Quello che non uccide fortifica
Clara Benvenuti1



Portiamo avanti con la storia raccontata da Clara Benvenuti la sezione dedicata alla migliore delle storie cliniche preparate per l’esame di fine training dagli allievi del Centro Studi. Un gruppo di didatti ha verificato, in un lavoro precedente pubblicato su “Ecologia della mente”, la validità terapeutica di questi interventi.


With the story by Clara Benvenuti we continue the section devoted to the best clinical case prepared for the final examination by the students of the Centre. A group of teachers has verified, in a previous work published in “Ecologia della mente”, the validity of these interventions.


En esta sección dedicada a la mejor de las historias clínicas estudiadas para el examen de final de training de los alumnos del Centro Estudios, presentamos la historia escrita por Clara Benvenuti. Un grupo de didactas evalúan la eficacia y validez de estas acciones terapéuticas ya publicadas anteriormente en “Ecologia della mente”.

INTRODUZIONE
Ho scelto questa terapia perché la considero la più importante di quelle che finora ho condotto, sia dal punto di vista della gravità dei sintomi e del disturbo di personalità sottostante, sia dal punto di vista affettivo.
Il caso riguarda Ilaria, una donna di 38 anni con un grave disturbo borderline di personalità.
Con Ilaria ho sperimentato delle emozioni forti, contrastanti che mi hanno spesso messa di fronte ad un’analisi approfondita di me stessa e delle mie emozioni.
Il titolo di questa tesi è un richiamo alla storia di questa donna, alla mia e alla nostra terapia.
La sua storia poteva trasformarsi in una tragedia dalla quale letteralmente uscirne uccisa o con una forza da farle affrontare ogni difficoltà.
La mia storia di giovane terapeuta poteva, con una paziente così impegnativa e data la mia inesperienza, uccidermi professionalmente, farmi abbandonare il mio percorso, “bruciarmi”.
La terapia stessa poteva essere uccisa dai ripetuti attacchi da parte di Ilaria e dalle mie reazioni emotive, ma grazie alle supervisioni e alla costante riflessione sul processo terapeutico ciò non è avvenuto, consentendo così di mettere le basi per un terreno fertile nel quale piantare delle radici relazionali ben salde.
Quando si è giovani ed inesperti si cerca di aggrapparsi a tecniche che diano sicurezza e si considera la capacità terapeutica attraverso i feedback che derivano direttamente dal paziente attraverso parole lusinghiere e complimenti.
Quando ho conosciuto Ilaria ero aggrappata alle tecniche e il mio valore professionale era molto connesso agli elogi da parte dei pazienti.
Con lei ho imparato la forza e la potenza che una salda relazione terapeutica ha, che nessuna tecnica potrà mai sostituire.
Con lei ho imparato che in terapia mettiamo in gioco tutti noi stessi, che in questo lavoro non possiamo scindere ciò che siamo da ciò che facciamo.
Con lei ho imparato che il mio valore non dipende dai complimenti dei pazienti, ma da come riesco ad aiutarli, a responsabilizzarli, a farli crescere. Come un genitore, in terapia non posso aspettarmi sempre un “grazie”, a volte devo essere dura e sentirmi quasi rinnegata; questi aspetti devo gestirli io per aiutare loro.
Questa terapia e le supervisioni mi hanno resa una terapeuta e una persona migliore.
Per questo motivo, questa tesi la devo a me stessa, a Ilaria e al prof. Manfrida.
LA STORIA DI ILARIA
Ilaria nasce in un paesino rurale del Sud Italia da Marta (62 anni) e Giuseppe (72 anni). Ha una sorella, Giulia di otto anni più grande di lei.
Marta e Giuseppe si conoscono in paese e sono subito ostacolati dalla famiglia materna perché non vedeva di buon occhio la famiglia di lui legata alla piccola criminalità. I due ragazzi, che allora hanno 15 e 25 anni, scappano insieme per una settimana e Marta torna incinta; come conseguenza viene organizzato un matrimonio riparatore.
Appena dopo il matrimonio si trasferiscono in Toscana, poiché Giuseppe ha uno zio che lo introduce in un’attività lavorativa. Quando Giulia ha sei mesi, Giuseppe viene arrestato per furto di rame e Marta e la bambina riportate al paese di origine a casa della famiglia di Giuseppe, poiché quella di Marta nel frattempo si è trasferita a Milano e non vuole la figlia tra i piedi.
Giuseppe resta in un carcere toscano, ma teme che la giovane moglie possa rifarsi una vita, così chiede costantemente trasferimenti a penitenziari più vicini alla casa coniugale, ma se li vede negati. Per ottenere ciò che vuole, sale sul tetto del carcere e minaccia il suicidio. Una settimana dopo viene trasferito. Esce tre anni dopo e lui e la moglie continueranno a stare nella casa paterna. Dopo cinque anni nasce Ilaria.
I rapporti tra Marta e la suocera sono molto tesi, ma Ilaria sente un forte attaccamento nei confronti della nonna: con lei si diverte; le spiega tutto, la fa giocare in campagna e la coinvolge nelle attività domestiche. Ilaria ha un forte legame anche con Giulia, la quale sembra essere non solo una compagna di giochi, ma anche una sponda affettiva importante. In quel momento i genitori di Ilaria sono molto presi dalla loro relazione conflittuale: Marta appena può va dalla sua famiglia e lascia le figlie e il marito adducendo la sua infelicità e le sue fughe alla presenza costante della suocera, gettando Giuseppe in uno sconforto che si traduce in rabbia e depressione.
Nonostante queste dinamiche altalenanti e le fughe della madre, Ilaria può contare sulla base sicura della nonna.
Tutto cambia improvvisamente una notte quando Ilaria ha 5 anni: si ritrova, senza nessuna spiegazione, su un treno che la separa dalla nonna e dalla sorella e la porta in Toscana.
Ilaria ricorda in molto molto vivido quel lungo viaggio in treno, che lei riconosce in modo assai consapevole come l’inizio del suo trauma, tanto che nel corso della terapia emergerà che nei momenti che precedono le fasi più distruttive della sua vita sogna ricorrentemente i treni.
Per mesi Ilaria vive sola con i genitori, i quali mettono in atto le solite dinamiche: fughe della madre e padre sconfortato che ben presto perde il lavoro. Questa volta però non ha le presenze riparative della nonna e della sorella.
Dopo qualche mese Giulia raggiunge la famiglia, ma non è più la bambina amorevole nei confronti della sorella, bensì una preadolescente rabbiosa per essere stata abbandonata, sempre più appiccicata alla mamma e scostante con Ilaria, che vede come la figlia preferita perché partita con la famiglia.
La configurazione familiare cambia repentinamente e si manterrà così fino allo svolgimento della terapia: Giulia e Marta in un rapporto quasi simbiotico, nel quale la figlia offre sostegno e protezione alla madre arrivando anche a non lavorare da adulta per assisterla nei momenti depressivi, Ilaria che cerca l’approvazione del padre e che si occupa di lui durante le fughe della madre, diventando quasi più una moglie che una figlia.
La casa diventa punto di appoggio per periodi più o meno lunghi per persone di passaggio: amiche della madre, fratelli e nipoti del padre e altre persone delle quali Ilaria non conosce il legame con i genitori.
La sera la madre e il padre escono lasciando le figlie sole in casa. Ilaria scoprirà da adolescente che la madre in quegli anni si prostituiva e il padre l’accompagnava. Il fratello maggiore del padre arriva nella loro casa improvvisamente perché è stato lasciato dalla moglie con due figli di 10 e 15 anni e cerca lavoro in Toscana. La famiglia decide quindi di lasciare la prostituzione, di trasferirsi in un paese vicino e di aprire una piccola attività.
La casa che trovano è di 58 mq e ci vivono in otto.
Nonostante la nuova situazione escluda la prostituzione, l’ambiente non è affatto protetto: lo zio nel trasloco si è portato dietro una quantità notevole di film e giornali pornografici che vengono lasciati incustoditi in casa.
Ilaria dorme con i cugini, ma viene più volte avvicinata dal cugino maggiore in camera, il quale le si struscia addosso per farle sentire l’erezione e la bambina, che ormai ha 9 anni, lo dice alla madre, la quale la porta a dormire nella sua camera senza però parlarne col marito e mantenendo la convivenza con il cognato e i nipoti.
Poiché non c’è posto per un altro letto in camera, Ilaria viene sistemata sopra un armadio con un materassino. Questa situazione si protrae per un anno, finché non si trasferisce nel paese anche la madre di Giuseppe, per la quale lui nutre un grande affetto. La famiglia si riappropria della casa: il fratello di Giuseppe e i suoi figli vanno a vivere con la nonna, e la famiglia sembra stabilizzarsi.
Questa nuova condizione, apparentemente più protettiva per le bambine, si protrae per qualche anno. La madre però è molto gelosa della suocera, vieta a Ilaria e Giulia di vederla e non tollera che il marito ci passi del tempo insieme. Il padre invece usa Ilaria come corriere: manda regali e cibi prelibati che nemmeno può permettersi alla madre, la quale gli prepara dei manicaretti destinati solo a lui e a Ilaria da mangiare di nascosto. Si crea così un’alleanza tra Ilaria e il padre che la porterà sempre a ricercare quel rapporto speciale, che lui poi tradirà in ogni occasione importante.
La famiglia ha il mito delle “disgrazie”, si racconta e trasmette alle figlie che è sfortunata, che da parte loro c’è sempre stato impegno, ma che non è mai stato possibile riscattarsi. In questa visione di vittime, vi è un atteggiamento rivendicativo nei confronti dello Stato e dei Servizi: devono provvedere alle loro difficoltà trovando una casa adeguata, un lavoro e vari sussidi. Poco importa se nessuna casa va loro bene o se il lavoro viene mantenuto per poco tempo, loro devono essere sempre risarciti.
Con l’adolescenza Ilaria ha delle ambizioni: vuole studiare in modo da riscattare la famiglia. Quando capisce che ciò le viene vietato perché deve sostenerla economicamente, la ragazza intuisce che l’unico modo che ha per uscire di casa è quello di trovarsi un futuro marito. Inizia così una serie di relazioni nelle quali la sessualità predomina, perché crede che sia quello a legare gli uomini.
Il padre è geloso di lei, e lei se ne compiace.
Quando Ilaria ha 17 anni la situazione prende una piega drammatica: muore la nonna e la sorella si sposa. La solitudine prende il sopravvento, sostenuta anche dai continui abbandoni della madre, la quale passa da avere crisi depressive che la costringono a letto per settimane, a uscire la sera e a fare ritorno al mattino perché ha iniziato una relazione extraconiugale.
Ilaria in quel periodo frequenta un ragazzo del quale resta incinta. È spaventata, ma vuole tenere il bambino. “Avrei avuto qualcuno per me, una ragione di vita”, mi dice tra le lacrime in una seduta. Ne parla con i genitori: la madre ne fa una tragedia, dice che la famiglia ha fatto di tutto per avere una buona reputazione e lei la getterebbe nel fango, il padre invece appare protettivo: le dice che ci penserà lui, di fidarsi del suo papà. Ilaria viene accompagnata dal padre ad abortire e le viene chiesto di non parlarne con nessuno, nemmeno con la sorella.
Qualche giorno dopo sente in paese delle anziane che la indicano come la figlia dell’ex prostituta che ha una relazione con un tipo benestante della zona e decide di affrontare la madre, la quale ammette tutto, ma si deresponsabilizza adducendo la sua condotta alle difficoltà economiche. Ilaria si sente doppiamente tradita, prima dal padre che l’ha portata ad abortire, adesso dalla madre che ha sempre preteso da lei di apparire bene in società. Minaccia di dire della sua relazione al padre, ma la madre la diffida: Giuseppe è un uomo orgoglioso e geloso, se lo sapesse si toglierebbe la vita e Ilaria ne dovrebbe portare il peso.
Impotente di fronte ad un mondo che le crolla addosso e senza possibilità di parlare con nessuno, Ilaria si chiude in casa, comincia ad avere una forte depressione e una conversione dei sintomi sul corpo: nel giro di sei mesi perde completamente tutti i capelli. I genitori, soprattutto il padre, la portano da vari specialisti, ma una ricaduta depressiva della madre prende il sopravvento e lei è costretta ad andare alle visite da sola e a trovarsi un lavoro per pagarsi le cure e la parrucca.
Una sera, presa dalla disperazione, si chiude in bagno e assume due confezioni di Neurontin del padre, tentando per la prima volta il suicidio. Il padre sfonda la porta del bagno, chiamano l’ambulanza e Ilaria riesce a salvarsi. Per mesi i genitori le stanno vicino: il suo tentato suicidio sembra porti tutto l’accudimento e la vicinanza affettiva che ha sempre desiderato.
Dopo qualche mese però la storia si ripete, la famiglia non ce la fa a mantenere una stabilità: la madre passa da un amante all’altro, scappa a Milano dalla sua famiglia dove fa la parte della figlia devota (anche lei ha sempre bisogno di essere accettata e amata), il padre alterna crisi di rabbia e disperazione appoggiandosi ad Ilaria per l’accudimento.
Ilaria inizia ad investire nelle relazioni esterne alla famiglia: trova lavoro come commessa, si crea amicizie, ma la famiglia ostacola questi tentativi di uscita dal nucleo, facendola sentire in colpa e generando in lei una rabbia crescente.
A 23 anni Ilaria conosce Fabio, ragazzo più giovane di lei e rampollo di una ricca famiglia del paese, ma con una storia di abbandoni molto simile a quella di lei.
Lei è bella, seducente e simpatica; lui è conteso tra le ragazze per il “prestigio” della sua famiglia. Inizia tra di loro una relazione borderline, nella quale tradimenti, rotture improvvise e grandi passioni si alternano. Quando lei si allontana, lui comincia ad inseguirla, a minacciarla di omicidio-suicido confermando a lei il suo amore; quando è lui ad allontanarsi, lei tenta il suicidio (spesso simulato) .
Le famiglie ostacolano questa unione: quella di Fabio non si vuole imparentare con quella di Ilaria perché conosciuti da tutti come “il carcerato e la puttana”, quella di Ilaria perché la famiglia di Fabio si crede superiore e invece è anche peggio della sua.
Questo disaccordo ha la funzione di fare avvicinare ancora di più i due ragazzi, rabbiosi nei confronti dei genitori, ma bisognosi di quell’affetto autentico sempre negato.
Ilaria e Fabio vanno a vivere insieme inizialmente nello stesso paese delle rispettive famiglie, ma poi decidono di cambiare perché quella vicinanza è solo fonte di sofferenza: la madre di Ilaria non va mai a trovarla, mentre passa le giornate da Giulia, a detta di Marta più bisognosa perché Ilaria è stata fortunata a trovarsi un ragazzo abbiente, il padre di Fabio li ignora perché il figlio non ha scelto la persona adeguata.
Quando vanno a vivere in città iniziano una vita fatta di difficoltà. Il padre di Fabio taglia ogni appoggio economico e il figlio, per riscattarsi, mette su un’attività che gli comporta grandi sacrifici, sostenuto da Ilaria che per la prima volta sente davvero di fare squadra. Anche lei si vuole riscattare e vuole un figlio: resta incinta, la madre sembra davvero essere premurosa con lei, ma quando la gravidanza ha una interruzione naturale, si defila di nuovo, non andando nemmeno a trovarla. Anche Fabio la lascia sola perché il padre ha visto un’opportunità economica importante nell’attività del figlio e di fronte a questa richiesta di lealtà, Fabio le volta le spalle.
Ilaria ha sempre più scatti di rabbia sia a lavoro che a casa e sente che l’unica cosa che potrebbe risarcirla è un figlio. Ben presto resta incinta, partorisce una bambina sana e ad un anno dalla sua nascita io la incontro.
INQUADRAMENTO DIAGNOSTICO-RELAZIONALE
Ilaria ha vissuto un’infanzia borderline.
Ha sperimentato un attaccamento ambivalente/disorganizzato [1].
In accordo con Lorna Smith Benjamin [2], Ilaria ha vissuto in una famiglia caotica, in una “telenovela”, dove l’imprevedibilità era all’ordine del giorno. La donna si attende sempre cambiamenti repentini e imprevedibili, ed è portata a sentire la tranquillità come minacciosa, perché le attiva vissuti di vuoto. Cerca e crea quindi continue crisi anche nel corso della terapia, mettendomi sempre in difficoltà nel mantenere il filo conduttore e nel gestire le emergenze che mi porta soprattutto nelle prime fasi.
Ilaria ha vissuto esperienze drammatiche di abbandono sia fisico vero e proprio (distacco dalla nonna e sorella senza spiegazione, notti da sola con la sorella perché la madre si prostituiva, ecc.) sia di tipo affettivo ed emotivo. La conseguenza nell’età adulta è che Ilaria è terrorizzata dall’abbandono, si getta nelle storie sentimentali coinvolgendosi troppo e, come con Fabio, ha delle reazioni di rabbia eccessiva etero- e auto-dirette quando teme di essere allontanata.
Nonostante sia consapevole delle carenze vissute, Ilaria ha sperimentato anche un amore autentico quando i genitori erano disponibili, specialmente dal padre, del quale si prendeva cura quando la madre era assente. Il terrore di perdere questa figlia, alleata preziosa nel conflitto con la moglie, ha fatto sentire Ilaria speciale, ma l’ha anche fatta sentire fortemente biasimata quando iniziava a investire affettivamente all’esterno della famiglia, con la conseguenza di attaccare duramente i legami desiderati e voluti con persone che la fanno stare meglio [2,14].
Ilaria ha compreso molto presto che la malattia o l’infelicità tendono a suscitare risposte amorevoli e accudenti da parte dei genitori e tende a riproporre questo modello anche nell’età adulta attraverso drammatizzazioni di sintomi e sofferenze, fino ad arrivare a tentativi di suicidio.
In accordo con le ricerche di Selvini sulla famiglia delle pazienti Borderline [3], la madre di Ilaria è una donna molto fragile, anche lei con tratti border, e il padre ha un atteggiamento seduttivo nei confronti della figlia, che scatena una dinamica di “triangolo perverso”.
L’INIZIO DELLA TERAPIA
I contatti prima della terapia
Nel gennaio 2015 ricevo la prima telefonata di Ilaria, la quale mi chiede un appuntamento. Mi dice di avere avuto il mio numero di telefono da una conoscente di famiglia che è stata mia paziente, che l’ha vista rinata e che se ho “messo a posto lei” sicuramente riuscirò anche in questa impresa.
Nonostante i miei tentativi nello spiegarle che ogni persona e ogni terapia sono diverse, continua a ribadire che lei ha piena fiducia in me.
Le chiedo che cosa la spinga a chiedere un aiuto e mi dice che è sempre stata una persona difficile, che ha perso completamente i capelli all’età di 18 anni e che porta una protesi. Da 6 mesi è diventata mamma e ha iniziato a sentirsi sempre più depressa ed è giunto il momento di stare meglio. Ha voluto fortemente questa bambina, è stata una scelta fatta con consapevolezza visto che ha 38 anni e sta con il suo compagno da 15 anni.
Le fisso un appuntamento per la settimana successiva, ma, già quando riaggancio ho una sensazione di fastidio che mi assale.
Mi è sembrata eccessivamente seduttiva, elogiativa al di là del necessario e oltretutto discrepante tra la descrizione del suo malessere (tristezza, apatia, rallentamento) e la sua voce squillante e ridanciana.
Decido di cacciare da una parte queste sensazioni per non partire in modo troppo pregiudizievole, ma mi riprometto di lasciare uno spiraglio a quella vocina che mi dice di tenere gli occhi aperti e le orecchie ben tese.
Due giorni prima dell’appuntamento Ilaria mi invia un messaggio nel quale si scusa di dover disdire, adducendo il fatto che il compagno si oppone a gran voce ad una psicoterapia preferendo che lei assuma i farmaci, nonostante lei non voglia assolutamente. Ribadisce che lei una terapia la vuole e la vuole solo con me dati i bei risultati raggiunti dalla sua conoscente.
Le rispondo che sono disponibile a degli incontri a cui può partecipare anche il suo compagno così da tranquillizzarlo e che non sono d’accordo sull’escludere a priori dei farmaci e che, anzi, qualora lo ritenessi opportuno, la invierei da uno psichiatra di mia fiducia per una cura farmacologica appropriata.
Ilaria, tutta soddisfatta, mi dice che la sera stessa ne parlerà con Fabio (il suo compagno) e che mi farà sapere. Chiude il messaggio con “dott.ssa lei è troppo gentile!” ed una emoticon contornata da cuoricini.
Anche in questa occasione Ilaria dà un’immagine di sé edulcorata, da vittima il cui compagno la tiene in pugno negandole le cure che io, da vera salvatrice da riempire di cuori, le darei.
La sera la risposta non tarda ad arrivare. È scritta con un registro completamente differente e sospetto che a scriverla sia stato Fabio. Nel corso della terapia questo sospetto mi sarà confermato.
Mi viene detto che Ilaria è reduce da 4 tentativi di suicidio in età adolescenziale e che adesso si sono riaffacciati i sintomi, per cui, essendo il compagno e il suocero due MEDICI, preferiscono affidarsi ad uno psichiatra, da cui Ilaria sta già andando da 2 mesi.
Rimango disponibile nel futuro salutando cordialmente.
Nell’aprile 2015 Ilaria mi manda un nuovo messaggio mostrandomi per la prima volta un altro aspetto di sé. Mi scrive che vuole sapere la mia parcella e quella dello psichiatra di mia fiducia, la frequenza da entrambi e i tempi di risoluzione perché non aveva intenzione di spendere tutti i suoi soldi per curarsi. Non nego che prima di risponderle ci ho messo un giorno intero perché le parole che avrei usato a caldo sarebbero state parecchio taglienti. Nel rifletterci con calma notai che sembrava esserci un filo diretto tra il suo pensiero e ciò che leggevo nello schermo: né un saluto all’inizio, né alla fine, né una firma. Sembrava essere un’affermazione di se stessa che aveva necessità di curarsi, ma che era molto arrabbiata. L’Ilaria dai toni dolci e affettuosi era ben lontana da quella che mi aveva mandato quel messaggio!
Alla fine le risposi che le tariffe erano quelle di mercato e che se voleva un appuntamento doveva prenderlo quando ne era convinta.
Passata l’arrabbiatura iniziale, mi sentii sollevata perché i nostri scambi mi avevano fatto percepire che la situazione sarebbe stata più grande di me.
Non nego di aver pensato di aver evitato una vera sciagura. Mi ero soltanto illusa.
Il 30 giugno del 2015 mi manda un sms nel quale mi chiede un appuntamento “Urgente”, anche per la mattina seguente. Erano le 20. Come nell’altro sms l’idea è sempre quella che tutto debba essere fatto come dice lei in modo esigente. Le rispondo di chiamarmi alle 09 del mattino seguente. Mi risponde ringraziandomi tanto e “informandomi” che al momento era in un albergo perché Fabio non l’aveva riammessa a casa in seguito ad un ricovero di 3 settimane in Psichiatria per tentato suicidio e che aveva appena assunto diverse pasticche di depakin.
In quel momento mi assalì il panico, sentivo che dovevo essere tempestiva, dare delle certezze, ma anche io non sapevo cosa fare. Le scrissi di contattare immediatamente un’ambulanza e che io per lei ci sarai stata, che non l’avrei lasciata sola, ma prima doveva chiamare i sanitari. Dopo un minuto mi diede conferma di avere chiamato l’ambulanza. In quel momento sentii di essere stata fortemente incastrata, di essere stata messa all’angolo e che Ilaria si imponeva nella mia vita con una carica di distruzione e di disperazione che mal sarei riuscita a gestire. Il problema era che l’avevo rassicurata, le avevo detto che per lei ci sarei stata e quindi dovevo contenere questi vissuti di manipolazione e rabbia che mi avrebbero impedito di iniziare una terapia.
Ad oggi sono certa che gestirei in modo molto diverso quella giornata. So che la chiamerei, non mi nasconderei dietro uno schermo del telefono, che le chiederei l’indirizzo e che sarei stata io a chiamare l’ambulanza per assicurarmi che ricevesse cure appropriate.
Le prime sedute
Dopo qualche giorno dal nostro contatto incontrai per la prima volta Ilaria.
In linea con ciò che mi aveva detto (lungo ricovero in Psichiatria per tentato suicidio e depressione) mi aspettavo una donna triste, sciatta, rallentata, invece mi trovai davanti una donna ben vestita, truccata che si presentò con una forte stretta di mano e un sorriso da guancia a guancia. Era in forte sovrappeso, ma con un’aria gioviale e ammiccante al limite della sensualità. Portava con sé una valigetta piena di cartelle cliniche e di relazioni psichiatriche raccolte in 20 anni.
Decisi di farmele lasciare, di non guardarle in quel momento perché avevo bisogno che fosse LEI a dirmi perché era da me, che cosa era successo.
Mi racconta che sta da 15 anni con Fabio, più giovane di lei di 5 anni, il quale è un imprenditore di successo. Hanno una figlia di un anno, l’hanno voluta fortemente, 6 mesi prima di questa gravidanza aveva avuto un aborto spontaneo che l’aveva gettata in una grossa depressione, anche perché nei mesi precedenti avevano avuto problemi di concepimento per i quali si erano rivolti ad un centro specializzato, i cui medici le avevano detto che aveva dei seri problemi di fertilità.
Nonostante questo lei aveva perseverato nel suo “sogno di una famiglia FINALMENTE felice” e in cambio aveva avuto una figlia bellissima. Durante il periodo di maternità i suoi genitori e la suocera erano estremamente presenti in casa, lei ne era ben lieta, anche perché erano sempre state persone che non avevano dato una presenza costante. Fabio invece era molto occupato con il lavoro perché stava espandendo l’attività con l’aiuto di suo padre, medico in pensione.
Ilaria comincia però a sentirsi soffocata da quella presenza che continuamente la svalorizza: è vero che i suoi genitori sono sempre con lei come mai prima, ma le ribadiscono continuamente che non è una buona madre, così come non è stata una buona figlia. La loro assidua presenza appare allora non più come affettuosa vicinanza, ma come compensazione alle sue mancanze nei confronti della bambina. Ben presto i genitori cominciano a chiederle soldi per gli spostamenti e per il cibo perché entrambi sono senza lavoro e sostengono che non possono trovarsi un lavoro dato che lei ha bisogno di loro costantemente. Ilaria, all’insaputa di Fabio, inizia a dare soldi ai genitori e a sentirsi sempre più un peso. Ricerca la presenza del compagno, ma egli è presente sporadicamente, preso dal lavoro e, soprattutto, dalla vicinanza del padre che prima di allora sentiva distante. Ilaria comincia a stare sempre peggio e a gennaio vuole iniziare una psicoterapia. La famiglia non accoglie questa richiesta: per Fabio e suo padre gli psicoterapeuti sono “medici mancati con in mano un diplomuccio”, per i suoi genitori l’unica via è quella di prendere psicofarmaci, come del resto entrambi fanno da oltre 30 anni.
Tutta la famiglia è d’accordo sull’inviarla da uno psichiatra di fiducia del suocero, il quale le dà una cura sedativa molto forte. Ilaria passa così i successivi cinque mesi oscillando tra notti insonni piene di pensieri persecutori e giornate passate a dormire, distaccandosi sempre di più dalla figlia, la quale è affidata alle cure dei nonni e di una babysitter. Inizia a covare un forte risentimento per suo padre, che vede come il persecutore suo e di sua madre, come colui che la svalorizza, per il quale è sempre stata la figlia da tradire perché ribelle, e nei confronti di Fabio, che sente lontano e che la vede solo come un problema, anch’egli la svalorizza perché grassa e perché non apprezza tutto ciò che ha e che lui le sta dando: una bella casa, una grande macchina, una domestica che la aiuta, oltre l’appoggio della babysitter. Nei pochi colloqui con lo psichiatra riporta questi aspetti di rabbia verso Fabio, che comincia ad attaccare fortemente anche nel suo ruolo genitoriale, sostenendo che lui vede la figlia come un ingombro e lei stessa come un problema. Sostiene che lo psichiatra le abbia più volte detto di separarsi e di andare a vivere con i genitori e per questo Fabio le abbia fatto interrompere la terapia.
Inizio a pensare che Ilaria in realtà abbia molto manipolato il significato dei colloqui con lo psichiatra, così da utilizzarli in modo decontestualizzato nelle liti col compagno, con la conferma da parte di quest’ultimo dell’affetto che prova verso di lei impedendole di continuare la terapia. Effettivamente appena Fabio ha sentito minacciato il loro rapporto ha fatto chiudere gli incontri con il collega, così da confermare, seguendo una logica tutta loro, a Ilaria quanto tenesse a lei. Questa situazione tornerà spesso nella terapia mia e di Ilaria. Quando si sente troppo dipendente da Fabio lei comincia ad attaccarlo e cerca in me un’alleata contro di lui.
A giugno Ilaria ha un forte scontro col padre, lo accusa di essere insieme a Fabio la rovina della sua vita. Il padre entra subito in simmetria con lei e le dice: “se tu non fossi mai nata, non avrei avuto problemi!” e va via di casa, seguito dalla madre. Ilaria resta sola in casa con la bambina che sta dormendo, prende due confezioni di psicofarmaci e chiama sua sorella Giulia per avvertirla che sta tentando il suicidio e di pensare lei alla sua bambina. La telefonata inizia dicendo: “papà mi ha fatto fare una cazzata!” dando la responsabilità al padre del suo gesto. Mi conferma che anche i suoi precedenti tentativi di suicidio hanno avuta una natura punitiva nei confronti della famiglia, dicendo alla lettera: “loro erano cattivi e io gliela facevo pagare”.
Arrivano i soccorsi e le viene praticata una lavanda gastrica e poi ricoverata per 10 giorni nel reparto di Psichiatria.
Di quel periodo ricorda molto poco, era costantemente in dormiveglia.
Sa che sua madre non si è quasi mai staccata da lei, che sua madre ha sempre fatto così, che è una presenza incostante, ma quando Ilaria finisce in ospedale (questo è il quinto tentativo di suicidio in 20 anni) la mamma non l’abbandona, si dedica totalmente a lei. “Mia madre mi fa sognare quando sono in un letto di ospedale. Mi fa vedere che lei mi ama, che per me ci sarà sempre. Mi fa vedere la madre che potrebbe essere e sceglie di non essere”.
Durante il ricovero l’astio nei confronti di Fabio continua, anche perché lui le dice che è stufo di sentirsi ricattato da lei, che è una pessima madre e che seguirà i consigli di suo padre, ovvero di non riaccettarla in casa e di organizzarsi come padre single.
Quando viene dimessa Fabio continua nella direzione da lui decisa e non la riaccetta a casa, Ilaria è costretta ad andare dai suoi genitori. È comunque convinta che fuori dall’ospedale potrà vedere la sua bambina, ma il suo compagno le dice che non la rivedrà e che ha intenzione di chiedere l’affidamento esclusivo. A Ilaria crolla il mondo addosso e nel tragitto tra l’ospedale e la casa dei genitori ingoia otto Neurontin, così che torna di nuovo in Psichiatria.
Tutta la famiglia viene richiamata all’appello e il padre di Ilaria, la sorella e il cognato cominciano a sostenere la posizione di Fabio e dei suoi genitori: Ilaria è una sconsiderata, ha sempre creato problemi ed è una presenza pericolosa per la bambina.
Quando Ilaria viene dimessa per la seconda volta è ben consapevole che non può rientrare in casa col compagno e la figlia, ma non si aspetta che nemmeno il padre, sostenuto dalla sorella e il cognato, non la voglia a casa sua. Sua madre le dice che le dispiace, ma che il padre non sente ragioni e che le ha già tirato uno schiaffo quando lei ha provato a convincerlo. Ilaria viene così accompagnata dalla madre nell’albergo dal quale poi mi aveva contattata. Dopo aver ripreso le pillole ed essere di nuovo accompagnata in ospedale, lo psichiatra contatta Fabio e gli dice che è opportuno che la riprenda in casa. Viene dimessa la sera stessa poiché le pillole assunte erano dei blandi calmanti, nonostante avesse avuto l’opportunità di assumere farmaci molto più forti perché prescritti nel precedente ricovero e lasciatele dalla madre in hotel.

Le prime sedute con Ilaria sono state molto faticose.
Come spesso accade con i pazienti con disturbo borderline di personalità Ilaria presentava una disregolazione emotiva molto forte, un deficit di gerarchizzazione con iperproduzione narrativa e una evidente scissione di polarità e ruoli opposti: psichiatra mostro vs io fata; Fabio carnefice vs lei vittima; padre cattivo vs mamma buona [4].
Aveva aspettative molto alte su di me: “Dottoressa, lei è la migliore che ho visto finora, lei saprà sicuramente aiutarmi. Grazie a lei io potrò di nuovo essere felice!”.
Ilaria cercava da me cure e protezione, partendo da una posizione di dipendenza amichevole per suscitare accudimento [5].
Chiedeva continuamente conforto, conferme che non l’avrei abbandonata. Vuole una terapeuta “saggia e meravigliosa” ed io volevo sentirmi utile, saggia e meravigliosa [5].
Ilaria era terrorizzata dal perdere la figlia e la famiglia che si era costruita, alternando l’immagine di Fabio che a volte le appariva come un despota da combattere, altre volte come una vittima della sua follia e si diceva pronta alla sottomissione a lui in nome della maternità.
Fabio le aveva imposto di chiudere i rapporti con sua sorella, suo cognato e suo padre, mentre con la madre poteva ancora vedersi. Adduceva questa scelta alla cattiveria del padre nei confronti di Ilaria e all’invidia che Marta e il cognato avevano sempre avuto nei confronti della loro coppia. In quel momento ad Ilaria sembrava una scelta da ingoiare a fatica, per non perdere la figlia.
Nei nostri primi incontri ritornano continuamente il suo terrore della solitudine e il senso di fallimento per non essere riuscita a tenere insieme due famiglie, come ha sempre desiderato.
Il contratto terapeutico
Il primo passo che mi sono sentita di fare la toccò incisivamente: non l’avrei presa in terapia solo perché lei me lo chiedeva ed era il mio lavoro, volevo che fosse seguita da uno psichiatra di mia fiducia in quanto non ne aveva più uno di riferimento, se si fosse opposta al trattamento farmacologico non avremmo nemmeno iniziato.
Le lasciai il numero del Prof. Manfrida raccomandandole di chiamarlo in giornata ed io lo contattai immediatamente per chiedergli se la poteva ricevere quanto prima, perché nonostante volessi di fronte a Ilaria passare da professionista sicura di me, sapevo di avere una patata bollente in mano e che non ero in grado di cavarmela da sola. Il Professore accettò nonostante fosse luglio. Credo che avesse sentito parecchio timore nella mia voce.
Anche io come Ilaria ero molto altalenante riguardo alla terapia. Ne avevo timore perché mi appariva un caso molto difficile, ma non volevo mollare perché sentivo che con lei avrei potuto fare qualcosa di buono, oltre al fatto che anche io come lei mi attivo sulle sfide e questa era una bella grossa!
Dopo l’incontro con il Prof., vado subito in supervisione da lui per capire che idea si sia fatto e stabilire insieme gli obiettivi terapeutici e le condizioni di lavoro.
Dobbiamo fare un lavoro parallelo andando nella stessa direzione.
Il nostro scopo iniziale era quello di darle contenimento e cercare una stabilizzazione che potesse aiutarla ad instaurare con noi una forte alleanza terapeutica.
L’obiettivo più a lungo termine era quello di farle apprendere nuove modalità per affrontare e risolvere le avversità a partire proprio dalla relazione significativa con i terapeuti.
Il primo passo è quello di accoglierla, di essere disponibili, essendo molto onesti e sinceri, ma ponendole dei confini ben precisi: “Lei ha una situazione molto complessa che dura da molti anni, e non le nascondiamo che è rischiosa perché più volte ha rischiato la vita ed ha visto mezza Psichiatria del territorio, noi ci assumiamo la responsabilità di prenderla in carico, per lei ci siamo, ma al primo colpo di testa che preveda un tentativo di suicidio, la molliamo!”.
Dopo queste parole Ilaria si sente soddisfatta, mi dice che per la prima volta qualcuno le dà veramente fiducia, ma che sente il peso di questa responsabilità.
Il punto di partenza è quindi quello di lavorare sull’emergenza, che al momento è costituita dalla minaccia della perdita della bambina poiché il compagno sostiene di volere l’affidamento esclusivo.
Decidiamo quindi che io lavorerò direttamente sul suo senso di impotenza e sul dare un significato relazionale ai suoi tentativi di suicidio, mentre il Prof. Manfrida lavorerà sul piano farmacologico e rafforzerà la relazione che Ilaria ha con me; incontrerà una volta anche Fabio per farlo diventare un alleato alla terapia; come medico avrà più credito con lui.
I tempi sono molto stretti perché siamo prossimi alle ferie e le do quindi la possibilità di contattarmi via messaggio quando sente che la situazione è troppo dura e per non farle sentire troppo quel distacco che in lei risuona come abbandono. Ero un po’ titubante sul darle questa possibilità, temevo che il suo bisogno di accudimento fosse troppo profondo e la possibilità di contattarmi aldilà della terapia aumentasse gli aspetti regressivi, ma la situazione era troppo esplosiva perché mi tirassi indietro [6].
In quei pochi incontri rimasti cerco di accoglierla e di tranquillizzarla per evitare un’escalation drammatica riportandola ad un esame di realtà: siamo a luglio, nessun procedimento legale partirà prima di settembre e Fabio è molto ambivalente: nonostante la minacci di lasciarla ha prenotato le vacanze per loro tre per tutto il mese di agosto, una discrepanza rilevante.
Nel frattempo il Prof. mi aggiorna sull’incontro con Ilaria e Fabio: lui è un ragazzo molto rigido, insicuro, che ha paura dei colpi di testa della compagna e allo stesso tempo di perderla. Quello che però appare evidente è che, nella coppia, quella solare, frizzante è lei, mentre lui appare come un bravo ragazzo responsabile, ma un po’ scialbo.
Quando Ilaria parte per le vacanze è un po’ agitata perché si sente messa alla prova da Fabio, che per un mese starà a stretto contatto con lei. Vede le ferie come l’unica e ultima occasione per mettere a posto la situazione, ed io temo che questo carico possa essere troppo per lei. Resto disponibile a mantenere i contatti qualora ne sentisse il bisogno.
Il rientro dalle ferie
Per tutto il mese di agosto non ricevo nemmeno un messaggio da Ilaria, ciò mi appare quasi sospetto vista la confusione emotiva e il bisogno di rassicurazioni che mostrava il mese precedente.
Torna dalle vacanze molto soddisfatta: Fabio non minaccia più di toglierle la bambina, sono stati bene insieme e lui in qualche occasione ha cercato di farla ingelosire, mostrandole quindi un desiderio ancora presente.
Mi racconta un episodio accaduto che li ha uniti molto: il padre di Fabio lo ha attaccato sostenendo che il figlio non è stato di parola perché non ha mandato via Ilaria, e di tutto punto Fabio ha ribattuto che la colpa della situazione è stata sua perché non ha permesso alla compagna di curarsi e che avrebbe chiuso i rapporti con lui.
Indago nella storia quando lei e Fabio si sono sentiti così uniti ed emerge che loro fanno squadra solo quando hanno un nemico comune, di solito un membro delle famiglie di origine. Questo li riporta alla loro condizione di bambini triangolati, che riescono a stare uniti solo in una coalizione.
Questo cambiamento della situazione in un solo mese le appare nella norma, non riuscendo a vedere come sia stato repentino il passaggio dalla “separazione e perdita della figlia” alla serenità e ad una forte unione di coppia.
Facendola riflettere, Ilaria comincia a fare mente locale e ad accorgersi che questo avviene continuamente nella loro coppia fin dall’inizio: passano da episodi drammatici nei quali si picchiano e rompono mezza casa al partire due giorni dopo per vacanze romantiche, dal tradirsi al giurarsi amore eterno nel giro di una settimana.
Queste dinamiche così drammatiche vengono lette da Ilaria in termini passionali. Mi racconta un episodio eclatante del quale si compiace: lei e Fabio stavano insieme da appena 3 mesi, quando lei scopre che nello stesso periodo lui usciva con un’altra ragazza. Ilaria lo lascia in tronco, ma Fabio va davanti casa sua, inizia a fare delle manovre azzardate con l’auto per attirare la sua attenzione e quando lei gli urla dalla finestra che non vuole più saperne, egli esce dalla macchina puntandosi una pistola alla testa e minacciando il suicidio se lei non lo riprende.
È una buona occasione per cominciare a collegare gli episodi del passato a quelli del presente allo scopo di decostruire la realtà che mi propone e per fare emergere un’altra storia che sia anch’essa socialmente condivisibile, ma più funzionale e soddisfacente [7]. La minaccia di suicidio di Fabio, la loro grande passionalità sono conferme della relazione. Le crisi la accompagnano fin dall’infanzia e la calma viene percepita come qualcosa di minaccioso, che le fa presagire un vuoto nel quale ha paura di perdersi.
È proprio il vuoto generato dal senso di abbandono che l’ha portata a praticarsi tagli da adolescente e a tentare successivamente il suicidio.
Ripercorrendo i suoi tentativi di suicidio troviamo uno schema comportamentale in linea con quello che riporta la Benjamin nelle psicopatologie borderline [5]: Ilaria inizia a sentirsi abbandonata (nei primi episodi dai genitori, in seguito da Fabio), svalorizza chi doveva occuparsi di lei, si distacca (nei primi episodi si chiude per giorni in camera, nell’ultimo sta a letto tutto il giorno), comincia a svalutare se stessa (“sono cattiva, nessuno mi vuole”) e, infine, tenta il suicidio.
Appena si trova in ospedale, la madre inizia ad assisterla amorevolmente.
Questo grave apprendimento la porta alla convinzione che lei non sarà abbandonata solo se sofferente e Fabio sembra avere appoggiato questa situazione fino alla nascita della bambina. Da quando è nata la figlia, non accetta più il caos, i drammi che avevano sempre accompagnato la loro relazione. Le modalità che usava prima per avere vicinanza non funzionano più, ma Ilaria non conosce alternative. In vacanza è riuscita a tenersi Fabio attraverso la seduzione, punto di forza che ha sempre avuto nei suoi confronti, ma che si sta affievolendo essendo ingrassata più di 20 kg negli ultimi anni.
Il lavoro iniziale viene ostacolato puntualmente dall’emergere di nuove crisi. Ogni volta che inizia la seduta Ilaria mi porta un nuovo problema che sembra impellente: una causa contro l’azienda che l’ha licenziata, l’inserimento all’asilo nido della bambina che non va come vorrebbe, telefonate della madre che la mettono in crisi.
Per me è molto faticoso tirare le fila e ricondurla ad un piano che non sia solo quello dell’emergenza, ma nonostante questo ci riesco e comincio a sentirmi brava, una base sicura per lei.
Il supervisore mi ricorda sempre che tenere Ilaria in terapia è molto difficile, che sembra affidarsi, crogiolarsi e che mi fa sentire bene, ma che devo stare sempre vigile perché adesso è nella fase magica della terapia, ma che è molto probabile che l’attaccherà.
Leggo spesso gli appunti delle supervisioni e la letteratura sul trattamento delle pazienti con disturbo borderline e ciò che emerge costantemente è che, passata una fase iniziale della terapia, la paziente la attacca e i drop out sono frequenti.
Questa consapevolezza che avevo era apparente: la sapevo perché mi era stata detta, la capivo a livello logico e razionale, ma non pensavo che succedesse realmente.
Credo che la relazione con Ilaria a quell’epoca rinforzasse i miei aspetti narcisistici, ed io, terapeuta inesperta, ero come una bambina che muoveva i primi passi e se anche i genitori le dicevano di fare attenzione alla fine per capire davvero i pericoli doveva cadere.
E sono caduta, e mi sono fatta anche male.
Il drop out
A fine ottobre disdice via messaggio un appuntamento perché aveva la bambina malata, ma scrive che avrebbe disdetto ugualmente, che vorrebbe fare una pausa, vederci ogni tanto perché sentiva di stare meglio, che il suo miglioramento era avvenuto grazie a me che dopo 20 giorni avrebbe avuto appuntamento con il Prof. Manfrida e ne avrebbe parlato anche con lui. Eventualmente mi avrebbe raggiunto in studio quando aveva tempo per parlarne di persona.
Mi presi un po’ di tempo prima di risponderle. Ero arrabbiata, confusa e mi sentivo buttata via. Sembrava darmi un contentino: “sei stata tanto brava, adesso ti scarico”. Riflettei molto sulle mie sensazioni: perché, nonostante fossi consapevole che sarebbe successo, ci restavo così male? Trovavo risonanze nella mia storia personale? Come avrei risposto se non fossi la sua terapeuta? E cosa dovevo risponderle per essere terapeutica?
Nel pomeriggio decisi di risponderle. Accolsi la sua richiesta di saltare l’incontro della settimana, ma le dissi che quella seguente avrei voluto vederla per parlare di persona della sua esigenza di sospendere la terapia.
Tre giorni dopo mi invia un nuovo messaggio nel quale annulla l’appuntamento. Sostiene che non vuole spendere soldi se non lo ritiene necessario, ma che non si sognerebbe mai di sospendere la terapia farmacologica e i rapporti col prof. Manfrida, e che ha informato il compagno di questa sua decisione, lasciandomi il numero di quest’ultimo se avessi avuto necessità di parlargli.
Questo messaggio mi fece salire una grandissima rabbia. Mi sentii gettata via, inutile, non necessaria. La sensazione fu quella di essere rifiutata, che il lavoro con me non valeva niente, a differenza di quello con il Prof, necessario e importante. Questo attacco alla relazione oltre alla rabbia mi faceva mettere in discussione come terapeuta. Solo su una cosa ero certa: non volevo contattare Fabio, perché l’interesse nei suoi confronti lo avevo già dimostrato costantemente, non avevo intenzione di farlo come e quando diceva lei. Capii sulla mia pelle che cosa significa essere manipolata da una paziente borderline.
Decisi di contattare Manfrida: mi rendevo conto che non avrei dato una buona risposta.
Il Prof. mi consigliò di non risponderle, di sparire e che avrebbe lavorato lui sulla relazione quando l’avrebbe vista, sempre che me la sentissi di continuare con lei, di non dare per scontato di riprenderla. Riflettei a lungo su questo e decisi che non volevo sottrarmi.
Ilaria si presentò alla seduta con Manfrida, il quale le ricordò il contratto terapeutico: o stava nella terapia con entrambi oppure ne usciva. Noi come terapeuti stavamo mantenendo il patto e ci stavamo prendendo le nostre responsabilità, adesso stava a lei decidere cosa fare prendendosi la responsabilità delle sue scelte.
Di fronte a questo aut aut Ilaria disse che mi avrebbe ricontattata in giornata e riprese un appuntamento con lui per i primi di gennaio.
Ilaria non mi contattò fino a fine dicembre, chiedendomi di tornare perché non stava affatto bene come credeva.
TERAPIA 2.0
Il rientro in terapia e il nuovo contratto terapeutico
Ilaria torna in terapia giù di tono, dicendo di avere passato delle vacanze di Natale orribili e che la relazione con Fabio è agli sgoccioli. Hanno trascorso il Natale in montagna da soli con la bambina, si sentiva bene, aveva anche invitato la madre, che però era andata a Milano dai genitori, lasciando Giuseppe con Giulia, suo marito e i loro figli. Dopo le vacanze è di nuovo caduta in depressione, attribuendo questa condizione al rientro di Fabio a lavoro.
Dopo gli aggiornamenti decido di spostare l’attenzione sulla sua interruzione della terapia e sulle condizione che pongo al suo rientro.
Ilaria era veramente impaurita nel ripercorrere tutti i maltrattamenti subiti, ma era anche molto arrabbiata con me perché il suo miglioramento l’aveva posta in un conflitto di lealtà con la sua famiglia di origine.
La sua rabbia era talmente evidente che nel messaggio mi aveva fortemente svalutata: non le offrivo tutta la protezione che costantemente mi chiedeva, la mettevo di fronte alla responsabilità delle sue scelte e questo era talmente intollerabile da farmi attribuire caratteristiche esageratamente negative (l’inutilità della terapia) e ad abbandonare la terapia. Ilaria però non si era limitata a questo, aveva svalutato e attaccato la terapia con me che era divenuta cattiva e idealizzato quella con Manfrida, buona e salvifica a riproposizione del triangolo perverso che viveva in famiglia (desiderio di padre, che sentiva vicino a lei contro la madre).
Ilaria è molto brava a sedurre e manipolare, quindi, per quanto in quel momento susciti in me tenerezza perché scorgo quella bambina infelice che chiede aiuto, decido di tenere una linea ferma e autorevole. In terapia la riprendo, ma in prova. Se non lavora in modo collaborativo o decide di interrompere di nuovo senza prima parlarne chiudo definitivamente. Le confermo che per lei ci sono davvero, non la lascio a se stessa, ma lei deve fare altrettanto.
Mi metto nella posizione di “madre sufficientemente buona” sulla quale può contare per crescere, non per restare piccola [8].
L’obiettivo a lungo termine della terapia è quella di condurla a quella mancata integrazione delle parti scisse di sé che in un momento di instabilità la fanno regredire ad un livello di funzionamento gravemente borderline [9].
Per raggiungere questo traguardo, ripristinare il “sé di diritto” [2,5], devo lavorare molto sulla relazione terapeutica e sul controtransfert mantenendo confini ben fermi e dandole il generoso supporto di cui ha bisogno rinforzando ciò che di buono fa, non dopo che ha messo in atto la drammaticità. Quest’ultimo aspetto comincia a diventarmi più semplice dopo l’interruzione della terapia: ho sentito in modo violento con quanta facilità si può passare dall’essere la “terapeuta favolosa” alla “terapeuta cattiva che non dà abbastanza”.
Il lavoro che ho seguito è quello di dare un significato ai sintomi e ai sentimenti che prova in termini relazionali.
I sintomi come dono d’amore
Ilaria torna quindi in terapia perché sta di nuovo male. Sente una grande tristezza, un vuoto che al momento le appare inaspettato. Negli ultimi mesi stava davvero meglio, oscillava meno e quindi sente che la depressione che di nuovo la assale è una sconfitta. Non sa darne un senso, anzi è convinta che la depressione sia una condanna, la parte femminile della sua famiglia di origine, ipotesi avallata da vari psichiatri che l’hanno presa in carico sostenendo una causa organica/genetica dei disturbi dell’umore. Fabio le rimprovera di avere tutto: una bella bambina, benessere economico, un compagno fedele.
In realtà, le spiego, la depressione ha un senso e cerco di trovarlo con lei facendomi raccontare ciò che era successo quando le cose hanno iniziato a peggiorare [10].
Mi racconta che Fabio ha appianato i rapporti con suo padre, mentre lei vedeva ancora la madre, ma non il padre e la sorella. Questo divieto di vedere Giuseppe e Giulia accettato per paura di perdere la famiglia che si è costruita, si fa sentire sempre più come un’imposizione da parte del compagno. Inizialmente non lo ammette nemmeno a se stessa, ma, passate le vacanze natalizie accade un episodio che dà degli effetti immediati.
Per l’Epifania Ilaria e Fabio invitano Marta a pranzo da loro. Ilaria tiene molto a organizzare bene l’unico pranzo festivo che passa in famiglia e si fa prendere la mano esagerando con le porzioni. Quando la madre si sta congedando, Fabio la invita a portare via un po’ di avanzi e lei ringrazia accettando. Mentre Fabio sta incartando il cibo, dando le spalle alla suocera e alla compagna, Marta dice nell’orecchio ad Ilaria: “fagli fare porzioni più grandi, che il povero papà è solo e non ha mangiato nulla per il dispiacere”. Questa affermazione, alla quale consapevolmente non aveva dato significato e che le appare come una banalità perché la madre ha sempre proposto queste dinamiche, acquista in terapia un significato diverso perché la fa interagire con la “famiglia nella testa” [2,5] che l’ha sempre attaccata e biasimata quando investiva in relazioni gratificanti esterne alla famiglia di origine, attaccando il patto di lealtà che le è sempre stato chiesto.
In quelle sedute il lavoro con Ilaria si è svolto proprio sul suo programma di “auto-attacco” nelle relazioni attuali connesse al fallimento delle fasi di individuazione e differenziazione nella sua infanzia.
Così come ha sabotato la terapia quando si è sentita meglio con se stessa tradendo il legame con la famiglia di origine, adesso sabota la sua vita familiare attuale mettendosi a letto o ingozzandosi di cibo.
Ogni volta che comincia a stare meglio, a fare qualcosa di buono per sé, tradisce i genitori interiorizzati. È questo che la spinge a prendere decisioni d’impulso nelle quali si fa sempre del male. Non può stare bene al di fuori della famiglia di origine, sarebbe ammettere che i genitori hanno fallito con lei, e la sua sofferenza diventa quindi il suo “dono d’amore”, il quale «è un attaccamento specifico che sostiene, supporta, mette in atto un comportamento problematico specifico, il dono d’amore è un auto sabotaggio, un tributo ad una specifica figura di attaccamento» [11].
Dopo questa rilettura Ilaria ha un netto miglioramento dei sintomi depressivi e la relazione con Fabio rientra.
Per un paio di mesi riusciamo a lavorare più tranquillamente, le emergenze sembrano essere rientrate e Ilaria tollera i momenti di vuoto.
Mi porta spesso dei sogni dai contenuti ripetitivi: sta guidando, a volte sta andando a trovare i genitori, altre volte sta tornando a casa da Fabio, e puntualmente accade un incidente esterno (una frana, un ponte che sta attraversando che si spezza mentre è sopra…) che non la fa proseguire e che la mette in pericolo.
Lei si sente proprio come nei sogni: scissa, divisa tra l’amore dei genitori e quello della famiglia che si è costruita. Per lei lo stare ferma è già un grande traguardo, perché per tutta la sua vita ha vissuto impulsivamente, passando agli agiti incurante delle conseguenze.
Visto che la situazione sembra andare fin troppo bene, cerco sempre di prevenire le difficoltà, rinforzando il rapporto con Fabio come sponda affettiva su cui contare.
Il mio tentativo è quello di cercare di avvicinare Fabio e Ilaria perché ancora non è pronta a riprendere i rapporti con il padre e la sorella senza esserne sopraffatta e temo che questo causerebbe una rottura definitiva col compagno, facendola trovare davvero sola, senza più l’appoggio di Fabio e senza poter contare su una famiglia che non è in grado di supportarla.
Il richiamo della famiglia… che la guerra abbia inizio!
Tutto procede in questa direzione, e Ilaria e Fabio riescono a stare in un equilibrio accettabile, finché la famiglia di origine la richiama all’appello con un doppio invito: il saggio della nipote (figlia di Giulia) e il compleanno di Marta. Ilaria ne parla col compagno, vorrebbe andare e vuole il suo benestare, che chiaramente lui le nega. Mi fa leggere un suo messaggio nel quale le dice chiaramente di comportarsi da adulta, di fare una scelta. Lui non andrà a nessuno degli eventi, lei è libera di decidere, ma lui non vuole coinvolgimenti con persone che hanno fatto del male alla sua famiglia. Ilaria decide di non andare, ma inizia a covare un forte risentimento nei confronti di Fabio, il suo “carnefice”.
Inizia così una guerra col compagno, che da “bravo ragazzo sul quale appoggiarsi” diventa ben presto “tiranno che la vuole sottomessa”.
Secondo Kernberg gli individui borderline categorizzano cose e persone come “completamente buone” o “completamente cattive” impedendo un confronto tra esse a livello di coscienza. Questo modo di categorizzare è patologico in quanto non prevede integrazione e questo aspetto riguarda anche le rappresentazioni del Sé dell’individuo che può sperimentare sia la diffusione che la dispersione della propria identità. In Ilaria prevalgono i meccanismi di scissione [12]. Essi, generalmente, sono il risultato di un mancato superamento del secondo compito evolutivo che ciascun bambino deve affrontare per lo sviluppo dell’Io, ovvero l’integrazione delle immagini di natura libidica ed aggressiva che appaiono separate. A scapito di un processo di integrazione, il bambino prima e il paziente adulto dopo, oscillano fra oggetti totalmente buoni ed oggetti totalmente cattivi senza contemplare la presenza di entrambi gli aspetti all’interno di un medesimo interlocutore. Quando il bambino realizza la costanza dell’oggetto [13] mette in atto un primo processo di integrazione che non risulta essere definitivo, visto che nei momenti di difficoltà può ricadere in processi di scissione.
La scissione si fa forte con il richiamo della famiglia di origine. Ilaria non vuole lasciare Fabio, non può permetterselo, dice, per amore della figlia, ma entra in sciopero: non pulisce la casa, ogni giorno va a mangiare nei fast food e continua a mettere su chili.
Fabio tiene una linea dura: la svaluta, le dice che è grassa, va a dormire in un’altra camera. Lei apparentemente subisce, per poi rientrare nell’escalation dell’autosabotaggio attraverso il cibo.
Il pensiero di vedere suo padre si fa sempre più intenso e un giorno va di nascosto con la bambina a trovarlo. In quel momento l’immagine che ha del padre è idealizzata e quella di Fabio duramente attaccata. In una seduta mi dice: “io amo profondamente mio padre, quando io torno all’ovile lui c’è, per Fabio non è così”.
Mi racconta della visita a suo padre in modo provocatorio, accusando me e il Prof. Manfrida di volerla sottomessa al compagno. Costantemente la riporto sul piano di realtà: io e il Prof. vogliamo che lei sia il più autonoma possibile, stiamo lavorando in tal senso, anche incitandola a trovarsi un lavoro part-time, e la visita a suo padre è una sfida anche a noi terapeuti, che se non accettiamo tutto di lei ci mette “con i cattivi”.
È profondamente arrabbiata con Fabio perché non le dà ciò che desidera e si sente rifiutata per questo. Nella fase di scontro si difende, oltre che con la scissione, con l’identificazione proiettiva: Fabio con lei è altalenante, deve curarsi perché non ha costanza. In realtà è lei che si trova di nuovo in un conflitto di lealtà, divisa tra il desiderio di dipendenza e di autarchia che la porta a fuggire da suo padre quando Fabio non le dà l’appoggio e l’accudimento che sente di meritare.
Comincio ad essere veramente demoralizzata: facciamo un passo avanti e due indietro e inizio a sentirmi impotente.
Mi dice che sia lei che Fabio vorrebbero con me un incontro. Inizialmente sono titubante perché temo che Ilaria voglia più un giudice dalla sua parte che un confronto terapeutico, sento però che c’è bisogno di smuovere la terapia e decido di accettare di vederli, ma stabilisco che sarà un’occasione unica, durante la quale Fabio sarà solo un ospite; se lo riterrò opportuno li invierò in terapia di coppia. Questa difesa del setting produce in Ilaria un senso di contenimento e accudimento che la porta a rinforzare la relazione terapeutica.
L’incontro con la coppia
La mattina della seduta congiunta sono molto tesa. Con una paziente come Ilaria tutto diventa esplosivo molto rapidamente, ma sento che ormai la nostra relazione è forte e che sono stata messa alla prova così tante volte da non dovermi spaventare troppo.
Ilaria, di solito logorroica, quella mattina è molto taciturna; vuole che sia Fabio a parlare e io a comprendere bene la situazione.
Fabio appare come un ragazzo rispettoso, educato e molto stanco. Mi racconta che in tutti questi anni con Ilaria ci sono stati alti e bassi, ma che le problematiche più grosse sono sempre emerse a causa della famiglia di lei. Parla anche della sua famiglia di origine, sostenendo che i suoi genitori sono dei “ricchi disgraziati”, non poi così diversi da quelli di Ilaria. Anch’egli ha subito un abbandono quando aveva 8 anni: la madre aveva una relazione extraconiugale e si trasferì in un’altra regione, il padre era preso dalla carriera e dalle donne e lui spesso si trovava solo anche a cena, mangiando formaggini e prosciutto per non avvicinarsi al fuoco. Ha cercato di farsi valere nel lavoro, ma per suo padre sembra non essere mai abbastanza e il fatto che Fabio abbia intrapreso un’attività che necessita a livello fiscale di un titolo certificato che ha il padre e lui non possiede, mi fa scorgere il bisogno di Fabio di un legame con la sua famiglia, che sottende ad un potenziale conflitto di lealtà innescabile in qualsiasi momento. Anche Fabio appare quindi non del tutto integrato, ma la sua soglia di attivazione è più alta in quanto l’evento traumatico è stato vissuto dopo gli 8 anni [14].
Quando Fabio parla del padre, Ilaria lo incalza, difendendo i suoi genitori e accusando Fabio di dare più importanza alla fedeltà a suo padre, che non a lei. Il clima si scalda ed entrambi accusano le famiglie dell’altro. Devo calmare i toni e alleggerire il conflitto.
Propongo una lettura alternativa: entrambi sono stati due bambini molto soli e abbandonati, che hanno cercato di fare felici i loro genitori, ma che si sono sentiti sempre frustrati nelle loro richieste. Fabio è stato visto solo per essere svalutato, Ilaria è stata vista solo quando malata. Entrambi si sono costruiti la famiglia che hanno sempre desiderato, ma in questo momento per Ilaria è difficile vivere la sua felicità senza sentire di tradire quella famiglia colpita da tante disgrazie. Del resto Fabio ha molta paura di essere nuovamente abbandonato al primo richiamo di affetto che Giuseppe fa a Ilaria e allora, per paura di perderla, la rinchiude.
Propongo loro un’alternativa, quella di smettere di parlare per categorie dicotomiche: il “sempre” e il “mai” (“voglio vedere sempre mio padre!”, “non lo vedrai mai!”) sono modalità infantili di leggere il mondo che li porta su un piano di escalation conflittuale, devono fare uno sforzo per parlare in modo meno rigido, sostituendo i termini “per sempre” e “mai” con le parole “per il momento”.
Concordo sul fatto che PER IL MOMENTO Ilaria non sia abbastanza forte da riprendere i rapporti con il padre e la sorella, ma sono fiduciosa che in futuro lo sarà.
Ilaria torna la volta successiva da sola, entusiasta dei risvolti: Fabio si è ammorbidito e anche lei si è resa conto che ha del lavoro da fare, che è troppo fragile di fronte ai suoi genitori e che rischia seriamente di mandare tutto all’aria se riprende i contatti troppo presto.
Fabio ha molta fiducia nella terapia e in me, al punto che è disposto a farle riprendere i contatti con la famiglia con il mio benestare.
VERSO UN’INTEGRAZIONE
Conversazione con la scissione
La crisi con Fabio e l’emergere prepotentemente del conflitto di lealtà ci forniscono l’occasione di continuare il lavoro di collegamento tra vicende del passato e del presente, focalizzandoci maggiormente su come si svolgevano le liti nella sua famiglia di origine e rendendo evidente una continuità con gli scontri col padre nei quali lui dettava le regole, lei si sentiva sfidata e lui l’abbandonava.
Oltre alla costanza dei sentimenti di vuoto e del terrore dell’abbandono, affiora sempre l’oscillazione estrema tra i vari ruoli, che a seconda dei vissuti e delle situazioni, la portano a sentirsi vittima o persecutore, onnipotente o impotente, perfetta o incapace [15].
Il supervisore mi suggerisce di verbalizzare la scissione, di farla diventare “un terzo” in terapia, e di farle dare dei nomi e di dialogare insieme per favorire l’integrazione. Ilaria accoglie subito questa richiesta e decide di dare il nome “Ila piccola” alla parte di sé bisognosa di cure e di affetto costanti e “Ila sogno” alla parte di sé più autarchica e ribelle che non necessita di nessuno. In genere “Ila sogno” emerge perché le speranze di “Ila piccola” vengono disattese. Ogni volta che Ilaria sperimenta delle situazioni che le riattivano il sistema dell’attaccamento mette in atto comportamenti compensativi che la distraggono al fine di distanziarsi dal bisogno di accudimento che non viene mai soddisfatto [16].
Nelle sedute a seguire, uso spesso i nomi che lei ha dato alle parti, domandandole ad es.: “ma quella che è andata a ingozzarsi in pasticceria chi è? Ila piccola o Ila sogno?” facendole apprendere come le risposte che dà, siano legate a dei bisogni antichi e a degli schemi di funzionamento perpetrati nel tempo. Questo lavoro le consente di sperimentare nuove risposte e nuove modalità di relazionarsi portandola a mantenere i rapporti più equilibrati e affrontando le liti con Fabio con meno drammaticità. In una seduta in particolare mi dice che Ila piccola e Ila sogno cominciano ad esserci meno e che c’è una nuova parte che chiama “Ila sta nel mezzo”. Questo “stare nel mezzo” è quell’Ilaria autentica che riesce a stare meglio, nonostante le difficoltà. Sono molto colpita dalla scelta di questi termini e soddisfatta dal nostro lavoro: che cos’è l’integrazione se non lo stare in una via di mezzo a questi poli opposti?
In alcune occasioni mi stupisce per le risposte tranquille che dà a Fabio, il quale le si avvicina di più e le dà più sicurezze di presenza.
Per un lungo periodo non ha contatti con il padre e la sorella, ma si sente tranquilla al riguardo e sta diventando insofferente nei confronti della madre, che quando va a trovarla si lamenta sempre della sfortuna e delle sciagure della famiglia. Non ci sta più a sentirsi in colpa per avere scelto una vita più agiata.
Il fatto che rimetta al posto le responsabilità di ognuno e veda anche le sue mi rincuora molto perché sta cambiando profondamente.
Si è messa a dieta e riesce a perdere 5 kg in poco tempo, questo soddisfa Fabio che la vorrebbe magra come quando l’ha conosciuta. Ilaria usa il cibo come sabotaggio di sé e della relazione di coppia perché ha il desiderio che lui la ami e la desideri incondizionatamente. Quando si sente sbagliata o rifiutata dal compagno fa ricorso all’eccitamento attraverso il cibo allo scopo di ridurre l’emergere dei sottostanti vissuti di frammentazione [17]. La volontà di mettersi a dieta è un ulteriore segnale che il bisogno d’amore si sta affievolendo.
Adesso che sembra avere stabilità temo possa mollare la terapia, ma non ne fa mai accenno, anzi riesce ad organizzarsi anche con Fabio per esserci sempre.
Ha ancora paura dei cambiamenti, vorrebbe che in modo magico tutto restasse fermo, soprattutto adesso che Fabio ha necessità di prendersi una laurea per potere ampliare la sua attività e per non dipendere nel suo lavoro dal titolo del padre. Lavorando a tempo pieno Fabio decide che la strada più pratica sia quella di conseguire la laurea all’estero. Questo comporta un grande cambiamento nella quotidianità: deve dedicare tempo allo studio e superare un esame importante, e se ci riuscirà, dovrà trascorrere dieci giorni al mese fuori casa. Rinforzo sempre i risultati raggiunti, continuando a far dialogare le parti scisse. Temo che se si sente troppo sola possa ricorrere a rifugiarsi di nuovo da suo padre di nascosto dal compagno, ma già la verbalizzazione e il preannunciare questa idea la fanno desistere. Fabio parte per qualche giorno per fare l’esame di ammissione e Ilaria sente di cavarsela bene, anche se riempie tutto il suo tempo per evitare il vuoto. Al ritorno del compagno emerge di nuovo fuori l’aspetto infantile. Entra in seduta esclamando: “Buongiorno Dottoressa, oggi in seduta ha davanti Ila piccola!”. Ha avuto una crisi di pianto perché Fabio non le ha portato “nemmeno una caramella” dal viaggio e si è sentita dimenticata. Nonostante questo, si è “sabotata poco”: ha mangiato un gelato con la panna. Connoto positivamente il fatto che per la prima volta si è accorta da sola di questi aspetti e che avrebbe potuto fare peggio, ma che adesso si rimetta a dieta!
Fabio ha la grossa delusione di non essere stato ammesso all’Università, prova un senso di fallimento importante che inizialmente mostra come rabbia, ma che Ilaria, costantemente supportata dalla terapia, legge come una richiesta di accoglienza e conforto. Questa esperienza porta la coppia ad avvicinarsi perché Fabio sperimenta anch’egli una riparazione affettiva: anche se non riesce in tutto, non perde l’affetto e non viene svalutato. Fabio sente che Ilaria merita più fiducia e le propone di trascorrere un fine settimana a Milano dai nonni, accompagnando anche la madre. Ilaria è molto felice di questa apertura e mi domanda se secondo me è pronta. La sprono ad andare, ma le dico anche che se sente che la situazione è troppo pesante da sopportare di sentirsi libera di uscirne.
Empatizzare con i genitori
Il weekend passa piacevolmente e quando torna mi racconta che la madre non ha nemmeno notato che è dimagrita, ma che non ci è rimasta male. Mi dice sorridendo “Dottoressa, non se n’è accorta perché era talmente presa a cercare l’approvazione dei suoi genitori e a stare a litigare con mio padre per telefono, che sarebbe potuta entrare in casa un elefante e lei non si sarebbe scomposta!”. La madre è immersa in un conflitto di lealtà come lo era Ilaria, e quest’ultima adesso riesce a vederlo e si sente forte perché non se ne sente più schiava. Nei riguardi della madre ha però un senso di disprezzo e disgusto. Queste emozioni possono portarla di nuovo al ruolo di carnefice e temo che sia così dura perché rivive nei gesti della madre le parti scisse di se stessa bisognosa di cure. Il passaggio da persecutore a vittima di solito è breve, quindi decido di lavorare sulla storia dei genitori per far si che empatizzi con i loro dolori.
Dai racconti emerge che la famiglia di Marta era una famiglia contadina, lei ultimogenita nata dopo quattro figli maschi. La famiglia aveva poche possibilità economiche e la nascita di Marta era inattesa e portata avanti nella speranza che nascesse un altro maschio. Marta era vista come un peso da portare e inutile per il ménage familiare, se non come bastone della vecchiaia dei genitori. Anche lei, come la figlia, aveva cercato una sponda affettiva nella relazione di coppia e a 15 anni aveva conosciuto Giuseppe di dieci anni più grande di lei, che le aveva promesso amore eterno e la partenza per la Toscana, vista anche come possibilità di riscatto economico. L’unione con Giuseppe aveva disatteso le aspettative familiari ed era stata allontanata dalla famiglia, che non le era stata vicina nemmeno quando le erano nate le figlie. Da allora aveva sempre cercato di riscattare l’immagine di se stessa agli occhi dei genitori, mostrando per tutta la vita un conflitto di lealtà che non le aveva mai permesso di stare in modo sano nelle relazioni col marito e con le figlie, le quali avevano vissuto le stesse carenze. Anche Giuseppe aveva avuto una vita affettivamente carenziata. Terzo figlio di cinque, aveva vissuto la sua infanzia e adolescenza sottomesso da un padre padrone alcolista e violento e una madre succube e fragile che non era mai stata capace di proteggerlo. La madre di Giuseppe era sempre stata depressa, e avrebbe voluto una figlia femmina per avere una vicinanza riparatrice che, a suo dire, un maschio non poteva darle. Giuseppe era il più legato alla madre e quello che più subiva le angherie del padre quando si intrometteva nei conflitti per proteggerla. Un senso di compassione e rabbia per la madre lo aveva accompagnato tutta la vita. Voleva la madre tutta per sé, ma lei non lo sceglieva mai, così come poi veniva sempre lasciato da Marta, con la quale emergevano anche degli aspetti sadici come quello di farla prostituire.
Per Marta la suocera era vista come una minaccia: Giuseppe la coccolava e le era devoto, questo faceva sentire la moglie in una posizione secondaria e si riappropriava delle attenzioni del marito attraverso le fughe o i sintomi depressivi. Giuseppe faceva altrettanto, rinchiudendosi in casa a farsi accudire dalla figlia quando la moglie metteva al primo posto i suoi genitori e non lui. Questa storia si ripeteva anche tra Ilaria e Fabio, i quali vivevano come tradimento i rapporti con le rispettive famiglie di origine.
Leggere la storia della sua famiglia in una prospettiva più ampia riduce di molto il senso di rabbia che Ilaria prova per sua madre e ridimensiona ancora di più il legame con suo padre. In una delle ultime sedute mi dice: “i miei genitori mi hanno voluto bene, l’ho sentito davvero a volte…, ma non ce la fanno… sono loro che non ce la fanno…”. Ilaria assolve i suoi genitori, li vede come vittime e carnefici inconsapevoli di una tragedia trigenerazionale.
Da quel momento Ilaria riprende i contatti con il padre, va a trovarlo con la bambina con la benedizione di Fabio e la mia. Non ha più grandi aspettative da questi incontri e riesce a mantenere i confini, nonostante le vecchie modalità di richiamo che i genitori hanno messo in atto per un po’.
CONCLUSIONE DELLA TERAPIA
Qualche mese fa la bambina di Ilaria si è ammalata spesso e ciò ci ha portate a distanziare i nostri incontri in maniera quasi forzata. Quando la bambina è stata meglio, Ilaria mi ha chiesto di diradare le sedute per provare a camminare un pochino da sola, sapendo che comunque io ci sono e che se ha bisogno di un appuntamento prima del previsto si sente libera di contattarmi. Ho acconsentito a questa richiesta, l’ho considerata un traguardo importante perché sente la terapia come vera base sicura, ma è pronta al distacco.
Attualmente ci vediamo poco, la terapia la considero finita, ma un posto per lei lo tengo sempre. Mi aggiorna via messaggio e una volta ogni due-tre mesi viene in seduta.
Le difficoltà non mancano, come nella vita di ognuno di noi. Ha avuto problemi di salute, ma non si è scompensata.
Nell’ultimo nostro incontro mi ha aggiornata rendendomi molto orgogliosa di lei.
Mi ha detto che Fabio è stato ammesso all’Università, va spesso via e lei nelle sue assenze si occupa dell’attività del compagno. Da quando lei se la cava bene, lui sente un po’ di più le sue fragilità e sta pensando seriamente di iniziare una terapia. Vorrebbe farla con me, ma ho detto a Ilaria che questo è il SUO spazio e, quando vorrà, darò loro il nominativo di un collega.
I suoi genitori sono i soliti, ma sa gestirli. Li vede due volte al mese, se li vede di più iniziano a lamentarsi e lei prende le distanze.
La bambina cresce e le dà molta soddisfazione.
Dopo avermi raccontato di tutti le chiedo: “ma lei, Ilaria, come sta?” e lei mi risponde: “Dottoressa, io sto nel mezzo!”.
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