Ricerca di senso nei contesti patogeni:
ridefinizione dell’agire terapeutico e costruzione
di una politica di reinserimento

Roberto Rossi1, Cristina Scoppetti2, Chiara Bartolucci3



Riassunto. L’esperienza di presa in carico di pazienti psichiatrici in un carcere romano dimostra come sia possibile in un contesto patogeno effettuare una ricerca di senso nell’ambito di interventi terapeutici. La complessità sistemica viene valutata ed affrontata nella pianificazione degli interventi allo scopo di definire sinergie ed evitare disconferme o squalifiche degli interventi.

Parole chiave. Interventi terapeutici, paziente detenuto.


Summary. Search for meaning in pathogenic contexts: redefinition of therapeutic action and construction of a reintegration policy. The experience of taking care of psychiatric patients in a Roman prison, shows how it is possible in a pathogenic context to carry out a search for meaning in the context of therapeutic interventions. Systemic complexity is assessed and addressed in the planning of interventions in order to define synergies and avoid disconfirmation or disqualification of interventions.

Key words. Therapeutic interventions, inmate patient.


Resumen. Búsqueda de significado en contextos patogénicos: redefinición de la acción terapéutica y construcción de una política de reintegración. La experiencia de acogida de pacientes psiquiátricos en una cárcel romana, demuestra como, en un contexto patógeno, sea posible efectuar una investigación sobre el significado en la materia de las intervenciones terapéuticas. La complejidad en la programación de las intervenciones para definir sinergias y prevenir inhabilitaciones de las intervenciones.

Palabras clave. Intervenciones terapéuticas, paciente interno.


«Allora parti, prendendo il maneggevole remo,
finché a genti tu arrivi che non conoscono il mare,
non mangiano cibi conditi di sale,
non sanno le navi dalle guance di minio,
né i maneggevoli remi che sono ali sulle navi.
E il segno, ti dirò, chiarissimo, non può sfuggirti,
quando incontrandoti,
un altro viandante ti dica che ventilabro tu reggi sulla nobile spalla,
allora piantato in terra il maneggevole remo, …
intorno a te popoli beati saranno. Placando l’ira di Poseidone».
Odissea, XI 90-137

PER UNA DEFINIZIONE DI CONTESTO PATOGENO
L’importanza che il contesto assume nelle definizione dei significati e della pragmatica comunicativa appare estremamente rilevante in una situazione di restrizione come quella carceraria. Le caratteristiche dell’istituzione totale, descritte da Goffmann e poi combattute da Basaglia, sono ancora presenti in tali contesti particolarmente restrittivi, dove possono essere confinati sia pazienti che per la gravità del quadro psicopatologico e delle loro alterazioni comportamentali, non trovano più accoglienza e presa in carico nei Servizi Territoriali, sia persone il cui scompenso comportamentale rappresenta la punta di un iceberg di un profondo disagio relazionale ed esistenziale.
L’esperienza clinica effettuata durante sei anni in un carcere romano ha mostrato come la presa in carico di detenuti con problematiche psicopatologiche vada di pari passo con la valutazione delle caratteristiche di tale contesto e con il loro affrontamento da parte degli operatori sanitari. Sono ivi reperibili caratteristiche di patogenicità determinate dalla struttura e dalla funzione che possono essere descritte come:
1. spersonalizzazione, ovvero privazione di ogni tratto personale ed unico al momento dell’ingresso in carcere del detenuto;
2. l’abbandono dei ruoli svolti in precedenza nella società e privazione del sostegno sociale a causa dell’isolamento forzato;
3. la remissività imposta dai regolamenti e dalle sanzioni;
4. l’osservazione ed il giudizio esasperato di ogni comportamento del detenuto da parte degli operatori del carcere;
5. l’organizzazione finalizzata a regolare le relazioni interpersonali in funzione dei bisogni dell’istituzione penitenziaria più che di quelli dei pazienti detenuti [1];
6. deterioramento cognitivo causato dalle lunghe incarcerazioni [2].

Queste situazioni reali in cui si trova una persona appena entrata in carcere sono alla base della “destoricizzazione” del paziente [3], determinata da una parte dalla frammentazione degli elementi di storia personale dispersi negli schedari della varie istituzioni e dall’altra dalla riduzione della storia della persona a quella processuale. Questo comporta una perdita di memoria storica che allontana l’obiettivo di restituire un senso, in termini terapeutici, agli eventi che hanno portato alla carcerazione.
Si può assistere così agli effetti di quelle distorsioni comunicative già descritti negli studi delle famiglie psicotiche [4] che si ripercuotono nelle dinamiche organizzative degli operatori del carcere: frammentazione dell’interazione, con grave difficoltà nell’integrare i vari elementi della condizione del paziente, riflessa nell’incomunicabilità fra i membri delle varie équipe afferenti a diverse istituzioni, oppure sensazione diffusa, sempre tra gli operatori, dell’inutilità di qualsiasi tentativo di raggiungere un grado di chiarezza ed accordo sulle progettualità cliniche.
Queste situazioni, visibili e misurabili attraverso osservazioni cliniche ed organizzative, possono essere considerate alla base di sintomatologie dell’adattamento dei pazienti detenuti e, nei casi più complessi, di scompensi psicopatologici preesistenti con emergenza di derealizzazione, stato confusionale, eccitamento.
In tale contesto, appare evidente come l’intervento di presa in carico debba essere calibrato su contesti polisistemici agendo, quindi, non solo nei confronti dei sistemi e sottosistemi relativi al paziente (famiglia, relazioni amicali, servizi territoriali), ma anche costruendo ed ottenendo consenso operativo da parte degli altri attori istituzionali (Ministero della Giustizia in primis) sugli interventi clinici da effettuare, pena l’agito di sottili boicottaggi o aperte squalifiche e disconferme da parte di istituzioni che vedono minato il loro controllo sulla situazione organizzativa.
Gli interventi clinici sono molto spesso orientati verso la “riduzione del danno” rappresentato dall’istituzionalizzazione forzata, attraverso la messa in opera di interventi di sostegno psicologico a carattere spesso emergenziale.
Con questi presupposti, il tradizionale setting psicoterapico viene completamente stravolto, ad iniziare dalle difficoltà aggiuntive al mantenimento della “neutralità” del terapeuta: il rischio è che le istanze del paziente a volte manipolative e quindi orientate al mantenimento di vantaggi secondari (paradossale protezione offerta dal carcere, utilizzazione del materiale clinico per ottenimento benefici di legge, senza reale maturazione di una domanda evolutiva) possano orientare il terapeuta verso una collusione spesso non inconsapevole, con il modello interpretativo dell’istituzione totale, calibrata costituzionalmente sul trattamento della deviazione psicopatica, che rappresenta quindi una visione del disagio come mero frutto di manipolazione e simulazione.
Le azioni cliniche devono così essere orientate da una continua riflessione sul loro senso in un contesto complesso, allo scopo di rimanere in equilibrio sul filo del rasoio rappresentato dal rispetto per un’istituzione dall’immenso potere, senza però mai escludere la necessaria dose di irriverenza [5] da parte dell’operatore sanitario che possa dare la forza di “andare oltre” le pastoie istituzionali, quando possibile, consentendo all’attività clinica di assumere un carattere realmente evolutivo.
La qualità di noxa patogena intrinseca all’istituzione va quindi affrontata in modo dialettico, attraverso un incessante lavoro di sensibilizzazione dei membri di istituzioni spesso ignari del fatto che un sintomo, una sofferenza, un dolore non siano necessariamente frutto di una manipolazione o quanto meno ne siano frutto solo in quantità minima. Attraverso una sorta di educazione sanitaria degli appartenenti all’istituzione totale si punta a raggiungere l’obiettivo di far comprendere l’aspetto clinico del comportamento e quindi a modificare la visione del paziente psichiatrico detenuto, in modo da evitare ulteriore stigma e biasimo della vittima.
L’ingresso delle aziende sanitarie pubbliche nelle istituzioni penitenziarie nel 2008 rappresenta una discontinuità nell’organizzazione, in quanto come istituzione “terza” si inserisce nel rapporto fra detenuti e amministrazione penitenziaria, apportando un contributo relativo alla presa in carico del paziente detenuto, considerandolo come persona portatrice di bisogni ed esigenze di cura, prima ancora che persone in grado di comprendere un processo rieducativo in senso giudiziario. Questo nuova organizzazione che deve prevedere la «leale collaborazione fra Ministero di Giustizia e Aziende Sanitarie Locali» [6] non è certamente realizzabile in modo sincronico, ma può essere soltanto il risultato di un lungo processo di assimilazione ed accomodamento fra due istituzioni molto diverse, che parlano un linguaggio diverso e portatori di esigenze a volte divergenti.
Il carcere moderno nasce come esigenza di chiusura allo sguardo esterno della punizione, necessitata allo scopo di evitare le simpatie del pubblico per i condannati [7]. Questa chiusura allo sguardo esterno viene illuminata quindi dallo sguardo clinico della struttura sanitaria entrata da poco all’interno delle mura: l’umanizzazione delle cure in questi contesti può realizzarsi attraverso l’introduzione del concetto di presa in carico, il più possibile globale ed olistica, del paziente detenuto, ma anche e soprattutto facilitando l’entrata del “mondo esterno” all’interno di servizi di cura territoriali.
L’intervento curativo e riabilitativo in un carcere per i pazienti psichiatrici assume un carattere di notevole complessità, dovuto alle molteplici variabili derivanti da più sistemi istituzionali interfacciati in modo più o meno efficiente fra loro.
Ci sono almeno otto diverse organizzazioni formali ed informali che possono operare sullo stesso paziente, con i propri diversi linguaggi, storie, obiettivi, regole e culture.
La direzione del carcere può determinare trasferimenti di un paziente detenuto da un carcere all’altro sulla base di decisione autonome, a volte interrompendo percorsi di reinserimento faticosamente costruiti da parte degli operatori ASL.
A questa sorta di “spada di Damocle” sulla presa in carico, si aggiunge la complessità determinata dall’intervento di operatori di altre Istituzioni, come gli operatori giuridico pedagogico che, secondo una legge del 1975 (Ordinamento Penitenziario), intervengono sulla “osservazione scientifica della personalità del detenuto”, allo scopo di compilare relazioni sulle quali il magistrato di sorveglianza emette le sue determinazioni relative ai benefici di pena. L’integrazione con tali figure professionali è cruciale nella definizione dei percorsi terapeutico riabilitativi, anche in misura alternativa. Una diversità nelle analisi e negli obiettivi da raggiungere con il paziente può comportare fallimenti nei progetti terapeutici.
La magistratura di sorveglianza decide in ultima istanza sulla concessione delle misure alternative proposte dalle équipe curanti, ma, se non esistono percorsi di comunicazione con i magistrati, sono possibili rifiuti dei progetti terapeutici presentati, anche perché ad essa afferiscono notizie sul paziente detenuto a volte non a conoscenza dell’équipe curante, ad esempio da parte del pubblico ministero.
La polizia penitenziaria gestisce la sicurezza all’interno del carcere, determinando regole, usanze e divieti, intervenendo anche direttamente sulla gestione dei setting di presa in carico.
Il privato sociale, interviene in forma di volontariato all’interno del carcere, collaborando strettamente con gli educatori, e può orientare l’intervento fornendo disponibilità di risorse umane e materiali, ma anche operare in modo completamente scollegato dalle équipe sanitarie.
Gli avvocati, svolgono il loro lavoro premendo per la concessione delle misure alternative, cercando molto spesso autonomamente comunità terapeutiche, anche senza coordinamento con gli operatori sanitari.
I familiari, con i quali possono essere molto difficoltosi i contatti, a volte parte lesa, non sembrano sempre in grado di rappresentare una risorsa per il paziente, oppure possono perseguire obiettivi non congruenti con quelli di una presa in carico pertinente.
Le dinamiche fra detenuti, spesso non sono osservabili direttamente e possono comunque essere estremamente influenti sui comportamenti.

La complessità espressa dall’interazione o meno di questi sistemi può essere enorme ed incontrollabile. Non esistono che pochi e sporadici protocolli di collaborazione, spesso basati sul volontarismo dei singoli operatori. Nonostante questi, è sempre possibile che improvvise variazioni di interessi od opportunità possano far deviare il percorso riabilitativo prima deciso comunemente, senza che la ASL che si propone come coordinatore venga avvisata.
IL RELATIVO AGIRE CLINICO
La presa in carico del paziente si basa quindi sull’analisi preliminare della situazione contestuale del paziente:
• modalità di commissione del reato, in modo da comprendere il livello di organizzazione del comportamento del paziente, in un continuum che va dal reato compiuto in modo fatuo e influenzato da disturbi del pensiero, quindi disorganizzato ed afinalistico, al reato compiuto in modo organizzato e finalizzato ad un tornaconto concreto;
• situazione giudiziaria, in modo che gli interventi terapeutici riabilitativi siano coordinati sinergicamente con gli interventi degli operatori del Ministero di Giustizia, attraverso un attento studio dei tempi della giustizia. Le scarcerazioni vanno coordinate con gli interventi delle strutture socio-sanitarie territoriali;
• analisi della rete di sostegno formale ed informale del paziente esterna ed interna al carcere e assunzione, da parte degli operatori che gestiscono la presa in carico all’interno, di un ruolo di coordinamento ed animazione degli interventi anche dei servizi esterni [8];
• ricomposizione della destoricizzazione del paziente con lo scopo di definire le sue risorse individuali, familiari e sociali;
• iniziare il processo di alleanza terapeutica con il paziente e condividere i percorsi e gli obiettivi clinico-riabilitativi;
• verifica dei nodi della rete così creata ed analisi continua dei feedback che ne provengono relativamente al procedere del percorso prefissato, con la possibilità di aggiustamenti e modifiche che possono verificarsi in corso d’opera;
• strutturazione di feed back sull’after care, in modo da razionalizzare i futuri interventi sotto forma di follow-up strutturati.

La detenzione interviene a congelare la storia sociale del soggetto, determinandone un blocco delle possibilità evolutive. Il paziente detenuto sperimenta, a causa delle caratteristiche dell’istituzione totale, la frammentazione del senso di identità e lo scollamento del senso del Sé dalla propria storia e progettualità. In aggiunta a questo, la sintomatologia psichiatrica rappresenta un ulteriore fattore stigmatizzante, che limita le possibilità riabilitative in quanto il ruolo del malato [9] prevede la sospensione delle attività quotidiane e la deresponsabilizzazione relativa al proprio ruolo sociale con la delega a specialisti della gestione del proprio stato di salute.
Queste tre condizioni prolungate nel tempo sono alla base della moltiplicazione dell’invalidità che al momento della scarcerazione, se non trattata, determina il ritorno alla società di un soggetto che ha ben poche speranze di reinserimento. Abbiamo osservato come una simile situazione determina la reiterazione del reato da parte del paziente, al solo scopo di essere ricondotto in carcere e trovare così da una parte la possibilità di soddisfare i propri bisogni basilari e, dall’altra, la conferma della propria identità che nel corso degli anni si è rafforzata come deviante e patologica. Paradossalmente il carcere offre protezione e soddisfazione dei bisogni di appartenenza e realizzazione. 
La presa in carico clinico riabilitativa effettuata nella nostra esperienza prevede un lavoro sulle “parti sane” del paziente, rafforzandone l’autonomia, la riflessività e l’espressività.
Inoltre viene dato spazio alle istanze progettuali del detenuto ed al recupero dei legami familiari e sociali. Il lavoro di rete, condotto effettuando una ricognizione delle risorse socio-sanitarie presenti sul territorio, consente una presa in carico diacronica, realizzata con il coordinamento degli interventi e delle progettualità che assicurino la gestione del paziente sul territorio utilizzando tutte le risorse a disposizione, in un percorso continuo in cui possano essere ulteriormente reperite nuove risorse, nei contesti di terzo settore e dei familiari. L’intervento effettuato in carcere può essere la base solida di conferma e validazione dell’esperienza emotiva del soggetto, sulla quale è possibile costruire le successive esperienze di reinserimento, attraverso l’intervento di servizi territoriali in grado di accogliere il soggetto ed innescare un nuovo processo evolutivo.
Appare molto utile, nell’agire clinico, il riferimento teorico rappresentato dalla teoria della dissociazione strutturale [10], in quanto molti dei pazienti sono stati oggetto di abusi [11] e ne portano le conseguenze in termini di sintomatologia dello spettro borderline. Si effettua quindi un lavoro con il paziente finalizzato al dialogo fra le parti interne, risultato della dissociazione strutturale post-traumatica.
Nella nostra esperienza, il paziente detenuto che inizia ad intraprendere una relazione terapeutico-riabilitativa con i servizi socio-sanitari esterni già dalle prime fasi della detenzione, vi si affida con maggior compliance dopo la scarcerazione e, allo stesso tempo, gli operatori esterni, che hanno avuto modo di vedere il soggetto in carcere, sono più portati ad accoglierlo in quanto la spaventevole aura di stigma sociale si diluisce nella relazione faccia a faccia.
L’équipe intramuraria, inoltre, prevede follow-up a sei mesi ed a due anni, in modo da monitorare gli esiti del processo clinico-sociale intrapreso dal paziente. I primi risultati indicano come i pazienti presi in carico nei servizi già durante la detenzione proseguano i trattamenti sul territorio, mentre i pazienti che non hanno avuto possibilità di essere accolti, come quelli extracomunitari e clandestini, siano “gettati” sul territorio senza sistema di protezione sociale, con elevata possibilità di recidive clinico-giudiziarie.
Stefania
Separata dal marito, ha 3 figli, uno dei quali ha un disturbo del linguaggio. Viene segnalata allo Sportello di Ascolto Psicologico dal servizio Nuovi Giunti. Appare scioccata dalla condizione di carcerazione, in seguito ad un reato nel quale appare essersi coinvolta dopo un’intemperanza comportamentale, non adeguata alla sua condizione di madre di famiglia. Dal racconto della sua Storia, la carcerazione interviene a coronare un periodo di lutti multipli e gravi durante i quali non ha mai potuto esprimere le emozioni come sarebbe pertinente in un processo fisiologico di elaborazione, a causa del suo ruolo nella famiglia che le ha imposto di tirar dritto e non concedersi debolezze, con l’intento di proteggere gli altri membri. Nel 2007 muore un fratello per una grave malattia immunitaria, nel 2008 un figlio di diciotto anni muore dopo due anni di malattia, nel 2009 perde il padre per cancro, nel 2012 la madre per un ictus e nel 2017, durante la carcerazione, viene a mancare sia il padre dei suoi figli a causa di un infarto, sia un amico di famiglia con un ruolo importante di sostegno.
Tale catena di lutti viene sostenuta da S. solo precludendosi il contatto con la profonda sofferenza derivata, fino a che il reato che commette la allontana forzatamente da suo ruolo di “donna d’acciaio” e la pone in una condizione regressiva in cui può soltanto affidarsi alle cure. Questo affidamento tuttavia non è direttamente collegato alla reale sostanza della sua sofferenza, ma si realizza soltanto nel contesto di un grave disturbo dell’adattamento al contesto carcerario, intervenendo sul quale si riesce a far emergere il legame fra i lutti e la condizione emotiva vissuta dalla paziente. Una parte dell’intervento è finalizzata all’analisi della rete dei servizi alla quale potrebbe far riferimento una volta uscita o in misura alternativa, ed iniziare un percorso di presa in carico della propria fragilità.
Nel processo di adattamento, il contesto carcerario può così perdere una parte della propria patogenicità, in quanto viene inserita la possibilità evolutiva di vedere il proprio reato come epifenomeno di una profonda sofferenza che la paziente può sperimentare per la prima volta come condivisibile ed affrontabile.
Esmeralda
Durante la sua carcerazione taglia tutti i contatti con la famiglia affermando di volerli proteggere, viste le loro difficoltà. Racconta di essere stata abbandonata dalla madre già dalla prima infanzia e di essere stata cresciuta dalla nonna materna, con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale caratterizzato da maltrattamenti nei propri confronti.
I racconti della sua infanzia sono tutti caratterizzati da disturbi dell’attaccamento in termini evitante, in cui la bambina che era si mette alla prova anche con grande rischio, per mostrare di sapersela cavare da sola. Il suo modo di raccontare episodi che hanno dell’incredibile per una cinquenne colpisce molto gli operatori e ci si rende conto di come tali esternazioni non siano accompagnate da un corrispondente pathos da parte della paziente, che sembra narrare eventi avvenuti ad altri. L’unica emozione evidente è la rabbia collegata al senso di solitudine provato in quei frangenti, accompagnato da una negazione maniacale onnipotente, rilevabile dal carattere di grandiosità degli eventi rimembrati. La paziente tuttavia aderisce ai colloqui con la richiesta di essere aiutata a comprendere i motivi della sua rabbia e come affrontarla. Vengono proposti semplici esercizi di mindfulness e si sostiene la paziente nel difficile processo di adattamento alla detenzione, con le sue regole spesso irrazionali, allo scopo di facilitare il processo di mentalizzazione.
La sua percezione del contesto è giustamente focalizzata sul suo carattere regressivo, a causa delle condizioni di dipendenza in cui si deve chiedere qualsiasi cosa, che conducono a sentimenti di immaturità ed impotenza tanto odiati e scissi su parti interne, messe da parte ed evitate per non provare di nuovo i sentimenti dolorosi provati durante il processo di attaccamento [12]: “Non sono una bambina che ha bisogno di aiuto, non lo facevo da piccola, perché ora sì? Questo posto mi sta facendo regredire, sembra di stare in un asilo nido”. La caratteristica patogena del contesto, rappresentata dalla regressività, può così essere utilizzata per aiutare la mentalizzazione della paziente, relativamente ai suoi vissuti ed all’accoglimento della parte di sé più “piccola”.
SENSO RELAZIONALE DELLA CARCERAZIONE
Nei casi che abbiamo analizzato, la carcerazione interviene come evento catastrofico in una situazione relazionale altamente compromessa da traumi e difficoltà esistenziali-relazionali, che viene percepita come senza via di uscita.
Madri di famiglia o persone “insospettabili” che compiono atti mancati, azioni pericolose, o gestendo in modo quantomeno maldestro le proprie emozioni soverchianti, ottengono così il risultato di essere “fermati” o “contenuti” dall’apparato giudiziario, mettendo i propri sistemi familiari di riferimento di fronte al fatto compiuto di una loro ritirata da relazioni difficili o impossibili da gestire.
La presa in carico prevede quindi una ridefinizione degli eventi avvenuti in termini relazionali con una restituzione di senso, base per interventi terapeutici futuri dopo la scarcerazione.
In un’ottica evolutiva, seguendo la concettualizzazione di Bion:
«Il cambiamento catastrofico costituisce un fenomeno evolutivo, di crescita mentale. Si può paragonare a un’esplosione che trasforma un momento pre-catastrofico in un altro, post- catastrofico, ricco di emozioni. È associato perciò a una trasformazione. Non è un disastro, ma il punto di partenza di un’evoluzione. […] Sebbene si tratti di una situazione emotiva profonda, si intreccia con un sentimento di crisi che si può cogliere sia nella vita psichica sia nel gruppo e nella società» [13].
BIBLIOGRAFIA
 1. Goffman I. Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. Torino: Giulio Einaudi Editore, 2010.
 2. Lapornik R, Lehofer M, Moser M, et al. Long-term imprisonment leads to cognitive impairment. Forensic Science International 1996; 82: 121-7.
 3. Siani R, Siciliani O, Burti L. Strategie di psicoterapia e riabilitazione. Milano: Feltrinelli, 1991.
 4. Winne L, Singer M. Disordini del pensiero e delle relazioni familiari degli schizofrenici. Ecologia della Mente 1992; 14: 11-82.
 5. Cooklin A. Rispetto e irriverenza per le istituzioni. In: Andolfi A. Sentimenti e sistemi. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1996.
 6. Decreto Presidenza del Consiglio dei Ministri 1-4-08 Principi di riferimento all. A.
 7. Foucault M. Sorvegliare e punire. La nascita della prigione. Torino: Giulio Einaudi Editore, 1976.
 8. Wallace D, Fahmy C, Cotton L, et al. Examining the role of familial support during prison and after release on post-incarceration mental health. Int J Offender Ther Comp Criminol 2016; 60: 3-20.
 9. Parson T. Il sistema sociale. Milano: Edizioni di Comunità, 1965.
10. Boon S, van der Hart O, Boon S. La dissociazione traumatica, comprenderla ed affrontarla. Sesto San Giovanni (Milano): Mimesis Edizioni, 2013.
11. Greene CA, Ford JD, Wakefield DB, Barry LC. Posttraumatic stress mediates the relationship between childhood victimization and current mental health burden in newly incarcerated adults. Child Abuse Negl 2014; 38: 1569-80.
12. Fisher J. Guarire la frammentazione del sé. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2017.
13. Grinberg L, Sor D, Tabak De Bianchedi E. Introduzione al pensiero di Bion. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1993.