La cura della politica, la politica della cura

Giovanni Di Cesare1

1Psicologo e psicoterapeuta, didatta del CSTFR, IEFCoS.

Riassunto. Nell’articolo si esplorano le connessioni tra la cura, intesa come significato e come pratica clinica e formativa, e la politica, intesa come significato e come pratica di costruzione collettiva del bene comune. Partendo dalla storia personale e professionale dell’autore si collegano l’ottica sistemico-relazionale, la psicologia di comunità e il lavoro politico come pratiche di democrazia. Infine si analizzano brevemente i limiti e gli orizzonti di gesti che, seppur spesso tardivi, ambiscono a “salvare il mondo”.

Parole chiave. Cura, politica, psicologia di comunità.

Summary. The care of politics, the politics of care.
The article explores the connections between treatment, meant as significance and as clinical and training practice and politics meant as significance and as a practice of collective construction of the common good. Starting from the personal and professional history of the author, systemic-relational approach, community psychology and political work are connected as practices of democracy. Finally, we briefly analyze the limits and horizons of gestures that, although often belated, aim to “save the world”.

Key words. Cure, politics, community psychology.

Resumen. El cuidado de la política, la política del cuidado. 
El artículo explora las conexiones entre tratamiento entendido como significado y como práctica clínica y formativa y política entendida como significado y como práctica de construcción colectiva del bien común. A partir de la historia personal y profesional del autor, el abordaje sistémico-relacional, la psicología comunitaria y el trabajo político están conectados como prácticas de democracia. Finalmente, analizamos brevemente los límites y horizontes de los gestos que, aunque a menudo son tardíos, apuntan a “salvar el mundo”.

Palabras clave. Tratamiento, política, la psicología comunitaria.
UN PO’ DI STORIA
Al termine del mio primo training esterno, in Friuli, un allievo psicologo già impiegato in ospedale e padre di due figli grandi venne al convegno del Centro Studi a Urbino. Come introduzione Luigi Cancrini raccontò nel suo modo un po’ ipnotico la storia parallela del Centro Studi e sua personale. Una storia scientifica, sociale, familiare, politica. Al termine del racconto l’allievo mi si avvicinò e mi chiese: “Nanni, è possibile essere un terapeuta sistemico democristiano?”. Mi chiedo ancora oggi cosa gli abbia realmente insegnato…
Ho iniziato prima a fare politica o a “curare”?
In famiglia sono stato un figlio genitorializzato, con una madre affetta da “esaurimenti nervosi” e un padre con cicliche flebiti all’interno di un quadro cardiaco fragile. Le figure mitiche della mia famiglia erano mio zio medico primario internista, professore universitario, uomo inflessibile e rigoroso e mia zia suora francescana missionaria impegnata, travolgente e socievole. Ai miei occhi incarnavano l’autorità austera dello Stato e quella etica e vivace della Chiesa post-conciliare.
Già al liceo andavo a fare volontariato con i minori del Don Guanella e all’università mi inserii nel comitato di quartiere Nomentano-Italia, commissione Sanità. Nel 1977-78 ho incontrato il prof. Luigi Cancrini e la sua équipe integrando le due esperienze nella mia tesi.
Ricordandolo oggi provo una certa tenerezza e mi viene da sorridere. Allora c’era la riforma sanitaria, la nascita dei Consultori, la legge Basaglia. C’era l’idea di poter fare, fare utilmente, efficacemente qualcosa. Qualcosa con e per gli altri. Era fare politica.
Ma in fondo, cos’è la cura se non quest’idea? Un’idea che, direbbe Maturana, nasce dall’amore. Dall’amore ricevuto, incontrato, subìto. Perché l’amore si patisce, non si sceglie.
Ecco perché è così difficile “insegnare” ad amare il proprio ambiente, i propri luoghi, le proprie città, il proprio pianeta. Ce l’ha insegnato Bateson [1]. È una relazione, e la si può solo praticare, vivere. Parlarne, auspicarla, è solo un gioco linguistico.
Ho cominciato, dicevo, al liceo Giulio Cesare a Roma, quello di Antonello Venditti e dei fascisti che si presentavano davanti a scuola capeggiati da personaggi che finirono in tragiche vicende di cronaca nera. Dentro l’istituto, rigorosamente e ridicolmente “divisi” tra Comitati di Base e Collettivi Politici (!!!) ci prendevamo il riconoscimento alla rappresentanza studentesca nella gestione scolastica (i Decreti Delegati).
Erano anni intensi. Difficile dire che si scegliesse di fare politica. Era la politica che come una corrente ti prendeva e ti trascinava in riunioni, manifestazioni, collettivi, comitati. Erano gli anni di Giorgio Gaber, della partecipazione come espressione della libertà. Anni di scontri, di morti, di stragi; si era convinti di poter ancora identificare il “nemico”.
La tesi fu una ricerca-intervento su pratiche di prevenzione-sensibilizzazione della malattia mentale nelle scuole del mio quartiere. Era il mondo della psicologia di comunità, portata in Italia da Donata Francescato [2] con cui lavorai e collaborai per anni ammirandone la competenza, lo slancio e l’incredibile carica umana.
La psicologia di comunità è uno dei terreni d’incontro di politica e cura. In essa la clinica si spoglia dell’aura di superiorità, l’esperto non riceve nessuna delega sulla vita individuale o collettiva, si riconosce invece al servizio di un processo che lo comprende e lo coinvolge. In questa prospettiva culturale e metodologica si lavora sul positivo, sulle risorse, sulle capacità, sui desideri, almeno quanto si lavora sui problemi e le mancanze. È il gruppo, la comunità, il “noi” il motore centrale. L’empowerment non è mai solo individuale, ma sempre anche gruppale, perché è insieme che si affrontano i problemi ed insieme si risolvono. È un grande movimento di riduzione della distanza interpersonale e personale: tra tecnico e cittadino, tra clinico e cliente, tra uomo e donna, in cui si riscopre una diversa geografia umana. Parimenti è un processo di valorizzazione della differenza, usata non più “contro” per rivendicare una immaginaria purezza identitaria, bensì come matrice di possibilità, perché è incrociando le nostre infinite differenze che possiamo sviluppare infinite possibilità evolutive.
La psicologia di comunità insegna ad analizzare i contesti sociali, a fare un’analisi organizzativa multilivelli, a comprendere in quale ambito sociale, culturale, politico ci si muove, sia che si sia clinici, o educatori, assistenti sociali, etc.
La psicologia di comunità si colloca al livello topologicamente immediatamente superiore a quello clinico gruppale, familiare e multifamiliare. Qui i gruppi diventano di auto-mutuo-aiuto, il conduttore un facilitatore, l’ascolto, il rispetto, la valorizzazione delle diversità rendono la pratica clinica una democrazia partecipata e/o la pratica democratica di una cura reciproca.
La tesi fu un ponte, il tentativo di collegare la psicologia di comunità con l’ottica sistemico-relazionale; il mondo della promozione, della prevenzione, del positivo, del collettivo, a quello della malattia mentale, interpretato alla luce dell’epistemologia sistemico-relazionale.
L’essere umano era un sistema vivente, come la famiglia, come una foresta, come il pianeta Gaia. Le parti, e tutti siamo parti e fatti di parti, sono connesse. Le disfunzioni non sono nelle persone, sono tra le persone, nel modo in cui si rapportano, comunicano, vivono insieme e si raccontano. I modi poi si riverberano a vari livelli nel tempo diventando deuteroapprendimento, modelli operativi interni, stili educativi e d’attaccamento, copioni familiari, culture e modi di convivenza sociale. E qui per me talvolta si tocca la gioia.
Come potrei descrivere la gioia derivante dalla comprensione sistemica-ricorsiva?
Quando arrivi a “vedere” che le dinamiche intrapsichiche, quelle interpersonali, gruppali e sociali hanno la stessa forma? Gioia, punto.
Rimango, tuttora, sempre sorpreso, affascinato dalla potenza straordinaria del pensiero sistemico in grado di connettere livelli anche lontanissimi alla ricerca di “forme”, di “strutture che connettono”. Strutture e forme che ricorsivamente si esprimono in una geometria frattale creando apparentemente un’armonia, una musica affascinante e parallelamente pericolosissima per chi se ne innamori credendola oggettiva. Fortunatamente, perché anche il caso vuole la sua parte, ho riconosciuto nel “Tutto è detto da un osservatore” di Maturana, un principio fondativo. Noi cerchiamo/creiamo/descriviamo forme; sono forme viventi, ci “appartengono” e sono indipendenti da noi, parlano di noi e ci sono estranee in un paradosso tutto da vivere, … ma questa è un’altra storia.
Torniamo alla tesi, curata dall’adorabile Gianni Costanzo, che mi invitò a fare il training di terapia familiare.
La terapia relazionale di Luigi Cancrini [3] e del CSTFR non era e non è mai stata quella americana di Jay Haley o Salvador Minuchin. Aveva un altro orizzonte, un altro “spessore”. Cancrini era un rinnegato, un convertito, che “perdeva” e trasformava tutto il suo retroterra. In lui, oltre a una solida cultura medica, c’erano otto anni di psicanalisi col più avanzato psicanalista italiano: Ignacio Matte Blanco. Il tutto integrato alla militanza politica nel Partito comunista.
Luigi è stato ed è il mio papà lavorativo.
Nel 1980, da Assessore della Regione Lazio fece nascere la Cooperativa Albedo, un gruppo straordinario di una ventina di psichiatri e psicologi di diversa derivazione, che divenne la prima realtà di terapia sistemico-relazionale delle tossicodipendenze in Italia.
Eravamo le sue “truppe d’assalto”; mandati allo “sbaraglio” a fare formazione sistemico-relazionale già nel 1982 in Friuli ed in tante altre regioni italiane. E ogni settimana il lunedì riunione d’équipe e giovedì sera supervisione con lui. Supervisioni affascinanti, illuminanti, di frequente drammatiche, talvolta imprevedibili (non è venuto, perché…?), ma sempre, sempre indispensabili.
Lavoravamo con i tossicodipendenti, considerati fino a poco prima delinquenti da rinchiudere e punire, come gli psicotici rinchiusi nei manicomi. Cercavamo di dare parole e dignità al dolore, individuale e collettivo; collegando lo sviluppo clinico, all’esperienza formativa, a quella organizzativo-istituzionale (la creazione, formazione e supervisione dei servizi per le tossicodipendenze).
Dal 1998 nel Centro Aiuto al Bambini Maltrattato e alla Famiglia, con un altro gruppo meraviglioso abbiamo cercato di “raggiungere e liberare” tante bambine/i abusate/i e maltrattate/i rinchiuse/i da paura, colpa e vergogna. Sono stati 20 anni straordinari, in cui abbiamo contribuito a declinare le ricerche cliniche, alla formazione, alla denuncia sociale, alla costruzione di servizi ASL dedicati specificatamente all’abuso e al maltrattamento infantile.
Cura e politica, insieme, sempre.
RI-CUCIRE, RI-CONOSCERE, RI-CONOSCERSI
Personalmente non mi sono mai iscritto ad un partito politico, ma ho sempre saputo/pensato di fare politica nel mio, col mio lavoro.
Sono – cerco di essere – un clinico e un formatore. Credo siano attività molto simili, specie se fondate su una medesima epistemologia sistemico-costruzionista.
Curare, formare, sono a mio avviso, pratiche di democrazia. Lo sono per molti motivi.
1. Perché si attuano sempre e solo con l’altro. Ovviamente so che ci sono le situazioni estreme in cui la cura è obbligata, vincolata da un tribunale. Ma le tante cautele giuridiche, legali, professionali testimoniano l’eccezionalità di tali situazioni e la necessità di rientrare quanto prima possibile in una dimensione di con-divisione.
2. Perché sono attività che si fondano e ricorsivamente promuovono il riconoscimento reciproco tra diversi ed uguali. Siamo organismi reazionali. Gli altri sono in noi, come noi siamo negli altri. Ci costruiamo, ci modelliamo, ci descriviamo, ci raccontiamo reciprocamente. E, reciprocamente, cerchiamo di sostenere la comune illusione di un’identità personale, separata, “individuale”.
3. Perché sono pratiche dialogiche, basate quindi sullo spazio che ciascuno fa all’altro dentro di sé. L’autentico dialogo è sempre trasformazione reciproca, nonostante la possibile e necessaria asimmetria nella responsabilità.
4. Perché in esse i mezzi sono sempre più importanti dei fini; anzi i mezzi sono, esprimono i fini. I mezzi, le relazioni, ciò che sta in mezzo, tra di noi; sono i fini in quanto sono i nostri costituenti. Siamo fatti di relazioni, ci nutriamo di relazioni.
Quali risultati? Non so, onestamente non so.
Pratichiamo ed insegniamo la cura. Cerchiamo di prenderci cura dei nostri pazienti come dei nostri allievi. Ma poi? Cosa effettivamente rimane?
«Ciò che un essere umano può fare per un altro non è proprio il nulla: probabilmente qualche volta può dare una mano se colui che aiuta ha la consapevolezza di quanto poco aiuto possa dare. Qualche protezione temporanea dai venti freddi della folle civilizzazione, qualche pianto e qualche risata insieme. E questo è quanto» [1].
Poco, pochissimo… quasi nulla. Per di più, un quasi nulla vincolato alla consapevolezza tragica della sua pochezza. Una consapevolezza drammatica se, come mi hanno insegnato 20 anni di lavoro al Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia (CABMF) arriviamo sempre troppo tardi.
Il nostro lavoro di cura arriva sempre dopo che maltrattamenti, abusi, abbandoni, violenze, trascuratezze, ingiustizie hanno potuto rovinare esistenze, nell’ignoranza dei tanti sguardi voltati altrove, sguardi di tutti, noi compresi.
Primo Levi [4] racconta di come entrarono i primi soldati russi ad Auschwitz: «Non salutavano, non sorridevano, apparivano oppressi oltreché da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo».
Era il dolore dei giusti, il dolore dei liberatori. Oppressi da quello che vedevano tanto quanto da quello che immaginavano non aver potuto, saputo, voluto vedere in tanti anni.
Questo dolore, questa oppressione, questa consapevolezza credo sia fondamentale e fondamentalmente politica.
In primo luogo dovrebbe dissolvere, come un continuo anticalcare, le incrostazioni narcisistiche derivanti, insite nelle professioni d’aiuto. Ricordarci che “Arriviamo sempre troppo tardi” dovrebbe dissolvere l’arroganza, la presunzione, l’orgoglio e aiutarci a comprendere intimamente, profondamente il significato della risposta alla domanda: “Qual è il primo dovere del medico?” “Chiedere perdono”, ci dice Ingmar Bergman in “Il posto delle fragole”.
Quindi “arriviamo sempre tardi” e il risultato “non è proprio il nulla”, ma quasi. Eppure Erri De Luca [5] mi ha fatto capire quanto sia importante.
«Un verso del profeta Amos (3, 12) che traduco: “Così ha detto Iod/Dio, come salverà il pastore da bocca del leone due zampe o una parte d’orecchio, così saranno salvati i figli d’lsraele”. Il suo gesto non è vano. Deve riportare indietro un segno: il capo di bestiame a lui affidato non è andato perduto per sua incuria ma per una razzia, alla quale ha opposto le sue forze. Senza questo segno il padrone può chiedergli conto della perdita e addebitargliela. Il verso di Amos racconta che una gran parte della vita di ognuno finisce divorata dal tempo senza lasciare traccia. Ma colui che ha avuto in affido la Vita, può strappare al niente qualche brandello, dimostrando al padrone di essersi battuto per salvare qualcosa. Per misero e paradossale che sia quel rimasuglio, esso è la prova che quel brandello salvato dipendeva da ognuno e che esso era tutto il nostro frutto».
Ogni giorno noi cerchiamo di salvare un “brandello”, è poco ma è tutto quel che può dare senso alla nostra vita.
Quindi, recuperando i valori egualitari degli anni ’70 e della psicologia di comunità e la saggezza stoica della consapevolezza/sistemica, umiltà, umiltà, umiltà, ma senza rassegnazione. Infatti ci scopriamo, pur se arrivati in ritardo e con tante difficoltà, utili, necessari, scopriamo che il nostro impegno ha un senso.
E qui si apre un’altra domanda: qual è l’orizzonte di senso del nostro fare?
Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro e tornare a ricucire cura e politica.
È assolutamente necessario, infatti, un importante lavoro di ricucitura esplicita tra cura e politica che dagli anni ’70 sono forse state date per scontate, per acquisite.
La cura nella nostra cultura è intima, particolare, personale, è il regno della soggettività ed appartiene al femminile. La potenza del legame tra questi termini è parimenti la sua forza e la sua debolezza. Il prendersi cura è specifico, unico, dedicato, non può non essere ascolto della soggettività e trova la sua, talvolta errata, attribuzione di genere nel riferimento alla biologia della gravidanza, del parto e dell’attaccamento.
Invece la politica punta, dovrebbe puntare al bene comune, ad una generalità più astratta, connettendo le unicità secondo parametri condivisi, talvolta definiti oggettivi.
È questo il terreno di quello che Maria Zambrano [6] definisce il pensiero “maschile”, categoriale, progettuale, filosofico-sistematico, contrapposto al pensiero “femminile” del qui ed ora, irripetibile ed unico, filosofico-poetico.
Quale ponte potrà mai unire questi due mondi?
L’utopia che qui emerge si può così sintetizzare:
• la cura o è/diventa politica o non è.
• la politica o è/diventa cura o non è.
La cura, come la vita, deve dare “realtà”, concretezza, vicinanza, visibilità e coerenza alla politica, rammentarle i limiti, la fragilità, la delicatezza.
La politica, come la filosofia, deve dare riconoscimento, parola, orizzonte, alla cura, persuaderla a rendersi visibile, a fidarsi.
Si tratta di una ricerca, di un avvicinamento alternato a periodi di allontanamento, di un continuo oscillare avanti e indietro e da un lato all’altro, cercando di realizzare nel cammino una sintesi in cui entrambi i lati si trovino rappresentati e ogni volta superati.
La nostra è una pratica incerta, che vive nell’incertezza. Troppe cose ci sfuggono, troppe connessioni sono sconosciute e/o imprevedibili. Per questo le indicazioni derivanti dalle teorie sull’attaccamento possono e devono diventare uno dei pilastri di ogni politica della cura. Secondo tali indicazioni le pratiche di cura devono essere:
• relazioni prevalentemente buone, amorevoli, affettuose;
• relazioni prevalentemente costanti, prevedibili affidabili;
• relazioni prevalentemente congrue, reciprocamente condivise.
In questo “prevalentemente” c’è tutta la consapevolezza dei multilivelli di cui stiamo parlando.
Consapevolezza che la cura esprime in relazioni stabili, prevedibili, cicliche, quotidiane. Si tratta infatti di gesti piccoli, di basso impatto, locali, legati ai cicli del vivente.
Gesti piccoli ma competenti, che richiedono studio, ricerca e continuo confronto (intervisione o supervisione).
Gesti delicati che riparano ferite e parimenti coltivano possibilità evolutive.
Gesti che si ricevono da piccoli e che ci si ritrova a dare, sperando sempre di migliorare un pochino.
Gesti puri e muti, o gesti in cui la parola è incerta, imbarazzata, consapevole della propria potenziale doppiezza, non vuole inquinare.
Gesti buoni, rispettosi, onesti, talvolta coraggiosi, sempre in cerca di giustizia, gesti generosi.
Gesti che si imparano rubando con gli occhi, cercando di imitare le persone cui vogliamo bene.
Gesti sempre rivolti a qualcuno in particolare ma idealmente a tutti e, certamente, anche a sé stessi.
Gesti unici, irripetibili, che sognano di replicarsi, moltiplicarsi, farsi collettivi.
Gesti che fondano ed esprimono la civiltà umana.
Consapevolezza dell’orizzonte incerto del nostro fare dicevamo.
Perché l’ottica sistemica ci ricorda che tutto è interconnesso, tutto ha relazione, è relazione con tutto.
Dobbiamo imparare ad immaginare il nostro piccolo fare riverberarsi nel tempo e nello spazio e imparare a considerarne le possibili conseguenze assumendocene le responsabilità.
Questa è la “potenza” del pensare sistemico: una responsabilità e un orizzonte che non si arresta sulla soglia del nostro studio, del nostro Servizio, della nostra ASL, della nostra Regione, del nostro Ordine professionale, etc.
Una cura che si declina in politica della cura non può accettare lo smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), dello stato sociale attraverso vergognose politiche di esternalizzazioni, precarizzazione, frammentazione dei vari servizi dati in appalto di volta in volta a realtà diverse che spesso hanno l’unico merito di sottopagare gli operatori e di polverizzare il conflitto sociale. Gli operatori, i dirigenti, le organizzazioni sindacali del SSN e dei Servizi Sociali tacciono. Assunzioni bloccate da decenni, servizi svuotati, assenza di visione complessiva se non quella dello smantellamento in nome delle presunte e spesso false necessità economiche.
Questa non è la politica della cura che vogliamo. Ed ogni nostro allievo (come ogni nostro paziente, collega, etc.) spero impari parallelamente alle tecniche e ai modelli terapeutici, insieme ad una visione epistemologica riflessiva e complessa, la capacità di leggere la realtà a più livelli, collegando il suo fare ai sistemi più ampi e non perda mai il diritto/dovere all’indignazione, al coinvolgimento, alla partecipazione, alla speranza.
Come ci insegna il Talmud, la cura è “Tiqqun ′olam”, ovvero “riparare il mondo, compensare gli squilibri, emendare le ingiustizie” e in fondo “aiutare Dio a redimere il mondo”.
BIBLIOGRAFIA
1. Bateson G. Una sacra unità. Milano: Adelphi, 1997.
2. Francescato D. Fondamenti di psicologia di comunità. Roma: Carocci Editore, 2011.
3. Cancrini L. La cura delle infanzie infelici. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2013.
4. Levi P. Se questo è un uomo. Torino: Einaudi, 2014.
5. De Luca E. Alzaia. Milano: Feltrinelli, 1997.
6. Zambrano M. Verso un sapere dell’anima. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1996.