [2]. I terapeuti familiari hanno approfondito lo studio del livello individuale, da un punto di vista clinico, attenzionando il mondo interno e le rappresentazioni mentali; la specificità delle terapie sistemiche non è solamente individuata nella famiglia, ma in un modello di interpretazione del disagio psichico fondato sulla complessità del soggetto per il quale scegliere la cura. «Il concetto fondamentale è che la famiglia organizza la personalità» e che l’aiuto terapeutico individuale passa attraverso la rappresentazione della famiglia che la persona, che ci ha chiesto aiuto, si “porta in testa”: una convocazione familiare potrebbe essere controindicata soprattutto con pazienti adulti, ma le tecniche utilizzate aiutano il paziente a ricostruire la propria storia e a incontrare gli schemi familiari appresi ai quali sono connessi i sintomi attuali [10]. È da questi che parte l’indagine ricostruttiva iniziale [11] per ipotizzare l’esistenza di un trauma o di una frattura in cui il paziente si è imbattuto durante la sua crescita, e in tal senso ricostruiamo la sua sofferenza: dalla narrazione del paziente percepiamo il clima familiare al quale appartiene, entrando nell’esperienza dei suoi legami affettivi mentre conosciamo i diversi aspetti ansiosi, giudicanti, caotici, «la danza tra la dimensione individuale e quella relazionale è ovviamente continua e, per stare nella metafora delle “porte”, ogni “porta” ne apre altre» (Sorrentino). Dice Cancrini: «La grammatica di tutte le psicoterapie è questa: rivelazione delle incongruità e ricerca delle ragioni profonde che può orientarsi in diversi modi». A volte il problema è da ricercarsi nella storia lontana, in altre è più legata a una attualità sofferta del paziente; ma in una prospettiva riunificante l’attuale si collega al distante [11]. Luigi Cancrini ci ha insegnato a guardare alla relazione tra l’intrapsichico e l’interpersonale con un metodo clinico per la ricerca delle corrispondenze tra emergenza individuale, relazioni disfunzionali, ciclo vitale e funzionamento della personalità. La valutazione diagnostica di un terapeuta familiare sistemico relazionale parte dall’incastro tra diagnosi clinica e organizzazione della famiglia, per approdare alla diagnosi relazionale della personalità. In tal senso il focus del lavoro terapeutico è centrato sulla qualità delle relazioni e sulla valutazione della pervasività delle difese che ne regolano il funzionamento e lo mantengono. Compito fondamentale nella formazione sarebbe quello di passare da una cultura del sintomo a una cultura del funzionamento psichico prevalente o dell’organizzazione di personalità, come ci aveva già indicato Sullivan [12].
Esperienza clinica della terapia familiare
C’è senza dubbio una connessione tra “i luoghi della terapia” e la teoria clinica: “stanza e tecnica” devono essere sempre contestualizzate nel tipo di “servizio”, che sia privato o pubblico, per rispondere adeguatamente alla domanda di aiuto. Deriva dall’esperienza clinica sapere che comportamenti compulsivi legati a disturbi quali tossicodipendenze o disturbi del comportamento alimentare rispondono positivamente a un lavoro terapeutico centrato sul contesto interpersonale, lavorando con la coppia o con la famiglia. Ma è molto diverso incontrare in terapia un giovane che fuma cannabis come ansiolitico, la sera nella sua stanza o con gli amici, o un giovane tossicodipendente che ha cronicizzato gli aspetti dell’abuso di sostanze o dell’alcol: l’attivazione dei percorsi terapeutici saranno differenti, sebbene per l’uno e per l’altro possa esserci anche la disponibilità genitoriale alla terapia, ma la necessità, per il secondo caso, di attivare interventi sistemici con altri servizi supportivi amplia la complessità dell’intervento terapeutico che include famiglia, comunità, operatori a più livelli. Sappiamo che il cambiamento del bambino in terapia familiare avviene molto più rapidamente che vedendolo da solo perché, come sostiene Melanie Klein, i genitori sono molto più importanti del terapeuta e quello che accade nella famiglia del bambino è prioritario: suggeriva Ackerman «per conoscere la realtà con cui il bambino si confronta se volete capire di cosa e per cosa sta male muovetevi dal vostro studio e andate a casa sua». Ma nelle condizioni di maltrattamento o in situazioni di trauma siamo di fronte a relazioni che non hanno rappresentato quella base sicura e protettiva per il bambino, causando ferite che devono essere portate all’attenzione del terapeuta ed essere curate in un contesto terapeutico che è un luogo protetto dove poter accogliere il bambino da solo. Nella cura delle infanzie infelici sono complessi gli interventi per il recupero e talvolta la ricostruzione delle risorse familiari o genitoriali che necessitano di contesti terapeutici di grande affidabilità. In questo e in altro consiste la specificità dell’incontro terapeutico che va dall’individuo al sistema declinato in tutte le sue parti: nel corso di una terapia familiare si aprono o si alternano sessioni individuali a quelle familiari o a quelle con le coppie. La scelta dipende dall’organizzazione del pensiero dello psicoterapeuta che struttura gli interventi individuando setting e metodologie utili ad approfondire livelli interconnessi come realtà esterna e mondo interno, famiglia reale e famiglia rappresentata, interazioni, rappresentazioni e relazioni che lo guidano alla scelta dell’unità di cura e dell’ambito di cura: criticità e danno sono sempre riconducibili all’incastro relazionale nelle diverse realtà contestuali e un buon lavoro diagnostico di valutazione apre a scelte e metodologie più pertinenti. Un gioco di lenti che permette al terapeuta di mettere a fuoco sistemi e sottosistemi a seconda della natura del problema tenendoli presenti nel proprio spazio percettivo. Ogni differente approccio propone dei vantaggi e «un buon terapeuta è quello che riesce ad adattare, scegliendolo, l’approccio migliore a quella situazione con cui si sta confrontando» [13]. In alcuni casi l’esclusivo lavoro individuale può far sentire al paziente il peso della necessità di cambiare o negare il confronto per la possibilità di una riparazione; altrettanto un lavoro esclusivo con la famiglia può rappresentare un disinteresse per le risorse individuali, provocando un danno alle esperienze che promuovono la definizione del sé. Rispetto alla stessa sintomatologia possiamo trovare contesti relazionali con caratteristiche diverse. Ha un’importanza particolare la fase della consulenza iniziale, che consideriamo come un tempo diagnostico nel quale fare l’analisi del disagio e dell’organizzazione relazionale, mentre appare sempre più chiaramente l’indicazione terapeutica corretta che orienta il terapeuta decidendo quale sistema (famiglia, sottosistemi, individuo) coinvolgere nella terapia, concordando e condividendo con i pazienti il perché della scelta. Il contesto è variamente articolato, all’interno del quale la richiesta di terapia può non essere esplicita; la presentazione e la descrizione del sintomo che fa il paziente o la spiegazione psicologica dei sintomi e il clima emotivo sono indicazioni fondamentali per il terapeuta, il cui scopo è quello di rendere chiare le premesse sulle quali si basa il proprio lavoro. Ogni scelta di intervento o di setting ha un senso che va elaborato all’interno della relazione terapeutica. Questo rappresenta una buona premessa per il successo della terapia.
La relazione che cura tra terapeuta e famiglia
Al di là dell’uso di parecchi “linguaggi” terapeutici, l’oggetto principe nel “fare clinica” è la relazione: pazienti e terapeuti “condividono” attese, desideri, paure, bisogni nel transfert reciproco che è dialogo umano all’interno del contesto terapeutico «Immagini, emozioni e metafore sono linguaggi interconnessi, perché si possa conseguire la grazia le ragioni del cuore devono essere integrate con le ragioni delle ragioni» (Bateson). La grazia rappresenta l’integrazione e la psicoterapia è un’arte che sa come lavorare sulle dissonanze e sulle parti non integrate: «psicoterapia è riuscire ad entrare in contatto forte con chi sta male, aiutandolo ad attivare le sue risorse e non aver più bisogno del terapeuta» [14]. Le aspettative dei pazienti e delle loro famiglie nei confronti dell’intervento terapeutico, il loro modo di rappresentarsi il contesto della terapia, i loro miti familiari, le loro “teorie” relative ai sintomi, così come le aspettative, le rappresentazioni, i pregiudizi e le teorie dei terapeuti hanno un loro modo di coordinarsi e coniugarsi che costruisce il processo terapeutico. È infatti dall’agire congiunto e coordinato di terapeuta e paziente/famiglia che emergono gli esiti della terapia. La prospettiva metodologica è quella di un terapeuta che considera se stesso come parte del sistema di interazioni del paziente e quest’ultimo come attivo nel costruire il processo terapeutico: è il metodo che, con Bateson, possiamo definire della “doppia descrizione”. Nell’analisi del processo terapeutico è: un punto di vista che combini l’osservazione sulla rete delle relazioni significative in cui il paziente è inserito, con quella sulla interazione che si sviluppa fra terapista e paziente nel momento in cui essi comunicano sulle dinamiche relazionali di cui quest’ultimo è parte. È un percorso complesso durante il quale si incontrano i limiti delle due parti connesse a paure e desideri nella domanda di aiuto del paziente, con i limiti tecnici e personali del terapeuta. Nella formazione di uno psicoterapeuta la dimensione psicodinamica è importante, perché lo aiuta a conoscere se stesso e il modo con il quale si attivano i propri meccanismi difensivi. È necessario che il terapeuta sia consapevole di assetti che segnalano la presenza di aspetti collusivi o disgiuntivi che necessitano di essere riconosciuti ed elaborati per non costruire la patologia del processo terapeutico. Entrambi gli aspetti rinviano a errate valutazioni delle informazioni percepite emotivamente, o come riflessi di una esperienza che perde la soggettività dei pazienti, oppure troppo distanti empaticamente, con scarsa sintonizzazione e fraintendimenti e distorsioni dei contenuti verbali. «La patologia del processo terapeutico è determinata principalmente dalla patologia del funzionamento intrapsichico del terapeuta», vale a dire della persona del terapeuta [15]. Il paziente fa una richiesta alla persona del terapeuta, quella di espandere i limiti della sua crescita personale attraverso gli scambi emotivi nella loro relazione, perché con un terapeuta adeguato e maturo ogni paziente libera il proprio potenziale di crescita e di sviluppo. La nostra soggettività si incontra con una “altra soggettività”, quella del paziente, in un contesto in cui la responsabilità del terapeuta si fa interprete dell’asimmetria della relazione, pur restando sullo sfondo della scena per lasciare ampio spazio all’incontro che, prima di tutto, è un incontro umano nel mostrarsi, conoscersi e valutarsi reciprocamente.
La relazione terapeutica è una relazione che modula la propria crescita e la specificità scegliendo il “contenitore” più funzionale al raggiungimento degli obiettivi; obiettivi che possono essere generalizzati se si considera la duplice funzione contenitiva ed evolutiva della capacità di ascolto, dell’uso della mente come spazio per nuove elaborazioni, della ricerca di significati, dell’attenzione alla narrazione, della valorizzazione di pensieri e di esperienze, della facilitazione delle risorse. Gli stessi obiettivi diventano specifici se tutte le dimensioni soggettive intrecciano un dialogo che include sistema terapeutico, famiglia, individuo. L’obiettivo terapeutico non è quello di superare la patologia, piuttosto raggiungere la capacità per il paziente di «allargare il campo delle possibilità di scelta» [16]: è la relazione che cura a svolgere tale ruolo.
BIBLIOGRAFIA
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 6. Fruggeri L. Il caleidoscopio delle famiglie contemporanee. La pluralità come principio di metodo. In: Bastianoni P, Taurino A (a cura di). Famiglie e genitorialità oggi. Milano: Unicopli, 2007.
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11. Benjamin Smith L. Terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono. Roma: LAS, 2004.
12. Cancrini L. L’oceano borderline. Racconti di un viaggio. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2006.
13. Cancrini L. La psicoterapia: grammatica e sintassi. Roma: Nuova Italia Scientifica, 1987.
14. Cancrini L. La cura dell’infanzia infelice. Viaggio nelle origini dell’oceano borderline. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2012.
15. Whitaker CA, Malone T. Le radici della psicoterapia. Fondamenti, metodi e tecniche. Milano: Franco Angeli, 1998.
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