Il ricongiungimento familiare nelle famiglie
straniere come elemento di rischio
di maltrattamento all’infanzia.
Un dilemma etico e professionale
nel servizio pubblico


Caterina Montali1, Donatella Simonini1
CONTESTO
L’intento di questo lavoro è quello di offrire uno spunto di riflessione su un ambito clinico particolare, inerente alla dimensione delle famiglie migranti ricongiunte. L’argomento ci ha coinvolte in quanto psicologhe che operano in una struttura pubblica di neuropsichiatria infantile, le cui attività sono rivolte a bambini e adolescenti in età compresa tra 0 e 18 anni. Il Servizio si avvale di medici neuro­psichiatri infantili, psicologi, logopedisti, fisioterapisti, infermieri, educatrice e personale amministrativo che operano all’interno di strutture territoriali e di una sede ospedaliera. Il compito istituzionale è quello di perseguire interventi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione dei disturbi dello sviluppo psichico del bambino e dell’adolescente, attivando percorsi per i minori e per le loro famiglie, ma anche di tutte le situazioni di possibile pregiudizio e di tutela, su mandato dell’autorità giudiziaria, in collaborazione con il Servizio Sociale.
Il nostro Servizio è collocato nella zona nord-ovest della città di Torino, un territorio che si caratterizza per molteplici problemi sociali e che vede una presenza massiccia di stranieri immigrati. Per quel che riguarda la popolazione in generale, quindi di ogni fascia d’età, nella circoscrizione in cui operiamo (la 6), la popolazione di stranieri regolarmente residenti rappresenta circa un quarto del totale (23%), a differenza del resto della città, in cui la media si attesta intorno al 15%: infatti, gli stranieri residenti al 31.12.2017 nella circoscrizione sono 24.741 a fronte di 106.265 residenti totali [1]. Con dati tratti dalla stessa fonte del Comune di Torino, si osserva che i minori sono molto rappresentati, perché arrivano al 34% del totale dei residenti: 6415 su 18.706 totali. Si conferma la numerosità dei minori stranieri sul territorio della circoscrizione, in quanto i dati cittadini si attestano su una percentuale del 21% di minori stranieri sul totale dei minori residenti (29.573 su 136.395). Sono dati che si riferiscono a minori regolarmente residenti e quindi non tengono conto dei cosiddetti “minori invisibili” [2], ossia coloro che transitano per la circoscrizione, come alcuni bambini rom, o anche che vivono lì stabilmente ma in modo irregolare o clandestino.
Data l’elevatissima concentrazione di famiglie straniere, abbiamo dovuto formarci specificamente sui temi della migrazione, interrogandoci a proposito dei nostri strumenti professionali e dei nostri parametri di valutazione su ciò che è una buona genitorialità [3,4]. Essendo presenti varie figure professionali, si è potuto negli anni costruire e mantenere una prassi basata sul lavoro in équipe, estesa anche ad altri Servizi Sanitari specialistici dell’ASL e al Servizio Sociale, in cui operano assistenti sociali ed educatori. Il nostro Servizio si avvale anche dell’apporto di mediazione culturale (araba, rumena, cinese, nigeriana), che concorre a creare le condizioni per una presa in carico di minori e delle loro famiglie, appartenenti a culture straniere, a garanzia di un setting adeguato dal punto di vista etnoclinico e non solo per la traduzione linguistica [5]. Una formazione con enti di etnopsicologia ed etnopsichiatria operanti a Torino ha consentito di approfondire tali tematiche e di collaborare nella presa in carico dei casi, prevalentemente con l’associazione MamreOnlus, che è proprio sul nostro territorio.
IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE
Il nostro Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dichiara che: «L’unità familiare è un diritto fondamentale riconosciuto e tutelato dall’ordinamento italiano e che trova pieno riconoscimento anche per gli stranieri che desiderino riunirsi ai propri familiari. Il ricongiungimento familiare, infatti, costituisce la premessa essenziale per il buon esito del processo di integrazione nella vita sociale e lavorativa in Italia dello straniero, il quale può così realizzare la propria personalità potendo contare sulla condivisione con i propri affetti» [6].
In linea di principio il ricongiungimento familiare si configura come un diritto umano incontestabile, che nei vari Paesi di emigrazione ha richiesto una regolamentazione precisa, normando requisiti economici, lavorativi ed abitativi, e rendendo il processo di ricongiungimento un iter burocratico lungo e complesso, attraverso precisi decreti legislativi. In Italia è consentito il ricongiungimento familiare per il coniuge e i figli minorenni, oltre che per i figli maggiorenni ed i genitori anziani, se a carico [7]. Secondo l’Annuario Statistico Italiano pubblicato dall’Istat il 28.12.2018 [8, p. 83], benché siano aumentati gli ingressi per motivi di asilo e protezione umanitaria (38,5% dei nuovi permessi, relativi però a persone che nella metà circa dei casi non intendono radicarsi nel territorio, dato che dal 2012 al 2017 solo 53,4% di essi era ancora presente in Italia) [9], il ricongiungimento familiare continua a rappresentare la maggior parte dei processi migratori (43,2%). Nella progettualità del migrante il ricongiungimento dei figli costituisce la definitività del progetto migratorio, una scelta per la vita [10]. A fronte di grandi numeri di ricongiungimenti in cui il processo, seppure complesso, funziona adeguatamente e non attiva interventi di tutela, sussistono situazioni in cui invece si verificano delle situazioni di grave sofferenza del nucleo familiare che possono esitare in maltrattamenti ai danni dei figli minori ricongiunti.
RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE E MALTRATTAMENTO
Quando, come Servizio, affrontiamo situazioni di maltrattamento intra-familiare, qualunque sia la tipologia di famiglia dove questo si verifica, la disfunzione familiare è già in atto [11]. Non siamo quindi in un ambito di prevenzione primaria, come può avvenire in altre situazioni di fragilità genitoriale; tuttavia, condivideremo che è possibile parlare comunque di prevenzione (secondaria e terziaria) se la pensiamo come:
a) azione volta a prevenire ulteriori comportamenti maltrattanti verso i minori segnalati;
b) prevenzione sia di ulteriori e più gravi ricadute in comportamenti disfunzionali e/o maltrattanti, sia rispetto al coinvolgimento in dinamiche patologiche di altri minori eventualmente presenti nel nucleo familiare;
c) in una prospettiva a lungo termine, gli interventi clinici e terapeutici intendono rappresentare una possibile prevenzione alla ripetizione del maltrattamento nelle generazioni successive, interrompendone la catena di trasmissione intergenerazionale.

Il ricongiungimento familiare contiene al proprio interno alcune questioni importantissime in tema di attaccamento [12], che sono collegate al susseguirsi di plurime esperienze di perdita e distacco e di sollecitazioni a reinvestire su nuovi legami [13]. «Il ricongiungimento familiare costituisce una migrazione nella migrazione» [14].
Per certi versi il tema del ricongiungimento è molto vicino a quello dell’adozione internazionale: in entrambi ci sono il vissuto dell’abbandono, il trauma dello strappo da chi si è preso cura del bambino fino a quel momento, il lungo e difficile viaggio verso un luogo misterioso e nuovo, l’immersione in una lingua e cultura sconosciuta, la fatica di ritrovare una familiarità che non sempre ha avuto modo di consolidarsi nel paese di origine, il superamento del senso di estraneità e di spaesamento che sempre accompagnano i processi migratori [15].
Se da un lato il ricongiungersi può rappresentare una sorta di riparazione alla separazione, allo stesso tempo rappresenta una cesura con quella che è stata la vita del bambino fino a quel momento; ciò può comportare l’attivazione di meccanismi difensivi ai sentimenti di angoscia e di perdita della propria sicurezza ed integrità [16].
In generale possiamo condividere l’opinione che, a fronte dei possibili vantaggi economici che possono trarre dagli invii di denaro da parte del genitore migrante, i bambini spesso pagano il prezzo della separazione con ripercussioni negative sul loro benessere psicologico. «Numerose ricerche dimostrano che questi minori sono soggetti a stress emotivo e psicologico, sentimenti di abbandono, di bassa autostima, ansia e depressione, che possono influire sullo sviluppo complessivo e sui processi di socializzazione» [17].
In base alla letteratura e alla nostra esperienza clinica, possiamo considerare come fattori di rischio che possono amplificare questo percorso già difficile alcuni elementi di seguito riportati, in riferimento sia ai figli sia agli adulti.
Un difetto nella qualità dell’attaccamento primario: ovvero se il genitore o i genitori hanno potuto offrire cure primarie adeguate e se queste hanno potuto consolidarsi in un tempo congruo di vita insieme, consentendo al figlio di strutturare le basi di un buon attaccamento con modelli operativi interni positivi. Una carenza di buone cure primarie complica la possibilità di ritrovare in maniera autentica un genitore che non si riconosce come figura di riferimento. Anche la qualità e la stabilità delle cure sostitutive ha un’importanza centrale, perché da un lato permette di mantenere viva la relazione col genitore distante, e dall’altra permette che il bambino si consolidi emotivamente, favorendo lo sviluppo di abilità e di competenze che possono sostenerne la resilienza. L’introiezione delle figure genitoriali come oggetti interni saldi e sicuri fornisce la base per poter affrontare i cambiamenti della migrazione e aiuta a definire l’identità del bambino. 
Il padre di Mihaela, di professione ballerino di danze popolari, era partito per andare a fare il muratore in Turchia quando Mihaela era neonata, poi era venuto in Italia, per lavorare sempre nell’edilizia. Ogni tanto tornava in Romania, ma si fermava poco. Mihaela vive con la mamma e i nonni in una situazione di precarietà sia economica che affettiva: la madre spesso si allontana da casa, cambia vari lavori e varie abitazioni, non sempre portando con sé la figlia, ma affidandola spesso ad altre persone, anche estranee al contesto familiare. In uno dei periodi di ritorno del padre dall’Italia, i genitori concepiscono il fratello di Mihaela, che ha circa 5 anni meno di lei. Poco dopo la sua nascita anche la madre si allontana dalla Romania per recarsi in Spagna, con un nuovo compagno. Mihaela e suo fratello si spostano varie volte, ospiti dei nonni paterni e dei nonni materni, che vivono in due zone rurali distanti qualche centinaia di km. Mihaela cambia numerose scuole, nel corso dei primi anni delle elementari. Mihaela non prova molta nostalgia per i nonni, anche se a volte in seduta ricorda dei dettagli della sua vita con loro; però si sente sola, sente di non essere mai appartenuta a nessuno. Ogni tanto i genitori ritornano, in modo alternato; Mihaela percepisce che la loro relazione si sta interrompendo ed osserva con angoscia che entrambi hanno varie relazioni extraconiugali.
L’età del ricongiungimento: risulta più semplice se il bambino è più piccolo, in età prescolare o della scuola primaria, diventando più complesso man mano che ci si avvicina all’adolescenza, in cui si evidenziano difficoltà maggiori di tipo relazionale e di inserimento nel nuovo contesto [18].
Mihaela arriva in Italia a 10 anni per volontà del padre, mentre il fratello viene ricongiunto dalla madre in Spagna. L’accordo dei due genitori non tiene conto del legame fra i bambini: Mihaela nelle sedute con la psicologa parlerà a lungo del dolore per essere stata separata dall’unico elemento della famiglia con cui aveva creato un legame autentico, e dell’angoscia per il fratello che continua a crescere senza di lei.
Preparazione al ricongiungimento: sarebbe opportuno che il genitore che intende ricongiungere a sé il figlio riuscisse a spiegargli la propria intenzione, coinvolgendolo nella progettualità; la famiglia sostitutiva dovrebbe poter collaborare a tale preparazione. Invece frequentemente, intuendo le difficoltà a cui i figli potrebbero andare incontro, la decisione di ricongiungerli è comunicata improvvisamente in prossimità del momento in cui sta per avvenire, senza spazio preparatorio.
Nella storia di Mihaela non c’è spazio per alcun tipo di spiegazione: né al momento dell’improvvisa partenza, né in seguito. La ragazza fantastica di poter accedere, una volta maggiorenne, alla documentazione giudiziaria della separazione dei genitori, per poter capire le ragioni che hanno determinato la divisione dal fratello e l’assegnazione di ognuno di loro ad un genitore diverso.
Modalità e tempi del ricongiungimento: più un percorso di ricongiungimento è pensato, e organizzato, anche in relazione alla specifica fase del ciclo di vita dei figli, più risulta coerente ed affrontabile per il bambino. Non sempre ai bambini viene detto che si tratta di un progetto che nelle intenzioni vuol essere definitivo o almeno a lungo termine.
Mihaela ha dovuto subire modalità e tempi; è arrivata in Italia a metà dell’ultimo anno della scuola primaria, senza sapere l’italiano e dovendosi adattare ad un anno scolastico già in corso.
Tipo di famiglia a cui il minore si ricongiunge: può capitare che il bambino raggiunga un genitore che nel frattempo ha iniziato una relazione con un partner diverso, con cui può avere generato dei figli già nati in Italia; peraltro il partner può essere o meno culturalmente omogeneo. Quindi il minore deve trovare un proprio posto in una famiglia che non è più la sua, e che nel tempo ha integrato nuove figure.
Il padre è per lei poco più di uno sconosciuto, e sconosciuta è per lei la nuova compagna italiana del padre, da cui egli avrà successivamente una bambina, vissuta da Mihaela come una sorella a cui è toccata una fortuna che lei non ha: “R. ha tutti e due i genitori insieme e io non li ho mai avuti… sono contenta che mi nasce una sorella, ma un po’ la odio anche”.
La presenza di un partner non genitore del bambino: può comportare uno sbilanciamento nella coppia, e l’arrivo del bambino può costituire un elemento scatenante di conflitti e litigi.
La nuova compagna italiana del padre di Mihaela inizialmente accoglie bene la ragazzina, ma anche lei è impreparata e si stupisce dell’inattesa reattività che manifesta. La relazione con l’uomo è iniziata subito dopo l’interruzione di gravidanza di una precedente compagna, mentre lei non riesce a rimanere incinta: quando finalmente corona il suo sogno, perde il bambino dopo poche settimane di gravidanza ed attribuisce la colpa dell’aborto spontaneo allo stress che Mihaela le procura con il suo comportamento oppositivo-provocatorio. Il padre di Mihaela è dibattuto fra queste due istanze, non sa cosa fare e reagisce con i maltrattamenti, che anche la compagna infligge a Mihaela, sebbene in forma più lieve.
Quadro di accoglienza nel paese ospite: pensiamo al contesto ambientale in generale e nello specifico alla scuola, che, essendo uno spazio molto presente nella vita del bambino, può avere un importante compito preventivo e anche nella rilevazione del disagio. Spesso le rivelazioni sul maltrattamento da parte dei bambini avvengono nell’ambiente scolastico, dove essi si confidano con i coetanei ma anche con gli insegnanti.
Mihaela riesce a parlare dei maltrattamenti (botte, cinghiate, ingiurie, severi maltrattamenti psicologici) da parte del padre e della sua compagna agli insegnanti del primo anno della scuola superiore, stanca ormai di una situazione familiare diventata insostenibile. Le insegnanti la accompagnano al Servizio Sociale; i maltrattamenti sono refertati dall’ospedale e Mihaela viene inserita ex art. 403 in una comunità educativa per minori, dove rimarrà fino alla maggiore età. Il padre e la compagna del padre sono rinviati a giudizio. La Procura, nel capo d’imputazione, scrive che entrambi «maltrattavano Mihaela in maniera tale da determinarne uno stato di prostrazione, di terrore, di avvilimento e di sofferenza».
Aspettative e desideri del bambino: oltre agli aspetti concreti, i bambini invitati a partire nutrono delle fantasie nei confronti dei genitori che ritroveranno che spesso non corrispondono alla realtà [19]: l’immagine idealizzata del genitore forte, potente, capace di provvedere economicamente anche se distante, lascia il posto ad una realtà difficile, dove risaltano le difficoltà e le fatiche dello stesso, comprese anche quelle relative alla reale integrazione con il contesto di accoglienza, e ciò induce sentimenti di delusione e rabbia, con conseguenti reazioni di ritiro o depressive, oppure di manifesta oppositività e devianza [20,21].
Mihaela non riesce a riconoscere la figura del padre e della sua compagna come figure genitoriali a cui fare riferimento; infatti ben presto inizia a comportarsi in modo oppositivo e provocatorio, rispondendo male alle loro richieste, nascondendo del cibo in camera propria, raccontando bugie di vario tipo e investendo ben poche energie nello studio, al contrario di quello che il padre vorrebbe per lei, ossia un diploma italiano che secondo lui ha più valore di uno rumeno. Ciò che segnalava un grande disagio psicologico ed emotivo, trovava come prevalente risposta il ricorso a comportamenti maltrattanti che venivano rinforzati in maniera circolare dai comportamenti della ragazza.
Il mandato migratorio: la lettura etnopsicologica ci offre la prospettiva più ampia di riflessione sulla questione del mandato migratorio [14], perseguito a volte anche a scapito del benessere personale e di quello dei figli che devono lasciare. La scelta migratoria spesso non risulta una scelta individuale e improvvisa, ma testimonia un progetto più ampio, un evento familiare [22]. Frequentemente la decisione di migrare degli adulti avviene sulla spinta di una profonda sofferenza, a volte non pienamente riconosciuta, elaborata e superata (donne e uomini in fuga dalla povertà o da relazioni fallimentari), oppure perché designati dalla famiglia come artefici del possibile cambiamento delle condizioni economiche e sociali. «La migrazione, seppure indotta da motivazioni varie, di indigenza economica, di fuga da realtà difficili sul piano sociale e politico, o da spinte di ribellione personali a situazioni familiari, conflittuali o violente, si configura come un’esperienza traumatica dove la perdita di continuità e di sradicamento porta dolore, solitudine e smarrimento» [23]. Tale rischio è avvertito con maggiore intensità se durante l’infanzia sono state vissute situazioni significative di deprivazioni e carenze a proprio danno, all’interno della propria rete familiare. Infatti, nei ricongiungimenti che non hanno funzionato, spesso gli stessi genitori sono portatori di storie drammatiche e di mancanza di adeguate cure genitoriali, che a loro volta trasmettono ai figli.
Il padre di Mihaela parte dalla Romania con un progetto migratorio familiare, dapprima in Turchia, dove vive in condizioni molto dure, poi in Italia. Quando parte dal suo Paese è innamorato della moglie e desidera dare un futuro migliore a lei e alla loro bambina. Per garantire maggiori entrate economiche si adatta a fare il lavoro di muratore, rinunciando al suo lavoro precedente, collegato alle tradizioni culturali del suo paese. Ad ogni ritorno in patria verifica tuttavia il progressivo allontanamento della moglie, che ha iniziato a tradirlo e a lasciare la bambina ad altri, senza riuscire ad occuparsene personalmente. La migrazione dell’uomo perde di significato, lasciandolo deluso e confuso.
Un approfondimento specifico merita la migrazione al femminile [24]. È la situazione della partenza di donne adulte, che lasciano i figli nei luoghi di origine, affidati alla propria madre, a sorelle, raramente al marito, a volte anche istituzionalizzati. In alcuni casi, la comunità di appartenenza stigmatizza la scelta della madre come una colpa, poiché l’emigrazione va in antitesi con l’immagine materna di cura nei confronti della prole [25]. È un fenomeno che si rileva ormai da anni verso i paesi industrializzati, in cui l’ingente migrazione di queste donne risponde al bisogno di servizi e cure alle persone. I bambini che restano nel paese di origine, non sempre affidati a cure sostitutive adeguate, vengono definiti da alcuni autori “orfani bianchi”; le madri lontane a loro volta sono definite “madri a distanza”. Per conservare il legame con i figli, vengono mantenute strategie di accudimento attraverso una comunicazione mediata ma in genere regolare, sfruttando anche le tecnologie disponibili (sms, Whatsapp, Skype, internet in generale), dando vita alle cosiddette “famiglie transnazionali” [26].

Capacità di elaborare il trauma migratorio: solamente quando il genitore ha potuto elaborare il proprio percorso migratorio, può accompagnare il figlio per una buona preparazione alla migrazione [27]. Nel tentativo di rimuovere gli elementi difficili e dolorosi collegati al paese di origine (se anche per i genitori si è trattato di una storia traumatica), i genitori possono fare ricorso a meccanismi di difesa come la scissione, la sospensione, il tentativo di dimenticare, il non parlare della storia passata, pensando illusoriamente che ciò possa favorire il processo di assimilazione del figlio nel paese di accoglienza. Tuttavia tutti noi abbiamo bisogno di sapere da dove veniamo per poter costruire la nostra identità: nel caso di chi affronta il passaggio della migrazione ciò può avvenire attraverso la costruzione di un legame fra le storie, quella propria e del bambino, e tra mondi e culture diverse. La narrazione acquista un valore fondamentale come opportunità di tessitura della trama familiare a garanzia di continuità di una esistenza che ha dovuto affrontare numerosi eventi di cambiamento e di perdita.
Non abbiamo molti dati sulla famiglia d’origine del padre di Mihaela e sul tipo di accudimento che ha avuto. Nei colloqui con la psicologa si concentra a parlare della figlia, della delusione per la denuncia, dell’affetto che comunque prova per lei, ammettendo parzialmente i maltrattamenti che le ha inferto. Non riesce a concentrarsi su di sé, come se le radici non fossero importanti; fatica a parlare di ciò che non è concreto.
Preparazione all’accoglienza e tempo dedicato al bambino: generalmente il percorso migratorio dei bambini risulta tutelato nei suoi aspetti materiali, con una frequente buona collaborazione tra i nuclei familiari originari e la famiglia immigrata, mentre invece gli aspetti emotivi che lo accompagnano spesso vengono ignorati o sottovalutati [28]. Il ricongiungimento dei figli porta ad aumentare il carico di responsabilità della famiglia e anche l’impegno economico del mantenimento, che spesso comporta un aumento dell’orario lavorativo e il rischio di un isolamento sociale, a cui si associa una riduzione del tempo da dedicare al bambino.
Il padre di Mihaela non riesce a preparare l’arrivo della figlia, che non sembra essere stato pensato ma deciso in modo improvviso dopo l’ennesimo litigio con l’ex moglie. Quando ne parla, esprime un grande dolore per il fatto di non aver più potuto vedere l’altro figlio, il suo unico maschietto, di cui cerca le immagini sul profilo Facebook dell’ex moglie, verificando quanto sia cresciuto. Dopo il ricongiungimento con Mihaela, continua a lavorare per molte ore al giorno, essendo di fatto assente nella vita della figlia.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Nel lavoro con queste famiglie, nella presa in carico dei genitori e dei figli, tutti in condizione di sofferenza, diventa evidente come alla base ci sia l’impossibilità a riconoscere, uno nell’altro, la fatica e il dolore correlato alla migrazione [29]. Verosimilmente, più alta è la probabilità che non sia stato possibile elaborare il trauma migratorio, prendere contatto con la propria sofferenza e superare i vissuti di perdita, e più sarà complicato, per i genitori, riconoscere la fatica del figlio nel percorso di riavvicinamento che gli viene richiesto, nonostante entrambi provino analoghi vissuti. Il maltrattamento rende manifesto il dolore profondo che inquina le relazioni familiari, e comporta la necessità di un intervento esterno contenitivo e protettivo, sia in ambito clinico che giudiziario [30]. Nella lettura delle dinamiche familiari e di ciò che non ha funzionato, nell’impostazione di un percorso di valutazione/sostegno genitoriale, il processo migratorio è un elemento che gioca un peso importante, che va letto anche in una prospettiva etnopsicologica. Favorire terapeuticamente la condivisione delle esperienze di perdita e di abbandono permette l’accesso al dolore e ai vissuti emotivi, offrendo la possibilità di ritrovarsi su un piano differente, e di poter dar vita a nuovi investimenti.
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