L’oggetto Dixit nella pratica clinica:
uno strumento analogico al servizio
della co-costruzione

Maurizio Barone1, Anna Lanza2, Alice Cupini3, Michele Damicis4,
Francesca Marroni
3, Sara Massimi3



Particolarmente dedicato ai medici e agli operatori della salute, l’articolo col­locato in questa sezione risponde a una domanda fondamentale sulla possibilità di utilizzare, fuori dal campo in cui esso nasce, il sapere che origina dal lavoro degli psicoterapeuti.


Especially adressed to practitioners and other health specialists, the article placed in this section answers to the main question on the possibility to make use of the knowledge resulting from the work of psychoterapists outside the field in which it is born.


Dedicado especialmente a los médicos y demás profesionales de la salud, el artículo presentado en esta sección responde al tema fundamental sobre la posibilidad de utilizar los conocimientos derivados del trabajo de los psicoterapeutas fuera de su campo original.

Riassunto. L’articolo propone l’utilizzo clinico di un nuovo strumento: il mazzo di carte fornito con il gioco da tavolo Dixit, e la sua espansione Dixit-2 Quest. Le carte Dixit prese in considerazione, realizzate da Marie Cardouat, un’illustratrice di libri per bambini, sono affascinanti ed uniche. Liberano la fantasia e coinvolgono il giocatore, proiettandolo in un mondo onirico, fiabesco ma non esclusivamente infantile. Sono figure prive di testo che traggono ispirazione dai grandi dell’arte e della letteratura, da Magritte a Dalí, passando per Lewis Carroll. Decontestualizzate dal gioco esse possono assumere la valenza di “oggetto fluttuante”, nel senso dato da Caillé a questa definizione. Diversamente dalle altre tecniche di terapia basate sull’impiego di mezzi figurativi, le carte Dixit vengono proposte senza una pre-codifica semiotica o iconologica. La forza evocativa delle loro immagini simboliche e metaforiche, viene utilizzata in una precisa prospettiva clinica, che l’articolo descrive. Ai pazienti, sulla base di un tema-obiettivo condiviso, viene chiesto di operare delle scelte, individuando sequenze di carte corrispondenti a rappresentazioni, emozioni e vissuti della propria interiorità. Tutti i contenuti che a vari livelli scaturiranno dalla creazione di questo nuovo contesto esperienziale, troveranno una traduzione operativa nel processo di co-costruzione in essere. Gli autori, dopo alcune riflessioni sui tarocchi – “antenati” delle carte Dixit – e sulle carte stesse, tracciano la cornice concettuale che racchiude il loro modo di concepire questa tecnica ( Oggetto Dixit), per poi passare in rassegna alcuni dei suoi innumerevoli possibili impieghi nei diversi setting.

Parole chiave. Carte Dixit, immagini simboliche, metafora, nuclei tematici, oggetto fluttuante, terapia individuale di coppia e familiare, modello complesso, co-costruzione.

Summary. The Dixit object in clinical practice: an analog tool for co-construction.
The article proposes the clinical use of a new tool: the deck of cards supplied with the Dixit board game, and its Dixit-2 Quest expansion. The Dixit cards taken into consideration are fascinating and unique, and were created by Marie Cardouat, an illustrator of children’s books. They unleash one’s imagination and engage the players, projecting them into a dreamlike, fairy-tale world which is, however, not exclusively childish. The cards have no text, just pictures that draw inspiration from the greatest works of art and literature, from Magritte to Dalí, up to Lewis Carroll. Once decontextualised from the game, they become “floating objects”, in the sense given to the term by Caillé. Unlike other therapeutic techniques based on the use of pictures, Dixit cards are offered without there being precoded answers from a semiotic or iconological point of view. The evocative power of their symbolic and metaphorical images is used in a specific clinical perspective, which the article describes. On the basis of a shared objective-theme, patients are asked to make choices, identifying sequences of cards corresponding to representations, emotions and experiences of their inner self. All responses and themes that at various levels will arise from the creation of this new experiential context will find an operative translation in the co-construction process in place. After some reflections on the tarot cards – the “ancestors” of Dixit cards – and on the cards themselves, the authors will provide the conceptual framework for understanding the way they devised this technique ( Dixit Object), to then review some of its countless possible uses in different settings.

Key words. Dixit cards, symbolic images, metaphor, themes, floating object, individual couple and family therapy, complex model, co-construction.

Resumen. El objeto Dixit en la práctica clínica: una herramienta análoga para co-construcción.
El artículo propone el uso clínico de un instrumento nuevo: la baraja de cartas en el juego de mesa Dixit y su expansión Dixit-2 Quest. Las cartas Dixit en cuestión, realizadas por Marie Cardouat, una ilustradora de libros para niños, son fascinantes y únicas. Dejan libre la fantasía e implican al jugador, proyectándolo en un mundo onírico, de cuentos, no exclusivamente infantil. Son imagines sin texto que se inspiran en los grandes maestros del arte y de la literatura, desde Magritte hasta Dalí, pasando por Lewis Carroll. Descontextualizadas del juego, pueden tener significado de “objetos fluctuantes”, en el sentido que Caillé ha dado a esta definición. Las cartas Dixit, a diferencia de las demás técnicas de terapia basadas sobre el empleo de medios figurativos, se proponen sin pre-codificación semiótica e iconológica. La fuerza evocativa de sus imagines simbólicas y metafóricas, se utiliza en un precisa perspectiva clínica, como describe el artículo. A los pacientes se les pide de escoger en base a un tema objetivo compartido, individuando secuencias de cartas correspondientes a representaciones, emociones y experiencias de vida interiores. Todos los contenidos que a diferentes niveles surgirán de la creación de este nuevo contexto experiencial, se traducirán operativamente en un proceso de co-construcción en ser. Los autores, después de algunas reflexiones sobre los tarot – “antepasados” de las cartas Dixit – y sobre las cartas mismas, trazan un marco conceptual que encierra su forma de concebir esta técnica ( Objeto Dixit), para después pasar en reseña algunos de sus innumerables posibles empleos en varios setting.

Palabras clave. Cartas Dixit, imágenes simbólicas, metáfora, núcleos temáticos, objetos fluctuantes, terapia individual de pareja y familiar, modelo complejo, co-construcción.
OGNI INIZIO HA GIÀ UNA STORIA
Per entrare nella vita di qualcuno servono scarpe comode e mani delicate. Gli occhi attenti del terapeuta esploratore guidano – nell’animo del paziente – la ricerca di tesori perduti, sommersi, inghiottiti dal mare. Trovare il punto in cui immergersi è una delle prime avventure: seguire la mappa delle narrazioni, incrociarla con gli indizi delle emozioni, avendo fiducia nella relazione terapeutica e usando l’intuito per colmare le parti mancanti; sempre pronti a riconsiderare volatili “certezze” in divenire. Poi ci si ferma raccogliendosi in se stessi, per pochi istanti, prima di cercare la profondità, la complessità, in modo pensato e sentito: è un’avventura da fare insieme, terapeuta e paziente. Rosa aveva tesori sommersi nel fondo dell’abisso, talmente sommersi che lei stessa era convinta di non averne affatto. Li celava sotto enormi cumuli di sintomi fisici, infrangendosi sui quali il mare esplodeva in onde grandi, schiumose e spaventose. Rari momenti di calma piatta consentivano di prendere fiato e scendere per qualche metro, ma poi la tempesta psicosomatica si riattivava e costringeva a un veloce ritorno in superficie. Alice, terapeuta in formazione con ancora poca esperienza ma grande passione, cercava di destreggiarsi tra i flutti come poteva, alla ricerca del punto e del momento giusti in cui immergersi: lei la chiamava “la porta”, quella che cercava e che celava i tesori di Rosa. Alice aveva provato a costruire diverse mappe, con attenzione e cura, e Rosa era stata brava a fidarsi di lei, ma mancavano metri e metri alla meta preziosa. La terapeuta cercava incessantemente possibili strade: nel suo stesso mondo, nella trama quotidiana delle sue relazioni e delle sue abitudini. Era un cercare inconsapevole e curioso, che si alimentava delle azioni più semplici e degli oggetti più impensati. Fu una sera invernale, di quelle fatte di amici, buon cibo e giochi intorno ad un tavolo, a regalarle qualcosa di nuovo. Il gioco si chiamava Dixit. Ogni sua carta era una piccola avventura, racchiudeva suoni e odori, quasi a volerti trasportare dentro. Alice ci aveva giocato tante volte, divertita e spensierata, ma quella sera fu diverso; l’esplorazione degli abissi di Rosa le aveva lasciato una curiosità intensa, che si era fatta strada tra i suoi pensieri e le sue emozioni, senza dare troppo nell’occhio, ma mettendosi comoda. Le carte entrarono nella sua mente come giochi, semplici disegni da cui farsi ispirare, ma non presero la solita strada, quella della pancia che si diverte e che risponde in libertà. Fecero un’inversione e si persero un po’. Vagarono, fecero alcune giravolte e poi, dritti come un fuso, arrivarono alla mente di Alice, quella più ostinata e diligente: fu lì che da semplici carte, si trasformarono in possibili chiavi. Chiavi per porte che dimorano negli abissi, e che promettono scoperte inestimabili. Le carte! Stravaganti personaggi, ambientazioni surreali e metafisiche, fascino dell’ambiguo, chimere, oggetti convenzionali, sconosciuti o trasfigurati. Tutte le carte di quel mazzo possedevano un dono, quello di sussurrare ad ognuno cose diverse, di fornirgli una melodia a lui solo accessibile, di parlare un linguaggio universale e personalissimo. Rappresentazioni estranee alla quotidianità pur alludendo ad essa, originali ed antichissime. Capaci di connettersi alla parte più ancestrale e profonda di noi come al nostro cuore di bambino. Alice giocatrice appassionata e Alice terapeuta accorta e tenace si incontrarono, si strinsero la mano e decisero di unire le loro forze. Le carte avrebbero placato le onde di Rosa? Sarebbero state la strada e la chiave giusta? Avrebbero aperto “la porta”? E Rosa avrebbe resistito alle forti correnti andando oltre la superficie?
Alice credeva di sì e con la mappa in mano e le sue scarpe comode indosso… delicatamente… si avventurò.
DIXIT: IL GIOCO
Il gioco da tavolo Dixit nasce nel 2002 in Francia dalla mente di Jean-Louis Roubira, psichiatra infantile, specializzato nella relazione madre-bambino. Roubira è solito ritagliare immagini da riviste per bambini (soprattutto opere di Charles Perrault) per utilizzarle durante le sue psicoterapie. Concepisce il suo “gioiello” come uno strumento al servizio di fantasia, immaginazione e strategia individuali, come opportunità per divertirsi insieme e condividere uno spazio mentale che si apre su incantati mondi simbolici ed ispirazioni surreali. Le ottantaquattro carte del mazzo base e altrettante della prima espansione, Dixit-2 Quest (le sole da noi scelte e utilizzate), sono realizzate da Marie Cardouat, un’illustratrice di libri per bambini. Le raffigurazioni proposte da Cardouat sono affascinanti ed uniche, liberano la fantasia e coinvolgono il giocatore, proiettandolo in un modo fiabesco ma non esclusivamente infantile. Figure ispirate ai grandi dell’arte e della letteratura, da Magritte a Dalí, passando per Lewis Carroll. L’illustratrice mette il proprio talento al servizio di Roubira creando simboli che rispecchiano ed esaltano intenti e contenuti cari all’ideatore, quali la nascita, il viaggio, le paure, la libertà, la relazione adulto-bambino, la poesia, l’amore. Temi consueti per uno psichiatra infantile, che ne fa il centro della sua proposta ai giocatori: a loro si chiede di dare una propria definizione di una carta scelta, tale da soddisfare il mandato paradossale del gioco. La casa editrice Libellud nasce proprio grazie a Dixit avendo reputato il gioco giusto per farsi conoscere. Nel 2008 il gioco viene commercializzato e gli appassionati acquirenti le danno ragione. Dixit si afferma in tutto il mondo superando le più rosee previsioni. Si deve attendere solo il 2010 perché conquisti lo Spiel des Jahres, l’illustre premio che si assegna in Germania al miglior gioco da tavolo dell’anno. In Italia il gioco è distribuito da Asmodee. Tralasceremo qui di spiegarne il meccanismo, limitandoci a sottolineare che, a partire dai sei anni in su, consente ai giocatori di affrontarsi in una sfida originale e paradossale, che richiede fantasia e strategia, nella quale il ruolo della sorte è praticamente ininfluente. Dice Roubira, il creatore di Dixit: «Io lavoro molto con giovani che hanno grandi difficoltà a esprimere i loro sentimenti»; questo lo ha portato a concepire un gioco coinvolgente in cui le immagini divenissero ispiratrici di associazioni e pensieri.
DIXIT: IL MAZZO DI CARTE CON LA SUA PRIMA ESPANSIONE
L’idea di un impiego clinico delle carte Dixit (CD), decontestualizzate dal gioco in scatola, deriva proprio dalla grande potenzialità, insita nei disegni ambigui e fantastici, di aprire il sistema terapeutico alla dimensione del simbolico e del profondo, il “luogo” dell’organizzazione mentale dove risiedono – nell’accezione proposta da Cancrini [1] – nuclei tematici personalizzati, complessi e inaccessibili all’attenzione cosciente. Per mezzo delle rappresentazioni simbolico-visive fornite dalle carte, utilizzate in attuazione di diversi schemi operativi che in seguito verranno illustrati (vedi paragrafo “Nel cuore dell’oggetto Dixit”), è possibile far emergere aspetti latenti dei vissuti e delle rappresentazioni dei pazienti inerenti sia al Sé sia alle relazioni in cui esso si dispiega. A partire da questo materiale può svilupparsi un lavoro di co-costruzione che vede paziente, coppia o famiglia e terapeuta dare vita ad interazioni con potenzialità di rinnovato deutero-apprendimento [2]. Ma partiamo dall’inizio. Dalle origini ancora più remote di questa storia, che arbitrariamente facciamo coincidere con la nascita dei Tarocchi.
DAI TAROCCHI ALLE CD: UNA STORIA PLURIGENERAZIONALE
«I Tarocchi funzionano come uno specchio. Allo stesso modo, il mito funziona come uno specchio che descrive avvenimenti inconsci. La sua lettura deve passare tramite il linguaggio emotivo, il linguaggio del cuore».
Alejandro Jodorowsky [3]

I tarocchi sono gli antichi “antenati” delle CD. La loro nascita è avvolta in un denso mistero che ne amplifica l’effetto suggestivo. Nonostante ufficialmente siano originari di Marsiglia – essendo quella la sede del primo produttore conosciuto – è molto discussa dagli storici e dai differenti autori la loro effettiva provenienza.
Qualunque siano le loro origini, i tarocchi di Marsiglia, delle innumerevoli versioni di tarocchi conosciute, rappresentano quella più utilizzata e studiata, divenuta per alcuni intellettuali oggetto di complesse speculazioni al limite dell’ossessione.
Vogliamo citare, a proposito della fascinazione esercitata da queste carte, un suggestivo isomorfismo che ha per protagonisti due autori e letterati appartenenti entrambi al milieu occidentale, ma di estrazione culturale e socio-antropologica molto diversa; Italo Calvino e Alejandro Jodorowsky.
Per entrambi l’incontro con i Tarocchi di Marsiglia risulta “fatale” e coincide con il travaglio creativo, generativo di nuovi significati.
Come ci ricorda Vittori [4], descrivendo il Gioco dei Destini incrociati di Bruni [5], Italo Calvino scrisse una nota a margine dell’opera Il castello dei destini incrociati [6] della quale riportiamo di seguito alcuni stralci:
«Mi sono applicato soprattutto a guardare i tarocchi con attenzione, con l’occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un’iconologia immaginaria. Ho cominciato con i tarocchi di Marsiglia, cercando di disporli in modo che si presentassero come scene successive d’un racconto pittografico. Quando le carte affiancate a caso mi davano una storia in cui riconoscevo un senso, mi mettevo a scriverla; accumulai così parecchio materiale; posso dire che gran parte della Taverna dei destini incrociati è stata scritta in questa fase; ma non riuscivo a disporre le carte in un ordine che contenesse e comandasse la pluralità dei racconti; cambiavo continuamente le regole del gioco, la struttura generale, le soluzioni narrative».
«Così passavo giornate a scomporre e ricomporre il mio puzzle, escogitavo nuove regole del gioco, tracciavo centinaia di schemi, a quadrato, a rombo, a stella, ma sempre c’erano carte essenziali che restavano fuori e carte superflue che finivano in mezzo, e gli schemi diventavano così complicati (acquistando talora anche una terza dimensione, diventando cubici, poliedrici) che mi ci perdevo io stesso».
«Passava qualche mese, magari un anno intero, senza che ci pensassi più; e tutt’a un tratto mi balenava l’idea che potevo ritentare in un altro modo, più semplice, più rapido, di riuscita sicura. Ricominciavo a comporre schemi, a correggerli, a complicarli: m’impelagavo di nuovo in queste sabbie mobili, mi chiudevo in un’ossessione maniaca. Certe notti mi svegliavo per correre a segnare una correzione decisiva, che poi portava con sé una catena interminabile di spostamenti. Altre notti mi coricavo col sollievo d’aver trovato la formula perfetta; e al mattino appena alzato la strappavo».
In tutt’altra latitudine e da tutt’altra prospettiva Jodorowsky, autore di pantomime e pièces teatrali, di romanzi e libri di fumetti, creatore e regista di film visionari surreali e magici, quali Il paese incantato, El Topo, La montagna sacraSanta sangre e Musikanten, viene affascinato da Paquita – una sorta di santona conosciuta negli anni Sessanta – e dal suo modo di condurre le persone alla guarigione psicologica. Decide allora di dedicarsi anima e corpo alla creazione di un metodo in grado di “catturare” la mente di persone sofferenti, portandola ad osservare i problemi da una diversa prospettiva. Jodorowsky, sviluppa un modo di affrontare (e far affrontare) i problemi che punta proprio all’assunzione di una visione e di un atteggiamento che oltrepassi qualsiasi consuetudine. Per superare un problema con maggiore serenità a volte è sufficiente vederlo con occhio diverso, considerarlo come un’opportunità e un momento di crescita. Ciò che libera dall’abitudine è l’ atto poetico (estetica del cambiamento), ovvero l’azione che porta alla novità, al cambio di rotta, alla sperimentazione di come noi stessi reagiamo dinanzi all’imprevisto, che Jodorowsky illustra attraverso resoconti di casi riportati nei seminari e nei suoi libri [7-10]. Il merito di questo instancabile “perturbatore creativo” è quello di aver coniugato la forma dei rituali magico-esoterici ad un processo di stampo rigorosamente psicologico, inscritto a pieno titolo nel filone della psicoterapia post-moderna. Nel suo percorso di incessante ricerca di suggestioni poetico-artistiche con finalità evolutive, l’incontro con i tarocchi appare come qualcosa di inevitabile:
«Anche se, come Breton [n.d.r.: André Breton, saggista e critico d’arte francese, poeta e teorico del surrealismo; studente di medicina si avvicinò con interesse alle tematiche psichiatriche e conobbe nel 1921 Sigmund Freud], capivo ben poco del significato di queste carte che in confronto alle seducenti immagini di Waite [n.d.r.: ideatore di un mazzo di tarocchi, 1908-1909] parevano quasi ostili – soprattutto gli Arcani Minori – ho deciso di scolpirle nella memoria sperando che ciò che il mio intelletto non riusciva a decifrare lo facesse il mio subconscio. Ho iniziato a memorizzare ogni simbolo, ogni gesto, ogni linea, ogni colore. Pian piano, aiutato dalla mia ferrea pazienza, sono riuscito a visualizzare a occhi chiusi, anche se in modo non perfetto, i 78 Arcani» [11, pp. 17].
«Tutto quello che volevo sapere era lì, tra le mie mani, davanti ai miei occhi, nelle carte. Era fondamentale smettere di dare retta alle spiegazioni che si basavano sulla “tradizione”, concordanze, miti, spiegazioni parapsicologiche, e lasciar parlare gli Arcani […]. Per consentire ai tarocchi di entrare a far parte della mia vita, ho compiuto alcuni gesti che uno spirito razionale potrebbe considerare puerili. Per esempio dormivo ogni notte con una lettera diversa sotto il cuscino, oppure andavo in giro tutto il giorno con una carta in tasca. Mi sono strofinato dalla testa ai piedi con le carte […]. Ho immaginato i pensieri, le emozioni, la sessualità e le azioni di ciascun personaggio. Li ho fatti pregare, insultare, far l’amore, declamare poesie, guarire» [11, p. 17].
Il fascino di questi semplici rettangoli di carta illustrata, ispirati al principio del ludendo intelligo, ha conquistato il mondo intero e stregato le menti di filosofi e terapeuti, tra i quali è annoverato anche Jung [12], che nei tarocchi vide il ciclo dell’esistenza nel dipanarsi attraverso i suoi “nodi” e la sua dimensione emotiva; in essi riconobbe la rappresentazione di archetipi di trasformazione come quelli che egli aveva trovato in miti, sogni e alchimia.
I tarocchi, se “letti” e utilizzati in chiave psicologica – la sola oggetto del nostro interesse – e se approcciati in chiave “religiosa” e non in chiave di deriva magica nel senso del distinguo batesoniano [13], permettono di analizzare il proprio potenziale e favoriscono la possibilità di fare luce sulle paure, sulle aspettative o sui punti di forza che accompagnano le diverse fasi della vita.
Francesco Bruni, illustrando il suo “Gioco dei Destini Incrociati” [4] ispirato ad alcuni scritti di Calvino, dice:
«Calvino scrive diverse storie adoperando le carte dei tarocchi e disponendole a rappresentare le scene che si succedono in ogni racconto. Il primo testo, Il castello dei destini incrociati, utilizza le miniature dei tarocchi viscontei della seconda metà del XV secolo, il secondo, La taverna dei destini incrociati, fa riferimento ai tarocchi di Marsiglia del 1761, ad oggi i più diffusi, non molto diversi dai tarocchi utilizzati in gran parte d’Italia come carte da gioco. Calvino avrebbe voluto aggiungervi un terzo testo, Il motel dei destini incrociati, ricorrendo alle immagini dei fumetti come equivalente contemporaneo dei tarocchi nel rappresentare l’inconscio collettivo, ma questa idea non venne realizzata».
Noi crediamo che le CD – degne discendenti della celebrata e prestigiosa “stirpe” dei Tarocchi – siano una delle possibili moderne versioni di questi, come quella immaginata e mai realizzata da Calvino. Tutti i successori di un’antica tradizione, per un verso conservano di questa aspetti significativi, mentre per un altro la innovano o la reinterpretano. Le CD mantengono – a nostro avviso – inalterato il fascino evocativo di carte simbolo di archetipi esistenziali, nonché la forma che richiama la dimensione del gioco, ma si differenziano totalmente per la parte iconografica. Abbandonato il simbolismo della tradizione esoterica occidentale, si presentano come una successione di immagini prive di testo, ispirate al fiabesco e caratterizzate da elementi del processo primario, che aprono alla dimensione onirica favorendo l’attuarsi di dinamiche proiettive del giocatore/paziente. Rendendo così disponibile il sommerso per un accorto e approfondito sviluppo co-costruttivo, in una prospettiva di crescita evolutiva e riparazione (in senso winnicottiano) [14].


OGGETTI E PSICOTERAPIA

«Gli oggetti fluttuanti sono delle calamite che attirano in superficie il sapere presente in profondità e lo rendono efficace. Non sono apriscatole per rompere il silenzio. Quando ne avrete compreso la dinamica, amerete sceglierli, riscoprirli, reinventarli o inventarne altri».
Philippe Caillé, Yveline Rey [15, p.13] 


Ogni oggetto presente nel setting, dal momento in cui entra in qualche modo nel mondo sensoriale del paziente, acquista – accanto alle sue proprietà fisiche – proprietà metafisiche. Più precisamente acquista un valore simbolico e metaforico che trascende le sue caratteristiche materiali e può evocare immagini mentali che sono un’interfaccia tra vita cosciente e profondità del mondo psichico.
La riflessione di Cancrini [1, p.56] sull’evocazione di nuclei tematici inaccessibili alla coscienza, sviluppata recuperando la classica analisi di Proust sul funzionamento della memoria, ben si presta ad illustrare questo concetto. Nella “Recherche” [16] a più riprese viene descritto il meccanismo casuale che ci permette – attraverso l’incontro sensoriale con un particolare oggetto (pianta, animale, cosa, un pezzetto di madeleine inzuppato nel tè) – di attivare una forma di memoria spontanea, preziosa quanto imprevedibile. Dice Cancrini:
«La descrizione non potrebbe essere più chiara. Proust fa riferimento qui a dei nuclei tematici, personalizzati e complessi, inaccessibili all’attenzione cosciente. Freud li considera, più o meno negli stessi anni, “rimossi” ipotizzando una forza […] che impedisce loro di emergere dall’inconscio. Jung svilupperà, sempre nello stesso periodo, lo studio di un metodo, quello delle libere associazioni, volto a rendere più probabile l’incontro, che Proust definisce casuale, con un segnale in grado di evocare l’immagine».
Il concetto di “oggetto terapeutico” si modifica nel tempo col modificarsi dei paradigmi scientifico-umanistici. A partire dagli anni Ottanta, il consolidarsi della visione costruttivista [17] produce una crisi – profonda quanto salutare – di nozioni fondanti la teoria psicoterapeutica. In particolare l’idea che percorre come un sisma il mondo della sistemica è quella della non estraneità dell’osservatore al processo della conoscenza, variamente definita «seconda cibernetica, complessità, costruttivismo» [18]. L’epistemologia costruttivista, in sintesi, ruota intorno alla tesi per cui comprendiamo il mondo attraverso la costruzione di concetti e categorie che lo organizzano. In parte li adattiamo per renderli compatibili con quelli degli altri, e in questa operazione veniamo guidati e contemporaneamente limitati dagli strumenti culturali che abbiamo a disposizione. La conoscenza (e di conseguenza “l’osservatore”) viene spogliata della pretesa di oggettività divenendo costrutto personale, sociale e locale. L’enfasi principale viene posta sul processo di creazione del significato, secondo il quale gli esseri umani interpretano e comprendono il mondo che li circonda.
Il punto di vista sulle tecniche si sposta al meta-livello, liberandosi da vincoli di Scuola in una prospettiva di ampia libertà di scelta tra diversi modelli [19]. L’anno 1994 vede la pubblicazione di un articolo ispirato ai principi del costruttivismo a firma Philippe Caillé [20] – terapeuta sistemico-relazionale – nel quale viene definito dettagliatamente il concetto di “oggetto fluttuante”, per indicare delle pratiche terapeutiche di matrice estetica sviluppate nel setting di terapia familiare o di coppia. Il concetto e le sue diverse forme di traduzione concreta in strumenti per il setting vengono illustrati in un successivo libro a cura dello stesso Caillé e di Yveline Rey [15]. Il valore di questo concetto è legato non tanto ai suoi corrispettivi tecnico-strumentali, quanto alla sua efficacia nel definire gli elementi fondamentali di una dinamica sempre attiva nel setting di psicoterapia, il cui andamento è determinante per gli esiti della terapia stessa. Per gli autori, lo spazio in cui operano gli oggetti fluttuanti ( spazio intermediario) «è un campo di sperimentazione e scoperta condivisa tra famiglia e terapeuta» [15, p.42], ovvero è un terreno di “gioco” in cui si può sperimentare tutto ciò che favorisce la dinamizzazione del racconto e la trasformazione evolutiva dei cosiddetti punti di vista. In questa prospettiva gli oggetti del setting non appartengono più genericamente al mondo fisico ma possono essere distinti in base alle funzioni, ai simbolismi, ai contesti che generano e alle configurazioni dinamiche che incorporano. Non sono più emanazioni unilaterali del terapeuta che “inducono” qualcosa ma bensì meditate perturbazioni che entrano a far parte di una dinamica in divenire. Nel campo degli oggetti fluttuanti non si iscrivono strumenti tecnici puri e semplici ma un insieme di elementi fisici e metafisici, di tecniche inseparabilmente accompagnate da elementi di comunicazione e di retroazione che marcano un preciso contesto. In assenza di questo insieme, qualunque tecnica/oggetto si introduca nel setting non può dirsi “oggetto fluttuante”.
Procediamo dunque ad una messa a fuoco dei requisiti di un oggetto fluttuante:
a) deve soddisfare i criteri della seconda cibernetica [21,22];
b) deve occupare uno spazio intermedio (o “terzo” del campo terapeutico) che lasci costantemente ben distinguibili (evitamento fusionale) lo “spazio del terapeuta” (individuo o sistema) e lo “spazio del richiedente” (individuo o sistema);
c) deve favorire la creatività dei pazienti (individui, coppie e famiglie) e la co-creatività nel setting;
d) deve favorire l’emergere di elementi più profondi e non individuabili a prima vista (ma talvolta ipotizzati dal terapeuta), occultati nella richiesta formale d’aiuto, costituenti la complessità dello “spazio del richiedente”;
e) deve contribuire alla circolazione di informazioni senza che sia disconfermato o squalificato l’“assoluto familiare”, in una prospettiva di superamento dello stesso [15, p.43];
f) deve operare in rinforzo dell’alleanza terapeutica.

In questa dimensione concettuale si inscrive l’Oggetto Dixit (OD), come vedremo più in dettaglio nei prossimi paragrafi.
LAVORARE CON L’IMMAGINE: UN’ANALISI COMPARATIVA
«Mentre l’immaginario si contrappone al reale, l’immaginale, si può dire, se ne sostanzia: l’immaginale è fusione vissuta di immaginazione e di realtà. L’immaginale, che di fatto è la sostanza del simbolo, è una manifestazione che coinvolge la nostra coscienza (liminare), nella quale risultano inscindibili il dato reale, percettivamente constatabile, dotato di evidenza, e il dato che emerge dalle componenti emozionali ed immaginative della nostra psiche».
Giulio Maria Chiodi [23, p. 174]

Volendo estrapolare dalla letteratura del settore un quadro di riferimento per l’uso in psicoterapia delle immagini, troviamo due ambiti a cui è riservata consistente considerazione e trattazione: quello delle immagini astratte, ambigue e poco strutturate (prototipiche sono le tavole Rorschach [24]) il cui impiego risponde prevalentemente a finalità valutativo-diagnostiche; quello delle Tecniche Immaginative che utilizzano l’immagine mentale (quali ad esempio il “Rêve éveillé dirigé”, o RED, di Robert Desoille [25]; l’“Oniroterapia” di André Virel [26] o il training autogeno di Schultz [27]).
Si tratta dunque di due ambiti in cui le immagini (esterne e interne) sono sì elemento centrale ma tuttavia inscritto in una cornice di metodo e finalità affatto differenti da quella corrispondente all’OD. Per operare un confronto che parta dal riconoscimento di caratteristiche isomorfiche dobbiamo guardare altrove, in un ambito molto più ristretto, quasi di nicchia, rintracciando tre modelli principali con i quali operare una comparazione:
a) l’uso delle foto personali in terapia (Foto Terapia: FT) [28] e il genogramma fotografico (GF) [29];
b) il Gioco dei destini incrociati (GDI) di Francesco Bruni [5];
c) La Tecnica immaginativa (TI) di Cigoli e Tamanza [30].

Come ci ricordano Ravenna e Iacoella [29], sia nella FT che nel GF sono le foto e la loro ricerca ad opera del paziente l’elemento centrale indubbiamente efficace, utilizzabile nella prospettiva definita da Caillé. Con la foto la rievocazione si colora di emozione e il passato viene attualizzato offrendosi come contenuto per una rielaborazione co-costruita. La foto d’altro canto è anche elemento fortemente vincolato ad un tempo e ad un contesto, e come tale favorisce una ricerca di significati ed emozioni marcatamente circostanziata. Differentemente dalla foto personale le CD sono atemporali ed impersonali; recuperano una dimensione temporale e personale solo in virtù di un’associazione imprevedibile, spontanea e non preparata, effettuata dal paziente che dà vita ad una “appropriazione soggettiva” di simboli e metafore originariamente aspecifiche. Con le foto lo stile esplorativo è più definito e orientato, mentre con le CD è fortemente caratterizzato dall’estemporaneità e dalla risonanza.
Con il GDI e con la TI entriamo in un’area di comparabilità molto più stringente. Entrambe le tecniche impiegano immagini artistiche con finalità cliniche come per l’OD. Nella TI si associano immagini di artisti famosi relative a due generi pittorici prestabiliti (paesaggi e scenari di coppia), a specifiche classi di significato. Lo schema semantico di Cigoli e Tamanza è riprodotto nella Figura 1. Gli autori chiariscono qual è la funzione simbolica assegnata ai due generi pittorici [30, p.111]:
«Si tratta di due generi pittorici: il paesaggio, inteso come rimando al mondo delle origini dei partner, e lo scenario di coppia, inteso come forma e qualità dello scambio».
In un suo scritto successivo, Cigoli [31] indica precisamente l’aspetto che qui ci preme sottolineare:
«Ovviamente le immagini scelte […] sono a loro volta il frutto sia della conoscenza profonda delle opere pittoriche e dei suoi autori, sia della loro riconoscibilità categoriale».



È proprio nella
riconoscibilità categoriale delle tavole artistiche presentate, che ritroviamo l’elemento di significativa differenziazione con l’OD. Del resto difficilmente puntando ad uno strumento concepito per l’“assessment terapeutico”, cioè per coniugare intenti valutativi e intenti clinici, si poteva prescindere da una categorizzazione e modellizzazione tale da garantire la riproducibilità del metodo. Inoltre l’OD, concepito prevalentemente per l’impiego clinico, trova applicazione in setting individuali, di coppia e familiari inclusivi anche di pazienti in età evolutiva dai cinque/sei anni in su, mentre la TI è una tecnica concepita per il solo setting di coppia.
Il GDI è sicuramente lo strumento che, pur presentando significative differenze, più si avvicina alle caratteristiche dell’OD. Una prima differenza risiede nella distribuzione casuale delle carte da parte del terapeuta, come rimando al ruolo del destino nel dispiegarsi delle vicende personali e relazionali. L’OD affida invece integralmente la scelta delle carte al soggetto, lasciando che il simbolismo complesso delle carte sviluppi una connessione non preordinata né prevedibile con nuclei tematici profondi. Nel GDI la categorizzazione delle immagini operata, benché significativamente articolata e ampia (Figura 2), è comunque presente. Scrivono gli autori:
«Ognuna delle carte racchiude un significato, in alcune sono state inserite due immagini, che rappresentano la duplice valenza che l’evento o il mito rappresentati possono assumere. In questo modo, si intende offrire la possibilità a chi le utilizza di avvalersi di entrambe le immagini o scegliere quella che risulta più densa di risonanze».



Del tutto differente è la cifra stilistica che caratterizza le CD. Possiamo senz’altro definirla metafisico-realistica, per indicare ciò che nelle CD va al di là del fisico, di ciò che è concreto e tangibile, mantenendo tuttavia elementi di riferimento ad aspetti della vita reale. È ciò che più si avvicina al linguaggio dell’inconscio e del sogno, che nelle CD si trova riprodotto in ogni carta al di là dei diversi oggetti rappresentati. Per comprendere il significato sostanziale di questa differenza, che non riguarda in alcun modo la validità indiscussa dei diversi strumenti comparati, ma ne precisa le caratteristiche per agevolarne l’impiego, può essere utile la ricognizione più dettagliata di alcune CD. Affidiamo ad essa il compito di rendere evidente la loro natura metafisico-realistica, plurisimbolica e multimetaforica, che si propone al paziente come inesauribile crocevia di percorsi diversi, dei quali solo uno, esattamente quello che lui definirà, da un lato si connette a complessi nuclei profondi personali e dall’altro conduce al loro sviluppo evolutivo.



La prima carta (Figura 3) la chiameremo Casa con personaggio. Diciamo personaggio perché a seconda della lettura soggettiva può trattarsi di una bambina in carne ed ossa, di una bambola dell’infanzia, di un’immagine della fantasia. Può trattarsi di una piccola in pericolo per inesperienza o di un’istantanea che fissa l’attimo che precede un gesto autodistruttivo. Oppure dell’illustrazione di un gioco temerario, piuttosto che della metafora di una casa in cui tutto è esposto a tutti. È un’immagine di sogno o letterale? Nel paragrafo “Due casi clinici” conosceremo di questa carta un’ulteriore versione interpretativa fornita da una paziente. Naturalmente i significati sono infiniti. Come infiniti sono quelli relativi alla seconda carta esemplificativa (Figura 4), quella che chiameremo Il cavaliere incerto. Un uomo di giovane aspetto giunge al “luogo delle scelte”: guarda indietro (con paura? con rimpianto?) alla terra arida che si è lasciato alle spalle e dalla quale potrebbe allontanarsi. È colto nell’attimo che precede… il transito verso colline rigogliose o il dietrofront per un mesto ripiego? Se avanzerà lo sosterrà l’arcobaleno simbolo di una radiosa schiarita o l’invitante arco si rivelerà effimero viatico per il burrone? O si tratta semplicemente di un’allegoria del dilemma? Non è dato saperlo perché il simbolico rappresentato mirabilmente da Marie Cardouat è inesauribile e multiforme. Il simbolo nel nostro caso è l’elemento superficiale che si trova al posto dell’elemento situato in profondità. È solo a partire da ciò che imprevedibilmente evocheranno al paziente, quindi nel passaggio da simbolo a schermo per le proiezioni di immagini profonde, che le CD consegnano al sistema terapeutico rocce grezze estratte dalle profondità che la co-costruzione potrà trasformare in diamanti.
Ultima particolarità delle CD che le differenzia dalle immagini impiegate nella TI e nel GDI è la possibilità – già segnalata ma che vogliamo ricordare – di un loro impiego anche con bambini a partire dai cinque/sei anni d’età, sia in setting individuale che familiare.



NEL CUORE DELL’OGGETTO DIXIT
«In effetti, è il pensiero che introduce l’oggetto fluttuante che agisce e i modi di introdurre questo pensiero nella terapia sono molteplici e devono costantemente essere adattati alle situazioni».
Philippe Caillé, Yveline Rey [15, p.13]
La teoria
Oggi più che mai, in ambito psicoterapeutico, esplorare e sperimentare nuove possibili modalità di intervento impone di definire se stessi e il paradigma che permea la propria attività riflessiva e operativa. Il modello di riferimento dell’OD è quello socio-costruzionista, e più in particolare quello che, superando la concezione conversazionalista pura [32], dà ampio risalto, accanto ai processi di ri-narrazione a più voci:
a) ad ipotesi sulle dinamiche relazionali in cui il paziente è coinvolto e sulle modalità con cui concorre a costruire il contesto di terapia;
b) all’autoriflessività del terapeuta come strumento per monitorare il suo modo di osservare il paziente e operare scelte terapeutiche;
c) all’interrogarsi del terapeuta sui significati e sugli effetti – per il paziente – del suo agire terapeutico [18].

Le parole di Cancrini [33] illustrano chiaramente come la co-costruzione non sia un semplice prodotto conversazionale ma una complessa operazione interattiva:
«La metafora “utile” deriva da una fondamentale capacità di ascolto delle emozioni, delle vicende, delle storie esplicite ed implicite dei pazienti. Il terapeuta nel suo essere un delicatissimo strumento in grado di risuonare, corre costantemente il rischio di confondere le proprie voci interne con quelle del paziente. In questo contesto l’idea della valenza magica della metafora, di qualunque metafora è un’idea nefasta. Esistono metafore “sbagliate”, pericolose, controproducenti… La metafora infatti diviene trasformativa nel momento in cui viene riconosciuta innovativa ma aderente riformulazione di quanto espresso dalla persona o dal gruppo che a noi si è rivolto. La seduttiva e narcisistica posizione espressa da alcuni costruttivisti radicali, che privilegiano l’ascolto interno e la riformulazione metaforica non regolata, conduce all’annullamento dell’Altro, delle sue difficoltà storiche e relazionali».
In questa cornice si inserisce la possibilità di impiegare l’OD come interfaccia creativa tra terapeuta e paziente/i, generativa di nuove visioni e risorse.
L’OD possiede le caratteristiche che la Rey [34] precisa essere requisiti essenziali dell’oggetto fluttuante essendo:
• oggetto concettuale: che si adatta e descrive una teoria costruttivista;
• oggetto esperienziale: che crea uno spazio d’incontro codificato (risponde a una metodologia) e scandisce le fasi del percorso;
• oggetto estetico: che con la sorpresa suscitata dal “bello”, favorisce il cambiamento a prescindere dal controllo, dal potere e dalla tecnica;
• oggetto narrativo: che invita a raccontare la storia in modo diverso, attraverso il gioco, la poesia, la metafora e impegna ad una conversazione creativa.

L’OD, inserito all’interno dei diversi possibili setting terapeutici, individuale, di coppia o familiare può dispiegare al massimo la forza insita nel suo simbolismo e la sua azione trasformativa, se opportunamente preceduto da un’accurata riflessione del terapeuta, volta a:
valutare e sviluppare il proprio livello di conoscenza delle caratteristiche formali di ogni singola carta;
curare la corrispondenza tra caratteristiche del setting (ad es.: presenza di bambini) e scelta delle CD;
definire il livello di solidità dell’alleanza terapeutica;
curare la qualità del clima in cui si sviluppa l’utilizzo dell’OD;
definire le diverse consegne;
acquisire un’appropriata gestione dell’OD, nel senso di: utilizzare una modalità esplorativa che solleva interrogativi lasciando la risposta ai pazienti; partire da una posizione fortemente empatica ponendola al servizio del rinnovamento e della scoperta del nuovo.
La preparazione
Chi intende utilizzare le CD deve riconoscerne e conoscerne il livello di complessità spesso occultato sotto una forma che può apparire – ad un’osservazione poco accorta – semplice o scontata. Nulla di meno vero. Le CD impongono uno studio accurato di ognuna di esse, volto a cogliere gli innumerevoli dettagli che costituiscono la simbologia di ogni immagine, non per darne un’interpretazione ma per poterla sollecitare in chi quella carta ha scelto. Di ogni carta dobbiamo riconoscere l’appartenenza ad uno scenario molto più ampio di quello raffigurato, la cui esistenza dobbiamo sempre considerare per poterne sollecitare la descrizione del valore al paziente. Per ogni carta possiamo postulare e richiedere una narrazione che includa un “prima” e un “dopo” in modo tale da tradurre in film un’immagine-fotogramma. Senza questo accorto studio preliminare si corre il rischio di trascurare o misconoscere dettagli che potrebbero aprire altre strade ricostruttive ed evolutive. Un lavoro sì imprescindibile e accurato ma che non necessita di giungere ai livelli esasperati della mistica jodorovskyana:
«Dopo essermi sbarazzato di tutti quegli “iniziati” con le loro versioni esoteriche, ho deciso che il vero Maestro erano proprio i Tarocchi. […] Mi identificavo con ogni personaggio, gli davo voce e davo voce anche ai suoi particolari […]. Dato che sovente i disegni sembrano completarsi al di fuori della cornice rettangolare, mi sono posto diverse domande. Il tavolo de Il Mago ha una gamba fuori dalla carta? Che cosa nasconde tra le mani L’Appeso? Cosa tiene nel fardello Il Matto? Che cosa c’è dietro al velo de La Papessa? […] E così via. Migliaia di domande alle quali non cercavo di dare una risposta esatta – non c’era perché la fantasia è infinita – ma mi sforzavo di trovarne una soddisfacente, utile per quel momento, anche se magari di lì a poco avrei preferito un’altra soluzione» [11, p.115].
Ovviamente questo lavoro va esteso a tutti i mazzi di CD che intendiamo usare. Noi finora – come già precisato – abbiamo lavorato esclusivamente con il mazzo base del gioco (mazzo n°1) e con l’espansione Quest (mazzo n° 2). A nostro avviso la varietà dei temi e lo stile artistico di questi due mazzi si prestano a coprire tutte le esigenze di lavoro nei diversi setting, compresi quelli che includono la presenza di minori. Tuttavia non escludiamo che la sensibilità di qualche terapeuta o la necessità di riproporre più e più volte in uno stesso caso il lavoro con le CD, solleciti il ricorso a nuove o specifiche immagini. In soccorso di questa esigenza viene la possibilità di attingere alla proposta, da parte dell’editore del gioco, di ulteriori sei espansioni e tre edizioni speciali. A chi volesse utilizzare le CD consigliamo un’attenta ricognizione delle diverse possibilità a disposizione e, volendo, la predisposizione di specifici mazzi con CD selezionate dal terapeuta.
Come suggerito da Caillé e Rey a proposito delle sculture sistemiche e delle maschere [15, p.81 e p.131], anche per l’utilizzo dell’OD è necessario che il sistema terapeutico abbia effettuato un buon tratto del percorso e consolidato le relazioni nel setting in termini di fiducia e di accoglienza. Le indicazioni in merito alla fase opportuna di introduzione della tecnica fornite da Bruni per il GDI [35] possono essere assunte anche per l’OD:
«Con la famiglia e con la coppia [ndr: e noi aggiungiamo – per l’OD – anche con l’individuo] in diverse fasi dell’attività terapeutica, e particolarmente nel corso della fase intermedia, dopo aver affrontato l’urgenza, per far emergere la radice storica ed emotiva del problema, ma anche in un momento conclusivo, al fine di facilitare un bilancio dell’esperienza di terapia».
Per accrescere la marca di contesto in termini di spazio speciale, strutturato e organizzato e per agevolare i pazienti sul piano pratico, abbiamo concepito due diverse plance per il posizionamento delle carte, realizzate in materiale plastico stampato, idonee a coprire le esigenze delle diverse consegne e dei diversi setting (Figure 5a-5b). Le plance sono corredate di mollette fermacarte posizionate sul bordo superiore e – per la plancia di Figura 5b – anche inferiore, in corrispondenza delle caselle numerate, con funzione di blocco delle carte che su queste verranno posizionate. La plancia in Figura 5a è predisposta per il lavoro con un’unica sequenza; i due riquadri posti sotto gli spazi numerati servono: uno per collocare una prima scelta di carte che poi si restringerà ad un massimo di cinque scelte; l’altro per posare il mazzo di carte. La plancia in Figura 5b invece consente di operare il raffronto tra due sequenze (per esempio, un prima e un dopo; un inizio e una fine; il livello fenomenologico e quello mitico). Tramite la plancia si delinea un quadro visivo unico di forte impatto che favorisce la realizzazione del compito, la sua archiviazione (è indispensabile scattare foto delle sequenze, con i diversi titoli scritti accanto) e il successivo lavoro di elaborazione co-costruita.
Prima di introdurre la fase di scelta delle carte al terapeuta spetta il delicato e fondamentale compito di creare un clima speciale all’interno del setting, che realizzi le migliori premesse per il lavoro successivo. Un clima fatto di ritualità sfumatamente misteriosa, di accompagnamento al cambio di modalità espressive, di focalizzazione dell’attenzione e di attesa fiduciosa di nuove scoperte. Caillé definisce questa creazione di contesto e clima facilitanti come “sub-ipnotica” [36, p.70], precisando che, una volta accettata la nuova modalità espressiva proposta, la responsabilità “creativa” passa in mano ai pazienti.



Fermo restando che ogni terapeuta può costruirne di proprie e adatte al caso, possibili introduzioni, accompagnate da un analogico che si presti a promuovere coinvolgimento e focalizzazione verso la nuova esperienza, potrebbero essere le seguenti:

Nel caso di adulti:
«Ci sono momenti della terapia in cui bisogna riprendere contatto con aspetti della storia personale (di coppia o familiare) e con emozioni, che dobbiamo far emergere. Un modo per farlo è quello che le/vi propongo. Scelto un tema, utilizzeremo delle carte non per fare predizioni ma per favorire attraverso le loro illustrazioni suggestive il contatto con ricordi e sensazioni presenti ma non sempre disponibili. Le carte che useremo attiveranno immagini, ricordi ed emozioni personali, sulle quali poi lavoreremo insieme. Non cercate riproduzioni letterali, fotografiche del vostro sentire, lasciatevi invece guidare dalle metafore, e dalle immagini simboliche. Le carte non hanno significati diversi da quelli che voi sentirete di dare. Non serve nessuno sforzo, al contrario è utile rilassarsi, liberare la mente e lasciare che le carte ci parlino con il nostro linguaggio».
Nel caso di bambini:
«Conosco un gioco con le carte che ci fa scoprire tante cose interessanti. Pensieri, ricordi o sensazioni che avevamo dimenticato. È facilissimo basta scegliere insieme una situazione e cercare poi le carte che ci ricordano qualcosa di quella situazione; qualcosa che avevamo trascurato o dimenticato: un’emozione, un fatto, un particolare. Le carte ci aiutano a rivivere insieme cose importanti che sono successe».
Per utilizzare l’OD il terapeuta, guidato dalle sue risonanze e dall’ascolto della storia delle persone, individua di volta in volta un tema-obiettivo (TO) che andrà definito, condiviso e poi illustrato dai pazienti attraverso una sequenza di carte da loro scelte. A volte il TO può essere proposto dai pazienti stessi. Potrà trattarsi della rappresentazione: di uno specifico periodo della storia personale; del livello mitico e fenomenologico della coppia [36, p. 47]; di una dinamica trigenerazionale; delle emozioni che ruotano attorno ad un evento recente; di vissuti nebulosi che non trovano chiara espressione; di fasi specifiche del ciclo di vita familiare; di eventi traumatici che non trovano parole per essere elaborati; di bilanci complessi personali, di coppia o familiari che richiedono una definizione ampia e articolata. Qualunque sia l’area o il contenuto oggetto dell’esplorazione, nel setting esso dovrà essere definito attraverso la forma:
• descriviamo attraverso le carte… (TO: fase, evento, persona o relazione);
• lasciamo che le carte attivino immagini e ricordi su… (TO);
• facciamoci aiutare dalle carte a definire… (TO);
• come racconterebbe attraverso le carte… (TO);
• ora lasciamo la parola alle carte. Si prenda il tempo che le serve e ne individui cinque (o quante ne indica il terapeuta) che rappresentano il suo modo di sentire… (TO);
• se dovesse descrivere… (TO)… con quali carte lo farebbe;
• le carte possono farci scoprire qualcosa di importante. Ne scelga tre (o quante ne indica il terapeuta) che sente di associare a… (TO).

Qualunque sia la consegna che si reputa idonea, vi è una premessa identica in tutti i casi: viene chiesto al paziente (o ai pazienti) di guardare le carte con calma, lasciandosi guidare dalle emozioni che suscitano. Si tratta di scegliere le carte che più risuonano con i vissuti personali e a tal fine i disegni proposti offrono spunti infiniti, sia emotivi che razionali, proprio per la loro alta valenza simbolica e metaforica. Le carte – si preciserà tutte le volte che serve – non debbono necessariamente riprodurre in modo figurativo e speculare elementi del mondo interiore o delle esperienze di vita ma piuttosto debbono essere sentite come rappresentazioni metaforiche di quegli elementi. Al paziente (o ai pazienti) viene suggerito di prendersi un tempo personale di riflessione per selezionare le carte sentite come corrispondenti al TO scelto.
Una volta creato il clima adatto, è possibile adottare, preceduto dalla relativa consegna, il formato ritenuto più idoneo.
I formati
Presentiamo di seguito alcune modalità di impiego dell’OD nei diversi setting. L’OD non è alternativo ad altre tecniche analogiche ma complementare a queste, ampliando la gamma delle possibilità a disposizione del terapeuta, per promuovere perturbazioni evolutive prevalentemente analogiche e metaforiche. Le sessioni con l’OD, inoltre, possono diventare un fil rouge che connette le varie fasi della terapia, rafforzando la possibilità di ricognizioni diacroniche comparative. La rassegna di sequenze che segue, assume valenza esemplificativa e illustra sinteticamente le varianti che abbiamo immaginato e sperimentato nella pratica clinica o solo ipotizzato. Non si esaurisce neanche lontanamente in essa la raccolta esaustiva dei formati possibili. Ne affidiamo l’ampliamento con nuovi modelli, alla creatività ed alle esigenze di ogni terapeuta incuriosito dalle potenzialità dello strumento.
Setting individuale
L’OD risulta essere uno strumento utile per indagare specifiche aree di disagio, o tematiche difficili da evocare attraverso un piano diretto e discorsivo e per compiere un salto di livello dal piano espressivo prevalentemente verbale a quello prevalentemente analogico. Un vantaggio dell’OD nel setting individuale è da ricondurre alla staticità che in esso può talvolta prodursi (rispetto a setting più ampi), con minori possibilità di accesso a descrizioni comparative e a informazioni sensibili, per l’assenza di altri membri del sistema.
Nel setting individuale il ricorso all’OD consente di superare il limite imposto all’impiego delle sculture, dall’assenza di più soggetti partecipanti.
Sequenza diacronica: si proporre al paziente di scegliere tre carte riferite a se stesso nel passato, nel presente e nel futuro. Tale consegna permette di stimolare, nel paziente, la lettura delle sue narrazioni e dei suoi vissuti nel tempo, mettendo in luce i traguardi già conquistati e quelli ancora da raggiungere, i cambiamenti percepiti e le aspettative.
Sequenza relazionale: proporre al paziente di scegliere alcune carte che descrivano le sue relazioni significative; ad esempio è possibile chiedergli di selezionare due o più carte per descrivere la relazione tra lui e la madre, tra lui e il padre, tra lui e i fratelli, tra lui e il partner. Si può scegliere di esplorare con il paziente gli elementi rilevanti delle relazioni più significative in corso o del passato, rendendo più incisivo il lavoro di revisione delle dinamiche interazionali, dei ruoli, dei confini e dei contenuti emotivo-affettivi.
Sequenza bidimensionale: si può proporre, per esempio, di scegliere una carta per se stesso come figlio e un’altra per se stesso come genitore. Questo tipo di consegna è risultata utile nei percorsi terapeutici caratterizzati da sintomi fobico-ansiosi e/o evitanti, poiché mette in luce le rilevanti differenze tra i vissuti in uno spazio percepito come “sicuro” e un altro percepito come minaccioso. La bidimensionalità può include qualunque contesto che sia utile comparare per ricavare una doppia descrizione [37].
Sequenza trigenerazionale: il lavoro del Genogramma si può ampliare in chiave simbolica con la scelta di carte relative alle relazioni più significative, emerse durante la ricostruzione della storia familiare. Ciò può facilitare l’accesso ad un livello più profondo durante il percorso di ricostruzione delle vicende trigenerazionali.
Setting di coppia
All’interno di un setting di psicoterapia con la coppia, l’utilizzo di uno strumento nuovo e creativo, oltre a fornire contenuti originali per il lavoro evolutivo, può favorire l’esperienza di uscita temporanea dai circuiti interattivi disfunzionali. Porre in primo piano la comunicazione analogica mettendo sullo sfondo quella verbale, consente di accedere utilmente al piano più profondo dei significati, delle emozioni e delle configurazioni relazionali.
Anche nel setting di coppia sono possibili numerose consegne, alcune delle quali prevedono l’utilizzo di due mazzi uguali. La possibilità di lavorare individualmente e contemporaneamente sullo stesso mazzo di carte apre il setting ad un’esperienza sincronica non consentita dalle sculture, essendo queste vincolate ad un ordine di rappresentazione cronologico in tutte le fasi.
Sequenza “noi nella relazione”: ad ognuno dei partner, dotato di un mazzo di carte, viene chiesto di scegliere, riservatamente, due sequenze di tre carte o più: una che descriva se stesso all’interno della relazione di coppia, l’altra che descriva il coniuge all’interno della stessa. In questo modo ognuno potrà sia contattare le rappresentazioni di sé rispetto alla relazione, sia illustrare le proprie rappresentazioni dell’altro, con la mediazione di input visivi d’impatto emotivo. In una seconda fase della consegna è possibile chiedere alla coppia di lavorare insieme con un singolo mazzo, scegliendo le carte che potrebbe rappresentare la relazione di coppia. Questo ulteriore passaggio illustra le risorse della coppia nella dimensione transattiva e co-costruttiva.
Sequenza “noi nel tempo”: si può suggerire la scelta individuale o condivisa (a seconda che si vogliano sottolineare i diversi vissuti di ognuno, oppure favorire il lavoro di confronto e condivisione diadica) di carte relative allo stato della coppia attuale, passato e futuro.
Sequenza “noi nei ruoli”: mette a confronto la scelta di carte relativa ai due piani della coppia: quello coniugale e quello genitoriale.
Sequenza “dei due livelli”: ripropone tramite l’OD l’esplorazione dei due livelli descritti da Caillé nella relazione di coppia, quello fenomenologico e quello mitico [36]. Premessa l’illustrazione dei livelli, si procede dando ad ogni componente della coppia un mazzo di carte, proponendo ad ognuno, in uno spazio fisico e mentale individuale, di formare due sequenze di 5 carte, una per ognuno dei livelli considerati. Il lavoro sulle sequenze si può sviluppare in due diverse sedute o in un’unica volta.
Sequenza “cerco in me”: è pressoché la regola per le coppie che fanno richiesta di terapia, il trovarsi immersi in un circuito disfunzionale (circuito della delusione [38, pp.31-41]) in cui la dinamica in corso assume la forma di due individui costantemente con il dito puntato l’uno verso l’altro, pronunciando le parole: “perché tuuu…”. Visualizzata questa condizione con le sculture o con la sequenza “dei due livelli” si può chiedere ai partner di riflettere a casa separatamente, mantenendo il riserbo, su come passare dal “perché tuuu…” all’“io potrei…” chiedendo nell’incontro successivo ad ognuno di illustrare, con una sequenza di carte, quale contributo personale potrebbe dare per l’uscita dalle rigide dinamiche disfunzionali.
Sequenza “noi nel trigenerazionale”: si chiede di definire individualmente due sequenze relative al rapporto tra coppia e propria famiglia d’origine e al rapporto tra coppia e famiglia d’origine del partner.
Setting familiare
Nel setting familiare l’OD introduce una perturbazione a due livelli: quello della prevalente modalità comunicativa verbale, divenuta ormai repertorio tanto collaudato quanto disfunzionale, che diviene sfondo; quello dell’influenza che le strutture relazionali, tipiche del nucleo coinvolto, esercitano sulla pragmatica della comunicazione (vedi sotto possibilità “a” e “b”).
Non elencheremo i temi obiettivo che l’OD può sviluppare nel setting familiare, essendo tanti quanti la fantasia e i dati contestuali possono suggerire. Quello che è possibile definire sono le forme di impiego dell’OD con la famiglia. Possiamo riassumerle in tre possibilità:
a) rappresentazioni individuali a confronto: ogni membro dotato di un suo mazzo di carte “racconta”, attraverso la sua sequenza, vissuti e rappresentazioni per il TO dato. Viene così enfatizzato e fatto emergere il contributo individuale alle dinamiche del nucleo;
b) rappresentazioni dei sottosistemi a confronto: i due sottosistemi, dei genitori e dei fratelli, organizzano separatamente il loro personale “racconto” del TO;
c) rappresentazione congiunta familiare: tutti i membri del sistema familiare sono coinvolti nello sviluppo del TO, manifestando percorsi e contenuti di un compito che impone la sintesi.
L’archiviazione dei dati
Una volta effettuata la scelta delle carte il terapeuta invita il paziente (o i pazienti) ad attribuire un titolo ad ogni carta selezionata e/o alla sequenza e fotografa sequenze e attribuzioni, conservando così un archivio delle sessioni effettuate con l’OD. Questo archivio supporterà lavori di ricognizione o comparativi in fasi successive del percorso terapeutico.
La co-costruzione
«Una delle intuizioni più sconcertanti che emergono sia dalla ricerca sia dalla clinica è che la qualità della relazione terapeutica nel suo complesso sembra essere l’elemento specifico più importante della cura, più di qualunque altra attività tecnica particolare».

The Boston Change Process Study Group [39, p.159]

«Mi hai spesso sentito dire – forse anche troppo spesso – che la poesia è ciò che viene perso nella traduzione. È anche quello che viene perso nell’interpretazione».

Aforisma attribuito a Robert Frost da Philip M. Bromberg [40, p.2]
Il termine “co-costruzione” è ormai divenuto un passe-partout per legittimare l’appartenenza alla postmodernità. La sua forza risiede nella capacità posseduta di riassumere l’elemento fondamentale che da solo garantisce l’abbandono di vetuste epistemologie: l’idea cioè che il comportamento non è il frutto di un apparato psichico che opera in isolata autonomia, bensì che significati, e relativi comportamenti, vanno intesi sempre come frutto di complessi processi di negoziazione (fallimentare o di successo) relazionale. Spesso si ha la sensazione che dietro al concetto di co-costruzione si celi una semplice idea di “accomodamento strategico” tra negoziatori (terapeuta e paziente) per dare vita ad una sorta di collaborazione, stabile nel tempo nonostante le dissonanze. Per questo riteniamo indispensabile chiarire la nostra prospettiva in proposito, che integra il modello sistemico-relazionale della seconda cibernetica con aspetti degli orientamenti relazionali e interpersonali in psicoanalisi. Se consideriamo il setting individuale, ciò che in sintesi qualifica la relazione come terapeutica in quella dimensione spazio-temporale, sono due processi complementari fondamentali definiti dal Boston Change Process Study Group [39, pp. 2-5]:
a) conoscenza dichiarativa: esplicita; consapevole; verbale; in cui ad essere centrali sono il transfert/controtransfert e l’interpretazione; veicola informazioni trasformative;
b) conoscenza relazionale implicita: implicita; relazionale; procedurale; reciproca; imprevedibile; è un’esperienza trasformativa intersoggettiva.

Il concetto di conoscenza relazionale implicita, corrispondente al “conosciuto non pensato” di Bollas [41], nasce nell’ambito dell’Infant Research e indica l’integrazione nella persona – in configurazioni interne – di affetti, dimensioni comportamentali/interattive ed eventi interpersonali; presente sin dai primi anni di vita è attiva lungo tutto l’arco dell’esistenza. Il campo di conoscenza relazionale implicita corrisponde concettualmente ai “modelli operativi interni di attaccamento” di Bowlby [42], agli “schemi di essere con” di Stern [43], agli “script relazionali” di Trevarthen [44], alla “condivisione di stati” di Schore [45] ed è elemento fondamentale dell’isomorfismo tra pattern adattivo-evolutivi nell’interazione genitore-bambino e pattern generatori di cambiamento nella relazione terapeuta-paziente.
Il momento di incontro è la particolare esperienza intersoggettiva che si relizza nel setting, in cui la conoscenza relazionale implicita del terapeuta e del paziente si riorganizzano in termini di cambiamento evolutivo [39, p. 27].
Dice Bromberg [40, p.6]:
«Attraverso gli enactment1 delle collisioni tra stati del Sé, la relazione paziente/analista è in grado di diventare la via di accesso più importante a un processo analitico genuinamente produttivo – un processo che co-crea le condizioni necessarie per la crescita della mente relazionale».
E più avanti [40, p. 129]:
«Quello che sostengo qui è l’idea che il processo di crescita del Sé è intrinsecamente e decisamente relazionale: non è determinato attraverso la relazione tra paziente e analista. Al contrario, la fonte di azione terapeutica è la relazione».
Il lavoro co-costruttivo si sviluppa lungo tutto l’arco del percorso terapeutico e richiede al terapeuta di muoversi sempre con la consapevolezza della qualità relazionale a cui da vita insieme al paziente: adattandosi ai diversi scenari con metafore ed immagini, alla ricerca di una lettura inconsueta e di un’esperienza emotivo-affettiva idonea a rinsaldare la fiducia, a favorire l’emersione di nuclei tematici profondi e il cambiamento di schemi complessi disadattivi.
Siamo giunti con l’OD al tempo della narrazione delle dinamiche interne che hanno portato il paziente a scegliere le carte e del contatto con la costellazione delle emozioni, delle rappresentazioni e dei significati da esse suscitate; al tempo destinato al racconto del paziente su ogni singola carta e sulla sequenza. La scelta delle carte da parte dei pazienti e poi la definizione della sequenza si sviluppano di pari passo con un lavoro interiore di elaborazione emotiva e di ricerca di significati. Il dialogo interiore che accompagna questo lavoro, affiora a tratti attraverso espressioni sia verbali che analogiche alle quali il terapeuta presterà la massima attenzione. Il “dialogo interno ad alta voce” include abitualmente rievocazioni e rielaborazioni di configurazioni e vissuti delle relazioni interpersonali più significative.
Quindi possiamo individuare una fase di introspezione elaborativa che si sviluppa in autonomia e alla quale il terapeuta partecipa con grande discrezione consentendosi in misura ridottissima piccoli interventi a sostegno del lavoro in atto. È solo al termine di questa fase che il terapeuta riprenderà una piena partecipazione mettendo il suo apparato logico ma soprattutto affettivo-emotivo a disposizione degli elementi nuovi espressi dal paziente. L’introduzione dell’OD nel setting non modifica l’azione congiunta dei pattern dichiarativi e relazionali, ma si configura come attivatore di contenuti, rappresentazioni e dinamiche, che divengono materiale prezioso per il percorso terapeutico. Primariamente l’attenzione del terapeuta sarà rivolta ad emozioni e sentimenti che accompagnano le rievocazioni, o che si fanno strada imprevedibilmente a seguito di queste. La qualità della condivisione empatica e del particolare clima che fa da sfondo all’interazione costituiranno in questa, come del resto in ogni fase della terapia, l’elemento fondamentale a sostegno della prospettiva evolutiva. In questa prospettiva l’esperienza con l’OD nel setting rappresenta un’opportunità, non casuale ma dagli esiti imprevedibili. L’OD va inteso dunque come strumento al servizio del duplice processo dinamico, che inizia nel momento in cui si realizza l’esperienza condivisa di un evento affettivo-emotivo. Il primo aspetto riguarda lo sviluppo esplorativo individuale e condiviso di tematiche personali (relazionali, mitiche, affettivo-emotive) mediante la scelta di carte dal contenuto simbolico significativo. Nel corso di questo lavoro il terapeuta favorirà un’attenta ricognizione degli aspetti della carte scelte, che il paziente sente risonanti o dissonanti, in modo da rendere quanto più possibile soggettivo, piuttosto che interpretativo, il quadro dei molteplici significati. Vi è la possibilità di utilizzare i contenuti emersi e i vissuti sperimentati nell’utilizzo delle carte in diverse fasi della terapia, come filo conduttore di un processo diacronico. È possibile operare in modo abduttivo comparando diverse sequenze scelte nel tempo da un paziente o da una coppia, in modo isomorfico a quanto proposto da Giovanni Madonna per il lavoro sui sogni nell’ottica sistemica.
Dice Giovanni Madonna:
«Quando i sogni vengono messi uno accanto all’altro può accadere di cogliere delle somiglianze che segnalano i temi rilevanti dell’ecologia di una certa mente, individuale o sovra individuale; oppure può accadere di cogliere delle differenze che segnalano i suoi movimenti evolutivi» [46, pp.157-158].
Al terapeuta è richiesto di valutare quanto e se scendere in profondità, con domande e restituzioni, sulla base della sua conoscenza del paziente (della coppia o della famiglia) e dell’alleanza terapeutica.
Il secondo aspetto riguarda, invece, il contributo reciproco per la creazione di un contesto relazionale in cui, primariamente, alla regolazione della relazione e non più alla scoperta di sé, si affidano gli intenti di realizzare cambiamenti evolutivi. In questa prospettiva il concetto di tecnica (l’insieme delle operazioni logico-interpretative) seguito dal terapeuta, diviene elemento, seppur indispensabile, secondario.
Procedendo lungo il sentiero della complessità fatto di indissolubili eventi di conoscenza dichiarativa (interpretazioni, commenti, ecc.) e di conoscenza relazionale (speciali momenti di autentica connessione personale terapeuta-paziente) si svilupperà il lavoro di approfondimento co-costruito delle tracce tematiche [38, pp. 59-64] che l’OD ha reso evidenti.
La configurazione non cambia nel setting di coppia e in quello familiare, fatta salva la possibilità, in questi, di restituzioni ed enactment su aspetti interattivi colti nell’immediatezza del qui ed ora.
Nel setting con soggetti in età evolutiva l’OD trova piena e produttiva applicabilità in virtù della cifra stilistica delle immagini di ispirazione fiabesca e della sua immediata assimilabilità alla dimensione ludica. Giocare con l’OD aprirà nel setting, attraverso le innumerevoli proposte che la fantasia di ogni terapeuta potrà suggerire, i percorsi più vari ed inattesi che faranno da sfondo al processo co-costruttivo.
AMBITO CLINICO DI APPLICABILITÀ
L’impiego clinico delle CD trova un’unica effettiva controindicazione in tutte quelle condizioni in cui siano presenti sintomi in fase conclamata, positivi o negativi, riconducibili ad un disturbo grave del pensiero.
In tutti gli altri casi spetta al clinico valutare se la condizione che caratterizza l’individuo, la coppia o la famiglia, consente l’utilizzo vantaggioso di uno strumento che richiede un’attivazione a più livelli (cognitivo, attentivo, emotivo).
L’impiego clinico delle CD trova indicazione, una volta consolidata la relazione terapeutica, in molte situazioni:

a) in casi individuali di coppia o familiari in cui vi siano manifestazioni di disturbi ansioso-depressivi, fobici o ossessivi;
b) in terapie individuali, di coppia o familiari in cui il processo evolutivo appare bloccato in una fase del ciclo vitale (perdite, lutti, mancato adattamento, miti disfunzionali, svincolo problematico, ecc.);
c) in terapie individuali, di coppia o familiari in cui vi siano stati o si sospettino episodi di violenza, di abuso o oggetto di vergogna tale da produrre un segreto;
d) nelle terapie di coppia in presenza di “circuiti” relazionali rigidamente disfunzionali;
e) in presenza di disturbi psicosomatici o più in generale in tutte le condizioni che hanno alla base una condizione di alessitimia (disturbi del comportamento alimentare, abuso di sostanze, condotte sessuali vissute come egodistoniche, ecc.);
f) nel corso di terapie individuali, di coppia o familiari in cui sia utile effettuare, con strumenti analogici, un bilancio del percorso compiuto, per consolidare le acquisizioni o mettere a fuoco gli elementi rigidamente statici;
g) nel corso di sessioni individuali con bambini (dai 5/6 anni) e adolescenti, per facilitare, attraverso un “gioco”, l’espressione di fatti, rappresentazioni ed emozioni, evitando i pericoli dell’induzione. L’OD in questo senso è complementare all’impiego del disegno a tema. Risolve l’ostacolo rappresentato dalla fatica del minore di sostenere a lungo una conversazione verbale e facilita l’espressione simbolica e metaforica di contenuti del mondo interiore, di non facile accesso.
DUE CASI CLINICI
«In certe circostanze, l’opera d’arte può raggiungere anche luoghi della mente dove sono riposte esperienze emozionali della nostra storia personale assai remote, non ancora rappresentate, quindi registrate ma non codificate, non simbolizzate, che trovano nell’opera d’arte la simbolizzazione».

Graziella Magherini [47]

In questa sezione verranno illustrate – per finalità diverse – varie consegne e i resoconti parziali dei loro sviluppi, in setting individuale e di coppia.
Caso clinico 1
L’OD è particolarmente utile in quei casi in cui le dinamiche disfunzionali assumono forma “preverbale”: esistono, arrecano sofferenza ma i pazienti non possono raccontarle perché non sanno farlo. L’OD è una delle possibili strade per favorire accesso ed elaborazione a nuclei tematici profondi, per introdurre nella relazione terapeutica perturbazioni mirate. È nell’ambito di questa dinamica che possono realizzarsi – insieme ad altre forme interattive – esperienze di conoscenza procedurale relazionale di primaria importanza ai fini del cambiamento evolutivo.
Rosa
Rosa ha 36 anni, è una donna minuta e timida, parla con un filo di voce e cammina senza fare rumore. Arriva in terapia con emozioni confuse e non comprese, che si esprimono principalmente attraverso sintomi fisici: il mal di stomaco, il gonfiore addominale, gli stati di tensione e l’irrigidimento muscolare narrano una storia di emozioni senza parole. Tante visite mediche e una ricerca incessante – che dura da anni – della causa fisica dei suoi mali hanno condotto Rosa ad arrendersi, infine, alla necessità di guardarsi dentro.
Rosa non lavora, ha fatto qualche esperienza in passato, risultata sempre fallimentare, al punto di convincerla di essere inadatta al mondo delle relazioni tra adulti. La sua vita è semplice e scandita da una routine rassicurante. Vive da qualche anno con il suo compagno C. fuori Roma, ma a giorni alterni trascorre l’intera giornata nella casa della sua famiglia d’origine, luogo della sua sicurezza. Il rapporto con la mamma L. è stretto, quasi simbiotico, fatto di una condivisione speculare del malessere fisico; Rosa descrive la mamma come una donna che ha dedicato la sua vita ai figli, ma che è sempre stata poco affettiva, apprensiva e tendenzialmente pessimista.
Il papà di Rosa, N., è un lavoratore ormai in pensione, un uomo giocoso e affettuoso, con cui lei ha difficoltà ad entrare in relazione: tutto quell’affetto la spiazza e la imbarazza. Il fratello minore, S., ha trent’ anni, e ora vive in casa dei genitori perché è stato da poco licenziato; Rosa si rammarica di non riuscire a costruire un rapporto “da grande” con lui, al posto dei soliti dispettucci e delle frasi infantili. Non si è mai sentita davvero ascoltata, le sue emozioni si sono perse in mancanza di qualcuno disposto ad accoglierle. In casa “di certe cose non si parlava”, si passava oltre, ci si sfiorava, ci si guardava solo in superficie. Rosa appare come una figlia “non vista”, se non nei suoi sintomi fisici, unica tematica capace di indurre un’effettiva attivazione materna. È andata a convivere, dopo venti anni di relazione, perché “ormai era grande” e il tempo era giunto per provare ad avere una bambino “perché alla mia età lo fanno tutti”.
La paziente arriva in seduta sempre accompagnata dal compagno. Dato che guida con tranquillità e perizia, non riesce a spiegare questo fatto, appartenente ad un registro diverso da quello delle scelte concrete. Il lavoro nel setting, lento e certosino, è fatto di contatto tentato con le emozioni, ma prima ancora della possibilità di iniziare a riconoscerne l’esistenza, di scoprirle dietro altre manifestazioni. Rosa le percepisce come un’onda anomala, che può trascinarla via in qualunque momento. Tutta la prima fase di terapia con Rosa ha avuto come temi centrali lo sviluppo dell’alleanza terapeutica e la gestione dei vissuti di minaccia incombente e di grande angoscia, associati ai sintomi fisici.
Ottenuto un contenimento dell’emergenza emotiva psicosomatica e dell’intensità dei sintomi, la terapeuta ha iniziato con Rosa l’esplorazione della sua storia, delle sue relazioni significative e dei relativi vissuti. È emersa da subito la difficoltà di aprire il contesto terapeutico all’espressione delle emozioni e alla possibilità di toccare contenuti riguardanti la sfera più intima. L’attivazione dei sintomi psicosomatici era sempre dietro l’angolo, pronta a produrre svolte inefficaci nel percorso terapeutico e barriere invalicabili all’esplorazione evolutiva.
L’impiego delle carte Dixit
Le carte Dixit sono state – come già descritto nella sezione 1 – l’epifania che ha fornito una strada originale e percorribile al tentativo di rendere Rosa competente del suo mondo emotivo.
Nel corso di un incontro la terapeuta propone alla paziente di utilizzare le carte, scegliendone, dopo averle osservate tutte, tre rappresentative di lei nel passato, nel presente e nel futuro. Rosa ha accolto questo nuovo stimolo con curiosità e concentrazione, mostrandosi impegnata nel seguire la consegna. Questa nuova esperienza condivisa è divenuta, a partire da quel momento, in forme e per contenuti diversi di volta in volta, risorsa sempre disponibile e utilizzata.
Rosa, riflette; decide, aggiungendone una, di scegliere quattro carte alle quali da un “titolo”:
La carta del Passato passato, intitolata “Felicità”, rappresenta un bambino che fa le bolle di sapone, in un ambiente colorato e sereno. Racconta la sua infanzia con aspetti idealizzati, descrivendola come serena e spensierata:
Rosa (R): Scelgo questa carta per la mia infanzia, perché è allegra e mi trasmette serenità e positività.
Terapeuta (T): Le fa pensare a qualcosa in particolare?
R: In generale all’essere spensierata, a quando giocavo a palla con mio papà o a quando trascorrevo le giornate con i nonni.
La carta del Passato recente, intitolata “Solitudine”, rappresenta un personaggio vestito da Pierrot, con il volto triste, in un contesto buio e solitario, illuminato da un raggio di luce. Riferisce questa carta agli ultimi quattro anni, al difficile periodo in cui è andata via di casa e ha vissuto il distacco dalla famiglia. Si è sentita molto sola e triste:
R: Questa carta sembro proprio io i primi anni che sono andata a convivere con C., il clown triste e da solo…
T: A cosa la fa pensare?
R: Alla sensazione di solitudine di stare in una casa che non sentivo mia, lontano da tutti e triste.
La carta del Presente, intitolata “Fatica”, rappresenta una lumaca che sale una lunghissima scala che arriva oltre le nuvole. Rosa utilizza questa carta per descrivere la sensazione di star lavorando tanto su se stessa, con fatica, ma un gradino alla volta. Gli obiettivi da raggiungere, ossia le scale che sono oltre le nuvole, sono la serenità e l’equilibrio:
R: Scelgo questa con la lumachina che sale, sta ai piedi della scala… e deve arrivare fino al cielo! (ride ironica).
T: Cosa le trasmette questa carta?
R: Positività perché sento di poter migliorare e di poter stare meglio, ma anche fatica perché la scala è proprio lunga!
T: Cosa c’è oltre le nuvole, nel cielo?
R: La serenità, il poter stare bene.
La carta del Futuro (Figura 6), non prevista, aggiunta da Rosa, intitolata “Maternità”, rappresenta una culla bianca in un cupo bosco di alberi spogli, ritorti e rinsecchiti. In un primo momento Rosa la descriva come il suo desiderio di diventare mamma che spera si concretizzerà presto. Invitata a illustrare i significati personali dei dettagli della carta, gradualmente si rende conto della cupezza dell’ambiente, che finalmente descrive per come appare, pauroso e pericoloso. Sollecitata a descrivere come si senta il bambino dentro la culla lei risponde “spaventato”; alla domanda “chi è il bambino?” risponde che si tratta di lei. D’improvviso il clima è di forte intensità, sospeso e intimo. La terapeuta chiede cosa spaventi quella bambina nella culla e Rosa risponde “il pensiero di perdere la madre”. È con questo passaggio improvviso e straordinario, che possiamo far coincidere il salto di qualità della terapia che si apre a scenari nuovi ed inesplorati del racconto di sé:
C: “Scelgo questa e le do il titolo Maternità. Mi fa pensare al desiderio che ho di diventare mamma di una bambina, o almeno spero, nel futuro”.
T: Cosa le ha suscitato questa carta?



R: Beh una cosa bella, una speranza positiva… Oddio a guardarla bene mi accorgo adesso che è un po’ cupa…
T: Cosa nota?
R: Beh è tutto scuro, ci stanno i rovi, non sembra un ambiente adatto ad una culla.
T: Che ambiente è?
R: Pericoloso, spaventoso.
T: Chi c’è nella culla?
R: Una bambina.
T: Come sta?
R: Mmm… è spaventata.
T: Rosa vuole diventare mamma…
R: A volte sì, a volte no.
T: Allora chi c’è nella culla?
R: Forse io…
T: Quella bambina è Rosa?
R: Sì…
T: E come sta?
R: Spaventata e sola.
T: Cosa vede intorno a lei?
R: Un posto pieno di pericoli… che le fa paura.
T: Di cosa ha paura quella bambina?
R: Di diventare grande e vedere morire la madre.

La paziente stessa è colta di sorpresa dalla sua esternazione; ammetterà poi di non essersi mai resa conto fino in fondo di quanto grandi e fonte di sofferenza fossero quella paura e il tentativo di fermare il tempo. Dopo un lungo silenzio, Rosa esce dal piano simbolico, raccontando in lacrime un ricordo emotivo cruciale, rievocato: la mamma spesso le ripeteva la frase “Quando non ci sarò più io tu che farai?”, “Cosa farà questa figlia quando non ci sarò più? Saprà badare a se stessa?”. Rosa è turbata nel dirlo, anche se è evidente il suo tentativo di nascondere qualunque emozione; è la terapeuta a riportarla sul tema e ad aiutarla a dare parole ai suoi vissuti.
Le CD hanno permesso a Rosa di toccare una paura profonda e antica, che ha permeato la sua vita di bambina e ora la sua vita di adulta: perdere la mamma… Il contatto con questo contenuto è avvenuto in modo del tutto inaspettato, come se improvvisamente quel tema si fosse liberato da ostacoli e vincoli, per presentarsi integralmente alla coscienza. Questa traccia tematica ha sollecitato un lungo sviluppo elaborativo, ed aperto la strada ad una riorganizzazione emozionale, spesso faticosa per Rosa, ma ricca di acquisizioni evolutive. Il repentino e inequivocabile sentimento di tristezza collegato al tema della perdita materna e ai sensi di colpa, non più tenuto fuori dalla coscienza e soprattutto condiviso, ha fornito nuova legittimazione e funzione al proprio apparato affettivo-emotivo, iniziando a indebolire l’inevitabilità delle somatizzazioni.
La carta del Futuro ha aperto la strada a sviluppi evolutivi sia della relazione terapeutica sia delle competenze di Rosa; come un filo di Arianna ha consentito svolte impensabili quali ad esempio il recupero del ricordo della depressione di L. dopo la morte del padre, e della sofferenza di Rosa disconfermata da una mamma incapace di gestire lutto e bisogni di accoglienza della figlia: “Che ti piangi te? Ero io la figlia”. La stessa carta ha inoltre consentito, in virtù di un lungo lavoro di ricostruzione e ridefinizione, di portare alla luce il ruolo di Rosa nel suo contesto familiare: monitorare con costante impegno, di bambina e di adulta, la mamma; assicurarsi che stesse bene, che non si “perdesse” nella sua tristezza. Esattamente lo scenario descritto da Winnicott come “falsa riparazione” [14]. Questa ridefinizione in particolare ha consegnato a Rosa una nuova, preziosa visione di sé condivisa con la terapeuta: non sono io l’incapace in tutto, ero troppo impegnata nel controllare mamma e invasa dalla paura di perderla, per potermi occupare di qualunque altra cosa.
Caso clinico 2
Paola e Luca
Paola (39 anni) ha grandi occhi neri, capaci di racchiudere emozioni forti e ondivaghe, di spalancarsi per il timore, di stringersi per la commozione, di irrigidirsi per la rabbia. Sono occhi abituati ai salti improvvisi di un’altalenare fragile e continuo. Luca (49 anni) ha lo sguardo saldo e razionale. È abituato a controllarsi, per non cedere alle emozioni e trasmettere solidità alla sua famiglia; è abituato a fuggire dalla “pancia”, per stabilirsi nella “testa”, che guida le sue azioni e contiene quelle degli altri. Paola e Luca si conoscono all’università. Luca è il tutor di Paola per qualche anno. Poi si innamorano e decidono di sposarsi, in pochi mesi, guidati da un sentimento forte, che li rende complici ed affiatati. L’onda di felicità si infrange presto su un primo, enorme scoglio: il papà di Luca, ottantasettenne, cade rovinosamente proprio nel giorno delle nozze, procurandosi una frattura del femore. Immediatamente ricoverato, morirà in coincidenza con il ritorno della coppia dal viaggio di nozze, per le complicanze del trauma e dell’intervento. Luca, colonna portante della famiglia d’origine, sostiene la mamma e non si concede lo spazio necessario per soffrirne. Ma il progetto della coppia è grande e portato avanti con fermezza: in un clima di ritrovata serenità e affiatamento nasce, dopo due anni, la prima figlia, Serena, e trascorsi tre anni il fratellino, Matteo. Luca e Paola sono ormai professionisti affermati, costruiscono la loro carriera giorno per giorno, con passione e determinazione, seguendo entrambi le orme dei rispettivi padri. Ma non è facile gestire lavoro e famiglia. Luca cerca di farlo creando un clima di regole e organizzazione, Paola fa più fatica: si sente inefficace, in particolare verso Serena, e alterna momenti di perdita di controllo emotivo a momenti di congelamento. Sente di non riuscire a gestire i figli e a sintonizzarsi con loro. L’insicurezza di Paola, come donna e come mamma, è continuamente confermata e alimentata da una famiglia d’origine molto critica e poco sensibile, a cui lei ha sempre dato tanto, ricevendo svalutazione e continui paragoni con la sorella maggiore, considerata “perfetta”. Nel corso degli anni Paola è scossa da due tempeste: la sorella scopre di avere la sclerosi multipla; la madre, in preda ad emozioni incontenibili, le rivela che il padre, esemplare modello di virtù in famiglia, ha in realtà sempre condotto una vita parallela fatta di tradimenti. Dentro Paola queste tempeste, fatte di delusioni, sensi di colpa, dolore, rabbie e paure si intrecciano e poi, con violenza, si abbattono su di lei. Paola sviluppa una condizione di umore alternante e un’alopecia universale. Luca e Paola arrivano in terapia stanchi e affaticati, i loro occhi chiedono aiuto, ma sono anche scettici e spaventati. Quello che sollecitano è un supporto pedagogico nella gestione dei figli, che hanno 9 e 6 anni. Il rapporto di Paola con i bambini è spesso conflittuale: le suscitano preoccupazioni e la inducono a cercare per loro etichette patologiche. Luca sembra un funambolo su un filo di seta: solido per Paola e attento a che lei non si frammenti; regolatore per i figli, nel tentativo di limitare i danni; mediatore tra Paola e la sua famiglia d’origine. Ma chi gioca con questi bambini? Paola non sembra averne le risorse, anzi, il gioco la spaventa e la fa sentire inadeguata. Si percepisce la sua enorme fatica nel gestire i duri giudizi dei genitori – che la incolpano per i comportamenti inadeguati dei figli – e nel portare avanti il suo tentativo di svincolo meno rabbioso e più maturo. Luca, troppo impegnato nel “mettere ordine”, non trova spazio per il divertimento e le emozioni, che da sempre relega in una parte di sé ben nascosta e profonda. A volte si ritrova a dover contenere la rabbia di Paola verso i genitori attingendo al proprio modello di riferimento, rigido ma solido: bisogna comprendere i genitori, anche nei loro difetti, rispettarli e mediare. Fallisce regolarmente con effetti di distanziamento e incomprensione nella coppia.
Le sedute sono condotte in co-terapia da Michele e Francesca con la supervisione diretta. I terapeuti si trovano ad accogliere la richiesta di aiuto, ma all’interno di una visione complessa che include tanti piani oltre quello pedagogico. In un interscambio che richiede alcune fasi di assestamento, ma che diventa ad ogni seduta più fluido, Michele e Francesca osservano la famiglia, i bambini, le interazioni e le dinamiche e riescono a stabilire una forte alleanza con la coppia. Si immergono in questa famiglia densa e complessa, in cui a volte i limiti sembrano più forti delle risorse, ma in cui se si cade si cade insieme. Michele e Francesca non si fanno spaventare dalle cadute, si rialzano insieme alla coppia e continuano tenaci, in un forte clima di energia e determinazione. Il lavoro dunque procede, lento ma continuo, alla ricerca dei cambiamenti evolutivi che inevitabilmente conducono la coppia all’incontro con le proprie emozioni, per guardarle in faccia e fare i conti con esse. In seduta si piange, si ride, si fatica, ma soprattutto si gioca, ed è una novità: i bambini si godono appieno i momenti di divertimento con in genitori, indifferenti alla loro goffagine e imbarazzo: per loro è già tantissimo così, a loro vanno strabene così. Piano piano Luca e Paola si avvicinano al mondo dei loro bambini, ai bisogni e alle richieste emotive sottostanti ai comportamenti. Luca, liberandosi del ruolo normativo, impara a trasmettere le sue emozioni con più coraggio suscitando la commozione e la gioia della moglie. Paola acquista fiducia in se stessa, come donna, come professionista, come mamma e come figlia. I confini del nucleo familiare assumono lentamente una nuova forma, più decisa ma non rigida, più emotiva ma non labile.
L’impiego delle CD
Le CD arrivano, come opportunità di “gioco”, quando Michele e Francesca sentono la coppia pronta e complice e il momento propizio: per una ricognizione della strada fatta, per guardarsi dentro e specchiarsi nei cambiamenti. Quasi fossero frutto di un’accurata quanto occulta regia, evocate dalle immagini proposte dalle carte, le trasformazioni evolutive individuali e di coppia si snodano fornendo la loro, preziosissima testimonianza, implicita o esplicitata.
La prima scelta sollecitata è di tre carte che rappresentino la coppia coniugale.
P: (prendendo una carta e rivolta a Luca) Questo sei tu che mi hai salvato
L: Però non mi piace perché è scura.
Luca mentre scorre le carte che ha in mano invita Paola a decidere anche lei. Si trovano d’accordo su due carte che rappresentano “due gabbie”, e Paola ridendo commenta la scelta.

L: io metterei quella della tavola imbandita.
P: (divertita) Sì! Sì! La tavola anch’io.
Scorrono le carte e si confrontano sulle attribuzioni.
L: anche questa piace a me.
P: sì tanti libri.
Continuano a scorrere le carte e commentano. Alla fine sulla plancia ci sono le carte selezionate, in numero più ampio rispetto al mandato. Francesca invita a scegliere, fra quelle selezionate, le tre carte che sentono più rappresentative della coppia. P. e L. scelgono le tre carte e le mettono in ordine (Figura 7).
P: avremmo dovuto farlo prima questo gioco!
T1:partiamo dalla prima, perché l’avete scelta?
L: beh perché questa è tutta noi, cerchiamo di stare insieme ma ci separano un po’ i libri e lo studio… sembrerà assurdo ma ora vi racconto perché.



P: poi tutto è iniziato con un libro!
L: allora il primo regalo che le ho fatto da specializzanda, come studentessa è stato un gatto fermacarte che sta seduto su una pila di libri; poi io le ho regalato un libro appena arrivato dalla Sapienza perché non ne aveva uno, proprio quando ci siamo conosciuti, come amici.
T1:c’è qualche particolare che vi colpisce, che vi ha proprio evocato questa…
L: non ci riusciamo mai a vedere perché o uno o l’altro sta sempre…
P: no ma io poi gli tendo sempre la mano e gli ricordo sempre di vivere un po’ più le emozioni, anche se lui sta sempre sopra, almeno così io la leggo.
L: sì è vero, te mi dici sempre così.
T1: tutti gli elementi di questa carta vi risuonano o c’è qualcosa che stona, che non vi dice nulla?
L: beh forse che siamo lontani, non c’è proprio questa distanza ma non c’è neanche la carta ideale.
T1: la seconda carta?
L: beh la seconda è quando ci siamo incontrati!
P: la seconda evoca un po’ di godereccio, siamo andati a mangiare la pizza la prima volta…
L: sì di godereccio!
P: è simbolica di un momento di…
L: di goduria!
T1: vi ricorda proprio un momento in particolare?
L e P: la prima cena! (ridono divertiti).
L: eheheh! Bella questa carta.
T1: che emozioni vi suscita?
L: di quando stiamo bene insieme.
P: di quando ci rilassiamo, chiacchieriamo.
T1: e la terza carta?
P: la terza io c’ho un’immagine precisa.
L: anche io!
P: c’è sempre il sole dopo una tempesta.
L: non ti preoccupare di niente… ogni volta che c’è stato un caos assoluto c’è sempre stata una qualche risoluzione.
T2: interessante questa visione.
T1: e se voi doveste dare un titolo alla vostra coppia rappresentata da queste carte, che titolo dareste? Come se fosse un film, come se fosse un quadro…
P: io direi quello che gli dico sempre, che lui è tutta la mia vita, gli direi questo… sei tutta la mia vita.
P: boh, non lo so, direi noi siamo così.
T1: deve essere un titolo di coppia, un vostro emblema…
P: il nostro, amore, la nostra vita, non so…
L: sì, il nostro amore… che poi sembra anche una… da quando ci siamo conosciuti a…
T1: quindi la vedete come una sequenza, una sequenza narrativa?
P e L: sì sì.
P: sì perché poi c’è stata un po’ di bufera però non nella coppia.
L: la prima sì è proprio l’inizio.
P: mancano solo i bambini.
L: ma no ci sono, guarda la tavola!
T2: il titolo?
L: questa è la nostra vita, insieme, non so.
P: la nostra vita insieme…
L: sì, la nostra vita insieme.
La seconda scelta sollecitata è di tre carte che rappresentino la coppia genitoriale.
L: questa è ’na bella sfida!
T2: su che cosa vi state focalizzando nella vostra scelta?
L: su quello che dicono le carte io.
M: parlano?
L: beh, sì!
M: cosa raccontano? Interessante!
L: io non ho un’idea e cerco la carta, ma vedo la carta e…

Paola scorre le carte e ne seleziona alcune; in questa seconda proposta di “gioco” i due lavorano più individualmente.
P: allora, hai scelto?
L: sì io ho scelto (e posiziona le carte).
T1: adesso sceglietene tre insieme [ndr: ne scelgono tre ma ne lasciano altre due sulla plancia, collegate come indicano le frecce in Figura 8].
L: io come padre l’ho intesa come questo che è un bimbo che si allontana e vorrei sempre controllare dove va, seguirne l’evoluzione… seguendo le sue orme.
P: io questa l’avevo pensata perché c’è ancora tanto da disegnare… nel senso da imparare, da disegnare, qui invece ero alla ricerca della pozione magica per essere un bravo genitore.
T1: Paola, le vede collegate queste due carte, come se si completassero?
P: sì sì le vedo collegate.
T1: allora le mettiamo insieme, possiamo aggiungerla all’altra questa.
L: e questi sono i bimbi.
P: sì bisogna sempre giocare, cercare di capirli, capire come comunicano, perché a volte i bimbi comunicano col pianto, in tanti modi.
T1: ok, parliamo della prima (Figura 8). Paola lei ha detto che era sempre in cerca di una pozione giusta, che cos’è che la colpisce particolarmente di questa carta?
P: sembro io! Sembro proprio io all’inizio del percorso ma a volte ancora adesso. Io pensavo di venire qua e di trovare delle persone che mi dicevano fai così o no fai così, invece poi non è stato mai così e quindi a volte me ne andavo scoraggiata perché comunque dovevo trovare una forza, qualcosa. Quindi questa carta sembra proprio fatta per me!
T1: e qual è il dettaglio, anche più di uno…
L: questo fatto dell’espressione che ha, cioè lei si sta proprio impegnando a cercare di mescolare… non lo so sembra proprio fatta apposta… ecco legge anche come me che cercavo di leggere i libri per capire come dovevo fare.
T2: ci sono altri dettagli?



T1: qualche altro dettaglio che l’aiuta o che magari stona rispetto a questa descrizione.
L: non lo so sembra che lì fa qualcosa di cattivo e io invece ci vedo del positivo.
P: c’è un cuore.
L: sì c’è un cuore.
T1: ma c’è il cuore?
P: quello è un cuore nero ma insomma…
L: sta posizionato un po’… sì ma insomma c’è il cuore.
T1: a me colpisce come carta perché ci sono due foto piccoline piccoline…
P: sì le ho viste, ma una ce n’è, o due?
T1: sì, ce n’è una qui e una lì.
P: esatto quella l’avevo vista.
T1: sembrano corrispondere no?
P: io avevo visto quella perché pensavo a Serena all’inizio e non avevo visto quest’altra.
T1: beh è un po’ proprio come abbiamo iniziato no? C’era il pensiero di Serena molto pressante e Matteo…
P: sì adesso sembra che sta qui pure quest’altra.
T1: esatto. E come la completa la carta sotto?
P: perché questa la vedo come un qualcosa ancora da disegnare, da imparare ancora, vabbè io non so disegnare, ma la vedevo così, c’è ancora tanto da imparare.
T1: a me colpisce molto la contrapposizione tra la scienza e l’arte, quindi un qualcosa di esatto e invece un qualcosa di completamente…
P: sì è vero, e poi la scala che porta al cielo, quindi una scala di chi può salire ancora, si può fare sempre meglio, diciamo così.
T1: Luca, c’è qualcosa che la colpisce in particolare, che le risuona?
L: no no sono pienamente d’accordo con lei!
T1: e la seconda?
L: questa è come immagino io l’infanzia con i giochini, con le camerette loro piene di giocattoli.
P: anche semplici.
L: nella mia cameretta c’erano i giocattoli, nella sua c’erano i giocattoli, c’è la continuità di alcuni schemi, chiamiamoli così.
T1: di alcune tradizioni.
L: sì di alcune tradizioni, e proprio questo camion tra l’altro, io ce l’avevo, Francesco ce l’ha avuto.
T1: l’ultima carta invece, Luca prima ce l’ha un po’ raccontata…
L: è il mio obiettivo proprio, quello di essere in grado… di osservarli
P: però vedi hai le mani dietro, cioè ti osservo ma non ti blocco, ti lascio andare.
L: esatto, di poterlo osservare da una parte ma di lasciarlo libero, non essere… ecco io stavo prendendo pure questa, la aggiungo, adesso credo che possiate andare da soli, vorrei aiutarli fino alla fine. Questo è un bimbo che osserva i pianeti, ecco questo è l’inizio e questo è il seguito. La prima è il mistero di due bimbi nati tra l’altro subito, quando li abbiamo desiderati sono nati, quindi c’è questa conchiglia aperta di loro che iniziano ad andare da soli e noi che li stiamo educando e speriamo che sia il più possibile positivo.
T1: beh è interessante perché poi questi pianeti se guardate bene il bambino li sta creando, perché li sta soffiando no?
P: sì.
T1: quindi è un po’ un messaggio di creatività e di autonomia quello che volete dare ai vostri figli.
T2: anche il fagottino che si porta dietro il bambino…
L: sì, esatto.
T1: anche qui, vedete una sequenzialità o no?
P e L: sì sì sì.
T1: ok, e anche qui vi chiediamo di dare un titolo, a voi coppia di genitori.
L: eh eh, speriamo di cavarcela! Non lo so…
P: o sbagliando si impara, o …
L: speriamo che i nostri bimbi crescano felici… oppure…
P: o qualcosa di… non lo so, una cosa positiva! anche qualcosa sul fatto che anche noi cresciamo insieme, non lo so… si potrebbero dare tanti titoli.
L: sì è vero.
T2: a noi ne basta uno solo.
P: non mi piace sbagliando si impara, farei un titolo un po’ più positivo… trova un titolo! hehehe
L: eh, siccome c’ha una consequenzialità, vorrei qualcosa del tipo cresciamo… cresciamo.
P: insieme…
L: mhhh cresciamo insieme…
P: mmm non so se cresciamo proprio insieme.
L: mmmhh infatti sì…
T1: vi sentite cresciuti?
P e L: eh beh , un po’ sì!
L: continuiamo a crescere insieme…
P: sì è stato un crescere poi alla fine anche se forse…
L: abbiamo iniziato a crescere insieme…
P: sì, cresciamo insieme, perché poi è stato così, anche se poi uno da genitore dovrebbe… già essere un po’ maturo quando fa dei figli però è stato così.
La terza scelta sollecitata è di tre carte che rappresentino la coppia nel rapporto con le famiglie d’origine.
Luca si emoziona a questa richiesta e sceglie una carta a colpo sicuro, la stessa cosa fa Paola.
P: però, cioè, pure della tua alla fine (indicando la carta che ha scelto lei).
L: beh insomma, se c’era mio padre… ho litigato una vita con mia madre, mo me fa un po’ pena… La nostra famiglia inserita nelle famiglie di origine?
T1: la vostra coppia, voi due.
P: oh cavolo! La nostra coppia! Eccola!
L: beh oddio no, sto pesciolone così!
P: ma tu non sei quello! Non capisci niente! Non sei quello tu!
L: sì ma non è la tua famiglia…
P: però anche questo, mi fa pensare a loro, ci hanno dato tanto, mi fa pensare a una casa bella, al fatto che ci hanno aiutato, no?
L: sì.
P: a me mi ci fa pensare molto…
T2: come si sente Luca in questa terza scelta? A livello di mimica la vedo in maniera diversa, più…
L: più serioso…
T2: sì, più serioso.
L: sì, perché io poi mi rattristo con mio padre che è morto e quindi poi… mi fa emozi… (la voce si strozza).
T2: si sta emozionando.
L: (annuisce a occhi bassi) se ci fosse stato sarebbe stata… tutta un’altra storia.
T2: ce la vuole raccontare questa storia?
L: … era entusiasta di lei in modo sfrenato (si commuove visibilmente)… tu le hai scelte già?
P: hum hum ma scegli pure tu eh… perché la nostra coppia non è come individuo… certo sembravano più brutte, ma poi se le vedi bene…
T1: se c’è una carta che avete già utilizzato e che comunque vi richiama qualcosa potete riutilizzarla.
Segue un lungo momento di scelta, Luca è molto concentrato.
P: lì pure, bella quella carta!
T2: di che parla quella carta?
L: beh, sì ma anche questa, per me stanno così… (riflette a lungo commosso), è questa… lei ha portato il sorriso a casa… erano tutti un po’ seriosi… mia madre sempre pesante… sì prendiamo questa perché c’è la pesantezza di casa e la leggerezza di quando è arrivata Paola, sicuramente…
P: abbiamo scelto?
L: sì metti quella.
T2: queste si completano?
P: sì queste si completano.
T1: parlateci un po’ di queste carte (Figura 9), perché queste prime due [ndr: i pazienti hanno aggiunto una carta].
P: queste le vedo proprio come noi nella famiglia, dove mille problemi, mille chiavi, perché abbiamo sempre ragionato, sempre lavorato col cervello, sempre cercato di vedere le cose dal punto di vista psicologico e tutto e poi quel, non so cos’è quel… drago?
L: quello è un piraña. Che è?
P: quella è un pochino la mia famiglia con Luca che mi tende la mano, noi due che cerchiamo di salvarci.
T2: prima quando l’ha scelta l’ha buttata lì, che emozione c’era dietro?
P: sì sì, è vero, perché l’emozione è un mix. Ci vedo molto tutta la famiglia lì, Luca ma anche un pochino di stress, ma poi vedo subito la casa, i miei genitori e mia suocera per quello che ha potuto, quello che hanno fatto per noi, ci hanno permesso di stare in una bella casa che quando chiudiamo la porta stiamo bene, anche tanto stress ma poi vedo subito quello.
T1: anche se questa casa poi le porte… ce le ha chiuse ma poi effettivamente ha una parete completamente aperta, vi suscita qualcosa questo o no?
P: sì è vero ma io l’ho vista come una carta… non avevo… la vedo come una carta positiva, anzi proprio nel senso che non ha porte, non ha finestre… poi non lo so perché ma ci leggo pure il perdono in quella carta.
T1: perché il perdono?
P: il perdono nel senso che non ha porte e non ha finestre, non ha chiusure, nel senso che c’è un po’ di rabbia, molte chiavi da aprire e da fare ma poi c’è il perdono.



T1: quindi sono due facce di una stessa medaglia?
P: sì!sì!
T1: quindi da una parte la rabbia, l’intrigo mentale e dall’altra…
P: il totale perdono…
T1: la riparazione.
P: sì sì.
T2: tra queste chiavi che vedete ce n’è una che apre la vostra famiglia d’origine oppure no? Ci sono diverse chiavi, lei prima ha detto, le abbiamo tentate un po’ tutte, abbiamo visto diverse chiavi.
P: no io intendo che ci siamo scervellati con le varie chiavi ad aprire varie porte, a vedere diverse sfaccettature, io la leggo così…
T1: e l’ultima?
L: beh l’ultima è chiarissima, la mia famiglia la pesantezza.
P: i mattoni! Ahahah.
L: sì, ’na pesantezza proprio dei mattoni! E lo squarcio di cielo leggero invece è Paola che però si vede solo dalla finestra perché… ehhh… è stato troppo poco tempo [ndr: si riferisce al padre], c’ha visto appena sposati e poi… non c’ha quasi visti insieme. Saremo andati da lui quattro cinque volte compatibilmente con gli impegni e poi basta… mi rimane sempre questa cosa strozzata di mia madre… non c’è una carta che poi ridimensiona, nonostante il fatto che io poi temessi più il giudizio di mia madre perché con mio padre ero più in sintonia. Quindi è proprio un inizio di affaccio su una bella giornata da una casa di pesantezza ma poi è finito là… è un po’ così.
T1: anche qui vi chiediamo di dare un titolo.
P: siamo un po’ banali coi titoli!
L: ehheh… bah… noi nonostante le nostre famiglie! Noi e le nostre famiglie va… noi e la vista delle nostre famiglie.
T1: la vista… Luca ci tiene…
L: eh sì… noi e la vista sulle nostre famiglie.
P: sì!
T1: ok… come vi ha fatto sentire questa esperienza?
P: bene!
L: bene, bene.
P: una bella cosa, bellissimo!
L: anche perché sono delle carte… cioè io in ogni carta ci vedo una cosa e un’altra, per cui costringono un po’ a pensare.
T1: noi ve l’abbiamo proposto in questo momento proprio perché è in questa fase che voi avete dimostrato di essere molto competenti, nel giocare e soprattutto nel giocare anche un po’ con le emozioni, nel saperle riconoscere, tirarle fuori.
CONCLUSIONI
«La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito sia la botanica»
Gregory Bateson [48]
La proposta contenuta in questo articolo nasce dallo sviluppo di un’idea che ci ha rapito. Ci ha coinvolto, impegnato ed emozionato per lungo tempo, accompagnandoci quasi quotidianamente in un percorso fatto di entusiasmi, curiosità, verifiche, scoperte, incertezze e conferme. Il fatto stesso di averla voluta sperimentare, illustrare e condividere testimonia del nostro credere nell’efficacia e nella qualità di questo modello. Tutto questo però non ci impedisce di guardare a questo strumento con l’irriverenza raccomandata da Gianfranco Cecchin [49]. In cosa consiste questa forma di propensione? Nell’ampliare le proprie conoscenze aprendosi al nuovo con accuratezza e curiosità, senza però lasciarsi mai sedurre del tutto da un modello, tanto da esserne presi nella rete e limitati.
L’irriverenza ci regala la possibilità di muoverci con la libertà del Gioco (quello ad esempio proposto qui), che impone regole specifiche ma provvisorie. E si può e si deve – se serve – cambiare gioco e di conseguenza regole. Una visione totalitaria della tecnica rischia di sminuire la singolarità, specificità e imprevedibilità della persona facendone un ingranaggio della “scienza”. Spesso ci ritroviamo a muoverci in un panorama fatto di tecnicismi frammentati, del tutto svincolati da un pensiero consapevole della complessità, propria delle scienze umane. Il pensiero complesso viceversa è mosso da una tensione costante verso un sapere non parcellizzato, nel rispetto del principio per cui ogni forma di conoscenza è comunque inevitabilmente incompleta e in divenire, e noi mai definitivamente affrancati dall’incertezza [50]. Scegliere quale tra le diverse descrizioni e interpretazioni sia più proficua è tanto importante quanto il procedere verificando e correlando, con la consapevolezza di muoversi “come se” il proprio modello fosse “vero”, con la libertà costante di imboccare ulteriori, alternativi punti di vista, relativizzando utilmente il proprio: «… ogni vacca sacra in questo campo lo è solo per poco tempo perché lo spirito santificante della terapia si muove e trova sempre qualcosa di nuovo sul suo cammino, in quel processo di scambi senza fine che è la storia del nostro lavoro» [49, p.8].
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