Cosa insegna la storia del dottor Semmelweis
alla psichiatria


Luigi Cancrini



Una delle difficoltà più serie per il terapeuta è quella di interpretare un rac-conto. Evidenziando i fatti in linea con la sua ipotesi di lavoro, egli ne trascura al-tri potenzialmente più importanti e, proponendo letture di parte, mortifica la ricchezza dell’esperienza vissuta nelle situazioni interpersonali con cui si confronta. Scopo della rubrica “La pagina letteraria” è quello di fornire proposte di lettura e di riflessione intorno alla possibilità di un racconto esaustivo. Potere del poeta, dello scrittore e dell’artista in genere è quello di costruire, con mezzi apparentemente semplici, un’informazione efficace sulle situazioni interpersonali considerate nella loro complessità. Dovere del ricercatore è quello di partire da descrizioni di questo genere per separare con precisione l’informazione sui fatti dalla teoria che li interpreta.


One of the most difficult tasks for the therapist is to relate a case-story. Stressing facts in line with the working hypothesis, the therapist overlooks other ones potentially more important. By proposing only certain interpretations the therapist damages the wealth of first hand experience coming from interpersonal situations. The section devoted to the literary page aims to provide suggestions and meditations towards the possibility of an exhaustive report. The power of poets, writers and artists in general, apparently using simple tools, cre­ates clear information on interpersonal situations seen in their complexity. The researcher, starting from such descriptions, has to separate precisely information on facts from the theory which explains them.


Una de las mayores dificultades encontradas por el terapeuta es la interpreta-ción del relato. El terapeuta evidenciando solo los hechos que concuerdan con su hipótesis de trabajo, descuida otros potencialmente más importantes. Además proponiendo interpretaciones parciales envilece la riqueza de la experiencia vivida en las situaciones interpersonales con las cuales se confronta. El objetivo de la sección “la página literaria”, es el dar sugerencias y puntos de reflexión sobre cómo obtener en la medida de lo posible, un relato exhaustivo. Poetas, escritores y artistas en general tienen en sus manos el poder de construir con elementos aparentemente simples, una información eficaz sobre situaciones interpersonales observa­das en su globalidad y complejidad, mientras que el investigador tiene el deber de basarse sobre las descripciones para separar con precisión los hechos de la teoría que los interpreta.



Louis-Ferdinand Céline era laureato in medicina. Il suo futuro di scrittore viene anticipato in modo che non potrebbe essere più chiaro dalla sua tesi di laurea, dedicata alla storia, solo apparentemente incredibile, del dottor Semmelweis.
Vienna, seconda metà dell’Ottocento. Pasteur non ha ancora riconosciuto i microbi al microscopio e nulla ancora i medici sanno delle malattie infettive che sono la causa più frequente di morte soprattutto fra i bambini ed i giovani. L’idea che molte di queste malattie siano provocate dal contagio e si diffondano in modo epidemico, tuttavia, è già chiara da tempo e molti sono i medici che tentano di capire chi o che cosa del contagio sia il vettore. Come fa qui Semmelweis, sconvolto, all’inizio della sua carriera, dal numero enorme di donne che muoiono nei reparti di maternità degli ospedali ma, soprattutto, da alcune evidenti, strane coincidenze. Seguiamolo, dunque, con Céline mentre per la prima volta a questi reparti si avvicina.

«Due padiglioni per il parto, di costruzione identica, contigui, s’innalzavano in quell’anno 1846 in mezzo ai giardini dell’Ospizio generale di Vienna. Il professor Klin ne dirigeva uno; l’altro, da quasi quattro anni ormai, era posto sotto la direzione del professor Bartch. Passando per quei giardini coperti di neve, battuti da un vento implacabile, che li avvolgeva di brina, Semmelweis dovette recarsi al suo nuovo servizio il mattino del 27 febbraio.
Pensava senz’altro che avrebbe incontrato in quella carriera più amarezze ancora di quante aveva conosciuto fino allora in chirurgia, ma non avrebbe mai potuto immaginarsi a quali altezze di emozione, con quale intensità drammatica si svolgesse la vita quotidiana dal professor Klin. Sin dall’indomani, Semmelweis fu preso, trascinato, pestato nella danza macabra che mai doveva interrompersi intorno a quei due terribili padiglioni. Quel giorno era un martedì. Si trovò a occuparsi dell’accettazione delle donne incinte, venute dai quartieri popolosi.
Evidentemente le sole che si rassegnavano a partorire in un ospedale di così trista reputazione erano quelle di condizione assolutamente miserabile. Dalle loro ansiose confidenze Semmelweis apprese che, se i rischi di febbre puerperale erano considerevoli nel padiglione di Bartch, in quello di Klin, soprattutto in certi periodi, il rischio di morte equivaleva alla certezza. Questi dati, che erano divenuti classici tra le donne della città, costituirono il punto di partenza di Semmelweis verso la verità. L’accettazione delle donne con “le doglie” si faceva allora con turni di ventiquattr’ore per padiglione. Quel martedì, quando suonarono le quattro, il padiglione Bartch chiuse le porte, quello di Klin aprì le sue…
Proprio ai piedi di Semmelweis si svolsero allora scene così strazianti così sinceramente tragiche, che leggendole, e pur con tante ragioni contrarie, si resta sorpresi di non aver affatto un entusiasmo assoluto per il progresso.
“Una donna”, raccontò più tardi a proposito di quella prima giornata, “verso le cinque del pomeriggio è assalita bruscamente da dolori, per la strada… Non ha domicilio… si precipita all’ospedale e capisce subito di esser arrivata troppo tardi… eccola a supplicare, a implorare perché la si lasci entrare da Bartch in nome della sua vita, che chiede per gli altri suoi figli… questo favore le viene rifiutato. E non è la sola!”.
A partire da quel momento la sala d’accettazione diventa un rogo di ardente desolazione, dove venti famiglie singhiozzano, supplicano… trascinando spesso, e a forza, la moglie o la madre che accompagnavano.
Preferiscono quasi sempre farla partorire in strada, dove i pericoli sono in realtà di gran lunga minori» [1, pp. 43-45].

L’emozione violenta vissuta dal giovane medico può essere considerata il punto di partenza della sua successiva “ossessione” di ricerca? Probabilmente sì, perché da questa emozione violenta parte una scelta, altrettanto emotiva ed altrettanto violenta, che separa irrimediabilmente, da quel momento in poi, il suo destino da quello dei suoi colleghi. Illustri e meno illustri. Dando luogo, nei fatti, ad una situazione che somiglia a quella del paranoico. Convinto di cose in cui gli altri, la maggioranza assoluta dei medici e dei potenti del tempo, non sono ancora in grado di credere. Nonostante del problema ci si occupi, anche nelle sedi più accreditate.

«Sempre a Vienna, nel mese di maggio del 1846, una Commissione Imperiale venne convocata d’urgenza, mentre le statistiche denunciavano sequenze di decessi del 96% da Klin. Che mai pensare di tutti coloro che costituivano quelle Commissioni? Erano dunque personalmente altrettanto ignoranti, e soprattutto altrettanto incapaci quanto i rimedi che proponevano? Niente affatto. Ma non avevano genio, e ce ne voleva molto, per sbrogliare le matasse patologiche prima che Pasteur offrisse la sua luce ai mediocri.
D’altronde, è vero che ce ne vuole sempre nelle grandi circostanze di questo mondo, quando il torrente delle potenze materiali e spirituali, oscuramente mescolate, trascina gli uomini, urlanti ma docili folle, verso fini micidiali. Ben pochi tra i più dotati sanno allora far qualcosa di più che segnalarsi perché corrono più velocemente verso l’abisso o emettono un grido più stridente degli altri. Rarissimo è colui che, trovandosi in mezzo a questa atmosfera ossessiva che è chiamata Fatalità, osa, e trova in sé la forza che ci vuole per affrontare il Destino comune che lo trascina. Nell’ombra egli troverà la chiave di misteri fino allora temibili. Quasi sempre colui che la vuole con fede sufficiente la scopre, perché quella chiave esiste sempre, e davanti alla sua audacia il torrente delle fatalità devia verso altre ignoranze fino al giorno di un altro genio.
Semmelweis scelse quel compito all’altezza di sé e del suo tempo. Più tardi egli stesso ebbe chiaramente coscienza del suo suolo in mezzo agli uomini. “Il destino mi ha prescelto” scrisse “per essere il missionario della verità per quanto riguarda le misure che bisogna prendere per evitare e combattere il flagello puerperale. È da tempo ormai che ho cessato di rispondere agli attacchi di cui sono costantemente oggetto; l’ordine delle cose deve provare ai miei avversari che avevo pienamente ragione, senza che sia necessario che io partecipi a polemiche che non possono oramai servire a nulla per i progressi della verità”» [1, pp. 47-49].

Il dato di fatto da cui parte Semmelweis nella sua riflessione è sotto gli occhi di tutti. Solo lui sembra pensare però ad una spiegazione semplice. Se la percentuale di donne che si ammalano è maggiore in un certo Reparto rispetto a un altro e se le donne che partoriscono fuori dall’Ospedale si ammalano con frequenza ancora minore, la causa del contagio potrebbe essere qualcosa che ha a che fare con le attività che si svolgono nell’Ospedale? Potrebbero, le febbri puerperali, essere iatrogene, come si dirà più tardi, ma come allora i medici, dall’interno di una loro profonda insicurezza, non erano ancora in grado di pensare?

“Segnerà con una pietra iniziale, e una volta per tutte, il punto di partenza del suo spirito verso la scoperta: si muore di più da Klin che da Bartch.
Prima di lui tutti lo avevano notato, ma nessuno si era soffermato con tanta nettezza sul fatto. Lui, invece, ritiene che è il solo fatto acquisito nel corso di quella tragedia in cui tutto è oscuro. È sempre da lì che egli partirà ed è ancora lì che sempre tornerà su sé stesso. Eppure gli vengono offerte cento altre piste, tutte fuorvianti. Lui si rifiuta. Infine, quando a forza di persuasione e spesso, ahimè, di brutalità, ha finito di sottomettere coloro che vogliono o fingono di volerlo aiutare a quel punto di partenza, le soluzioni affluiscono. Si rivaleggia, intorno a lui, per ingegnosità, in realtà per orgoglio. “Se si muore meno da Bartch”, pretendono quei begli spiriti nel loro timore di essere superati “è perché da lui l’esplorazione viene praticata esclusivamente da allieve levatrici mentre da Klin gli studenti procedono alla stessa manovra sulle donne incinte senza alcuna delicatezza, provocando con la loro brutalità una infiammazione fatale!”. Si teneva allora fermamente all’infiammazione come eziologia dalla febbre puerperale. Urrà! Il mondo era salvo!
Semmelweis afferra subito l’occasione offertagli dai suoi emuli e passa alle deduzioni pratiche. Le levatrici che facevano il loro tirocinio da Bartch vengono scambiate con gli studenti di Klin. La morte segue gli studenti, le statistiche di Bartch diventano angosciose e Bartch sconvolto rimanda gli studenti al posto da dove erano venuti. Semmelweis ora sa (e anche gli altri se vogliono) che gli studenti svolgono un ruolo di importanza primaria in quel disastro. È già molto. È quel che ci vuole perché un diluvio di consigli si rovesci su di lui. Perfino Klin, che comincia a inquietarsi per le rivoluzioni che il suo assistente vuol provocare nel suo feudo maledetto, Klin, la cui attività ostetrica è circondata da una reputazione tragica per l’Austria intera, tenta allora di spiegare che sono gli studenti stranieri a propagare la febbre puerperale» [pp. 50-51].
Il risultato dell’esperimento dà ragione a Semmelweis ma non fa piacere ai medici in genere e al direttore del reparto in particolare. La polemica che ne nasce è aspra. Convinto di essere nel giusto Semmelweis sbaglia i toni, non riesce ad essere diplomatico.

«Il suo entusiasmo non è misurato. Per la sua mancanza di tatto si fa accusare di intolleranza, di irriverenza nei confronti di Klin. Il che, ahimè, è senz’altro vero. C’è chi trova insopportabile il suo orgoglio; si dirà che giuoca “con l’uovo di Colombo”. Nell’ardore della sua ricerca, si è distaccato dalla vita quotidiana, la ignora, esiste ormai soltanto nella sua passione, con una tale forza, con una tale fissità, che torna, senza mai demordere, al solo fatto provato, sensibile –cioè che “ si muore di più da Klin con gli studenti che da Bartch con le levatrici”. Va ripetendo incessantemente a tutti coloro che vogliono o non vogliono ascoltarlo: “Le cause cosmiche, telluriche, igrometriche, che vengono invocate a proposito della puerperale, non possono avere valore dal momento che si muore di più da Klin che da Bartch, più all’ospedale che in città, dove le condizioni cosmiche, telluriche e tutto quel che si vuole sono pur sempre le stesse”. […] “La causa che cerco è nella nostra clinica e da nessun’altra parte”. Ciò fu detto a Markusovasky la sera del 14 luglio 1846.
Tuttavia, senza che egli lo sospetti, o appunto perché da lui disprezzati, sentimenti umani di ostilità si sono scatenati contro di lui. Una lunga onda maligna avvolge il suo nome. Le parole che vengono pronunciate per qualificare il suo atteggiamento non bastano più a coprire completamente l’odio che egli già suscita. L’odio trabocca nel silenzio» [pp. 52-53].

La spiegazione basata sulla manualità migliore delle allieve ostetriche è debole e Semmelweis lo sa. O forse più che saperlo lo sente. Pensa allora a quello che fanno i medici e che le ostetriche non fanno. La dissezione dei cadaveri, cui si provvedeva allora con le mani nude. Mani cui Semmelweis pensa di poter attribuire una qualche responsabilità. Anche se non ha elementi per giustificare la sua ipotesi.

«Nei giorni seguenti chiede a Rokitansky di essere affiancato dal dottor Lautner per poter praticare insieme a lui autopsie e resezioni di tessuti cadaverici, senza aver peraltro un qualche quadro prestabilito per queste ricerche istologiche. Insomma, delle “esperienze per vedere”, come dirà poi Claude Bernard.
In quell’istante si trova così vicino alla verità che sta per circoscriverla. Vi è ancor più vicino quando pensa di far praticare gli studenti prima che affrontino le donne incinte. C si domanda il “perché” di questa misura, a cui nulla corrispondeva nello spirito scientifico dell’epoca. Era una pura creazione. Comunque egli fece disporre dei lavabi alle porte della clinica e diede ordine agli studenti di pulirsi accuratamente le mani prima di ogni investigazione di manovra su una partoriente.
Essa incurante dapprima, divenuta ostile in seguito, la routine, che egli troppo aveva trascurato, lo attendeva per colpirlo nel suo slancio. Essa entrò all’indomani con i passi di Klin. Semmelweis lo intrattenne sin dal suo arrivo alla clinica sulla misura di pulizia che voleva far adottare agli studenti, gli chiese anche di intromettervisi personalmente…? Evidentemente Klin prese una spiegazione di quel lavaggio preliminare che gli parve, a priori, assolutamente ridicolo. Forse pensò addirittura a una vessazione… Semmelweis, d’altra parte, era proprio incapace di fornirgli una risposta plausibile o una teoria adeguata, perché voleva tentare la sorte. Klin rifiutò seccamente.
Semmelweis, snervato da tante veglie estenuanti, s’infuriò, dimenticando il rispetto che doveva malgrado tutto al peggiore dei suoi maestri. Certo, l’occasione era troppo bella perché Klin se la lasciasse sfuggire.
L’indomani, 20 ottobre 1846, l’incarico di Semmelweis fu brutalmente revocato. Nei due padiglioni, la febbre per un istante minacciata trionfa… impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole… a Vienna… 28% in novembre… 40% in gennaio… il cerchio si allarga intorno al mondo. La morte conduce la danza… intorno campanelle… A Parigi da Dubois…18%… 26% da Schuld a Berlino… da Simpson 22%... a Torino, su 100 puerpere ne muoiono 32» [1, pp. 56-57].

Il paranoico, la clinica psichiatrica ce lo insegna ogni giorno, non demorde di fronte alle difficoltà. Neanche nei casi in cui ha ragione. Per fortuna. Cacciato dall’Ospedale in cui lavorava, Semmelweis ne trova un altro perché incontra qualcuno, anche fra quelli che comandano, che crede in lui, che confusamente sente che sta dicendo e cercando cose importanti. Così come accadrà quasi cinquanta anni dopo alle idee di Freud, rifiutate dalla neuropsichiatria di Vienna e accolte da Jung e Bleuler a Zurigo, accade ora a Semmelweis di essere accolto da Skoda, che gli permette di tornare al lavoro e di predisporre un esperimento cruciale. Legato ancora all’ossessione delle mani nude.

«Vinto dall’insistenza di Skoda, Bartch, direttore della seconda maternità, finì per accogliere il suo protetto come assistente supplementare, benché in realtà non avesse alcun bisogno di personale in quel momento. […] Il fatto tante volte osservato si riproduce subito fedelmente. In quel mese di maggio del 1847 la mortalità da puerperale sale presso Bartch al 27%, cioè con una eccedenza del 18% sul mese precedente. L’esperienza decisiva è dunque matura. Perseguendo allora la sua idea tecnica di deodorazione, Semmelweis fece introdurre una soluzione di cloruro di calce con la quale ogni studente che aveva selezionato il giorno stesso o il precedente doveva lavarsi accuratamente le mani prima di effettuare qualsiasi specie di ricerca su una donna incinta. Nel mese che seguì l’applicazione di tale misura la mortalità cala al 12%. Questo risultato era estremamente netto, ma non era ancora il trionfo definitivo desiderato dal Semmelweis. Fino allora la sua mente si era fissata sulla causa cadaverica dell’infezione puerperale. Tale causa gli parve ormai acquisita, reale, ma insufficiente. Egli fuggiva e temeva il “pressappoco”, voleva la verità intera. Si sarebbe detto che durante quelle settimane la morte volesse giocare d’astuzia e d’audacia con lui. Ma fu lui ad averla vinta. Avrebbe toccato i microbi senza vederli. Rimaneva ancora da distruggerli. Ma si fece meglio. Ecco i fatti: nel mese di giugno, entrò nel reparto di Bartch una donna ritenuta gravida, in base ai sintomi mal verificati, Semmelweis l’esamina a sua volta e scopre su di lei un cancro al collo dell’utero, poi, senza pensare a lavarsi le mani, pratica subito dopo l’esplorazione su cinque donne nel periodo della dilatazione. Nelle settimane che seguono, le cinque donne muoiono di infezione puerperale tipica. Cade l’ultimo velo. Si è fatta luce. “Le mani, per semplice contatto, possono infettare” egli scrive… Ormai, chiunque abbia sezionato o meno nei giorni precedenti, si dovrà sottoporre a un’accuratissima disinfezione delle mani con la soluzione di cloruro di calce. Il risultato non si fa aspettare, ed è magnifico. Nel mese seguente la mortalità da puerperale diviene quasi nulla, si riduce per la prima volta alla cifra attuale delle migliori Maternità del mondo: 0,23%!» [pp. 67-69].

L’inquietudine del ricercatore che non è mai soddisfatto di quello che ha ottenuto perché ogni verità scoperta apre sempre orizzonti nuovi da esplorare è evidente in questo passaggio. I batteri che Pasteur sta per scoprire sono qui solo intuiti da Semmelweis che li vede come il risultato del suo ragionamento. Come l’ultimo pianeta conosciuto del sistema solare, individuato sulla base del calcolo prima che dai telescopi.
La passione del ricercatore non è condivisa, tuttavia, quando le verità che lui scopre sono scomode per chi, nella cosiddetta comunità scientifica, dovrebbe, accettandola, mettere in crisi le gerarchie consolidate degli interessi e del potere. Scomode e in qualche modo rivoluzionarie, le verità scoperte da Semmelweis non furono forti abbastanza da proteggerlo dall’odio di chi non le accettava. Aveva paura di doverle accettare. Assurdo? No, segnala Céline con il suo racconto, perché la storia dell’umanità ci conferma ogni giorno che avere ragione può servire davvero a poco se i rapporti di forza non consentono di far riconoscere o valere tale ragione: ad avere accesso a corte nella Vienna del tempo di Semmelweis sono i nobili e i medici in cui la corte e i nobili hanno fiducia, non i ricercatori intelligenti che si preoccupano di malattie che riguardano le donne del popolo. Non solo a Vienna del resto ma anche a Parigi, dove quasi dieci anni dopo, nel 1858, la cosiddetta Accademia di Medicina discute e respinge la tesi di Semmelweis. Nonostante Voltaire e l’Illuminismo, perché anche lì, anche in Francia, la Restaurazione ha riportato il potere nelle mani di chi con la Rivoluzione sembrava averlo perso.
Licenziato ancora una volta per colpa del suo “cattivo carattere”, Semmelweis ha bisogno di lavorare per vivere e cerca ancora la protezione di Skoda ma nel nuovo incarico dovrà accettare la più dura delle condizioni.

«Senza indugio va in visita da Birley per chiedergli di riprendere un’attività in ostetricia. Birley era un brav’uomo, favorevole a Semmelweis, ma che non desiderava veder ricominciare da lui le storie della Maternità di Vienna. Così lo accolse bene, ma con riserva. “Lei mi è stato raccomandato dal professor Skoda” gli disse “e questa protezione è sufficiente a garantirle tutta la mia benevolenza. Tuttavia, nello stato attuale della nostra Maternità, io posso offrirle un impiego soltanto per i due mesi delle vacanze, luglio e agosto. La pregherei inoltre di non parlare più ai miei allievi di quelli lavaggi di mani col cloruro di calce, ci farebbe un grosso torto… “D’altra parte ho pensato a lungo a quelle spaventose mortalità che un tempo avete osservato da Klin e credo di potergliene dare io la vera ragione. Klin non purgava metodicamente le sue puerpere, qui…”.
Semmelweis, docile, una volta tanto, seppe tacere, entrò quindi nel suo breve servizio intermittente, e lì iniziò la redazione del suo libro capitale: L’eziologia della febbre puerperale» [p. 85].

Il rifugio del ricercatore le cui verità vengono rifiutate dalla comunità scientifica dominante è da sempre il libro. La scrittura che sopravviverà a lui. Anche il suo libro però non avrà fortuna. Verrà contestato e rifiutato. Mentre quello che cresce intorno a lui è un clima di odio e di disprezzo che culmina, inevitabilmente, nell’accusa più infamante per chi ha sacrificato tutto alla logica del ragionamento: quella della follia da cui lui stesso insieme agli altri va “difeso”. Un’accusa cui lui stesso darà, dominato dalle sue ossessioni, un contributo terribile ed importante perché folli si può diventare davvero se il mondo intorno a te con tanta violenza e così ciecamente combatte le verità di cui tu sei convinto.

«Giunse all’apice dell’intollerabilità e dell’inefficacia quando andò ad affiggere lui stesso sui muri della città dei manifesti di cui citeremo un passo: “Padre di famiglia, sai tu cosa vuol dire chiamare al capezzale di tua moglie incinta un medico o una levatrice? Significa che tu le fai correre volontariamente rischi mortali, che si potrebbero evitare così facilmente grazie ai metodi, ecc.”.
Forse l’avrebbero esonerato dalle sue funzioni sin d’allora se il suo esaurimento progressivo non avesse preceduto questa inutile misura disciplinare. Ben presto, in effetti, le parole che pronunciava non raggiunsero più il loro oggetto e furono il più delle volte senza importanza. Il suo corpo s’incurvò in una nuova andatura, a scatti; agli occhi di tutti sembrava avanzare esitante su una terra sconosciuta… Lo sorpresero mentre scavava le pareti della sua stanza, alla ricerca, pretendeva, di grandi segreti nascosti lì da un prete di sua conoscenza.
Nel giro di qualche mese i suoi tratti s’incrostarono profondamente di malinconia e il suo sguardo, perso l’appoggio delle cose, sembrò perdersi dietro noi. Rapidamente divenne il fantoccio di tutte le sue facoltà, un tempo così potenti, e ora scatenate nell’assurdo. Fu posseduto di volta in volta dal riso, dalla vendetta, dalla bontà, totalmente e senza ordine logico, ciascuno dei suoi sentimenti lo faceva agire per proprio conto, come se fosse bramoso di esaurire le forze del poveretto ancor più completamente della frenesia precedente. Una personalità si squarta non meno di un corpo quando la follia fa girare la ruota del suo supplizio» [pp. 94-95].

Per molti anni ancora la vita di Semmelweis si trascina nel nulla. Dimenticato da tutti, cerca lavori diversi ma è sempre più solo, senza nessuno che gli dia ascolto o aiuto. Reso inevitabile da una crisi spaventosa, il ricovero nel manicomio avverrà nel 1865. E nel manicomio Semmelweis morirà devastato da una malattia infettiva da lui cercata e contratta quando, con un ultimo gesto di sfida rivolto a tutti quei falsi medici che non gli avevano voluto credere, mette le mani in un cadavere: lasciandosi infettare dai microbi che aveva cercato di scoprire e di combattere 19 anni prima. Nel tempo in cui era entrato per la prima volta nei reparti di maternità dell’Ospizio Generale di Vienna.

 «Verso le due lo videro che si precipitava per le strade, braccato dalla muta dei suoi nemici fittizi. Urlando, con vestiti scomposti, giunse sino agli anfiteatri della Facoltà. C’era sempre un cadavere, sul marmo, al centro, per una dimostrazione. Semmelweis, impadronitosi di uno scalpello, si apre un varco fra gli allievi, rovesciando varie sedie, si accosta al marmo, e, prima che si riesca ad impedirglielo, incide la pelle del cadavere, taglia nei tessuti putridi, abbandonato ai suoi impulsi, strappando lacerti di muscoli che poi scaglia lontano. Accompagna le sue mosse con esclamazioni e frasi sconnesse…
Gli studenti lo hanno riconosciuto, ma il suo atteggiamento è così minaccioso che nessuno osa fermarlo… non capisce più… Riprende lo scalpello e fruga con le dita e con la lama al tempo stesso in una cavità cadaverica gocciolante di umori. Con un gesto più brusco degli altri si taglia in profondità. La ferita sanguigna. Grida. Minaccia. Viene disarmato. Circondato. Ma è troppo tardi… Come già Kolletchka, si è infettato mortalmente» [p. 98].
Fin qui Céline con la sua cronaca, appassionata ed amara. Perché parlarne qui, tuttavia? Per una ragione semplice.
L’immagine dei giovani medici che, non lavando le loro mani con acqua di calce, e non usando dei guanti, trasportavano alle puerpere i microbi presi in sala autoptica mi è venuta in mente con grande forza, pensando a quello che ho visto in tanti anni di pratica psichiatrica. Per prima cosa, nel tempo in cui Basaglia (che aveva studiato Asylums di Erving Gofman [2]) aiutò me e tanti altri a capire che il quadro clinico delle “schizofrenie” e dei “deterioramenti schizofrenici” non doveva essere considerato come il risultato di uno sviluppo naturale di una “malattia” ma come il risultato dell’incontro fra un “disturbo” iniziale e dei modi sbagliati di affrontarlo: chiusi in Ospedali che si limitavano a custodire, se necessario con la violenza, la loro follia, i pazienti sviluppavano, infatti, livelli di regressione del pensiero e del comportamento che non si sarebbero prodotti altrove e che in effetti noi oggi non vediamo più nei luoghi in cui tentiamo di curarli.
Molto al di là dell’ignoranza e della trascuratezza spesso disumana cui le pratiche dell’Ospedale psichiatrico erano legate, tuttavia, quelli su cui oggi abbiamo la possibilità di riflettere, a distanza di più di un secolo dalle prime osservazioni di Freud, sono i vissuti profondi alla base di quelle pratiche, basate insieme sul desiderio di curare, sul bisogno di distanziare e sulla paura: su emozioni controtransferali, cioè, naturalmente evocate dal contatto con la follia di cui ampiamente ho avuto modo di parlare in un libro [3] a ciò particolarmente dedicato. Anche se quello cui ci troviamo di fronte oggi, nel tempo in cui quegli Ospedali non ci sono più, è di fatto un insieme di problemi che assomigliano ancora molto a quelli cui allora si pensò di porre rimedio chiudendoli.
Quella che si sta diffondendo sempre di più, nei Centri di Salute Mentale e nei Servizi per le Dipendenze Patologiche, nelle Neuropsichiatrie Infantili, nelle Case di cura e in tante Comunità Terapeutiche, infatti, è una pratica basata sull’uso sempre più largo e sempre meno monitorato di psicofarmaci cui si richiede un controllo, un contenimento dello star male dei pazienti basato su movimenti controtransferali dello stesso tipo di quelli su cui si basava il bisogno di ricoverarli negli Ospedali Psichiatrici: sul bisogno di tenersi lontani dai vissuti del paziente, cioè, sul sogno di salvarli da una “malattia” e/o sulla paura. Evitando di ascoltarli in prima persona, comunque, o di aiutare chi intorno a loro potrebbe ascoltare e comprendere le comunicazioni nascoste dietro o dentro i loro comportamenti sintomatici. Evitando a sé stessi dunque, prima e più che al paziente ed a chi gli sta intorno, la ricchezza, la difficoltà e la fatica del lavoro psicoterapeutico di cui tutti quei pazienti avrebbero soprattutto bisogno. Con conseguenze pesanti per i pazienti però perché, non ascoltati, i bisogni inespressi ed i grumi di dolore nascosti nei sintomi si fanno progressivamente più pesanti. Cronicizzando ed aggravando disturbi che avrebbero potuto e dovuto essere curati da persone in grado di farlo in quanto capaci di riconoscere, controllare ed utilizzare, come in particolare ci ha insegnato Kernberg [4], le loro emozioni controtransferali.
L’insegnamento che possiamo trarre dalla vicenda del dottor Semmelweis raccontata da Céline nella sua tesi di laurea in Medicina sembra a me, a questo punto, estremamente chiaro. Le mani nude dei medici che trasmettevano i microbi responsabili delle febbri puerperali alle donne ricoverate sono la mancanza di una formazione e di una cultura psicoterapeutica delle persone che pretendono di occuparsi della sofferenza psichica. Come ben sa chi, dotato di formazione e cultura psicoterapeutica, si confronta con quell’insieme spaventoso di ricette (ansiolitici e neurolettici, antidepressivi e stabilizzanti dell’umore, senza correre neppure più il rischio di scegliere l’una o l’altra categoria di psicofarmaci) con cui i medici e gli psichiatri più sprovveduti tentano di combattere i sintomi e di arginare, spesso aggravandole, le difficoltà dei loro pazienti.
Saperlo non basta, tuttavia, e anche su questo c’è ancora molto da riflettere. Il sapere prevalente nei Servizi e nelle Università si è sempre difeso e continua a difendersi da queste nostre semplici verità. Freud e Basaglia non hanno avuto accesso all’insegnamento universitario, la psicoterapia non viene insegnata nei corsi di laurea e nelle Scuole di Specializzazione pubbliche di Medicina e di Psicologia, il finanziamento della ricerca e delle riviste specialistiche è rimasto in mano all’industria farmaceutica. Anche se noi non faremo la fine di Semmelweis perché la legge voluta da Adriano Ossicini ci ha permesso di mettere in piedi e di far crescere le Scuole di Psicoterapia, rari sono ancora i responsabili di Servizi importanti che le hanno frequentate e perché, introdotta nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la psicoterapia è diventata un diritto per chi ne ha bisogno e molto c’è da fare ancora, sul piano culturale e politico, per costringere chi a mani nude si occupa, facendo del male, di pazienti psichiatrici a lavarle, prima di lavorare, nell’acqua di calce della formazione psicoterapeutica.
BIBLIOGRAFIA
• Céline L-F. Il dottor Semmelweis. Milano: Adelphi, 1975.
• Goffman E. Asylums. Torino: Giulio Einaudi Editore, 2010.
• Cancrini L. La luna nel pozzo: famiglie, comunità terapeutiche, controtransfert e decorso della schizofrenia. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1999.
• Kernberg OF. Notes on countertransference. J Am Psychoanal Assoc 1965; 13: 38-56.