Lo stato interessante.
La gestione del setting durante la gravidanza
della terapeuta

Valentina Albertini1



In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef­ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.


In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe-rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of novelty.


En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.



Riassunto. La gravidanza della terapeuta viene inserita fra le inevitable disclosures, quelle cioè che non possono venire nascoste o evitate e che necessitano quindi di essere esplicitate e gestite nella relazione terapeutica. Questo evento rappresenta infatti una tappa importante nel ciclo di vita personale della psicoterapeuta e acquisisce un valore relazionale nel setting. La letteratura esistente sottolinea come i pazienti tendano a rispondere alla gravidanza della terapeuta con una riattivazione dei conflitti infantili non ancora risolti e che sono stati più significativi per il loro sviluppo relazionale. Attivazione di tematiche abbandoniche, agiti, attacchi al setting sono alcune delle questioni relazionali che emergono nel rapporto terapeutico mano a mano che la pancia della terapeuta cresce. Il presente contributo vuole presentare i risultati di una indagine qualitativa svolta intervistando oltre 207 colleghe di differenti orientamenti teorici rispetto ai vissuti personali e transferali nel setting. Alle colleghe coinvolte è stato somministrato un questionario semistrutturato appositamente costruito con l’obiettivo di raccogliere dati circa le modalità di gestione dell’assenza dal lavoro, la comunicazione con i pazienti, eventuali eventi critici all’interno del setting e la gestione delle dinamiche relazionali.

Parole chiave. Gravidanza psicoterapeuta, setting, transfert, controtransfert.


Summary. The management of the setting during the therapist’s pregnancy.
The therapist’s pregnancy is considered an “inevitable disclosures”, one of those disclosures that cannot be hidden or avoided and therefore need to be explicited and managed in the therapeutic relationship. Pregnancy represents an important stage in the psychotherapist’s personal life and acquires a relational value in the setting. The existing literature emphasizes that patients tend to respond to the therapist’s pregnancy with a reactivation of childhood conflicts that have not yet been solved and have been more significant for their relational development. Activation of abandoned themes, acting out, changement on the setting are some of the relational issues that emerge in the therapeutic relationship as the therapist’s belly grows. The contribution aims to present the results of a qualitative survey carried out by interviewing 207 colleagues of different theoretical orientations with respect to personal and transference experiences in the setting. The colleagues involved were given a semi-structured questionnaire with the aim of collecting data on the ways of managing absence from work, methods of communication with patients, critical events within the setting and management of relational dynamics.

Key words. Psychotherapist’s pregnancy, psychotherapist’s maternity, setting, transfert, controtransfert


Resumen. El embarazo de la terapeuta se considera una “revelación inevitable”, unas de las revelaciones que no pueden ocultarse ni evitarse y, por lo tanto, deben explicarse y gestionarse en la relación terapéutica. El embarazo representa una etapa importante en la vida personal de la psicoterapeuta y adquiere un valor relacional en el setting. La literatura existente enfatiza cómo los pacientes tienden a responder al embarazo de la terapeuta con una reactivación de los conflictos infantiles que aún no se hayan resuelto y que han sido más significativos para su desarrollo relacional. La activación de los temas de abandono, los cambios en el setting, los acting out, son algunos de los problemas relacionales que surgen en la relación terapéutica mano a mano que el vientre de la terapeuta crece. El presente articùlo tiene como objetivo presentar los resultados de una investigaciòn cualitativa realizada mediante la entrevista a 207 colegas de diferentes orientaciones teóricas, con respecto a las experiencias personales y de transferencia, durante su embarazo. Las colegas recibieron un cuestionario semiestructurado con el objetivo de recopilar datos sobre los métodos de gestión de ausencias del trabajo, de comunicación con los pacientes, los eventos críticos en el setting y la gestión de la dinámica relacional.

Palabras clave. Embarazo psicoterapeuta, setting, transferencia, contratransferencia.

INTRODUZIONE
Quando sono rimasta incinta mi si sono aperti mille scenari su come sarebbe stata la mia vita, come sarebbe cambiata, in cosa sarebbe stata uguale e in cosa diversa. Ovviamente, da giovane terapeuta intenta a consolidare la libera professione, una delle preoccupazioni riguardava la conciliazione del lavoro con la vita privata. Inoltre, mi si presentavano mille domande su quanto la mia pancia e la mia maternità avrebbero influito nella stanza di terapia, e su come avrei dovuto gestire questo momento delicato nella relazione con i pazienti. Avrei dovuto dirlo, o era meglio aspettare che se ne accorgessero da soli? Avrei dovuto affrontare il tema una volta sola, o parlarne spesso? Meglio rispondere alle domande dirette sulla gravidanza e il nascituro, oppure sorvolare? Meglio lasciare la possibilità di contattarmi durante il congedo, oppure prendere un tempo per me? In particolare, le preoccupazioni riguardavano le terapie con giovani e adulti che presentavano più o meno gravi disturbi di personalità, per i quali proprio la relazione terapeutica era centrale nel percorso di cura.
Quando si sta per diventare mamme, si crea questa curiosa ansia che ci fa avvicinare agli altri pancioni con tutto un arsenale di domande: “ma tu, dove partorirai?”, “dove hai comprato il fasciatoio?”, “che passeggino hai scelto?”, “sei per l’allattamento a richiesta?”. Insomma, cerchiamo un modo di condividere la nostra ansia, nella speranza che le altre mamme abbiano più risposte e più certezze e ci aiutino ad orientarci in questo nuovo ed emozionante labirinto affettivo. Avendo un sacco di domande anche dal punto di vista professionale, ho iniziato quindi a cercare bibliografia sulla gravidanza della terapeuta ma, devo dire con un certo stupore, ho riscontrato molte difficoltà nel trovare materiale sul tema. Pochi articoli, spesso in inglese o francese; articoli per la maggior parte di colleghe psicoanaliste, che presentavano interessanti riflessioni su casi clinici specifici. In generale, poca bibliografia, quasi nessuna sistemico-relazionale; particolare abbastanza curioso se si considera che, almeno in Italia, quella della psicologia è prevalentemente una professione femminile, e che la questione relazionale nel setting è fondamentale in tutte le nuove narrative sulla terapia relazionale individuale.
Tutte le pubblicazioni che ho consultato condividevano però alcuni punti teorici importanti: in primis il fatto che la gravidanza non è solo un momento fondamentale nel ciclo di vita della terapeuta, ma assume un valore particolare nel setting terapeutico, diventando, se ben utilizzato, uno “schermo ottimale” per le proiezioni e i vissuti dei nostri pazienti. In letteratura, la gravidanza viene inserita fra le inevitable disclosures (Jacobs 1999), cioè quelle rivelazioni della vita privata del terapeuta che sono inevitabili (come la malattia, un trasloco, un trasferimento, la morte) e, in quanto tali, entrano nel setting e necessitano di essere comprese e gestite. Per quanto si possa nascondere di essere incinta, non lo si può fare troppo a lungo: meglio quindi prepararsi allo svelamento inevitabile, e alle conseguenze relazionali che, nella maggior parte dei casi, ci saranno.
La pancia della terapeuta non è infatti neutrale per i nostri pazienti: la bibliografia esistente sottolinea come a questo evento i clienti tendono a rispondere con una riattivazione dei conflitti infantili non ancora risolti e che sono stati più significativi per il loro sviluppo relazionale, oltre che a tematiche sessuali e transfert «materni» (Neal, 2013). Attivazione di tematiche abbandoniche, agiti, attacchi al setting sono alcune delle questioni relazionali che emergono nel rapporto terapeutico mano a mano che la pancia della terapeuta cresce (Fenster, Phillips, Rapaport, 1986).
Al crescere della mia pancia, mentre iniziavo a dare la notizia ai pazienti, mi sono accorta che in molte relazioni qualcosa stava cambiando. Ho visto emergere invidie che non erano mai venute fuori, agiti interessanti, minacce di abbandono della terapia (in un paio di casi, abbandono effettivo), aggressioni verbali, sogni, rivelazioni. Insomma, la mia gravidanza è stata, per me e per i miei pazienti, un periodo indubbiamente molto fertile. Andando un po’ ad istinto, ho “utilizzato” ciò che stava succedendo in molte sedute, parlando con i miei pazienti di quali vissuti procurasse loro questo pancione che si faceva giorno dopo giorno più prominente. E, devo dire, è stata un’occasione di crescita importante per me, anche dal punto di vista clinico.
Questa esperienza diretta mi ha sollecitato molte riflessioni: mentre per altri tipi di lavori l’impatto della gravidanza sulla professione è, anche se non sempre semplice dal punto di vista legale, in qualche modo controllato, una gravidanza nel nostro lavoro acquisisce un valore relazionale particolare, da tenere in ampia considerazione all’interno del setting. I nostri pazienti reagiscono a ciò che succede sia a loro stessi, che a noi: non possiamo negare questo aspetto relazionale fondamentale e, pertanto, sarebbe superficiale non soffermarci su un tema così delicato come la gravidanza.
Quindi, dopo essere andata in giro fra amiche e parenti chiedendo consigli sul miglior pediatra, il miglior passeggino, o su quali libri leggere per riuscire a far dormire il bebè, ho pensato di fare lo stesso in ambito professionale, cercando un confronto con le colleghe che avevano già vissuto questo passaggio di ciclo di vita, chiedendo loro come avessero vissuto la gravidanza con i pazienti, cosa era loro successo nei mesi in cui il pancione cresceva, o al momento del rientro in studio. Ho quindi creato un questionario semistrutturato sul tema gravidanza e gestione del setting, composto da domande chiuse ed aperte, che ho diffuso attraverso e-mail e social network, e che ho successivamente analizzato qualitativamente.
Presento qui brevemente i primi risultati, consapevole della necessità di un approfondimento sia teorico sia clinico, che spero seguirà questo primo lavoro.
L’INDAGINE: PRIME ANALISI DEI RISULTATI
Alla ricerca hanno partecipato 207 colleghe, tutte psicologhe, con specializzazione in psicoterapia.
Come si vede dalla Figura 1, la maggior parte delle intervistate appartiene alla fascia d’età 30-39 anni, che coincide con quella più interessata dall’esperienza della gravidanza. Alcune colleghe, che avevano vissuto questa esperienza più indietro nel tempo, hanno rinunciato a compilare il questionario in quanto il tempo trascorso era troppo per potersi ricordare dettagli come quelli richiesti dall’indagine.
La maggior parte delle colleghe intervistate vive ed opera nel Centro-Nord Italia (Figura 2).
Rispetto all’esperienza clinica (Figura 3), la maggior parte delle colleghe intervistate lavora da 10 anni o meno. La raccolta di vissuti sul tema della gravidanza è stata più facile con colleghe che avevano vissuto questa esperienza da poco, quindi professioniste più giovani e con minori anni di esperienza clinica alle spalle.






Riguardo alla tipologia lavorativa (Figura 4), la quasi totalità delle intervistate opera come libero professionista. Questo non è un dato secondario: rispetto al congedo per maternità con le tutele lavorative connesse, lavorare come libere professioniste comporta una diversa preoccupazione e organizzazione rispetto alla lavoratrice dipendente.



Problemi come la perdita di pazienti, la difficoltà di conciliazione casa-lavoro, la necessità di sospendere le sedute per un periodo più o meno lungo, assumono significati diversi per le lavoratrici autonome che, seppure coperte economicamente dalle tutele ENPAP anche qualora abbiano raggiunto buoni livelli professionali, non possono comunque permettersi lunghi congedi per non perdere pazienti e invianti, nonché per non mettere a rischio le terapie in corso.
Riguardo alle specializzazioni (Figura 5), non sarà un caso che gli orientamenti sistemico-relazionale e psicodinamico sono quelli che raccolgono oltre il 50% del campione: per entrambi infatti la relazione terapeutica e la gestione di aspetti transferali hanno un peso significativo nella pratica clinica, possiamo quindi ipotizzare che una indagine su questo tema possa aver attirato maggior attenzione.
La maggior parte delle colleghe intervistate ha un unico figlio, una buona percentuale ne ha 2, mentre sono ridotte le famiglie con 3 o più figli (Figura 6).
Come appena detto, per motivi anagrafici la gravidanza della psicoterapeuta coincide con pochi anni di esperienza clinica, vista la lunghezza del percorso di studio necessario per iniziare la professione. La maggior parte delle intervistate lavorava da meno di 5 anni al momento della prima gravidanza, e circa il 10% stava ancora svolgendo il training (Figura 7).
Riguardo alle domande più specifiche sulla gestione del setting e la gravidanza, il primo quesito riguarda la decisione di comunicare direttamente la notizia (Figura 8).
La letteratura sottolinea infatti che le opzioni di comunicare direttamente la notizia prima che la pancia sia visibile, piuttosto che lasciare che i pazienti si accorgano da soli della gravidanza e lo esplicitino in seduta, hanno implicazioni ed effetti diversi nelle terapie. Non esiste una modalità giusta di gestire la comunicazione, ma è importante che le terapeute siano consapevoli delle differenti implicazioni.






Per quanto riguarda il campione intervistato, la maggioranza (156) dichiara di aver scelto di comunicare direttamente la gravidanza piuttosto che attendere che il paziente lo espliciti (39).
Varia però molto la tempistica di comunicazione: se tutte le colleghe aspettano infatti almeno la fine del primo trimestre per condividere la notizia, ve ne sono molte che attendono il 5° o 6° mese prima di discuterne in seduta.
Uno dei suggerimenti rispetto al momento della comunicazione della gravidanza riguarda esplicitare cosa presumibilmente accadrà nel futuro. Nonostante sia impossibile avere una tempistica certa su cosa succederà, è importante che la terapeuta espliciti i propri programmi di massima. Il periodo di sospensione e di ripresa del lavoro terapeutico va sottolineato, ed è importante che vengano raccolte ed accolte eventuali paure abbandoniche.
Salvo casi particolari (gravidanze a rischio, lavoro in contesti non sufficientemente protetti come comunità ecc.) nei quali si presenta la necessità di interrompere il lavoro ad inizio gravidanza, la maggior parte delle colleghe lavora fino alla 36esima settimana (Figura 9). Come ci ricordano molti maestri, anche in questo caso bisogna stare attenti al delirio di onnipotenza: nell’intervista che ho condiviso, ben 6 colleghe hanno sostenuto di non aver interrotto mai il lavoro terapeutico. Probabilmente questo ha significato mantenere i contatti telefonici con i pazienti, in quanto sembra impossibile non aver beneficiato neanche di qualche settimana di riposo dopo il parto.
Sebbene l’invio a colleghi possa rappresentare una rete di salvataggio che può rasserenare le colleghe al momento di interrompere il lavoro terapeutico, questa opzione è messa in atto solo dal 19% del campione. I pazienti dimostrano di saper attendere il rientro della terapeuta: questo tipo di separazione può anche divenire un’occasione terapeutica per lavorare sulla capacità di sentire che la relazione continua anche se verrà interrotta per un periodo, più o meno breve.



Almeno 40 colleghe dichiarano di rientrare al lavoro circa un mese dopo il parto. In generale, la maggior parte delle terapeute riprende la pratica clinica entro il terzo mese dalla nascita del bambino. Sono molto rare le colleghe che prendono un congedo parentale di 4 mesi o più (Figura 10).
Nonostante la maggior parte delle colleghe (142) lasci la possibilità di venire contattata durante il periodo di sospensione delle sedute, c’è un numero consistente di esse (64) che evita ogni contatto con i pazienti durante il proprio congedo parentale.
Nonostante a livello teorico strumenti asincroni come e-mail e sms siano migliori perché permettono alla terapeuta di rispondere quando più le è comodo, in termini di frequenza sono le telefonate il mezzo preferito per essere contattate dai pazienti (Figura 11). C’è da chiedersi se questo dipenda da una scelta ponderata, oppure se non rispecchi una difficoltà di utilizzare “nuovi” strumenti di comunicazione all’interno del setting.
Perdere pazienti è una paura abbastanza condivisa dalle terapeute in gravidanza. Possiamo ipotizzare che questo dipenda anche dalla giovane età e quindi dalla minore esperienza clinica, che rende più insicure rispetto alla traiettoria della propria vita professionale. Ciononostante, il 57% delle intervistate ha dichiarato di non aver perso nessun paziente a causa della gravidanza e dell’interruzione connessa.






Fra il 41% delle intervistate che hanno dichiarato di aver perso pazienti durante gravidanza e maternità, la maggior parte dichiara comunque che il numero di pazienti persi non supera il 10% (Figura 12).
Questo significa che il drop out sembra essere un’eccezione del periodo di gravidanza e maternità. Non significa che le terapeute non debbano preoccuparsene, ma che è meglio concentrare le preoccupazioni su altri aspetti, che non il reale rischio di perdita di pazienti.
La maggior parte delle intervistate dichiara comunque di non aver avuto particolari preoccupazioni al momento di conciliare la gravidanza con il lavoro terapeutico (Figura 13). Fra coloro che invece sottolineano la presenza di preoccupazione, emerge una particolare attenzione per casi come pazienti con disturbi di personalità o pazienti con problemi di fertilità. Le tematiche abbandoniche o i vissuti di invidia sembrano quindi essere ciò che più preoccupa le colleghe durante la gravidanza.
Rispetto ai pazienti che presentano disturbi di personalità, le colleghe intervistate segnalano un particolare allarme per coloro che hanno disturbi di tipo dipendente o borderline (Figura 14).
I disturbi di personalità sono fra i casi in cui le colleghe hanno riscontrato maggiori difficoltà al momento della gestione del setting durante la maternità, seguiti da persone con problemi di fertilità o precedenti aborti, e da pazienti con problemi di attaccamento (Figura 15).






La letteratura sull’argomento, sebbene non troppo estesa, conferma che la pancia della terapeuta può funzionare come uno “schermo proiettivo ottimale”, favorendo anche dei miglioramenti rispetto ad alcune relazioni terapeutiche. Per inciso, la gravidanza non migliora o peggiora le situazioni di per sé, ma può funzionare come un enzima, quindi catalizzare e velocizzare alcune reazioni che nella terapia avverrebbero, con molta probabilità, comunque.
Le colleghe intervistate hanno confermato questo dato presente in letteratura; nel 48% dei casi (98 colleghe) hanno riportato dei miglioramenti nei pazienti.
Come già detto, la gravidanza della terapeuta, se ben gestita, può diventare uno strumento relazionale importante nel setting terapeutico. Non è però facile “usare” la propria pancia in terapia: è una fase delicata della vita delle donne, nella quale istanze protettive, sia fisiche che psicologiche, si fanno avanti con una certa naturale insistenza, e spesso vanno “contro” il bisogno dei pazienti di “utilizzarci” come schermo proiettivo delle loro angosce, paure e rabbie.
Rispetto ai miglioramenti dei pazienti durante la gravidanza, c’è un tema interessante che ricorre riguardo alla sensazione di tempo che scarseggia: il parto che si avvicina pare rappresentare anche per i pazienti una sorta di “conto alla rovescia”, un tempo-limite entro il quale la terapia subirà un cambiamento significativo, che induce ad utilizzarla come una risorsa con data di scadenza. Questa percezione pare, in alcuni casi, favorire un rapido miglioramento di certe situazioni sintomatiche. Ovviamente, c’è da tener presente l’altro lato della medaglia: questa stessa sensazione può infatti divenire un vissuto abbandonico forte per coloro che hanno problemi relazionali più strutturati e profondi.
Ecco riportate alcune frasi significative dalle interviste:
– “In diversi casi il periodo della gravidanza è stato particolarmente produttivo. Molte situazioni hanno avuto una forte evoluzione e/o sblocco”.
– “Sì, in un caso di attacchi di panico. La paziente ha aumentato la motivazione al trattamento sapendo che c’erano pochi mesi davanti”.
– “Alcuni hanno come pensato di dover progredire più in fretta…”.
– “Maggiore autonomia nell’assenza”.
– “Sì, nelle terapie volte al termine è stato un incentivo per affrontare con naturalezza il distacco dalla relazione terapeutica e la fiducia nella propria autonomia”.

Vi sono poi altri esempi di situazioni positive, che riguardano una maggiore vicinanza empatica, soprattutto con donne che hanno, o hanno avuto, esperienze simili. I nostri pazienti ci chiedono spesso se abbiamo figli, come a sottolineare quanto sia difficile comprendere certe dinamiche della genitorialità quando genitori non siamo. Dal nostro punto di vista sappiamo che questo non è vero. È innegabile però che la pancia della terapeuta possa far sentire una maggiore vicinanza in quelle situazioni nelle quali la maternità ha rappresentato per le nostre pazienti un punto cruciale delle loro vite.
– “In un caso ha agevolato l’esplorazione dell’area genitoriale”.
– “Quando una mia paziente ha scoperto di essere in attesa anche lei”.
– “Una coppia in cui la signora era poco agganciabile, alla notizia è riuscita a sbloccarsi su alcuni temi”.

Possibile, quindi, che la gravidanza rappresenti un fattore-stimolo in grado di favorire un miglior rapporto, nonché l’esplorazione di alcune aree e di vissuti che fino a quel momento nella terapia non si erano approfonditi.
Un’altra domanda analizzata qualitativamente ha riguardato l’esistenza di episodi difficili o attacchi al setting particolarmente significativi durante la gravidanza. Qui emergono molti elementi congruenti con la letteratura sull’argomento, che sottolinea alcuni spunti transferali comuni riscontrati nei pazienti
I singoli pazienti presentano una varietà di risposte alla gravidanza della psicoterapeuta che riflettono molteplici dinamiche personali (Turkel, 1993). Tuttavia, ci sono vari temi nella risposta del paziente che sono comuni e coerenti, riportati da più terapeute (Fenster, Phillips, Rapoport, 1986).
Aumento del transfert materno, rabbia, invidia, aumento delle tematiche sessuali all’interno delle sedute, negazione, identificazione, paura dell’abbandono sono alcuni dei vissuti tipici dei pazienti nel momento della gravidanza della terapeuta.
Sul tema dell’invidia, alcune colleghe hanno riportato esempi di persone con problemi di fertilità, in situazioni di genitorialità “difficile” come in caso di figli disabili, in situazioni in cui la genitorialità non è stata vissuta dai pazienti in maniera serena, o ancora in cui c’è o c’è stata difficoltà a procreare. Ecco alcuni estratti dalle interviste:
– “Si sente l’invidia (lavoro con genitori di bambini disabili): «ma con quello che vede qui come fa a cercare un bambino?»”.
– “Una paziente dopo la comunicazione della mia gravidanza portava suo figlio che aspettava in sala d’attesa”.
– “«Faccio fatica a venire perché ho sempre desiderato un secondo figlio e vedere la sua pancia mi crea disagio»”.
– “Una paziente che non aveva potuto avere figli mi ha direttamente accusato di tradimento quando le ho annunciato la mia gravidanza”.

Sul tema degli attacchi diretti dovuti ai sentimenti abbandonici, espressi con maggiore o minore rabbia, le colleghe intervistate elencano una serie di vignette cliniche che anche la letteratura riporta come molto comuni. I pazienti, soprattutto quelli con storie familiari abbandoniche o maltrattanti, tendono a vivere la pancia della terapeuta come un momento difficile. Possono riemergere conflitti con le figure genitoriali, nonché conflitti con i fratelli, soprattutto per coloro che hanno vissuto in maniera complicata la propria posizione nella fratria. Nelle interviste, così come nei vissuti di molte colleghe, certi attacchi sono chiari e diretti, e necessitano di un certo aplomb per venire gestiti al meglio in un momento così delicato come la gravidanza.
– “Un paziente mi ha detto che ero stata una stronza, perché se sapevo di essere incinta, potevo non accoglierlo già da subito”.
– “«Te li sei fatti bene i cazzi tuoi. Mi abbandoni»”.
– “Una madre di un paziente adolescente, con patologia borderline, mi ha attaccato sbeffeggiandomi sull’aspetto fisico e sui chili presi in gravidanza”.
– “La paziente sogna una Grande Donna e di ‘essere riuscita’ a tagliarle la pancia. Questa paziente ha la mia età e sosteneva che se a questa età non fosse riuscita ad avere compagno e figli, si sarebbe suicidata”.
– “Un bambino appena ha saputo della mia gravidanza è scappato dalla stanza e si è messo in pericolo, portando anche a me in una situazione rischiosa”.
– “Fantasie su quanto mia figlia nella pancia potesse assorbire i malesseri dei pazienti. E quindi io non la stavo tutelando”.
– “«Ah, non pensavo fossimo in 3 in questa stanza»”.
– “Qualcuno ha negato l’evidenza della pancia ritenendosi «stupito»”.
– “Appena saputo della gravidanza, le pazienti del mio gruppo hanno iniziato a raccontare dei loro dolorosissimi e abbandonici parti”.
– “La paziente ha espresso felicità quando al sesto mese di gravidanza ho perso il bimbo…, ha detto «meno male, così non dobbiamo interrompere»”.
– “Un paziente psicotico il giorno stesso in cui gli ho comunicato della gravidanza mi ha mandato una mail, in cui scriveva che è bellissimo avere un’analista mamma perché le mamme sanno leggere nel pensiero. Poi non è più venuto”.
– “Tentativi di aggressione da parte di un bambino”.

Fra gli agiti più comuni, vengono elencati il salto di sedute senza preavviso, le sedute effettuate e non saldate, nonché il cambio di psicoterapeuta.
Quando la terapeuta comunica (esplicitandola o meno) la propria gravidanza, porta un pezzo di sé nel setting. Alcuni pazienti vivono questo come una “autorizzazione” per entrare maggiormente nella sua vita privata. Questo può portare a rischiosi “scivolamenti di contesto” che vanno gestiti per evitare di trovarsi in situazioni ambigue o eccessivamente invischianti. Molti segnalano un aumento delle richieste di contatto telefonico fra una seduta e l’altra. Una collega dichiara che:
– “Un paziente ha cercato di contattarmi per farmi visita a casa dopo il parto”.

Un’altra dice che:
– “Mi è arrivato un messaggio da un paziente visto solo 2 volte in cui mi diceva che ero bella e che mi chiedeva se fossi incinta”.

È quindi comune che i pazienti reagiscano in maniera “forte” ad un evento che è, indubbiamente, carico di significati e proiezioni, e che espone il rapporto terapeutico a una necessaria riorganizzazione.
ALCUNE BREVI CONCLUSIONI
Questo contributo è solamente una parte del lavoro di studio ed analisi che sto raccogliendo circa il tema della gravidanza della terapeuta e dei suoi risvolti nel setting.
Mi ha molto colpito l’interesse delle colleghe quando ho proposto loro questo questionario: molte mi hanno infatti riferito di quanto, durante le loro gravidanze, abbiano cercato fra colleghi e supervisori alcune indicazioni o sostegno per vivere in maniera serena, e allo stesso tempo clinicamente produttiva, un momento di ciclo di vita personale così importante.
Allo stesso modo, mi hanno colpito le reazioni di altri colleghi: ad esempio, quando ho presentato questo lavoro al convegno SIPPR giovani a Bologna, nel 2019, un terapeuta lo ha contestato dicendo: “Non capisco che senso abbia tutto questo. Noi relazionali usiamo una comunicazione chiara, basta dire ‘sono incinta’ chiaramente, e non ci saranno problemi”. Beh, l’esperienza delle colleghe ci dice che non è così, e che, come nelle gravidanze reali, la comunicazione di essere incinta è solo il primo passo di una lunga storia, che ha profili individuali e relazionali definiti e complessi. La gravidanza della terapeuta porta nel setting molte cose, e ne fa emergere molte altre. Credo che sia necessario, come terapeuti, come supervisori e come formatori, tenere conto della realtà complessa di questo momento, personale e professionale, non solo quando la pancia è la nostra, ma anche quando ad essere incinte sono le nostre colleghe ed allieve.
Questo lavoro è, comunque, parziale: è l’inizio di qualcosa che va approfondito, un tema che è ancora in gestazione. È un po’ la prima ecografia: con l’emozione di vedere qualcosa che si muove e un piccolo cuore che batte, ma anche con la consapevolezza che gran parte dell’impegno deve ancora venire.
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